CAPITOLO XXI.Pro tribunali.
La mattina del penultimo giorno di ottobre (che, per amore di latinità, potremo chiamare anchetertio kalendas novembris), l'insigne Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, con la sua ampia toga fregiata sui lembi da una lista di porpora, se ne usciva di casa, preceduto da tre coppie di littori, anch'essi togati, con la loro bacchetta nella destra, e coi fasci delle verghe, ma senza scure, alzati sulla spalla sinistra.
Marco Rutilio Cordo si recava al Foro, per amministrare la giustizia. Ma come? in un giorno feriato? In quel giorno per l'appunto cadevano le ferie di Vertunno, il dio degli alberi ed anche dei contratti e delle permute; donde si argomenterà facilmente che, in un paese agricolo come il Lazio, fosse anche un giorno dinundinae, ossia di mercato.
E qui bisognerà spiegarsi un tantino. Neanche presso gli antichi Romani si poteva amministrare la giustizia ogni giorno dell'anno. C'erano i giorninefasti, in numero superiore ai sessanta, che non si ritenevano da ciò; e a questi contrapponevano ifasti, in numero di quaranta, determinati dalla legge per l'esercizio della giurisdizione. Dopo questi venivano i cento novanta giornicomiziali, destinati per le adunanze del popolo, e messi anche a disposizione dei magistrati, ogni qual volta non ci fosse comizio; laonde il piccol numero dei fasti, propriamente attribuiti alla trattazione delle cause, non era un così grande svantaggio per la giustizia, come a prima giunta parrebbe.
Un'altra divisione era quella dei giorni infestieprofesti, cioè festivi e non festivi. Un giorno fasto cadendo in un festivo, perdeva per quel fatto la sua qualità di fasto, cioè di giorno destinato all'amministrazione della giustizia. Ma questa massima fu a mano a mano ristretta, e ad esempio i giorni di mercato, che erano festivi o feriati, furono dalla legge Ortensia, nel 468 di Roma, annoverati tra i fasti; parendo ragionevole che il contadino, venendo in città per l'occasione del mercato, avesse modo di sbrigare in pari tempo le sue faccende giudiziali, approfittando della giurisdizione volontaria del sor pretore.
Il qual pretore, che era il secondo magistrato della repubblica e surrogava i consoli quando essi conducevano in guerra gli eserciti, entrando in uffizio proponeva la formola, o l'editto, secondo il quale doveva giudicare, per tutto quell'anno, dellecose spettanti alla sua giurisdizione. E giudicava lui direttamente, o per mezzo di giudici, scelti nell'ordine senatorio, e delegati da lui per ogni causa speciale. Ma qui sento il bisogno di girar la chiave dell'erudizione; se no, risichiamo di morire affogati. Compirò il ritratto del pretore dicendovi che, oltre la toga pretesta e i sei littori, egli aveva la sedia curule, il tribunale in un luogo elevato del Foro, e l'asta e la spada, simboli del suo dominio e dell'autorità di troncare ogni nodo litigioso. Questi gli onori; quanto alle noie, sappiate che aveva poche vacanze, non potendo che per lo spazio di dieci giorni assentarsi da Roma.
Quella mattina, adunque, Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, andava al suo tribunale, per giudicar lui in persona. Si trattava d'una causa importante per sè stessa e pel nome dell'oratore. I lettori, che indovinano tutto, solo che siano nulla nulla messi sulla strada, hanno già indovinato che l'oratore era Cicerone, e che la causa era quella di Tizio Caio Sempronio co' suoi creditori degnissimi.
Ma quand'anco non lo avessero indovinato, lo argomenterebbero ora dalle parole che andava borbottando tra sè, alla guisa dei vecchi, il nostro ottimo Marco Rutilio, nel recarsi al suo posto.
— Quel povero Caio Sempronio! Lo vedo brutto, ma brutto assai, malgrado l'ingegno del suo avvocato. Infine, e che perciò? Roma ha bisogno di qualche esempio. E non è forse tempo di mettere il cervello a partito a tutti questi pazzi scialacquatori? Quanto agli usurai, non lo nego, sono lapeste della città. Ma nel caso nostro è proprio vero che l'usura ci sia?Non liquet.—
Non liquetera la frase di rito dei giudici, quando non constava loro del fatto, e non ci vedevano chiaro, nè per assolvere, nè per condannare. La tabella che recava incise le lettere N. L., iniziali delle due parole in discorso, equivaleva ad una delle moderne assolutorie per mancanza di prove.
Nelle vicinanze del Foro c'era già una gran ressa di popolo. Le Dodici Tavole avevano stabilito che ogni giudizio dovesse incominciarsi prima del mezzogiorno, ed era giàmane ad meridiem, cioè a dire mancava un'ora al punto legale. Patroni e clienti, curiosi d'ogni sorte, villani, causidici, cavalocchi e via discorrendo, si affollavano tutti agli accessi del Foro. E i littori di Marco Rutilio Cordo dovevano ad ogni tratto alzar la bacchetta, per far cansare la gente sul passaggio del magistrato.
— Se vi pare, fate largo, o Quiriti! —
Il principio della frase era una pretta cerimonia. Al popolo romano, ai Quiriti, non si poteva parlare con alterigia, si capisce; ma guai se i Quiriti non avessero obbedito a quella preghiera. Due littori abbrancavano il riluttante; un altro slegava i fasci, e lì, in mezzo alla strada, poteva rompere sulla schiena del mal capitato una mezza dozzina di verghe.
Passando davanti alle Botteghe Vecchie, il grave personaggio ebbe un mezzo trionfo. Tutta la nobil classe degli argentarii e quella nobilissima deiloro sensali, facevano a chi gridasse ed applaudisse di più. Marco Rutilio Cordo ne fu intenerito; i littori adoperarono un po' meno la bacchetta e permisero che uno dei più fervidi ammiratori baciasse al magistrato il lembo della toga pretesta.
Quella dimostrazione era un'alzata d'ingegno di Servilio Cepione, di Furio Spongia e degnissimi sozii. Tutti que' furbi di tre cotte conoscevano il debole del pretore, o, per dir meglio, l'animo umano, che ha, dopo tutto, qualche buona qualità. Ora, non è chi lo ignori, sono appunto le buone qualità che spesso lo fanno operare alla rovescia. E voi, lettori, immaginate l'effetto che tutte quelle grida e genuflessioni dovevano avere sull'animo di Marco Rutilio Cordo. Quei poveri argentarii, che gli procacciavano lì per lì una specie di trionfo, non meritavano essi un po' di riguardo?
—Si vobis videtur, discedite, Quirites!— ripeterono finalmente i littori, cercando di allontanare, col miglior garbo possibile, quei ferventi acclamatori.
La traduzione della frase non ve la dò, perchè l'avete avuta in anticipazione poc'anzi.
Con le accoglienze fatte al pretore contrastavano in modo singolare quelle che otteneva pochi minuti dopo, dalla classe degli argentarii, il gran Cicerone. Lo guardarono a squarciasacco, mentre egli passava, seguito dalla turba de' suoi clienti ed ammiratoti, ed io sarei quasi per giurare che, se non ci fosse stata questa guardia rispettabile intorno a lui, Publio Clodio e Sergio Catilinaavrebbero trovato, non uno, ma un centinaio di vendicatori.
Del resto, il grand'uomo era avvezzo a simili scene, e non se ne curava più che tanto. Inoltre, la riverenza di tutti gli altri frequentatori del Foro lo pagava di quelle bizze, a misura di carbone. Tutti s'inchinavano davanti a lui; la più parte dei campagnuoli si scoprivano il capo. Non era egli uno dei loro? Nato in Arpino e venuto povero in Roma, non aveva fatto passi da gigante, fino a meritare il nome di padre della patria, decretato a lui dal Senato? E veramente l'insigne oratore filosofo si avviava allora a meritar la sua fama di gran cittadino, più che non avesse fatto in passato, con le sue debolezze per Cesare e Pompeo, ambedue tiranni e laceratori della patria. Le sue dubbiezze, le esitazioni e le vanità erano già per isvanire; lo spirito suo, purificato dall'amor patrio, doveva sfolgoreggiare nelle filippiche contro Antonio, aguzzarsi in una guerra disperata per la libertà e la grandezza di Roma. Vano tentativo! Mancava la fibra per le grandi virtù. Operare e patire da forti, non era più il motto dei discendenti di Muzio Scevola. Farsaglia non vide che i tralignati eredi delle antiche famiglie, noti per burbanzosa ignoranza, dispregio d'ogni savio consiglio, e desiderio di vendette feroci. Nè in città doveva rimanergli nulla di meglio; i giovani di buona indole erano della forza di quel suo cliente, che aveva ereditato da suo padre una sostanza di quattro milioni di sesterzi e ne aveva scialacquati cinque in due anni.
Il nostro giovane eroe non era più quello di prima. Gli mancava quella baldanza che traluce dagli occhi dei felici e li addita di schianto all'invidia dell'universale. Per altro, si conteneva come poteva meglio, e simulava, nel continuo sorriso, una sicurezza, che gli osservatori più accorti non vedevano sostenuta dalla serenità dello sguardo.
Era stato in que' giorni da parecchi amici suoi per aiuto. Ma tutti quei giovani eleganti, suoi fidi compagni del buon tempo, suoi convitati di ogni giorno e suoi debitori per ragguardevoli somme, lo avevano messo pulitamente fuor di speranza. Giunio Ventidio era sempre disperato, quantunque vivesse da gran signore, e non poteva imprestargli un sestante, che era la sesta parte di un asse. Quanto a Postumio Floro, il suo rifiuto merita di essere raccontato per botta e risposta.
— Caro mio, tu domandi vino ad un otre sgonfiato. Son tuo debitore, lo ricordo benissimo, ed è anzi uno dei miei ricordi più grati. Ma infine, quando non ce n'è....
— Hai pure ereditato da tuo zio quei poderi in Sabina!
— Ah sì, parliamone, di quella eredità! Boschi, dove non c'è più un albero da tagliare, grillaie, sterpeti, campi visitati dalla grandine quattro volte all'anno, e per giunta un castaldo che mi sa di ladro a cinquanta miglia discosto. Se tu volessi cedermi il tuo Lisimaco! Quello è un uomo veramente prezioso! Ti sei rovinato, è vero; mapuoi dire almeno di averteli mangiati tutti da per te....
— Non tutti, non tutti! — osservò malinconicamente Caio Sempronio. — Sono stato aiutato. —
Postumio Floro senti il colpo; ma non si dispose perciò a mutar di registro.
— Se tu parli per me, — rispose egli, — hai torto. Un servizio reso è un servizio reso, a patto di non essere rinfacciato. Mi rimetterò in gambe, e ti restituirò i trentamila sesterzi.
— Quarantamila, se non erro; — notò Caio Sempronio.
— Ah sì, quarantamila. Io non ho mai avuta una gran memoria, pei numeri. Quanto all'esser pagato un giorno o l'altro, contaci su. Ho risoluto di cangiar vita; diventerò un uomo grave; mi farò campagnuolo; darò dei punti a Catone; sarò io il mio arcario, il mio dispensatore, il mio tutto. Oh, la farò vedere a molti, che mi credono un dappoco. Già, sotto il romano, l'agricoltore c'è sempre, ed io seguirò l'esempio di Cincinnato. A proposito, e perchè non faresti anche tu la tua metamorfosi?
— A qual pro? E su che? — disse Caio Sempronio. — Per condurre l'aratro, ci vuole anzi tutto... l'aratro, e i quattro jugeri di terreno. Ora, io non mi trovo più a possedere nè questi, nè quello.
— La cosa cambia aspetto; — sentenziò con breviloquenza spartana Postumio Floro.
E il nostro cavaliere non ebbe modo di cavarne più altro.
Restava l'amico Numeriano, il gentile poeta, a cui Tizio Caio aveva così liberalmente regalato un podere. Ma il poeta, vedutolo una volta per via, s'era voltato dall'altra banda. Ed egli, del resto, non sarebbe mai andato a cercarlo, dopo quel certo guaio notturno.
Ma perchè, domanderete voi, Cinzio Numeriano riteneva quegli orti, dono di un amico infedele? Ahimè, debolezze umane! Cinzio Numeriano lo avrebbe fatto di gran cuore, anche a risico di passare per un carattere inverosimile agli occhi dei critici; ma c'era Delia di mezzo, Delia che lo amava già poco, e lo avrebbe amato anche meno, fors'anche piantato, se fosse caduto in miseria.
La bella Greca, entrata per quella porta che vi ho detto nel consorzio delle matrone romane, si era fatta assai prontamente al costume di tante e tante altre. Già si diceva per Roma che la bionda signora non vedesse di mal occhio il nobile Postumio Floro, quel tale che nelle ombre degli orti Ventidiani aveva spiate le sue notturne passeggiate con Caio Sempronio. È proprio così come io ve la racconto, o lettori. Certi ripeschi amorosi non hanno altro principio che il timore d'una donna e il disprezzo di un uomo.
Torniamo a Caio Sempronio. Dopo aver picchiato inutilmente all'uscio dei suoi debitori, si era rivolto ad Elio Vibenna. Quel sapiente gustatore di vino non gli doveva nulla, non gli era legato da altr'obbligo, fuor quello di parecchi inviti a cena. Poteva dunque non essere ingrato.
E non lo fu davvero, quel bravo Elio Vibenna. Udito il bisogno dell'amico, gli offerse liberalmente un migliaio di sesterzi, poco meno di dugentocinquanta lire; una gocciola al mare!
Caio Sempronio aggradì il buon volere, non i mille sesterzi. Egli era tuttavia nel possesso dei suoi fondi, quantunque da un giorno all'altro gli dovesse venir tolto, e non sapeva che farsi dei pochi.
Intanto quelle scenette cogli amici gli avevano fatto conoscere il mondo, e la stizza si era trovata nel cuore di lui al paragone con la nausea. Il nostro povero eroe se n'andava quel giorno al Foro, fidando poco nella sua causa, quantunque difesa da Marco Tullio, ma fermamente risoluto di non mostrarsi avvilito, di rider lui, prima che ridessero alle sue spalle i cattivi e gli sciocchi.
Ed eccovi perchè, andando al fianco di Marco Tullio, il nostro cavaliere simulasse nel sorriso quella tal sicurezza, quantunque gli occhi si vedessero smarriti e confusi.
Il pretore Marco Rutilio Cordo era già salito sul suo tribunale, e aggiustava in dotte pieghe i lembi della toga pretesta sulla sedia curule, scanno con gambe a ìccase, da potersi aprire e chiudere, intarsiato d'avorio e d'oro. I sei littori s'erano piantati a tre per lato intorno al tribunale; gli accensi, specie di uscieri, avevano annunziata ad alta voce la causa e chiamavano le parti in giudizio.
Ho detto specie d'uscieri, e mi spiego; se no,questa benemerita classe di cittadini potrebbe vedere in me un uomo non disposto a farle tutto l'onore che le è dovuto, e per tante ragioni. Gliaccensi, così dettiab acciendo, ossia dal chiamare, erano uffiziali civili, addetti al servizio dei consoli, dei pretori e dei governatori di provincie, e spettava loro di convocare il popolo alle assemblee, di chiamar le parti impegnate in una causa davanti al tribunale, di mantenervi l'ordine, ed anche, per variare un pochino, di gridar l'ora all'alba, al meriggio e al tramonto.
Un'altra forma d'uscieri erano ipraecones, o banditori, usati anch'essi a citare il reo e l'accusatore, ma forse più specialmente nelle cause criminali, e a proclamar la sentenza; a chiamar le centurie al voto, nei comizi, e a gridare il voto d'ogni centuria e il nome degli eletti; a fare il servizio dell'asta pubblica, dei giuochi circensi e delle pubbliche assemblee; a precedere con la tromba i funerali solenni, e finalmente a gridare sulle piazze gli oggetti smarriti. Un mestiere da cani, come vedete!
Le parti erano presenti; da un lato i creditori, Servilio Cepione, Crispo Lamia, Furio Spongia e due altri della combriccola; dall'altra il convenuto Tizio Caio Sempronio, assistito da Marco Tullio Cicerone, accompagnato da Lisimaco, il suo arcario, e da Elvio Sillano, che non ci aveva veramente che fare, ma che ottemperava ad un desiderio di sua moglie, dando al cavaliere quella testimonianza d'amicizia.
Esposta dal pretore la causa, letta dall'accenso quella parte dell'editto pretorio che conteneva la legislazione di quell'anno rispetto ai debitori, Servilio Cepione e i suoi compagni deposero i loro titoli di credito. Caio Sempronio, come mi pare di avervi detto a suo luogo, si era impegnato con altrettanti chirografi a restituire a tutte quelle brave persone il danaro tolto ad imprestito, assicurandone il pagamento sui fondi a lui pervenuti dalla eredità di suo padre.
Le carte parlavano chiaro, e non c'era verso di storcere il senso delle parole.
L'arcario Lisimaco, invecchiato di dieci anni in un punto, offerse con mano tremante il testamento del vecchio Caio, e i libri dell'entrata e dell'uscita, donde appariva il valore dei fondi in quistione.
Su questi libri s'impegnò la prima scaramuccia. Gli attori non ammettevano la validità dei conti, fatti com'erano e presentati dalla parte del convenuto. Ma fu agevole a Marco Tullio di ridurre gli avversarli al silenzio, accennando come quei conti annuali rispondessero perfettamente al valore assegnato al patrimonio nel testamento di Caio, e alla stima fatta dai periti, quando il giovine Tizio Caio Sempronio aveva contratti i primi debiti ipotecarii, per la somma di due milioni di sesterzi.
Era una magra vittoria, perchè, anche secondo la stima antica, il valore del patrimonio non sarebbe bastato a coprirvi i cinque milioni di sesterzi, che formavano il debito complessivo del suo poverocliente. Ma il facondo oratore sperava di provare il fatto della illecita usura, e di restringere quel debito a più modeste proporzioni. Ora la prima vittoria gli faceva sperar bene del resto.