Capitolo XXIV.I Venticinque.

Capitolo XXIV.I Venticinque.

Dacchè la furberia sacerdotale ebbe studiato lo espilatorio sistema delle decime, dacchè — vale a dire — la vecchia terra gira intorno a’ suoi poli e che esistono sudditi e governi, le principali scaturigini del malcontento di quelli verso di questi, crediamo noi abbiano sempre risieduto ne’ publici gravami; e tanto più esclusivamente se risaliamo a quando certi sentimenti di nazionale amore e d’individuale dignità ed i conseguenti diritti a libertà ed uguaglianza non erano tampoco in germe nel cervello umano.

Di que’ giorni pròtasi di tutte le ribellioni furono quasi sempre i balzelli.

Ed uno — il soprassello sul sale — lo era appunto stato de’ gravi avvenimenti che Perugia andava incubando.

La vetusta città dell’Umbria, che le sacre consuetudini edilizie della estrusca lucumonìa, ond’era stata duodena frazione, avevano eretto a cavaliero di due colli tra il Tevere e il Trasimeno; non aveva assolutamente voluto saperne di quello aumento di gravezza, «fermamente deliberata — come i suoipatres artiumne scrivevano a’ spoletini — prima supportareogni estremo supplicio, che condescendere all’impie voglie, et injuste dimande, che universalmente i populi aggravano.»

A più riprese — come il vedemmo — i perugini avevano spedito oratori al pontefice, affinchè — in considerazione de’ loro privilegi — li esonerasse da quella nova gabella; ma — non approdando mai ad aversi in risposta che minatori comandamenti e censure — finirono a perdere ogni pazienza e a buttarsi per quella via che doveva brevemente condurli all’aperta rivolta.

Profittando, intanto, della minchioneria del vicelegato Aligerio, ch’era bonario oltre del convenevole gli proposero il partito, ch’egli assentì, di convocare un consiglio generale, il quale nominasse cinque rappresentanti per ognuno de’ cinque rioni della città deputati a trattare del rincarimento del dazio.

E il 26 marzo, raunatosi il popolo nelle chiese principali delle cinque porte, ch’erano: San Domenico, per porta San Pietro, San Fiorenzo, per porta Sole, Sant’Agostino, per porta Sant’Angelo, San Francesco per porta Santa Susanna, e Santa Maria de’ Servi, per porta Borgne, e fatte le votazioni; riuscirono eletti, pel primo rione: Giovanni Oraziani, Lorenzo Maria Baglioni, Bartolomeo di Monte Vibiano, Ciancio Ceccarini e Benedetto Tucci, dettoil capitano Bettuccio; pel secondo: il dottore Pier Filippo Mattioli, Bernardino Montesperelli, Malatesta Ranieri, Nicolò Tei ed Alberto di Guidantonio; pel terzo: Vincenzo degli Arcipreti e della Penna, Cornelio degli Oddi-Novelli, Mariano Felice de’ Bizzocchetti, Cesare de’ Merciari e Bartolomeo della Staffa e degli Armanni — lo zio della nostra Bianca: pel quarto: Francesco Maria degli Oddi, Giulio della Corgna, Tindaro degli Alfani,Bernardo Dionigi e Giangirolamo, dettoil Guascone de’ Franchi; e pel quinto: il dottor Marcantonio Bartolini, Annibale Signorelli, Polidoro Baglioni, Borgia Sulpizj e Marco Barigianni, che fu poi sostituito da Marco di Boncambio Boncambi.

Il dabben prolegato, che s’era avuta la stoltizia d’annuire a simile popolare manifestazione, s’accorse bentosto d’essersi scavata da sè medesimo la fossa. — I Venticinque, che — non a pena eletti — s’erano pomposamente fregiati del clamoroso titolo didifensori della giustizia di Perugia, s’addestrarono subito a scalzarlo d’ogni autorità: pretesero consegnasse loro le chiavi della città; vollero aprire e leggere prima di lui gli stessi messaggi governativi a lui personalmente diretti; attalchè il pover’uomo, sopraffatto dallo impreveduto, sbigottito dalla mala piega che pigliavan le cose, conscio omai di aver incapato in un grosso sproposito; giudicò prudente allontanarsi alla chetichella dalla città e tôrsi così via dal ginepraio.

I Venticinque, rimbalditi, s’insediarono nella Udienza della Mercanzia e del Cambio, ch’era in piazza di Sopramuro nel pianterreno del palazzo del Priorato e scrissero a Fuligno, a Todi, ad Assisi, a Trevi, a Spoleto, eccitandone i cittadini a collegarsi loro per «resistere alle tyranniche voglie;» ma null’altro conseguirono che vane parole. L’ultima delle mentovate città spinse anzi la mala parata sino ad inviarne la lettera allo stesso pontefice.

Non però i Venticinque si disanimarono. — Sbalzato di seggio il capo de’ priori Alfano Alfani e tratto in carcere il dottor Giambattista Petrucci da Bevagna, perchè — nella loro prudenza — s’erano chiariti avversi alla sedizione; posto in luogo di quello BrunoroCrispolti, con Cecchino Perinelli secondo priore; mutarono di sana pianta le istituzioni della città; non lasciarono che uno solo dei tre uditori di Rota: ordinarono che i delitti si riconoscessero dal Priorato col loro istesso concorso e le pene a publico benefizio; riavvocarono l’entrate del Chiusi e del Trasimeno, delegandovi ministri e controllori a nome del comune; nominarono un tesoriere ed un sindaco e coniarono que’ ducati e quattrini con da una parte, Sant’Ercolano, patrono della città, e dall’altra il simbolo della croce fiorita, che nella leggenda portavano scrittoPERUSIA CIVITAS CRISTI, come a significare il carattere divino ch’erasi voluto dare alla rivolta.

Da un lato, un pontefice che, — prevalendosi degli attributi suoi di buono e solerte pastore — voleva ad ogni costo le pecorelle smarrite rientrassero all’ovile, per aver agio di tonderle bellamente e magariddio scorticarle e — siccome, malgrado i suoi richiami, s’impuntavano a brucare errabonde per l’erta dei colli — che s’apprestava a sguinzagliar loro addosso i suoi bravi mastini, bigi tanto da scambiarsi facilmente co’ lupi, e li aizzava così che — a’ fatti — dovevano parer tali daddovero e non badare pel minuto, se, nel rincorrere le agnella riottose, talune ne addentassero e ne sbranassero anche. — E tutto ciò nel nome del Signore,ad majorem Dei gloriam, per una gretta question di quattrini, per la incocciatura di un miserabile soprassello, ch’egli stesso dovette quindi a poco abbandonare, per sostituirvi la imposta diretta delsussidio, che già gli spagnuoli avevano intromesso a Milano, col nome dimensuale, ed a Napoli, con quello didonativo. — E mentre oggi e si strilla e si strepita, e si protesta, quasi ci levassero gli occhi o ci scuoiassero vivi, perchè — senon paghiamo le tasse — un percettore laico ci manda ad appignorare il mobilio, a sequestrare le merci, ad ipotecare gli stabili, e ce li vende al publico incanto, e null’altro ci fa — alla resa de’ conti — se non costringerci con bel garbo, a compiere il nostro dovere di buoni cittadini, senza nè un rimbrotto, nè uno sfregio, nè una villania, nè tampoco quel bricciolino di carcere, che forse ci meriteremmo; allora un rappresentante in terra di quel Dio, che le pagine vangeliche ci dicono tutto amore, misericordia, perdono, non solamente scaraventava contro i suoi sudditi morosi ogni flagello di guerra, ma li malediceva eziandio in loro stessi, ne’ loro ascendenti, ne’ loro discendenti, sino alla decima generazione.

Dall’altro, un popolo che invocava in aiuto Cristo contro il governo del suo Vicario.

Antitesi strane d’irreligione e di fede!

Ma non s’era più a’ tempi di papa Gregorio VII, quando una scomunica maggiore sbalestrata dalle soglie della basilica vaticana era bastevole per addurgli a’ piedi umile e guagnolante, come cagnuolo frustato, un possente imperator di Lamagna, che — scalzo, nudo il capo, co’ ginocchi tra la neve — ne implorava per tre giorni consecutivi il perdono.

Già, dugento anni prima il figlio della siciliana Costanza, quel Federico II di Hohenstauffen, che — italiano di cuore come di nascita — gittava le prime radici del nostro dolcissimo idioma, poetando con Ciullo d’Alcamo, co’ suoi sterponi Enzo e Manfredi e col suo protonotario Pier delle Vigne; aveva cominciato ad aprir gli occhi delle popolazioni mercè i tanti studi disseminati per la penisola ed appreso loro in qual conto si dovessero tenere le minacce e le ire papali, egli che scriveva al pontefice: «Tu vivi unicamenteper mangiare; su i vasi e le coppe d’oro hai scrittoio bevo, tu bevi; e così spesso ripeti il passato di questo verbo, che quasi rapito al terzo Cielo, parli ebraico, greco, latino; piena l’epa, ricolmo il sacco, allora ti credi seduto su l’ali dei venti, e che l’impero ti sia sottomesso, e che i re della terra ti portino doni, e che ti servano tutte le genti:» egli che al sentirsi dichiarato da papa Innocenzo IV ateo, epicureo, sacrilego ed eretico, scomunicato e scaduto dal trono, chiese gli si recasse la corona e — come sei secoli dopo il primo napoleonide — se la pose in capo, sclamando: «Guai a chi me la tocca!»; egli che a Nocera de’ Pagani fece diroccare una chiesa per erigervi sopra un palazzo, e, dov’era l’altare maggiore, ivi aprir le latrine.

Ed a’ giorni di cui ragioniamo l’autorità spirituale de’ papi era però sì scassinata e pencolante che ben conveniva puntellarla con le picche de’ fanti italiani, gli scoppietti de’ raitri e gli archibugi de’ lanzichenecchi, se la si voleva tuttavia far servire a’ temporali interessi.

Ed ecco il come i buoni perugini osassero ribellarsi, ed il perchè papa Farnese si raccomandasse alla persuasione delle armi per recondurli a far senno.

I Venticinque — risaputo dello avvicinarsi di Pierluigi — spedirono il dottore Giulio Oradini e Girolamo Comitoli a sollecitare l’imperatore Carlo V, che trovavasi in Anversa a sedare, a sua volta, la ribellione flaminga, perchè s’intromettesse mediatore di pace; ma il proverbio che lupo non mangi lupo era probabilmente in onore anche a que’ giorni, sicchè l’astuto monarca fece le orecchie da mercante e se ne lavò le mani. — Unico ausilio de’ perugini rimaneva,quindi, il loro compatriota e fuoruscito Ridolfo Baglioni, che tenevasi al soldo di Cosimo de’ Medici, duca di Firenze. Annibale Signorelli si recò presso di lui in nome de’ compaesani scongiurandolo ad accettare il generalato delle loro forze. Ned egli si fece troppo pregare. Senonchè pose tre condizioni, su per giù quelle famose del Triulzio, armi, vettovaglie e paghe sicure, che torna a dire: danari, danari, e poi danari.

Per metterne assieme il maggior dato possibile, i Venticinque si appigliarono ad ogni maniera spedienti: mandarono a pegno le suppellettili e gli argenti del Magistrato; imposero straordinari balzelli, il che fece dire al popolino essere scampati da Scilla per precipitare in Cariddi, e riuscirono così a raggruzzolare un cinquantamila di scudi.

Ma intanto Pierluigi Farnese, col legato monsignor Cristoforo Jacobacci, era giunto a Fuligno.


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