GLI AMANTI FIORENTINI.Novella tradotta dalLIBERALE, Giornale pubblicato in Londra per cura di LORD BYRON.Nel tempo che Firenze per le male fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini andava divisa, la nimicizia che si portavano grandissima le famiglie dei Bardi e dei Buondelmonti ferocemente incrudeliva. Quindi di rado accadeva che amore trovasse luogo fra loro; ma se pure accadeva, altissimo era quell'amore, sia perchè la natura gli avesse sortiti a sentire profondamente, sia perchè amore appigliandosi a cuori gentili, li renda meglio degli altri innamorati e pietosi.Ora avvenne che amore prendesse la bella Dianora Bardi di un garzone della famiglia nemica, nominato Ippolito. La fanciulla giungeva a 15 anni, lieta del fiore della bellezza, e splendido di donnesca leggiadria. Ippolito poi era di due o tre anni maggiore, sebbene contemplando quel suo volto severo gliene avresti aggiunti anche tre altri. Lo chiarivano i labbri discreto amatore, e gli occhi capace di custodire l'arcano. Si notava tra li due amanti, come spesso suole accadere, una cotale rassomiglianza; nè forse ella era poco alimento allo scambievole affetto, imperciocchè ci occorsero sovente volte pittori, che furono vaghi partecipare la propria immagine agli eroi che ritrassero, e gli amanti ancora si dilettino trovare sul volto della donna amata cotesta somiglianza, la quale, secondo ciò che ne scrissePlatone, non abbandonò mai del tutto le umane creature. — Non pertanto a Dianora di Amerigo bastò uno sguardo per suscitare in Ippolito ardentissimo amore. Celebravasi in chiesa una molto solenne festa, e laggiù nelle parti di mezzogiorno la gente più che altrove s'innamora in chiesa. Quivi i voluttuosi, che non sanno sollevare in alto gl'intimi pensieri, gli abbassano sopra cose terrene; e quivi gl'innocenti spiriti, voluttuosi anch'essi, senza accorgersene, mal sapendo in qual modo svelare l'arcano fremito che li commuove, scoprono che quel fremito si posa sopra enti che si manifestano sensibili alla lor gioia. La musica, i profumi, i dipinti, il benigno crocifisso, le mistiche cerimonie, i parati, le bianche vesti delle donne, le voci dei fanciulli, i candelabri, simboli dei ministri serafici, ardenti attorno l'altare di Dio, la confusione di tutti i sessi, di tutte l'età, le navate echeggianti, le ombre delle colonne e delle volte, la luce che penetra attraverso le alte finestre, quasi la terra fosse e non fosse ad un punto presente, — tutto cospira a confondere il mondo attuale coll'avvenire, e porre il cuore dubitoso in certo stato di sublimità e di umilianza, che prontissimo si manifesta a corrispondere di affetto con quanto vale a serbargli alcuna cosa di queste sensazioni, e confortarlo della tristezza della vita ordinaria. In chiesa fu che Boccaccio (non già Boccaccio lascivo, mezzo inteso soltanto da chi ha mezzo senno), ma Boccaccio il futuro dipintor delFalconee delTestodibasilico, vagheggiò in prima la lieta sembianza della sua Fiammetta. In chiesa sentì Petrarca cadersi su l'anima l'ombra che offuscò poi per venti anni continui la sua vita mortale. E grazie al buon Cronista che ne tenne memoria, nella chiesa di San Giovanni nel giorno 13 di gennaio, in cui ricorre ilPerdono universale, Ippolito dei Buondelmontirimase preso di Dianora di Amerigo (Oh! come suonano soavi questi bei nomi italiani, quando non sono vani nomi; e noi senza pure badarvi troviamo averli scritti in caratteri meglio formati del resto, non solo per comodo dello stampatore, ma eziandio pel diletto di trattenerci su la loro armonia). Mentre il popolo stava per abbandonare la Chiesa, Ippolito volgendo la favella a certo suo famigliare, non vide più la sconosciuta bellezza. Si affrettava alla porta, dicendo al compagno — per vedere le donne, — non gli bastando l'animo di direla donna: quando poi scorse Dianora, mutò colore e non aggiunse parola. Ella gli strisciò da canto, come cosa di Paradiso, abbassandosi il velo sul volto, e sebbene ei l'affissasse da improntarne la immagine nel profondo, gli parve averla veduta così di fuga in un sogno. Non aveva ardimento di farle motto, nè meno di cercarne il nome, se non che lo favoriva la ventura. — «Dio e San Giovanni benedicano la sua bella faccia!» — gridò un poverello alla porta; — «sempre mi dà l'elemosina doppia degli altri.» — «Maladetta lei!» — mormorava il famigliare d'Ippolito, — «ella è dei Bardi!» — Notò l'amante ambedue l'esclamazioni, e ne fece tesoro. Ippolito, come colui che molto si dilettava dei libri che ragionavan di amore, ed era amico co' più liberali delle due fazioni, cioè Dante Alighieri (il sì famoso) e Guido Cavalcanti, sebbene feroce partigiano, e di breve implicato in sanguinoso scontro avvenuto tra cavalieri, procedeva scevro dell'arte vergognosa di odiare per calcolo, ed ora più che mai gli sembrava biasimevole. Egli, in vero, non avrebbe pensato mai di perdonare ad uno dei vecchi Bardi, che traendo giù da cavallo suo padre l'ebbero a spengere di coltello; ma adesso avrebbe dannato la parte avversa a bando più mite di prima, e in quanto al maladire una donzella dei Bardi — e questadonzella Dianora! — oh! l'anima sua differiva assai da quella del suo famigliare.Era grave ad Ippolito il pensiero di non potere vagheggiare l'amata donna in sua casa, chè gelosamente la custodivano i genitori, nè mai sola l'abbandonavano le amiche; più grave la paura di non poterla rendere sensibile al suo amore; gravissima poi la melanconia che lo angustiava, meditando che gli verrebbe tolta da più fortunato amante. Che dovea fare? A qual consiglio appigliarsi? Non gli si offriva un pretesto per iscriverle, nè sarebbe stata cosa prudente farle di notte tempo una serenata sotto le finestre, perchè oltre al manifestare la concetta fiamma, poteva in tanto scellerato secolo correre pericolo di vita. Si ristringeva dunque a passarle, quanto più spesso poteva, sotto casa, e seguitarla quando usciva, mettendo ogni cura per attirarsi la sua attenzione, — come sarebbe nel prevenirla a dare la carità al povero. Noi dobbiamo riferire come certa volta avvisasse di premere le zampe ad un cane, per mostrar poi quanta sollecitudine ponesse nell'aiutare la bestia. Ma il lieto giorno era la festa. Non festa, non mezza festa perdeva mai la messa, non domenica, non giorno di Santo. «La devozione di cotesto giovane» parlò una vecchia zia che accompagnava Dianora «mi edifica assai; e sì che egli è leggiadro e poderoso molto, e potrebbe, come la più parte di questi giovani fanno, darsi tempone in peccati e in vanità.» E così favellando sospirava, certo per una soave commozione della sua bellezza. La lode d'Ippolito avrebbero ripresa i parenti della Dianora, pure non giungeva immeritata. Già il costante seguitarla e i modi cortesi aveva notato Dianora, e già con l'arguzia consueta alle menti italiane, s'era accorta del motivo di tanta devozione, e in suo cuore desiderava che non cessasse. Ardeva anch'ella diconoscerne il nome, ma, non altramente che a lui, nel maggior uopo le veniva meno il coraggio. «Vi guarda!» disse la zia poichè fu uscita di chiesa; «come il povero giovine arrossa di non potersi sottrarre ai miei occhi! Davvero, questa è singolare modestia.» — «Mia dolce zia,» riprese Dianora con certo suo garbo di malizia e di piacere, «voi non aveste mai caro che io guardassi giovani in faccia.» — «Giovani» soggiunse la zia «di ventotto anni o di trenta, e se pur vi volete tutti; ma per questo la bisogna è diversa; e la meglio ritrosa di noi altre, può sogguardare per via tanto gentile e dabben giovane. E s'egli sia costumato, lo so ben io, chè avendogli chiesto in cortesia di farmi un po' di luogo nella navata, mi s'inchinò con tanto bel modo, che parve il piacere lo facessi a lui; e se il buon giovane ha sortito dai cieli tanta avvenenza, che ci ha a far egli? I Santi furono belli anch'essi nei loro giorni, o le immagini mentono, la qual cosa non è possibile; io per me vado convinta che San Domenico nella sua immagine di cera (Dio mel perdoni!) appena guardi così umilmente e con tanta dolcezza la Madonna e il Bambino, come egli guarda noi quando ci si fa dappresso.» — «Mia cara zia, già non ho inteso di farvi rimprovero; ma, dolce zia, voi non lo conoscete, e sapete che.....» — «Che sapete! io lo conosco quanto potrei conoscere il figliuolo di mia madre; e se fosse mio proprio figliuolo, beata me!» — «E chi dunque?» appena articolando le parole domandava Dianora, «e chi è egli dunque?» — «Chi?» rispose la zia; «il meglio cristiano giovane che faccia Firenze: che monta sapere chi egli sia? Certo egli è gentiluomo, ed uno dei grandi, statene sicura; e vi desidero non peggiore marito, giovanetta, come che per questo ci corra del tempo assai. Le donzelle di oggidì agognano sempre sapere come tale e tale altrosi chiami, e se abbia parentela co' Priori, o piuttosto coll'Arcivescovo, e tutto questo prima di consentirgli leggiadria, la qual cosa procedeva diversi a' miei tempi. Ciò andrebbe a dovere se si trattasse di maritaggio, o vi fosse pericolo di accasarsi con uomo di sangue men nobile, o scontraffatto o paterino; ma per ammirare un gentil damigello che non lascia mai di ascoltar messa le domeniche, e gli altri giorni dei Santi, io non so a che giovi lo starsi così sul difficile. D'ora in avanti, spero, che non avremo penuria di Santi, nè l'usare cortesia alle gentildonne deve nuocere punto alla sua santità, dacchè Messer San Francesco con le parole e con l'esempio lo affermava, e, se vi ricorre alla memoria, la serafica Santa Teresa tra le altre cose lo ammirava per questo, e San Paolo nelle sue epistole manda a fare dei bei rispetti alle gentildonne Trifena e Trifosa. Nel Nuovo Testamento non occorrono femmine (se femmine possono chiamarsi cotesto benedette donne, non eccettuata Madonna Maddalena, che travagliavano sette demoni, i quali non sono neanche la metà di quelli che hanno addosso certe femmine, ch'io non voglio dire, nè l'altra che sentenziavano ad essere lapidata quegl'ipocriti ribaldi) che il nostro benigno Salvatore non abbia cortesemente trattate, e con amore paterno: la qual cosa, con moltissime altre, come Messere Frate Antonio discorreva ieri l'altro sul pergamo, lo prova non pure di stirpe divina, ma sì bene il più gentil sangue della terra, e nobile naturale.»Chi poi ponesse in testa alla buona zia tanti argomenti, e perfino la religione potentissima a que' tempi, per confortare Dianora a tenersi caro Ippolito, noi non sappiamo. Intanto al finire delle parole giunsero a casa, e il povero giovane ritornò alla sua. Noi dovremmo dire poveri ad ambedue gli amanti, imperciocchè fossero abbastanzainnamorati, onde anche a Dianora si facessero le guance pallide quando avesse saputo a qual gente apparteneva Ippolito!Per poco stette che una avventura nella successiva domenica li svelasse al cospetto del mondo. La Dianora l'ultima volta che s'incontrò con Ippolito non ardiva levare gli occhi, timorosa com'era d'incontrare gli occhi di lui; ed egli ne rimase travagliato, chè pensò averla, non sapendolo, offesa. Poche domeniche prima quegli occhi belli lo avevano rimandato tanto giocondo a casa! Ora apparivano due seggi vuoti vicino al luogo in che stava genuflesso; — accanto l'uno, — un po' più oltre il secondo. La zia e la nepote, che vennero dopo di lui, si trovarono lontane dal suo seggio, e apparvero dubbiose qual dei due dovessero scegliere; se non che un moto leggiero del braccio della Dianora manifestò ad Ippolito il suo interno pensiero di farglisi appresso. — E gli era riserbata un'altra gioia. La vecchia madonna nel seguitare l'ufficio divino, voltasi alla nepote, le domandava perchè non cantasse secondo il solito. Dianora declinò il capo, e dopo un minuto o due fu dato ad Ippolito ascoltare la più soave voce che fosse al mondo, — sommessa invero — e più che ad altro somiglievole ad un leggiero susurro, — non pertanto da lui profondamente ascoltata. Gli parve abbrividire, ed ella pure abbrividì. Gli commosse lo spirito, siccome il suono dell'organo gli commoveva le facoltà del corpo. — Nè questo segno di compiacenza si rinnovò più mai. Non più le donne gli vennero vicine, quantunque mettesse ogni cura in occupare maggior posto che poteva, e poi si restringesse, facendo largo quando apparivano. Malgrado questo, derivava altissima gioia dal segreto pensiero, nè mosse querela finchè vide Dianora intenta a sogguardare la parte in che egli stava: quindi è nostro dovere avvertireche sebbene fossero i meglio devoti della Congregazione, non erano poi sempre i più attenti; imperciocchè cominciassero dal fissare i luoghi discosti dall'oggetto desiato, e quindi adoprando l'obliqua potenza dell'occhio a mano a mano si accostavano, e alla sfuggita si ricambiavano uno sguardo. Ma Dianora da qualche tempo cessava anche questo, e quantunque Ippolito più fermamente la contemplasse, e vedesse come più pallide le diventassero le guancie, cominciava a pensare che ciò non avvenisse per lui. Al fine una cotale disperazione lo spinse ad appressarsi a lei, dacchè ella non volea appressarsi a lui, e nella mentovata domenica mal sapendo che si facesse o vedesse, e meno quel che sentisse o sperasse, si prostese a canto a lei. Quivi presso sorgeva una colonna che a mala pena lo nascondeva con lo sbattimento. — Vi posava per alcun tempo la fronte, e se ne sentiva ristorato. Dianora non si accorse che le stesse vicino; ella non cantava, nè la zia gliene muoveva domanda. Non batteva palpebra; intentissima considerava il libro delle preghiere, e Ippolito tenne per fermo che ciò a bella posta facesse, onde infievolito dall'angoscia della mente rimase come soffocato dalle sensazioni. — Ei le posava a canto: — le belle forme, il volto, le vesti, che sole ardiva toccare, la somiglianza dell'attitudine di ambedue nell'implorare Colui che i teneri cuori implorano, affinchè prenda compassione dei nostri affanni; insomma tutto contribuiva a commuoverlo altamente. Allora tentò l'afflitto giovane con estremo sforzo levare gl'interni pensieri alle cose celesti, ma nel giungere che fece le mani, così dirotte gli sgorgarono le lacrime, ch'ei se ne trattenne. In fine la zia, che aveva speculato attorno per iscoprirlo, con maraviglia e diletto se lo vide vicino. Già ella cominciava a penetrare il misterioso amore, e quantunque non ignorassechi egli si fosse, e la inimicizia mortale delle due famiglie, pure tanta albergava in lei benignità di natura, tanta la vaghezza di comporre le discordie, ch'ella si consigliò apportare conforto ai miseri amanti. Da qual causa poi ciò derivasse, ignoriamo: forse dalla propria benevolenza, forse anche dal desiderio che abbiamo che ogni cosa da noi immaginata consegua il suo fine. Però la pietosa madonna senz'altro badare, con voce alta abbastanza per essere intesa dalla nipote, le susurrava: «Fate che il gentiluomo a voi vicino legga nel vostro libro, avvegnachè paia ch'egli abbia dimenticato il suo.» La Dianora tenendo sempre gli occhi bassi, non sospettando chi le stesse accanto, declinò piacevolmente la testa, e trasse il libro da parte onde il gentiluomo avesse agio di leggere. Ippolito tese la mano e lo sostenne insieme con lei. Ma la sua mano era tremante, e l'anima della Dianora così profonda meditava a colui che le stava al fianco, che non lo avvertiva. Di lì a poco però, il libro vacillava per modo, che richiamato il pensiero della donzella alla considerazione degli oggetti presenti, si volse per vedere se il gentiluomo si sentisse male. Veduto che l'ebbe, torse il volto, e sentendosi incapace a reggere più oltre, mormorava nell'orecchio alla zia: «Io manco!» — Si levarono le donne, ed uscirono di chiesa; senonchè, appena l'aria fresca punse la Dianora, svenne, e fu portata a casa.Nel momento stesso accadeva che Ippolito mal potendo celare la concetta passione appoggiasse il capo al pilastro, ed altamente gemesse, come colui che temeva averla concitata a sdegno. Avventuroso lui che i gemiti non si ascoltassero infrequenti in luogo dove talvolta la coscienza rimordeva il peccatore, e quei che l'udirono tennero per fermo Ippolito non sentirsi puro quanto se lo erano immaginato; e nella mente loro ripensando aisuoi costumi solitari e studiosi, conclusero un qualche misterioso affanno travagliargli lo spirito. Tra questi fu primo il compagno che maledì la Dianora quando prima si offerse agli occhi d'Ippolito, imperciocchè quantunque ignorasse la sua passione per lei, e l'amore ch'ella gli portava, non sapeva perdonargli l'universale benevolenza, e i modi leggiadri.Ippolito trasse con gran pena a casa la persona inferma. Nei giorni successivi tentò per ben tre volte condursi fino al palazzo Bardi; — pensoso poi di potersi ridurre alla propria dimora, rimaneva. Un fiero morbo finalmente lo assalse, e giacque ammalato. O qual sarebbe stata la sua gioia, quale il dolore, se avesse saputo come in condizioni non punto diverse si trovava l'amata donzella! — Adesso la povera zia dubbiava in singolare perplessità, e il peggio stava nell'averle affermato la Dianora che sarebbe morta dove ella aprisse il suo amore alui, o a chiunque praticasse conlui; a tutti insomma. Onde non sapeva a qual partito appigliarsi la povera zia: in mente talora ragionava, che morte certa avrebbe colto i due cari giovani, se più a lungo tenessero celata la interna passione, nè temeva la morte conseguenza del manifestarsela; e così irresoluta esitava su due o tre argomenti che decideva seguitare, quando, per buona ventura, la sorprese la visita di tale persona, che sopra ogni altra al mondo desiderava vedere, — la madre d'Ippolito.Le due madonne volenterose si aprirono le scambievoli intenzioni, e con argomenti acconci a confortare gl'innamorati giovani si separarono. In qual maniera una madre giungesse a penetrare i segreti pensieri del figlio, non importa dirlo; neppure importerà raccontare quale e quanta fosse la gioia loro allorchè stettero sicuri dello scambievole amore. Adesso la infermitàd'Ippolito assumeva un aspetto diverso, e consapevole di essere gradito alla Dianora, e del consenso materno, desiderò favellare con lei; nè mai si ristette dal sollecitarne la madre, finchè questa non gli ebbe promesso che tenterebbe di farlo contento. Ed infatti, con la consueta debolezza di coloro che si appigliano a cosa la quale sia per produrre un futuro danno, anzichè continuare nel mal presente, si consigliava la madre a giovare alcun poco il povero figliuolo. La famiglia si accorse dei suoi modi strani, chè ora compariva oltre ogni dire avventato, ora troppo dimesso. Talvolta sorgeva precipitoso, quasi dovesse estinguere un incendio per usare un ufficio di cortesia; tal'altra poteva rovinare il mondo, ed ei non si muoveva. Accadde sovente che balzasse in sella, come se il nemico minacciasse le porte della città; e il giorno di poi, quando era salito a cavallo, vi rimaneva impietrato, e le redini gli sfuggivano di mano. — «Cosa è che tanto ti turba?» domandò il padre iroso; «hai forse involato un gioiello?» — E ciò gli disse, perchè gli avevano riferito com'egli si rovinasse al giuoco, nè mai serbasse danaro nella borsa: il quale ultimo fatto era vero, imperciocchè per l'amore della Dianora spendesse assai in cortesia, e molto avesse donato al povero che la benedisse su la porta di chiesa.Certo giorno, suo padre, vago dello scherno, ordinava che una giovine donna gli sedesse al fianco, e durante il mangiare gli ponesse davanti una mano invece del piatto. Ciò fatto, lo interrogava perchè si astenesse dal cibo; e Ippolito senza badare a nulla fece prova di recarsene un frusto alle labbra. — «Oh il bene compito giovane!» gridò in quel punto il padre; — ed Ippolito, accorto dell'errore, diventava vermiglio fino agli occhi; ma egli aveva la mente volta alla mano dellaDianora, e insiem con lei inginocchiato teneva il libro delle sante orazioni. — Dopo breve tempo ricomposto, con tanta leggiadria domandava scusa alla donzella, che il padre pensò: — E' pare un principe! — La giovine donna, osservato il bell'atto, se lo immaginò suo innamorato; e tolte le mense, la madre, presi i suoi veli, se ne andò a visitare certa sua conoscente chiamata comare Veronica.Comare Veronica per singolarissima ventura aveva parentela con le case Bardi e Buondelmonti, e come donna che non s'impacciava di odii e di rancori, amando del pari ambedue, e di ambedue andando egualmente superba, invitava talvolta alcuno dei giovani Bardi, tal'altra alcuno dei Buondelmonti: senonchè, quando erano per andarsene, raccomandava loro di non riportar parola di quanto avessero inteso in casa sua, perchè altrimenti lo avrebbe tolto a male; e i giovani non facevano dispiacere alla buona donna. Questo mistero pertanto sarebbe stato per Dianora e Ippolito di triste conseguenze cagione, dove men buono avessero avuto il cuore.Già da molti giorni la zia della Dianora, usando continua in casa della comare Veronica, le aveva palesato come tra poco le verrebbe proposto cosa da lei approvata per buona. Sopraggiunta la madre di Buondelmonte, terminava di chiarirla intorno la bisogna, la quale consisteva soltanto nell'accogliere in sua casa a un punto stesso due individui delle contrarie famiglie. Vi fu in prima da dire assai: alla fine tanto la pregarono, tanto seppero scongiurarla, e agli scongiuri aggiunsero di così belle gioie, che ella ne rimase contenta.La comare Veronica, come persona di alto affare, possedeva una villa circa mezzo miglio distante dallacittà. Quivi certa festa di settembre, celebrata dai contadini delle circostanti campagne, se ne andò la bella Dianora accompagnata da madonna Lucrezia, per invigilare, secondo quello che ne disse la madre, che non vi fossepersona impropria; — e quivi prima dell'alba la comare Veronica, a grave pericolo della propria fama, e della gelosia di un ortolano, che sopra tutte le cose amabili al mondo amava la fantesca di casa, introdusse Ippolito Buondelmonti,appariscente, così ella affermava,quanto la stella del giorno.La stella mattutina abbracciava ed era abbracciata dalla cortese comare, e poi si faceva a scintillare al balcone per vedere giungere la Dianora. Oh come palpitò quel cuore quando la scôrse di lontano porre il piè nel viale! Veronica le corse incontro alla porta del giardino, e le accennò il balcone. Ippolito si rallegrò nella idea che favellassero di lui, ma osservando il lieve sorriso della Dianora, e il non mutato sembiante, ebbe pensiero diverso. Infatti ella non lo aveva veduto, quantunque la comare con tale un suo sogghigno di mistero le avesse detto che le serbava un bel presente: ma la Dianora, fino a quel giorno accarezzata dalla comare a modo di bambinella, immaginò che fosse qualche masserizia, nè vi fece gran caso. Appena trapassava la desiata il limitare, Ippolito stimò che derivasse da lei ogni orma che gli pervenne agli orecchi. Quanta gran gioia era pensare che un sol tetto adesso accoglieva ambedue! Ma convenire nella medesima casa, e non potere aprirle la concetta passione, e ricercarla d'amore, e investigarla nell'anima, — quanto grave angoscia e miseria! Due o tre volte balzava udendo toccare l'usciale, ma sempre fu la comare che veniva a confortarlo di starsi con buon animo, e a dirgli che madonna Lucrezia gli avrebbe menato la Dianoradopo il pranzo, quando gli ospiti sarebbero iti a dormire. Di tutte le cose sconvenienti e mal fatte, parve ad Ippolito il desinare la peggiore, imperciocchè non sapeva immaginare come enti ragionevoli, i quali potevano cibarsi di un tozzo di pane e bere una coppa di vino per la via, e andare oltre a fare all'amore, consentissero sedersi lungo tempo a mensa per gustare questa o quell'altra delicatura. E le cerimonie! Dio sa per quanta ora quegli zotici villanzoni avrebbero trattenuto la Dianora co' rispetti, con le ballate, con le tresche loro! Certo tra essi non v'era amante nessuno, altrimenti avendo facoltà di vagare a solo a sola per le verdi pianure, non s'intendeva come se ne andassero così raccolti insieme. Non pertanto Ippolito professava altissima riconoscenza alla comare Veronica, e tentò pure di usar cortesia alla sua vivanda e al suo vino, così che dopo pranzo la sua virtù se ne sentì ristorata.Ora riputiamo cosa necessaria avvertire il lettore che non debba giudicare dei tempi passati dai presenti. Fallo universale dei popoli fu sempre l'odiarsi, non l'amarsi; e se la nimistà e l'amore fossero un po' diversamente praticati da quello che facciamo noi, non occorrerebbero forse amanti meno innocenti, nè più burlevoli nimicizie. Dopo il pasto essendosi gli ospiti dispersi chi qua chi là, per dormire, la Dianora accompagnata dalla zia Veronica s'incontrò compresa di stupore nella medesima stanza con Ippolito, e in meno che volgono cinque minuti uno volse il capo da una parte, e la donzella dall'altra, — e questi tolse in mano un libro, e lo posò; quella si pose a guardare fuori della finestra, — ed ambedue arrossirono, e poi divennero bianchi, — e il gentiluomo si aggiustò il collare, e la gentil donzella le maniche; e le vecchie ristrettesi a bisbigliare in un canto della stanza di lì a poco li lasciaronosoli. La vergine si mosse per seguirle, il giovine susurrò alcune parole che ella non intese, e che pure valsero a trattenerla, farle impallidire il volto, e correre alla finestra senza osare di guardarlo. Ippolito tentava accostarsele, e non poteva, e maravigliava del come fosse svanita la sua feroce impazienza; senonchè adesso ogni dimora riputava, ed era, piena di delizie. O letizia di questi momenti! O aurora soave di queste sensazioni! O dubbi non più dubbiosi! O speranza diventata certezza! O memoria che all'aspetto del giovane leggiadro, e della ritrosa verginella, mi ricordi la passata gioventù! O ore, perchè essendo voi cosa divina, non ci rendete immortali! Perchè non siamo rapiti in parte dove non possiamo venir meno, lasciando i mortali a dire di noi: — si amarono, e furono assunti al paradiso!Una delle donne che legge.Signore scrittore, con questi suoi voti celestiali non rammenta in qual condizione abbia lasciato i giovani amanti?Lo scrittore.Madama sì; ma non importa, credo, ch'io le insegni come due amanti desiderino starsene soli.La donna.Ma, signor mio, qui si tratta di giovani italiani, i quali non sono tanto vergognosi come ella dice. Io penso quei suoi Fiorentini dopo essersi un cotal po' sogguardati, e poi abbracciati, e poi...Lo scrittore.... corsi dietro alla zia per non rimaner soli. Madama, mi conceda dirle che ella prende errore. Gl'Italiani, uomini sono quanto altri mai sensibili e verecondi; nè la modestia sta confinata in Inghilterra, siccome pare ch'ella voglia credere.La donna.Eh! giusto modestia: io voleva parlare di certa specie — non so s'ella m'intenda — di una sorte di energia irresistibile, la quale suole chiamarsi violenza nell'indole italiana.Lo scrittore.Prego, signora, a volermi credere che adoperando la parola modestia io non posi mente a nulla di personale. E V. S. so ch'è donna dabbene, ed ama di cuore i miei amanti. Io non parlava pertanto di modestia in nessun senso particolare, ma così in genere; e tutte le nazioni, non eccettuata la dilettissima nostra, hanno pur troppo le modestie ed immodestie loro. Intorno poi alla violenza di che ella diceva, la quale in alcuni è energia, ed in alcuni altri miserabile debolezza, secondo l'indole degli uomini e le circostanze dei casi, e gl'Italiani, come quelli che vivono sotto un cielo ardente, ne dimostrarono meglio degli altri popoli; — pure si deve osservare che dove il carattere individuale sembra più rilassato, quivi anche sono peggiori i costumi e le leggi. — Nondimeno affermo la violenza essere atto della propria volontà, e speciale ai due estremi delle umane condizioni: — ai potenti di cui le passioni furono soddisfatte, — e ai poveri di cui le passioni furono mal dirette. — La vera energia si manifesta non con la violenza, bensì con la forza e colla intensità. La intensità di sua natura discerne, nè rimane vinta dalla moderazione, là dove di moderazione fa mestieri. Inoltre, al tempo del quale parliamo si osserva in alcuni una esquisita finezza nelle materie di amore, ed in altri brutalità ed oltraggio. Le umane potenze ebbero in quel periodo supremo esercizio nel bene e nel male; e se da un lato troviamo terribile spettacolo di cupidigia, di tirannide e di vendetta, dall'altro occorre una filosofia, una quasi divinità per abbellire l'amore, ed emulare con le arguzie di Platone per farlo cosa celeste.La donna.Io mi confesso pienamente convinta; però continuiamo.Lo scrittore.Assai mi piace quel continuiamo, signora; immaginiamoci essere i due amanti in compagnia; — certoassai ci assomigliamo a Don Cleofas e al suo piacevole amico il Diavolo Zoppo. — Io, il diavolo senza altro, ella il giovane scolare — scolare femmina, — Donna Cleofasia che studia il cuore umano.La donna. Sì, bene, come a lei piace; ma procediamo.Lo scrittore. Se la sua inchiesta mi riesce gradita, lo vedrà coll'effetto; però vado oltre. —Noi lasciammo i nostri amanti, o signora, nella camera di madonna Veronica, di cui l'uno guardava per la finestra, e l'altro si rimaneva a lieve distanza; e così stettero per tutto quel tempo nel quale abbiamo favellato. Oh! quanto è cosa impossibile immaginare la trepidanza dei due amanti in cotesta ora, e non sentirsi trasportare col pensiero nella condizione di quelli!Ippolito si accosta alla Dianora. Il suo occhio se ne stava fisso sopra i lontani monti di color celeste, ma l'anima sua era raccolta entro la camera. Le copriva la testa una reticella di seta verde, tessuta in oro, che mollemente conteneva i bei capelli, e sembrava che volesse accennare il collo candidissimo; — sentì un alito che le scaldava il collo, e sollevò le braccia per acconciarsi la rete. Per questo modo apparve manifesto il contorno leggiadrissimo della sua cintura, ed ei gliela cinse con ambe le mani, cosicchè venisse a porle sul cuore della donna innamorata, e: «Mi vorrà» diceva «perdonare di questo.» Veramente aveva ragione per favellare così, sentendoselo balzare sotto le dita come se volesse venir meno. La Dianora diventata tutta vermiglia, rimosse con le sue mani la destra d'Ippolito, ed ei la ritenne pur sempre con la sinistra. «Messere Ippolito,» alla fine parlò, «io temo forte che voi non mi crediate...» «No, no,» interruppe Ippolito, «non temer nulla di quello che io possa credere o fare. A me spetta temeredel tuo celeste sembiante, che del continuo mi vegliava sul letto, e mi pareva vederlo sdegnato con me solo tra tutti i viventi della terra.» — «E mi hanno detto che voi foste ammalato,» rispose Dianora con voce soave; «e la zia forse conosce ch'io... crede... E dimmi, sei tu stato male davvero?» — Qui senza accorgersene posava una mano sopra le sue. «Guardami, e di per te stessa lo giudica,» soggiunse; e con l'indice della destra le comprimendo la fossetta del mento, verso la sua voltava la faccia di lei. — A Dianora sembrò trovarlo meno mal condotto di quello che lo vide l'ultima volta in chiesa, ma pur tanto da farle l'occhio lagrimoso; — e subito dopo abbandonò la testa su la spalla del giovane, e desiate scesero le sue labbra sopra le labbra di quello.E' correva in quei tempi un mal costume generato dall'errore delle leggi, per cui si praticavano assai gli sponsali, o piuttosto promesse di fede fatte in segreto, e al cospetto del cielo. Questo era dunque un mal costume, come la più parte dei segreti sono; ma il danno, secondo il solito, toccava al povero, o quando erano di troppo disuguali le condizioni delle parti. Là dove ambedue le famiglie avevano autorità, più di rado accadeva lo scioglimento della fede promessa. La fede poi d'Ippolito e della Dianora era fede davvero: si genuflessero davanti la immagine della Vergine col Bambino, appesa nella camera di madonna Veronica, e ad un messale che stava aperto sopra una sedia. Ippolito allora, quasi per fare una sua vendetta dell'angoscia sofferta allorchè Dianora erasi insieme con lui prostrata nel tempio, tolse il libro, e glielo pose innanzi agli occhi, e la guardava supplichevole in faccia; e Dianora lo prese tutta tremante, sebbene lieta di altissima gioia; e Ippolito due e tre volte la baciò amoroso. — Noi ci accorgiamo adesso adoperare troppo gran numero diein siffatte occasioni;e comecchè ce ne siamo accorti, non ci dispiacciono gran cosa. Il qual uso dobbiamo in parte alla memoria delle antiche ballate, e in parte a certa vaghezza d'insistere sopra un piacere, che, se noi non andiamo errati, rimane maravigliosamente sovvenuto da queste congiunzioni. — Certo non vuol negarsi che sia uncrimenlese di sana critica; ma noi ci scusiamo col confessarci affatto ignoranti di quest'arte salutare, e però continuando raccontiamo come le nostre buone madonne spensierate, dico della Lucrezia e dell'altra (poichè non sempre la vecchia età è la meglio guardinga, trattandosi in ispecie di comari e di zie), tornassero alla fine nella stanza dove avevano lasciati i due amanti; — non prima però che la Dianora avesse acconsentito di ricevere il novello suo sposo nella sua verginale cameretta, mediante un antichissimo arnese chiamato scala di corda. Secondo la bella costumanza consumarono il giorno col prendere parte ai sollazzi della gente della villa: menarono danze, cantarono canzoni, colsero e mangiarono dei grappoli, che vaghi di bei colori pendevano dai pergolati scintillando sopra il lor capo. Da tempo immemorabile cantano per la Toscana ballate e canzoni intorno ai fiori: una di queste, diretta innocentemente a guisa di addio alla Dianora, forte la commosse, facendola tutta impallidire nel volto. —Voi siete un vago fiore, prese a cantare una leggiadra donzella,Voi siete un vago fior di primavera;Un fior, che in su la seraModesto e ritrosetto si raccoglie;Oh! avervi potess'io alle mie voglie!E Ippolito andando a casa non fece altro che cantare per via cotesta canzone.Ora Ippolito osservò certa scala di corda destinataagli uffici domestici, e, a dirla giusta, posta in opera dal vecchio gentiluomo, nel modo appunto che adesso si avvisava adoperarla il giovane. — Nei suoi primi anni il padre Buondelmonti era stato famoso per avventure di amore; poi si volse a far danari, e a sostenere ostinatamente le pratiche antiche, onde la gente assai lo reputava per le sue virtù, e per la condizione, e il parentado; — e se cento scale fossero insorte in giudizio contro di lui sarebbero state credute testimoni falsi.Ma la buona indole d'Ippolito lo consigliava a procedere circospetto. Aspettò mezza notte; si calò giù dal balcone, e tolta la scala sotto il mantello, si avviò tenendo un vicolo oscuro rasente casa Bardi. — Una finestra della camera di Dianora dava sul vicolo, le altre sul giardino: Ippolito tese l'orecchio, e sentendo un rumore di suoni e di canti, che di mano in mano si faceva minore, stava per avvertire la Dianora del suo arrivo col gittarle alcun sassolino nella stanza, quando intese approssimarsi persona: — era un giovanastro che andava per quelle vie rimote in traccia di mala occasione. Ippolito si strinse in un canto, pauroso non s'inoltrasse nel vicolo; — per buona sorte il rumore passò, ed egli di nuovo mosse il piede fuori del canto, e di nuovo vi si restrinse. Due altri giovani cominciarono a contendere se dovessero o no passare nel vicolo. Uno di loro, che pareva ebbro, voleva ad ogni costo cantarealla sua bella nemica, non fosse altro per far dispetto al vecchio, e trarlo fuori di casa con cotesto suo spadone lungo lungo. «E con una reprimenda anche più lunga,» soggiunse l'altro. «Ora sì che mi spaventi davvero,» rispose il primo; «la sua spada è spada, ma la reprimenda è il demonio, e passa di là di Arno, e non si rimane mai finchè non rompa il sonno a qualchecreatura, — pure io vo' fare la serenata.» — «No, no; di grazia, rammentati quello che disse il gonfaloniere. Io per me non vorrei trovarmi a tristo incontro; — un giorno o l'altro dobbiamo pure incappare nel malanno, che Dio ci tenga lontano.» — «Sta cheto,» riprese l'ubbriaco, «io rammento quello che il gonfaloniere disse; egli disse: — Io vo' fare la serenata. No, egli non dissevo'ma ve lo metto io: — me ne ricordo come se fosse ieri: — egli disse: gentiluomini, tre cose buone si danno in questo mondo: l'amore, la musica e la guerra, con altre mille parole che non valevano un nonnulla; — e dette per provare con una fastidiosa quantità di periodi che l'amore era buono, la guerra buona, buona la musica; ed è per questo che voglio fare la serenata.» — «Fallace argomento; Vanni,» l'altro riprese, «vien via, o noi avremo tra poco il nemico sopra; perocchè io abbia inteso rimuovere dall'altra parte, e vado sicuro che non sono dei nostri.» — «Meglio che mai, amore e guerra, mio bel damigello.... e musica, io compisco la ballata prima che giungano.» — E qui prese a cantare la più oscena canzone che mai si sia immaginata, e il nostro amante stette più volte in forse di uscire fuori, e dare il leuto in faccia a cotesto sfacciato; pur si trattenne. Dopo brevi momenti sentì accostarsi persona, e poco dopo un cozzare di spade, e un fuggir via con velocissimi passi. Ridivenuto il luogo silenzioso, Ippolito dette il segno, e gli fu risposto: fissa la scala, e mentre sta per salire si rimane atterrito da un piccolissimo sembiante, che pare che gli sorrida traverso un raggio; — ma rammentando come poc'anzi si era invano ingegnato a torre via la lampada che ardeva davanti una Madonna quivi vicina, ebbe a maravigliarsi della strana condizione dei suoi nervi. Si fece divotamente il segnodella Santa Croce, offerse una preghiera pel buono esito del suo vero amore, e cominciò a salire la scala. Appunto quando la sua mano toccava la finestra, inteso un rumore di passi; — guarda giù pel vicolo, e scorge due figure ristrette in un canto: — egli s'immaginava che potessero essere l'ubbriaco e il suo compagno di ritorno, ma il profondo silenzio loro lo dissuase. Alfine uno di quelli a voce alta favellò: «Non m'ingannava quando vidi l'ombra di un uomo con la mia lanterna, ed ora mi accorgo che non per nulla siamo tornati in dietro; dove mai si sia ficcato costui?» — Ippolito scese rapidissimo, procurando nascondersi il volto col cappuccio, e disposto a fuggire per forza d'arme, se non che la fortuna gli attraversava il disegno, e lo fece incespicare nelle corde, e cadere. Gli stranieri venutigli addosso, lo arrestarono. L'amoroso pensiero, che sopra ogni altra cosa del mondo tiene cara la fama della donna amata, celere come il baleno suggeriva ad Ippolito un consiglio: «Sono tutte salve,» fingendo paura, diceva, «non ne ho toccata una sola.» — «Sola; di che?» domanda l'altro; «cosa è tutta salva?» — «Le gioie,» risponde Ippolito; «per l'amore di Dio lasciatemi andare: questo è il mio primo, come sarà l'ultimo errore: — lasciatemi: io poi ho in mente di restituirle,» — «Restituirle!» esclamò il primo; «oh! questa è singolare davvero: tu devi essere un ladro gentiluomo con siffatta cortese volontà, e noi vogliamo vedere un po' chi tu sii, non fosse altro per tua soddisfazione, Filippo, eh?» — Or questo Filippo era un baro solenne, e: «Maledetto!» gridava, «ti ho già le mille volte ripreso per questo nominarmi che fai: alla stagione che corre non istà bene, quantunque scommetterei che mi abbia anche egli giuntato la sua parte.»A vero dire Filippo temeva non poco che l'arrestato si convertisse in qualche giovane da lui medesimo rovinato, e ridotto a commettere quel delitto: ma il suo compagno più caparbio volle conoscerlo; e Ippolito, costretto a seguitare la necessità del destino, venne tratto alla luce. A tal vista esclamarono i nemici: «Un Buondelmonte! il magnifico Messere Ippolito Buondelmonte! Messer Ippolito, io vi bacio le mani, e vi sono ad un punto servitore e bargello; in fede mia, vuole esser questa la lieta novella per domani.»Venne il domani, e fu giorno di tristezza pei Buondelmonti, e di gioia per tutti i Bardi, tranne per la povera Dianora. — Ella non sapeva qual cosa avesse impedito Ippolito dal continuare la salita; un qualche caso lo aveva certo trattenuto, ma di qual natura ignorava. Era egli conosciuto? Ella fu conosciuta? Era stato conosciuto tutto? — E la povera fanciulla si travagliava con infinite paure. Madonna Lucrezia, giunta la mattina, le si fece incontro con tutta quanta la terribile storia dell'accaduto. Ippolito Buondelmonte era stato preso mentre si calava per una scala di corde giù da un balcone di casa, con una spada ignuda nella destra, ed una scatola di gioie nella mano manca. La Dianora di leggieri conobbe la verità del fatto, e vinta dalla riconoscenza, dall'amore e dall'affanno, cadde svenuta. — E madonna Lucrezia conobbe anch'essa come stava la cosa; pure tremava di confessarlo alla sua mente, molto più poi a confessarlo con parole; e dove la novità, lo scompiglio e lo svenimento della nepote non le avessero dato materia di occuparsi, sarebbesi svenuta con tutto il cuore dallo spavento. La comare Veronica alla trista novella non resse meglio delle altre donne, e la madre d'Ippolito assalita da un languore, che sì aggiunse alla naturale fievolezzadella sua complessione, giacque istupidita e incapace di badare a nulla.Ora il primo passo di madonna Lucrezia, dopo di avere soccorso la Dianora, e dato ad intendere ai servi che la storia del ladro l'aveva spaventata, fu di recarsi dalla comare Veronica, e seco lei statuire i provvedimenti da prendersi. Le due buone femmine piansero pel povero giovane, ed ammirarono la costanza di lui nel tutelare la fama della donzella; ma nonostante la buona natura convennero doversi per riguardo alla Dianora tenere il segreto. Madonna Lucrezia se ne tornò a casa per confortare la giovane, e sopprimere le importune ricerche, mentre la comare Veronica si rimase chiusa nelle sue stanze, troppo ammalata per ricevere visite, alternando preghiere al Santo Protettore, e buoni sorsi di vino di Montepulciano.La scostumata gioventù di quei tempi pur troppo rendeva probabile la confessione d'Ippolito. Inoltre, lo avevano veduto pochi giorni innanzi privato affatto di danari. Si susurrava ch'egli usasse spessissimo con bari ed altra gente di mal affare; — e suo padre era avaro. Finalmente non passò inosservato il sospirare che fece in chiesa; e il magistrato, che parteggiava pei Bardi, concluse lui essere più reo di quello che per avventura apparisse.Ippolito, come uomo abbandonato, aspettava la sentenza; e immaginando che lo avrebbero bandito, volgeva in mente certi suoi ingegni per rivedere l'amata donzella, allorchè la condanna di morte gli cadde sopra come una folgore. La cagione della rigida sentenza appariva manifesta ad ogni uomo, imperciocchè in quei giorni la fazione dei Bardi prevalesse, e la città mal condotta dalle civili discordie amava starsene in pace. La compassione che la gente sentiva pel caso d'Ippolito,molto si aumentava per l'affanno che il giovane non sapeva raffrenare; e: «Dio! Dio!» esclamava, «dovrò morire in così fresca età? E non vedrò più mai, — più mai contemplerò la luce, e Firenze, e i dolci compagni?» E si avviliva a pietosissimi scongiuri onde esser salvo, — però che pensasse alla sua bella Dianora. Ma i circostanti attribuivano quell'affanno alla paura della morte, ed istigati dalle parole dei partigiani dei Bardi, mutarono la compassione in disprezzo. Si prostrava ai piedi del potestà, e strettamente le sue ginocchia abbracciava. Lo stesso suo padre, come cosa abietta, lo respingeva. Vedendo allora stargli ogni vivente contrario, sorse, e risoluto di conservare il segreto per l'onore dell'amata donna, si dichiarò pronto a morire. — Il potestà lo condannava a morte nel veniente giorno.Venne il giorno, e venne l'ora. Il gonfalone di giustizia fu appeso alla porta del palazzo della Signoria, e la tromba per la città annunziava la morte d'un reo. La Dianora, che aveva tutte queste cose saputo, udendo adesso il suono della tromba, voleva prorompere fuori, e dichiarare il segreto; ma la represse madonna Lucrezia, parlandole della madre e del padre, della casata, del mondo, della impossibilità di salvarlo. La Dianora poco avrebbe badato alla casata e al mondo, pure il costume di venerare i suoi genitori, e la paura di loro rampogne, la fecero soffermare: — stava; — nulla imprendeva, — soltanto udiva, cosparsa di mortale pallidezza. — Intanto la processione comincia ad avviarsi fuori di Porta alle forche.Uscito Ippolito dal carcere, più che di reo, mostrava sembianza di martire. Procedeva mansueto, con un vermiglio soprannaturale su le guancie, conseguenza del sacrificio al quale durante la notte si era con altissimoproponimento consacrato. Soltanto prega, come ultima grazia, di essere tratto per la via dei Bardi al luogo del supplizio, imperciocchè avendo vissuto in grande inimicizia contro quella famiglia, e sentendosi adesso spogliato di ogni odio terreno, desiderava benedire in passando la casa dei suoi avversari. Gli era concessa l'onesta domanda. L'antico confessore, con le lacrime agli occhi, affermava che la memoria del caro giovane tornerebbe sempre in onore della sua famiglia, siccome la sua anima sarebbe andata per certo alle dimore dei Santi; — e la processione seguiva il suo cammino. La stupida curiosità ingombrava la mente della plebe circostante, se non che alcuni pochi sentivano compassione sincera, e molte femmine furono vedute tornare indietro offese dallo spettacolo, forte piangendo, e senza pure aver lena di rispondere alle domande di chi incontravano per via.La processione è giunta sotto il palazzo dei Bardi. Il volto d'Ippolito diventa prima colore di terra, e poi torna infuocato. Le sue labbra tremano, i suoi occhi si riempiono di pianto; e pensando che la sua donna si sarebbe fatta al balcone per raccogliere l'ultimo sguardo dell'amante che moriva per lei, s'inchinò gentilmente, e costrinse le labbra a un lampo di sorriso. — La tromba suona per la seconda volta. Dianora balza dal letto, e domanda che cosa fosse cotesto fragore che si avvicinava. — La zia con suoi argomenti s'ingegna di farla posare. — Suona la terza — La zia non può oggimai più raffrenarla, nè vuole, e: «Va,» le dice, «va, nel nome di Dio, mia figliuola, e il cielo sia teco.»La Dianora co' capelli sparsi, senza pianto, infiammata nel guardo, proruppe nella stanza ove stava raccolto il parentado, e con forza sovrumana svelse due uomini dal balcone, e protendendosi fuori con manitese esclamava: — «Fermate! fermate! egli è il mio Ippolito; egli è mio marito!» E sì dicendo, fece un moto che parve volesse lanciarsi fuori del balcone. — Ora avviene un grave trambusto tra il popolo. Ippolito si ferma, e volge pure egli le mani alla finestra come se gli fosse apparso l'Angiolo Custode. I parenti le si strinsero attorno per rimuoverla di costà; ma la fanciulla, diventata furente, li respinse; e gettatasi giù per le scale riuscì nella pubblica via urlando in molto compassionevole maniera: «Popolo! Dio del cielo! Cittadini! Io sono dei Bardi, egli dei Buondelmonti; ei mi ama, ed è questa tutta la sua colpa!» E sì dicendo, cadde nelle braccia del giovane innamorato.Il popolo, fatto consapevole dell'avventura, condusse Ippolito e Dianora al palazzo del Potestà, gli espose la cosa come era successa, e poi mandati pei capi delle due famiglie, gli accordò in buona pace ed amistanza. E mezz'ora dopo, il fortunato amante si trovò sopra la stessa via, per la quale si era accostato al patibolo, sposo felice della bella creatura che gli camminava al fianco.E fu una gioia per tutta la città. Le donne addolorate tornarono più gioconde che mai, e ogni uomo si recava in traccia di mirto e di altra lieta fronda per allegrare la nuova processione; e le donzelle si alzarono il velo dalla faccia delicata, e invece del salmo funebre presero a cantare una canzone di amore. La soverchia commozione valse a sostenere i due amanti. Le guancie d'Ippolito non per anche avevano riassunto la primitiva floridezza, ma il vivido incarnato di quelle della Dianora assai compensava il pallore di lui. — Apparivano entrambi come dovevano apparire: — egli a modo di persona salvata, ella in guisa di angelico salvatore.Tali furono le vicende dei nostri due amanti, piùche ad altro, somiglievoli a un sogno. Uno non osava fissare l'altro; e di tanto in tanto sogguardavano i circostanti, quasi per ringraziarli delle benedizioni che loro compartivano; — ma procedevano con le mani congiunte, ed erano come un'anima sola in due corpi distinta.
Novella tradotta dalLIBERALE, Giornale pubblicato in Londra per cura di LORD BYRON.
Nel tempo che Firenze per le male fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini andava divisa, la nimicizia che si portavano grandissima le famiglie dei Bardi e dei Buondelmonti ferocemente incrudeliva. Quindi di rado accadeva che amore trovasse luogo fra loro; ma se pure accadeva, altissimo era quell'amore, sia perchè la natura gli avesse sortiti a sentire profondamente, sia perchè amore appigliandosi a cuori gentili, li renda meglio degli altri innamorati e pietosi.
Ora avvenne che amore prendesse la bella Dianora Bardi di un garzone della famiglia nemica, nominato Ippolito. La fanciulla giungeva a 15 anni, lieta del fiore della bellezza, e splendido di donnesca leggiadria. Ippolito poi era di due o tre anni maggiore, sebbene contemplando quel suo volto severo gliene avresti aggiunti anche tre altri. Lo chiarivano i labbri discreto amatore, e gli occhi capace di custodire l'arcano. Si notava tra li due amanti, come spesso suole accadere, una cotale rassomiglianza; nè forse ella era poco alimento allo scambievole affetto, imperciocchè ci occorsero sovente volte pittori, che furono vaghi partecipare la propria immagine agli eroi che ritrassero, e gli amanti ancora si dilettino trovare sul volto della donna amata cotesta somiglianza, la quale, secondo ciò che ne scrissePlatone, non abbandonò mai del tutto le umane creature. — Non pertanto a Dianora di Amerigo bastò uno sguardo per suscitare in Ippolito ardentissimo amore. Celebravasi in chiesa una molto solenne festa, e laggiù nelle parti di mezzogiorno la gente più che altrove s'innamora in chiesa. Quivi i voluttuosi, che non sanno sollevare in alto gl'intimi pensieri, gli abbassano sopra cose terrene; e quivi gl'innocenti spiriti, voluttuosi anch'essi, senza accorgersene, mal sapendo in qual modo svelare l'arcano fremito che li commuove, scoprono che quel fremito si posa sopra enti che si manifestano sensibili alla lor gioia. La musica, i profumi, i dipinti, il benigno crocifisso, le mistiche cerimonie, i parati, le bianche vesti delle donne, le voci dei fanciulli, i candelabri, simboli dei ministri serafici, ardenti attorno l'altare di Dio, la confusione di tutti i sessi, di tutte l'età, le navate echeggianti, le ombre delle colonne e delle volte, la luce che penetra attraverso le alte finestre, quasi la terra fosse e non fosse ad un punto presente, — tutto cospira a confondere il mondo attuale coll'avvenire, e porre il cuore dubitoso in certo stato di sublimità e di umilianza, che prontissimo si manifesta a corrispondere di affetto con quanto vale a serbargli alcuna cosa di queste sensazioni, e confortarlo della tristezza della vita ordinaria. In chiesa fu che Boccaccio (non già Boccaccio lascivo, mezzo inteso soltanto da chi ha mezzo senno), ma Boccaccio il futuro dipintor delFalconee delTestodibasilico, vagheggiò in prima la lieta sembianza della sua Fiammetta. In chiesa sentì Petrarca cadersi su l'anima l'ombra che offuscò poi per venti anni continui la sua vita mortale. E grazie al buon Cronista che ne tenne memoria, nella chiesa di San Giovanni nel giorno 13 di gennaio, in cui ricorre ilPerdono universale, Ippolito dei Buondelmontirimase preso di Dianora di Amerigo (Oh! come suonano soavi questi bei nomi italiani, quando non sono vani nomi; e noi senza pure badarvi troviamo averli scritti in caratteri meglio formati del resto, non solo per comodo dello stampatore, ma eziandio pel diletto di trattenerci su la loro armonia). Mentre il popolo stava per abbandonare la Chiesa, Ippolito volgendo la favella a certo suo famigliare, non vide più la sconosciuta bellezza. Si affrettava alla porta, dicendo al compagno — per vedere le donne, — non gli bastando l'animo di direla donna: quando poi scorse Dianora, mutò colore e non aggiunse parola. Ella gli strisciò da canto, come cosa di Paradiso, abbassandosi il velo sul volto, e sebbene ei l'affissasse da improntarne la immagine nel profondo, gli parve averla veduta così di fuga in un sogno. Non aveva ardimento di farle motto, nè meno di cercarne il nome, se non che lo favoriva la ventura. — «Dio e San Giovanni benedicano la sua bella faccia!» — gridò un poverello alla porta; — «sempre mi dà l'elemosina doppia degli altri.» — «Maladetta lei!» — mormorava il famigliare d'Ippolito, — «ella è dei Bardi!» — Notò l'amante ambedue l'esclamazioni, e ne fece tesoro. Ippolito, come colui che molto si dilettava dei libri che ragionavan di amore, ed era amico co' più liberali delle due fazioni, cioè Dante Alighieri (il sì famoso) e Guido Cavalcanti, sebbene feroce partigiano, e di breve implicato in sanguinoso scontro avvenuto tra cavalieri, procedeva scevro dell'arte vergognosa di odiare per calcolo, ed ora più che mai gli sembrava biasimevole. Egli, in vero, non avrebbe pensato mai di perdonare ad uno dei vecchi Bardi, che traendo giù da cavallo suo padre l'ebbero a spengere di coltello; ma adesso avrebbe dannato la parte avversa a bando più mite di prima, e in quanto al maladire una donzella dei Bardi — e questadonzella Dianora! — oh! l'anima sua differiva assai da quella del suo famigliare.
Era grave ad Ippolito il pensiero di non potere vagheggiare l'amata donna in sua casa, chè gelosamente la custodivano i genitori, nè mai sola l'abbandonavano le amiche; più grave la paura di non poterla rendere sensibile al suo amore; gravissima poi la melanconia che lo angustiava, meditando che gli verrebbe tolta da più fortunato amante. Che dovea fare? A qual consiglio appigliarsi? Non gli si offriva un pretesto per iscriverle, nè sarebbe stata cosa prudente farle di notte tempo una serenata sotto le finestre, perchè oltre al manifestare la concetta fiamma, poteva in tanto scellerato secolo correre pericolo di vita. Si ristringeva dunque a passarle, quanto più spesso poteva, sotto casa, e seguitarla quando usciva, mettendo ogni cura per attirarsi la sua attenzione, — come sarebbe nel prevenirla a dare la carità al povero. Noi dobbiamo riferire come certa volta avvisasse di premere le zampe ad un cane, per mostrar poi quanta sollecitudine ponesse nell'aiutare la bestia. Ma il lieto giorno era la festa. Non festa, non mezza festa perdeva mai la messa, non domenica, non giorno di Santo. «La devozione di cotesto giovane» parlò una vecchia zia che accompagnava Dianora «mi edifica assai; e sì che egli è leggiadro e poderoso molto, e potrebbe, come la più parte di questi giovani fanno, darsi tempone in peccati e in vanità.» E così favellando sospirava, certo per una soave commozione della sua bellezza. La lode d'Ippolito avrebbero ripresa i parenti della Dianora, pure non giungeva immeritata. Già il costante seguitarla e i modi cortesi aveva notato Dianora, e già con l'arguzia consueta alle menti italiane, s'era accorta del motivo di tanta devozione, e in suo cuore desiderava che non cessasse. Ardeva anch'ella diconoscerne il nome, ma, non altramente che a lui, nel maggior uopo le veniva meno il coraggio. «Vi guarda!» disse la zia poichè fu uscita di chiesa; «come il povero giovine arrossa di non potersi sottrarre ai miei occhi! Davvero, questa è singolare modestia.» — «Mia dolce zia,» riprese Dianora con certo suo garbo di malizia e di piacere, «voi non aveste mai caro che io guardassi giovani in faccia.» — «Giovani» soggiunse la zia «di ventotto anni o di trenta, e se pur vi volete tutti; ma per questo la bisogna è diversa; e la meglio ritrosa di noi altre, può sogguardare per via tanto gentile e dabben giovane. E s'egli sia costumato, lo so ben io, chè avendogli chiesto in cortesia di farmi un po' di luogo nella navata, mi s'inchinò con tanto bel modo, che parve il piacere lo facessi a lui; e se il buon giovane ha sortito dai cieli tanta avvenenza, che ci ha a far egli? I Santi furono belli anch'essi nei loro giorni, o le immagini mentono, la qual cosa non è possibile; io per me vado convinta che San Domenico nella sua immagine di cera (Dio mel perdoni!) appena guardi così umilmente e con tanta dolcezza la Madonna e il Bambino, come egli guarda noi quando ci si fa dappresso.» — «Mia cara zia, già non ho inteso di farvi rimprovero; ma, dolce zia, voi non lo conoscete, e sapete che.....» — «Che sapete! io lo conosco quanto potrei conoscere il figliuolo di mia madre; e se fosse mio proprio figliuolo, beata me!» — «E chi dunque?» appena articolando le parole domandava Dianora, «e chi è egli dunque?» — «Chi?» rispose la zia; «il meglio cristiano giovane che faccia Firenze: che monta sapere chi egli sia? Certo egli è gentiluomo, ed uno dei grandi, statene sicura; e vi desidero non peggiore marito, giovanetta, come che per questo ci corra del tempo assai. Le donzelle di oggidì agognano sempre sapere come tale e tale altrosi chiami, e se abbia parentela co' Priori, o piuttosto coll'Arcivescovo, e tutto questo prima di consentirgli leggiadria, la qual cosa procedeva diversi a' miei tempi. Ciò andrebbe a dovere se si trattasse di maritaggio, o vi fosse pericolo di accasarsi con uomo di sangue men nobile, o scontraffatto o paterino; ma per ammirare un gentil damigello che non lascia mai di ascoltar messa le domeniche, e gli altri giorni dei Santi, io non so a che giovi lo starsi così sul difficile. D'ora in avanti, spero, che non avremo penuria di Santi, nè l'usare cortesia alle gentildonne deve nuocere punto alla sua santità, dacchè Messer San Francesco con le parole e con l'esempio lo affermava, e, se vi ricorre alla memoria, la serafica Santa Teresa tra le altre cose lo ammirava per questo, e San Paolo nelle sue epistole manda a fare dei bei rispetti alle gentildonne Trifena e Trifosa. Nel Nuovo Testamento non occorrono femmine (se femmine possono chiamarsi cotesto benedette donne, non eccettuata Madonna Maddalena, che travagliavano sette demoni, i quali non sono neanche la metà di quelli che hanno addosso certe femmine, ch'io non voglio dire, nè l'altra che sentenziavano ad essere lapidata quegl'ipocriti ribaldi) che il nostro benigno Salvatore non abbia cortesemente trattate, e con amore paterno: la qual cosa, con moltissime altre, come Messere Frate Antonio discorreva ieri l'altro sul pergamo, lo prova non pure di stirpe divina, ma sì bene il più gentil sangue della terra, e nobile naturale.»
Chi poi ponesse in testa alla buona zia tanti argomenti, e perfino la religione potentissima a que' tempi, per confortare Dianora a tenersi caro Ippolito, noi non sappiamo. Intanto al finire delle parole giunsero a casa, e il povero giovane ritornò alla sua. Noi dovremmo dire poveri ad ambedue gli amanti, imperciocchè fossero abbastanzainnamorati, onde anche a Dianora si facessero le guance pallide quando avesse saputo a qual gente apparteneva Ippolito!
Per poco stette che una avventura nella successiva domenica li svelasse al cospetto del mondo. La Dianora l'ultima volta che s'incontrò con Ippolito non ardiva levare gli occhi, timorosa com'era d'incontrare gli occhi di lui; ed egli ne rimase travagliato, chè pensò averla, non sapendolo, offesa. Poche domeniche prima quegli occhi belli lo avevano rimandato tanto giocondo a casa! Ora apparivano due seggi vuoti vicino al luogo in che stava genuflesso; — accanto l'uno, — un po' più oltre il secondo. La zia e la nepote, che vennero dopo di lui, si trovarono lontane dal suo seggio, e apparvero dubbiose qual dei due dovessero scegliere; se non che un moto leggiero del braccio della Dianora manifestò ad Ippolito il suo interno pensiero di farglisi appresso. — E gli era riserbata un'altra gioia. La vecchia madonna nel seguitare l'ufficio divino, voltasi alla nepote, le domandava perchè non cantasse secondo il solito. Dianora declinò il capo, e dopo un minuto o due fu dato ad Ippolito ascoltare la più soave voce che fosse al mondo, — sommessa invero — e più che ad altro somiglievole ad un leggiero susurro, — non pertanto da lui profondamente ascoltata. Gli parve abbrividire, ed ella pure abbrividì. Gli commosse lo spirito, siccome il suono dell'organo gli commoveva le facoltà del corpo. — Nè questo segno di compiacenza si rinnovò più mai. Non più le donne gli vennero vicine, quantunque mettesse ogni cura in occupare maggior posto che poteva, e poi si restringesse, facendo largo quando apparivano. Malgrado questo, derivava altissima gioia dal segreto pensiero, nè mosse querela finchè vide Dianora intenta a sogguardare la parte in che egli stava: quindi è nostro dovere avvertireche sebbene fossero i meglio devoti della Congregazione, non erano poi sempre i più attenti; imperciocchè cominciassero dal fissare i luoghi discosti dall'oggetto desiato, e quindi adoprando l'obliqua potenza dell'occhio a mano a mano si accostavano, e alla sfuggita si ricambiavano uno sguardo. Ma Dianora da qualche tempo cessava anche questo, e quantunque Ippolito più fermamente la contemplasse, e vedesse come più pallide le diventassero le guancie, cominciava a pensare che ciò non avvenisse per lui. Al fine una cotale disperazione lo spinse ad appressarsi a lei, dacchè ella non volea appressarsi a lui, e nella mentovata domenica mal sapendo che si facesse o vedesse, e meno quel che sentisse o sperasse, si prostese a canto a lei. Quivi presso sorgeva una colonna che a mala pena lo nascondeva con lo sbattimento. — Vi posava per alcun tempo la fronte, e se ne sentiva ristorato. Dianora non si accorse che le stesse vicino; ella non cantava, nè la zia gliene muoveva domanda. Non batteva palpebra; intentissima considerava il libro delle preghiere, e Ippolito tenne per fermo che ciò a bella posta facesse, onde infievolito dall'angoscia della mente rimase come soffocato dalle sensazioni. — Ei le posava a canto: — le belle forme, il volto, le vesti, che sole ardiva toccare, la somiglianza dell'attitudine di ambedue nell'implorare Colui che i teneri cuori implorano, affinchè prenda compassione dei nostri affanni; insomma tutto contribuiva a commuoverlo altamente. Allora tentò l'afflitto giovane con estremo sforzo levare gl'interni pensieri alle cose celesti, ma nel giungere che fece le mani, così dirotte gli sgorgarono le lacrime, ch'ei se ne trattenne. In fine la zia, che aveva speculato attorno per iscoprirlo, con maraviglia e diletto se lo vide vicino. Già ella cominciava a penetrare il misterioso amore, e quantunque non ignorassechi egli si fosse, e la inimicizia mortale delle due famiglie, pure tanta albergava in lei benignità di natura, tanta la vaghezza di comporre le discordie, ch'ella si consigliò apportare conforto ai miseri amanti. Da qual causa poi ciò derivasse, ignoriamo: forse dalla propria benevolenza, forse anche dal desiderio che abbiamo che ogni cosa da noi immaginata consegua il suo fine. Però la pietosa madonna senz'altro badare, con voce alta abbastanza per essere intesa dalla nipote, le susurrava: «Fate che il gentiluomo a voi vicino legga nel vostro libro, avvegnachè paia ch'egli abbia dimenticato il suo.» La Dianora tenendo sempre gli occhi bassi, non sospettando chi le stesse accanto, declinò piacevolmente la testa, e trasse il libro da parte onde il gentiluomo avesse agio di leggere. Ippolito tese la mano e lo sostenne insieme con lei. Ma la sua mano era tremante, e l'anima della Dianora così profonda meditava a colui che le stava al fianco, che non lo avvertiva. Di lì a poco però, il libro vacillava per modo, che richiamato il pensiero della donzella alla considerazione degli oggetti presenti, si volse per vedere se il gentiluomo si sentisse male. Veduto che l'ebbe, torse il volto, e sentendosi incapace a reggere più oltre, mormorava nell'orecchio alla zia: «Io manco!» — Si levarono le donne, ed uscirono di chiesa; senonchè, appena l'aria fresca punse la Dianora, svenne, e fu portata a casa.
Nel momento stesso accadeva che Ippolito mal potendo celare la concetta passione appoggiasse il capo al pilastro, ed altamente gemesse, come colui che temeva averla concitata a sdegno. Avventuroso lui che i gemiti non si ascoltassero infrequenti in luogo dove talvolta la coscienza rimordeva il peccatore, e quei che l'udirono tennero per fermo Ippolito non sentirsi puro quanto se lo erano immaginato; e nella mente loro ripensando aisuoi costumi solitari e studiosi, conclusero un qualche misterioso affanno travagliargli lo spirito. Tra questi fu primo il compagno che maledì la Dianora quando prima si offerse agli occhi d'Ippolito, imperciocchè quantunque ignorasse la sua passione per lei, e l'amore ch'ella gli portava, non sapeva perdonargli l'universale benevolenza, e i modi leggiadri.
Ippolito trasse con gran pena a casa la persona inferma. Nei giorni successivi tentò per ben tre volte condursi fino al palazzo Bardi; — pensoso poi di potersi ridurre alla propria dimora, rimaneva. Un fiero morbo finalmente lo assalse, e giacque ammalato. O qual sarebbe stata la sua gioia, quale il dolore, se avesse saputo come in condizioni non punto diverse si trovava l'amata donzella! — Adesso la povera zia dubbiava in singolare perplessità, e il peggio stava nell'averle affermato la Dianora che sarebbe morta dove ella aprisse il suo amore alui, o a chiunque praticasse conlui; a tutti insomma. Onde non sapeva a qual partito appigliarsi la povera zia: in mente talora ragionava, che morte certa avrebbe colto i due cari giovani, se più a lungo tenessero celata la interna passione, nè temeva la morte conseguenza del manifestarsela; e così irresoluta esitava su due o tre argomenti che decideva seguitare, quando, per buona ventura, la sorprese la visita di tale persona, che sopra ogni altra al mondo desiderava vedere, — la madre d'Ippolito.
Le due madonne volenterose si aprirono le scambievoli intenzioni, e con argomenti acconci a confortare gl'innamorati giovani si separarono. In qual maniera una madre giungesse a penetrare i segreti pensieri del figlio, non importa dirlo; neppure importerà raccontare quale e quanta fosse la gioia loro allorchè stettero sicuri dello scambievole amore. Adesso la infermitàd'Ippolito assumeva un aspetto diverso, e consapevole di essere gradito alla Dianora, e del consenso materno, desiderò favellare con lei; nè mai si ristette dal sollecitarne la madre, finchè questa non gli ebbe promesso che tenterebbe di farlo contento. Ed infatti, con la consueta debolezza di coloro che si appigliano a cosa la quale sia per produrre un futuro danno, anzichè continuare nel mal presente, si consigliava la madre a giovare alcun poco il povero figliuolo. La famiglia si accorse dei suoi modi strani, chè ora compariva oltre ogni dire avventato, ora troppo dimesso. Talvolta sorgeva precipitoso, quasi dovesse estinguere un incendio per usare un ufficio di cortesia; tal'altra poteva rovinare il mondo, ed ei non si muoveva. Accadde sovente che balzasse in sella, come se il nemico minacciasse le porte della città; e il giorno di poi, quando era salito a cavallo, vi rimaneva impietrato, e le redini gli sfuggivano di mano. — «Cosa è che tanto ti turba?» domandò il padre iroso; «hai forse involato un gioiello?» — E ciò gli disse, perchè gli avevano riferito com'egli si rovinasse al giuoco, nè mai serbasse danaro nella borsa: il quale ultimo fatto era vero, imperciocchè per l'amore della Dianora spendesse assai in cortesia, e molto avesse donato al povero che la benedisse su la porta di chiesa.
Certo giorno, suo padre, vago dello scherno, ordinava che una giovine donna gli sedesse al fianco, e durante il mangiare gli ponesse davanti una mano invece del piatto. Ciò fatto, lo interrogava perchè si astenesse dal cibo; e Ippolito senza badare a nulla fece prova di recarsene un frusto alle labbra. — «Oh il bene compito giovane!» gridò in quel punto il padre; — ed Ippolito, accorto dell'errore, diventava vermiglio fino agli occhi; ma egli aveva la mente volta alla mano dellaDianora, e insiem con lei inginocchiato teneva il libro delle sante orazioni. — Dopo breve tempo ricomposto, con tanta leggiadria domandava scusa alla donzella, che il padre pensò: — E' pare un principe! — La giovine donna, osservato il bell'atto, se lo immaginò suo innamorato; e tolte le mense, la madre, presi i suoi veli, se ne andò a visitare certa sua conoscente chiamata comare Veronica.
Comare Veronica per singolarissima ventura aveva parentela con le case Bardi e Buondelmonti, e come donna che non s'impacciava di odii e di rancori, amando del pari ambedue, e di ambedue andando egualmente superba, invitava talvolta alcuno dei giovani Bardi, tal'altra alcuno dei Buondelmonti: senonchè, quando erano per andarsene, raccomandava loro di non riportar parola di quanto avessero inteso in casa sua, perchè altrimenti lo avrebbe tolto a male; e i giovani non facevano dispiacere alla buona donna. Questo mistero pertanto sarebbe stato per Dianora e Ippolito di triste conseguenze cagione, dove men buono avessero avuto il cuore.
Già da molti giorni la zia della Dianora, usando continua in casa della comare Veronica, le aveva palesato come tra poco le verrebbe proposto cosa da lei approvata per buona. Sopraggiunta la madre di Buondelmonte, terminava di chiarirla intorno la bisogna, la quale consisteva soltanto nell'accogliere in sua casa a un punto stesso due individui delle contrarie famiglie. Vi fu in prima da dire assai: alla fine tanto la pregarono, tanto seppero scongiurarla, e agli scongiuri aggiunsero di così belle gioie, che ella ne rimase contenta.
La comare Veronica, come persona di alto affare, possedeva una villa circa mezzo miglio distante dallacittà. Quivi certa festa di settembre, celebrata dai contadini delle circostanti campagne, se ne andò la bella Dianora accompagnata da madonna Lucrezia, per invigilare, secondo quello che ne disse la madre, che non vi fossepersona impropria; — e quivi prima dell'alba la comare Veronica, a grave pericolo della propria fama, e della gelosia di un ortolano, che sopra tutte le cose amabili al mondo amava la fantesca di casa, introdusse Ippolito Buondelmonti,appariscente, così ella affermava,quanto la stella del giorno.
La stella mattutina abbracciava ed era abbracciata dalla cortese comare, e poi si faceva a scintillare al balcone per vedere giungere la Dianora. Oh come palpitò quel cuore quando la scôrse di lontano porre il piè nel viale! Veronica le corse incontro alla porta del giardino, e le accennò il balcone. Ippolito si rallegrò nella idea che favellassero di lui, ma osservando il lieve sorriso della Dianora, e il non mutato sembiante, ebbe pensiero diverso. Infatti ella non lo aveva veduto, quantunque la comare con tale un suo sogghigno di mistero le avesse detto che le serbava un bel presente: ma la Dianora, fino a quel giorno accarezzata dalla comare a modo di bambinella, immaginò che fosse qualche masserizia, nè vi fece gran caso. Appena trapassava la desiata il limitare, Ippolito stimò che derivasse da lei ogni orma che gli pervenne agli orecchi. Quanta gran gioia era pensare che un sol tetto adesso accoglieva ambedue! Ma convenire nella medesima casa, e non potere aprirle la concetta passione, e ricercarla d'amore, e investigarla nell'anima, — quanto grave angoscia e miseria! Due o tre volte balzava udendo toccare l'usciale, ma sempre fu la comare che veniva a confortarlo di starsi con buon animo, e a dirgli che madonna Lucrezia gli avrebbe menato la Dianoradopo il pranzo, quando gli ospiti sarebbero iti a dormire. Di tutte le cose sconvenienti e mal fatte, parve ad Ippolito il desinare la peggiore, imperciocchè non sapeva immaginare come enti ragionevoli, i quali potevano cibarsi di un tozzo di pane e bere una coppa di vino per la via, e andare oltre a fare all'amore, consentissero sedersi lungo tempo a mensa per gustare questa o quell'altra delicatura. E le cerimonie! Dio sa per quanta ora quegli zotici villanzoni avrebbero trattenuto la Dianora co' rispetti, con le ballate, con le tresche loro! Certo tra essi non v'era amante nessuno, altrimenti avendo facoltà di vagare a solo a sola per le verdi pianure, non s'intendeva come se ne andassero così raccolti insieme. Non pertanto Ippolito professava altissima riconoscenza alla comare Veronica, e tentò pure di usar cortesia alla sua vivanda e al suo vino, così che dopo pranzo la sua virtù se ne sentì ristorata.
Ora riputiamo cosa necessaria avvertire il lettore che non debba giudicare dei tempi passati dai presenti. Fallo universale dei popoli fu sempre l'odiarsi, non l'amarsi; e se la nimistà e l'amore fossero un po' diversamente praticati da quello che facciamo noi, non occorrerebbero forse amanti meno innocenti, nè più burlevoli nimicizie. Dopo il pasto essendosi gli ospiti dispersi chi qua chi là, per dormire, la Dianora accompagnata dalla zia Veronica s'incontrò compresa di stupore nella medesima stanza con Ippolito, e in meno che volgono cinque minuti uno volse il capo da una parte, e la donzella dall'altra, — e questi tolse in mano un libro, e lo posò; quella si pose a guardare fuori della finestra, — ed ambedue arrossirono, e poi divennero bianchi, — e il gentiluomo si aggiustò il collare, e la gentil donzella le maniche; e le vecchie ristrettesi a bisbigliare in un canto della stanza di lì a poco li lasciaronosoli. La vergine si mosse per seguirle, il giovine susurrò alcune parole che ella non intese, e che pure valsero a trattenerla, farle impallidire il volto, e correre alla finestra senza osare di guardarlo. Ippolito tentava accostarsele, e non poteva, e maravigliava del come fosse svanita la sua feroce impazienza; senonchè adesso ogni dimora riputava, ed era, piena di delizie. O letizia di questi momenti! O aurora soave di queste sensazioni! O dubbi non più dubbiosi! O speranza diventata certezza! O memoria che all'aspetto del giovane leggiadro, e della ritrosa verginella, mi ricordi la passata gioventù! O ore, perchè essendo voi cosa divina, non ci rendete immortali! Perchè non siamo rapiti in parte dove non possiamo venir meno, lasciando i mortali a dire di noi: — si amarono, e furono assunti al paradiso!
Una delle donne che legge.Signore scrittore, con questi suoi voti celestiali non rammenta in qual condizione abbia lasciato i giovani amanti?
Lo scrittore.Madama sì; ma non importa, credo, ch'io le insegni come due amanti desiderino starsene soli.
La donna.Ma, signor mio, qui si tratta di giovani italiani, i quali non sono tanto vergognosi come ella dice. Io penso quei suoi Fiorentini dopo essersi un cotal po' sogguardati, e poi abbracciati, e poi...
Lo scrittore.... corsi dietro alla zia per non rimaner soli. Madama, mi conceda dirle che ella prende errore. Gl'Italiani, uomini sono quanto altri mai sensibili e verecondi; nè la modestia sta confinata in Inghilterra, siccome pare ch'ella voglia credere.
La donna.Eh! giusto modestia: io voleva parlare di certa specie — non so s'ella m'intenda — di una sorte di energia irresistibile, la quale suole chiamarsi violenza nell'indole italiana.
Lo scrittore.Prego, signora, a volermi credere che adoperando la parola modestia io non posi mente a nulla di personale. E V. S. so ch'è donna dabbene, ed ama di cuore i miei amanti. Io non parlava pertanto di modestia in nessun senso particolare, ma così in genere; e tutte le nazioni, non eccettuata la dilettissima nostra, hanno pur troppo le modestie ed immodestie loro. Intorno poi alla violenza di che ella diceva, la quale in alcuni è energia, ed in alcuni altri miserabile debolezza, secondo l'indole degli uomini e le circostanze dei casi, e gl'Italiani, come quelli che vivono sotto un cielo ardente, ne dimostrarono meglio degli altri popoli; — pure si deve osservare che dove il carattere individuale sembra più rilassato, quivi anche sono peggiori i costumi e le leggi. — Nondimeno affermo la violenza essere atto della propria volontà, e speciale ai due estremi delle umane condizioni: — ai potenti di cui le passioni furono soddisfatte, — e ai poveri di cui le passioni furono mal dirette. — La vera energia si manifesta non con la violenza, bensì con la forza e colla intensità. La intensità di sua natura discerne, nè rimane vinta dalla moderazione, là dove di moderazione fa mestieri. Inoltre, al tempo del quale parliamo si osserva in alcuni una esquisita finezza nelle materie di amore, ed in altri brutalità ed oltraggio. Le umane potenze ebbero in quel periodo supremo esercizio nel bene e nel male; e se da un lato troviamo terribile spettacolo di cupidigia, di tirannide e di vendetta, dall'altro occorre una filosofia, una quasi divinità per abbellire l'amore, ed emulare con le arguzie di Platone per farlo cosa celeste.
La donna.Io mi confesso pienamente convinta; però continuiamo.
Lo scrittore.Assai mi piace quel continuiamo, signora; immaginiamoci essere i due amanti in compagnia; — certoassai ci assomigliamo a Don Cleofas e al suo piacevole amico il Diavolo Zoppo. — Io, il diavolo senza altro, ella il giovane scolare — scolare femmina, — Donna Cleofasia che studia il cuore umano.
La donna. Sì, bene, come a lei piace; ma procediamo.
Lo scrittore. Se la sua inchiesta mi riesce gradita, lo vedrà coll'effetto; però vado oltre. —
Noi lasciammo i nostri amanti, o signora, nella camera di madonna Veronica, di cui l'uno guardava per la finestra, e l'altro si rimaneva a lieve distanza; e così stettero per tutto quel tempo nel quale abbiamo favellato. Oh! quanto è cosa impossibile immaginare la trepidanza dei due amanti in cotesta ora, e non sentirsi trasportare col pensiero nella condizione di quelli!
Ippolito si accosta alla Dianora. Il suo occhio se ne stava fisso sopra i lontani monti di color celeste, ma l'anima sua era raccolta entro la camera. Le copriva la testa una reticella di seta verde, tessuta in oro, che mollemente conteneva i bei capelli, e sembrava che volesse accennare il collo candidissimo; — sentì un alito che le scaldava il collo, e sollevò le braccia per acconciarsi la rete. Per questo modo apparve manifesto il contorno leggiadrissimo della sua cintura, ed ei gliela cinse con ambe le mani, cosicchè venisse a porle sul cuore della donna innamorata, e: «Mi vorrà» diceva «perdonare di questo.» Veramente aveva ragione per favellare così, sentendoselo balzare sotto le dita come se volesse venir meno. La Dianora diventata tutta vermiglia, rimosse con le sue mani la destra d'Ippolito, ed ei la ritenne pur sempre con la sinistra. «Messere Ippolito,» alla fine parlò, «io temo forte che voi non mi crediate...» «No, no,» interruppe Ippolito, «non temer nulla di quello che io possa credere o fare. A me spetta temeredel tuo celeste sembiante, che del continuo mi vegliava sul letto, e mi pareva vederlo sdegnato con me solo tra tutti i viventi della terra.» — «E mi hanno detto che voi foste ammalato,» rispose Dianora con voce soave; «e la zia forse conosce ch'io... crede... E dimmi, sei tu stato male davvero?» — Qui senza accorgersene posava una mano sopra le sue. «Guardami, e di per te stessa lo giudica,» soggiunse; e con l'indice della destra le comprimendo la fossetta del mento, verso la sua voltava la faccia di lei. — A Dianora sembrò trovarlo meno mal condotto di quello che lo vide l'ultima volta in chiesa, ma pur tanto da farle l'occhio lagrimoso; — e subito dopo abbandonò la testa su la spalla del giovane, e desiate scesero le sue labbra sopra le labbra di quello.
E' correva in quei tempi un mal costume generato dall'errore delle leggi, per cui si praticavano assai gli sponsali, o piuttosto promesse di fede fatte in segreto, e al cospetto del cielo. Questo era dunque un mal costume, come la più parte dei segreti sono; ma il danno, secondo il solito, toccava al povero, o quando erano di troppo disuguali le condizioni delle parti. Là dove ambedue le famiglie avevano autorità, più di rado accadeva lo scioglimento della fede promessa. La fede poi d'Ippolito e della Dianora era fede davvero: si genuflessero davanti la immagine della Vergine col Bambino, appesa nella camera di madonna Veronica, e ad un messale che stava aperto sopra una sedia. Ippolito allora, quasi per fare una sua vendetta dell'angoscia sofferta allorchè Dianora erasi insieme con lui prostrata nel tempio, tolse il libro, e glielo pose innanzi agli occhi, e la guardava supplichevole in faccia; e Dianora lo prese tutta tremante, sebbene lieta di altissima gioia; e Ippolito due e tre volte la baciò amoroso. — Noi ci accorgiamo adesso adoperare troppo gran numero diein siffatte occasioni;e comecchè ce ne siamo accorti, non ci dispiacciono gran cosa. Il qual uso dobbiamo in parte alla memoria delle antiche ballate, e in parte a certa vaghezza d'insistere sopra un piacere, che, se noi non andiamo errati, rimane maravigliosamente sovvenuto da queste congiunzioni. — Certo non vuol negarsi che sia uncrimenlese di sana critica; ma noi ci scusiamo col confessarci affatto ignoranti di quest'arte salutare, e però continuando raccontiamo come le nostre buone madonne spensierate, dico della Lucrezia e dell'altra (poichè non sempre la vecchia età è la meglio guardinga, trattandosi in ispecie di comari e di zie), tornassero alla fine nella stanza dove avevano lasciati i due amanti; — non prima però che la Dianora avesse acconsentito di ricevere il novello suo sposo nella sua verginale cameretta, mediante un antichissimo arnese chiamato scala di corda. Secondo la bella costumanza consumarono il giorno col prendere parte ai sollazzi della gente della villa: menarono danze, cantarono canzoni, colsero e mangiarono dei grappoli, che vaghi di bei colori pendevano dai pergolati scintillando sopra il lor capo. Da tempo immemorabile cantano per la Toscana ballate e canzoni intorno ai fiori: una di queste, diretta innocentemente a guisa di addio alla Dianora, forte la commosse, facendola tutta impallidire nel volto. —Voi siete un vago fiore, prese a cantare una leggiadra donzella,
Voi siete un vago fior di primavera;Un fior, che in su la seraModesto e ritrosetto si raccoglie;Oh! avervi potess'io alle mie voglie!
Voi siete un vago fior di primavera;
Un fior, che in su la sera
Modesto e ritrosetto si raccoglie;
Oh! avervi potess'io alle mie voglie!
E Ippolito andando a casa non fece altro che cantare per via cotesta canzone.
Ora Ippolito osservò certa scala di corda destinataagli uffici domestici, e, a dirla giusta, posta in opera dal vecchio gentiluomo, nel modo appunto che adesso si avvisava adoperarla il giovane. — Nei suoi primi anni il padre Buondelmonti era stato famoso per avventure di amore; poi si volse a far danari, e a sostenere ostinatamente le pratiche antiche, onde la gente assai lo reputava per le sue virtù, e per la condizione, e il parentado; — e se cento scale fossero insorte in giudizio contro di lui sarebbero state credute testimoni falsi.
Ma la buona indole d'Ippolito lo consigliava a procedere circospetto. Aspettò mezza notte; si calò giù dal balcone, e tolta la scala sotto il mantello, si avviò tenendo un vicolo oscuro rasente casa Bardi. — Una finestra della camera di Dianora dava sul vicolo, le altre sul giardino: Ippolito tese l'orecchio, e sentendo un rumore di suoni e di canti, che di mano in mano si faceva minore, stava per avvertire la Dianora del suo arrivo col gittarle alcun sassolino nella stanza, quando intese approssimarsi persona: — era un giovanastro che andava per quelle vie rimote in traccia di mala occasione. Ippolito si strinse in un canto, pauroso non s'inoltrasse nel vicolo; — per buona sorte il rumore passò, ed egli di nuovo mosse il piede fuori del canto, e di nuovo vi si restrinse. Due altri giovani cominciarono a contendere se dovessero o no passare nel vicolo. Uno di loro, che pareva ebbro, voleva ad ogni costo cantarealla sua bella nemica, non fosse altro per far dispetto al vecchio, e trarlo fuori di casa con cotesto suo spadone lungo lungo. «E con una reprimenda anche più lunga,» soggiunse l'altro. «Ora sì che mi spaventi davvero,» rispose il primo; «la sua spada è spada, ma la reprimenda è il demonio, e passa di là di Arno, e non si rimane mai finchè non rompa il sonno a qualchecreatura, — pure io vo' fare la serenata.» — «No, no; di grazia, rammentati quello che disse il gonfaloniere. Io per me non vorrei trovarmi a tristo incontro; — un giorno o l'altro dobbiamo pure incappare nel malanno, che Dio ci tenga lontano.» — «Sta cheto,» riprese l'ubbriaco, «io rammento quello che il gonfaloniere disse; egli disse: — Io vo' fare la serenata. No, egli non dissevo'ma ve lo metto io: — me ne ricordo come se fosse ieri: — egli disse: gentiluomini, tre cose buone si danno in questo mondo: l'amore, la musica e la guerra, con altre mille parole che non valevano un nonnulla; — e dette per provare con una fastidiosa quantità di periodi che l'amore era buono, la guerra buona, buona la musica; ed è per questo che voglio fare la serenata.» — «Fallace argomento; Vanni,» l'altro riprese, «vien via, o noi avremo tra poco il nemico sopra; perocchè io abbia inteso rimuovere dall'altra parte, e vado sicuro che non sono dei nostri.» — «Meglio che mai, amore e guerra, mio bel damigello.... e musica, io compisco la ballata prima che giungano.» — E qui prese a cantare la più oscena canzone che mai si sia immaginata, e il nostro amante stette più volte in forse di uscire fuori, e dare il leuto in faccia a cotesto sfacciato; pur si trattenne. Dopo brevi momenti sentì accostarsi persona, e poco dopo un cozzare di spade, e un fuggir via con velocissimi passi. Ridivenuto il luogo silenzioso, Ippolito dette il segno, e gli fu risposto: fissa la scala, e mentre sta per salire si rimane atterrito da un piccolissimo sembiante, che pare che gli sorrida traverso un raggio; — ma rammentando come poc'anzi si era invano ingegnato a torre via la lampada che ardeva davanti una Madonna quivi vicina, ebbe a maravigliarsi della strana condizione dei suoi nervi. Si fece divotamente il segnodella Santa Croce, offerse una preghiera pel buono esito del suo vero amore, e cominciò a salire la scala. Appunto quando la sua mano toccava la finestra, inteso un rumore di passi; — guarda giù pel vicolo, e scorge due figure ristrette in un canto: — egli s'immaginava che potessero essere l'ubbriaco e il suo compagno di ritorno, ma il profondo silenzio loro lo dissuase. Alfine uno di quelli a voce alta favellò: «Non m'ingannava quando vidi l'ombra di un uomo con la mia lanterna, ed ora mi accorgo che non per nulla siamo tornati in dietro; dove mai si sia ficcato costui?» — Ippolito scese rapidissimo, procurando nascondersi il volto col cappuccio, e disposto a fuggire per forza d'arme, se non che la fortuna gli attraversava il disegno, e lo fece incespicare nelle corde, e cadere. Gli stranieri venutigli addosso, lo arrestarono. L'amoroso pensiero, che sopra ogni altra cosa del mondo tiene cara la fama della donna amata, celere come il baleno suggeriva ad Ippolito un consiglio: «Sono tutte salve,» fingendo paura, diceva, «non ne ho toccata una sola.» — «Sola; di che?» domanda l'altro; «cosa è tutta salva?» — «Le gioie,» risponde Ippolito; «per l'amore di Dio lasciatemi andare: questo è il mio primo, come sarà l'ultimo errore: — lasciatemi: io poi ho in mente di restituirle,» — «Restituirle!» esclamò il primo; «oh! questa è singolare davvero: tu devi essere un ladro gentiluomo con siffatta cortese volontà, e noi vogliamo vedere un po' chi tu sii, non fosse altro per tua soddisfazione, Filippo, eh?» — Or questo Filippo era un baro solenne, e: «Maledetto!» gridava, «ti ho già le mille volte ripreso per questo nominarmi che fai: alla stagione che corre non istà bene, quantunque scommetterei che mi abbia anche egli giuntato la sua parte.»
A vero dire Filippo temeva non poco che l'arrestato si convertisse in qualche giovane da lui medesimo rovinato, e ridotto a commettere quel delitto: ma il suo compagno più caparbio volle conoscerlo; e Ippolito, costretto a seguitare la necessità del destino, venne tratto alla luce. A tal vista esclamarono i nemici: «Un Buondelmonte! il magnifico Messere Ippolito Buondelmonte! Messer Ippolito, io vi bacio le mani, e vi sono ad un punto servitore e bargello; in fede mia, vuole esser questa la lieta novella per domani.»
Venne il domani, e fu giorno di tristezza pei Buondelmonti, e di gioia per tutti i Bardi, tranne per la povera Dianora. — Ella non sapeva qual cosa avesse impedito Ippolito dal continuare la salita; un qualche caso lo aveva certo trattenuto, ma di qual natura ignorava. Era egli conosciuto? Ella fu conosciuta? Era stato conosciuto tutto? — E la povera fanciulla si travagliava con infinite paure. Madonna Lucrezia, giunta la mattina, le si fece incontro con tutta quanta la terribile storia dell'accaduto. Ippolito Buondelmonte era stato preso mentre si calava per una scala di corde giù da un balcone di casa, con una spada ignuda nella destra, ed una scatola di gioie nella mano manca. La Dianora di leggieri conobbe la verità del fatto, e vinta dalla riconoscenza, dall'amore e dall'affanno, cadde svenuta. — E madonna Lucrezia conobbe anch'essa come stava la cosa; pure tremava di confessarlo alla sua mente, molto più poi a confessarlo con parole; e dove la novità, lo scompiglio e lo svenimento della nepote non le avessero dato materia di occuparsi, sarebbesi svenuta con tutto il cuore dallo spavento. La comare Veronica alla trista novella non resse meglio delle altre donne, e la madre d'Ippolito assalita da un languore, che sì aggiunse alla naturale fievolezzadella sua complessione, giacque istupidita e incapace di badare a nulla.
Ora il primo passo di madonna Lucrezia, dopo di avere soccorso la Dianora, e dato ad intendere ai servi che la storia del ladro l'aveva spaventata, fu di recarsi dalla comare Veronica, e seco lei statuire i provvedimenti da prendersi. Le due buone femmine piansero pel povero giovane, ed ammirarono la costanza di lui nel tutelare la fama della donzella; ma nonostante la buona natura convennero doversi per riguardo alla Dianora tenere il segreto. Madonna Lucrezia se ne tornò a casa per confortare la giovane, e sopprimere le importune ricerche, mentre la comare Veronica si rimase chiusa nelle sue stanze, troppo ammalata per ricevere visite, alternando preghiere al Santo Protettore, e buoni sorsi di vino di Montepulciano.
La scostumata gioventù di quei tempi pur troppo rendeva probabile la confessione d'Ippolito. Inoltre, lo avevano veduto pochi giorni innanzi privato affatto di danari. Si susurrava ch'egli usasse spessissimo con bari ed altra gente di mal affare; — e suo padre era avaro. Finalmente non passò inosservato il sospirare che fece in chiesa; e il magistrato, che parteggiava pei Bardi, concluse lui essere più reo di quello che per avventura apparisse.
Ippolito, come uomo abbandonato, aspettava la sentenza; e immaginando che lo avrebbero bandito, volgeva in mente certi suoi ingegni per rivedere l'amata donzella, allorchè la condanna di morte gli cadde sopra come una folgore. La cagione della rigida sentenza appariva manifesta ad ogni uomo, imperciocchè in quei giorni la fazione dei Bardi prevalesse, e la città mal condotta dalle civili discordie amava starsene in pace. La compassione che la gente sentiva pel caso d'Ippolito,molto si aumentava per l'affanno che il giovane non sapeva raffrenare; e: «Dio! Dio!» esclamava, «dovrò morire in così fresca età? E non vedrò più mai, — più mai contemplerò la luce, e Firenze, e i dolci compagni?» E si avviliva a pietosissimi scongiuri onde esser salvo, — però che pensasse alla sua bella Dianora. Ma i circostanti attribuivano quell'affanno alla paura della morte, ed istigati dalle parole dei partigiani dei Bardi, mutarono la compassione in disprezzo. Si prostrava ai piedi del potestà, e strettamente le sue ginocchia abbracciava. Lo stesso suo padre, come cosa abietta, lo respingeva. Vedendo allora stargli ogni vivente contrario, sorse, e risoluto di conservare il segreto per l'onore dell'amata donna, si dichiarò pronto a morire. — Il potestà lo condannava a morte nel veniente giorno.
Venne il giorno, e venne l'ora. Il gonfalone di giustizia fu appeso alla porta del palazzo della Signoria, e la tromba per la città annunziava la morte d'un reo. La Dianora, che aveva tutte queste cose saputo, udendo adesso il suono della tromba, voleva prorompere fuori, e dichiarare il segreto; ma la represse madonna Lucrezia, parlandole della madre e del padre, della casata, del mondo, della impossibilità di salvarlo. La Dianora poco avrebbe badato alla casata e al mondo, pure il costume di venerare i suoi genitori, e la paura di loro rampogne, la fecero soffermare: — stava; — nulla imprendeva, — soltanto udiva, cosparsa di mortale pallidezza. — Intanto la processione comincia ad avviarsi fuori di Porta alle forche.
Uscito Ippolito dal carcere, più che di reo, mostrava sembianza di martire. Procedeva mansueto, con un vermiglio soprannaturale su le guancie, conseguenza del sacrificio al quale durante la notte si era con altissimoproponimento consacrato. Soltanto prega, come ultima grazia, di essere tratto per la via dei Bardi al luogo del supplizio, imperciocchè avendo vissuto in grande inimicizia contro quella famiglia, e sentendosi adesso spogliato di ogni odio terreno, desiderava benedire in passando la casa dei suoi avversari. Gli era concessa l'onesta domanda. L'antico confessore, con le lacrime agli occhi, affermava che la memoria del caro giovane tornerebbe sempre in onore della sua famiglia, siccome la sua anima sarebbe andata per certo alle dimore dei Santi; — e la processione seguiva il suo cammino. La stupida curiosità ingombrava la mente della plebe circostante, se non che alcuni pochi sentivano compassione sincera, e molte femmine furono vedute tornare indietro offese dallo spettacolo, forte piangendo, e senza pure aver lena di rispondere alle domande di chi incontravano per via.
La processione è giunta sotto il palazzo dei Bardi. Il volto d'Ippolito diventa prima colore di terra, e poi torna infuocato. Le sue labbra tremano, i suoi occhi si riempiono di pianto; e pensando che la sua donna si sarebbe fatta al balcone per raccogliere l'ultimo sguardo dell'amante che moriva per lei, s'inchinò gentilmente, e costrinse le labbra a un lampo di sorriso. — La tromba suona per la seconda volta. Dianora balza dal letto, e domanda che cosa fosse cotesto fragore che si avvicinava. — La zia con suoi argomenti s'ingegna di farla posare. — Suona la terza — La zia non può oggimai più raffrenarla, nè vuole, e: «Va,» le dice, «va, nel nome di Dio, mia figliuola, e il cielo sia teco.»
La Dianora co' capelli sparsi, senza pianto, infiammata nel guardo, proruppe nella stanza ove stava raccolto il parentado, e con forza sovrumana svelse due uomini dal balcone, e protendendosi fuori con manitese esclamava: — «Fermate! fermate! egli è il mio Ippolito; egli è mio marito!» E sì dicendo, fece un moto che parve volesse lanciarsi fuori del balcone. — Ora avviene un grave trambusto tra il popolo. Ippolito si ferma, e volge pure egli le mani alla finestra come se gli fosse apparso l'Angiolo Custode. I parenti le si strinsero attorno per rimuoverla di costà; ma la fanciulla, diventata furente, li respinse; e gettatasi giù per le scale riuscì nella pubblica via urlando in molto compassionevole maniera: «Popolo! Dio del cielo! Cittadini! Io sono dei Bardi, egli dei Buondelmonti; ei mi ama, ed è questa tutta la sua colpa!» E sì dicendo, cadde nelle braccia del giovane innamorato.
Il popolo, fatto consapevole dell'avventura, condusse Ippolito e Dianora al palazzo del Potestà, gli espose la cosa come era successa, e poi mandati pei capi delle due famiglie, gli accordò in buona pace ed amistanza. E mezz'ora dopo, il fortunato amante si trovò sopra la stessa via, per la quale si era accostato al patibolo, sposo felice della bella creatura che gli camminava al fianco.
E fu una gioia per tutta la città. Le donne addolorate tornarono più gioconde che mai, e ogni uomo si recava in traccia di mirto e di altra lieta fronda per allegrare la nuova processione; e le donzelle si alzarono il velo dalla faccia delicata, e invece del salmo funebre presero a cantare una canzone di amore. La soverchia commozione valse a sostenere i due amanti. Le guancie d'Ippolito non per anche avevano riassunto la primitiva floridezza, ma il vivido incarnato di quelle della Dianora assai compensava il pallore di lui. — Apparivano entrambi come dovevano apparire: — egli a modo di persona salvata, ella in guisa di angelico salvatore.
Tali furono le vicende dei nostri due amanti, piùche ad altro, somiglievoli a un sogno. Uno non osava fissare l'altro; e di tanto in tanto sogguardavano i circostanti, quasi per ringraziarli delle benedizioni che loro compartivano; — ma procedevano con le mani congiunte, ed erano come un'anima sola in due corpi distinta.