CAPITOLO XI.Il prodigo e l'avaro.

CAPITOLO XI.Il prodigo e l'avaro.

Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio il servitorello di Clodia, con due altri personaggi, uno dei quali, vestito d'una lunga dalmatica, vergata di bianco e di nero, doveva essere il mercante, e l'altro dalla tunica succinta, che gli giungeva al ginocchio, e dal carico che aveva sulle spalle, appariva lo schiavo del primo.

— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che ci porti di bello, stavolta?

— Mia nobil signora, — rispose il mercante, inchinandosi profondamente, — tutto quello che c'è di più nuovo per l'estate. La mia nave è giunta iersera ad Ostia, e, come tu vedi, non ho posto indugio a venire da te, quantunque da due giorni Annia Sulpicia, la moglie del console, e Giunia Sillana, la impazientissima tra tutte le matronedi Roma, mi avessero comandato, pena il loro corruccio, di passar prima da loro.

— Hai fatto bene; — disse Clodia, accompagnando le parole con una mossa orgogliosa del capo. — Io non soglio stare agli avanzi di nessuno. Apri l'involto, Aderbale, e vediamo; questi sapientissimi uomini giudicheranno. —

Lo schiavo aveva già deposta la balla sul pavimento, e Aderbale il mercante, dato di piglio ad un coltello, recise d'un colpo la fune che teneva stretto l'involto; indi sciolse la triplice fascia di tela che custodiva i preziosi tessuti della sua patria.

Erano stoffe di lana, mie lettrici amorevoli. A quel tempo non era anche conosciuta in Italia la seta, e pochissimo il cotone, che andava famoso in Oriente sotto il nome dibisso. Ma non compiangete troppo le Romane d'allora, perchè quella lana era finissima e filata così sottilmente, da meritare a certe stoffe il nome di aria tessuta. Quanto ai colori, c'erano rappresentate tutte le gradazioni dell'iride, e non avrebbero avuto da invidiar nulla a quei delicati impasti, a quelle vaghissime temperanze, che oggi danno fama così grande alle fabbriche di Lione.

— Vedi, nobilissima Clodia, — diceva il mercante, sciorinando le pezze sul monopodio della matrona e facendo ricadere i lembi in ricche pieghe sul musaico levigato del pavimento, — son colori di porpora, non d'erbe. —

Le tinture si distinguevano allora in porporine ed erbacee, le prime cavate dal succo delle conchiglie,e le altre da quello di certi vegetali. Si crede comunemente, ricordando la porpora regia e la cardinalizia, che il color porporino fosse solamente cremisi, o scarlatto. Ma questo, presso gli antichi Romani, era il colore estratto da una sola varietà di conchiglie, che era l'ostro; laddove da tante altre, e tutte chiamate col generico nome di porpore, si traeva ogni sorte di colori, come a dire l'olivigno, il violetto, l'amaranto, il paonazzo, l'azzurro, il cilestro, il glauco marino, e aggiungete pure liberamente tutte le mezze tinte possibili, ottenute la mercè di una tintura sovrapposta ad un'altra. A questo modo si aveva la pregiatissima stoffa versicolore, che mutava di colorito secondo i riflessi della luce.

I paesi più celebri per la porpora, sul Mediterraneo, erano le spiagge del Peloponneso, della Sicilia e dell'Africa; sull'Atlantico, le coste della Britannia, dell'Irlanda e dell'Armorica. Le conchiglie di quest'ultimo mare davano il colore più scuro; quelle del Tirreno e dello Jonio il violetto, laddove sulla spiaggia di Fenicia predominava il cremisi. Réaumur, che non ha solamente inventato il termometro, si è provato anche a rifar la tintura di porpora, e i suoi esperimenti hanno dimostrato che la conchiglia di Tiro poteva dare essa sola tutte le gradazioni accennate. Secondo lui, il succo tingente è bianco, fino a tanto che resta nella sua vescichetta, tra le fauci del prezioso animale. Versato sulla tela di lino, apparisce subito d'un verde leggiero. Esposto all'aria e al sole, si muta in verde carico, indi in verdemarino, poscia in azzurro, e da ultimo in rosso. Lavatelo con acqua calda e sapone, e vi matura in un cremisi splendidissimo, che non vi fa più altre metamorfosi.

Lasciando da parte tutte queste manifatture, noi torneremo a Clodia Metella, che, da esperta conoscitrice, andava esaminando e palpando lo stoffe di Aderbale, per sentirne la finezza ed ammirarne i colori.

— Che pensi? — domandò ella tutto ad un tratto, volgendosi a Servilio Cepione, che stava guatando quella mostra col suo piglio beffardo.

— Penso, — rispose il banchiere, — che un bel regalo lo ha fatto Ercole ai poveri mariti e a tutta la dolente schiera degli innamorati. —

L'osservazione del vecchio argentario ha mestieri d'un breve commento. Si credeva a quei tempi che la porpora fosse stata trovata da Ercole. Passava un giorno il semidio lungo la marina di Tiro, quando il suo cane (lo vedete, Ercole, accompagnato da un cane, alla guisa dei ciechi?) quando il suo cane, che aveva una fame da lupi, s'imbattè in una conchiglia, gittata sulla spiaggia dai flutti. Fido, o Melampo che fosse, non fece parte della sua scoperta al padrone; ruppe il guscio coi denti e mangiò il saporito mollusco, dopo di che si presentò ad Ercole, col muso tinto del più bel rosso che vi possiate immaginare. — Che cos'è? dimandò il semidio, che non aveva mai osservato una cosa simile. E veduto che razza di conchiglia avesse sgranata il suo cane, andò in busca di tutte le altre, che si trovavano sullaspiaggia, por ispremerne il succo sulla tunica di lana bianca che portava indosso. Quasi sarebbe inutile di aggiungere che la tunica d'Ercole divenne tosto d'un bel rosso carico, e che egli n'ebbe un piacere da non dirsi a parole. La sua tunica gli parve da quel giorno così bella, che gli seppe male di indossarla più oltre come abito di fatica. La regalò allora al suo buon amico, il re di Tiro, che andò a sua volta in visibilio, e lì sui due piedi mise fuori un editto, per confiscare il color della porpora ad uso ed ornamento esclusivo della sua sacra persona.

— Ecco, — diceva intanto Aderbale, sciorinando la sua mercanzia, — una pezza di porpora violetta che vince lo splendore dell'amatista. Dirai, nobilissima Clodia, che somiglia al colore della tua stola; ma, se ben guardi, la tinta è alquanto più chiara ed ha riflessi più vivi. È il meglio, ilnec plus ultra, della fabbrica di Annone, riconosciuta ormai per la prima di Tiro. Ami meglio il verde marino? Eccoti questa, che si affà mirabilmente al candore del tuo volto e alla lucentezza dei tuoi capegli neri. Di quest'altra devi farti unarica, per uscire a diporto. È trasparente e ti custodirà dalla polvere, senza toglierti di vedere e di esser veduta dai nobili cavalieri, che gitteranno occhiate di desiderio nella tua lettiga dorata. E adesso guardami questa; non ti par latte, entro a cui sia stata stemperata una perla eritrea? Vedi come torna bene, piegata in due doppi! Aggiungi due o tre strisce di porpora azzurra o scarlatta sui margini, ed hai una diploide alla foggia greca,che nessuna Ateniese, foss'anco Aspasia rediviva, potrebbe vantare la più vistosa, o la più elegante. —

Clodia Metella non si lasciava abbarbagliare da quel luccichìo di frasi dell'asiatico mercatante. I suoi occhi, precorrendo la meditata progressione di quel commentario alla moda, si erano fissati su di una stoffa di lana nera, sottilissima e intessuta a strisce d'oro filato, che era veramente una meraviglia a vedersi.

— E questa, quanto vale? — domandò.

— Padrona mia, riconosco il tuo buon gusto; — esclamò Aderbale, senza curarsi di rispondere subito in chiave. — Questa è la più ricca novità della stagione, e, non fo per vantarmi, è anche la prima pezza che se ne vede in Roma.

— Il prezzo ti ho chiesto, il prezzo.

— Ah, il prezzo è veramente un po' forte. Ma la stoffa è così bella, che, quando io te l'avrò detto, ti parrà proprio regalata. Cinquemila sesterzi.

— Cinque... — balbettò Cepione, spalancando gli occhi dallo stupore. — Che cos'hai detto? Ripeti.

— Cinquemila sesterzi, o, se meglio ti piace, nobilissimo uomo, milleduecento denari. Con tutto l'oro che c'è dentro, è data proprio per nulla.

— Ah sì, ce n'è fin troppo, dell'oro. Vedete che spreconi!

— Perchè ti lagni? — entrò a dire Caio Sempronio. — A qual uso migliore potrebbe servire il preziosissimo tra tutti i metalli, se non a rendere più appariscente la bellezza? Io vedo già lanostra divina Clodia Metella, adorna di quella veste dorata, risplendere come la dea Bona alle calende di Maggio, nel sacrario del pontefice massimo.

— Sì, sì; — rispose Clodia Metella, crollando malinconicamente il capo; — ma trovo anch'io che costa un po' troppo. Non ho già i cinque milioni di sesterzi di Servilio Cepione.

— È come se tu li avessi; non ti ha egli profferte le sue sostanze, come contorno all'offerta del suo cuore? — ribattè Caio Sempronio ridendo.

A quella scappata del cavaliere, il vecchio argentario fece il muso più lungo del solito.

— Eh, eh, — gridò egli, punto sul vivo, — tu la ricordi in buon punto; e se mi saltasse il ticchio.....

— Ottimamente! Compera dunque la veste e fanne un presente alla Dea.

— Ma di grazia, perchè non la comperi tu?

— Io? Così fossi certo che si degnasse di accettarla!

— Graziosa, quella paura!

— Non ci credi? Sia dunque tua la colpa, se io ardisco di offerire qualche cosa a Clodia Metella. Aderbale, dammi da scrivere. —

Il mercante capì subito che cosa intendesse di fare il nostro giovinotto, e cavò dalla sacca, che portava ad armacollo, un dittico di legno e uno stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta, che si chiudeva come le due copertine d'un libro, presentando al di fuori una superficie piana,e di dentro un sottile rivestimento di cera, con le sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie, richiudendosi l'una sull'altra, non avessero a combaciare per modo da guastare le lettere, segnate nella cera medesima con la punta dello stilo.

Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di Aderbale e vi scrisse queste poche parole:

«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore. Pagherai oggi cinquemila sesterzi al mercante Aderbale, di Tiro. Sta sano.»

Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che, data una scorsa allo scritto, s'inchinò e si dispose a metter da parte la pezza di stoffa destinata da Caio Sempronio alla bellissima Clodia.

— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo, passerai alla mia casa, sul Viminale, — disse il cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia.

— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di Roma; — rispose Aderbale, intascando il prezioso chirografo. — Ed eccoti, nobilissima Clodia, la veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi. Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia.

— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta vergognosa, all'orecchio del giovane. — Io non accetterò mai un così ricco presente.

— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo vedo; ma la colpa non è mia. Cepione mi ha data la spinta. Se vuoi punirlo della sua improntitudine, non ci hai modo migliore di questo. Accetta con lieto animo il mio povero dono. —

Clodia sorrise e porse la sua bella mano a CaioSempronio. Era quello il ringraziamento, e il nostro cavaliere se ne fece abilmente un premio, stampando su quella mano il più ardente dei baci.

— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò Cepione stizzito.

Ma il giovinotto non pose mente alle bizze del vecchio Arpagone, e, chiesto a Clodia Metella il permesso di tornare il giorno seguente, tolse commiato da lei. Per una prima visita aveva fatto abbastanza, ne convenite?

Il mercante aveva rifatta diligentemente la sua balla e se n'era andato anche lui, dopo molti inchini, ringraziamenti ed augurii di prosperità alla liberalissima Clodia, che gli comperava le stoffe più preziose col denaro degli altri.

Cepione era rimasto in piedi nel tablino, ora guardando Caio Sempronio che se ne andava, ora Clodia che aveva seguitato il giovinotto con una lunga e malinconica occhiata fino alla tenda del pròtiro. Il vecchio argentario non appariva troppo contento; di certo egli mulinava qualche cattiveria, a sfogo della bile che già gli schizzava dagli occhi.

Tutto ad un tratto, diede in uno scroscio di risa.

— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, con aria tra stupita e severa.

— Ho fatto una bella scoperta; — rispose Cepione. — La colomba è innamorata.

— Sì; — diss'ella brevemente, in quella che stendeva la mano al monopodio, per ripigliare la sua favola milesia.

— E il colombo, — soggiunse Cepione, — è molto ricco.

— Che importa? — riprese Clodia Metella, stringendosi nelle spalle.

— Come, che importa? Importa moltissimo.

— Non a me certamente. —

L'argentario rispose a quel magnanimo diniego con un ammicco beffardo. Ma perchè Clodia fingeva di non vedere, crollò il capo ed aggiunse:

— Sia pure, come tu dici; ma importa a me. Dammi lode per la mia schiettezza, ti prego.

— Non vedo come c'entri tu; — replicò la matrona.

— Non c'entro? Non c'entro? Figùrati! Noi qui faremo a metà. Tu prenderai l'amante, io la pecunia. —

A quella cinica bottata dell'argentario, Clodia Metella si rizzò di scatto, come una serpe a cui sia stata calpestata la coda.

— Che novità son queste? — gridò, saettando Cepione con uno sguardo corrucciato.

— Padrona mia, un po' di calma, e vediamo di intenderci; — disse quell'altro, adagiandosi tranquillamente sul cuscino d'una sedia a bracciuoli. — Anzitutto, perchè parli di novità? Non sono forse passati per le mie mani tutti i giovani patrizi che tu hai onorati della tua benevolenza? Valerio Catullo, Celio Rufo, Cornelio Basso, Aulo....

— Finiscila! — interruppe Clodia Metella. — Tu sei veramente noioso.

— Ah, ti secca la nomenclatura? Bada, padrona mia, non intendevo citare che i colombi spennacchiati; mettevo in disparte tutti quegli altri che hanno avuta la sorte di non lasciarci le pennemaestre. Il povero Cepione li ha veduti passar tutti, l'uno dopo l'altro. Per Ercole! Si davano la muta, come i legionarii in sentinella. Ed io, destinato a colmar gl'intervalli, mi trovavo sempre fuori delle tue grazie; vedevo appena il sole, che già mi spariva dagli occhi. Eppure, vedi la mia bontà; in attesa di riavere la tua benevolenza, facevo servizio ai miei fortunati rivali; imprestavo quasi sempre io, le migliaia di sesterzi che dovevano servire ai donativi; fornivo io le armi contro di me. Che cosa vuoi di più umano? Ed anche adesso, io mi preparo a servirti. Quel giovinotto mi piace. Ti ringrazio di averlo scelto così ricco. Poverina! potevi benissimo invaghirti d'un plebeo povero in canna, o d'un cavalierino indebitito fino agli occhi, ed io avrei dovuto recarmelo in pace. Ma tu non l'hai fatto, padrona mia bella; tu sei sempre quella matrona di garbo, che ero avvezzo a stimare da tanti anni. Abbi dunque i miei ringraziamenti, e concedi che io tiri innanzi a servirti. —

Clodia Metella si mordeva le labbra a sangue.

— E.... — diss'ella, con voce tremante dalla rabbia, — se io non volessi stare al tuo patto?

— Faresti malissimo; — rispose il beffardo vecchio; — perchè io potrei....

— Potresti? Continua!

— No, non è bene scoprirsi così scioccamente, e con una donna di così sottile accorgimento come tu sei. Oh, non dubitare, io ti rendo giustizia. Se fossi pretore, come ci avrei diritto pel nome che porto, darei ad ognuno il suo, che non ci mancherebbe mezz'oncia.

— Daresti! — notò ironicamente Clodia Metella. — Sarebbe la prima volta.

— Ah sì; come se l'imprestare non fosse una maniera di dare!Do ut des, do ut facias, son forme di contratto, mi sembra. E a proposito di fare, bada, padrona mia, che non mi venga in mente di far aprir gli occhi al tuo nuovo amatore.

— Non lo farai; — disse Clodia, dopo un istante di pausa.

— Sta a te ch'io non lo faccia, mia bella. Sii prudente, e non avrai a dolerti di me. Déi buoni, e non è giusto che io trovi un compenso alla brevità di questi interregni? Perchè, infine, tu ci hai una virtù singolare, che riesce tutta a mio danno. Quando uno ti piace, bisogna rassegnarsi; nel tuo cuoricino non c'è mai posto per due.

— Cepione, io l'amo.

— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e, come vedi, asciugo una lagrima di tenerezza. Mia candida colomba! Sei così buona, così affettuosa! Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo seppe anche la felice memoria di Publio Clodio, tuo degno fratello....

— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo più lume, — vorrai tacere una volta? Lascia i morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le minaccie. Chi ti ha mai impedito di fare il tuo mestiere? Metello Celere ha avuto il torto di morire, senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se così non fosse, vedresti tu come io starei a sentirti.

— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per ciò è notevole la nostra alleanza. Che cosa c'è di più grande di due che si odiano e si aiutano a vicenda? Io, vedi, qualche volta sento il desiderio di chiuder le mani intorno al tuo collo di cigno e di strangolarti senz'altro. Sei bella ed io non lo sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure ti degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà un bel gruzzolo di monete. Ah, se non fosse che tu sei una civetta addestrata e che fai calare da tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!... Ma basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona mia, siamo intesi e non occorrono altre spiegazioni tra noi. Venere conservi la tua bellezza, e Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo nobilissimo servo. —

Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere, e, fatto un mezzo inchino alla sua alleata, s'incamminò verso l'uscio. Clodia Metella riprese il suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma per un bel pezzo non ne spiccicò una parola.


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