CAPITOLO XIX.Siamo agli sgoccioli.
Clodia Metella si era prontamente ricomposta con quella balìa di sè, che è propria delle donne. Non se l'abbiano a male, di grazia, le mie buone lettrici. Io penso che sia una virtù il sapersi padroneggiare, così nelle piccole cose come nelle grandi, e se è vero che la necessità aguzza l'ingegno dell'animale pensante, come svolge e perfeziona l'istinto del bruto, si può ben dire che la soggezione in cui, da che mondo è mondo, fu sempre tenuta la donna, le abbia appunto accresciuta la virtù del dissimulare, e data in pari tempo la scusa.
Quanto a Servilio Cepione, il nostro vecchio argentario ci aveva un grugno così fatto, che poco ci voleva a nascondere i moti nell'animo. Il sorriso e la smorfia erano tutt'uno per lui.
Caio Sempronio rimase un po' sconcertato alla vista inattesa del suo ippopòtamo. Ma infine, quella medesima qualità che più doveva dargli molestia, poteva anche rendergli gradita la presenza di lui. Era un creditore. Ora, coi creditori, non ci son vie di mezzo; o sprofondarsi in inchini, o buttarli dalla finestra. Almeno, questa è l'opinione dei debitori, che in questa materia sono i giudici più autorevoli. Caio Sempronio, debitore maraviglioso, non poteva onestamente appigliarsi al secondo partito, anche per la ragione che incominciava a trovarsi al verde, e, alla vista di Servilio Cepione, gli parve che gli si presentasse la fortuna, col corno dell'abbondanza tra mani.
Lo accolse dunque benissimo, e gli mosse incontro con le braccia distese.
— Oh Cepione! Che buon vento ti ha condotto tra noi?
— In verità, — disse quell'altro, — il vento non ci ha avuto a far nulla. Son venuto per terra. Del resto, come dicevo poc'anzi alla nostra Clodia Metella, una ragione poco piacevole mi ha tirato fin qua. I medici mi hanno ordinati i bagni di mare, per una certa salsedine che m'è venuta alla pelle.
— Malattie dei ricchi! — notò Caio Sempronio ridendo.
— Ah, non parlar di ricchezze! Non si fa nulla.....
— E i danari dormono nelle arche, infruttuosi, non è vero? Ma sta di buon animo, Servilio; prestoti darò occasione io, di srugginire le chiavi del forziere. —
Cepione fece un muso lungo una spanna.
— Basta, ne parleremo; — prosegui Caio Sempronio. — Oggi si sta allegri. Rimani con noi, ci s'intende?
— No, ti ringrazio. Sono qui per curare la mia salute e non posso fare la vostra vita da epicurei.
— Che! Ti spaventi di poco. Pensa che l'allegria fa buon sangue.
— Vieni almeno a cena da noi; — disse Clodia Metella, secondando abilmente le premure del compagno.
Cepione si lasciò persuadere. Oramai era accettato in casa e poteva aspettare tranquillamente il buon punto. Fatte poche altre chiacchiere sul più e sul meno, il degno uomo prese commiato per andare alla sua bagnatura, e Caio Sempronio lo accompagnò cortesemente fino all'uscio di strada.
— Poveraccio! — diss'egli tornando nel tablino, ove Clodia Metella attendeva ad alcuno di quei nonnulla, che le donne chiamano lavori, mentre non sono altro che passatempi. — È un avaro, uno strozzino; ma in fondo in fondo è migliore della sua fama. —
Il nostro cavaliere vedeva tutto color di rosa, in quel giorno.
— Padrona mia dolce, — soggiunse egli, — sono stato fuori un po' troppo. Ma la colpa fu del lavoro, che non era finito. Ecco il tuo diadema. Va bene così?
Clodia ammirò, e si volse a guardare il giovine col più lusinghiero dei suoi dolci sorrisi.
Ora, chi nol sa? i sorrisi d'una bella donna si bevono, e scendono al cuore più soavi dell'ambrosia, o del nèttare. «Niente è più dolce del miele» ha detto Salomone; e certo l'autorità è grande, nè si può così leggermente contraddirgli. Pure, io porto opinione che il sapientissimo re non badasse troppo a quel che diceva. Se ci avesse pensato un pochino, metto pegno che si sarebbe ricordato. Poffaremmio! Che tra i mille sorrisi raccolti nel suo palazzo (e dico mille, perchè ne ha tenuto il conto la storia), non ce n'avesse uno da valer più d'un favo di miele?
Caio Sempronio bevette senz'altro quel sorriso di Clodia, e nella dolcezza ond'era tutto compreso dimenticò ogni sopraccapo.
— Mia bella amica, — le bisbigliò quindi all'orecchio, — io ti amo. E tu? —
Clodia Metella non rispose. Ma fece meglio; gli gettò le braccia al collo.
— Dopo tutto, è un bel giovane; — pensò la bella patrizia, che se ne intendeva. — Peccato che non sia più ricco! —
Fu quella l'orazione funebre agli amori di Tizio Caio Sempronio. Ma che importava ciò, se il morto era calato nel monumento con una ghirlanda di rose?
Quel giorno la cena fu gaia oltre l'usato. Il nostro cavaliere avea l'aureola dei beati intorno alla fronte; e Clodia Metella..... Abbiamo veduto come sapesse padroneggiarsi e dissimulare, quella gentile alunna di Venere.
In mezzo a tutti i piccoli episodii della serata, Cepione trovò il modo di dire alcune parole all'orecchio di Clodia. Ma Caio Sempronio, dal canto suo, trovò il modo di parlare un tratto da solo a solo con Cepione.
— Amico mio, quattro parole.
— Ci siamo! — pensò l'argentario. — Attenti a parare la botta. —
E ad alta voce soggiunse:
— Mio cavaliere, sentiamole.
— Forse già le indovini. Ho bisogno di danaro.
— Non ne ho. Ti parrà strano, e i tuoi occhi me lo dicono chiaramente, prima che parlino le labbra. Ma il fatto è questo: non ne ho. In questi mesi mi sono andati a male parecchi negozi e mi trovo in secco.
— Mi duole..... per te e per me; — disse, dopo una breve pausa, Caio Sempronio. — Ma, poichè mi sei amico.....
— Amicone! Amicone! — interruppe l'argentario, prendendogli una mano e battendogli così amorevolmente sul braccio, che non pareva più lui.
— Orbene, poichè così è, potrai parlarne o scriverne, che sarà meglio, al tuo collega Furio Spongia, a Crispo Lamia, a qualcun altro delle Botteghe Vecchie.
— Ahi, ahi! — esclamò Cepione, con quell'aria di soave malinconia che assumono i mercanti sulle difese, e in generale tutti gli uomini che stanno per negarvi un servizio. — Le Botteghe Vecchie sono chiuse.
— Da quando? — domandò Caio Sempronio, che lì per lì non aveva capito il senso riposto della frase di Cepione.
— Da quando hanno incominciato a diffidare. Bada, non sono io che parlo; riferisco i discorsi degli altri. C'è Furio Spongia che asserisce aver tu preso ad imprestito per somme di gran lunga superiori alle tue sostanze.
— Ah! dice questo, il briccone?
— Sicuro, ed aggiunge di averne le prove. A me, che volevo persuaderlo del contrario, perchè ho fede in te, e dopo tutto non mi spaventerei d'aver perduta una parte del mio, pur di averti potuto rendere un servizio, a me, dico, Furio Spongia ha risposto di essersi abboccato col tuo arcario e di averlo costretto a convenirne, dopo tirata la somma di tutti i tuoi debiti, antichi e nuovi. Anzi, mi aggiungeva che Lisimaco... Ê così che si chiama il tuo cassiere?
— Sì, va innanzi; — disse Caio Sempronio, impaziente di giungere al fine.
— Mi aggiungeva dunque che Lisimaco, turbato da quella improvvisa scoperta, che rendeva inutile il suo ufficio, ti aveva scritto una lettera.
— A me? Non so nulla di ciò.
— Eppure, quella medesima sera il messaggiero era partito da Roma.
— Aspetta; — disse Caio Sempronio. — Ora mi rammento. Dev'essere stato quindici giorni fa. Lisimaco infatti mi scriveva..... Ma in verità, non so che cosa mi scrivesse, perchè non ho letto il messaggio.
— Leggilo ora, e vedrai. —
Il nostro cavaliere, scombussolato da quelle ingrate notizie, andò nella sua camera, aperse la capsa e trovò la lettera del suo povero arcario. Era un piagnisteo dalla prima all'ultima parola. Lisimaco aveva riconosciuti ad uno ad uno gli sdruci fatti dal cavaliere nel suo patrimonio, e conchiudeva malinconicamente col dirgli: «tu non hai più nulla del tuo; i creditori sequestreranno ogni cosa, e, quel che è peggio, i tuoi poderi non basteranno a coprire i debiti, così numerosi ed ingenti, come hai avuto il senno di farli.»
Rimase di sasso. Non ignorava già di andare alla rovina, ma non credeva di giungerci così presto. Altro che fermarsi allo scrimolo! Egli era già a gambe levate nel vuoto.
Il primo pensiero che gli usci formato ed intiero da quella gran confusione, fu per la donna amata da cui avrebbe pure dovuto separarsi.
— E Clodia? Che dirà Clodia? Come l'avvertirò io di tanta sciagura? —
La conclusione del suo soliloquio si fu che per quella sera non avrebbe parlato di nulla. Rimettere le noie al dimani è sempre stata la gran regola degli uomini a modo.
Il giorno dopo, era meno che mai disposto a parlare. Andò in quella vece a trovar l'argentario, per vedere se fosse possibile di intenerirlo.
— Senti; — gli disse; — l'autunno è inoltrato e a giorni mi bisognerà ritornare a Roma. Fa ancora uno sforzo, e t'assicuro che sarà l'ultimo.
— Lo vorrei, per Saturno, ma non posso. Tu vuoi cavar sangue da una rapa. Ho appena il danaro bastante per viver qui una ventina di giorni, da solo e senza uscire di riga. Quanto a Furio Spongia e a' suoi degni colleghi, mi pare di avertene detto abbastanza ier sera. Credo anzi che abbiano intenzione di rivolgersi al pretore, se già non lo hanno fatto, per tutelare i loro diritti. —
Al nostro eroe cascarono a dirittura le braccia.
— Siamo già a questi punti! — diss'egli.
— Mah! Io non ne so nulla; ti ripeto quello che ho inteso a dire e ti aggiungo quello che temo. —
Caio Sempronio usci disperato dal diversorio, in cui era alloggiato il feroce argentario.
Quel giorno fu tutto per Clodia. E lei? Quanto a lei, lettori umanissimi, non so dirvi che pensieri le girassero per la fantasia. Sbadigliare non fu vista da alcuno, e se vi dicessi, per certe mie induzioni, che reprimeva gli sbadigli e gli atti d'impazienza, temerei di asserire una cosa non vera. L'hanno tanto lacerata, quella povera Clodia Metella, che non ci sarebbe misericordia da parte nostra ad imitare i suoi contemporanei. Ammettiamo, per farla finita, che le dolesse di vedere il suo Caio Sempronio così presto andato a male, ma che, da donna assennata qual era, desiderasse in cuor suo di trovare un'uscita, e per lui e per sè.
— Stamane, se permetti, — le disse il povero cavaliere, — vo fuori.
— Dove?
— Fino a Puteoli. Ho da vedere un amico. —
Clodia Metella indovinò così a mezz'aria che tuttostava per finire, e non volle trattenerlo. Per altro, una parola ci voleva; e la parola fa questa:
— Purchè non si tratti d'una donna!
— Ah, non temere! Chi ama te, le dimentica tutte. —
Ciò detto, si allontanò, ma non senza volgere dal fondo dell'atrio una lunga occhiata a lei, che gli sorrideva dal tablino aperto, bella e fresca come l'aurora.
— Lasciarla! pensava egli intanto. — Non ne sento il coraggio. Udiamo prima il consiglio di un savio. —
Chi era costui, che doveva metter bocca sulle faccende di Tizio Caio Sempronio? Aspettate, e lo vedrete. Il pensiero di far capo a costui gli era nato nella notte, e, cosa strana, posando al fianco di Clodia. Il mondo è pieno d'antitesi, e il cervello dell'uomo, che è un piccolo mondo, ne ha una ad ogni svolta delle operose sue cellule.
La barca su cui era salito il nostro cavaliere andava a tutta forza di remi verso Puteoli; ma volse a riva, prima di giungere in vista di quel piccolo porto. Colà si vedeva una villa graziosa, le cui mura dipinte di cinabrese s'inerpicavano per la verde costiera, andando a congiungersi al sommo di un poggio, dove sorgeva una casa foggiata a mo' di tempio greco. Questa almeno era l'apparenza sua, derivata dal portico d'ordine dorico, che correva lungo la fronte dell'edifizio.
Quel luogo dicevasi l'Academia, e gli eruditi hanno già capito a chi appartenesse. Noi che nonsiamo eruditi (e ci corre) prenderemo ad imprestito un po' della loro dottrina, per dirvi che Acadèmo era un cittadino ateniese, il quale aveva nominato il popolo erede dei suoi orti, convertiti poscia in pubblico passeggio, cinto di mura da Ipparco, abbellito da Cimone, illustrato dai discepoli di Platone, che vi si raccoglievano a disputare; donde la scuola ebbe il nome di Academia. Ma perchè tuttociò non vi chiarirebbe ancora le origini dell'Academia di Puteoli, aggiungeremo che un grande romano aveva imposto quel classico nome alla sua casa di campagna, posta colà, tra Puteoli e il lago d'Averno, abbellendola di portici e circondandola di giardini, ad imitazione dell'Academia di Atene. E quest'uomo, ormai lo hanno indovinato anche i non eruditi, si chiamava Marco Tullio Cicerone.
Caio Sempronio, smontato dal burchiello alla riva, salì per un sentieruolo, che, serpeggiando attraverso una macchia di corbezzoli e di frassini, metteva all'abitazione del magno oratore. Tutto in quel luogo era grazioso e severo ad un tempo; si capiva alla bella prima che dovesse essere il romitorio d'un filosofo, e che quel filosofo fosse anche un uomo di buon gusto. Alla mente del nostro cavaliere s'affacciò per l'appunto una sentenza dell'Arpinate, che doveva essere nata colà:hic mihi jucundior solitudo, hic et amicitia jucundior.
Fu annunziato l'arrivo del nostro eroe, mentre il più elegante dei pensatori romani stava dettando una delle auree sue pagine al suo liberto, amico e discepolo, Marco Tullio Tirone. Non ignorateper fermo che i liberti prendevano il nome dei loro antichi padroni.
Caio Sempronio non voleva riuscire molesto in quell'ora solenne, e il filosofo approfittò delle cortesi sollecitazioni di lui, per finir di dettare uno dei suoi capitoli immortali. Cicerone stava appunto per condurre a termine il trattato «Della Vecchiaia» che è senza fallo uno dei suoi migliori, anzi l'ottimo fra tutti, per la purezza della forma e la dignità dei pensieri.
In quel libro parlava Catone il Maggiore, ma un Catone riveduto e corretto dall'ingegno altissimo di Marco Tullio, che si levava nella chiusa ad inarrivabili altezze.
— «Nessuno, o Scipione, mi persuaderà mai, che il padre tuo Paolo, o i due avi Paolo e l'Africano, o il padre dell'Africano, o lo zio, o molti altri valentuomini che non accade di enumerare, avrebbero operato tante cose degne del ricordo della posterità, se non avessero veduto con l'occhio della mente che la posterità era ad essi dovuta. O pensi che io (per lodare un tratto anche me, alla guisa dei vecchi) mi sarei tolti sugli omeri tanti assidui travagli in città e nel campo, se avessi pensato di dover chiudere la mia gloria in quei medesimi confini in che la mia vita doveva esser chiusa? E non sarebbe stato assai meglio trarre oziosa la vita e quieta, senza alcuna fatica, o contrasto? Senonchè, io non so come, l'animo mio, sollevandosi, sempre così vedeva la posterità, come se, dopo la morte, avesse a continuargli la vita. La qual cosa se non procedesse in tal modo, chele anime nostre fossero immortali, l'intelletto degli ottimi non si travaglierebbe di certo per conseguire una gloria immortale. E perchè credete voi che muoiano di buon animo i sapienti, e tutto al contrario gli stolti? O non vi pare che l'animo il quale più scorge, e più lontano, s'avveda per l'appunto di partire per regioni migliori, mentre chi ha ottusa la vista nol vede? Sì, veramente, io m'esalto nel desiderio di vedere i padri vostri, che ho rispettati ed amati; nè quei soli che io stesso conobbi, ma altresì coloro dei quali udivo e leggevo, e intorno ai quali scrissi nei miei libri di storie. Pronto alla partenza per quei luoghi, nessuno varrebbe a trattenermi, volesse anco ritornarmi alla prima giovinezza, ricuocendomi, come si narra del vecchio Pelia aver fatto Medea. E se pure un Dio mi concedesse di tornar bambino, così che io dovessi vagire in cuna, in verità ricuserei, non volendo, quasi alla fine del mio corso, dalle riprese essere ricondotto alle mosse.» —
— Stupendo! — esclamò Caio Sempronio, che non seppe trattenere lo scoppio della sua ammirazione.
Marco Tullio, a cui piaceva la lode, pagò quella esclamazione con un sorriso e con un cenno amichevole del capo; indi continuò la sua dettatura:
— «Invero, che cos'ha la vita di utile, o non piuttosto di travaglio? Ma l'abbia pure; essa ha certamente, dopo tutto, la sua noia e il suo termine. Non mi piace adunque di rimpiangere la vita, come molti ed anche savii hanno fatto. Neanche mi pento di essere vissuto, perchè sono vissuto intal guisa da non credermi nato invano, e da questa vita mi parto, come si fa da un ospizio, non come da una casa. Infatti a noi la natura diede l'albergo per soggiornarvi, non già per abitarvi. O splendido giorno, nel quale io parta per quel consesso di anime divine e mi allontani da questa turba e confusione di gente! Nè solo andrò a quegli uomini dei quali ho detto poc'anzi, ma eziandio a Liciniano mio figlio, di cui non nacque uomo migliore, nè chi lo avanzasse in pietà; il cui corpo fu abbruciato da me, quando era più naturale che il mio lo fosse da lui. L'anima sua non mi abbandonò, veramente; anzi, mirando a me di continuo, s'avviò a quel luogo dove sapeva che io pure avrei dovuto giungere un giorno. La quale sventura mia io parvi sopportare con fortezza, non perchè mi vi acconciassi di buon animo, ma perchè me ne consolavo, stimando non esser lontane tra noi la dipartita e l'assenza. Per queste cose, o Scipione (che mi dicevi di averne fatte spesso le meraviglie con Lelio), la vecchiezza, non che molesta, mi torna dilettevole e cara. Che se io m'inganno nel credere immortali le anime umane, volentieri m'inganno, nè voglio mi si tolga un errore, che abbellisce la mia vita. Se morto non sentirò più nulla, come credono certi filosofastri, non temo che i filosofi, morti anche loro, abbiano a deridere questa mia illusione. Che se poi non dobbiamo essere immortali, tuttavia è desiderabile per l'uomo di estinguersi al suo tempo. Imperocchè la natura, come in tante altre cose, così ha una misura nel vivere. E la vecchiezzaè come il compimento della vita; è il quint'atto della commedia, in cui dobbiamo sfuggire ogni ombra di stanchezza, segnatamente dove si aggiunga la sazietà. Queste cose avevo a dire della vecchiaia, a cui v'auguro di pervenire, affinchè le cose udite da me possiate trovar giuste, mercè la vostra esperienza.» —
L'amanuense aveva finito di scrivere, e Cicerone diede una rifiatata di contentezza.
Anche questa è condotta a termine; — diss'egli. — E quasi quasi mi duole. Ci si separa mal volentieri da un amico; e questo lavoruccio era un amico per me.
— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò con timido accento il giovine cavaliere.
— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri la tua sentenza? Ecco il punto. Ad ogni modo, fo quanto è in me per meritarla. Le lettere mi consolano in ogni studio della vita, e, come tu vedi, mi seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse il grande uomo, — va a ricopiare lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi che ne valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo giovine. —
Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre Caio Sempronio si faceva innanzi.
— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò Cicerone. — Noi vecchi abbiamo sempre qualche ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai a noi, se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la Parca ci attende. —
Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicinala morte. Infatti, sei anni dopo, egli moriva coraggiosamente, nel sessantesimo quarto anno d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva fulminato con le sue filippiche, piene di tanto amore per la patria e di tanta devozione alla causa della libertà, che pur vedeva perduta. I soldati recarono la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la fierissima donna, impugnato lo spillo che le teneva raccolti i capegli, vendicò sulla lingua del morto le dure verità dette dai rostri al suo secondo e al suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar la mano al futuro amante di Cleopatra, il quale la trattò poi secondo i suoi meriti, facendola morire di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie di Publio Clodio.
— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì Cicerone. — In che cosa può giovarti l'opera mia? —
Caio Sempronio gli espose allora in poche parole il caso suo, riserbandosi di tornarci sopra con maggior diffusione, per tutti quei particolari che al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere. Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre di lui, lo ascoltò con molta benevolenza e volle conoscere tutto, dall'a fino alla zeta.
— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo immaginarmelo. Giovani matti, che non ricordate essere stata una donna la causa dell'eccidio di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo umanamente della sua medesima osservazione, — che, se non cadeva Troia, non nasceva Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo avanti. —
Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel quale gli occorse anche di profferire il nome di Clodia Metella. E questo non giunse nuovo a Marco Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo e la rappresentazione dellaCasinadi Plauto, alla quale abbiamo fatto assistere i lettori.
— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno oratore. — Sarei un testimonio sospetto. A me basta che tu, sapendo quello che io ne ho detto al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto di venire da me per consiglio. Forse intendevi che, dopo quanto t'è occorso, ero io il tuo alleato naturale. —
Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore di Caio Sempronio un vago senso di tristezza. Egli non aveva pensato a nulla di tutto ciò che il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita, fatta piuttosto a lui che ad un altro. Era andato da Marco Tullio, per la stima che aveva grandissima del suo ingegno, per la stessa urgenza del caso, che non portava di andare a cercare un consigliere lontano, mentre ce n'era uno a pochi passi da Baia, e in fondo in fondo anche per quella virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa indovinare da qual parte si trovino gli aiuti più poderosi. Ma quell'accenno del grand'uomo al passato, gli fece provare una specie di rimorso, che si mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì contro sè stesso.
— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra sè. — E venendo a chieder consiglio da Marco Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Misono rovinato per quella donna, è vero, ma come mi sarei rovinato per un'altra, nè più, nè meno. —
L'interna battaglia che io vi ho descritta con tante parole, durò a mala pena un istante. E in pari tempo il nostro cavaliere sentì il bisogno di sviare il discorso.
— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna di te, ed io ho abusato....
— No, non credere che sia da meno del mio povero ingegno; — interruppe Cicerone. — Te lo dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle umane miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò del tuo caso, appena sarò di ritorno in Roma. Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per finire il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo, e fo conto di partire domani o doman l'altro. Vieni a vedermi laggiù e conducimi il tuo Lisimaco, per tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che mi saranno necessarii. Comunque esso valga, il mio patrocinio lo avrai.
— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la vita. Con te si vince di sicuro.
— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo avvocato può perdere una causa buona; un buon avvocato non può guadagnarne una cattiva. Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli pareva necessaria, — se il giudice è onesto. —
Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal grande oratore, promettendogli che pochi giorni dopo si sarebbe presentato a lui, nella sua casa al Palatino.