CAPITOLO II.Il triclinio.

CAPITOLO II.Il triclinio.

Siamo alle calende d'Aprile. Il mese è sacro a Venere, e in questo giorno le donne romane vanno a lavarsi nei templi, o nei sacrari domestici, inghirlandate di fiori e di mirto. La ragione ve la dice Ovidio, nei Fasti. La dea madre d'Amore, uscita appena dall'onde, stava ritta sulla spiaggia asciugandosi i capegli al sole, allorquando s'avvide di essere adocchiata da uno stuolo di Satiri. E qui, o fosse perchè quei così le parevano indegni di contemplarla, o perchè ella non si era anche avvezza a simili adorazioni, Afrodite nascose prontamente le sue bellezze con un cespo di mortella, fatto nascere lì per lì sulla riva.

Altre cerimonie si facevano in quel giorno, e tutte avevano l'acqua per ingrediente necessario. Verbigrazia, le fanciulle da marito andavano a lavarsi nel tempio della Fortuna virile, per cancellare ogniimperfezione dal corpo. Ma perchè tra le imperfezioni ci dovevano essere quelle che nessuna acqua varrebbe a spianare, io suppongo che il miracolo della Dea dovesse consistere piuttosto nell'acciecare gli uomini per modo, che non si avvedessero più di una spalla fuori posto, d'una pupilla sviata, o d'altro sconcio simigliante. Accadeva che la gobba, la sciancata, o la cisposa, trovasse marito? La Fortuna virile aveva fatta la grazia.

Tizio Caio Sempronio non aveva nessuna di queste cerimonie da compiere, e nemmeno voleva sacrificare, come in quel giorno era l'uso, a Venere Verticordia, perchè facesse il miracolo di svolgere i cuori dagli illeciti affetti. Il giovinotto festeggiava alle calende d'Aprile il suo giorno natale. Era segnato tra i nefasti, nel calendario; ma che farci? Non si nasce mica quando si vuole. Ora, il miglior modo di passar l'uggia dei giorni nefasti, anche nella Roma antica, era quello di stare allegri quanto più si potesse.

E quanto a ciò, non dubitate, il nostro cavaliere aveva disposte le cose per bene. La sua casa accoglieva quel giorno un giusto numero di amici. Erano i quattro più cari e le quattro più belle; otto insomma, e lui nove; non di più, perchè dovevano mettersi a tavola.

Era un precetto antico che il numero dei commensali dovesse incominciare da quel delle Grazie, che erano tre, e non andare oltre quel delle Muse, che erano nove. In meno di tre, il banchetto riusciva malinconico; in più di nove turbolento.

Quattro cose, poi, si reputavano necessarie ad unconvito: belli i convitati, scelto il luogo, acconcio il tempo e non negletto l'apparecchio. I commensali, inoltre, non dovevano essere troppo loquaci, nè muti. Ai primi si conveniva il foro, ai secondi il letto. Quanto ai discorsi, non dovevano toccare argomenti difficili, nè gravi, bensì giocondi, che derivassero l'utilità dal diletto, e recassero qualche conforto allo spirito. Così la pensavano i nostri vecchi Romani, che non volevano a mensa le noie del tribunale, del senato, dei comizi, o del banco.

Dopo tutto, come si sarebbe potuto parlare di queste cose punto piacevoli, alla mensa di Tizio Caio Sempronio, dove c'erano Lalage, Delia, Febe e Glicera? Lalage, una bellissima bruna, che, parlasse o ridesse, metteva in mostra due file di denti così leggiadri, da chiuder la bocca ad un esercito di causidici? Delia, una bionda, severa all'aspetto, come una statua di Fidia, ma con un paio di occhi, donde uscivano bagliori che vi rimescolavano il sangue nelle vene? Febe, bianca e soave come la Dea della notte? Glicera, dolce come il suo nome e piena lo sguardo di più dolci promesse?

La sala del triclinio era spaziosa e ornata con greca magnificenza. Dorato il lacunare, i cui cassettoni apparivano colmi da canestri di fiori, in atto di spandersi sui convitati. Le pareti erano maestrevolmente dipinte, con quadrature, prospettive e lontananze, che illudevano gli occhi e facevano parere il luogo più vasto. In quella di mezzo si ammirava un affresco, rappresentante Amore e Psiche, mezzo sdraiati davanti ad una mensa sontuosamente imbandita. Certo, da quell'affresco dovevaApuleio aver cavato più tardi il soggetto del famoso episodio della sua favola milesia. Tizio Caio Sempronio chiamava quel dipinto: «Amore a tavola» e lo celebrava il primo tra tutti gli amori. Se avesse ragione non so, e non ho tempo a cercare.

Figuratevi che ci ho ancora un mondo di cose da dirvi. Tutto intorno si vedevano arredi d'altissimo pregio; candelabri di bronzo, che imitavano lo stelo d'una pianta, e recavano in cima un dischetto, su cui era posata la lucerna; tripodi, su cui si ardeva l'incenso, od altro aroma di effluvio più grato alle nari; mense vasarie, su cui posavano boccali, brocche, anfore ed altri utensili necessarii al convito; da ultimo il repositorio, o portavivande, vistoso mobile di legno, incrostato di tartaruga e arricchito di fregi d'argento, scompartito in varii palchetti, l'uno sull'altro, destinati a sostenere i vassoi con le loro diverse portate.

La mensa era nel mezzo, tutta in legno di cedro, levigata e rilucente, macchiata qua e là come una pelle di pantera, quadrata di forma, per adattarsi ai tre letti che le correvano intorno.

I letti, sicuro; e appunto per questo la sala si chiamava triclinio, dai tre letti su cui si adagiavano i commensali, appoggiati sul gomito sinistro. Ogni letto aveva tre posti, coi loro cuscini e guanciali di piume, ed ogni posto aveva il suo nome, il sommo, l'inferiore e l'imo. La stessa denominazione serviva pei letti, da destra a sinistra del riguardante, salvo che il letto di mezzo non si chiamava inferiore, ma il medio. Di qui le divisionigerarchiche dei posti,summus, inferior, imus, in summo, oppuresummus, inferior, imus, in medio, e finalmentesummus, inferior, imus, in imo. Quest'ultimo era proprio l'ultimo posto della mensa. Ma il primo non era mica ilsummus in medio, come porterebbe la nomenclatura accennata, bensì l'imus in medio, perchè il convitato più ragguardevole, stando nel letto di mezzo, che era il più nobile, restasse anche vicino al padrone di casa, che era sempre ilsummus in imo.

Lettori, se io riesco oscuro, non è mia colpa. Vorrei invitarvi romanamente a cena, e chiarirvi meglio il negozio. Accettate la buona intenzione, vi prego.

Tutto era all'ordine; i lumi accesi in giro sui candelabri e nella lampada di bronzo dorato, che pendeva dal lacunare. Il lettisterniatore aveva sprimacciato i letti a dovere e i commensali prendevano il luogo assegnato dal nomenclatore a ciascheduno di loro.

Ottima usanza era questa, e mi sia lecito di aggiungere, a mo' di parentesi, che potrebbe svecchiarsi utilmente ai dì nostri, per risparmiare ai convitati la molestia di andar su e giù intorno alla mensa, cercando i loro nomi sulle cartoline ospitali, ed anche per dare ad ognuno la consolazione di conoscere i suoi compagni di tavola; cosa difficile oltremodo, con l'uso moderno, e dove i convitati sian molti.

Gli uomini si erano sdraiati a mezzo sui letti; le donne stavano sedute. Così portava la costumanza romana; ma niente impediva che, ad unacert'ora del banchetto, il capo di Delia o di Lalage si arrovesciasse a destra o a manca, secondo il capriccio, e le rose della ghirlanda convivale si sfogliassero sulla sintesi del vicino.

La sintesi, ho detto. E non crediate trattarsi qui di uno dei due procedimenti filosofici per cui la mente umana svolge e perfeziona le sue cognizioni. Si tratta della combinazione di una tunica discinta con maniche corte, e di un pallio che ricopriva la metà inferiore del corpo ai convitati. Questa combinazione si chiamava con greco vocabolo, la sintesi, od altrimenti la veste cenatoria.

Notate che si prendeva il cibo più o meno delicatamente con le dita, e che la salsa poteva assai facilmente cadere sulla tunica. Donde la necessità d'indossare una vestead hoc, la quale era fornita dall'ospite. Il convitato non recava di suo che il tovagliolo, nel quale, a cena finita, riponeva confetti, frutte, ed altri rilievi della mensa, che era permesso a tutti di portar via, come si usa anche adesso, nei pasti villerecci, dai convitati indiscreti.

Oltre la sintesi, fatta per cansar le frittelle sugli abiti, i commensali avevano dall'ospite il nardo ed il cinnamomo per ungersi i capegli, e la corona di rose, che, premendo sulle tempie, non permetteva ai fumi del vino (almeno, così credevasi allora) di salire al cervello.

Così disposte le cose, un ragazzo portò sulla mensa il bossolo dei dadi, e si lasciò decidere dalla sorte a cui spettasse il titolo di re del vino.

Il punto di Venere, che era il migliore, poichè in esso i tre dadi cadevano mostrando sulle faccesuperiori tre numeri diversi, toccò ad una donna, alla vispa Lalage dalle labbra di corallo e dai denti di avorio.

Un applauso universale salutò la regina.

— Non è questo il giorno d'Afrodite? — gridò Lucio Postumio Floro, a cui Lalage piaceva maledettamente. — E non è giusto che Venere favorisca la sua bella figliuola? —

Il sorriso, l'ho detto, stava di casa sulla bocca di Lalage. Ma quella volta esso apparve più soave dell'usato, e Postumio Floro n'ebbe al cuore una dolcezza infinita.

In quel mentre si udirono liete armonie. I sinfonisti entrarono nel triclinio, quale suonando la cetra, quale il flauto, in accompagnamento ad un coro di giovinetti, che cantavano le lodi del padrone, composte in metro saffico da Publio Cinzio Numeriano, il poeta.

— Belli i versi ed il canto! — disse Tizio Caio Sempronio, facendosi rosso dal piacere. — Abbia l'amico Numeriano tutto quello che gli gioverà domandarmi. E voi, — soggiunse, rivolto ai servi sinfonisti, — che avete cantato e accompagnato un carme degno di Apolline, siate da quest'oggi liberti. —

I sinfonisti si profusero in rendimenti di grazie. Numeriano, che era sdraiato all'ultimo posto, si senti più felice in quel momento, che se gli avessero dato il posto consolare, occupato pur dianzi da Lalage, la regina del banchetto.

— Ave, Sempronio! — diss'egli, — Tu sei veramente il primo dei Celeri. —

Avverto il lettore che Celeri dicevansi da principio i cavalieri, dal loro primo capitano Fabio Celere. E Numeriano, ricordando le antiche denominazioni, avrebbe potuto dire eziandio il primo dei Ramnensi, dei Taziensi, e dei Luceri, perchè appunto in tre centurie erano stati divisi i primi cavalieri da Romolo, e ascritti alle tribù di tal nome.

Incominciò, come a Dio piacque, il banchetto. Il Dio era Mercurio, a cui toccava la prima e la miglior parte del primo piatto di carne. Se poi la mangiasse, non so; forse ne faceva un presente al guardiano del santuario.

Mentre i sinfonisti cantavano e suonavano, un servo accorto, lostructor, aveva disposti sui vassoi del repositorio i piatti della prima portata, a mano a mano che giungevano dalla cucina. E appena finito il carme, altri due servi avevano sollevato il portavivande dalla credenza, collocandolo in mostra sulla tavola. C'era là dentro lagustatio, o l'antecœna, come a dire l'antipasto, o i principii; tutta roba da gustarsi per aguzzar l'appetito.

Di solito non mancavano nell'antipasto le uova sode, acconciate con salse; donde il proverbio romano «ciarlar dalle uova fino alle mele;» ossia dai principii alle frutte. Ma il lusso incominciava a volere che le uova fossero di pavone, le quali costavano un occhio, come potete argomentar di leggieri.

Il cuoco di Tizio Caio Sempronio aveva dunque seguita la moda, e mandava in tavola le uova di pavone; ma perchè la materia fosse vinta dall'arte,quelle uova giungevano in un vassoio foggiato a nido, su cui era una pavona di legno, con le ali spiegate, in atto di covare. S'intende che, non essendo la femmina del pavone così bella a vedersi come il maschio, lo scultore pittore aveva dato alla covatrice il collo azzurro, le penne lionate e il ventaglio dagli occhi d'oro, del suo vanaglorioso compagno.

Dispensate le debite lodi a quella ghiotta novità, e mostrato di saperla gustare, i convitati dovevano bere. Ma a questo provvedevano i coppieri. Già il credenziere era venuto innanzi con una grossa anfora, su cui era scritto a lettere allungate:Opimianum.

Il nomenclatore si era avanzato a sua volta ed aveva gridato, commentando la scritta:

— Falerno del consolato di Opimio! —

Lucio Opimio Nepote era stato console con Fabio Massimo nell'anno 632 di Roma. Quel vino avea dunque settant'anni. Ma non era quello il solo suo pregio. Nell'anno 632ab Urbe condita, essendo console Opimio, la stagione fu così asciutta, che ogni sorta di frutti rimase squisitissima; il vino principalmente riuscì egregio, e tanta fu la sua fama, che con l'andar del tempo usavasi dire Opimiano ogni vino vecchio che servivasi alla mensa dei grandi.

— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei Numi? — chiese Postumio Floro. — Dillo, o regina dalle labbra di rosa.

— Nelsestante, per ora; — sentenziò la regina.— Del resto, il Falerno Opimiano non è vino dadeunce.

— Datriente, almeno! — osservò Marco Giunio Ventidio, volgendo a quell'anfora uno sguardo divoto.

— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose la regina.

— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio Sulpicio, quando il console si reca al tribunale; — replicò Giunio Ventidio.

«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile dei littori, quando avevano a sgomberare le vie dalla calca del popolo, per dare il passo libero ai magistrati.Si vobis videtur, discedite Quirites.

Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, lasciando stare le arcaiche corna di bufalo, usate a tal uopo dai primi Romani, e i fregi di metallo prezioso onde furono ornate in processo di tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi d'oro, d'argento o di stagno, secondo le condizioni di fortuna, e si chiamarono, dalla misura di liquido che potevano contenere, sestanti, trienti e deunci. Del sestante, che conteneva appena due once, si servivano le persone sobrie. Augusto beveva sempre al sestante e non più di sei volte durante il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, che era perciò ritenuto un bicchiere di moderata grandezza, pei bevitori ragionevoli; e ciò per contrapposto aldeunce, o bicchiere da undici oncie, che era il calice prediletto dei beoni.

— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore dei primi, dopo aver fatta scoppiettare due volte la lingua contro il palato.

— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio Floro.

— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con un galante accenno alla sua vicina. — Febe val Ebe, ed anzi qualche cosa di più.

— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se avrai da bere alle lettere! —

La celia destò il buon umore di tutta la brigata. Dicevasi bere alle lettere, quando, in onore di una donna, si bevevano l'uno sull'altro tanti bicchieri quante erano le lettere di cui si componeva il suo nome.

Ricordano gli eruditi che Marziale propinava all'arrivo di Lidia con cinque bicchieri; di Lica con quattro, di Ida con tre; e poichè nessuna di queste belle si mostrava, il povero poeta solitario chiedeva consolazioni a Morfeo. È da credere che, con tante libazioni, il dio dei papaveri non si facesse aspettare; tanto più che il buon Marziale aveva già bevuto prima per altre donne di molte lettere, come, ad esempio, Giustina.

Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando il Falerno del consolato d'Opimio; e frattanto i servi, tolti dalla mensa i rilievi dell'antipasto, si facevano innanzi col primo servito, ocaput coenae, come dicevasi allora.

Il repositorio era diventato una vera selva di piatti, il cui pregio appariva vinto da quella artistica confusione con cui erano disposti. Immaginate una ventina di vassoi d'argento, che recavano torte, focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di maiale, triglie, fichi d'Africa, lepri, fegatelli, e viadiscorrendo. Non vi parlo delle varie salse in cui era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco delicato, con que' miscugli di pepe e miele, di cumino e di silfio, che formavano gl'intingoli dei padroni del mondo.

Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande, lo scalco fu pronto a trinciare in giuste parti ogni cosa. Non si usava allora di lasciar niente nel piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava la sua porzione, ed egli poteva mangiarla, o riporla, o rimandarla, come più gli piacesse. Per tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che, verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del pesce, lasciando la testa e le spine all'ultimo del giro. E nemmeno si avevano a patire i danni della propria discrezione, o modestia. La rapacità degli uni e la timidezza degli altri avevano un solo correttore, lo scalco.


Back to IndexNext