CAPITOLO IX.Duettino d'amore.

CAPITOLO IX.Duettino d'amore.

L'ostiario aveva già pronunziato il necessario: «quis tu?» e, udito il nome del cavaliere, lo ripeteva ad alta voce all'atriense, che era il valletto d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E questi a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva il visitatore nel tablino.

Caio Sempronio si avanzò con aria disinvolta e col sorriso sul labbro. Clodia Metella, fingendo di vederlo allora, si alzò a mezzo dal suo seggiolone, e, deposto il codice sul monopodio (che era poi, come vi dice il nome greco, una tavola sorretta da un solo piede), offerse la sua candida mano al nuovo venuto.

Quasi sarebbe inutile il dirvi che il nostro cavaliere la prese e la baciò divotamente col sommo delle labbra.

— Divina Clodia, — diss'egli, — io ti son gratodi due cose, e dell'avviso amichevole e del permesso che mi hai accordato di venire ad ossequiarti. Come vedi, non sono anche stato fatto in tre pezzi.

— Ah, sì; — rispose la bella matrona, con aria impacciata; — pensavo anch'io che l'avvertimento non doveva esser preso alla lettera. Ma ero tanto commossa! Ti conoscevo solamente per fama, e mi sapeva male che un gentil cavaliere, come tu sei, potesse correre un pericolo. Sai pure che noi donne ci spaventiamo di poco; e i sogni, dopo tutto....

— Sono mandati da Giove; lo ha detto Omero. Ed io ti ringrazio di avermi avvisato. Farò buona custodia intorno al mio petto. Del resto, io m'avvedo d'esser caro agli Dei, poichè essi mi fanno ottenere quello che io desideravo ardentemente da un pezzo.

— Che cosa? — dimandò ella, così candidamente, che più non avrebbe potuto una fanciulla di quindici anni.

— Di conoscerti da vicino, — rispose Caio Sempronio, inchinandosi, — di essere annoverato fra i tuoi servitori. —

Un amabile sorriso fu la ricompensa del nostro cavaliere. Clodia Metella poteva ridere senza paura; i trentadue denti che metteva in mostra erano suoi, e per diritto di nascita, non già in quel modo che Marziale rimproverava a madonna Luconia.

— Adulatore! — mormorò ella, schermendosi modestamente. — Che vedi in me di preclaro?

— La forma, prima di tutto; l'ingegno, poi.

— Come? Tu metti l'ingegno al secondo luogo?

— Sì, perdonami, o Clodia. La prima bellezza è quella del volto, perchè è la prima a vedersi. In un bel volto c'è la promessa di una bell'anima. E il tuo mantiene le promesse, mi pare.

— Ah, non lo credono tutti; — diss'ella, sospirando.

— Che farci, signora mia? Persuader tutti e piacere a tutti, sono due cose egualmente impossibili.

— È giusto; ma una donna dovrebbe avere almeno il diritto di essere stimata per quel che vale.

— Lo sei; — notò gentilmente Caio Sempronio, a cui una bugia non pareva in quella occasione un troppo grave peccato.

— Non lo sono, e mi duole; — replicò vivacemente Clodia Metella. — Tu parlavi poc'anzi della forma. Sì, voglio ammetterlo, poichè tu lo dici, son bella.....

— La bellezza è un dolce dono degli Dei; — interruppe galantemente Caio Sempronio.

— Ah, non lo dire! Essa è un triste dono, il più triste che gli Dei possano fare ad una donna. Fortuna che passa presto, e la mia è presso a fuggirsene.

— Che dici tu mai?

— Il vero. Non sai? Sono nata sotto la dittatura di Silla. —

Questa di Clodia Metella doveva essere una bugia ben più grossa di quella del suo interlocutore. Lucio Cornelio Siila era stato dittatore tra il 672 e il 675 di Roma. Clodia Metella si attribuiva dunquedai ventotto ai trent'anni, mentre io e voi, lettori umanissimi, gliene avremmo dato almeno cinque di più.

Ma io e voi non siamo nei panni di Tizio Caio Sempronio.

— Perdonami, — diss'egli, scuotendo il capo in atto d'incredulità, — se io non riconosco questo merito alla dittatura di Silla. Il mio genio mi dice che tu sei nata sotto il consolato di Licinio Lucullo e di Aurelio Cotta. —

A quel furbo di Caio Sempronio non bastavano i cinque anni sottratti da Clodia; ne sottraeva altri cinque a sua volta.

— Via! lasciamo le adulazioni! — rispose Clodia sorridendo. — Il tuo genio travede.

— Sarebbe la prima volta; per solito egli non m'inganna. Del resto, egli mi ama, e non c'è niente di strano se vede co' miei occhi. Ora i miei occhi ti dicono bellissima tra le giovani patrizie di Roma. Qual meraviglia se la tua bellezza è il desiderio e lo struggimento di mille?

— Vedi, è questo il mio rammarico! — soggiunse Clodia Metella, afferrando l'occasione al varco. — Ah, gli uomini son tristi. Perchè ad una povera donna sorridono ancora i doni della gioventù, le si fanno intorno a gara, come i Proci intorno alla moglie d'Ulisse. Mostrarsi austere? Non giova; anzi, puoi metter pegno che nuoce. Nel concetto degli uomini, una donna che li respinge tutti apertamente, lascia credere che ne ami troppo e celatamente uno solo. E perchè siamo onestamente cortesi con tutti, perchè li lasciamoavvicinarsi a noi, vedere la nostra casa, come sia priva di nascondigli, vigilata da cent'occhi ad ogni ora del giorno — (così dicendo Clodia Metella accennava all'atrio, donde passavano allora per caso due schiave, recando fiori al larario) — eccoli inventare, o lasciar credere, che è peggio, le più liete fortune. Ammessi in casa tua, ti derubano, e ti infamano per la bocca dei loro difensori. I più discreti confidano alle Muse i sognati amori e chiamano l'universale a confidente dei loro audacissimi vanti. —

Marco Celio Rufo e Caio Valerio Catullo erano serviti ambedue senza tanti riguardi. E non pareva lei, mentre parlava così; la si sarebbe creduta Astrea corrucciata, che minacciasse di volarsene al cielo, per fuggire al consorzio degli uomin iniqui, o la Verità, costretta per sua salvezza a rifugiarsi in un pozzo.

Non vi dirò che al nostro cavaliere quella difesa di Clodia paresse oro di coppella. Ma anche dando la tara alle ragioni di lei, non potè fare a meno di riconoscere che in tesi generale Clodia aveva ragione. Le donne sono così facilmente calunniate, come sono amate e desiderate. La loro debolezza è un invito alla prepotenza degli uomini.

La conversazione volgeva al serio, e Caio Sempronio tentò di ricondurla sul primo tono.

— Ah i poeti! — esclamò. — Non ne conosco che uno, il cui animo sia bello come i suoi versi.

— L'araba fenice, dunque? — ripigliò ClodiaMetella, seguendo senza fatica quel nuovo giro dato da Caio Sempronio al discorso. — E chi è costui?

— Cinzio Numeriano, un bravo giovinotto, modesto e buono, che farà a giorni le sue nozze con una bellissima Greca. Sarò io il suo auspice, e già l'ho fatto ricco, perchè non abbia a far altro che amare e cantare, alla guisa degli usignuoli.

— Dei buoni! Hai fatto questo? — gridò Clodia Metella ammirata. — Oh come sei grande! Veramente nobile è l'uso che fai delle tue molte ricchezze. Viver lieto con gli amici, onorare gl'ingegni, che dovranno illustrare anche nelle arti e nelle lettere il gran nome di Roma, contendere alla Grecia il vanto della gentilezza e della eleganza, è questa un'opera degna di te. Come ti imiterei volentieri!

— Che ti trattiene dal farlo?

— Non son ricca, o per dir meglio, non lo sono tanto da colorire tutti i disegni che ho nella mente.

— Perdonami, divina Clodia; a te non fa mestieri quel che bisogna a me. Una donna bella ha in sè stessa una virtù che manca all'uomo. La luce che emana da lei illumina e riscalda come quella del sole, e fa sbocciare i fiori dell'intelletto, come l'altra i fiori del prato.

— Bel paragone, ma falso come tutti i paragoni. Io so quel che posso, e non è molto, pur troppo; — rispose Clodia Metella, con un sospiro. — Uomini e donne, non possiamo veramente esser utilialtrui, se non siamo potenti. Anche la bellezza non risplende, se tu non la collochi in alto; almeno, — soggiunse, correggendo la frase e accompagnando le parole con un mite sorriso, — essa non risponde all'ufficio che tu vorresti assegnarle, quello di illuminare. E sarebbe pure così bello, spandere in benefizi intorno a noi quello che Giove ci ha largito, di ricchezza e di forza! A che raggruzzolare, per una generazione di immemori eredi? A che restringersi nelle pallide cure, quando si vive una volta sola e l'Orco avaro ci rapisce ogni cosa in un colpo?

— Così penso ancor io, — disse Caio Sempronio, — quantunque non sappia dirlo così bene. Tu hai l'ingegno ornato, e veramente felice è colui che ti ascolta. Tu leggevi poc'anzi, ed io forse ho interrotto....

— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi studi non sono fatti per noi. Leggevo una favola milesia. Sai pure, è la favola che ci consola qualche volta della triste verità.

— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu stessa puoi dar vita a quanto di più leggiadro saprebbe immaginare la fantasia d'un poeta della Jonia. —

Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio Sempronio lì per lì non aveva trovato niente di meglio.

— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo appunto di due anime amanti che fuggirono alle noie della vita cittadina, per foggiarsi un mondo a lor posta nella pace dei campi. Eun giorno o l'altro, chi sa? anche sola, io me ne andrò a rifugio nel mio podere d'Albano, per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle cure domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia.

— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle tue grazie ammirabili? Tu, nata per le tede nuziali?

— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente la bellissima testa. — Troppo fosca luce hanno data le prime tede nuziali per me; frattanto, questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi dei Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti, i pretendenti intorno a Penelope; taluni di essi anche odiosi. —

Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non si sta impunemente al fianco di una bella donna, ed ogni accenno ad altri uomini che le facciano la corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia, come l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta fra lei e noi. Non siamo ancora innamorati, e già siamo diventati gelosi.

— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato.

Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana abbastanza per un primo incontro; ma fece le viste di non addarsene, o di trovarla naturalissima, che torna lo stesso.

— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose ella, con una esitazione che accresceva il pregio della confidenza. — Ma già tu sei uno de' pochi Romani, che valgano qualche cosa e in cui una donna possa confidarsi a chius'occhi. Cepione!

— L'usuraio?... Cioè, — soggiunse Caio Sempronio, tentando di cogliere al volo la parola fuggita, — volevo dire, il banchiere?

— Proprio lui; — disse Clodia Metella, crollando mestamente il capo. — Vedi un po' i graziosi vagheggini che mi tocca sopportare! E poi mi parli di tede nuziali! Di bellezza che illumina e riscalda! Ho ferito il cuore di uno tra i più ricchi, ma anche tra i più spregevoli cittadini di Roma. Debbo io ringraziar Venere protettrice per quel resto di bellezza che.... ti piace di trovare in me?

— Amabil resto, di cui ogni cavaliere romano si contenterebbe, lasciando per esso tutte le Dee dell'Olimpo!

— Pazzo! — esclamò Clodia Metella, facendo con le labbra la più leggiadra smorfia del mondo. — Sarai dunque incorreggibile?

— Dimmi costante, padrona mia. Si è incorreggibili nei vizi, costanti nelle virtù. —

Noti il discreto lettore quel «padrona mia» gittato là, in un momento di tenerezza, dal nostro Caio Sempronio. «Divina» e «bellissima» erano aggettivi che si spendevano senza troppo riguardo con tutte le donne; laddove il «padrona mia» (hera mea) non si diceva che alla donna del cuore. Come vedete, il nostro cavaliere non ci andava di gamba malata.

— E sia, — ripigliò Clodia Metella, senza far le viste dì aver notata quella rapida progressione, — diciamo pure costante, sebbene la costanza accenni ad un passato..... che nel caso nostro non vedo.

— Si fa molto cammino in breve ora, quando si ha la fortuna di vederti, o bellissima Clodia. Ma dimmi piuttosto, — soggiunse, non volendo aver l'aria di insistere su quell'argomento delicato, — Cupido è dunque riuscito a penetrare co' suoi dardi quella montagna di carne? —

La bella patrizia, con tutto il desiderio che aveva di stare in contegno, non potè trattenere le risa, a quella pittura che Caio Sempronio faceva del galante argentario.

— Dèi buoni! — esclamò. — Ignoro come ciò sia avvenuto; ma debbo argomentarlo dalla guerra spietata che egli mi fa. E ne sono veramente seccata. Vedi un po' la strana pretesa! Perchè mi ha reso un servizio, della sua professione, s'intende, e che io pago profumatamente, il degno banchiere si è fitto in capo...

— Di prendere un altro interesse sopra il tuo cuore? — domandò Caio Sempronio.

— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere, o andare in collera. Ma la faremo finita ben presto. Gli restituirò il suo denaro, dovessi anche vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla porta.

— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere amata la luce?

— Tu lo difendi ancora?

— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti coloro che hanno la fortuna di avvicinarti; — disse Caio Sempronio, cercando di ricondurre la conversazione sul tenero. — Non potrei io alla mia volta apparirti noioso? —

Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante. E neppure alzò gli occhi a guardare il giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli anelli che aveva nelle dita.

— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse il cavaliere, — assai doloroso, dopo averti conosciuta. Perdonami, sai, ma io dico quello che sento. Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo dire. È uno sterile conforto, lo so; ma almeno potrò pensare che tu non ignori il mio male, quantunque avara di farmachi. E poi, non è del tutto infelice chi prega e spera; infelice è colui che, dopo aver contemplato il sole, è risospinto nelle tenebre.

— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua lingua soave faresti muovere i sassi, come già avvenne ad Orfeo; — disse Clodia Metella, smozzicando amabilmente le parole.

Era costume delle dame romane, uguali in cotesto alle moderne sirene, di cincischiare il discorso, simulando qualche esitanza di lingua e togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile (litera legitima) che suonasse troppo aspra al palato.

— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio Caio Sempronio, il più elegante e il più celebrato dei cavalieri di Roma, che si adatta a sprecare il suo tempo prezioso con una povera donna, a cui la giovinezza più non fiorisce le guance. Avessi quattro lustri, almeno!

— Li hai sempre, e non un giorno di più. Te lo dicono i miei occhi innamorati; te lo dicail mio sangue, che riarde nelle vene. Dove tu sei, divina Clodia, non osino mostrarsi Ebe ed Erigone.

— Cessa, te ne prego! — mormorò ella, colta da una commozione improvvisa.

Due lagrime intanto spuntarono dagli occhi di lei e scesero lente lunghesso le guance.

Caio Sempronio rimase di sasso. La vide farsi bianca in viso come il marmo di Paro; quelle lagrime, poi (badate che l'immagine è classica), scorrevano come l'acqua di sotto alla neve disciolta, e dalla stretta dolorosa che n'ebbe, quelle lagrime gli parvero il suo proprio sangue che gli grondasse dal cuore. Leggete Ovidio, che dice la medesima cosa in versi latini.

Ovidio, per allora, non aveva anche messi i lattaiuoli. Caio Sempronio, punto pratico dell'Arte amandi, la quale era di là da venire, si spaventò di quelle lagrime.

— Ti ho forse offesa? — gridò, profondamente turbato. — Perdona il mio ardimento, te ne supplico.

— No, non mi hai offesa; — rispose Clodia asciugandosi le molli rugiade; — pensavo al contrasto delle tue dolci parole con tutti i dolori che mi sono derivati da questo dono fatale dei Numi. Oh, i giudizi del volgo! Se la gente sapesse da quali impure fonti ella attinge, e qual maestro di dotte calunnie è l'amor proprio ferito di certi uomini, o la gelosa invidia di certe donne! E sei tu sincero, parlandomi come hai fatto poc'anzi? Puoi esserlo, dopo tutto quello che si è malignato sulconto mio? Non hai forse pensato fra te che alla donna dei mille amanti si poteva parlare a tutta prima d'amore?

— Oh il brutto pensiero che t'è venuto in mente! — gridò Caio Sempronio, con accento di rimprovero. — Ti ho detto quel che sentivo, lo giuro per gli Dei immortali.

— Del resto, che importa? — ripigliò Clodia Metella, crollando superbamente il capo. — Pensi il volgo ciò che gli piace. Mi giudichi male la stoltezza, mi morda l'invidia, mi perseguiti il rancore; purchè uno mi stimi, io non mi lagno del fato. —

«Purchè uno mi stimi» capite? Era il colpo di grazia, e Caio Sempronio lo ricevette in pieno, nella parte più vitale. In lui, come in tutti gli uomini, la parte più vitale non era forse la vanità?

Caio Sempronio prese amorevolmente la mano di Clodia e la carezzò, come si farebbe della mano d'un bambino che si vuol rabbonire.

— Padrona mia, — le disse, col più soave accento che uscisse mai dalle labbra d'un uomo, — tu lo sai, tu lo senti, che io ti stimo, come meriti di essere stimata da ognuno. Non mi credere un temerario vanitoso, se troppo presto ti ho palesato il segreto dell'anima mia. Certo, non era presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso, nella tua lettiga per via, nelle feste, nei teatri, sempre ammirata, corteggiata da mille adoratori, sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo,non meno solleciti intorno a te; mentre io ero lunge, non veduto da te, e senza il coraggio di avvicinarmi mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che la continuazione di un vecchio monologo. E tu condannami ora; statuisci la pena, sono pronto a subirla. —

Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva neanche ritirata la mano, prigioniera d'amore tra le mani del nostro infiammabile eroe.


Back to IndexNext