CAPITOLO XVII.Viaggio a Citera.
Povero Lisimaco! Povero servo fedele, che lavorava con tanta perseveranza e con tanta onestà a puntellar l'edifizio! Avesse almeno pensato a tagliarsi un abito dalla pezza, per offrirlo al padrone, quando egli si fosse trovato ridotto agli sbrendoli! Sarebbe stato un bel tanto di sottratto alle unghie di Furio Spongia, di Crispo Lamia e di Servilio Cepione.
Di Cepione? Sì, anche di Cepione. Mi chiederete come c'entrasse lui; e, poichè la domanda non mi sembra irragionevole, farò di appagare la vostra curiosità. Qualche giorno dopo i fatti che vi ho narrati, il ricco e adiposo argentario entrava nelle grazie di Caio Sempronio.
Gran bell'anima doveva esser quella di Servilio Cepione. Quando si dice che l'apparenza inganna! Sotto quella montagna di carne palpitava dunqueun bel cuore? Nessuna traccia gli era rimasta di quella ruggine che avete veduta nascere in casa di Clodia Metella. Anche l'offesa toccata alla sua vanità, all'uscita del teatro di Pompeo, era stata dimenticata. Servilio Cepione doveva aver dato un tuffo nell'acqua di Lete.
Quanto al nostro cavaliere, perchè avrebbe egli serbato rancore contro il vecchio argentario? I felici non hanno tempo ad odiare. È già molto se ricordano. E Tizio Caio non ricordava nemmeno; una cosa sola gli stava in mente; che Cepione era diventato il suo banchiere, e che egli poteva prender danaro a lunga scadenza, evitando la noia di parlare a Lisimaco e di vedersi fare il muso lungo un braccio, ogni qual volta gli toccasse quel tasto.
Contro il suo costume, Servilio Cepione aveva imprestata una grossa somma a Caio Sempronio, senza chiedergli nessuna guarentigia, senza cercare, come suol dirsi, il nodo nel giunco.
— Tu sei ricco e puoi spendere; — gli aveva detto, alzando bonariamente le spalle. — Beato te! Quanto al margine delle tue sostanze, ci vorrà tutto il denaro delle Botteghe Vecchie, prima che si giunga a far pari. Del resto, siamo patrizi, o non siamo. E se non c'è fede tra noi, con chi ha da essere? —
Potete immaginare che Tizio Caio non s'ingegnasse di levargli quella buona opinione. Il banchiere parlava meglio di Lisimaco, e questo era l'essenziale.
Intanto, il fedele arcario, vedendo che il padroneda qualche giorno aveva meno bisogno di danaro, pose lo spirito in pace e fu ad un pelo di credere che egli mettesse finalmente giudizio. Ad onore della sua perspicacia debbo soggiungere che quella maniera di pensare gli durò poco, assai poco.
— Doman l'altro io parto per Baia; — gli disse un giorno Caio Sempronio; — e rimarrò per tutta la stagione della bagnatura.
— Mio signore, Nettuno ti guardi. E.... — soggiunse il vecchio servo, andando timidamente incontro alla parte noiosa del colloquio, — m'immagino che ti occorrerà una certa somma di danaro.
— Non molto, Lisimaco, non molto; — disse il cavaliere, crollando la testa. — Mi basteranno da quindici a ventimila sesterzi. —
Lisimaco respirò; ma quella sua rifiatata non escludeva la meraviglia. E il fedele arcario non poteva mica dissimularla al padrone.
— Sai, — ripigliò il cavaliere, — laggiù si spende meno che a Roma. Si sta in acqua molte ore del giorno; si fanno gite campestri; tutte cose che domandano poco. La spesa maggiore è quella del viaggio. —
L'arcario cascava dalle nuvole.
— Dove andiamo, Dei buoni! diss'egli tra sè. — O il padrone vuol morire, o tira il danaro da un'altra parte. —
Questa conseguenza delle sue argomentazioni non era tale da lasciarlo tranquillo. Ma come fare, per vederci chiaro? Il povero Lisimaco dovè per quella volta attaccare la voglia all'arpione.
Bene immaginò dove s'andava a finire coi risparmidel padrone, quando vide capitare davanti all'uscio di casa un carpento, una basterna, una reda, tutta una salmeria di cocchi e di bagagli, come se si fosse trattato di andare per una spedizione contro i Reti, o nella Gallia Narbonese.
Il carpento era una vettura a due ruote, ricoperta da una tenda e fornita di cortine, con le quali si potesse chiuderla davanti, capace di contenere due o tre persone, e tirata da un paio di mule. Era la vettura usata dalle matrone romane in viaggio, fino dalla più remota antichità, come si vede in Tito Livio, dove narra di Lucumone e di sua moglie, al loro arrivo in Roma.
La basterna era una specie di lettiga, o palanchino, a uso speciale delle dame; veicolo chiuso, portato da due muli, uno davanti e l'altro dietro, ciascuno attaccato ad un distinto paio di stanghe. Clodia Metella, quando fosse stanca dei sobbalzi a cui andava soggetto il carpento, poteva riposarsi nella molle andatura della basterna.
Quanto alla reda, era questa un grande e spazioso carro a quattro ruote, fornito di parecchi sedili, in guisa da essere adatto al trasporto d'una numerosa brigata, coi suoi bagagli e provvigioni. Somigliava allochar-à-bancdei Francesi, ed anzi esso stesso, come il vocabolo ond'era denominato, doveva essere d'origine gallica. Lo usavano i Romani, al tempo di Cicerone, così in città come in campagna. Annio Milone andava a Lanuvio su d'una reda, con la moglie Fausta e coi musicanti di lei, quando fece sulla via Appia il brutto incontro di Clodio.
Lisimaco non sapeva ancora tutto. Non sapeva, per esempio, che, oltre alle varie specie di vetture per comodità della sua compagna di viaggio, il cavaliere aveva fatto allestire un talamègo nel porto di Tarracina, dove la via Appia toccava per la prima volta il mare.
Talamègo? Che diavol è? Non vi spaventate, o lettori; talamègo viene da talamo, ossia camera da letto.
Era una barca di gala, inventata dai Greci di Alessandria per le gite di piacere sul Nilo, splendidamente addobbata, fornita di tutto quanto fosse necessario ad una lieta compagnia, perfino di camerini da dormire; insomma, un quissimile, se non nella forma, negli usi, delle nostre golette da diporto.
Clodia Metella aveva già annunziata la sua partenza per alla volta di Baia, e i lettori rammenteranno a questo proposito le pungenti domande di Valeria Lutazia. Ma, ci andasse ella con Celio Rufo, o con altri, il fatto era questo, che Clodia amava moltissimo il soggiorno di Baia, come lo amavano tante famiglie patrizie degli ultimi tempi della repubblica.
Imperocchè, non è da credere che il golfo di Baia, col suo capo Miseno, Bauli, Cuma, il lago Lucrino ed il lago d'Averno, sia stato solamente un luogo di delizia pei successori d'Augusto. Assai prima che Marcello, l'erede presuntivo di questo imperatore, andasse a morirvi d'una malattia di petto, presa a curare un po' tardi, i medici consigliavano ai patrizi cagionevoli di salute e alle patrizieammalate di nervi, le acque e il clima di Baia, benigno sempre e senza inverno. Giulio Cesare ci aveva una villa; un'altra, a gran pezza più sontuosa di tutte, ce ne aveva Ortensio, il coetaneo e il rivale di Cicerone; e in questa villa, dove risiedettero in processo di tempo parecchi imperatori, Nerone si abboccò l'ultima volta con sua madre Agrippina.
Oggi, col benefizio delle strade ferrate, i ricchi romani vanno per le bagnature a Palo, l'antica Alsio, a Rimini, a Senigallia; allora invece andavano a Baia, a Pozzuoli, a Pompei, percorrendo volentieri distanze di gran lunga maggiori, quantunque non avessero ancora un servizio regolare di poste e vetture sospese sulle molle.
La felice coppia si mise adunque in cammino. Clodia Metella era salita sulla reda, insieme con le sue ornatrici e coi servi più strettamente necessarii alla sua persona. Caio Sempronio dal canto suo s'era mosso dal Viminale, col suo piccolo esercito, ed aveva operata la sua congiunzione con lei, subito fuori della porta Capena.
Si viaggiava sulla via Appia, la più grande e la più celebre di tutte le vie maestre d'Italia, che andava direttamente da Roma a Tarracina, donde si spingeva a Capua e di là fino a Brindisi, diventando così la linea principale di comunicazione con la Grecia, con la Macedonia e con l'Oriente.Regina viaruml'ha detta Stazio; e fu eziandio la più antica di tutte, essendo stata incominciata dal censore Appio Claudio il Cieco, nell'anno 441 di Roma.
Ad un certo punto della strada, in vista dei colli Albani, tra Aricia e Bovilla, era il luogo in cui due anni addietro era accaduto lo scontro di Annio Milone col tristo fratello di Clodia. Ma la nostra bella viaggiatrice era una donna forte, e passando di là non diè segno di verun turbamento; anzi, lasciò che i suoi si fermassero, per dar da bere ai cavalli, e per bere eglino stessi, a quella medesima osteria nella quale era stato trasportato Clodio morente, per la stoccata ricevuta nelle spalle da Birria, il fiero gladiatore di Annio Milone.
A Tarracina (l'antichissimaAnxur) presso il monte Circèo, famoso per le malie di un'altra seduttrice d'uomini, i due amanti smontarono dal cocchio. Clodia Metella credeva di dover fare una breve sosta colà, per continuare poscia la strada fino a Capua, donde la via Appia si congiungeva alla Consolare, che doveva metterli a Cuma, ed era ben lunge col pensiero dalla improvvisata che appunto nel porto di Tarracina le aveva preparata il magnifico cavaliere.
Una bellissima nave, tutta dipinta di bianco e listata di rosso, colle vele tinte di croco e coll'aplustre vagamente rigirato in forma d'ala d'uccello in cima alla poppa, stava sulle àncore nella rada. Era il talamègo di Caio Sempronio.
— Padrona mia, vuoi tu salire su quella nave, — diss'egli, — e fare per acqua il rimanente del viaggio? Il mare è tranquillo, e Deiopea, la bellissima tra le Nereidi, ammirerà per la seconda volta una donna più bella di lei.
— E quando è stata la prima? — domandò Clodia Metella, che non intendeva ancora tutta la finezza del complimento.
— Oh la prima è lontana da noi di molti secoli, e la vezzosa Nereide ha avuto anche il tempo di dimenticarsene. Alludo al viaggio marino d'Afrodite, al quale può bene paragonarsi il tuo, mia divina signora. Tu sei bella del pari, e l'unica differenza sta in ciò, che questa volta la conchiglia è più grande. —
Salita sul talamègo e notata la vaga disposizione d'ogni cosa in quel galleggiante nido d'amore, Clodia Metella espresse nelle più soavi parole la sua gratitudine per Caio Sempronio.
— Non c'è in Roma un uomo che possa starti a paro; — diss'ella, concedendo ai baci del cavaliere la sua mano leggiadra; — ed io t'amo oggi più che mai. —
La nave, spinta da due ordini di remi, entrò di lancio nelle acque più poetiche del Tirreno. Sulla sinistra il curvo lido dei Lestrigoni, le rupi cavernose su cui sorgeva Gaeta, la spiaggia di Formia, su cui Scipione Africano e l'amico Lelio avevano costume d'ingannare il tempo raccogliendo nicchi marini, la sacra selva di Marica alla foce del Liri, Volturno, Literno, e la rocca di Cuma; sulla destra le isole, tra cui grandeggiavano Ponzia e Pandataria; e più lunge, attraverso il cammino della nave, le due belle Pitecuse, Inarime e Pròchita, oggi Ischia e Procida, illuminate dalla rosea luce del tramonto.
Il giorno dopo, inoltrandosi la nave tra l'isoladi Procida e il capo Miseno, si offerse ai loro occhi la più meravigliosa veduta del mondo. Allora non si parlava ancora di Bisanzio, e Costantino non era anche venuto fuori, per fondare una città che contendesse la palma della possanza a Roma e il pomo della bellezza a Napoli e Cuma. I due golfi di Baia e Partenope, col capo Miseno a sinistra, il Vesuvio a destra e la punta di Posilipo nel mezzo, erano allora i più bei luoghi che potesse immaginare fantasia di poeta.
Lido veramente incantevole, che tutti conoscete, o di veduta, o per fama. Eppure, vedete, doveva essere allora due cotanti più bello, con quella sua fila di ricche e popolose città, con tutti que' boschi che la reverenza umana consacrava agli Dei. Oggi parecchie di quelle città sono cadute in rovina e non offrono allo sguardo del viaggiatore che umili borgate di pescatori; intorno ai santuari sparsi per le colline, i boschi sono scomparsi, e quelle care divinità che li abitavano, o sono andate in frantumi, o hanno presa la via del Museo Nazionale. Ma allora!... Da capo Miseno fino al promontorio di Posilipo (in greco: cessa dolori), era una lunga e gaia sequela di città e di ville sontuose, frastagliate qua e là da corsi d'acqua e da sproni di colline digradanti sul mare; Miseno, sacro alla memoria del trombettiere di Enea, la ridente Baia, e la vecchia Cuma, con le sue torri che facevano fronte a due mari, e coi suoi tre laghi, l'Acheronte, l'Averno e il Lucrino, in mezzo alle cui tacite ombre gli antichi avevano collocati i regni della morte, l'Erebo e l'Eliso, dove, uditala fatidica Sibilla, discese il fuggiasco di Troia a visitare gli estinti e i non nati.
Colà si davano mano la mitologia e la storia. Quello era il mare solcato per la prima volta dai Pelasgi, quelli i lidi visitati dagli Argonauti, da Ulisse e dal figliuolo d'Anchise. Il genio d'Omero e quello di Virgilio vi si aggirano ancora. Le isole delle Sirene, Palinuro, vi ricordano a un tempo l'Odissea e l'Eneide.
Andiamo più oltre verso levante; ecco Dicearchia, o Puteoli, col suo tempio famoso di Giove Serapide e coi campi flegrèi alle spalle. Più oltre ancora è Posilipo, con la famosa villa di Vadio Pollione, giù di Licinio Lucullo, Posilipo, grazioso promontorio con due grotte scavate nei fianchi, una delle quali, ingrandita via via, si chiamerà per un pezzo lacripta neapolitana. Giriamo la punta; ecco un golfo cinque o sei volte più grande, con le due città sorelle di Palepoli e di Neapoli, succedute alla gloria della vecchia Partenope, fenicia sirena con nome greco. Avanti ancora; ecco le città di Ercolano e Pompei, distese ai piedi del dormente Vesuvio, nel cui cratere selvoso si cacciava il cinghiale. Più lunge è Stabia, dove il lido s'incurva, con la bella Surrento, e il promontorio di Minerva, da cui sembra essersi spiccata l'incantevole isola di Capri, già famosa per le sue uve, ma non ancora per le immani lascivie di Tiberio. E là, dietro il capo di Minerva, azzurreggia la costa, lasciandovi intravvedere il golfo Posidonio e la valle di Pesto, celebrata per la fragranza delle sue rose e per la magnificenza dei suoi templi immortali.
Le due città maggiori, di cui vi ho detto, Palepoli e Neapoli, biancheggiano sui fianchi di un anfiteatro di colline, interrotto nel bel mezzo da un monte, che s'avanza a guisa di sprone sulla riva del mare. È quello il monte Echia, che si chiamerà un giorno Pizzofalcone, e che, seminato di case, confonderà le due figlie di Partenope in una. Quell'isoletta, che sorge poco lunge dal lido, è Megaride, che i futuri abitanti di Napoli paragoneranno ad un uovo. Torniamo verso ponente, per compiere il quadro; l'isola bella che fronteggia Pozzuoli, è Niside; quei due scogli più vicini alla spiaggia si chiamano Limone ed Euplea. Su quest'ultimo si eleva il tempio di Venere Euplea, dove i marinai vanno a prender gli auspicii di un felice viaggio, prima di mettere alla vela per lo stretto di Zancle, dove latrano assiduamente i cani di Scilla e mugghiano i gorghi dell'opposta Cariddi.
Una vecchia tradizione, raccolta da Omero, narrava che le Sirene, bellissime cantatrici le cui membra terminavano in coda di pesce, abitassero quel mare, e che una di loro, chiamata Partenope, si uccidesse pel dolore di non aver potuto trattenere Ulisse e i suoi compagni col canto. La tomba di lei fu rinvenuta nell'edificare una nuova città, e questa dal nome di lei, fu detta Partenope. Mito gentile, che non ha perduto ancor nulla della sua primitiva freschezza. Le Sirene abitano tuttavia quelle isole e quelle rive incantate; per non cedere ai dolci inviti, bisogna proprio essere Ulisse, e aver gravi negozi che vi richiamino a casa.
Lettori, vi ho forse annoiato, con questa miafermatina sul golfo Cumano. Abbiate pazienza. Le Sirene cantavano, ed io non ho pensato in tempo a turarmi gli orecchi con la cera. Quando vedo Napoli, moderna od antica che sia, non so più spiccarmi da lei. Napoli possiede il mio cuore, e gli archeologi di là da venire potranno farne ricerca, se credono che ne valga la spesa. Esso è stato lasciato da me (vedete che profanazione!) in un cantuccio della tomba di Virgilio, nella prima nicchia a man destra.
La villa presa in affitto da Tizio Caio Sempronio per allogarvi i suoi splendidi amori, era una delle più belle del golfo, e Clodia Metella, invaghita del luogo, gli pose il nome di Citera. Sorgeva il palazzo poco lunge dalla spiaggia, in mezzo a una selva di pioppi è di allòri, tra le ultime case di Baia e le prime di Bauli, godendo intiera la vista di Niside e delle altre isolette minori, di Posilipo e della villa di Licinio Lucullo, di Pozzuoli e della villa di Cicerone.
Marco Tullio aveva poderi da per tutto; in Arpino, sua patria, a Tuscolo, a Pozzuoli, a Pompei. Portentoso uomo, che parlò tanto, pensò tanto, viaggiò tanto, scrisse tanto, e trovava ancora il tempo per riposarsi e scriver lettere agli amici! Quest'ultima è la cosa di lui che mi meravigli di più.