PARTE QUINTA.P. L. A. C.Capitolo LII.I prigionieri.
Su la soglia di quel medesimo e misero tugurio della Chiappa, a’ piedi di monte Osèro, dove già scorreva una vita tranquilla e modestamente lieta la famigliuola dei Rinolfo e che, da lungo — dopo la morte del vecchio Luca — trovavasi muta, diserta, spalancata a’ quattro venti e dominio de’ topi e delle lucertole; teneasi adesso in atto sospettoso e quasi in vedetta il protagonista di questa nostra istoria.
Il verno era in tutto il suo stridore; le circostanti campagne e massime i colli ed i monti, coperti interamente da un altissimo strato di neve, biancheggiavano al raggio della luna, spandendo tutto intorno un luciore vivo insieme e melanconico, su cui spiccavano nere e taglienti le ombre pesanti della notte.
Non percepivasi suono il più lieve per quanto s’acuisse l’udito; la terra pareva una sterminata necropoli, in cui tutto fosse morto; gli uomini come gli animali, gli alberi come le erbe.
Solo — di tratto in tratto — uno squillo lontano,lontano, flebile come il sospiro ultimo di un moriente, fendeva l’aria diacciata e andava a perdersi per le convalli, ripercosso in vibrazioni infinitesimali, che pareano il tremolìo di un’arpa, toccata non dalla mano dell’uomo, ma dal soffio di tramontana.
Era probabilmente la campana di Cogno San Savino, che suonava l’Angeluse leAvemmariedella sera.
Dentro il casolare — nella più riposta sua stanza — ascondevasi una donna tutta imbacuccata in un grossolano ferraiolo virile, tra le pieghe del quale studiavasi amorosamente d’avvolgere una bambinetta poco più in su dei due anni.
Quella donna noi l’abbiamo vista una prima volta a Parma, sin dal principio di questa narrazione, in circostanza del solenne ingresso che vi fece papa Paolo III; l’abbiamo riveduta nella rôcca di Camia, al momento in cui vi facevano invasione e massacro i Nicelli; poi a Castell’Arquato presso i signori di Santafiora; poi a Perugia, durante la guerra del sale, e finalmente l’abbiamo perduta di vista a Castel Leone di Cremona, d’onde l’aveano presumibilmente allontanata le insidie di Pellegrino di Leuthen e di Olimpia de’ Marazzani.
Quella donna, era la nostra Bianca della Staffa.
Ma, ohimè, quanto cangiata!
Era sempre giovine, ma di quella giovinezza infelice che già fievolmente combatte contro gli assalti di una precoce maturità; — era sempre bella, ma di una bellezza pallida, meditabonda, severa, assai più fatta per ispirare la reverenza e la pietà che non i dorati sogni d’amore.
E stava seduta, o piuttosto, accoccolata s’uno scannello, con in braccio quella bionda creaturina, che sbatteva i denti pel freddo, e — a quando a quando — volgevaall’uscio uno sguardo insieme ansioso e trepidante, come sperasse o temesse di là dovesse giungerle qualche fausto od infausto annunzio.
Come accadeva tutto ciò?
Spiegamolo al lettore.
Terremoto — come frequentemente ci corse obligo di avertirlo — non brillava nè per intelligenza nè per perspicacia. Contento però d’aver contribuito — e come! — al rovescio de’ malaugurosi progetti macchinati dai Fieschi ed anche un poco da Pierluigi Farnese; e’ se ne riedeva a Piacenza, preoccupato solo di adempiere allo incarico affidatogli da’ suoi due signori ed amici, ch’era quello di speculare come si trovassero le faccende in seno alla novella corte farnesiana e di riferirne loro a pena fossero di ritorno.
Mai più s’imaginava il dabbene, che qualcuno degli uomini, spediti dal duca in soccorso de’ Fieschi e ch’erano retrocessi prima di lui, si fossero informati, inanzi di partire da Genova, dei particolari della morte di Gianluigi e ne potessero additare in lui l’uccisore.
Invece, tanto appunto era intervenuto e Pierluigi Farnese, che avea risaputo ogni cosa, non solamente sentivasi animato dal più acerbo sdegno contro di lui, ma eziandio contro il conte Anguissola ed il capitano Giovanni Osca, di cui egli era riconosciuto a corte come familiare e valletto.
Ned era questa la prima volta che Pierluigi concepiva sospetti sul conto di Terremoto.
Sin da quando lo rivide in Piacenza a’ fianchi di que’ suoi due capitani, gli parve di riconoscere in lui il formidabile gigante che — a due riprese — prima a Castell’Arquato, poscia a Perugia — gli aveva strappato di mano la giovine della Staffa.
Ma sì lungo tempo era intercorso, da un lato; dall’altro, non stimando di averlo più a temere; punto o ben poco se ne curò.
Adesso, per altro — udendoselo denunziare quale suo perseverante nimico e ministro primo di un delitto di sangue, che rovesciava, a un tempo, uno dei suoi piani meglio combinati — tutto il suo antico livore gli si risvegliò nell’animo feroce e — dal letto, su cui lo teneano chiovato gli abituali malanni — impartì l’ordine al Bombaglino ed al Trentacoste che — se mai quel furfante osasse ripresentarsi a Piacenza — venisse tosto arrestato e tradotto nelle carceri della cittadella.
Quando, dunque, il buon Terremoto — insciente affatto del destino che l’aspettava — fece ritorno in Piacenza, ivi trovavansi già in agguato gli sgherri dei due capitani del duca, pronti a rovinargli addosso a pena venisse loro dato di scorgerlo.
E siccome — dalle descrizioni, che ne avea fatto il medesimo duca, e dal ricordo di quanto era toccato a parecchi di loro nell’osteria della Magione, al Bombaglino in ispecie — sapevano con che razza d’uomo avessero a fare; ci si erano messi in molti, ed armati tutti sino ai denti, e muniti di un intero arsenale di funi e di catene, perchè — ad ogni modo — non riuscisse a scappar loro dall’ugne.
Nè, infatti — malgrado la sua forza fenomenale — egli vi riuscì.
Inerme affatto, sovraccolto alle spalle da mezza serqua di quegli eroi, imbavagliato, stretto da ceppi e da corde, alle braccia e alle gambe, prima ancora che avesse il tempo di orizontarsi e di sapere tra quali mani fosse caduto; egli non potè tentare che una debolissima resistenza e — in onta a questa — vennecoricato su d’una carriuola, trasportato a braccia in cittadella ed ivi chiuso nella prima carcere che si trovò sgombra.
Al momento in cui Terremoto cadde in balìa dei sbirri di Pierluigi, che potevan essere intorno alle quattr’ore del pomeriggio, il duca — informato dell’avventuroso caso — nissun provedimento volle, o potè assumere a di lui riguardo, dappoichè stesse contorcendosi sotto gli spasimi delle sue sordide malattie e fosse, frattanto, inteso a farsi ripetere e confermare per la millantesima volta l’oroscopo trattogli dal suo astrologo nel 1537 e che leggeva: «Saturnus genituræ Dominus ab Jove recepitus tibi annos pollicetur 70, vel circiter.... Mors tua erat naturalis, sed provenient ex nimia humorum ubertate, seu cattharali suffocatione, aut nimio coitu post crapulam,» e l’altro trattogli cinque soli anni prima e secondo il quale gli era presagito che Venere «tibi gaudia, et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur, dumodo nimiam bibitionem, crapulam, e crebrum, sive nimium coitum effugias» e simili corbellerie.
Terremoto venne però cacciato — come abbiamo detto più sopra — entro il primo carcere, che si trovò spiccio, ch’era una stambergaccia, al pianterreno della cittadella, avente luce da due piccole finestruole aperte su l’alto delle muraglie verso un cortiletto interno, e ch’era tutta quanta ingombra d’arnesi dalle più strane ed orribili forme.
Quella stambergaccia dal pavimento terreo ed umidiccio, dal vôlto basso, schiacciante ed affumigato era, difatti, la camera dei tormenti.
Gli scherani lo aveano, di prima giunta, buttato là dentro, perocchè tutte l’altre prigioni fossero occupate da altrettante vittime della farnesiana tirannide.
Lasciato solo, il gigante si guatò intorno intorno per riconoscere il luogo; osservò e palpò ad uno ad uno — non senza qualche ribrezzo — i cavalletti, gli eculei, le ruote, i cunei, i brageri e gli altri diversi stromenti di supplizio che a quello faceano da mobiliare e — visto giacere in un canto un saccone rimborrato di paglia, che — in mancanza di meglio — potea fungere da letto; com’era alquanto stracco per la camminata fornita, vi si sdraiò sopra e — con la tranquilla coscienza del giusto, malgrado i pericoli di morte, da cui era intorniato — non istette guari a lasciarsi vincere dal sonno.
Stringendo il verno, la notte era presto calata.
Terremoto dormiva forse da un paio d’ore, quando si destò di sobbalzo sotto l’impero di un pauroso sognaccio, che avea attinto tutte le proporzioni e i caratteri dell’incubo. Pareagli, dormendo, d’essere, a sua volta — come avea visto il misero suo signore Giovanni Camia — legato in croce a due legni e, da un orda di satanassi e di gnomi, che gli sputavano in faccia faville e brage ardenti, mutilato e scuoiato vivo.
L’orrore lo fece levar su un cotal po’ sul suo giaciglio di paglia e starvi alquanto tra lo sdraiato e il seduto, come in trepida attesa.
In quella tenzione de’ sensi, frammezzo il perfetto silenzio che regnava per la cittadella, gli giunse all’orecchio un gemito così fioco, così a pena percettibile, che sembrava un sospiro.
Prestò maggiormente attenzione e il gemito si rinnovò; catellon catellone si trascinò verso la parte, d’onde parea provenisse, e lo udì ripetersi anche più distinto, ed allora — per una di quelle repentine intuizioni, che son pur nel vero, ma delle quali arduo riesce il rendersi un conto esatto — credette riconoscerein quel languidissimo suono la voce della diletta sua signora.
Nè un siffatto pensiero gli ebbe così tosto attraversato il cervello che la riflessione soccorse a dimostrarglielo oltremodo fondato. Bianca era stata rapita da Castel Leone per ordine, al certo, di Pierluigi Farnese; Bianca trovavasi, dunque, in balìa di costui: nulla, quindi, di più naturale ch’ella pure gemesse sepolta entro quella tomba di vivi.
Ma un uomo della devozione, del carattere, della tempra, delle abitudini di Terremoto non poteva, non doveva arrestarsi a quelle semplici deduzioni. Sinchè si fosse semplicemente trattato di lui, egli poteva benissimo, con quella trascuranza ch’era un pochino distintivo de’ tempi, lasciar correre le faccende per la loro china ed anco affrontare indifferentemente la morte; ma — dappoichè si trattava della sua signora — mutava specie; bisognava, a ogni costo salvarla.
Il dubio di pigliar equivoco, di cadere in errore, non gli si affacciò tampoco alla mente: questa — o piuttosto il core — gli aveva detto che la sua vicina di carcere doveva essere Bianca della Staffa ed omai gli parea cosa certa quanto una verità matematicamente provata.
Non gli rimaneva, quindi, che trovare il modo di trarla a salvamento ed — anzitutto — quello di avvicinarla e parlarle, nè per ciò poteva scorgerne uno diverso dallo aprirsi un adito nel muro e penetrare sino a lei.
Chiunque altro si sarebbe sgomentato così ad un tanto temerario proposito, da non tentarlo neppure; ma Terremoto no.
Egli, invece — giovandosi del poco lume, che piovea nello stanzone dalle due finestruole — e che le nevirendevano meglio efficace — trascelse, fra gli arnesi di tortura, ond’era circondato, tutti quelli che più potevano servirgli alla bisogna, come a dire: cunei e pungiglioni di ferro, mazzuoli e bracci di leva, e — con essi — si riaccostò di nuovo al punto della parete, da cui aveva udito più sensibile il gemito della supposta prigioniera, e si accinse risolutamente all’arduo suo cómpito.
Non rompeva ancor l’alba che egli già lo aveva ultimato.
Un foro riquadro d’un metro circa per ciascun lato lo metteva in comunicazione diretta con l’ambiente, da cui gli era giunto all’orecchio il gemito rivelatore.
Vi entrò carpone.
Non s’era ingannato.
In quell’ambiente trovavasi Bianca della Staffa, con tra le braccia una piccola creaturina. Senonchè l’ambiente, invece d’una prigione, era una magnifica ed ampia stanza da letto splendidamente addobbata, la quale di prigione non avea altro che i robusti usci serrati e le grosse spranghe di ferro che ne sbarravano le finestre.
Tenuta desta dallo inconsueto e strano martellare di Terremoto — da molte ore — stava Bianca vegliando, sospesa sempre, tra la paura e la speranza.
Dire quale tumulto di affetti suscitasse nel di lei animo l’apparizione improvisa del suo antico e fedele familio, non è attributo concesso alla fredda parola del narratore.
Ella fu sul punto di svenire.
Terremoto si struggeva pel desiderio di interrogarla. Ma, in quel medesimo punto, un pallido raggio di sole, che penetrava per le socchiuse imposte ed uno scricchiolìo, che si fece sentire nella camera attigua,lo consigliarono a temporeggiare e a riguadagnare sollecito la propria prigione, dopo aver mormorato all’orecchio della signora.
— Tenetevi pronta!... bisogna scappare!
Lo scricchiolìo era prodotto da una chiave che girava nella toppa.
A pena, infatti, Terremoto fu rientrato nella camera dei tormenti, che l’uscio se ne schiuse ed un grosso omaccione, dalla grinta tutta butteri di vaiuolo e bitorzoli vinosi, vi si fe’ inanzi, dondolandosi a mo’ d’un papero, e recando nell’una mano una scodella di cattiva zuppa e nell’altra un piccolo orcio ripieno d’aqua.
Il mazzo di chiavi che gli penzolava dalla cintola lo denotava a sufficienza pel carceriere.
Costui s’introdusse sbadatamente nella sala della tortura, senza sapere con quale razza d’uomo si avesse da fare.
I berrovieri che, il dì inanzi, s’erano impadroniti di Terremoto — cacciatolo entro quella sala, come l’unica spiccia, e scioltolo affrettatamente de’ molti vincoli, onde lo aveano stretto — non ad altro pensarono se non ad uscirne, con l’ali ai piedi, ed a rinchiuderne la porta a chiavistello con la chiave che trovavasi di consueto in su la toppa e che — solamente dopo quella cattura — l’uno d’essi tolse dalla serratura e consegnò al carceriere, affinchè l’aggiugnesse allo enorme suo mazzo, ma senza — per altro — porgergli schiarimento ed aviso alcuno circa il novello suo carcerato.
Egli è però — ripetiamo — che costui si fece innanzi, con la sua brocca d’aqua nell’una e la sua scodella di melopia nell’altra, senza dubitare, nemmeno per sogno, d’aversi a trovare di fronte d’unuomo, che — se manco ignorato — potea lasciare di sè la fama istessa del mitologico Ercole e del biblico Sansone.
Questi — per contro — era tanto in su lo aviso che — fossero pur stati dieci, e non uno solo, gli uomini, che sovraggiungevano a visitarlo — egli avea già seco medesimo divisato di combatterli e sterminarli tutti.
Figuriamoci poi trattandosi di uno solo!
Povero carceriere!
Non era egli, infatti, così entrato nella prigione e mentre stava tuttavia girando intorno intorno l’occhio imbambolato, per riconoscere il suo nuovo pigionale; che due branche di ferro lo azzanarono a’ lombi e, sollevatolo di pianta, lo slanciarono a fracassarsi il cranio contro i denti ferrati d’una ruota da supplizio.
Il misero — a pena si sentì, in tal maniera, aggredito — lasciò cascarsi l’orcio da un lato e la scodella dall’altra ed — agitando disperatamente le braccia — raccolse tutto il fiato, che avea ne’ polmoni, per mandar fuori un alto grido d’all’arme; ma fu sì rapido ed inaspettato l’attacco, che il grido gli morì in un rantolo nella strozza.
Battendo con la nuca sul ferreo ordegno, contro il quale Terremoto lo avea scaraventato di tutta forza, l’osso craniale gli si spaccò in due, come una boccia incrinata, e le cervella schizzarono a bruttare le pareti ed il pavimento della lurida stanza.
Vistolo immoto, il gigante gli fu immediatamente sopra, gli staccò dalla cintola il mazzo delle chiavi; indi volò alla porta, rimasta semichiusa.
Ne uscì pian piano, la rinchiuse e la chiavistellò.
Per tal modo, egli assecuravasi che nessuno potesse entrare nella sua carcere e scuoprire la morte del carceriere e la sua evasione.
Benchè tardo di mente, la gravità del pericolo, l’urgenza di scamparne, gli davano una facilità di concezione che non era da lui.
L’uscio della camera de’ tormenti metteva ad uno angusto corritoio, il quale — a destra — andava a sboccare in un’ampia sala, tutta contornata di grezzi seggioloni a cuscini di cuoio e con in mezzo un grande tavolo coperto da un negro tappeto. Probabilmente era la sala de’ giudizi: e questa adduceva ad altre, che poi aveano sfogo su d’un cortile.
Da simil parte non poteva, dunque, convenire lo avventurarsi, imperocchè fosse ovvio che — per quanto si dovesse approdare a un egresso — tornava indispensabile il transitare per ambienti abitati e custoditi sa Iddio da quale sterminato novero di servidori e di sgherri.
Laonde Terremoto retrocesse e tentò l’altro ramo, che si prolungava a sinistra.
Questo terminava ad una stretta e bassa postierla, al sommo della quale, un piccolo occhio di pavone sbarrato di ferro, lasciava scorgere chiaramente come, per essa, si potesse uscire liberamente all’aperto.
Era, di fatto, la postierla per cui si smaltivano i cadaveri de’ morti in prigione, o sotto gli spasimi della tortura: una specie di porta libitinense.
Felice dell’avventurata scoperta, il buon Rinolfo ne osservò attentamente la serratura e si dispose ad esperimentarvi su — l’una dopo l’altra — tutte quante le chiavi penzolanti dal grosso anello, che teneva fra mani. Ma non ebbe mestiere di esaurire tale uggiosa bisogna: al secondo giro della terza chiave la stanghetta della toppa cedette, la pesante postierla girò silenziosa su’ propri cardini ed egli potette convincersi di non essersi male apposto supponendo che,per essa, si avesse direttamente adito fuori delle mura della cittadella.
In due salti, egli ritornò, quindi, alla camera dei tormenti, e, da questa — sgattaiolando pel foro che egli stesso avea poco prima praticato — passò in quella, dove trovavasi Bianca, e — senza trattenersi in perigliose ed inutili spiegazioni:
— Seguitemi — le disse, con tono quasi imperioso — possiamo fuggircene, senza alcun rischio.
La giovine donna lo guatò stupita, come mal sapesse acconciarsi a prestar fede a quelle sue iattanti promesse; ma egli non le lasciò agio nè di muovergli una domanda od una obiezione, nè di smarrirsi nei dubî e nelle paure e — strettala per una mano:
— Seguitemi, madonna — le ribattè — seguitemi subito, o guai per l’anima vostra!
Bianca, dominata, non ebbe cuore di muover verbo; si strinse al seno la bambinetta, che le dormiva fra le braccia, e lo seguì.
Pochi minuti dopo erano fuori della cittadella.
La sera dello stesso giorno ricovravano nel casolare della Chiappa, dove li abbiamo visti al principio di questo capitolo.