CAPITOLO XXIV.Un colpo di mano.

CAPITOLO XXIV.Un colpo di mano.

Il degno argentario si reggeva male sulle gambe e balbettava alcune frasi sconnesse. L'ubbriachezza era evidente.

— Salve, amico; — gorgogliò Cepione. — Non ho voluto andare a letto, dove penso che mi troverò assai bene.... Il letto è una gran bella cosa e viva la faccia di chi l'ha inventato! Che cosa volevo dirti? Ah, ecco qua, sono venuto a darti la buona notte. Come ti trovi in questa camera?

— Bene; — rispose asciuttamente Caio Sempronio rimettendosi sul suo letto di pietra e guardando filosoficamente il soffitto.

— Non fo per dire, ma è davvero una bella camera; — ripigliò con aria beffarda l'argentario. — Un po' umida, se vogliamo; ma c'ingrasserai, non dubitare, e diventerai bello come il tuo amico Cepione. Vedo che ti mancano ancora gli anelli e lacatena. Abbi pazienza; non prevedevo che Marco Rutilio Cordo volesse procurare oggi stesso un così grande onore alla mia casa, e non mi ero preparato. Ma il fabbroferraio capiterà a momenti e ti adornerà di tutto punto, che il dio Saturno medesimo non potrebbe desiderarsi di meglio. Così non sarai più molestato e potrai dormire tranquillo. Vedi che io sono un brav'uomo e ti voglio bene.

— Grazie! — interruppe Caio Sempronio, volgendogli le spalle.

— Non lo credi? Hai torto. Amavo Clodia più di te, si capisce. La crudele matrona aveva dimenticato un po' troppo il suo Cepione. Ma è tornata buonina, sai; regno io, finalmente, nel suo cuoricino. E adesso io mi ricordo di te, ti perdono il ratto della Sabina, e prima d'andarmene a letto, vo' berne un bicchiere con te. Trappola, lascia qui la lucerna e va a prendere una bottiglia di quel buono. —

Il prigioniero capì che non c'era modo di levarselo dai piedi. E vincendo il ribrezzo che gl'inspirava quel furfante, gli domandò:

— Ma come l'amavi tu, quella donna? E se l'amavi, perchè mi hai lasciato andare tant'oltre con lei?

— Perchè?... Oh bella! Mi domandi il perchè? Ragazzo mio, sappi che Cepione, il banchiere, ha sempre amato due cose, le belle donne e i danari. Quale delle due più dell'altra? Non so, non cerco. Vedi, ero povero e brutto.... cioè no, ero soltanto povero, e mi dicevano brutto perchè ero povero. Questi patrizii, pettoruti, pieni di boria, che il cancherose li porti! Ah, pensavano che noi non ci saremmo mai vendicati del loro disprezzo? Cepione li ha tutti in un calcetto. Ah, non sono nobile, io? Sono un mascalzone, un plebeo? V'ha a costar cara, per Ercole! A buon conto, son ricco; il vostro sangue l'ho succhiato io; per questo mi vedete così fatticcione. Chiamatemi pure l'obeso Cepione, la montagna di carne; io mangio bene, bevo meglio, e mi rido di voi. Mi capitate ad uno ad uno tra le unghie; vi scortico, vi levo i pezzi, mi vendico. Già capisco che un giorno o l'altro qualcheduno pagherà per te, ed io perderò la tua amabile compagnia. Ma badino bene, paghino fino all'ultimo sesterzio. Non fo ribassi, io! E se credono che mi manchi il coraggio di rinunziare anche al prezzo di vendita d'uno schiavo, s'ingannano a partito. Lascino trascorrere il terzo giorno di mercato, e giuro a Saturno che ti fo tagliare in tre pezzi, per prendermi la mia parte. Voglio quella tua testolina elegante, hai capito? La voglio; e me la faccio piantare qui, sulle mie spalle, per andare attorno, a innamorare le patrizie di Roma,... anche quelle che non sono quadrantarie.

— Starà male la mia testa, piantata su quell'otre gonfiato; — osservò Caio Sempronio. — Sai che cosa ti converrebbe di più? D'impiccare ad una trave quel tuo corpaccio di Sileno, e di figurarti che la tua anima sozza sia entrata nel mio.

— Ah, ah, burlone! — gridò l'argentario, colto in pieno dai sarcasmi del suo debitore. — A buon conto, questo corpaccio ha preso il tuo posto.... dove tu sai.

— E di ciò ti ringrazio; — riprese Caio Sempronio. — Mi ci trovavo male, e fu colpa mia, imperdonabile colpa, di non essermene avveduto un po' prima.

— Che cosa intenderesti di dire?

— Niente che ti riguardi. Va, adesso; Clodia ti aspetterà.

— Sicuro che mi aspetta! Me lo ha detto poc'anzi: «Servilio, anima mia, passerino mio, fa presto, non perdere il tempo con quello sciocco sdanaiato del tuo prigioniero.» —

Caio Sempronio non rispose verbo a quello sfogo di vanità. Il ricordo del passero gli fece venire in mente Catullo.

— Povero poeta! — diss'egli tra sè. — Come è caduta giù la tua Lesbia! —

Intanto giungeva il Trappola con una bottiglia di vetro dal collo stretto e dal ventre rigonfio, che raffigurava la testa di Medusa, e due coppe di terra cotta, ornate di bei fregi rossi, su fondo nero.

— Padrone, ecco il vino. È Cecubo.

— Ah furfante! — gridò l'argentario. — Un vino così prezioso per questo straccione?

— Ma.... — balbettò il servo; — tu stesso m'hai detto di portare il migliore. E poi, se devi berne anche tu....

— È vero, è vero; — disse Cepione, facendo la ruota. — Io devo berlo ottimo, e tu approfitti della fausta occasione, o Sempronio. Ringrazia il mio genio tutelare. —

E con quella volubilità che è propria degli ubbriachi,il degno argentario offerse da bere al suo debitore.

Caio Sempronio respinse la tazza, che scivolò dalle mani di Cepione e sarebbe certamente andata in frantumi, se il coppiere non fosse stato pronto ad afferrarla per aria. Il vino, tuttavia, andò ad inaffiare il battuto.

— Non vuoi bere? — gorgogliò l'ubbriaco. — Hai torto, e Libero ti punirà. Anzi ti ha già punito, — soggiunse egli, felice di avere trovato un bisticcio, — perchè ti ha fatto schiavo. A te, Trappola, da bravo; versami ancora tre gocce di nettare. Ma bada, per Bacco, che non ti tremi la mano. Tu risichi di farmi una libazione che non è più necessaria. —

Quasi non sarebbe mestieri di spiegare ai lettori le parole dell'argentario. Dicevasi libazione quel tanto di vino, o d'altro liquore, che si spargeva sull'ara, quasi per dinotare che tutto era consacrato agli Dei.

— Padrone, non son io, — disse il Trappola. — È la tua coppa, che si muove.

— Ah sì? E come può essere? Io son saldo, vedi, saldo come un Atlante. —

E barellava, il degno argentario, per modo che il Trappola reputò necessario di condurlo bel bello fino al letto di fabbrica, affinchè vi trovasse un rincalzo al suo centro di gravità.

In quel mentre, si affacciavano sul limitare cinque o sei uomini, condotti dall'atriense.

— Padrone, — disse il servo, — eccoti il fabbroferraio, venuto per metter le catene al prigioniero.

— Benissimo! — gridò Cepione. — E siano saldate a dovere, chè questo furfante non abbia a fuggirmi.

— Non dubitare, nobilissimo Cepione; — rispose il fabbroferraio, con una voce che colpì Caio Sempronio; — ribadiremo gli anelli per modo che neanco il dio Saturno potrebbe cavarne i piedi. —

Saturno aveva, tra gli altri suoi uffizii celesti, il patronato degli schiavi, ed era spesso rappresentato con le catene ai piedi; catene che si toglievano via, durante la sua festa, nel mese di settembre, quando si concedeva agli schiavi una libertà temporanea.

Il fabbroferraio, uomo aitante della persona e nero di fuliggine per tutte le membra, si face innanzi, seguito dai suoi aiutanti, che portavano le catene e gli arnesi del mestiere.

— Quanti siete? — esclamò Cepione. — Sono forse necessarie tante persone, per adattare due cerchi di ferro alle gambe d'un uomo? —

Il fabbroferraio si mise a ridere.

— Temi di doverci dar da bere a tutti, nobilissimo Cepione? — domandò egli, cansando la risposta. — I miei garzoni non bevono vino.

— Quando non ce n'hanno; — soggiunse a mezza voce uno di loro.

Intanto il nostro Caio Sempronio allungava una gamba, per agevolare il lavoro al fabbroferraio. Lo aveva veduto più da vicino, aveva studiato meglio la sua voce, e sotto la fuliggine che gli copriva il volto, aveva riconosciuto Piramo, il suoostiario, venduto da lui, insieme con tutti gli altri schiavi della casa, a Giunia Sillana.

Piramo, dopo aver data al prigioniero un'occhiata d'intelligenza, s'inginocchiò, e, presa la catena dalle mani d'uno de' suoi compagni, ne adattò un anello alla gamba del paziente.

Cepione seguiva attentamente degli occhi il lavorìo di Piramo.

— Che m'andavi tu cantando del Dio Saturno? — gridò egli, com'ebbe visto l'anello. — Quei cerchi son troppo larghi.

— Non mi pare; — rispose il fabbroferraio.

— Ti dico che son troppo larghi per quelle due tibie, e lo sarebbero anche pe' miei polpacci.

— Tu vuoi scherzare, nobilissimo Cepione; — disse Piramo, che fino allora non aveva tralasciato di ammiccare al prigioniero, sperando che volesse capirlo. — Vedi tu stesso, se la cosa è possibile. —

Così dicendo, tolse l'anello dal piede di Caio Sempronio, e lo adattò alla gamba di Cepione.

— Vedi? — gridò questi con aria di trionfo. — Cresce almeno sei dita.

— Non si tratta d'altro? Eccoti come si rimedia; — rispose il finto fabbro.

E presa una tanaglia, strinse e rivoltò i capi dell'anello di ferro in tal guisa che questo gli andò come se fosse stato fatto a bella posta per lui.

— A noi, ora; — gridò Piramo, scoprendo il suo giuoco.

E preso per un braccio il nostro cavaliere, che stava guardando tutti e tutto con aria melensa, lospinse fuori della camera. In pari tempo appoggiava una pedata al Trappola, che non aspettò la seconda, e trovò più comodo di ruzzolare in un canto.

L'altro servo dell'argentario era già andato via. Aveva accompagnato laggiù il fabbroferraio e non gli era parso necessario di restare.

Caio Sempronio indovinò finalmente che cosa si volesse da lui. Infilò la scala, seguito da Piramo e dai suoi bravi compagni; giunse nell'atrio, dov'erano sparsi in parecchi gruppi i convitati di Cepione, e, dati due o tre spintoni a dritta e a manca, sguizzò dal pròtiro sulla pubblica via, prima che i caduti avessero potuto rimettersi in gambe, e tutti gli altri rinvenire dallo stupore.

— Ah, furfanti! Ah, scellerati! Abbrancateli! Non lasciate uscir nessuno! —

Così gridava Cepione. E già si era mosso per correr dietro ai fuggiaschi. Ma una catena di trenta libbre (perchè in ciò il fabbro lo aveva servito a dovere) non si porta così facilmente da nessuno che voglia correre, e molto meno quando si è alzato un po' il gomito. Il degno argentario si era a mala pena avveduto di quell'impedimento, che la catena gli s'intralciava fra le gambe, ed egli cadeva bocconi davanti all'uscio del sotterraneo.

Il tonfo di quell'otre disteso ebbe le conseguenze che doveva avere. Non mi dilungherò in una descrizione poco piacevole; dirò invece, aiutandomi con una perifrasi, che quel tonfo gli levò un peso dallo stomaco, se non al tutto i fumi dal capo.

Poco lunge da Cepione era caduto il Trappola,e per quella causa impellente che sapete. Il poveraccio, udito il rumore della tombolata e tutto il restante che per brevità si omette, si alzò come potè, e pesto, indolenzito, sconcertato da quella inaspettata catastrofe, andò ad aiutare il padrone.

— No, lasciami stare! — balbettò Cepione con voce soffocata dalla rabbia e da tutto il restante che ho detto. — Corri nell'atrio anche tu! Fermate il prigioniero e gli siano distese sessanta vergate sulla schiena.

— Il prigioniero! Sì, piglialo! — pensò il Trappola, muovendo verso la scala. — A quest'ora è già fuori dell'uscio. Basta, egli mi manda ed io vado. Il sapore delle pedate non era buono di certo; ma l'odore del vino che ritorna alla luce è di gran lunga peggiore.

— Sessanta vergate sulla schiena! — ripeteva intanto Cepione, mentre tentava di rialzarsi e andava brancolando nel sudiciume. — Ed altrettante ai suoi compagni, prima di metterli in croce! Oh, me la pagheranno, me la pagheranno! Vedete che audacia! Farla a me, a Servilio Cepione! E il fabbroferraio, che era di balla con questo bel mobile! Ah, per l'Averno, se mi capita nelle unghie!... —

Tutto ciò borbottato, gorgogliato a intervalli, si capisce, ed anche frammisto alle spume ingenerose che gli fiottavano dalle labbra. Se lo aveste veduto, quant'era brutto! Clodia Metella, anima nera, se vogliamo, ma donnina di garbo, avrebbe inorridito senz'altro.

Finalmente, mandati dal Trappola, che reputavapiù salubre di correre sull'orme del fuggiasco scesero nel sotterraneo gli altri servi della casa e trascinarono fuori l'impiastricciato padrone, con la sua catena ai piedi, non potuta levare lì per lì. La brigata dei commensali, che abbiamo lasciata nell'atrio, era tutta sossopra dallo spavento, per aver veduto sbucar fuori e fuggire, non senza distribuzione di busse, quel branco di fuligginosi Ciclopi; ma l'apparizione del vecchio argentario, di quella balla di cenci da mandare al bucato, mutò l'indirizzo e fece dare tutti gli astanti in uno scoppio di risa. Che farci? Il riso è contagioso, e i bricconi non sentono compassione; neanche del proprio simile, che è tutto dire!

A quelle inaspettate accoglienze, Sileno andò su tutte le furie. Guardò intorno e capì che il prigioniero era fuggito. Anche il Trappola, tornato allora dal pròtiro, gli confermò la cosa con la sua aria ingrullita. Fece per saltare addosso ai servi, poi si volse furibondo ai commensali, che seguitavano a ridere; ma le forze gli vennero meno, torse gli occhi, digrignò i denti, e stramazzò privo di sentimento sul musaico dell'atrio.

Finalmente, dopo tanti che gliene avevano augurati in sua vita, gliene capitava uno! Ma, pur troppo, non fu di quelli a ferraiuolo. Giove ottimo massimo non suol dare di queste soddisfazioni alla virtù sulla terra. Si mandò pel medico, e due dozzine di mignatte non ischifarono di succhiare il suo sangue. Lettori, compiangiamo quelle povere bestie.

E ritorniamo a Caio Sempronio; se no, ci piantalì, come Olimpia sullo scoglio, e chi lo raggiunge è bravo.

Uscito sul margine della strada, aveva seguito Piramo, come un fanciullo seguirebbe la madre. Infatti il suo fedele ostiario lo aveva preso per mano, e, giunto alla svolta dell'isola, si ficcava in un vicolo, mentre i compagni loro scantonavano lesti, chi da una parte e chi da un'altra, senza aspettare il comando.

Il nostro cavaliere camminò un dugento passi a quel modo, senza far parola, chè non era tempo da chiacchiere. In fondo al vicolo stavano due cavalli bardati. Piramo si fermò; il ragazzo, che teneva i cornipedi per le redini, si fece avanti; Caio Sempronio capì a volo, e d'un balzo fu in sella.

— E adesso, padrone, al galoppo! — disse Piramo, che lo aveva prontamente imitato.

— Dove si va? — chiese il cavaliere. — Forse da lei?

— No; ella si comprometterebbe e tu potresti essere ripreso da un momento all'altro. Del resto, la vedrai ad ogni modo, laggiù, dove andiamo a far capo. —

Andavano verso la porta Nomentana. Ad un certo punto lasciarono i cavalli ed entrarono in una casa di modesta apparenza, dove Piramo si levò quella fuliggine ond'era tutto lordo e Caio Sempronio indossò un'altra tunica, che dèsse meno negli occhi. Ciò fatto, uscirono da una postierla che dava su di una viottola campestre, e con passo spedito si allontanarono dalla parte di settentrione, per andare a cercare la via Tiburtina.

Giunia Sillana aspettava l'esito dell'impresa in una sua villa, dove nessuno avrebbe argomentato che andasse, a stagione tanto inoltrata. Quando vide apparire Caio Sempronio, libero, sano e pieno di gratitudine per lei, la bella matrona divenne più pallida del solito, e si lasciò cadere, sfinita dalla commozione e dall'eccesso della gioia, sul lettuccio del triclinio, dove era preparata la cena a quel povero affamato.

— Grazie! — diss'egli, commosso non meno di lei. — Ti son debitore della luce, dell'aria, della libertà, della vita, insomma. E in qual modo sei riuscita a salvarmi?

— Il console Sulpicio Rufo è un uomo di cuore; — rispose la bella matrona, reprimendo un sospiro. — Egli ha ceduto alle mie preghiere e prestato mano all'impresa. Ma parliamo d'altro; — soggiunse ella, vedendo che la fronte del nostro cavaliere si andava rannuvolando. — Attendi a ristorar le tue forze, e poi, scambio di riandare il passato, provvederemo al futuro. —


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