GALILEO GALILEIE IL SUO INGEGNO CRITICOImmagine decorativaDDi recente in Francia un dramma del signor Ponsard ha subitamente rialzata la fama di Galileo, che giacevasi ancora dei colpi datile, or fa qualche anno, dall'Arago. Oggi colà è un gran parlare e discutere sopra di lui, la sua vita, l'ingegno, l'opere sue, con quel misto di entusiasmo devoto e di protezione, di dotto acume e di leggerezza elegante, che i francesi mettono in ogni cosa. Capricci della gloria! dirà qualcuno: ma intanto a noi giova osservare come la grandezza vera abbia essa sola questo privilegio di fare rinascere, a certi intervalli di tempo, un periodo ovegli animi sono tratti ad occuparsi di lei come di cosa nuova, a rimettere in campo, quasi per amor suo, antiche questioni, ad agitarle con energia appassionata come se fossero sorte ieri.
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Di recente in Francia un dramma del signor Ponsard ha subitamente rialzata la fama di Galileo, che giacevasi ancora dei colpi datile, or fa qualche anno, dall'Arago. Oggi colà è un gran parlare e discutere sopra di lui, la sua vita, l'ingegno, l'opere sue, con quel misto di entusiasmo devoto e di protezione, di dotto acume e di leggerezza elegante, che i francesi mettono in ogni cosa. Capricci della gloria! dirà qualcuno: ma intanto a noi giova osservare come la grandezza vera abbia essa sola questo privilegio di fare rinascere, a certi intervalli di tempo, un periodo ovegli animi sono tratti ad occuparsi di lei come di cosa nuova, a rimettere in campo, quasi per amor suo, antiche questioni, ad agitarle con energia appassionata come se fossero sorte ieri.
Altra causa speciale concorre a tener viva la fama e lo studio di Galileo. Tutti sentono che con lui e per lui s'apre una grande epoca nella scienza universale: non è dunque solo questa o quella classe di dotti, che intende l'importanza dell'opera sua. Uno storico della filosofia infatti, omettendo oggi di parlare a lungo di Galileo, lascierebbe non minore lacuna nella sua opera, d'uno storico della astronomia o della fisica, che peccassero d'uguale omissione. Anzi io penso che con qualche scoperta di meno (e delle sue più importanti) egli non sarebbe meno grande nè per avventura meno celebre, venendogli e grandezza e celebrità massimamente da un titolo universale, che trascende ogni altro ordine del merito nella scienza. M'affretto ad aggiungere che questo titolo risiedenella potenza dell'ingegno critico, che Galileo ebbe più d'ogni altro nel suo tempo, e come pochi altri in tutta la storia dello scibile umano.
Anzi tutto badiamo d'intenderci sui termini. Ciò che inizia e dà forma ad un'epoca scientifica o artistica è quasi sempre la critica della scienza o dell'arte contemporanea ed anteriore. Così l'età di Socrate esordisce colla critica de' Sofisti, l'età del Rinascimento colla critica dell'autorità e delle forme medioevali. Studiando adunque nella storia della scienza un periodo di movimenti innovatori bisogna anzi tutto tener d'occhio l'attività dell'ingegno critico e i modi coi quali si fa strada di mezzo al rimescolio delle opinioni cozzanti, e vedere le varie parti che assume, nel distruggere prima, poi nel ricostruire d'antichi e nuovi elementi l'epoca, che per lui s'inaugura. Distinguiamo pertanto due ordini d'ingegni critici, rispondenti alla duplice maniera di critica chedà fuori e si esercita sopra il contenuto della scienza anteriore e contemporanea. La prima maniera considera i fatti particolari senza volere o potere ascendere alle loro più riposte sorgenti; anzi per tale ignoranza turbando spesso l'ordine scientifico e la verità storica, pretende universaleggiare questi fatti e li scambia, essi effetti, colle veraci ed alte loro cagioni. È questa la critica addottrinata, paziente, minuziosa, sottile, che si intende e si usa comunemente dagli ingegni mezzani, non senza profitto grande, a dir vero, finchè essi si rimangano ne' cerchi minori dello scibile, o meglio ancora, quando si associno all'opera degli ingegni eminenti e loro sgombrino la via degli impacci volgari o loro traducano ad applicazioni scienziali e pratiche le somme cogitazioni e discoperte. — Ed ecco che siamo venuti di conserva tratteggiando alcune qualità di tali ingegni eminenti: ma ciò veramente che fa il loro nerbo principale e li leva sulla comune, si è la potenza superiore dellafacoltà critica colla quale scrutando e giudicando la scienza anteriore e contemporanea, non solo ne rilevano i difetti parziali, ma sanno cogliere ciò che havvi di fondamentalmente difettivo in essa. Per tal modo gli ingegni mezzani correggono più che altro la forma: gli eminenti rimutano la sostanza, e da essa si versano ai corollari estrinseci, facendo correre un nuovo alito di vita fecondatrice per tutto l'albero enciclopedico.
L'epoca del Rinascimento scientifico, che fu massimamente italiano, s'apre e si chiude con una falange numerosa di fortissimi ingegni: l'Aconzio, Leonardo da Vinci, il Porta, Telesio, Bruno, Campanella, Bacone da Verulamio, Cartesio e parecchi altri. Su tutti questi giganteggia, a nostro avviso, la figura di Galileo Galilei, perchè egli solo fra tutti questi possedeva in grado eminente l'ingegno critico per cogliere la vera magagna della scienza vecchia, e v'aggiungeva acutissima l'attività sperimentale e l'energia inventivaper inaugurare la scienza nuova. Vediamo nella storia come questa massima trovi conferma.
Mentre in Italia Galileo s'adoperava a restaurare definitivamente le scienze sperimentali, Cartesio in Francia intendeva al medesimo fine, massime nel campo psicologico. Questi, parlando di Galileo, ci mostra di non partecipare punto per lui all'ammirazione di Keplero e degli altri contemporanei. E non fa meraviglia. Per poco, di fatti, che si paragonino la fisica del turennese con quella del fiorentino, appare che le cagioni di dissenso fra loro due non potevano mancare. Il silenzio del Cartesio rispetto a Galileo e le sue scoperte, per cui si levava tanto rumore per tutta Europa, eccitava già mormorazioni e sospetti d'invidia, quando quegli si risolvè a dar fuori il suo giudizio.«Galileo in generale filosofeggia assai meglio dei volgari; respinge più che e' può gli errori delle scuole e s'adopera a conoscere i fatti fisici con ragioni matematiche. In questo mi accordo con lui e convengo che non vi ha altro mezzo per conoscere tal sorta di veri. Ma d'altra parte io trovo, che molto ancora gli manca, perchè esce di continuo in digressioni e non si ferma a spiegare quanto basta alcuna materia: ciò che mostra non averle eglitutteesaminate per ordine, e che lasciando di scoprire le prime cause della natura, e' s'è contentato di trovare solo le ragioni di qualche effetto particolare. Per la qual cosa egli ha fabbricato senza fondamento.»
Il Cartesio accenna qui solo di passaggio e quasi sbadatamente ad uno dei pregi massimi della filosofia galileana; vo' dire l'applicazione delle leggi matematiche allo studio dei fatti naturali, pel quale fatto solamente la fisica potè costituirsi e mantenersi in dignità di scienzauscendo per sempre dalle fluttuazioni dell'empirismo volgare. Subito dopo viene innanzi coll'accusa al Galileo di non avere egli esaminate in ordine tutte fino ad una le materie scientifiche, e per non essersi rifatto dalla conoscenza delle prime cagioni. Questa accusa, è di gran momento, non perchè abbia in sè alcun saldo valore critico, ma perchè essa esprime un pregiudizio comune al Cartesio e a tutti gli scienziati del suo tempo: dirò di più, un pregiudizio, che pesò sulla storia intera della scienza, e ne impedì e ritardò pertinacemente i progressi. Questa censura dunque guardata coll'occhio della critica si risolverà nella attestazione del capital merito di Galileo, per il quale egli si leva sovrano di molte epoche, e si rivela come uno degli ingegni più benefici che abbiano mai avvantaggiati i progressi della scienza.
Vincenzo Gioberti in un luogo d'oro della sua Protologia apre un capitoletto intitolato:Posizione della questione. Topotesia(Vol. I. 3.)Ivi è detto: «Il primo fondamento della scienza è di determinare e descriver bene i problemi. Quando il problema è mal posto non si può venire a capo d'una buona soluzione, ancorchè si disputasse in eterno.»
Una vera ed utilissima teoria è questa senza dubbio; ed essa ne richiama un'altra non meno utile, non meno vera e trascurata affatto nelle trattazioni del metodo. Gioberti proclama l'importanza del collocamento o giacitura delle questioni in ordine al processo, o vuoi organismo scientifico di un libro, d'una disputa etc., e non avverte di far rilevare tale importanza di collocamento anche in ordine al tempo. Omissione non del Gioberti solo, ma in genere degli investigatori del metodo, che talvolta s'aggirarono intorno a tal concetto, ma o non lo colsero in pieno o non lo misero in quella luce, che merita. Ove alla Topotesia si fosse aggiunta la «Cronotesia,» quanti errori e divagazioni e ritorni faticosi, si sarebbero risparmiati al pensieroumano che su tante materie oggi si meraviglia e s'indegna di trovarsi, dopo viaggio di secoli, al punto donde s'era partito! — La Cronotesia è nient'altro che l'applicazione del massimo criterio della scuola storica a giudicare l'intimo movimento del pensiero filosofico e scientifico rispetto ai problemi, tanto psicologici che del mondo esteriore. La forza e importanza critica della Cronotesia appare formulando così:
— Dato un problema scientifico in un certo momento delle civiltà, si domanda: il pensiero umano trovasi egli in grado di risolverlo, oin che terminipuò risolversi? —
Ognun vede che rispondendo a tale domanda lo spirito scientifico viene come a concepire un adeguato concetto delle sue forze subbiettive e del progresso storico fatto in ordine a quel dato problema e de' mezzi estrinseci, che si posseggano, accomodati o no a risolverlo; tutte cose necessarie per tenere l'ingegno in un ambito dispeculazioni proporzionate alle sue facoltà. Disgraziatamente l'antichità non conobbe questa maniera di cautela, la quale non è altro che una capitalissima legge di metodo. Essa, non consultando che il proprio desiderio di sapere, interrogò tutti i segreti della natura, affermò, negò, distinse, suddistinse, incastellando ingegnosamente una enciclopedia anzi tempo nata, che la forza della critica doveva in molte sue parti diroccare.
Quando il popolo dicefilosofoosapiente, intende uomo, che sa tutto, e se è costretto a chiarirsi del contrario, fa le meraviglie. Questo concetto popolare esprime ancora al vivo la grande illusione dell'antichità: una volta che la mente umana si volgeva ad indagare il principio e l'esser delle cose, essa dovea rendersi ragione di tutto, e non v'erano limiti nè alle indagini, nè alla evidenza. Bastava porre un principio, perchè da quello si dovesse svolgere appuntino un sistema compiuto, esplicativo ditutto l'essere. Tale illusione era facile e direi quasi fatale, essendo proprio dell'ingegno umano ciò che gli aristotelici erroneamente attribuivano alla natura, vo' dire l'orrore del vuoto, e il vuoto in questo caso è l'ignoranza. Potentissimo nell'animo nostro il bisogno di conoscere su qualunque materia: quando poi si tratti di quelle nozioni, che si attengono al principio ed al fine delle cose in universale e dell'uomo in particolare, questo bisogno diviene irresistibile e vuol essere soddisfatto onde a ragione dice il Kant nella prefazione alla suaCritica della ragione pura, che l'uomo è destinato da natura a travagliarsi in perpetuo intorno ai problemi fondamentali dell'essere e della vita, avvenga che può. Manca una ragion vera? E' si appaga d'una imperfetta. Non vale l'ingegno? Entra in campo l'immaginazione, e avanti sempre.
Quando noi ci andiamo figurando il quadro storico della scienza, ci pare di vedere il pensieroumano procedere laborioso, lento e circospetto accertando il noto e poggiando grado grado all'ignoto. Ma lo studio dei fatti ci mostra tutt'altro. Ad ogni tratto della lunghissima via quanti stacchi recisi, quanti salti, quante lacune lasciate addietro; come spesso si è precipitato a conclusioni lontanissime da princìpi appena intravveduti! — Talete, a modo d'esempio, osserva che nelle composizioni e nel dissolvimento degli esseri di natura l'umido ha parte costante, ed eccolo a conchiudere, l'acqua principio facitore e governatore di tutte cose.Ex aqua cuncta fingit.Parmenide vede il caldo e il freddo alternarsi confondersi, contrapporsi in natura con visibili effetti, e spiega tutto con questi due princìpi. Si tien conto del fondo comune che è negli esseri, ed eccoci alla unità immobile di quei d'Elea: nulla nasce e nulla muore. Si tien conto del movimento e mutamento in cui versano le cose e siamo alla varietà degli Joni, ed al perpetuo flusso eracliteo.Ecco ancora perchè la scienza nella antichità assume forma poetica, che è quanto dire l'antitesi del rigoroso processo scientifico e mette insieme con valore e ufficio presso che eguali riflessione ed immaginazione. Però ne' poemi indiani trovi l'enciclopedia bell'e compiuta, e vi si dà la ragione d'ogni cosa dalle somme astrazioni ai precetti di grammatica di liturgia e d'igiene; presso i greci ne' poemi d'Esiodo e d'Empedocle e più tardi ne' poemi latini e fino in tempi molto presso a noi, sotto forma poetica venne significata questa scienza senza misteri e senza confini. Sapete di che cosa dissertasse il chiamato Jopa alla mensa di Didone? Sentite:
Hic canit errantem lunam, solisque labores;Unde hominum genus et pecudes, unde imber et ignesArcturum, pluviasque Hyadas, geminosque Triones;Quid tantum oceano properent se tingere solesHiberni, vel quae tardi mora noctibus obstet.(Æn. I.)
Hic canit errantem lunam, solisque labores;
Unde hominum genus et pecudes, unde imber et ignes
Arcturum, pluviasque Hyadas, geminosque Triones;
Quid tantum oceano properent se tingere soles
Hiberni, vel quae tardi mora noctibus obstet.
(Æn. I.)
E nell'Egloga IV tutto questo ed altro apprendeva un bravo pastore a' fanciulli stupefatti:
.... uti magnum per inane coactaSemina terrarumque, animaeque marisque fuissent.Et liquidi simul ignis: ut his exordia primisOmnia, et ipse tener mundi concreverit orbis.
.... uti magnum per inane coacta
Semina terrarumque, animaeque marisque fuissent.
Et liquidi simul ignis: ut his exordia primis
Omnia, et ipse tener mundi concreverit orbis.
E via di questo passo aggruppando e risolvendo alla lesta le più importanti questioni sull'ordine cosmico, ognuna delle quali parrebbe oggi troppo grave ad una intera accademia di scienziati. — Se corriamo di fatti col pensiero ai tempi nostri, vediamo che di tante affermazioni la scienza attuale non una forse osa porre con vera certezza, malgrado il perseverante lavoro di tanti secoli. Sconfortante paragone! È naturale che si domandi perchè mai il pensiero umano invece di progredire alla conquista della certezza in modo proporzionato a così prosperi cominciamenti, abbia declinato per modo, che tutto il nostro sapere moderno quasi sempre non ci consente che ipotesi ovegli antichi professavano dommi. E sì che d'altra parte il progresso è innegabile: maestri a maestri, scuole a scuole si sono succeduti, e tutti attraversando di loro fugace dominazione il teatro della storia del pensiero, hanno versato a piene mani nel tesoro del sapere comune studi e sistemi, cosicchè credereste oggi i materiali alla scienza sovrabbondare. Ma intanto questa scienza compiuta non si è fatta, e ci persuadiamo ogni dì più che ne siamo ben lontani ancora. Dove gli antichi predicavano netto l'aforisma, noi timidamente poniamo l'ipotesi. Direste lacertezzaallontanarsi dalla mente umana, quanto più ladottrinas'approssima a lei.
Tutto ciò vuol dire che insieme col maturarsi degli ingegni e al crescere della dottrina, s'è andato svolgendo e ha preso dominio nello spirito umano una facoltà, che anticamente dormiva nel suo seno quasi allo stato di pura potenza. Questa è lafacoltà critica, che via via nel corso dei secoli ha preso il luogo di quellafidente spontaneità, di quelle intuizioni potenti e quasi divinatrici, onde vigoreggiava il pensiero antico. — Il criticismo (tanto bistrattato da alcuni) non consente più è vero allo spirito umano, que' subiti slanci di speculazione, o la tranquillità sistematica d'una volta; ma contentiamoci che in cambio ci salva dal peggiore de' mali, vo' dire lo scetticismo. Badate che per tale io credo doversi solo intendere quell'abito negativo e sofistico del pensiero col quale esso corre studiosamente in cerca della contraddizione e di essa s'appaga e perde la fede nella scienza, fino a negarne la possibilità. Or bene, o che io m'inganno a partito, o il pensiero moderno non soffre di questo male: egli va circospetto, non isconfortato, commisura scrupolosamente la certezza alla evidenza e non teme di sospendere a lungo gli assensi, che vuol solo prestare alvero veduto; ma ha fede nella scienza e nel suo avvenire. Il criticismo insomma anzichè stare, a detta di Gioberti, incomunella collo scetticismo, costituisce, nell'ordine scientifico, la sua negazione più razionale ed il più valido suo preservativo. Infatti gli antichi, che non conobbero criticismo vero, patirono di tratto in tratto i più fieri assalti dello scetticismo. E naturalmente; poichè alla baldanza del troppo affermare la mente umana era tratta a contrapporre, per impeto di natural reazione, la smania del negare e il disgusto d'ogni speculazione e lo sconforto profondo, che tien dietro alle illusioni prosuntuose. Nessuno meraviglierà quindi di vedere alle scuole de' Pittagorici, degli Eleati e dei Joni, succedere l'epoca dei Sofisti. La Sofistica fu una forma di scetticismo col quale, omai stanco, il pensiero greco si vendicava dispettosamente di tutta quella baldanza sistematica mettendo in aperto quanto era di difettivo e di contraddittorio nelle tre celebri scuole. Lo stesso con altro intendimento aveva fatto per lo innanzi Zenone d'Elea. Questa epoca della filosofia greca ènella storia della scienza pari a quella assai penosa età dell'uomo, nella quale cadono le illusioni della giovinezza, e il vero della esistenza si presenta la prima volta all'anima nella sua austera nudità: se in quel brusco trapasso non ci sovviene una virile speranza si corre gran rischio di restarne per sempre anneghititi. Età questa degna di grande studio e feconda più che altra di utili ammaestramenti per chi sappia cogliere in quella sparpagliata diversità le cause, che l'hanno originata e segretamente la governano. Così il fisiologo nelle convulsioni più dolorose dell'organismo vivente impara a conoscere fenomeni e leggi, che nelle tranquille funzioni di quello non gli si erano manifestate.
Dopo viene Socrate. Egli ebbe senza dubbio ingegno altissimo, se seppe ficcar l'occhio così bene nella natura dell'ingegno umano e ne' bisogni della scienza del suo tempo, da poter accennare il vero rimedio. Tanto Senofonte chePlatone ci mostrano Socrate di continuo occupato a rimuovere, coll'arguto obbiettare, gli intelletti da quelle speculazioni sconfinate e fluttuanti, volgendoli ad un tema meno proporzionato alle loro capacità e di fondamentale importanza per la filosofia: l'uomo interiore. Tra le scuole sistematiche, che presumevano spiegare ogni cosa, e la sofistica di tutto dubitosa bisognava un uomo, che tentasse almeno d'apprendere alla ragione quello, che essa può fare e quello, che non può. E in questo senso va presa la sentenza di Cicerone, avere veramente Socrate fatta discendere la filosofia dal cielo. Questo sublime ufficio non è senza pericolo grave. Dire agli uomini a cui tanto accomoda credersi sulla retta via, che la via è sbagliata; svegliare in essi la coscienza sempre disgustosa della propria debolezza; prescrivere certi confini agli ardimenti della ragione, è cosa che troppo spesso tira addosso gli odî del volgo zotico e dottrinario. Socrate lo imparò a suespese e l'insegnò. Ma l'opera sua rimase: non già che dopo lui non ricominciasse subito la corsa vertiginosa de' sistemi, ma per molto tempo si durò a sentire l'effetto di que' potenti ritegni voluti da lui imporre alla ragione, e dell'esempio e della autorità sua si giovarono quanti tentarono poi di ricondurre la scienza al buon metodo.
Volendo trovare un uomo da porre a lato di Socrate in modo che, fatto luogo alle differenti condizioni dei tempi ed alle qualità originali, ciò che solo rende possibile il confronto, ne risulti vera somiglianza, bisogna discendere fino a Galileo. Ambedue vennero in tempo di passaggio ed inaugurarono un'epoca di rinnovamento che da essi prese nome: combatterono la presunzione, l'ignoranza e l'usurpata autorità. Socrate fu solo e Galileo ebbe compagni valenti nella sua opera; ma d'altra parte si noti, che Socrate discorrendo massimamente le verità morali ebbe a validissimo appoggioil retto senso degli uomini tutti, nei quali il germe dei veri di tal fatta non è mai spento in pieno, mentre Galileo, in questo poco o nulla poteva sperare, molto invece aveva a temere, che nelle speculazioni sulla natura fisica, il gran pubblico giudica solamente dalla autorità o dall'apparenza, e questa e quella stavano contro di lui; esempio il sistema Copernicano. Sotto pretesto di religione ambedue furono manomessi, perchè nelle arditezze innovatrici dell'ingegno, la superstizione di tutti i tempi ha veduto, a buon dritto, una minaccia. Se poi da queste somiglianze estrinseche si va a quella più riposta e sostanziale del carattere, mi pare di ravvisarla grandissima tra questi due in quella semplicità e schiettezza, che velano di modeste apparenze fatti meravigliosi. Donde principalmente la bella forma dello scrivere, congetturata nel primo dal leggere gli scolari suoi, manifesta nel secondo per le opere scritte, modello di stile. Ad ambidue è proprio l'epigramma garbato e laironia fine, che già prese nome di socratica[1]; questa appare temperatissima in Galileo, ma si vede a segni manifesti che e' vi pigliava gusto, quando non fosse impedito dal sussiego spagnolo, già entrato nei nostri costumi come nelle nostre lettere, e del quale non seppe in tutto tenersi mondo Galileo. A ogni modo neldialogo dei massimi sistemi, la figura di Simplicio mi pare un poco della famiglia di quelle dei sofisti nei dialoghi di Platone. Ma la somiglianza più importante, che accoppia queste due grandi figure nella storia della scienza, sta in questo: che come Socrate seppe trar fuori dal viluppo enciclopedico del sapere de' suoi tempi la scienza dell'uomo interiore, Galileo ne trasse la fisica, per opera del suo ingegno critico validamente esercitato sulla scienza contemporanea ed anteriore.
Le scienze sperimentali hanno una strana istoria. Nell'antichità un'infanzia vigorosa e fantastica, alla quale tien dietro subito decrepitezza lunga e sterile. Che cosa aggiungono infatti i bassi tempi di Grecia e Roma e tutto il medio evo all'opera d'Aristotile, di Ippocrate e di Tolomeo? Un incessante lavoro di ripetizione col quale la scienza, come girando sopra sè stessa, rimaneggiava sempre i vecchi elementi, apprestati in seguito in forma di autorità non disputabile. È ben vero che dai fornelli dell'alchimista e dalle combinazioni dell'astrologo e dalle ricerche di qualche ingegno solitario balzava talvolta qualche nuovo vero inatteso, chè il lavoro dell'intelligenza per quanto male avviato, non riesce mai inutile del tutto; ma in quei veri sparpagliati e fortuiti poco o nulla era ancora di scientifico, essendo soloscienza dove è «ordine di cognizioni» era soltanto buon governo di metodo; bensì come una preparazione ed un accenno a' tempi migliori. La virilità per le scienze sperimentali vien dopo la vecchiaia e sorge e si stende nel magnifico periodo, che va dal Rinascimento ai nostri giorni. Studiando quest'epoca del Rinascimento, si manifesta un complesso di fatti, che è conferma luminosa di ciò, che sopra dicemmo, sulla vera cagione che tenne inceppato lo studio della natura presso gli antichi; nè questo complesso di fatti parmi sia stato ancora, sotto un tale aspetto, meritamente illustrato dagli storici.
I primi ingegni, che cominciano a scuotere il giogo di Aristotile e della Scuola, vedono anzitutto il bisogno di una riforma nel metodo della scienza. Questo grido, dapprima solitario e sommesso, s'allarga mano mano e si rinforza, e diviene infine il grido universale degli innovatori, il motto d'ordine, si direbbe oggi, della scienza nuova. Comincia il Nizolio nell'Antibarbaro,e dietro lui una lunga schiera di scrittori, a studiare calorosamente le leggi del metodo, a cercare le fallacie del metodo antico, a proporre riforme. L'Aconzio già vi dice, che di 30 anni di studio 20 si vorrebbero impiegare nella ricerca del metodo, tanta importanza avea già presa nella scienza quella, che verrà poi chiamata metodologia. Non vi pare egli di essere ormai vicini ad udire quella sentenza:la scienza è il metodo, esagerata conclusione di un buon principio, alla quale si doveva giungere di poi? Che che ne sia di tale sentenza dell'Aconzio, il fatto è che in questo tempo nessun filosofo si mette più a speculare senza lungamente adoperarsi intorno alla questione metodologica, e le opere di Telesio, Bruno, Campanella, Sebastiano Erizzo e di tanti altri ne fanno fede. Da quelle opere si rilevano principalmente due opinioni: la prima, che gli antichi non conobbero il metodo sperimentale induttivo; la seconda, che in questa ignoranza degli antichi sta la veraed unica cagione della sterilità e delle mille aberrazioni nello studio della natura. Ne dovevano dedurre a fil di logica, che a sanare le piaghe della scienza bastava mettere in onore questa miracolosa induzione; e così fu infatti. Francesco Bacone è disperato della logica antica: «Logica quæ in abuso est ad errores, (qui in nationibus vulgaribus fundantur) stabiliendos et fingendos valet potius quam ad inquisitionem veritatis, ut magnis damnosa sit quam utilis (Novum Organum Af. 12).» Il sillogismo, a suo avviso, è strumento debole e fallace, come quello che è «subtilitati naturæ longe impar» e bisogna cercare altro strumento, che faccia miglior prova. Questo è l'induzione:spes est una in inductione(Ib.). Così fatto modo d'argomentare da Bacone e dai contemporanei era messo innanzi come una novità, e insieme come una panacea a tutti i mali della scienza.
Però poteva sorgere una difficoltà: conobbero gli antichi teoricamente l'induzione? Bastava aprire in diversi luoghi i libri di Aristotile per persuadersi che sì: — «Distinguere vos oportet quot sit species argumentorum dialecticorum; est autem una quidem Inductio. (Επάγογή) altera vero Sillogismus (Dei Topici Lib. I. C. X).» E negliAnalitici Priori(Lib. 2 C. 25); e altrove l'argomentazione induttiva viene accennata e descritta da Aristotile come parte importante della logica e comunemente adoperata nella scienza. Ma quando anche non ci soccorresse il testo aristotelico, non basterebbe egli per decidere la questione guardare alla scienza antica, che ci ha dato (che che se ne dica) meravigliosi frutti d'esperienza, sui quali come su fondamento si è andato innalzando l'edificio delle moderne scienze sperimentali? Conobbero adunque gli antichi la induzione perchè la praticarono; e basterebbe l'esempio di Aristotile, che nelle sue opere, siametafisiche sia fisiche, si mostrò profondo osservatore, e sperimentatore, per i tempi, abilissimo; d'Aristotile ottimo maestro di cattivi scolari, che al suoesempioanteposero la suaautoritàe la convertirono in giogo di servitù secolare. E qui al proposito nostro cade opportuno notare come Galileo, del pari che in tutto il resto, innalzi il giudizio sulla opinione dei suoi tempi, parlando del filosofo di Stagira. Mentre alle adorazioni del medio evo succedevano le contumelie, nè v'era omai filosofuccio arieggiante a novità, che non rompesse la sua lancia impertinente contro il Maestro, mentre a Bacone pareva forse dir poco chiamandolodisertor experientiæ, è bello sentire come ne parli Galileo: «Io stimo, che l'essere veramente peripatetico, ovvero filosofo aristotelico, consista principalissimamente nel filosofare conforme agliaristotelici insegnamenti, procedendo con quei metodi e con quelle vere supposizioni e principii, sopra i quali si fondalo scientifico discorso, supponendo quelle generali notizie, il deviar dalle quali sarebbe grandissimo difetto. Fra queste supposizioni è tutto quello che Aristotile c'insegna nella sua dialettica attenente al farci cauti nello sfuggire le fallacie del discorso, indirizzandolo e addestrandolo a bene sillogizzare, e dedurre dalle premesse concessioni la necessaria conclusione... Fra le sicure maniere di conseguire la verità è l'anteporre le esperienze a qualsiasi discorso, non essendo noi sicuri che in esse, almanco copertamente, non sia contenuta la fallacia, e non essendo probabile che una sensata esperienza sia contraria al vero: e questo è pure precetto santissimo di Aristotile, e di gran lunga anteposto al valore e alle autorità di tutti gli uomini del mondo... Voglio aggiungere per ora che se Aristotile tornasse al mondo, egli riceverebbe me fra i suoi seguaci in virtù delle mie poche contraddizioni, ma ben concludenti; moltopiù che moltissimi altri, che, per sostenere ogni suo detto per vero, vanno espiscando dai suoi testi concetti, che mai non li sarieno caduti in mente.» (Lettera a Fortunato Liceti).
Da questo passo si rilevano due cose importanti alla conoscenza dell'ingegno di Galileo. La prima, che in mezzo alle furiose intemperanze degli amici e nemici d'Aristotile, egli, tanto bersagliato da questi ultimi, sapeva mantenere moderazione di giudizio; segno questo di grandezza d'ingegno e d'animo insieme: può di fatti osservarsi in tutti i tempi, che i più miti propugnatori d'una causa di scienza o d'arte sono quasi sempre coloro, che più la professano onoratamente. Se Galileo fosse stato un galileiano, l'avrebbero gridato galileiano fiacco e pauroso. La seconda, e di maggior momento, si è che Galileo non attribuiva lo smarrimento delle scienze sperimentali ad ignoranza di buoni principii metodici, che fosse in Aristotile e negliantichi; dunque a qualcosa altro di più intimo e profondo. E quale fosse la sua opinione su questo punto vedremo in seguito.
Intanto io mi chiedo: perchè la massima parte degli sperimentatori, da Aristotile in poi, invece di seguire la via segnata da lui, o si fermarono in un tritume di ripetizioni, o si lanciarono a bizzarrie ipotetiche senza fondamento? Perchè, in altri termini, avendo Aristotile prescritti, ai diversi ordini delle speculazioni, diversi e accomodati metodi, gli scolari suoi, dei processi del maestro, non ritennero che il deduttivo, e a quello forzatamente sottomisero tutto lo speculare umano? — E la ragione di questo fatto io trovo in una specie di ferrea necessità, che dovea tiranneggiare la scienza e trascinarla a male vie, una volta che per essa si era trascurato quel sommo criterio di metodo, che chiameremocronotesiaco, dopo l'applicazione del quale si rendeva solo possibile assegnare e distinguere direttamente gliuffici della induzione e della deduzione. Senza di ciò la confusione era inevitabile. Mancava all'ingegno umano come la bussola nautica per orientarsi nell'immenso pelago della scienza. Infatti che giovava dire al filosofo:sperimenta bene;guardati dalla fallacia;va dai particolari agli universali;non dare assenso che al vero veduto, ecc. ecc. quando poi allo sperimentare si ponevano confini così smisuratamente vasti, che l'ingegno umano, anco privilegiato dello sguardo e dell'ali del genio, non li avrebbe potuti percorrere in molti e molti secoli? Avveniva ciò, che è facile immaginare. O l'ingegno umano comparava a dovere l'ampiezza e l'arduità del cammino alle sue forze, e ne riusciva scorato e scettico: o poneva fede in queste ultime troppo più che non ne meritassero, e allora doveva gettare coraggiosamente da sè quelle, che Gioberti chiama «le grucce dell'analisi», e adattarsi alle spalle le ali d'Icaro, e volare, volare finchè la cera non sentisse alvivo i raggi del sole. A questo secondo partito pieno di vaghezza e di lusinghe, s'appigliarono gli antichi. Ecco perchè fu messo il metodo deduttivo a governo di ogni speculazione dai dotti, e riuscirono alle entelechie, agli orrori ed agli amori della natura, agli spiriti ed alle proprietà occulte dei corpi, alla finalità invocata ad ogni tratto a spiegare il fenomeno, agli almanacchi sul moto perpetuo, a tutto insomma il vecchio e bizzarro corteggio della fisica insegnata nella Scuola. Nessuno si meravigli e rida per ciò. L'ardimentosa e sottile epoca delleSommedoveva necessariamente venire a questo; era il tentativo immaturo della unità, era un gigantesco sforzo enciclopedico, impotente perchè precoce, che mettevano in piedi sull'arena quel grandioso e ruinoso edifizio.
La più valida prova che i primi autori del Rinascimento ed i contemporanei di Galileo non colsero nel segno quando vollero studiare il difetto fondamentale del metodo l'abbiamoda questo, che molti di essi, con tanto ostentato amore di novità, continuarono gli errori antichi e poco sperimentarono di importante e di nuovo.
Che valse a Francesco Bacone l'avere tanto predicata l'esperienza? Nessuna scoperta fisica di gran rilievo sappiamo di lui; sappiamo invece che e' combatteva il sistema di Copernico come assurdo, quando parecchi in Italia e fuori l'avevano abbracciato e lo dimostravano; e ne' suoi libri, allorchè viene alla pratica minuta dello sperimentare, dice e fa a sproposito il più delle volte. La scolastica, l'abborrita scolastica, lo tiene ancora pel suo robone di Cancelliere. Rispetto ai nostri più illustri italiani Telesio, Campanella e Bruno, tutti sanno che il primo molto propugnò l'osservazione, poco seppe con frutto adoperarla. Fondò l'accademia Cosentina, che dovea rigenerare la fisica, ma nei suoi atti ebbe poche glorie a raccontare e nemmeno in questo può essere paragonata a quella posterioredel Cimento, genuina derivazione della scuola di Galileo. Nella vita il Campanella, osserva molto giustamente Alessandro D'Ancona (Vita), che egli nei primi passi sta al rigore del metodo, ma come la speculazione comincia a farsi complicata difficile, tutto a un tratto balza fuori dalla esperienza e comincia ad universaleggiare tranquillamente, come uno scolastico nè più nè meno. Quell'arditissimo ingegno di Giordano Bruno mostra le qualità più disparate e cozzanti: in alcune sue opere egli si collega a Raimondo Lullo, alla Kabbala, a quanto di più vieto e bizzarro hanno la scolastica, la teurgia e la divinatoria: in altre è mente rigorosa e sublime; tocca speculando altezze nuove e precorre ai progressi della scienza di qualche secolo. È noto che alcuni anni prima di Galileo egli combattè Tolomeo, e difese la teorica Copernicana; ma si badi agli argomenti che ve lo indussero. Ogni dilettante di matematica è in grado di conoscere ora ladebolezza e gli errori dei calcoli, coi quali Bruno tenta sostenere Copernico; il vero argomento della verità di quel sistema egli lo trae dalla sua metafisica, e ci tocca andar seco a trovarlo lontano, ben lontano dall'ordine induttivo. L'universo, dice Bruno nellaCena delle Ceneri, è come un tutto divino; non ha limiti e versa in perpetuo movimento; dunque la terra non può essere suo centro, non può essere immota. E nel primo dialogoDella Causa Principio et Uno: «Se la terra, dice, non istà immobile nel centro del mondo, non ha nè centri nè fini: allora l'infinito si trova già di fatto nella visibile creazione della immensità degli spazi celestiali: allora finalmente il complesso indeterminato degli esseri forma una unità illimitata, prodotta dalla primordiale unità, che è causa delle cause.» Colla prima argomentazione il sistema di Copernico è postoa priorida Bruno come conseguenza della sua ontologia; colla seconda e' fa del medesimo sistemauna prova di questa; che bisogno vi è omai più d'esperienza? Essa viene naturalmente esclusa da tal cerchia di speculazioni trascendentali.
Questi due aspetti della filosofia del Bruno noi riscontriamo in tutta la scienza di quell'epoca. Per un verso si vede lo sforzo dell'ingegno umano a raccogliersi in sè, ordinarsi, disciplinarsi, rattemprarsi nello studio del vero, abbandonando le vane investigazioni e i traviamenti della fantasia; è la filosofia di Leonardo da Vinci, di Cartesio, di Galileo che vuol trionfare. Ma, d'altra parte, voi non trovate tempo più di quello innamorato delle scienze occulte, dell'ipermisticismo e di tutte le altre capestrerie dello spirito: è il tempo aureo dei Paracelso, degli Agrippa e di tanti altri impostori o sognatori, tantochè vi paiono e in gran parte sono rinnovate tutte le più pazze cose dell'epoca Alessandrina. In mezzo a questi due estremi ondeggiano, come spinti da una forzamisteriosa, quasi tutti gli ingegni del Rinascimento. Essi accolgono in sè le contraddizioni più strane. Giambattista La Porta, sottile e giusto sperimentatore, precursore di Galileo in iscoperte di gran momento, viaggia tutta Europa per raccogliere i segreti degli astrologhi e degli alchimisti in cui ha vivissima credenza. Campanella e Bruno, mentre che rendono servigi sommi alla scienza, il primo studia i modi dell'estasi, il secondo cerca, e dice aver trovata la ricetta con cui stregare gli uomini a distanza. Cardano s'illustra nelle matematiche e nella fisica, e fa profezie, l'ultima delle quali gli costò, dicono, la vita. (V. Libri. Storia delle Matematiche). Qual è ingegno libero e gagliardo in quel tempo, che non si pieghi all'astrologia, e non bamboleggi cogli oroscopi? Tasso e Guicciardini credono alle streghe; ci crede perfino Machiavelli, e trova in segni celesti la causa de' fatti civili, egli che con tanto acume aveva scoperto nelle passioni del cuoreumano le vere sorgenti delle vicende degli uomini e degli imperi! (V. discorso sulla prima Deca). Che più? Persino l'ingegno altissimo di Isacco Newton piega a queste ubbie e ammette, per esempio che sette sono i colori dello spettro non tanto per ragioni sperimentalmente accertate, quanto per il mistico significato del numero sette; perchè sette sono i sacramenti, sette le trombe dell'Apocalisse etc.
Un così bizzarro miscuglio di scienza nuova e d'opinioni viete, di libertà filosofica e di superstizioni volgari, che avviluppa il pensiero in quest'epoca, ha causa dal non essersi ancora introdotto nella scienza il primo e più sostanziale del miglioramento metodico. — Vi ha bisogno anzi tutto di chi metta le mani in quella unità enciclopedica enorme e nebulosa, e ne tragga le diverse scienze per modo che ognuna di esse, senza rompere i vincoli di fratellanza, viva a sè, di vita sua, esercitandosi in un ordine di ricerche proporzionate all'indole e al fine proprio.La fisica stia contenta allo studio dei corpi; l'astronomia alla osservazione degli astri, dei pianeti, delle comete e degli altri fenomeni celesti: la medicina alla cura dei morbi, e via via, cacciando dalle singole scienze quelle fastidiose questioni metafisiche, che ad esse le hanno come impigliate e le tengono da secoli sospese nel vuoto e ne impediscono il libero svolgimento. È il gran principio della divisione e della libertà scambievole delle scienze, che bisogna applicare. — In secondo luogo è necessario formarsi un concetto della potenza dell'ingegno umano, meno superbo e lusinghiero al certo, ma più giusto e conducente a pratica utilità. Non è dato a mente d'uomo abbracciare tutto e di tutto rendersi ragione: molte volte è sapienza il confessar d'ignorare, e Socrate di tale sapienza andava lieto.
Breve; ad inaugurare i tempi nuovi si richiedevano due massimi criteri metodici. Uno per le scienze, che rompesse l'artificiosa unitàmedioevale, affine di dar luogo a conveniente distinzione e libertà; un altro per l'intelletto che lo invigorisse mantenendolo ne' suoi debiti confini, proporzionando l'ambito e l'arduità delle speculazioni ed esperienze alla capacità delle facoltà speculative e sperimentali, capacità vista ed accettata sotto i due aspetti; cioè assoluta per la natura finita dell'intelletto, relativa ecronotesiaca, vale a dire commisurata allo svolgimento storico dello scibile pervenuto a quei dati termini in quella data epoca. I precursori e contemporanei di Galileo nulla intesero di questo che era il più essenziale. Qual è problema infatti nell'ordine della scienza, che essi non si mettano a risolvere? Qual è mistero nell'universo, dall'Assoluto ai più bassi fenomeni di natura, che essi non vi spieghino appuntino? Uno scienziato moderno, che prenda ad esame un'opera di quel tempo, non può a meno di stupire alla facilità e all'audacia smisurata colla quale vi si tratta e risolveogni cosa. — Cardano nella sua famosa operaDe Sublimitatesi fa dallo spiegare i principii di tutte cose: la materia, la forma, gli elementi, il cielo, la luce; poi passa a considerare i corpi misti, le pietre, le piante, gli animali; per questa via giunge all'uomo, che studia nella pienezza di sua natura, senso, intelligenza ed anima; viene quindi a trattare degli oggetti, sui quali l'anima esercita le sue facoltà, le scienze, le arti ecc; infine prendendo la risalita, Cardano, non senza avere prima toccato dei diavoli, monta agli angioli, a Dio, all'universo. D'alcune opere basta mostrare il titolo ad argomento della sconfinatezza di loro contenuto. Un'opera di F. Patrizi ha sul frontespizio:Nova de universis philosophia, in qua aristotelico methodo, non per motum, sed per lucem et lumina, ad primam causam ascenditur; deinde novo quidem ex peculiari methodo tota in contemplatione venit Divinitas; postremo, methodo platonico, rerum universitasa conditore Deo deducitur. Alla quale vaghezza di tutto abbracciare e intendere e rinnovare, si mostra preso non meno degli altri Francesco Bacone: e valga a dimostrarlo la sua maggior opera —Instauratio magna— il cui solo titolo è un programma di riforma enciclopedica, il contenuto uno dei più insigni documenti della baldanza dell'ingegno umano. E basterebbe entrare per poco nella storia delle singole scienze di quel tempo, per accorgersi come ogni progresso doveva essere fortemente impedito sì dall'intreccio e compenetrazione delle diverse scienze fra loro, come dal non essersi mai commisurata l'arduità dei temi alla capacità dell'ingegno umano in sè stesso considerato, e rispetto al «momento» storico nel quale versava. — Come volete, a mo' d'esempio, che la medicina si lanciasse innanzi spedita, quando nelle scuole, dal XIII al XV secolo, prima di rendersi conto di una malattia, lo studioso doveva rispondere a cento questioni della seguente risma:Utrum complexio et mixtio sint formæ substantiales. — Utrum intellectus agens et materialis sint idem in substantia. — Utrum intellectus semper intelligat. — Utrum spiritus vitalis sit subtilior animali — utrum nervus sentiat per se vel non. — Utrum virtus possit comprehendi sub aliqua trium potentiarum — utrum anima intellectiva sit una vel simplex, etc. etc.? (V. Puccinotti, Storia della medicina).
Il riformatore chiamato a restaurare davvero la scienza sperimentale ed il suo metodo doveva dunque andare più a fondo che i suoi contemporanei, e mettere la scure nella vera radice del male. Doveva anzitutto, col lume della buona critica, apprendere alla scienza una virtù fino allora sconosciuta o derisa; la virtù della modestia, derivata da retta conoscenza di quello che può l'ingegno umano in un dato tempo, di fronte agl'infiniti segreti della natura. Indi, per mettere armonia di relazioni tra le forze dell'ingegno ed il suo lavoro speculativo,doveva il riformatore proclamare la divisione delle scienze, rompendo l'unità farragginosa in cui erano avvolte, sostituendovi l'unione gerarchica e la scambievole libertà.
Galileo coll'opera e cogli scritti pose questa doppia riforma, così che in lui potè solamente sistemarsi e compiersi l'opera del Rinascimento. Egli fece ancora di più: antivide le esagerazioni del suo sistema, e pensò, come vedremo, a prevenirle e correggerle, abbracciando così colla potenza meravigliosa del suo ingegno critico il passato e l'avvenire della scienza.
Quello che è un bel tratto di serena poesia virgiliana in mezzo a poemi di bassa latinità ed una tela di Leonardo in una galleria piena degli ultimi pittori barocchi, è la figura di Galileo tra i suoi contemporanei. Nella vita privatacontrappone al fasto laborioso dei tempi la semplicità della vecchia Toscana.[2]Quanto a letteratura, leggendo le sue opere, nemmeno sospettereste che intorno a lui già farnetica il seicento: scrive colla splendida maestà del secolo anteriore, innestandovi una scioltezza e una semplicità tutta sua propria: gli dà noia perfino la squisita ricercatezza del Tasso e non s'appaga che delle schiette forme ariostee avute già in conto di troppo neglette dai più.
Quello che fu Galileo nella scienza non si può debitamente e in pieno conoscere, se prima non si guarda a tutto quello, che di difettivo aveva essa scienza ne' suoi tempi; e questo tentammo tratteggiare in iscorcio. Avremmo potuto senza difficoltà moltiplicare gli esempi e mostrare sempre più come in tutti i rami dello scibile, così rigogliosamente sviluppati da quelmoto di vita che investiva con impeto nuovo l'età del Rinascimento, due difetti capitali si riscontrano: cioè sconfinatezza presuntuosa nella estensione del sapere, sforzo di unità artificiale e confusa. L'ingegno critico di Galileo li vide, s'oppose a loro e seppe tenersene mondo.
La forma d'unità enciclopedica, che il medio evo avea dato allo scibile, importava anzi tutto il dominio d'una scienza sull'altra e della teologia in tutte. Gran disputare si è fatto sulla natura e sui limiti di questa signoria teologica. A me pare indubitabile che essa fosse nel medio evo cruda e rigorosa quanto altra mai. S. Tommaso, che pure è il più largo interprete della dottrina de' suoi tempi e va fino a domandare nellaSomma«se altra scienza diasi oltre la filosofia» è costretto infine a concludere che la filosofia serve alla teologiavelut ancilla. Questa ancella poi alla sua volta diventava sovrana rispetto alle scienze inferiori:anzi a dir meglio, scienze inferiori propriamente non esistevano, riducendosi tutti gli ordini delle speculazioni a tante parti della filosofia con questa indivisibilmente connesse, informate de' suoi princìpi, governate e disciplinate dal suo metodo. Alcuni ancora rimpiangono quella grandiosa unità; ma noi pensando che le singole scienze cominciarono a far mirabili progressi da quando tale unità venne rotta, non possiamo unirci a quel rimpianto. — I raziocinantia priorici dicono: una è la verità, una dee essere la scienza, e perchè tale si mantenga è necessario che i diversi gradi delle speculazioni sieno signoreggiati da una specie di disciplina ideale che ad ognuno di essi imponga leggi e confini; l'ufficio di tale disciplina spetterebbe alla filosofia come ripensamento de' sommi veri razionali. Essa invigila il movimento scienziale ne' diversi ordini di speculazione; ed ove qua e colà si accenni a contraddire o si contraddica in fatto a qualcuno di que' supremi principi e postulati,che tiene gelosamente in custodia, è di suo diritto intervenire e colla autorità propria sconfessare le affermazioni di quella scienza, che si suppone perturbatrice, e far che rientri nell'ordine ideale da cui con danno comune aveva declinato.
Così si concepiva la gerarchia delle scienze nel medio evo; gerarchia che s'è voluta anche oggi da qualche scuola con vecchie e nuove forme ristaurare. Ma nel medio evo, come oggi, un grave equivoco è fondamento a questo concetto. Si parla cioè della scienza come di cosa attuale e compiuta secondo un certo suo tipo perfetto, e si dimentica che essa semplicementesi fao diviene nel tempo a poco a poco con laboriosa lentezza e contrasti molti, divisa in molteplici rami, ognuno de' quali è affidato come a diversi metodi, così a diversi intelletti bisognosi di libero movimento speculativo. Anche in questo caso la vaghezza di una astrazione fa disconoscere la realtà. La verità è una, nessundubbio; ma insieme molteplici senza fine sono i veri e variamente escogitabili nel tempo. Volere una scienza, che possa governare tutto l'immenso lavoro intellettuale così disparato e disforme nelle sue vie e ne' suoi fini è, per adesso almeno dannosa, chimera. Come cogliere le attinenze talvolta lontanissime de' diversi veri? Come vedere sotto le contraddizioni apparenti le fondamentali armonie e gli accordi finali? La storia è ricca di esempi che dimostrano essersi temuto e combattuto come contradditorio ai comuni veri ciò che in seguito si risolvè in conferma più luminosa di quelli. Codesta vagheggiata unità è dunque da porsi tra i supremi desiderati, che risguardano, se mai, un lontanissimo avvenire della scienza, non il suo passato nè il presente. All'unità camminiamo tutti e sempre, volenti o no, ma per libere vie, come tanti rivi disgiunti verso un unico fiume lontano. — Chi teme in questa libertà la dissoluzione, mostra di non aver fedenelle leggi del pensiero, che occultamente, e dirò quasi, amorevolmente governano il lavoro delle menti e lo fanno convergere al suo termine naturale. Chi per quella tema o per amor sconsigliato dell'ottimo s'induce a desiderare la supremazia e il sindacato d'una scienza su tutte, non s'accorge che pauroso della licenza, invoca la tirannide e vuole inceppate le più vitali energie pel pensiero e rintuzzati i liberi ardimenti anche nel trasmodare fruttuosi, per riposarsi in una larva d'ordine stracco e infecondo, che è negazione di vita vera.Et ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
Galileo è stato il primo a porre col fatto questa autonomia delle diverse scienze, professando la sua senza guardare a destra o a sinistra, fidandosi esclusivamente a' suoi naturali criteri, esperienza e riflessione. Ma sul principio della via s'imbatteva subito a due potenti autorità, che pretendevano guidarlo a loro posta:la teologica e la filosofica. Come adoperarsi con loro?
L'epoca del Rinascimento italiano meriterebbe un esame accurato e profondo solamente per istudiarvi il modo originale, con che le menti si atteggiarono in faccia alla questione religiosa, che in quel torno si agitò con tanta forza per tutta Europa.[3]La Riforma non ebbe fra noi che rari seguaci e spicciolati: direste che all'indole dell'ingegno paesano essa aveva intimamente alcun che di repugnante. Era troppo, o troppo poco. Che sono infatti le negazioni di fra Martino e di Zuinglio a petto di quelle di Bruno e dei Socini? — Da noi, o si traeva alle ultime conseguenze la dottrina del libero esame o si rimaneva fermi alla unità cattolica. — Frattanto il bisogno di libertà dauna parte, e dall'altra la signoria teologica sulle scienze, l'ombroso riguardare di Roma a tutto quell'improvviso risveglio delle menti, le minaccie dell'Indice a cui tenevano dietro i fatti dell'Inquisizione, spargevano intorno una segreta inquietudine, che si rivelava in quel linguaggio avviluppato di timide reticenze, e qua e colà in segni di ribellione mal dissimulati e repressi. Dovevano naturalmente dar fuori su questa materia delle teorie monche, a ripiego, adoperantisi a conciliare la sicurezza della discussione coll'omaggio all'autorità; soliti mezzi termini in un'epoca di passaggio a più radicale ordinamento. Vediamo infatti il Pomponazzi predicare la massima, potersi dare verità nell'ordine della scienza umana, che sia in contraddizione colla scienza rivelata, e viceversa. Strano paradosso a dir vero, ma l'aver esso trovati molti sostenitori, prova che rispondeva appunto a un segreto bisogno degli animi, chè la voga acquistata da una dottrina, qualunqueessa sia, è sempre argomento autorevole di alcune particolari condizioni dell'epoca. Altri moltissimi, col Cremonini a guida, s'appigliavano a più comodo partito: pensarla internamente come detta la propria ragione, ma stare cogli atti esterni alla credenza comune. Il loro motto era:intus ut libet, foris ut moris est.
Galileo soltanto seppe cogliere nel suo vero punto la questione. Pensò che a districare davvero la scienza dagli impicci teologici bisognava adoperarsi a collocarla in così fatto modo che non presumesse di signoreggiare la fede ma si mettesse in luogo da non esserne signoreggiata: nè conflitto, nè sudditanza. Breve; la scienza per Galileo è semplicementefuoridalla fede, non sopra, non sotto. Tale soluzione, che compone dissidi senza danno delle parti, ignota all'antichità, così poco compresa anche oggi, è il più profondo concetto che sia mai balenato alla mente di Galileo: e ad esso bisognerà pur sempre ritornare. — La sua lunga letteraallaGranduchessa Madre(Cristina) è tutta piena di tale concetto. — Il vero rivelato e l'umano, dice egli, se è vero che derivano da una unica fonte, non vi può mai essere lite tra loro: anzi dai veri umanamente meditati e scoperti, verrà conferma ed illustrazione ai sommi princìpi religiosi. Cessi adunque ogni dissidio e diffidenza. Lasci l'autorità religiosa che le scienze liberamente vadano per loro cammino, non pretenda regolarle, perchè esse vanno con la natura, che è per sè ottima guida; non si adombri di apparenti antinomie, che in accordi finali dovranno sicurissimamente comporsi.
Non è necessario che noi ci fermiamo a studiare minutamente le parti di questa lettera: un teologo troverebbe forse da ridire quà e là sulla sua ermeneutica, e la ragione moderna farebbe più d'un appunto alle sue dichiarazioni; ma il filosofo della storia che guarda all'uomo e ai tempi, dee tenere in grandissimo conto questo documento in cui per la prima volta sipongono e s'affermano nazionalmente i preliminari della libertà scientifica.
Quanto all'autorità filosofica delle scuole, notammo più sopra come Galileo giudicasse sapientemente Aristotile, distinguendo il suo merito individuale dall'abuso, che se ne era fatto convertendo la sua autorità incriterio assolutodi scienza. Oppositori di Aristotile s'erano dimostrati molti prima di lui e intorno a lui, e quanto appassionati non è a dire. Ma nessuno ancora s'era levato ad un vero concetto critico della autorità scientifica, affine di ridurla nei suoi legittimi confini. Difatti, o s'abbatteva Aristotile per mettere in suo luogo Platone, o si procedeva vagamente in questa materia così rilevante, senza fissare un canone universale di critica, che persuadesse alle menti che l'autorità non era nè una guida da seguirsi con cieca confidenza, nè un giogo da gettare via senz'altro, ma un valido aiuto da adoperarsisecondo ragione. Galileo si leva aquesto concetto generale e lo predica frequentemente nelle sue opere. Però si lagna cogli aristotelici perchè: «non vogliono mai sollevare gli occhi da quelle carte (i libri d'Aristotile) quasi che questo gran libro del mondo non fosse scritto da natura, che per essere letto da altri che da Aristotile, e che gli occhi suoi avessero a vedere per tutta la sua posterità.» L'energia critica delle quali parole non può essere pienamente compresa se non si ha riguardo ai tempi in cui furono scritte e al giudizio rispettoso e indipendente, che le informava. NeiDialoghi dei massimi sistemi(Giornata II), dopo essersi provata con esperienze di fatto la contraddizione in cui cadono sovente i ciechi seguaci d'Aristotile, dimandaSimplicio: «Ma quando si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? — C'è bisogno di scorta, risponde ilSalviati, ne' paesi incogniti e selvaggi, ma nei luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno diguida; e chi è tale è bene che si resti in casa. Ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta; nè perciò, dico io, che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in preda in maniera, che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto, e, senza cercarne altra cagione, si debba avere per decreto inviolabile.» Ecco proclamata l'autorità della ragione, la legittimità e sicurezza della esperienza individuale, senza cadere nello isolamento psicologico voluto da Cartesio.
Ma l'avere rimosso questi, che diremo gli impedimenti esterni alla scienza, non sarebbe bastato a Galileo, perchè egli si potesse levare, come fece, a tanta altezza di speculazioni naturali. — Bisognava togliere l'impedimento fondamentale, che consisteva (l'abbiamo detto più volte) nella strabocchevole compressione, che andava da una scienza ad ogni scienza, che attutiva,stemperandola, l'energia degli intelletti e facendo loro perdere in intensità tutto quel soverchio, che volevano acquistare in estensione. Bisognava raccogliersi entro un ambito di studi ristretto e contentarsi di fare passo passo ciò, che fino allora si era voluto fare a volo d'aquila. Opera questa difficilissima, avvegnachè l'intelletto umano non faccia mai più arduo esperimento delle proprie forze come quando egli tenta di raffrenarsi e disciplinarsi.
Galileo adunque tenne via del tutto opposta a quella de' suoi contemporanei. Con uno sforzo di mente e di volontà, che noi alla distanza di tre secoli possiamo difficilmente misurare, si distrigò da tutte le abitudini e preoccupazioni scientifiche del suo tempo. Cansa con ogni riguardo le questioni generalissime, nelle quali tanto si perdevano i suoi contemporanei, caccia quanto più può le metafisicherie fuori del regno della fisica, sta ai fatti e alle esperienze, procedendo modestamente e sicuramente. Oggi studiala caduta dei gravi, domani le oscillazioni del pendolo, poi le leggi dei corpi galleggianti, e così via via, senza guardare ad altro che alla questione che lo tiene occupato e alleimmediateattinenze di essa. Sta ai fatti, cioè ai fenomeni, studiandoli in sè e per sè, cercando di coglierne le parvenze e le leggi, che è quanto basta. Messo alle strette da domande, ha il coraggio di confessare, che non vede più in là; che per es. le essenze delle cose sono per lui piene di mistero. — Così scriveva nel 1640 al vecchio Liceti: «Me lo farò a leggere (un libro mandatogli dal Liceti) colla speranza di essere in breve ora per intendere quello, in che pensando molte e molte centinaia di ore, non mi è succeduto di restar capace: parlo della essenza della luce, di che sono stato sempre in tenebre, e riputerò a mia somma ventura, quando essendo fatto capace che cosa sia il fuoco e il lume, potrò intendere in qual modo in un pugnello di polvere di artiglieria freddae nera, si contengano venti botti di fuoco e molti milioni di luce... Qui non vorrei che mi fosse detto, che io non mi quietassi sulla verità del fatto, poichè così mi sembra succedere la esperienza, la quale potrei dire che in tutti gli effetti di natura, a me ammirandi, mi assicura delloan sit, ma guadagno nessuno mi arreca delquomodo.» L'an site ilquomodo sit: ecco una semplice distinzione, che adottata poi come regola di metodo, ha sollecitato i progressi di tutta la fisica moderna, nè della fisica solamente, meglio che i molti volumi scritti intorno alle questioni metodologiche.
Galileo non si stanca mai di ribadire la massima, che bisogna poco presumere dello intelletto umano, a fronte della infinita varietà delle cose escogitabili, e per le difficoltà, che s'oppongono al perfetto intendimento della benchè menoma cosa. «Estrema temerità mi è parsa sempre quella di coloro, che voglion fare lacapacità umana misura di quanto possa e sappia operar la natura, dove che all'incontro e' non è effetto alcuno in natura, per minimo che ei sia, alla intera cognizion del quale possano arrivare i più speculativi ingegni. Questa così vana presunzione d'intendere il tutto, non può aver principio da altro, che dal non aver inteso mai nulla, perchè, quando altri avesse sperimentato una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come della infinità delle altre conclusioni niuna ne intende.» (Dialoghi dei Massimi Sistemi.Giornata I,in fine). — Quanto a sè egli si attribuisce un ufficio modestissimo nella scienza; e la modestia sua, in mezzo agli sperticati vantamenti dei contemporanei, è quasi strana. Sarà pago, dice nel trattatoDelle macchie solari, se potrà raccomodare qualche canna «nell'organo scordato della scienza.» Sotto questo aspetto considerato,Galileo può dirsi il padre dellospecialismomoderno senza le gretterie che così spesso lo rendono sterile, senza le prosunzioni, microscopicamente colossali, che oggi vediamo andare in volta e che darebbero dei diversi uomini e delle diverse scienze un così ridicolo concetto.
Ma questo intendimento di Galileo si mostrò più aperto all'occasione in cui Tomaso Campanella, ammirato delle tante sue scoperte, gli scriveva nel 1614: «In vero non si può filosofare, senza un accertato sistema della costruzione dei mondi, quale da lei aspettiamo, e già tutte le cose son poste in dubbio, tanto che non sappiamo se il parlare è parlare.» Ecco al solito un filosofo che spera rimedio allo scetticismo, che già invadeva gli animi, in un solito sistema universale della natura.
Galileo all'incontro che vedeva appunto in quella smania sistematica la sorgente del male, si niegò reciso all'inchiesta. Della sua rispostacosì ci parla Orazio Rucellai in uno de' suoiDialoghi fisici«Quanti pensieri, quante proposizioni venivano a quell'ingegno meraviglioso ed esimio, le quali avevano tutte del verosimile! S'elle fossero venute in animo ad altri, ed eccotele subito poste in luce come una nuova e ben fondata filosofia. Ma al padre Campanella che di ciò il consigliava, che credete voi che ei rispondesse? — Ch'ei non voleva per alcun modo, con cento e più proposizioni delle cose naturali, screditare e perdere il vanto di dieci o dodici sole da lui ritrovate, e che sapeva per dimostrazione essere vere.» Con la quale risposta al Campanella, Galileo risponde di conserva alla critica di Cartesio citata in principio di questo studio, e mostra come quel certo limite di speculazioni in cui si contenne, e del quale gli fa rimprovero il filosofo olandese, fosse da lui deliberatamente voluto per alto fine. A lui piacque tenere questa via, e, non che fargli rimprovero,noi glie ne sappiamo grado di tutto cuore. Immaginiamo di fatto che Galileo, invece di tenersi allo studio de' singoli fenomeni naturali, si fosse messo corpo ed anima dietro ad una o due di quelle tante questioni, che erano il martello degl'ingegni d'allora, per es. se la naturaagat consulto, vel inconsulto, argomento di tante veglie a Marsilio Ficino; quale vantaggio, dimandiamo, ne sarebbe venuto alla scienza?... Avremmo opinioni di più sul misterioso problema, e chi sa come ingegnose! Ma in cambio cento teoremi di meno su quanto più importa sapere della natura e delle sue leggi.
Ma infine potrà dimandarsi: Galileo ebbe egli mai alcun pensiero ad un compiuto sistema filosofico? La domanda è legittima trattandosi di ingegno così altamente comprensivo; e in lui al certo non doveva tacere il bisogno di scienza compiuta, bisogno più potente che mai nelle grandi anime. Sappiamo infatti, o almeno abbiamo argomenti per credere, che Galileodivisava di scrivere a tarda età un libro di scienza universale. (V.Libri Storia delle Matematiche). Le vicende e la morte fecero restare inappagato questo suo desiderio. Quanto all'opera, credo senza alcun dubbio sarebbe riuscita degna di quell'ingegno; ma ciò che mi piace notare qui si è che con tale opera Galileo intendeva fare l'ultima prova della sua vita studiosa o, come si direbbe oggi, l'incoronamento dell'edificio. Comunque ella fosse riuscita, v'avesse anche messo dentro le più matte cose che mai possono cadere in mente di filosofo, tutte le verità, per lo innanzi scoperte da Galileo, non correvano alcun pericolo, perchè non erano legate ad alcun sistema.
Insomma, dove gli altri finivano, egli incominciò, e voleva finire dove gli altri avevano cominciato. In questa inversione nell'ordine degli studi, in questo capovolgimento di processo inquisitivo sta la capitale importanza dell'opera di Galileo, la profonda originalità delsuo metodo. — E tutto questo, considerato come opposizione all'andazzo dei tempi, è argomento di uno dei più vigorosi ingegni critici che abbiano, osiamo dire, illustrato il mondo.
«Vicisti Galileie!» Allorchè il Keplero lo salutava con questo grido trionfale e quasi apocalitico, io penso ch'egli intendesse volgersi a qualcosa di più grande che allo scuopritore delle fasi di Venere e dei satelliti di Giove. Galileo, come iniziatore di tutte le vittorie della scienza universale nei tempi moderni, meritava quel saluto glorioso.