IL TOMMASEO POETA

IL TOMMASEO POETA

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Come poeta Nicolò Tommaseo non ebbe fortuna e ora è poco meno che dimenticato. Perchè? Potrei scommettere che ben pochi oggi in Italia si fanno questa dimanda. Intanto il suo volume di versi giace, simile a re Manfredi, «sotto la guardia della grave mora» formata dalla catasta de' suoi dizionari, dei volumi ed opuscoli letterari, didascalici, storici, politici e ascetici.

Aggiungete che il Tommaseo, vivo e morto, non è mai riuscito a svegliare intorno a sè quel movimento di calda e generosa benevolenza, chespesso abbraccia e sorregge scrittori per merito di gran lunga a lui inferiori. Le cause sono parecchie ed alcune, certo, a lui molto onorevoli: prima di tutte, forse, la grande e rude libertà con cui giudicava, secondo il suo intimo convincimento, uomini e fatti. — Angelo Brofferio ci ha lasciato scritto nelle sue memorie che incontratosi per la prima volta col Tommaseo da un libraio, lo trovò subito antipatico. Anche oggi che il vecchio dalmata dorme da più anni nel piccolo cimitero di Settignano, si direbbe non ancora spenta quella antipatia ostinata, dalla quale nemmeno i suoi ammiratori più caldi andavano sempre immuni.Habent sua fata, gli autori del pari che i libri.

Ma a me piace tornare di tanto in tanto al grosso volume delle poesie tommaseiane: cinquecento e più pagine, edizione Le Monnier. Le prime hanno la data del 1832, le ultime vengono fuori negli ultimi anni di lui; e poche settimane avanti la morte il Tommaseo poetava.

In questo libro è veramente, per chi sappia cercarlo, dipinto tutto l'uomo, meglio assai che nelle lettere, che volgono spesso al sermone, e nelle critiche sottili e nelle polemiche iraconde. Ho detto per chi sappia cercarlo, che in un volume di versi per quanto essi ritraggano dell'animo e dei casi della vita d'uno scrittore, non si dee pretendere di leggere come in una autobiografia. Gli argomenti delle poesie sono numerosissimi e svariatissimi; l'animo però è sempre il medesimo, quasi fascio di luce, che si rifranga in mille raggi. E non vi è lato di esso che non si venga manifestando in questo o in quel componimento; ora di faccia, ora di profilo; quando in iscorcio e quando di prospetto; alcune volte in luce diffusa, più spesso in una penombra vaga con certe sfumature e certi riflessi, che non si avrebbero da nessuna autobiografia.

Chi lo conosce per le sue prose infaticabile panegirista delle liriche del Manzoni s'aspettadi trovare ne' suoi versi più d'una reminiscenza manzoniana. Invece, sulle prime, appena qualche somiglianza nei metri, poi scompare anche questa. La frase, la scelta delle immagini e i movimenti ritmici non solo si dispaiono da quelli del poeta degl'Inni, ma in nessuna parte li ricordano. È insomma una foggia di poetare del tutto diversa. Il Manzoni si effonde largamente coi moti poderosi dell'estro, e le idee ben distinte passano rapidissime ad un tempo e chiarissime dinanzi alla mente del lettore. Il Tommaseo invece tira sempre a raccogliere, a condensare, a infittire concetti e immagini per modo che ogni tanto fa d'uopo fermarsi a scomporre un poco quei ricchi intrecci di forme, che spesso si adombrano scambievolmente; di guisa che manca quasi sempre a lui la luminosa perspicuità, che è forza principalissima della lirica. Però, una volta date al poeta queste cure d'analisi, con quanta dovizia di belle cose egli vi ripaga!

È detto d'alcune opere dei nostri grandi musicisti, che coi motivi dei quali sono piene zeppe si avrebbe il materiale melodico per comporre quattro o cinque melodrammi. Similmente s'è indotti a pensare leggendo molte poesie del Tommaseo massime le più brevi.

Il Tommaseo fu molto e variamente inspirato a poetare da quelli, che egli chiama «i pochi e per lo più non corrisposti amori» della sua giovinezza. In una edizione dei suoi versi fatta a Napoli e che ora non ho sott'occhio, ricordo che mi fece caso una serie di poesie intitolate:Ad Una: Ad un'Altra...e via di seguito. Nell'ultima edizione quei titoli sono un po' cambiati e le rime d'amore miste, quasi dissimulate con senile verecondia, ad altre d'altro argomento. Ma per tutto il volume corre un soffio di passione amorosa, che talvolta s'insinua fin dentro ai carmi più austeri.

Fatto è che questo asceta del secolo decimonono sentì fortemente l'amore della donna: e nella donna tutto. Ne fanno ampia fede i suoi versi, ov'è un originalissimo connubio d'ispirazioni ideali e sensuali, senza che mai vi si riveli lo sforzo artificioso, come nellaVoluptédel Sainte-Beuve, ma uscenti quasi d'un solo getto dall'anima sua.

Nè i versi soli fanno fede. Chi non rammenta certi tocchi audaci alquanto nella sua descrizione delSacco di Lucca, e più ancora certe pagine descrittive nel raccontoFede e Bellezza? Adesso che le ragazze leggono Emilio Zola, quelle pagine parranno fredde e fors'anche troppo castigate; ma allora quando il romanzo fu letto si levarono grida di stupore e d'indignazione. Alcuni amici del Tommaseo (che già a più riprese s'era guadagnato il titolo di scrittorepio) non sapevano rinvenire dalla sorpresa. E in un giornale di Torino usciva una critica del romanzo in cima alla qualeera posto nientemeno che il motto giovenalesco:quis feret istas luxuriae sordes?... Dal motto ognuno può indovinare il tenore dell'articolo.

Eppure nell'animo del Tommaseo trovavano modo di comporsi amichevolmente, per esempio, la scena in camera tra Maria e il principe russo e la religiosità e l'unzione devota di tutto il racconto. Ed io non ci trovo proprio nulla a ridire. Questo povero tema della moralità dell'arte, oggi con tanto uggiosa insistenza bistrattato, nove volte su dieci, vien frainteso perchè, nei casi concreti, si trascura di risalire, con verace umanità di criterio alla ricerca delle ragioni intenzionali dell'artista, giudicando da quelle non solo l'opera, ma l'uso a cui vien destinata.

«Omnia munda mundis!» rispondeva fra Cristoforo a quel frate portinaio, che gli voleva mettere degli scrupoli per il capo: e gira e rigira bisognerà risolvere la questione così, senza intolleranze e senza sofismi.

Questo delicato profumo erotico vapora qua e là assai frequente in mezzo ai versi. Il poeta vuol collocare in alto, molto in alto, l'amore della donna:

Dammi l'anima tua. Queste beateSplendide forme che gentil passaggioFan d'una in altra, come all'aura estivaBiancheggiando ricresce onda sovr'onda,Sono intoppo a' miei sgardi. E nonla forteVoluttà che, com'angue, in mezzo al verdeD'ogni parte di te guizza e si snoda,Nè 'l crin, largo sugli omeri scorrente,Nè 'lfremer della vita che s'affrettaPer vanire in un bacio o in un amplesso,Cerco misera in te . . . . . .. . . . . . . Povera ignuda,Dammi l'anima tua!...

Dammi l'anima tua. Queste beate

Splendide forme che gentil passaggio

Fan d'una in altra, come all'aura estiva

Biancheggiando ricresce onda sovr'onda,

Sono intoppo a' miei sgardi. E nonla forte

Voluttà che, com'angue, in mezzo al verde

D'ogni parte di te guizza e si snoda,

Nè 'l crin, largo sugli omeri scorrente,

Nè 'lfremer della vita che s'affretta

Per vanire in un bacio o in un amplesso,

Cerco misera in te . . . . . .

. . . . . . . Povera ignuda,

Dammi l'anima tua!...

Questi sciolti e quelli, che seguono sono, a mio giudizio, dei più belli ch'io m'abbia letti mai: e rivelano il sentimento d'un uomo per il quale l'ascensione dal reale all'ideale non era un mero concetto retorico, ma una realtà fortemente sperimentata ne' suoi due termini. Lealtezze serene a cui egli vuole slanciarsi non gli saranno forse contese: ma intanto egli sente ancora tutti i fremiti della vita terrena; e nell'atto di sdegnarli e d'abbandonarli se li raffigura con sì calda evidenza di colori, ch'io temo la loro memoria tentatrice non l'abbia mai a lasciare compiutamente libero. E non solo dei moti umani del suo cuore egli si ricorda: vuole anche dalla donna, che deve assurgere con lui alle sublimità dell'amore ideale, un abbandono di confidenze per lo meno pericoloso:

E ancor sei bella. Ancor nel tuo segretoSiede il dolor ch'è di virtù consorte:E d'altre gioie i memori desiri,E l'angel del rimorso e dell'amoreParlan là dentro.Oh! le presenti noieDimmi e i deliri andati: ad uno ad unoContami i passi della larga via.... . . . . . Il cuore arcanoAprimi eal tocco della man pietosaRisponderan le viscere profondeD'amarissima colpa inebbrïate.

E ancor sei bella. Ancor nel tuo segreto

Siede il dolor ch'è di virtù consorte:

E d'altre gioie i memori desiri,

E l'angel del rimorso e dell'amore

Parlan là dentro.Oh! le presenti noie

Dimmi e i deliri andati: ad uno ad uno

Contami i passi della larga via...

. . . . . . Il cuore arcano

Aprimi eal tocco della man pietosa

Risponderan le viscere profonde

D'amarissima colpa inebbrïate.

Qui vengono a mente alcuni versetti delCantico dei cantici; e si rimane un poco indubbio se questo sia misticismo impepato di sensualità o sensualità pura e semplice giulebbata di misticismo...

Chi volesse anche meglio conoscere nel Tommaseo questa maniera singolare di concepire la passione amorosa, mistura arditissima di pura idealità religiosa e di sentimento umano vivo, plastico e addirittura carnale, non ha che a leggere il suo racconto in ottava rima, intitolato:Una serva.

Io la credo, a costo di parere esagerato, una delle migliori poesie narrative che siansi composte in questo secolo, in Italia, che certamente non ne abbonda. Leggetelo, e mi saprete poi dire che cosa diventino certe novelle di Tommaso Grossi al paragone.

Si tratta di un vescovo di Firenze, che s'innamora d'una serva. Egli la vede tra le donneinginocchiate mentre sale processionalmente a Fiesole per la festa delle Rogazioni. La chiama a sè e ascolta dalla sua bocca i miseri ed umili casi della sua vita. Se ne innamora. Essa cade malata e il vescovo non può resistere al desiderio d'accorrere al suo letto, e dietro sua preghiera la confessa. Continuano le visite:

Un dì, mentre ch'egli esce, ella di grataTenerezza innocente inebrïata,Tese la man ver lui fuori dal lettoE fuor con mezza la persona s'erse,E le giovani braccia e il giovin petto,Mezzo velato da' capei, scoverse...Quasi a suon di battaglia, a quell'aspettoRaccoglie il pio le sue virtù disperse;E fugge: ella rimase a tese braccia,Poi con le aperte man coprì la faccia,E, più che di peccato, vergognosaÈ di quell'atto e dentro si tormenta.

Un dì, mentre ch'egli esce, ella di grata

Tenerezza innocente inebrïata,

Tese la man ver lui fuori dal letto

E fuor con mezza la persona s'erse,

E le giovani braccia e il giovin petto,

Mezzo velato da' capei, scoverse...

Quasi a suon di battaglia, a quell'aspetto

Raccoglie il pio le sue virtù disperse;

E fugge: ella rimase a tese braccia,

Poi con le aperte man coprì la faccia,

E, più che di peccato, vergognosa

È di quell'atto e dentro si tormenta.

················

Le tenui ma commoventissime vicende di questo amore; i turbamenti, le lotte, le tempeste che agitavano l'animo e i sensi del vescovo,il contegno della fanciulla ignara dell'affetto per lei sorto, ma pure vagamente preoccupata, sono descritti dal Tommaseo in modo nuovo, vero, mirabile.

Zanobi si risolve a confessarsi a un suo prete di quel pensiero peccaminoso; il prete lo rimanda con parole miti a un tempo e terribili. Finalmente e' trova la forza di prendere un provvedimento decisivo; restituire Agnese in libertà e mandarla per sempre a vivere lontana. Viene il momento della separazione; e il dialogo e la scena che seguono io rinunzio a descrivere, perchè mi paiono uno di quei pezzi di poesia per i quali un riassunto, e sia pure ben fatto, è sempre una irriverenza:

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— Agnese, a tal siam noi, che non possiamoVivere omai sotto un medesmo tetto.Serva vederti non poss'io che t'amo,T'amo di forte ed inconcesso affetto:Nè tenerti potrei, siccome io bramo,Senza tirar su noi giusto sospetto;Nè, che d'infame accusa il carco restiSulla memoria mia, tu sosterresti. —— Questo non dovre'io farti paleseMa nol posso celar. — Tacque, e riscossoQuasi d'alto pensier, poscia ripreseLente abbassando ambe le man: — Non posso! —Duolo, pudor, pietà, facean d'AgneseIl volto ad ora ad or pallido e rosso.Nuovo quel dire e strano a lei parea,Pure il cor mormorava: i' lo sapea!

— Agnese, a tal siam noi, che non possiamo

Vivere omai sotto un medesmo tetto.

Serva vederti non poss'io che t'amo,

T'amo di forte ed inconcesso affetto:

Nè tenerti potrei, siccome io bramo,

Senza tirar su noi giusto sospetto;

Nè, che d'infame accusa il carco resti

Sulla memoria mia, tu sosterresti. —

— Questo non dovre'io farti palese

Ma nol posso celar. — Tacque, e riscosso

Quasi d'alto pensier, poscia riprese

Lente abbassando ambe le man: — Non posso! —

Duolo, pudor, pietà, facean d'Agnese

Il volto ad ora ad or pallido e rosso.

Nuovo quel dire e strano a lei parea,

Pure il cor mormorava: i' lo sapea!

················

Il vescovo all'ultimo momento le cinse al collo una povera croce e accompagna il dono colle parole d'addio:

Questo ti sia memoria, le dicea,Del mio dolore. — Ed ella: — o padre mio! —E la man gli baciava, e soggiungeaIn fra i singhiozzi: — vi consoli Iddio!Egli e voi mi perdoni: io son la reaChe tolsi pace a un cuor sì buono e pio. —— Tu la rea? — sclamav'egli e le tremantiLabbra beean le lagrime stillanti.— Dimmi almen che per me Dio pregheraiTutti i dì. — Tutti i dì con tutto il cuore. —— Che ne' bisogni a me ricorreraiCome a fratello. — Oh! mio benefattore! —— Che, se uno sposo Iddio ti manda... — Oh mai.Non resta in questo cor luogo all'amore. —— L'angiol tuo ti protegga: Iddio ti diaOgni suo bene, Agnese... Agnese mia! —

Questo ti sia memoria, le dicea,

Del mio dolore. — Ed ella: — o padre mio! —

E la man gli baciava, e soggiungea

In fra i singhiozzi: — vi consoli Iddio!

Egli e voi mi perdoni: io son la rea

Che tolsi pace a un cuor sì buono e pio. —

— Tu la rea? — sclamav'egli e le tremanti

Labbra beean le lagrime stillanti.

— Dimmi almen che per me Dio pregherai

Tutti i dì. — Tutti i dì con tutto il cuore. —

— Che ne' bisogni a me ricorrerai

Come a fratello. — Oh! mio benefattore! —

— Che, se uno sposo Iddio ti manda... — Oh mai.

Non resta in questo cor luogo all'amore. —

— L'angiol tuo ti protegga: Iddio ti dia

Ogni suo bene, Agnese... Agnese mia! —

Un altro aspetto assai notevole delle poesie del Tommaseo è lo studio dei metri, i difficili rigori ch'egli si impone coll'uso delle rime, e gli intendimenti arditi di novità che tratto tratto palesa. Mentre tutti i poeti italiani del suo tempo prediligevano i facili settenari manzoniani o i decasillabi galloppanti del Berchet o spaziavano comodamente negli sciolti e nelle libere stanze rimesse in onore da Leopardi, questo poeta amava la Musa «dallo stivaletto serrato.»

Nei conserti rigorosi e nei frequenti richiami delle rime (anche da strofa a strofa) egli non rimane indietro nè ai poeti provenzali, nè ai nostri lirici del trecento. Basta guardare, fra tante, la sua lirica dedicata a Gino Capponi intitolata:Le Memorie dell'uomo; un viticchiodi difficoltà volontariamente poste e trionfalmente superate.

Anche ai metri nuovi o rinnovabili ebbe l'occhio. Nel componimentoVoluttà e rimorsi (Elena)egli ci ha lasciato, parmi, il primo esempio di esametri italiani veramente belli, perchè secondano, non inceppano l'estro e lo significano con potenza d'armonie nuove:

Allor che 'l fremito della pugna dall'ardua torreAscolto, al sommo del petto il core mi balza,E dico: ahi quanti da la ferrea destra di MartePer te tormenti sostengono, svergognata.Troia di destrieri domatrice e i nobili Achei!Per te di vedove consorti e d'orfana prole,Fùnebre, ne' tetti, ne' templi corre ululato,Che 'l giovane ancora genitore e il dolce maritoVeggono travolti rotolar nella polvere, e piantoE lai versando sul petto recente ferito,Reggono con mano la cara cervice cadente.

Allor che 'l fremito della pugna dall'ardua torre

Ascolto, al sommo del petto il core mi balza,

E dico: ahi quanti da la ferrea destra di Marte

Per te tormenti sostengono, svergognata.

Troia di destrieri domatrice e i nobili Achei!

Per te di vedove consorti e d'orfana prole,

Fùnebre, ne' tetti, ne' templi corre ululato,

Che 'l giovane ancora genitore e il dolce marito

Veggono travolti rotolar nella polvere, e pianto

E lai versando sul petto recente ferito,

Reggono con mano la cara cervice cadente.

················

Con questi versi comincia il carme, ma non sono de' migliori. — Altro verso ch'egli trattò magistralmente e dopo di lui acquistò alcunavoga è il novenario. In un componimento intitolato:Mane, Thekel, Pharesegli li adopera tronchi e rimati a due a due. Il componimento è una fantasia grandiosa e forte intorno alla storia dei popoli: e quei molti novenari così rimati e tronchi gli danno uno strano carattere di leggenda e par di sentirvi il cozzo fatale degli avvenimenti e il brontolìo delle collere divine.

Ecco, per es., descritta Roma antica negli eccessi della sua strapotenza tirannica, ebra e lasciva, punita poi dalla invasione dei barbari:

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Al fiero banchetto sedèLa fame del popolo re;Nutrì, senza amor nè pietà,La sua con le altrui libertà;De' popoli bevve nell'òrLe lagrime, il sangue, i sudor;De' pesci la carne cibòChe l'uom di suo sangue ingrassò:Sull'armi sdraiossi alla finBriaco d'orgoglio e di vin.Quand'ecco terribile a udirFalangi da Borea venir,E Roma col lungo ulularDal duro letargo destar,Che indarno col ferro e con l'òrDiscacci l'avaro furor.Qual vento che il vero soffiò,Qual flutto che il turbo gonfiò,S'avventano senza pietàSu lei che difesa non ha.La forzano i barbari re,Forzata la pestan co' piè;E il cranio in cui bevono è pienDel sangue del fiacco suo sen.

Al fiero banchetto sedè

La fame del popolo re;

Nutrì, senza amor nè pietà,

La sua con le altrui libertà;

De' popoli bevve nell'òr

Le lagrime, il sangue, i sudor;

De' pesci la carne cibò

Che l'uom di suo sangue ingrassò:

Sull'armi sdraiossi alla fin

Briaco d'orgoglio e di vin.

Quand'ecco terribile a udir

Falangi da Borea venir,

E Roma col lungo ulular

Dal duro letargo destar,

Che indarno col ferro e con l'òr

Discacci l'avaro furor.

Qual vento che il vero soffiò,

Qual flutto che il turbo gonfiò,

S'avventano senza pietà

Su lei che difesa non ha.

La forzano i barbari re,

Forzata la pestan co' piè;

E il cranio in cui bevono è pien

Del sangue del fiacco suo sen.

················

L'episodio della rivoluzione francese, il vigoroso espandersi della giovane civiltà americana, tutta materialità di lavoro e di dominio; e quanto di babelico e di pauroso si agita nei tempi moderni, è pure descritto in questo metro in forma efficacissima, con un tono più da veggente antico che da poeta modernissimo. È un componimento che Victor Hugo, credo, non isdegnerebbe.

Da ultimo noterò come in questo grosso volume di liriche non possa non destare ammirazione (in mezzo ai difetti del tempo, dello scrittore e dell'uomo) la stragrande varietà di argomenti dai quali il poeta ha saputo attingere ispirazione. Non vi è tasto nella immensa armonia delle cose, ch'egli non abbia toccato, traendone suoni quasi sempre originali: l'amore in tutte le sue forme più nobili e commoventi; la religione ne' suoi misteri di gioia e di terrore e perfino nelle pratiche sue più minute e più bigotte; il patriottismo, dall'inno a Dio Sabahot all'inno per la guardia civica; la natura infine con tutti gli aspetti, gli elementi, i fenomeni suoi grandi e piccoli.

Il Tommaseo era un ingegno mobile, inquieto, cercatore e, in mezzo alla sottomissione della fede, audacissimo. — All'arte egli non riconosceva limiti prescritti se non dalla stessa legittimapotenza dello spirito inventore. — Questa inquietudine di ricerche è continua in tutti i suoi scritti d'arte, e dà al suo discorso e alle sue idee un ondeggiamento vago, singolarissimo. È acuto spesso e peregrino nelle minuzie; talvolta impedito da scrupoli e pedanterie quando parrebbe sul punto di liberarsi a grandi voli.

Ma l'animo aveva sempre al grande e al nuovo. E gli passavano per la mente delle strane visioni che allargavano a un tratto smisuratamente l'usuale campo dell'arte, testimonianza non dubbia che era in lui un estro originale e potente, da circostanze peculiari condannato spesso ad una dormiveglia penosa. — Un giorno a Venezia, persuaso di esser vicinissimo a morte, scriveva al Capponi dando conto di certi suoi manoscritti:

... «Seguono alcuni studi grammaticali; un discorso sul ritmo latente della lingua italiana, e sulla potenza del numero: una proposta di riforma ortografica, che designando con picciolsegno lac, lag, las, lazdolcemente pronunziate, dalle altre, renderebbe inutile tutti gli acca e molti i: farebbe il leggere più agevole, più spedito lo scrivere. E perchè i sogni confondono le grandi alle piccole cose, sognavo una visione intitolatagli Spiriti, dove rappresentare varii ordini d'intelligenze superiori all'umana, che si servono de' mondi, come l'uomo si serve delle sue dita, e con quelli operano nello spazio immenso, secondo i disegni di Dio. A quest'ultimo lavoro la scienza umana è ancora immatura: ma le scoperte astronomiche dall'un lato, e dall'altro lo studio sulle tradizioni orientali, su certe parole della Bibbia incomensurabilmente profonde, potrebbero farne scusabile l'ardimento. Ma quando io avessi ancora vent'anni chi sa se di tanti sogni potrei degnamente avverarne pur uno? Sento l'ingegno e l'animo venir meno: la mia ignoranza l'imperizia, l'indegnità mi spaventano. Meglio morire.»

Singolare mescolanza di grammatico e di poeta, conservata financo nelle preoccupazioni supreme della vita.

Bisogna convenirne: questi neo-romantici avevano un vastissimo orizzonte tutto popolato di ideali, che (da parte adesso la questione del loro valore filosofico) somministravano una molto più numerosa e svariata materia d'arte, che noi non abbiamo. A noi quell'orizzonte si va sempre più rinchiudendo e ogni anno che passa togliamo una corda alla nostra vecchia cetra.

Quali corde sapemmo noi sostituire? A momenti la lirica vera è ridotta al paesaggio, popolato di qualche monologo sentimentale o filosofico. Io temo forte che il Carducci abbia parlato da profeta vero, facendo paurosi vaticini sull'avvenire della lirica...

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