Capitolo XXX.Il ratto.

Capitolo XXX.Il ratto.

Fatto l’accordo, i Venticinque che — malgrado il pattuito — non s’estimavano troppo al securo, si disposero ad abbandonare la città con le proprie famiglie, ricovrando poi, come fecero, quali a Siena e quali a Firenze.

Del numero — e tra i primi — fu naturalmente Bartolomeo della Staffa, che aveva coscienza di essersi adoprato per la santa causa della sua patria assai più che chiunque; epperò certo d’essersi, più che chiunque, attirato sul capo l’odio dei Farnesi.

Tre-Grazie vedeva, dunque, intessersi, filo per filo, tutto quanto il suo ordito. La proposta di accompagnare e scortar nella fuga messer Bartolomeo della Staffa ed i suoi, l’aveva già messa inanzi da vari giorni e vista accettata con la massima premura e coi segni della più viva riconoscenza. I suoi quattro scherani — che ovviamente il Baglione aveagli concesso di trattenere, pur di pensare egli stesso alle paghe respettive — gli aveva già introdotti in casa della Staffa e presentati come suoi fidi seguaci, disposti a tutto ardire, a tutto sfidare, per rendergli servizio.

Non c’era, quindi, il minimo ostacolo da temere,ed egli s’avvicinava a grandi passi, al momento, in cui veder compiuto il progetto, che aveva preparato con l’opera, sollecitato col desiderio.

Correva il 4 giugno.

Nel dì stesso una parte delle truppaglie di Ridolfo Baglioni doveva lasciare Perugia e, due dì dopo, farvi solenne ingresso il signor duca di Castro.

Conveniva, dunque, affrettarsi.

Bartolomeo della Staffa — ottemperando ai consigli o, piuttosto, alle sobillazioni del capitano Tre-Grazie — decise di non lasciar scorrere la notte di quel giorno, senza aver abbandonato la città dove il restare più a lungo sarebbe stata la massima delle imprudenze.

Scesa infatti, la notte; compiuti i debiti apprestamenti; trattasi dietro una mezza serqua di muli, che portavano in groppa i meglio arredi, le meglio suppellettili della casa, e le biancherie, i vestiari, i gioielli e le armi personali, Messer Bartolomeo della Staffa, cavalcando con tutta la sua famiglia — che si formava di un vecchio zio mezzo ebete, di tre figliuole, di un giovane cugino e della nipote Bianca, oltre cinque famigli — uscì chetamente da porta Susanna, accompagnato da Tre-Grazie e da’ quattro sbirri, che gli cavalcavano al fianco.

Fu mesto, doloroso, straziante il distacco di quei profughi dalla loro città natale, che ben comprendevano non avrebbero mai più riveduta. Messer Bartolomeo — il focoso patriota, l’intrepido guerriero, l’uomo aduso ai rischi ed alle sciagure — non sapeva impor la forza al proprio affanno e rompeva in singhiozzi.

È tanto cara la patria.

Padroneggiato quel primo ed inevitabile schianto,e datogli, con le lagrime, alquanto di sfogo e di ristoro; la mesta comitiva de’ fuggiaschi procedè silenziosa per l’aspra via dell’esilio.

La notte — che un repente annebiarsi del cielo aveva reso anche più tetra — aggiungeva tristezza a quella tanta tristezza. I muli del bagaglio andavano inanzi coi servi. Bartolomeo li seguiva a qualche distanza, col capo inclinato sul petto, tutto assorto ne’ suoi dolorosi pensieri. Gli stava al fianco lo zio, che — per lo accasciamento della persona e il modo trascurato in cui lasciava gire la propria cavalcatura — sarebbesi detto altrettanto angosciato quanto il congiunto; ma che, invece, non era che maggiormente istupidito dalla nuovità del caso. Dietro loro, si tenevano le tre figlie del capo-famiglia, elleno pure desolate e piangenti; poi veniva il giovine loro cugino e, finalmente, Bianca, indugiata ultima a bello studio dalle ciance del capitano Tre-Grazie.

Com’è facile a intendersi, per quanto il rammarico de’ suoi cari dovesse pesarle grave sul core; ella — che aveva vissuto tanto più a lungo nel Valnurese, presso dell’avolo, chè non a Perugia, presso di loro — non poteva, per l’abbandono di questa città, provarne altrettanto. — Il suo — per così esprimerci — non era che un rammarico di consenso. Ond’è che, più facilmente di chiunque altro della triste brigata, ella inchinavasi a prestare ascolto alle cortesi parole, che le andava volgendo, ad arte, il giovine capitano.

S’erano così allontanati di circa un miglio dalla città, quando costui — afferrando d’improviso le briglie della giumenta su cui ell’era seduta — la costrinse di botto a fermarsi.

Bianca — un cotal po’ allarmata da quell’atto stranoed imperioso — fu a un punto di mettere un grido. Ma Tre-Grazie la prevenne susurrandole sommessamente col tono il più rispettoso:

— Non vi spaurite, madonna! egli è che m’è parso udire il trottìo di vari cavalli, che camminino a questa volta, e vorrei sincerarmene.... statevi cheta un momento, che presti ascolto.

E scese d’arcione nell’atto di curvarsi a terra, per viemmeglio origliare.

Un rumore s’udiva di fatto ed era proprio — come lo aveva annunziato Tre-Grazie — la pesta di vari cavalli, che s’avvicinavano dalla parte di Perugia.

Comunque — mentre egli origliava — la famiglia della Staffa si slontanasse sempre più sollecitamente, tanto che non si percepiva nemmanco più il calpestio delle loro cavalcature; Bianca, a quel rumore, si tranquillò completamente, scorgendo in esso la giustificazione del modo brusco e quasi violento in cui il giovine capitano l’aveva arrestata.

Costui, per contro, ne rimase siffattamente stupito, che non sapeva prestar fede al proprio orecchio.

Era strano infatti. Egli inventava di sana pianta un supposto pericolo, onde aver pretesto per trattenere un momento la fanciulla e staccarla così dal resto della comitiva che gli tornasse più facile il mandare ad effetto il divisato rapimento; ed ecco che quel pericolo si manifestava reale: gente a cavallo procedeva effettivamente su la strada che, da Perugia, conduce al Trasimeno e — siccome non era probabile fossero pontifici, quali egli li aveva fatti supporre a Bianca per coonestare il proprio fittizio timore — ovvio resultava dovessero essere o baglioneschi o — più presumibilmente ancora — altri perugini fuggiaschi, da’ quali naturalmente nulla poteva ripromettersi di buono pe’ suoi progetti.

In quella — a rendere anche più critica la situazione del capitano — i leggieri vapori, che ingombravano il cielo, si diradarono repentinamente e, fra i lembi delle nuvolette squarciate, la luna piovve su la terra il suo candido raggio.

Bianca si guardò attorno, dall’alto della sua giumenta, e tornò a provare un senso d’indefinibile trepidazione. La carovana de’ suoi congiunti s’era già interamente dileguata dietro una sinuosità della via; inginocchiato su questa e con in pugno le briglie del proprio cavallo, Tre-Grazie stava sempre origliando in silenzio e — tra il gruppo, che formavano eglino due, e il gomito dietro il quale era sparita la famiglia della Staffa — quattro uomini tenevansi immobili, ritti su i loro cavalli.

Erano i quattro scherani di Tre-Grazie.

Tale circostanza fu appunto quella che ravvivò i timori nell’animo della giovinetta.

— Perchè? — pensava entro sè stessa — si sono dessi arrestati a loro volta, piuttostochè continuare il cammino con lo zio e con gli altri?... il capitano non ha fatto loro alcun cenno!... che abbiano notato eglino pure il medesimo calpestio?... sarebbe per lo meno strano, poichè ci andavano inanzi e noi stessi dovevamo impedir loro di avertirlo!.. che sarà dunque, mai, Gesù mio?...

Ma non dovette attender molto a saperlo.

Nell’atto istesso ch’ella rimuginava in cervello tali sue giuste apprensioni, l’uno de’ quattro sgherri, che le davano tanto a pensare, le balzò repentinamente di fianco e — sollevatala a un tratto dal suo seggio — la gettò tra le braccia di Tre-Grazie che, in quel medesimo punto, era rimontato in arcione.

La poverina volle mandare uno strido; ma costui — stringendolavivamente col braccio sinistro, e dando una spronata al proprio cavallo che spinse di nuovo in direzione di Perugia — con l’altra mano, le fece balenare sul petto l’acuta lama di una misericordia, e le intimò con voce rauca:

— O taci, o ch’io ti scanno in su l’atto!

Bianca fu per svenire.

Brancaccio — quel medesimo sbirro che l’aveva strappata di sella — dètte col palmo della mano un forte sculaccione alla di lei giumenta, che, galoppando, riprese lo interrotto cammino. Per tal modo, quand’anco Bartolomeo ed i suoi — non iscorgendo più la loro giovine parente — si fossero, alla loro volta, arrestati e decisi, per avventura, di retrocedere; quel galoppo doveva rinfrancarli e tenerli ancora per alcuni momenti in sospeso.

Poscia Brancaccio, co’ suoi tre degni associati, si slanciò di trotto serrato su le orme di Tre-Grazie.

Il ratto era compiuto.


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