CAPITOLO VI.Rose e spine.

CAPITOLO VI.Rose e spine.

Il giorno dopo quella famosa cena (giorno che io vi permetterò di chiamare romanamentequarto Nonas Aprilis, poichè era il terzo sopra le None, che cadevano al quinto giorno del mese) il cavaliere Tizio Caio Sempronio si alzò mal volontieri dalle morbide piume.

Quasi non sarebbe mestieri di accennarlo, poichè già s'indovina, argomentando che l'ospite di tutti quei capi scarichi doveva essere andato anche tardi a dormire. Ma siccome tutto è relativo in questo mondo, va detta anche l'ora in cui il nostro cavaliere scese dall'alto giaciglio, non senza bisogno d'aiuto, per non cascar giù dalla scaletta, così assonnato com'era.

Non c'è che dire, i nostri antichi Romani amavano i loro comodi. Avete già veduto che pranzavanosdraiati, appoggiando il torace sul gomito. Figuratevi ora che dormivano su certi letti così alti, da aver mestieri d'uno sgabello, o d'uno scalèo, per salirvi su. Que' letti erano fatti a guisa dei nostri sofà di maggiore grandezza, con una spalliera da capo, con un'alta fiancata dalla parte del muro, e interamente aperti dal lato per cui ci si entrava. L'intelaiatura era tesa con cinghie, che sostenevano un gran materasso, su cui erano collocati un capezzale e un guanciale. Ho veduto uno di questi letti, il letto di Didone, dipinto a suo luogo nel più antico codice dell'Eneide, che è il Virgilio Vaticano. Lo scalèo ha nove gradini; nientemeno! C'era la sua parte di risico, a voltarsi sul fianco.

Torniamo a Tizio Caio Sempronio. Il nostro cavaliere si alzava per solito verso il meriggio. Quel giorno, malgrado la veglia prolungata e i fumi del vino, si alzò alle nove, che era l'hora tertia, nella divisione del giorno presso gli antichi Romani.

Che cosa aveva da fare? La terza era l'ora dei negozi forensi.Exercet raucos tertia causidicos, mi pare che abbia detto Marziale. Ma anche senza essere un causidico, e senza l'obbligo di andare ai tribunali, Tizio Caio Sempronio ci aveva per quel giorno la sua parte di seccature; epperciò, prima di ascendere su quel suo Campidoglio notturno, aveva raccomandato al servo di svegliarlo ad ogni costo per quell'ora insolita. E scosso ripetutamente dal fidato cameriere, che fu mandato a quel paese una mezza dozzina di volte, il povero cavaliere si alzò, per andare a finire di svegliarsi in un bagnod'acqua fresca: ottima cosa al mattino, segnatamente quando non si ha obbligo di berla.

— Andiamo, via! — aveva egli detto tra sè, per consolarsi di quella interruzione al più bel sogno d'oro che mandasse mai l'alba degl'infingardi al più divoto de' suoi cultori. — Bisognerà pensare a quei cari amici, che aspettano un servizio da noi. —

Mentre egli era al bagno, capitò l'ostiario.

— Che c'è? — domandò il cavaliere.

— Padrone, è venuta all'uscio di strada una vecchia....

— Vada a pettinar Proserpina! — gridò Caio stizzito. — Così male ha da cominciare la mia giornata? —

L'ostiario sorrise, e ripigliò:

— Se n'è andata, difatti, ed ha lasciato questo per te. —

Così dicendo porse una tavoletta pugillare al padrone.

Pugillare? Che diavol è? Sentite qua; si chiamavano pugillari certe piccole tavolette, rivestite di cera, per iscriverci su. Derivavano il nome dalle loro piccole proporzioni, perchè potevano essere comodamente tenute nel pugno; ed erano usate per quaderni di memorie, per notarvi i pensieri fuggitivi, e sopratutto per mandar lettere amorose.

Insomma, avete capito. Avrei potuto dirvi subito un viglietto, come quello di Rosina a Lindoro. Ma non siamo per niente sotto il consolato di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, ed io ho sentito il bisogno di dirvi: una tavoletta pugillare. Abbiatepazienza e seguitemi, mentre io guardo che senso ha fatto sull'animo del cavaliere il messaggio mattutino della vecchia Gabrina.

Tizio Caio Sempronio si era affrettato, come potete immaginarvi, a rompere il suggello e ad aprire le due facce del pugillare.

— Ah! — esclamò egli, dolcemente commosso, leggendo la prima parola.

Adesso bisognerebbe dir l'ultima, perchè il nome dello scrivente si mette in fondo; ma allora lo si scriveva sempre da principio.Cicero Terentiae suae salutem dicit.

La lettera non era di Cicerone, vi prego di crederlo. Del resto, sentite Caio Sempronio che vi chiarisce il negozio.

— Clodia! — mormorò egli, dopo la prima esclamazione che ho detto. — Come va che quella divina mi scrive? A me, Tizio Caio Sempronio, che le ho parlato a mala pena una volta? —

Mi direte che il miglior modo, anzi l'unico, di sapere che cosa voglia da noi una dama, quando ci fa l'onore di scriverci, è quello di legger subito ciò ch'ella si è degnata di mettere in carta. Ma questo, che è vero in tanti casi, non lo è poi in tanti altri. Non lo era, per esempio, nel caso di Sempronio e di Clodia.

Vedete, difatti; la bellissima patrizia scriveva così:

«Clodia, a Tizio Caio, salute.

«Ti parrò ardita; e forse è questa la fama che corre di me. Qualunque io ti sembri, non sarò mai paurosa, nè sciocca. Stimo te grandemente;nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco, sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere Megalesi; è il mio voto.»

Avete capito voi? No. E Tizio Caio nemmeno.

Non già perchè non intendesse le ultime parole, che forse allegheranno i denti a qualcuna delle mie lettrici, poco pratiche d'anticaglie. Le Megalesi erano feste solenni alla dea Cibele, onorata sotto il nome di gran madre degli Dei, epperciò chiamata in grecoMegalisia. E perchè tutte le feste d'allora finivano in giuochi e spettacoli, come quelle del nostro popolo finiscono in corpacciate e combibbie, le Megalesi, che duravano otto o nove dì, cominciando nel quarto giorno di aprile (pridie Nonas Aprilis), erano più specialmente dedicate alle rappresentazioni sceniche. Pei Ludi Megalensi furono scritte quasi tutte le commedie di Terenzio.

Quanto ai matematici, era questo il nome degli astrologhi, degli indovini, che interpretavano i sogni della gente da bene. Orazio Flacco non voleva che si facesse capo a costoro, e raccomandava a Leuconoe di non chiedere il futuro ai calcoli babilonesi. E appunto da Babilonia, patria di astronomie di matematici, erano venuti a Roma gl'indovini; e l'astrologia e la matematica, scienze dei Magi, avevano dato il nome all'arte di quegli antenati di Cagliostro.

Nemmeno era dubbio per Tizio Caio Sempronio il senso della lettera. Niente di più naturale che il dar retta ai sogni, in un tempo e in un paese di superstizioni come quello, che aveva tra l'altre cose i giorni fasti e nefasti, le ferie pubbliche e private, e queste anche in occasioni di fulmini, di modo che, ogni qualvolta si sentisse tuonare, era giorno feriato, fino a tanto non si fossero placati con offerte e sacrifizi gli Dei.

Dunque, nell'avvertimento di madonna Clodia non c'era nulla da dire. Ma una donna che scrive ha sempre un secondo fine, un intendimento riposto. E perchè si prendeva costei tanta cura della salute di Tizio Caio? Che cosa si doveva leggere tra le righe dello scritto? Lo avesse almeno invitato ad andare da lei! Ma no, d'invito non ce n'era pur l'ombra, neanche sotto forma di permesso, per un rendimento di grazie. Un avviso, un augurio, un voto, e nient'altro.

— Strana donna! — pensò il cavaliere. — Che cosa debbo conchiudere? Che ella si dà pensiero di me. E sia. Ma allora perchè non aggiungere: «a voce ti dirò meglio»? E questo accenno alle prossime feste! Che voglia vedermi allo spettacolo? Sì, certamente, ci andrò; ma di questo ella poteva esser sicura, e non c'era bisogno di dirmelo. Ma forse vuol farmi sapere che ci andrà lei. Ed anche questo era inutile. Dove non è, la bellissima Clodia? —

Quanto al pericolo che la bella patrizia gli accennava nel suo viglietto, Tizio Caio Sempronio ci pensò molto meno che a tutto il restante.

— Che pericolo ho da correr io? — diss'egli tra sè. — Esser fatto in tre pezzi! E da chi? Se i sogni vanno interpretati a modo, io posso credere che non si tratti d'una spartizione materiale. Infatti, vedete qua; ier sera non ne ho avuti tre, che volevano il mio.... e che l'avranno, pur troppo! Il sogno è stato veridico, anzi fatidico. Son tre gli assetati del mio sangue, o, per dire più veramente, di dugento sessantamila sesterzi. E li abbiano, poichè li ho promessi. Il sogno della schiava di Clodia non prova esso che io debbo dissetare quest'oggi i miei tre supplicanti? —

Questo ragionamento lo ricondusse a ricordare come e perchè fosse balzato quel giorno da letto un po' più presto del solito.

— Piramo! — gridò egli, richiamando lo schiavo, che si era prudentemente allontanato.

— Padrone!

— Dirai all'arcario che venga qua.

— Prima del cinerario? —

Il cinerario, se nol sapeste, era uno schiavo che, presso le dame, assisteva l'ornatrice, mentre questa faceva l'acconciatura del capo alla padrona; e il suo principale ufficio consisteva nel riscaldare il calamistro, o ferro da riccio, nelle ceneri; donde il suo nome che ho detto. Ma in alcuni casi, e presso gli uomini, egli faceva altresì l'ufficio di barbiere. Del resto, anche allora i capegli riccioluti non era solamente delle donne, e spettava alferro caldo di dare ai patrizi romani le ciocche morbidamente inanellate della chioma d'Apollo.

— Anche prima del cinerario; — rispose asciuttamente il cavaliere.

Lo schiavo si allontanò, per andare in cerca dell'arcario.

— Vedete qua; — proseguiva intanto il nostro eroe, rifacendosi volontieri al tema del suo soliloquio. — Ella pensa a me; si affretta ad avvertirmi d'un pericolo che mi sovrasta. Ella già non poteva immaginarsi che si trattasse solamente delle mie sostanze, della mia persona.... giuridica. Senza badare ad altro, passando sopra a tutte le consuetudini, ha voluto avvertirmi. Divina Clodia! E poi dicono di lei che è.... che Valerio Catullo.... Baie! Già, i poeti sono la gente più molesta e pericolosa che al mondo sia. Vi scoccano un'ode, un'elegia, e tutta Roma, leggendo quell'ode, quella elegia, pensa che i sogni del poeta siano la verità, che le bellezze lodate da lui siano state vedute, che i difetti e i torti notati da lui siano torti e difetti veri e manifesti come la luce del sole. E una degna matrona, così calunniata, non ha più modo di rifarsi. Il poeta ha parlato; il volgo la condanna. Maledetti poeti! Non aveva mica torto Platone, a bandirli dalla sua repubblica! Questi ornati venditori di ciancie sonore vi mettono una povera donna in piazza. Hanno veduta una mano, come tutti gli altri, e nei loro versi vi descrivono il braccio, l'omero, e.... via discorrendo. Il volgo dei lettori, aiutando la malignità, immagina il resto. Dove il poeta non ha fatto altro che seguire i vaneggiamentidell'estro, o le necessità della prosodia tiranna, egli vede altrettante indiscrezioni della più autentica forma. E in questa guisa si scrive la storia. Una donna ne ha uno? Povera lei! Gliene regalano cento. —

Come vedete, il nostro cavaliere girava all'ottimista. Di mattina, lo siamo sempre un po' tutti. La triste esperienza è un frutto delle ore più tarde, nella gran giornata dell'uomo; e poichè il giorno è nel suo piccolo una immagine della vita, voi potrete concedermi che il più melanconico dei pessimisti veda anche lui le cose del mondo, poniamo per un'ora, tinte dei colori dell'alba.

Del resto, e per ciò che risguarda il sesso debole, siamo sempre disposti a pensarne un gran bene, quando le sue debolezze profittano a noi. Per solito, delle donne che c'importano poco, si sente dir corna e si tace, quando non vi s'aggiunge del proprio l'onesta complicità del sorriso. Ma fate che una di loro entri nulla nulla nel cerchio della nostra giurisdizione, che un suo sguardo, una parola sua, udita e riferita, sveglino nel nostro animo la speranza, o nel cuor nostro il desiderio; e quella donna diventa di punto in bianco un'altra. Poverina, l'avevano calunniata. Già, gli uomini, metà son tristi e metà sciocchi; qual virtù uscirebbe salva dalle ciarle assassine?

Poi, viene il punto in cui l'uomo avvicina la donna calunniata. È così bella! Vedete che grazia, che soavità, che dolcezza! Ecco il segreto svelato; era cortese e l'han gabellata per lusinghiera; confidente di modi e le hanno dato lettere patenti disfrontatezza. E l'uomo che ha fatta questa grande scoperta, felice di non doversi confondere coi tristi, nè con gli sciocchi, sale di cerchio in cerchio, per tutte lo stazioni del paradiso, fino a tanto, assorto nei raggi luminosi della divinità, ne resta così abbacinato da non veder più nulla. Dopo tutto, che importa il vedere? «Credete più ai vostri occhi che a me?» domandava audacemente una donna, che conosceva a fondo il suo uomo. Non era possibile che questi volesse farle un torto così grave, credette a lei e negò fede a' suoi occhi.

La bella Clodia, che faceva quella mattina palpitare così forte il cuore di Caio Sempronio e smarrire il suo giudizio (cosa non troppo difficile, perchè ne aveva sempre avuto pochino), era certamente una delle dame più calunniate di Roma. A torto, o a ragione? I versi del suo poeta, anche a fargli la tara, c'indurrebbero a credere che ella meritasse la sua fama.

Povero Catullo! Ne ha dovute mandar giù! Poeta elegante ed appassionato, già celebre fin dalla prima giovinezza per aver disposata nelle sue odi la delicatezza immaginosa di Anacreonte all'ardore profondo di Saffo, conobbe per suo danno la moglie di Metello Celere, se ne invaghì perdutamente, e da quel giorno egli non ebbe più pace. Riguardoso nella forma, mutò il nome di Clodia in quello di Lesbia; ma la cronaca non tenne il segreto, e Lucio Apuleio potè raccogliere ancora due secoli dopo le indiscrezioni della cronaca e tramandarle alla posterità.

Nessuna donna, se crediamo a Catullo, potevareggere al confronto della sua innamorata. «Quinzia è bella per molti, dice egli; per me è bianca, alta e di nobile portamento; ma che sia bella in complesso, nego, perchè in quella grande persona non c'è grazia nè spirito. Lesbia sola è intieramente leggiadra; perchè, essendo bellissima tutta, ha rapite tutte le grazie a tutte le altre donne di Roma.» Contemplava il suo volto, ne udiva le soavi parole, e gli sembrava d'esser beato al pari, e, se possibile, più degli Dei. Veduta lei, niente altro desiderava. Ma la sua lingua s'intorpidiva; una fiamma gli scorreva per tutte le membra; gli risonavano le orecchie, gli occhi gli si coprivano di tenebre. Bello ogni atto, leggiadra ogni cura di lei. La vedeva deliziarsi nell'amore d'un passero, e lui a cantare il passero che ella amava più dei suoi occhi. Morì il passero, e lui a piangerne in versi stupendi la morte, invitando le Grazie e gli Amori a confortarla con le lagrime loro. «Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamoci, le dice egli un giorno; non valgono un soldo le ciancie dei vecchi barbogi. Muore il sole e risorge; noi, morta una volta questa breve luce, abbiamo a dormire una notte perpetua. Dammi un migliaio di baci, e poi cento, poi altri mille ed altri cento ancora; e così via via, fino a perdere il conto.»

Ma ohimè, un giorno doveva cadergli la benda dagli occhi. Clodia era una civetta; non amava lui solo. Bella, ma senza cuore! E il poeta si sdegna, vuol rompere la catena, per custodire la sua dignità. Ma come fare? «Odio ed amo, dice egli ad un amico. Chiedi come ciò avvenga? Non so; malo sento e ne muoio.» L'ama troppo, non c'è via di salute; si allontana da lei e ritorna; l'amor suo è una sequela interminabile di sdegni e di paci. Irato contro sè stesso, disegna di allontanarsi da Roma, per non assistere alle sregolatezze di Clodia; va in Bitinia con Caio Memmio Gemello; ne ritorna povero e più innamorato che mai. Soltanto le sciagure domestiche lo distoglieranno un tratto dalla sua pena, e l'isoletta di Sirmio, sul Benaco, poco lunge dalla natale Verona, gli farà meno triste l'autunno precoce della sconsolata sua vita.

E adesso che abbiamo veduta la figura di Clodia attraverso ai rapimenti e alle malinconie d'un poeta, facciamo ritorno al nostro cavaliere Tizio Caio Sempronio. Il poeta s'è ridotto ai silenzi della sua villa di Sirmio, e Clodia è a Roma, sempre bella, sempre elegante, e circondata da cento vagheggini. Qual è la donna che non ci ha i suoi, dopo l'esempio di Penelope, ròcca di fede coniugale, assediata per tanti anni dai Proci? Ma badino, i bellimbusti di Roma; se entra in scena Tizio Caio Sempronio, poveri a loro! È un giovanotto che non perde il suo tempo, nè prima, nè dopo. È forte e bello, di buon cuore pe' suoi amici, inchinevole al tenero con le signore donne, ma non fino al punto di guastarcisi il sangue. Egli chiederà a Clodia ciò che essa può dare, sorrisi e carezze; non già la costanza, derrata di cui egli non saprebbe che farsi, e a cui non potrebbe offrire il ricambio.

Per altro, anche a non volersi smarrire troppo lungamente nelle ombre di Pafo, tornano semprepiacevoli i cominciamenti d'un ripesco amoroso. Messo il piede sul limitare del bosco, il cavaliere ci trovava un gusto matto a rincorrere le farfalle che gli svolazzavano capricciose davanti agli occhi. Fuor di metafora, Caio Sempronio seguiva col pensiero tutte le fasi di una lieta avventura, incominciata cosìex abruptocon una tavoletta pugillare, che andava rivolgendo ancora per tutti i versi, quando gli si fece dinanzi l'arcario.

— Mio signore, eccomi qua; — disse costui, inchinandosi profondamente.

— Sei tu, vecchio Lisimaco? Che cosa vuoi?

— Mi avevi fatto chiamare.... — riprese quell'altro.

— Ah sì, è vero; — disse Sempronio risovvenendosi; — ho anzi bisogno di te. Già capirai di che si tratta. —

Lisimaco stette muto a guardarlo. Era un vecchio servo, o, per dire più veramente, un liberto, servo manomesso, che continuava a vivere in casa degli antichi padroni, esercitando l'uffizio di arcario, ossia di soprintendente e cassiere. Pulito, molto serio e d'una rara probità, Lisimaco aveva avuta la piena fiducia del padre di Caio Sempronio, uomo assennato e non d'altro curante che di far prosperare la sua casa; nè doveva mancargli la pienissima fiducia del figlio, che alle faccende sue pensava pochissimo, come mi pare di avervi fatto già intendere.

Il liberto taceva, vi ho detto; ma il cavaliere continuò il discorso per lui.

— Ho bisogno di moneta; — soggiunse.

— A' tuoi comandi; — rispose Lisimaco.

— E molta; — ripigliò il cavaliere.

— Ahi! — mormorò quell'altro, — siamo alle solite.

— Come? saresti all'asciutto?

— Oh, questo, poi! — esclamò il vecchio liberto, che sentiva offesa da quel dubbio la maestà della casa Sempronia. — Ma se tu mi permetti un'osservazione....

— Sentiamo l'osservazione.

— Padrone mio, si spende troppo.

— Eh, non dico di no.

— Anche le case più ricche vanno in malora, se non c'è misura nello spendere.

— È sempre stata la mia opinione; — disse gravemente Caio Sempronio; — e son lieto di vedere che tu partecipi al mio modo di vedere. —

L'arcario lo guardò trasognato.

— Mi pare, — pensò egli, — che il cavaliere voglia burlarsi di me. —

E non aveva mica torto, il vecchio Lisimaco. Ma, per rispetto al padrone, finse di non aver capito.

— Anche la tua casa, padrone, finirà come tante e tant'altre, se non provvedi in tempo.

— Ottimamente; ma dimmi, savio Lisimaco. Ci sono ancora.... in tempo?

— Che domanda! Grazie agli Dei, siamo sempre sul sodo.

— Ah, meno male. Mi avevi già fatto paura. Dunque, si possono avere quest'oggi quarantamila sesterzi per compiacere all'amico Postumio Floro?È un imprestito, non ti spaventare, mio vecchio Lisimaco.

— Vado a numerare la somma; — disse l'arcario, dopo aver tratto un sospiro.

— Aspetta ancora. All'imprestito dunque abbiamo provveduto. Ora c'è dell'altro. Mi bisognano, per un altro negozio, sessantamila denari.

— Sessantamila! — balbettò l'arcario, strabuzzando gli occhi. — Hai detto sessantamila....

— Denari, sicuro; che ragguagliati alla moneta di rame fanno dugento e quarantamila sesterzi, o poco meno. Ma non ti confondere; non si tratta di un imprestito, questa volta; si tratta invece di un collocamento, d'una compera di fondi. —

Lisimaco diede una rifiatata, ma senza rallegrarsi molto. Il povero cassiere andava da Scilla a Cariddi. Cessava la paura, sottentrava lo stupore.

— Tu comperi?

— Sì, — rispose Caio Sempronio, — compero gli orti di Ventidio, sull'Esquilino.

— Tu comperi? — tornò a chieder quell'altro, che non poteva mandarla giù.

— Sì, te l'ho detto; che cosa ci trovi di strano?

— Ma, mi pare che ce ne sia la sua parte. Perdonami, signor mio; ma è nuova davvero, che tu abbia pensato a comperare un pezzo di terreno.

— Io che ci ho sempre avuto una gran propensione a buttar via, non è vero? — disse il cavaliere, ridendo. — Ma non temere, Lisimaco; ionon sono mutato per ciò. Compero.... ma per regalare il comprato.

— Di bene in meglio! Ed è questo che tu chiami un.... collocamento di moneta?

— Ma sì, vecchio Lisimaco, è questo. Non ho forse detto di comperare?

— Per regalar poi.

— Ah, questa, vedi, è una seconda operazione. Badiamo ora soltanto alla prima. —

Lisimaco crollò il capo, ma non aggiunse più altro. Con quel matto del suo padrone non c'era modo di ragionare.

— Eccoti lì ingrognato, mio Cerbero! — proseguì Caio Sempronio. — Ma infine, abbi pazienza; ho promesso. Vorresti tu che io mancassi alla mia parola?

— Tolgano gli Dei immortali che io ti consigli in tal guisa; — rispose il vecchio Lisimaco, non sapendo più che pesci pigliare. — Debbo dunque metter da parte anche i sessantamila denari?

— Se li hai in cassa.

— Li ho.... quantunque, levati questi, non ci rimanga molto di più. E tu lo sai, padron mio, che le entrate dell'anno scorso hanno già preso il volo, mentre questo è a mala appena incominciato.

— Bene, per tirare avanti fino al raccolto, puoi chiedere in prestito al danista Corbulone. Intanto vedremo di ristringere le spese.

— Ah, magari! — esclamò il vecchio liberto, alzando gli occhi e le palme al cielo. — Con unanno di risparmio, si potrebbe ancora rimetterci in carreggiata.

— Un anno! — gridò il cavaliere. — È troppo. Mettiamo sei mesi.

— Ma bada, ci sono ancora le ipoteche sul fondo Reatino, il più bel fondo che tu possieda! Poi c'è l'imprestito di dugentomila denari sulla villa di Aricia. Poi....

— Dimmi, — interruppe Caio Sempronio, — non avresti tu un altro discorso più allegro da tenermi, per questa mattina? A momenti tu mi passi in rassegna tutta la emerita classe degli argentarii. —

Lisimaco gli rispose con un gesto che voleva dire: che colpa ci ho io?

— Animo, via; — ripigliò, il cavaliere, vedendo la faccia malinconica del suo povero cassiere. — Non pensiamo ora a queste miserie. Vedremo di correggerci, se sarà scritto nel libro dei fati. Tu scrivi intanto, nel tuo, che oggi verrà Postumio Floro, al quale dovrai consegnare quarantamila sesterzi, e Giunio Ventidio per vendermi i suoi orti alle Esquilie, contro la somma di sessantamila danari.

— E metterò a libro l'acquisto degli orti?

— Sì, se ti piace, — rispose Caio Sempronio, con quella sua faccia da ridere, che dava tanta noia al disgraziato cassiere, — purchè tu aggiunga in margine: regalati oggi stesso a Publio Cinzio Numeriano, poeta innamorato. —

Ciò detto, il cavaliere congedò con un gestomaestoso il suo povero arcario, che se ne andò borbottando tra i denti:

— Poeti.... innamorati.... matti... tutta gente da legare!


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