CAPITOLO XV.Il ricevimento.
Compiute le cerimonie dell'entratura, la nuova sposa fu condotta con gran pompa nelle sue camere, dove Cinzio Numeriano, con molta gravità, si fece a slacciare il nodo d'Ercole, simbolico nodo della verginità che la donna recava nella casa del marito.
Ciò fatto, lo sposo fu licenziato; e la pronuba e le ancelle attesero a spogliar Delia delle vesti nuziali, troppo dimesse, come avete veduto, perchè ella avesse ad indossarle per tutto il rimanente della giornata. Una stola di porpora azzurra, con fregi d'argento, prese il luogo della stola di lana semplice, che continuava la modesta tradizione di Caia Cecilia. La ghirlanda di fiori e verbene fu tolta e consacrata ad un simulacro di Giunone Cingia, che sorgeva allato del talamo. Fu tolta del pari la vitta di lana che tratteneva i biondi capeglidella sposa, e in sua vece vi fu intrecciato il vezzo di perle che aveva donato l'auspice alla novella matrona.
Un grido di ammirazione salutò la bellissima Delia al suo riapparire nell'atrio. Numeriano si avanzò, la prese per mano e la condusse nel tablino, dove, fattala sedere nella cattedra matronale, ad uno ad uno le presentò tutti gli amici che aveva convitati pel banchetto geniale, che doveva incominciare poco stante.
Ho già descritta una cena, e non ne descriverò una seconda, quantunque sia una cena nuziale. Soltanto noterò due particolarità: che a Caio Sempronio fu dato a tavola il posto d'onore,imus in medio, per modo che Delia, seduta alla sinistra di Numeriano, si trovasse tra l'auspice e lo sposo; che poi, ad un certo punto della cena, fu recato agli sposi il succo di papavero, mescolato con latte e miele.
Era il papavero, appresso i Romani, un simbolo di fecondità. Epperciò vediamo, in tutte le monete e marmi antichi, le donne Auguste, incominciando da Livia, portar le spighe e i papaveri.
La cena non fu lunga, e, contrariamente all'uso romano, ci si bevve poco. La solennità della circostanza e la presenza della novella matrona consigliavano un po' di misura. Inoltre, quella sera bisognava levar le mense più presto del solito, perchè alla cena doveva tener dietro un po' di ricevimento, unquid mediumtra l'accademia e la festa da ballo.
Anche qui, i moderni non hanno inventatoniente, neanche le lettere d'invito. I nostri padri facevano di più; incominciavano da una illuminazione generale, sulla facciata della casa e nel pròtiro, con lucerne inghirlandate di fiori. Gl'invitati deponevano la toga, la rica, il pallio e simili, nelle mani dell'ostiario, e ricevevano in cambio la tessera di avorio, in cui era inciso il numero corrispondente a quello che doveva distinguere i panni depositati nell'androne. Poi si faceva innanzi il nomenclatore e vi domandava: «quis tu?» cioè a dire: chi sei? chi debbo annunziare? Davate il nome ed egli lo ripeteva ad alta voce nell'atrio, perchè lo sentissero i padroni di casa e potessero farvisi incontro con le più degne accoglienze.
Non vi dirò nulla dei sontuosi arredi; nulla dei torchietti accesi sui lampadarii di cristallo, i cui prismi ne riflettevano e ne moltiplicavano la luce; vi parlerò di tutti quei giovani patrizi azzimati e profumati, che si erano arricciati i capegli col calamistro e rase le gambe con la pietra pomice; di quelle vezzose matrone, che, pur di passare una sera in festa, non si erano mostrate schizzinose e non avevano badato a certe minuzie. Già, non era di quel tempo la massima proverbiale:de minimis non curat praetor? E poteva credersi che quelle mogli, sorelle, figliuole di pretori e di consoli fossero da meno dei lori padri, fratelli e mariti?
Ce n'erano di belle e di brutte, di fatticciate e di magre, come nella famosa lista di Leporello, il faceto cameriere di Don Giovanni Tenorio. E fin d'allora avevano l'uso di correggere con l'arte i difettidella natura e di secondare con la scelta dei colori le lusinghe della conscia bellezza. Non erano sole le giovani a inghirlandarsi il capo di fiori, o di foglie d'edera, alla guisa delle Baccanti; anche le dame mature cercavano in tal modo di levarsi di dosso una diecina di primavere.... o di autunni. Abbondavano le matrone coperte di gemme, che più tardi dovevano far dire ad Ovidio: «l'acconciatura c'inganna; tutte si coprono di oro e di pietre preziose; la minor parte di ciò che vedete è la donna;pars minima est ipsa puella sui.» Già fin d'allora le brune amavano vestirsi di bianco e le bianche di nero. Le magre si coprivano volontieri le spalle ed il petto con sottilissimi veli di Coo. Senonchè, la magrezza non era neanche allora un difetto romano, e la più parte potevano presentarsi degnamente scollacciate. «O voi che avete la pelle bianca, diceva il poeta, mettete gli òmeri in mostra». E le dame di Roma antica non avevano neppure bisogno di cosiffatte raccomandazioni; vi prego di crederlo.
Ho detto poc'anzi che i moderni non hanno inventato nulla, in materia di eleganze donnesche. Aggiungo che non hanno neanche inventati i guanti. Parecchie delle matrone invitate agli orti Ventidiani, ne avevano d'intieri, chiamatidigitales, o di mezzi, chiamatimanicae, e corrispondenti ai manichini del tempo nostro. Per altro, la moda non le obbligava tutte a questo accessorio importuno; le matrone che avevano una bella mano non facevano alle altre il sacrifizio di portare un guantoJoséphine, che coprisse le loro dita affusolate,rappicciolisse più del bisogno una palma morbida e bianca di neve, e sottraesse all'ammirazione dei popoli un polso tornito dalle Grazie. Avessero poi guanti, o non ne avessero, tutte portavano in mano il fazzoletto, che all'uopo diventava un ventaglio, e riempiva l'aria di soavi fragranze. Perchè il fazzoletto? direte. Ed eccomi a contentare la vostra curiosità. Perchè dalla finezza della tela e dalla delicatezza dei fregi, si vedesse chiaro che quel capo importantissimo dell'ornamento femminile veniva proprio da Setabo, città della Spagna, famosa allora per quei gentili tessuti.
La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente la nuova parte che le era stata assegnata dal caso, ricevendo con molta disinvoltura il bacio delle dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo con modesti inchini le lodi che si facevano da ogni parte al buon gusto della sua acconciatura, alla perfezione della divisa dei capegli, così difficile ad ottenersi con una chioma abbondante come la sua, al vezzo di perle che le adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua bellezza, stragrande bellezza, insuperabile, divina bellezza.
Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora alle belle. Ovidio, che le conoscevaintus et in cute, ha detto nella sua Arte d'amore: «Lodate, lodate; è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più casta gradisce un complimento. Vedete il pavone; lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto, badate dinon dire ad una donna se non quello che capirete dovergli piacere senz'altro.»
L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato Verannio Fabullo. Quel nome fu accolto dall'adunanza coi segni del più manifesto favore. Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il Musagete, Apollo tornato in terra! Ci furono delle matrone che si sentirono venir meno, per la dolcezza infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel cuore.
L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve nella sala. Era un coso piccolo e tozzo, inferraiolato, con una fascia di lana girata a più doppi intorno al collo, e la testa coperta da una specie di berretto frigio, i cui orecchioni gli pendevano sulle guance ed erano legati da un soggolo sotto il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone creanze. Verannio Fabullo era un recitatore di professione, e passava in quel tempo pel primo di Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola; un colpo d'aria non poteva guastargli di botto quella bellezza di voce, che la natura benigna gli aveva largita e l'arte educata con tante cure gelose?
Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva in inchini a dritta ed a manca. Le matrone facevano a gara per liberarlo da tutti quegli impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata una scatolina dal seno della tunica, ingoiava pastiglie di mucillaggine.
La conclusione di tutto questo maneggio si fu che Verannio Fabullo, il prediletto delle Grazie, ilvecchio fanciullo allattato dalle Muse, recitò un carme epitalamico, facendo andare in visibilio l'udienza, con le inflessioni della voce, con gli atti e contorcimenti della persona, con le languide occhiate e con le abili pause, che domandavano i battimani.
I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece tutto di bragia, quando l'artista applaudito lo prese per mano, degnandosi di averlo a parte dei suoi trionfi declamatorii.
Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi vassoi di metallo in cui erano paste e rinfreschi. Le paste chiamatelibaecrustula, erano focacce e biscotti, composti di farina, latte ed uova, non differendo per nulla dai sapientissimi intrugli dei moderni pasticcieri. I rinfreschi,sorbta, sorbilla, gelata, vi dicono col nome loro che cosa fossero, cioè a dire acque acconcie, con neve o ghiaccio per entro.
L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da venire. Fu Nerone il primo che diaciasse l'acqua e il vino, mettendo l'anfora in un secchio ripieno di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la neve, a dirittura, nelle bevande. Lettori, quando berrete delloChampagne frappé, ringraziate Nerone, buon'anima sua. Queste delicatezze sono state trovate da lui.
Le acque acconce e le gramolate erano per le dame, già si capisce; gli uomini preferivano il vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito col miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno (ha detto il poeta); ecco un vino degno di essere mesciuto da Ganimede, nel convito degli Dei.»
Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva una bella voce cantava qualche canzoncina, accompagnandosi sulla citara, istrumento conforme alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con le dita, senza bisogno del plettro. Anche qui abbiamo il maestro Ovidio, che ne raccomanda lo studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare. Il nablio era uno strumento fenicio, e senza dubbio il medesimo delnevelebraico, menzionato così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era passato ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava egregiamente, e potete credere che quella sera, dopo essersi fatta pregare un tantino, non negasse un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati.
Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica, come non muover le gambe? L'orchestra era all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui quali dominava il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più brave, quelle che potevano ballare da sole, farsi ammirare per la grazia delle loro movenze, accompagnandosi col sistro egiziano, o con le nacchere spagnuole (crusmata gaditana). Vennero quindi i passi a due, petto a petto, e il braccio dell'uomo intorno alla vita della danzatrice.Velle latus digitis et pede tange pedem.Non vi par di vederci la posizione dei nostri balli di società? E badate, non mancavano neppure le quadriglie, o contraddanze, che vogliam dire; il nome antico dicoronae saltantesvi mostra le coppie dei ballerini disposte a cerchio, in atto di menare la ridda.
Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, levecchie, le brutte e le svogliate, chiacchieravano insieme; e i discorsi loro erano, come adesso, ilceleber ludus, ilnobilis actor, lefori lites, cioè a dire lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo celebre. Più in là si rideva alle spese d'un medico, a cui si era rivolta la consueta domanda:quem trucidasti hodie?corrispondente alla moderna frase: «dottore, quanti, stamane?»
In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco. Si giuocava alludus latrunculorum, giuoco d'ingegno, che si faceva su d'una scacchiera, con pezzi di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due squadre, diversamente colorate, e mossi in tal guisa, che un pezzo dell'avversario rimanesse preso tra due dell'altro giuocatore, o cacciato in un posto donde non si potesse più muovere. C'era anche illudus duodecim scriptorum, o delle dodici linee, somigliantissimo alla nostra tavola reale, come l'altro lo era al giuoco delle dame. I più arrisicati giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con due, come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti fuori del bossolo dicevasi il punto di Venere e vinceva su tutti; gettar tre assi era il punto del cane e perdeva da tutti.
Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero per avventura di là?