Chapter 11

Si possono ridurre a tre le varie opinioni sull'origine della decorazione geometrica e sulla sua diffusione in Italia nella civiltà italica:1.ª La decorazione geometrica è un trovato proprio delle stirpi ariane, che ne portarono i germi nella loro emigrazione in Europa, e li svilupparono poi nelle rispettive sedi. La tesi è sostenuta dalSempernel suo lavoroDer Stil, dalConzenel suoZur Geschichte der Anfänge griech. Kunst, e dalConestabilenella dissertazione:Sopra due dischi di bronzo antico italici del Museo di Perugia, già altrove citata.Quest'opinione è insostenibile, essendo la decorazione geometrica estranea precisamente al periodo più arcaico della civiltà italica indigena.2.ª La decorazione geometrica, sorta e sviluppatasi in Grecia, fu poi di là trasportata in Italia. La tesi è rappresentata dalRayet(Histoire de la céramique grecque), dalLoeschckee dalFurtwängler(Mykenische Vasen), dalBöhlau(Zur Ornamentik der Villanova Periode), nonchè recentemente dalCollignonnella sua bellaHistoire de la sculpture grecque. IlMarthanella suaArt etrusque, e lo stesso Böhlau citato cercano poi di dimostrare la diffusione in Italia di questa decorazione greca, e ciò che noi riferiamo a tal genere di decorazione possiamo estenderlo in genere a tutte le opere d'arte del periodo italico, riconosciute come indigene. Quest'opinione, però, per la decorazione geometrica non è accettata dal ch. profess. Ghirardini (Monumenti antichi, VII, col. 62-63 e segg.), perchè nell'Etruria Marittima, ove si trovano i primi saggi della decorazione geometrica, manca qualsiasi prodotto di suppellettile, cui si possa attribuire origine greca, cosa provata anche dallo Helbig, che dimostra impossibile l'ammettere rapporti dei Greci con l'Italia nell'età delle tombe a pozzo tarquiniesi, ove sono pure bronzi lavorati a sbalzo e fittili con ornati geometrici, mentre vi appaiono chiari gli indizî del commercio fenicio.3.ª Esclusa l'opinione di una provenienza greca della decorazione geometrica, rimane l'altra che questa sia sorta tanto in Grecia, quanto in Italia per efficacia dell'arte e dell'industria orientale, come dimostrano loHelbignegliAnnali(1875), e nelDas Homerische Epos, 2ª ediz., nonchè ilDumonte ilChaplain(Les céramiques de la Grèce propre), ilPigorini(Bull. di paletn. ital., XIII, 1887), loGsellnei suoiFouilles dans la nécropole de Vulci, e il Ghirardini che l'accetta, fatte le debite restrizioni, per gli oggetti di lamina battuta e per altri prodotti dell'arte e dell'industria, poichè si trovano indubbiamente insieme con oggetti d'origine orientale importati dai Fenici.Rimane la questione intorno al passaggio seguìto dall'arte orientale per venire in Italia. L'ipotesi dello Helbig (Das homerische Epos, 2ª ediz., pag. 83), propugnata anche dallo Schumacher (nel suo lavoroEine praenestinische Cista im Museum zu Karlsruhe), di relazioni fra l'Italia e la Penisola Balcanica per via di terra attorno al Golfo dell'Istria, per spiegare la presenza nella civiltà italica della prima età del ferro di certi tipi d'utensili corrispondenti ad esemplari scoperti in Grecia, non è pienamente condivisa dal Ghirardini (Monumenti ant., vol. II, col. 225 e segg.). Poichè questi, trovando che, quanto più dal centro d'Italia si sale al settentrione e nelle regioni alpine e austriache, dove, per es., la situla istoriata e la cista sono diffuse, tanto più tardi si presentano le situle e le ciste del tempo in cui appaiono nei più arcaici cimiteri bolognesi, conclude di dover ammettere un viaggio dal Sud al Nord, non dal Nord al Sud, e che la situla e la cista, giunte nel gruppo bolognese di Villanova dall'Etruria Marittima, si siano diffuse poi nella vallatadel Po e nel paese dei Veneti e degli Illirici in un periodo più tardo delle necropoli bolognesi, e quando si era già svolta nelle regioni settentrionali la prima civiltà italica.Questo è confermato dal Ghirardini col fatto che “abbondano nella zona austriaca gli esemplari delle situle figurate, appartenenti ad un tempo in cui si era svolta questa maniera di decorazione, che nel fiorire della pura civiltà di Villanova è sempre ignota„ (op. cit., col. 227-228). Il primo grande centro di produzione delle situle fu Bologna, il secondo Este, il terzo più specialmente Santa Lucia nell'Istria.Il Ghirardini però non vuole assolutamente escludere la possibilità di un primitivo contatto per via di terra fra Greci e Italici nel periodo anteriore al definitivo stabilirsi d'entrambi i popoli nelle loro sedi rispettive, ma, per lo meno per la propagazione della situla, egli non crede finora di poter ammettere questa opinione, che forse per altri oggetti in parte non è del tutto da escludere, o per lo meno non è da tener collaterale e contemporanea alle altre, che sostengono le relazioni fra i popoli per via di mare.

Si possono ridurre a tre le varie opinioni sull'origine della decorazione geometrica e sulla sua diffusione in Italia nella civiltà italica:

1.ª La decorazione geometrica è un trovato proprio delle stirpi ariane, che ne portarono i germi nella loro emigrazione in Europa, e li svilupparono poi nelle rispettive sedi. La tesi è sostenuta dalSempernel suo lavoroDer Stil, dalConzenel suoZur Geschichte der Anfänge griech. Kunst, e dalConestabilenella dissertazione:Sopra due dischi di bronzo antico italici del Museo di Perugia, già altrove citata.

Quest'opinione è insostenibile, essendo la decorazione geometrica estranea precisamente al periodo più arcaico della civiltà italica indigena.

2.ª La decorazione geometrica, sorta e sviluppatasi in Grecia, fu poi di là trasportata in Italia. La tesi è rappresentata dalRayet(Histoire de la céramique grecque), dalLoeschckee dalFurtwängler(Mykenische Vasen), dalBöhlau(Zur Ornamentik der Villanova Periode), nonchè recentemente dalCollignonnella sua bellaHistoire de la sculpture grecque. IlMarthanella suaArt etrusque, e lo stesso Böhlau citato cercano poi di dimostrare la diffusione in Italia di questa decorazione greca, e ciò che noi riferiamo a tal genere di decorazione possiamo estenderlo in genere a tutte le opere d'arte del periodo italico, riconosciute come indigene. Quest'opinione, però, per la decorazione geometrica non è accettata dal ch. profess. Ghirardini (Monumenti antichi, VII, col. 62-63 e segg.), perchè nell'Etruria Marittima, ove si trovano i primi saggi della decorazione geometrica, manca qualsiasi prodotto di suppellettile, cui si possa attribuire origine greca, cosa provata anche dallo Helbig, che dimostra impossibile l'ammettere rapporti dei Greci con l'Italia nell'età delle tombe a pozzo tarquiniesi, ove sono pure bronzi lavorati a sbalzo e fittili con ornati geometrici, mentre vi appaiono chiari gli indizî del commercio fenicio.

3.ª Esclusa l'opinione di una provenienza greca della decorazione geometrica, rimane l'altra che questa sia sorta tanto in Grecia, quanto in Italia per efficacia dell'arte e dell'industria orientale, come dimostrano loHelbignegliAnnali(1875), e nelDas Homerische Epos, 2ª ediz., nonchè ilDumonte ilChaplain(Les céramiques de la Grèce propre), ilPigorini(Bull. di paletn. ital., XIII, 1887), loGsellnei suoiFouilles dans la nécropole de Vulci, e il Ghirardini che l'accetta, fatte le debite restrizioni, per gli oggetti di lamina battuta e per altri prodotti dell'arte e dell'industria, poichè si trovano indubbiamente insieme con oggetti d'origine orientale importati dai Fenici.

Rimane la questione intorno al passaggio seguìto dall'arte orientale per venire in Italia. L'ipotesi dello Helbig (Das homerische Epos, 2ª ediz., pag. 83), propugnata anche dallo Schumacher (nel suo lavoroEine praenestinische Cista im Museum zu Karlsruhe), di relazioni fra l'Italia e la Penisola Balcanica per via di terra attorno al Golfo dell'Istria, per spiegare la presenza nella civiltà italica della prima età del ferro di certi tipi d'utensili corrispondenti ad esemplari scoperti in Grecia, non è pienamente condivisa dal Ghirardini (Monumenti ant., vol. II, col. 225 e segg.). Poichè questi, trovando che, quanto più dal centro d'Italia si sale al settentrione e nelle regioni alpine e austriache, dove, per es., la situla istoriata e la cista sono diffuse, tanto più tardi si presentano le situle e le ciste del tempo in cui appaiono nei più arcaici cimiteri bolognesi, conclude di dover ammettere un viaggio dal Sud al Nord, non dal Nord al Sud, e che la situla e la cista, giunte nel gruppo bolognese di Villanova dall'Etruria Marittima, si siano diffuse poi nella vallatadel Po e nel paese dei Veneti e degli Illirici in un periodo più tardo delle necropoli bolognesi, e quando si era già svolta nelle regioni settentrionali la prima civiltà italica.

Questo è confermato dal Ghirardini col fatto che “abbondano nella zona austriaca gli esemplari delle situle figurate, appartenenti ad un tempo in cui si era svolta questa maniera di decorazione, che nel fiorire della pura civiltà di Villanova è sempre ignota„ (op. cit., col. 227-228). Il primo grande centro di produzione delle situle fu Bologna, il secondo Este, il terzo più specialmente Santa Lucia nell'Istria.

Il Ghirardini però non vuole assolutamente escludere la possibilità di un primitivo contatto per via di terra fra Greci e Italici nel periodo anteriore al definitivo stabilirsi d'entrambi i popoli nelle loro sedi rispettive, ma, per lo meno per la propagazione della situla, egli non crede finora di poter ammettere questa opinione, che forse per altri oggetti in parte non è del tutto da escludere, o per lo meno non è da tener collaterale e contemporanea alle altre, che sostengono le relazioni fra i popoli per via di mare.

Recentemente si riaccese la disputa sulla provenienza e sulla diffusione dell'elemento pelasgico nell'Italia preistorica e protostorica, e si interessò vivamente il Ministero dell'Istruzione perchè si facessero ricerche e si stabilissero scavi sistematici nelle regioni che dai ruderi rimasti si arguisse fossero occupate dai Pelasgi.Il ch. Brizio, nel suo riassunto etnografico intorno ai popoli dell'Italia antichissima, intitolatoEpoca preistoricadella Storia d'Italia (edita dal Vallardi, p. IV), sobriamente così riassume il risultato delle indagini intorno ai Pelasgi:“Opere architettoniche, le quali presentano taluni punti di contatto con quelle etrusche, ma serbano una impronta anche più arcaica, sono le mura poligonali esistenti nelle parti montuose e meridionali del Lazio, occupate poscia dalle forti popolazioni degli Ernici e dei Volsci.“Una tradizione antica le attribuiva ai Pelasgi d'Italia, respingendone la costruzione ad un millennio circa avanti Cristo. Alcuni critici moderni, rifiutando un'antichità così veneranda, le giudicarono posteriori, e di più secoli, alla fondazione di Roma.“Quantunque i dotti non siano ancòra d'accordo, neppure sul nome del popolo a cui riferire quelle costruzioni, pure esse meritano per la loro antichità di essere incluse in una rassegna dei monumenti primitivi italici, perchè certo sono dovute ad una delle genti più civili che abbiano abitato la nostra penisola, approdatevi anch'esse, con molta probabilità, dal Tirreno.“Perchè quelle mura poligonali, fitte e numerosissime sul versante appenninico centrale, che prospetta il Tirreno, mancano sull'opposto versante adriatico, il quale era stato occupato, dai tempi più remoti, fino quasi all'epoca storica, dalle popolazioni picene„.Si comprende, pertanto, come sia interessante ed utile la ricerca e lo studio di questi testimonî antichissimi delle remote età. L'illustre Pigorini, a questo proposito, ripetendo nel suoBullettino di paletnologia italiana(serie III, anno XXV, n. 7-9, pag. 201, nota) ciò che aveva già stampato nelBullettinomedesimo, anno XXII, pag. 71, rammenta che il Ministero dell'Istruzione aveva stabilito delle esplorazioni sistematiche nelle città dette pelasgiche del Lazio, incominciando da Norba. Rileva poi giustamente ciò che Salomone Reinach nell'Anthropologie(X, pag. 313-14) aveva esposto, citando a sua volta l'opinione di Petit Radel sull'opportunità di tali ricerche per rischiarare il periodo delle origini di molte antichissime città italiche. Il Pigorini si associa al voto del Reinach, che lodava l'iniziativa del Ministero italiano, conferma che si debbano fare finalmente degli scavi sistematici nel territorio delle varie città dette pelasgiche, poichè se ne attendono grandi risultati, ma conclude che, per riuscire a qualche buon esito, è indispensabile che i dotti abbiano libertà d'azione, per volgerla dove e come occorre nell'interesse stesso della scienza.

Recentemente si riaccese la disputa sulla provenienza e sulla diffusione dell'elemento pelasgico nell'Italia preistorica e protostorica, e si interessò vivamente il Ministero dell'Istruzione perchè si facessero ricerche e si stabilissero scavi sistematici nelle regioni che dai ruderi rimasti si arguisse fossero occupate dai Pelasgi.

Il ch. Brizio, nel suo riassunto etnografico intorno ai popoli dell'Italia antichissima, intitolatoEpoca preistoricadella Storia d'Italia (edita dal Vallardi, p. IV), sobriamente così riassume il risultato delle indagini intorno ai Pelasgi:

“Opere architettoniche, le quali presentano taluni punti di contatto con quelle etrusche, ma serbano una impronta anche più arcaica, sono le mura poligonali esistenti nelle parti montuose e meridionali del Lazio, occupate poscia dalle forti popolazioni degli Ernici e dei Volsci.

“Una tradizione antica le attribuiva ai Pelasgi d'Italia, respingendone la costruzione ad un millennio circa avanti Cristo. Alcuni critici moderni, rifiutando un'antichità così veneranda, le giudicarono posteriori, e di più secoli, alla fondazione di Roma.

“Quantunque i dotti non siano ancòra d'accordo, neppure sul nome del popolo a cui riferire quelle costruzioni, pure esse meritano per la loro antichità di essere incluse in una rassegna dei monumenti primitivi italici, perchè certo sono dovute ad una delle genti più civili che abbiano abitato la nostra penisola, approdatevi anch'esse, con molta probabilità, dal Tirreno.

“Perchè quelle mura poligonali, fitte e numerosissime sul versante appenninico centrale, che prospetta il Tirreno, mancano sull'opposto versante adriatico, il quale era stato occupato, dai tempi più remoti, fino quasi all'epoca storica, dalle popolazioni picene„.

Si comprende, pertanto, come sia interessante ed utile la ricerca e lo studio di questi testimonî antichissimi delle remote età. L'illustre Pigorini, a questo proposito, ripetendo nel suoBullettino di paletnologia italiana(serie III, anno XXV, n. 7-9, pag. 201, nota) ciò che aveva già stampato nelBullettinomedesimo, anno XXII, pag. 71, rammenta che il Ministero dell'Istruzione aveva stabilito delle esplorazioni sistematiche nelle città dette pelasgiche del Lazio, incominciando da Norba. Rileva poi giustamente ciò che Salomone Reinach nell'Anthropologie(X, pag. 313-14) aveva esposto, citando a sua volta l'opinione di Petit Radel sull'opportunità di tali ricerche per rischiarare il periodo delle origini di molte antichissime città italiche. Il Pigorini si associa al voto del Reinach, che lodava l'iniziativa del Ministero italiano, conferma che si debbano fare finalmente degli scavi sistematici nel territorio delle varie città dette pelasgiche, poichè se ne attendono grandi risultati, ma conclude che, per riuscire a qualche buon esito, è indispensabile che i dotti abbiano libertà d'azione, per volgerla dove e come occorre nell'interesse stesso della scienza.


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