Capitolo XXXIV.Nuove gesta di Terremoto.
Primi ad accorrere alle grida del Farnese furono il Trentacoste, il Tomasoni, il Bombaglino ed altri suoi capitani. Richiesto di che si trattasse.
— Amici miei — rispose loro — io teneva qui una fanciulla.... la figliuola di uno de’ più acerrimi nemici di Santa Madre Chiesa.... volendo serbarla come statico, l’avevo chiusa in questa stanzetta.... ebbene: vedete!... un accidente di uomo, che io non conosco; uno specie di ciclope, ha scassinato le spranghe della finestra e me l’ha portata via, ed ora fugge, fugge secolei, in direzione della città di Perugia.... a voi!... chi si sente d’inseguirli?... su la mia fede di gentiluomo e di duca imprometto mille bei scudi imperiali di oro a chi me li riporti vivi, o viva almeno la fanciulla e sia pur morto il farabutto che me l’ha trafugata!
— Io.... io.... io!... — strillarono dieci voci ad un tempo.
— Lasciate andare, dunque! — sclamò Pierluigi con un gaio soghigno, usando la frase sacramentale delle giostre e de’ torneamenti — la corsa al pallio è aperta!... ma lesti! lesti!... il villanzone ha gambepiù lunghe del colosso di Rodi e corre più veloce della gazzella da’ piedi di bronzo.... se perdete un solo attimo, egli vi scappa!
Non aveva il Farnese terminata ancora l’ultima frase di tale eccitamento, che già il Trentacoste ed il Bombaglino, con una serqua di loro barbute, si trovavano in sella, armati di tutto punto, e partivano, come altrettante frecce, nella direzione ch’egli aveva segnato loro del dito.
Terremoto, con la fanciulla in collo, s’era slanciato di tutta corsa verso Perugia; ma — sovvenendogli a un tratto quanto gli aveva detto messer Bartolomeo circa la imminente reddizione della città — stimò imprudenza il procedere più oltre e si gittò di repente, alla propria destra, tra un fitto di giovani querce e di faggi che costeggiava la via.
Dal vociare, che l’appello del Farnese, aveva d’improviso suscitato per tutto l’accampamento, gli era stato ovvio il comprendere come non dovesse tardar molto ad essere inseguito; epperò, abbandonando la strada e cacciandosi tra l’intricato meandro di quella boschina, si sottraeva meglio alla vista de’ suoi inseguitori e poteva tirare inanzi anche un po’ più a rilento, con minor tema di essere raggiunto.
Come si ritenne alquanto al securo, Bianca volle assolutamente scendere dalle sue spalle e camminare ella pure pedestre, per non stancarlo soverchio.
Volle bene opporvisi il divoto vassallo e, con mille goffe proteste e più goffe preghiere, indurla a rimanersene al proprio posto; ma non ci fu modo. La sventura aveva così temprato l’animo gentile della giovinetta, ch’ella non divideva più gli aristocratici pregiudizi della propria casta gentilesca e considerava l’ottimo Rinolfo, non più come un servo, ma come ilpiù affezionato degli amici. Provava, quindi, vergogna e quasi una specie di rimorso nello imporgli quella parte umiliante di bestia da soma.
Necessariamente una simile risoluzione di Bianca obligò il gigante a restrignere le seste delle proprie gambe e a far passi più brevi e meno frequenti; locchè equivaleva ad una considerevole perdita di tempo ne’ progressi della loro evasione.
A un tratto il calpestio precipitoso di parecchi cavalli giunse alle loro orecchie.
Il rumore proveniva dal campo pontificio. Non c’era, quindi, da prendere equivoco: su ciascuno di quei cavalli doveva tenersi in arcione un nemico.
Terremoto si arrestò. Bianca, sbigottita, si restrinse tutta al suo fianco, com’ellera, che, per reggersi ritta, cerca di abbarbicarsi ai robusto tronco dell’olmo.
Siccome la boscaglia, per cui s’erano messi i nostri due fuggiaschi, andava vie via, assottigliandosi, sino a formare un angolo acutissimo che, alla sinistra, aveva per lato la strada battuta ed, alla destra, l’aperta campagna; tornava inevitabile che quei cavalieri, se pur seguivano la strada, com’era a supporsi, dovessero transitare a poca distanza da loro; attalchè il più leggero scricchiolìo d’un ramo, il minimo stormir di una foglia poteva destarne i sospetti, attirarne l’attenzione e determinare la loro perdita.
La fanciulla perciò dette un buon consiglio al suo salvatore: quello di coricarsi tra le alte erbe e gli sterpai che ingombravano il suolo del bosco e rimanervi immobili sino a che i loro segugi fossero oltre trascorsi.
E così fecero.
Non istette di molto, in fatto, che lo stuolo de’ cavalieri — una dozzina circa — passò, correndo di tutta carriera, a piccola distanza dal punto in cui e’ s’erano appiattati ed, in breve, si dilungò e si perse lontano nel buio e nel silenzio della notte.
Risorsero allora in piedi e proseguirono, più tranquillati, il loro cammino.
Uscendo dal bosco, poco al di là di Perugia, e traversando la strada, per cercare, dall’altro lato di essa, gli alberi, e le siepi de’ campi che servissero loro di schermo, Terremoto — al chiaror della luna che brillava sempre splendidissima — s’accorse d’esser giunto in prossimità della casa, in cui, pochi istanti prima, s’era trattenuto a discorrere col nostro Neruccio, e la indicò a Bianca, che aveva già messo a parte di quel suo colloquio.
La giovinetta, soffusa tutta di un caro rossore e palpitante di speranza e di gioia, espose naturalmente il desiderio di avvicinarsi e rivedere il suo amato; nè il buon Rinolfo — per quanto il tentarlo dovesse essere non immune da rischi — ebbe core di contrariarla.
La fece, quindi, accoccolare a piedi di un’annosa quercia, affinchè non giugnesse a scuoprirla chi, per avventura, fosse venuto a passare per quel punto; poscia, pian piano, in punta di piedi, s’accostò alla povera e antica dimora del chierico perugino.
Riconosciuta la finestra istessa, da cui, poco prima, aveva scorto Neruccio, vi si affacciò cautamente e vi lanciò dentro uno sguardo.
Ma la stanzuccia servente di oratorio e studiolo era completamente vuota; l’uscio, che la metteva in comunicazione con la stanza attigua, spalancato; e questa pure, a ciò che pareva, affatto deserta.
S’inanimì allora a girare intorno intorno alla catapecchia e a scandagliarne i pressi dal lato della porta di entrata.
Anche questa era aperta.
Vi si spinse dentro guardingo e riconobbe che, veramente, anche il primo ambiente trovavasi inabitato al paro dell’altro.
Tutta la casipola era deserta.
Un pensiero gli attraversò allora la mente, non troppo adusa alle pronte concezioni. La sua giovine signora doveva essere stanca di molto; l’alba — poichè s’era in pieno giugno — non indugiar guari a sciorre le dorate sue ali su la volta del cielo, fugandone il pallido raggio della luna e lo scintillìo delle stelle; periglioso, quindi, il restarsene errabondi pei campi e le strade campestri. Laonde pensò ricovrare, con la sua padrona, entro quell’umile casolare e trattenervisi sino a che lo scendere del bruzzolo novello consentisse loro di allontanarsi in maggiore securtà.
Bianca, ch’egli s’affrettò ad istruire di quel luminoso suo proponimento, fu, a sua volta, sollecita di accondiscendervi: il rammarico intenso, ch’ella provava nel dover renunciare alla dolce speranza di rivedere il suo Neruccio, colui che già tre volte aveva posto la vita a sbaraglio per salvarle l’onore, non poteva trovare un refrigerio che nel sostare alcun tempo nel luogo istesso dov’egli aveva dimorato, toccare gli oggetti caldi tuttavia del contatto della sua persona, respirare la medesima aria da lui respirata.
Penetrarono però nella casetta ed ivi soprasedettero alla continuazione del loro viaggio sino al calar della notte.
Nella prima stanza, trovarono un letticciuolo dallecoperte di grossa canepa sordide, sdrucite ed in vari punti chiazzate di sangue, sul quale Bianca — tolte via queste che destavano repugnanza — si sdraiò tutta vestita cercandovi un po’ di riposo; mentre Terremoto chiusa accuratamente e sbarrata la porta tenevasi ad una delle finestre in vedetta.
Durante la intera giornata fu per le campagne e vie circostanti, un continuo andare e venire di soldati, ufiziali, fanti, cavalieri, cittadini, villani, bagagli. Erano le genti di battaglia del Baglione, che uscivano di Perugia e si sbandavano: erano drappelli di papalini, che perlustravano i dintorni della città; erano taluni altri dei Venticinque che si mettevano in salvo, con le famiglie e le robe, prima dell’ingresso del duca di Castro; erano vassalli e servi che la certezza della pace riconduceva alle case disertate, ai ricolti derelitti, agl’interrotti lavori.
Ma Terremoto che — siccome il lettore ricorda — aveva lasciato Perugia, prima vi giungessero le truppe baglionesche, mal sapeva discernere, in quello andarivieni, quali gli amici e quali i nemici; e però tenevasi quatto, nella giusta tema di imbattersi nel lupo, quando appunto gli fosse parso di ricorrere al cane di guardia.
Senonchè lo struggeva il mancare affatto d’ogni vettovaglia, non tanto per sè, quanto per la sua giovine signora. Anche il suo stomaco digiuno da oltre ventiquattr’ore, provava gli atroci stiramenti della fame; ma, da lunga mano, il brav’uomo erasi abituato ad imporre silenzio a’ propri bisogni, per non pensare che a quelli de’ suoi cari.
Contemplava, con tacita angoscia, la nobile fanciulla stesa sul povero lettuccio ed immersa nel sonno e, tratto tratto, mandava un sospirone da far girare le ruote d’un mulino.
Così, nella inazione, nel silenzio, ragionando tra sè e sè col proprio appetito, trascorse per Terremoto quella giornata che gli pareva eterna.
Alla sera, svegliò Bianca tuttora dormiente, e si rimisero in viaggio.
Valicato il monte di Pitignano, senza cattivi incontri, giunsero i nostri due fuggitivi in prossimità della Magione che la notte era nel suo colmo.
L’aria impregnata di aquei vapori — comunque il cielo fosse di quel puro e profondo azurro, che hanno solo le notti estive d’Italia, e la luna splendesse in tutto il bagliore del suo patetico raggio, e le stelle intrecciassero a miriadi la loro mistica danza per gli sconfinati sentieri del firmamento, e una mite e leggera brezzolina mitigasse di alquanto il caldo sferzante ed oppressivo della stagione — era indizio certo non trovarsi molto discosto il lago di Perugia, dal quale, appunto, in tali ore notturne, si sprigionano quelle tremende febri palustri, che sono recate intorno su l’ali de’ suoi mortiferi miasmi.
Bianca sentivasi stanca. Il forzato digiuno della precedente giornata, il lungo e disastroso viaggio, sempre per scorciatoie traverse e sentieruoli da capra, tra brughiere e roveti e tra balze e burroni, l’avevano così rifinita, che, a malo stento, reggevasi in piedi.
Se ne avvide l’ottimo Rinolfo e si affrettò a proporle di recarsela un’altra volta su le braccia e darle così un po’ di riposo. Ma l’istintivo orgoglio della fanciulla non volle piegarsi a quella generosa profferta.
— Piuttosto — ella disse — non sarebb’egli possibile il rinvenire quaggiù, come abbiam fatto pressoPerugia, qualche securo abitacolo in cui fare sosta un momento e refocillarci?
Terremoto si arrestò di botto — e montato su una specie di duna di cui si trovavano al piede — sguaraguardò attentamente tutto all’intorno.
A non molta distanza, su la destra della via che costeggia il lago e a mezza costa di un piccolo poggio, gli parve scorgere un lume. Più che un lume, era una fioca e tremolante lineuccia luminosa, che disegnavasi verticalmente all’orizonte su di una massa negra ed informe; ma, comunque, essa era segnale infallibile della presenza in quel luogo di qualche essere umano.
Scendendo dal monticello:
— Là — disse il gigante, con l’indice steso verso il punto, in cui aveva scorto quel tenuissimo faro — là c’è una casa di certo, madonna.... un po’ di coraggio ancora, un ultimo sforzo e ci siamo!
E ripresero l’interrotto cammino a quella volta.
Più si avvicinavano e più evidente appariva come Terremoto non avesse preso un granchio. La linea luminosa era un sottil filo di luce trasparente dalla fessura di una imposta di finestra mal chiusa; la negra ed informe massa, una casa!
Quando le furono anche più presso, un fascio di strame ed una tavoletta di legno probabilmente pitturata, che penzolavano, ludibrio de’ venti, da un grosso ferro infitto al sommo della sua porta d’ingresso, li fece inoltre accorti come quella casa dovess’essere un’osteria.
Se sgombra di nemici e scevra di rischi, non poteva loro capitare di meglio.
Al fine di sincerarsene, Terremoto — fatta soffermare la fanciulla — le si appressò maggiormentestudiando il passo, per attutire il proprio calpestio, ed arrampicatosi su lo sprone della muraglia, pose l’occhio alla finestra, da cui scappava la luce.
L’ambiente, che gli si parò dinanzi, era una vasta stamberga a volto depresso; in un canto della quale, su di un gran letto coperto di celone a quadretti, dormivano una giovine donna ed una bambinetta; mentre un uomo, col tradizionale berretto bianco in capo e il grembiale ravvoltolato intorno alla cintola, tenevasi seduto presso un piccolo tavolo, su cui al chiarore di una lampanuccia d’ottone noverava ad una ad una molte monete. Era, senza fallo, l’ostiero che istituiva il computo degli incassi e profitti della giornata, i quali — a giudicarne dal gruzzolo — dovevano essere stati più che mediocri.
La faccia dell’oste — uomo ancor giovane e ben portante — esprimeva un dolcissimo compiacimento senza pur l’ombra di cupidigia. Dagli sguardi amorevoli, ch’egli alternava tra le monete e le due dormienti, chiaro traluceva, come la gioia che gli davano quelle non fosse che in ragione del suo grande amore per queste. Era una faccia che se fosse stata un frontespizio, avrebbe invogliato a leggere il libro, libro che poteva essere poco interessante e fors’anco sciapito, ma buono, sano, onesto, di certo.
E Terremoto se ne invogliò di guisa, che — senza attender altro — picchiò cautamente con la nocca della mano sul legno della imposta socchiusa.
L’oste drizzò le orecchie a mo’ di giovine puledro, si guatò intorno come trasognato e si affrettò a celarsi in tasca i quattrini.
— Fossero ladri? — pensò.
E, siccome i leggeri colpi di nocca non ismettevano punto, prese su da un canto della stambergaun vecchio e rugginoso archibugio a ruota, di cui accese la miccia al lampanino, e s’accostò guardingo alla finestra, schiudendone interamente la imposta col palmo della mano sinistra.
Al vedersi dinanzi la poco rassicurante grinta di Terremoto, trattenne a stento una esclamazione di terrore e, ritraendosi sollecito, imbracciò l’arma micidiale in atto minaccioso.
— Per la beatitudine d’Iddio! — sclamò a tale atto, il gigante, col suo roco vocione, che svegliò di sobbalzo la donna e la bambina — perchè mi volete morto, maestro?... non sono mica un ladro, come voi mi stimate!... ho solo una dimanda a rivolgervi ed un favore a richiedervi e, se mel potrete rendere, ho anche nel borsello tanto che basta per rimunerarvene profumatamente.... sentite!
E con la mano sinistra, che si cacciò entro la tasca del corsetto, mentre con l’altra tenevasi abbrancato al davanzale, scosse e fece risuonare i non pochi ducati, che gli aveva rimesso messer Bartolomeo, spedendolo in giro per fare ingaggi.
— Quando la sia così — fece l’ostiero un cotal po’ rabbonito, abbassando l’archibugio — dite pur su: cosa mi volete?
— In primo luogo: avete gente in casa?
— La mia donna, la mia piccina, che voi m’avete rideste, come vedete; il Cennamella, mio familio, che adesso dorme nel fenile, e Geppetta, la guattera, che dorme in cucina.
— E non forastieri?
— Oh, nissuno, nissuno!... ce n’ho avuto durante tutta la giornata, ch’è stata una processione vera.... ed anco di prepotenti ce n’ho avuto.... soldatacci, Dio guardi! di que’ raccapezzati da messere il Baglioneper l’impresa di Perugia e che adesso, che la è andata come doveva andare, si buttano per le terre, senza nè rispetti umani, nè timore di Dio.... i quali, dopo avermi succhiato barili interi di vino, e di quello della chiavetta, per giunta, non c’era più verso di farselo pagare... maladetti!... ma ora, salvo noi della casa, non ci ho più neppure una mosca.
— In tal caso, ecco il servigio che vi devo richiedere: darmi alloggio, per questa notte insieme alla mia signora che è qua da basso che attende?
— La vostra signora?
— Eh, sie, maestro: una giovine dama, bella come un angiolo del Gesù benedetto, buona come la Madonna Santissima e sventurata come una martire!
— Sventurata? — interloquì la moglie dell’oste, ponendosi a sedere sul letto e ricominciando a vestirsi.
— Tanto! — le rispose Terremoto — tutti i suoi sono scappati di Perugia, dov’ella era; non ha più nessuno al mondo che la protegga, non parenti, nè amici, fuori di questo povero straccio di servo!
— E falla subito salire, Luca — riprese la donna, con uno slancio di affettuoso interessamento.
— Solo — aggiunse il marito, deponendo l’arma ed apparecchiandosi a scendere per schiavistellare la porta — noi non avremo modo ad albergarla, come si addirebbe a persona della sua sorta.
— Eh, mastro Luca — sospirò il colosso, scivolando a sua volta giù dallo sperone del muro — la sventura e il bisogno non sono schifiltosi di troppo.... apriteci e non pensate ad altro!
Mastro Luca non si fece ripetere l’invito e Bianca e Terremoto entrarono nell’osteria.
Intanto l’ostessa s’era tolta di letto ed aveva fattolevare la Geppetta, nel contempo che mastro Luca chiamava a sè il Cennamella.
I garzoni — con la sonnacchiosa malavoglia di chi è strappato bruscamente ai dolci amplessi di Morfeo — prestaron mano a’ loro principali per approntare alla meglio una frugalissima cena di ova, cacio montanino e prosciutto affumicato, che i nostri due profughi — auspice un appetito da suonatori — divorarono a quattro palmenti. Poi l’ostessa acceso un lumicino alla lampana — introdusse Bianca nella stanzuccia che doveva servirle di dormentorio e mastro Luca fece altrettanto con Terremoto.
Mentre quella entrava in un modesto ambiente del piano superiore, a cui si perveniva per una scala di legno suggellata al muro co’ suoi due capi, il gigante dovette accontentarsi di una specie di bugigatto, che aprivasi appunto tra quell’ambiente e la camera da letto degli osti, a metà e al disotto della scala di legno.
Pochi momenti dopo, tutto in quella casa era rientrato nella quiete e nel silenzio di prima.
Mancava forse non molto al primo rompere dell’alba, quando Terremoto, che — stanco qual’era — aveva ceduto allo imperio di un sonno profondo; venne repentinamente ridesto da un alto e confuso alternìo di voci, che saliva dal piano sottostante.
Tese l’orecchio e gli giunsero distinte le seguenti parole, pronunziate con fare aspro e brutale:
— Un villanzone alto, sterminato, una specie di servitor di Vulcano, ed una giovinetta?... son loro.... son loro.... indicaci subito dove li hai intanati!
Susseguì un silenzio.
L’oste, cui erano dirette quelle intimazioni, esitava indubiamente a rispondere.
Terremoto comprese tosto il pericolo. Erano personegiunte nell’osteria, mentre egli dormiva, che cercavano di lui e della sua signorina. Non potevano essere altri che gli uomini spiccati su le loro tracce da Pierluigi Farnese.
E mal non si apponeva.
Erano, infatti, il Trentacoste ed il Bombaglino, coi loro dodici seguaci, che — dopo aver battuto inutilmente la strada sino al confine toscano — ritornavano scornati ed avviliti, a render conto dello scacco subìto al loro eccelso signore.
La vista dell’osteria aveva attratto pertanto la loro attenzione, non già nella fiducia di trovarci cosa che potesse lenire il loro dispetto; ma per ridarsi un po’ di lena con qualche fiasco di vino.
Il resto s’intende.
Udito parlare dall’oste degli altri due e soli suoi ospiti, Trentacoste gli addimandò chi fossero e, alla risposta ch’erano una giovine signora ed un colossale suo servo, non ebbe d’uopo di chieder altro per andar certo di esser stato servito da messere il caso assai meglio che non da’ propri occhi e dalla propria furberia.
A tale certezza, un concerto di grida gioiose scoppiò fra quella bulima di scherani e fu quello appunto che trasse di soprassalto Terremoto dal sonno.
L’imminenza del pericolo acuì, come soventi accade, la grossa perspicacia del gigante o, per lo meno, lo ammonì della necessità di non indugiare un solo istante le difese, se voleva tentar modo di sottrarre sè e Bianca ad una irreparabile perdita.
Si levò, quindi, in piedi, tenendosi ritto su la persona quanto meglio gliel consentiva il depresso solaio dello stambugio che gli aveva servito di cubicolo; poscia — formatosi in testa un suo particolare progetto — abbrancòdei due montanti la scala di legno, che, dal piano sottoposto, ascendeva alla stanzetta della sua giovine signora, e si dètte a tirarli a sè violentemente con tutta la forza delle nerborute sue braccia. La scala, vecchia, tarlata, sconnessa in più punti, non poteva resistere a lungo a simile poderoso attacco e, con un formidabile scricchiolìo, che, per buona ventura, venne in quel punto attutito dalle urla feroci e dalle imprecazioni di Trentacoste e de’ suoi, che, allo unisono, minacciavano l’oste; finì, di fatto, a schiantarsi in due pezzi, l’uno de’ quali, il superiore, si staccò, in pari tempo, dal limitare della stanzuccia di Bianca e sarebbe anche andato a rovinare fin giù sul pavimento, ove Terremoto non fosse stato lì, pronto a ghermirlo e a gittarlo orizontalmente entro il suo buggigatto.
Fatto ciò, in un batter d’occhi, dètte di piglio ai due tronconi dell’altro pezzo di scala, rimasti infissi alla soglia della camera nuziale dell’oste, e, sveltili dalla loro base, li trasse pur essi nel proprio stanzino.
Così, fra i due piani della casa e l’ammezzato interposto non rimaneva più nessuna possibile comunicazione.
Quando, sotto gli urti de’ birri di Trentacoste e del Bombaglino, l’uscio da basso si spalancò; Terremoto aveva a pena compiuto la sua ardimentosa demolizione ed era tornato ad accovacciarsi entro il suo buco su i medesimi frantumi della scala allora allora demolita.
I primi a sbucare dall’uscio guatarono stupiti allo insù, e, voltisi a’ compagni, che li spingevano alle reni da stare tuttavia nella camera dell’oste:
— Canchero! — gridarono — non si può andarepiù oltre.... questa bicocca del malo augurio manca di scale, come il suo maladetto padrone manca d’onestà nella coscienza e di vino pretto negli orci!
— Ma la scala — osservò l’uno d’essi, curvandosi ad esaminare il pavimento — è stata portata via or ora.... peggio che portata via, smurata di peso!
— Ah! ah! — ghignò il Trentacoste, azzanando l’ostiero per un orecchio — il mascalzone che ci ruba la figliuola ha dunque degli alleati anche fuori della sua fortezza.
— No, no, per le viscere di Cristo — gemè il povero mastro Luca, facendosi paonazzo in viso pel bruciore acuto, che gli cagionava quel brutale strapazzo.
— E s’è no — lo interruppe il lanternuto capitano, infliggendogli un ultimo e più sgarbato strappo — e tu insegnaci maniera di arrampicarci su quella tua colombaia.
— Ma, in verità, messere, che io non saprei....
— Ah, non sapresti?... poffare il mondo, te la insegneremo noi la via del sapere!
— Non hai dunque una scala? — domandò il Bombaglino.
— Una scala?.... una scala? — balbettò mastro Luca, al colmo dell’impiccio.
— Sì — fece il Trentacoste — una semplice scala a piuoli.
— Ve n’ha una, fuori — interloquì il Cennamella — una lunga, lunga presso il pollaio!
Luca e sua moglie lo fulminarono di un’occhiata, che pareva una maledizione.
Ma il ragazzo vi badò tanto meno, che, senza lasciargli tempo di soggiunger altro, il Trentacoste lo aveva intanto ghermito, a sua volta, per un orecchio,e, facendo cenno a due soldati, di seguirlo, avviavasi, con essolui fuori della stanza, gridandogli:
— Menami, dunque, dov’è cotesta tua scala.
La scala venne, di lì a poco, recata su le spalle dalle due barbute; ma — come lo aveva annunziato il Cennamella — essa era così lunga, così lunga, che non ci fu verso di farla penetrare, dalla camera da letto degli osti, nello esiguo vano che già conteneva quella improvisamente distrutta.
Trentacoste e il Bombaglino, sagrando peggio di due eretici, ci si provarono inutilmente in diversi modi; ma dovettero, alla fine, capacitarsi che meno arduo sarebbe forse tornato loro il fare entrare una trave per la cruna di un ago.
Uno de’ soldati allora suggerì un spediente segnando del dito l’uscio della stanza di Bianca.
— È lassù — domandò — che si tengono chiusi?
— Ma, di certo, — rispose Trentacoste — è lassù!
— Io penso, dunque — proseguì il soldato — che la stanza debba pure aversi una finestra.
— Ebbene? — chiese il Bombaglino.
— Ebbene — concluse quello — entriamoci per la finestra!
Un urrà di gioia feroce accolse l’eccellente suggerimento.
— Per la finestra! per la finestra! — sbraitarono taluni di loro, impadronendosi della scala e riportandola fuori della casa — le daremo la scalata meglio non ci sia riuscito a quel maledetto Castel Torsciano!
— Ma occhio alla ragazza! — soggiunsero altri — acchiapparla sì; ma guai a farle male.... monsignore il duca non ce ne darebbe venia!
— Ci rimane il servo!...
— Il villanzone!...
— Quello pagherà per tutti!...
E, tra simili propositi di rappresaglia e di vendetta, i più de’ seguaci di Trentacoste e del Bombaglino — lasciati quattro de’ loro in guardia alla stanza degli osti — uscirono all’aperto, co’ loro due capitani, e — riconosciuto al fioco chiarore dell’alba il punto, in cui trovavasi la minacciata finestra — vi postarono contro la scala e cominciarono a salire all’assalto.
La finestra della stanza di Bianca aprivasi verso la campagna, al disopra di un altro piccolo finestruolo riquadro, cui gli scherani non degnarono di nessuna attenzione, ed era munita solamente di quadrelli di grossa tela di canepa chiovati a rozzi telaioni di faggio.
Con un pugno, la grazia era fatta.
Primo a cimentarsi alla grande e nobile impresa fu il Bombaglino con la spada sguainata tra i denti, poi gli tennero dietro, piuolo per piuolo, cinque de’ suoi berrovieri. Così, della geldra — ch’era in tutto di quattordici uomini — sei trovavansi su la scala, quattro a terra a mo’ di corpo di riserva ed altri quattro di guardia nello interno della casa.
Il foro riquadro, sottostante alla finestra, era quello che dava luce al ripostiglio, entro cui tenevasi sempre accovacciato Terremoto. Strisciando col ventre su gli sfasciami della scala e la poca paglia, che gli aveva servito di letto, costui s’avvicinò pian piano con la faccia a quel finestruolo e, spingendo fuori cautamente lo sguardo, potè mettersi in istato di seguire, passo passo, tutte le manovre de’ suoi dieci avversari, che ignoravano la di lui presenza in quel luogo.
Il pover’uomo, osservando i costoro preparativi, sudavafreddo e si crogiuolava invanamente il cervello per strizzarne un pensiero, uno spediente, uno stratagemma, che potesse trarlo incolume del cerchio di brage, entro cui vedevasi rinchiuso. Ma, per quanto premesse le proprie facoltà mentali, nulla gli riusciva di farne scaturire. Non aveva che la fenomenale sua forza bruta ed a questa — in difetto di meglio — decise di interamente e ciecamente affidarsi.
La situazione, d’altronde, era sì estrema e disperata da non ammettere nè studi, nè preparativi, nè temporeggiamenti: tutto avendo a temere, tutto bisognava osare; non potendo vincere, conveniva morire; ma vendere almeno la vita a caro prezzo.
Eppoi, non s’era di verno, non nevicava, e Terremoto — secondo la predizione di Gerolamo Cardano — non poteva temere la morte.
Egli però si dispose ad attendere il momento opportuno per tradurre in atto il suo divisamento.
Acciapinatosi il meglio possibile su la persona e trattenendo persino l’alito, affine di non destare sospetto di sè; lasciò che il Bombaglino ed i cinque suoi seguaci salissero, l’un dopo l’altro, la scala; lasciò che il primo toccasse quasi della mano il davanzale della finestra di Bianca, mentre l’ultimo gli giungeva coi ginocchi contro la faccia; ed allora — scattando repentinamente col torso fuori dal suo finestruolo ed afferrata, pei due ritti, la scala — la scostò, con titanico sforzo, dal muro e — dopo averle impresso una tremenda squassata, come ad albero di cui si vogliano far cascare i frutti maturi — la respinse violentemente lunge da sè, tanto da farla precipitare rovescia giù dal pendio e, con essa, i sei disgraziati che vi stavano sopra.
Un terribile urlo, misto di strazianti grida di doloree di diaboliche bestemmie, echeggiò per tutta quella diserta campagna e si diffuse per le bassure del Trasimeno ripetuto in mille guise dall’eco.
Pareva che la casa dell’onesto taverniere della Magione fosse convertita in un girone delle male bolge.
Il Bombaglino, tracollando di peso dal sommo della scala, s’ebbe una gamba rotta in due punti; gli altri cinque, qual più qual meno, ne andarono con la testa o le costole fracassate; l’uno d’essi rovinò a capofitto su d’un pietrone e rimase cadavere in sul colpo: un altro, il quale assisteva, da stare in basso, alla scalata, con un piè fermo su l’ultimo piuolo, pronto a montare a sua volta, non fece in tempo a ritirarsi, e la scala, cadendo, lo schiacciò col suo enorme peso, spezzandogli la spina dorsale.
Trentacoste e gli altri due suoi sgherri come i soli rimasti incolumi, non pensarono, pel momento, ad altro chè a prestare aiuto a’ loro malcapitati compagni ed a rimuovere la scala che opprimeva il misero agonizzante.
Era una scena straziante.
Il luogo sembrava un campo di guerra subito dopo la battaglia.
Bianca — ridesta a sua volta dai primi rumori ed affrettatasi a rivestirsi — balzava in quel punto alla finestra, per conoscere che fosse. Colpita penosamente dalla orribile vista, si ritrasse tutta tremante e — come il suo unico sostegno e rifugio era Terremoto — volò immediatamente all’uscio, per correre in traccia di lui ed a lui chiedere spiegazione del sanguinoso caso; ma là pure, non iscorgendo più la scala, dovette arrestarsi attonita, spaurita, perplessa.
In quella, i quattro scherani rimasti nell’osteria eche, dal luogo in cui si trovavano, nulla potevano vedere di quanto accadeva al di fuori; allarmati dalle strida di spavento e di angoscia, che giunsero d’improviso alle loro orecchie; si consultarono un momento tra di loro più che a parole ad occhiate; quindi due uscirono affrettatamente dalla stanza dell’oste, lasciandovi gli altri due di guardia.
Nel tempo medesimo — o prevedesse ciò che doveva succedere, o comprendesse, piuttosto, che, senza trarre immediato profitto della prima confusione de’ suoi nemici, impossibile riusciva il salvarsi — Terremoto, aggavignatosi delle mani alla soglia del suo ripostiglio, si lasciò sdrucciolare giù nella cassa della scala distrutta e — siccome nell’atto istesso che scendeva levò gli occhi all’insù e scorse Bianca, affacciatasi in quel punto all’uscio della propria stanzetta:
— Madonna — le susurrò — se volete scamparla, c’è un solo modo: annodate insieme le due lenzuola del vostro letto ed assicuratene ben sodo l’uno de’ capi al chiavistello dell’uscio.... ma subito, subito!
E, senz’altro attendere, toccato il pavimento dei piedi, si slanciò nella contigua camera coniugale dell’oste, dove, coi padroni della taverna ed i loro due famigli, non trovavansi più che due barbute.
Penetrarvi di corsa, abbrancare ciascuno di costoro pel petto e cacciarli supini a terra d’un manrovescio, fu per Terremoto l’affare di un attimo.
— Serra l’uscio, ragazzo! — gridò intanto al Cennamella — ma serralo bene, con tanto di chiavistello.
Il familio obbedì.
— E voi, mastro Luca — continuò quello, mantenendo atterrati i due sgherri — favoritemi qualche brandello di fune, ma solida, solida il più che possiate.
Prima ancora del taverniere, fu l’ottima sua consorte che porse a Terremoto i pezzi di corda domandati.
Con questi il gigante legò ben stretti piedi e mani ai due scherani, poi — lasciatili distesi sul pavimento come piattole arrovesciate — ritornò sollecito al vano della scala di legno.
La giovinetta non aveva mancato di ottemperare al suo giudizioso suggerimento: le due lenzuola aggroppate insieme dondolavano al catenaccio dell’uscio e giungevano quasi sino a terra.
— Lasciatevi calare, madonna! — le disse allora Terremoto a bassa voce — non vi prenda timore!
Bianca non esitò a secondare un tale invito ed, un momento dopo, scivolava pei lini penzolanti fra le braccia del suo fedel servitore, il quale rientrò immediatamente nella stanza degli osti, domandando a Luca:
— C’è nessuno altro buco per uscire di qua?
— Sì — gli rispose l’ostiero — c’è questo.
E segnò un usciolo che aprivasi di fianco al letto.
— Dove mena?
— Al portico sotto al fenile, dall’altra parte della casa!
— Bene.... addio.... e grazie!
E, profferendo tali parole, Terremoto uscì, con la sua signora sempre in braccio, dall’àdito che gli veniva indicato, dopo essersi tolto di tasca ed aver deposta una grossa manciata di oro su lo stesso tavolinuccio, presso cui, qualche ora prima, mastro Luca stava istituendo i suoi conti.
Giunti sotto al fenile, Terremoto vi scorse un certo numero di cavalli legati, per le briglie, agli anelli infissi nei pilastri del porticato.
Erano i cavalli degli sgherri di Pierluigi Farnese.
— Il buon Dio benedetto è con noi — sclamò il brav’uomo a quella vista.
E, in ciò dire, estrasse un largo coltellaccio, unica arma di cui si trovasse munito, e, con esso, recise i sottopancia e tutte le altre cinghie, che assodavano i finimenti di quei cavalli, non risparmiandone che due soli.
Su l’uno di questi fece montare la sua giovine signora, poi, montato egli stesso su l’altro, lavorò di calcagno e fece partire i due animali al galoppo.