IX.

«Sotto la guardia della gravepietra.»

«Sotto la guardia della gravepietra.»

Passarono molti giorni senza vedere altrimenti il maestro.

Un mattino, svegliatomi prestissimo, vidi innanzi alla mia finestra, di cui avevo lasciateaperte le persiane, il cielo di sopra la montagna rischiararsi così lieto della prima luce dell'alba, che coraggiosamente determinai bearmi del meraviglioso spettacolo dell'aurora. Uscii piano piano nel giardino, e pel viale dei pini m'avviai verso un'eminenza di terreno da cui avrei potuto mirar meglio la stupenda scena. A un tratto udii una voce lamentosa, or bassa, or alta, impressa sempre di molto affetto, che pareva declamasse dei versi. Stupito, ammorzai il suono dei passi, e venni pian piano avanzando verso quella voce, con molta cautela.

Inoltratomi un poco più, vidi in quella penombra crepuscolare gli abiti scuri di maestro Ambrogio, il quale, accoccolato, meglio che seduto, sulla gran pietra che copriva la fossa del suo cane, con una voce armoniosa e con un accento espressivo, come io non gli aveva udito mai, lasciava sgorgare dalle labbra un'onda di vera, soave, purissima poesia.

Attonito, e insieme commosso, mi accostai, e riparatomi dietro il tronco d'uno di quei grossi pini, stetti ad ascoltare.

Ambrogio teneva i gomiti sulle ginocchia, stringendosi colle mani la fronte; aveva ai piedi il suo cappellaccio, e le chiome gli si sollevavano sulla testa agitate dal vento mattutino.

Se io avessi potuto tenere a mente e qui riscrivere i versi che impetuosi uscivano in quel momentodalle labbra di quell'umile maestrucolo elementare di un povero e rimoto paesello montanino, io darei alla letteratura moderna uno squarcio di poesia sublime, come se ne ha troppo poca al tempo che corre.

Egli parlava d'amore: — di quell'amore che è ilfiatdivino della creazione, che è la legge intima e suprema di tutto l'universo, che è l'idea manifestata colla parola della vita, che è la finalità della sussistenza e dell'intelligibilità; — di quell'amore che è nel mondo morale quell'ultimo supremo fluido, se pur così può nominarsi, al quale corrisponde nel mondo fisico l'etere, la essenza prima, non ancora accertata, ma indovinata e presentita dalla scienza moderna, nella quale tutte hanno origine le forze della natura; — quell'amore che quindi, sostanza universale, tutto invade e pervade, e si manifesta in tutti i rapporti degli esseri, dai purissimi spirituali ai composti corporei, ad ogni menoma animazione della materia, legge chimica, per così dire, delle affinità intellettive insieme e sensitive nell'universo vivente.

I due cardini del mondo della vita essere il pensiero e l'amore. Perfette le creature celesti, dove purissimi, non offuscati dalla materia, e questo e quello; perfettibile l'uomo, in cui limitati e l'uno e l'altro dagl'istinti materiali, offuscatori sì d'ambedue, ma domabili pure e riducibili; passeggiereed effimere animazioni di materia, affatto mortali gli esseri al di sotto dell'uomo, in cui un accenno soltanto di pensieri e d'amore.

E qui, volgendo con brusca transizione il discorso alla memoria di quel bruto sulla cui fossa egli sedeva, lo apostrofava con voce di pianto.

Quel diseredato composto di materia organizzata lo aveva pure amato, lui creatura intelligente, più che non avessero fatto gli uomini suoi pari. Non alla regola dell'utile, non alla vanità delle apparenze aveva esso misurato il suo affetto. Altrove il povero cane avrebbe potuto trovare quando che si fosse pane più bianco e più ricco albergo e temperie più mite, da non comprarsi con altro che coll'ingratitudine d'abbandonarlo. Qual uomo se ne sarebbe rimasto?

Lui povero, solo, debole, brutto, quella bestiola lo aveva nondimeno fortemente amato, e senza tregua e senza condizioni. Perchè aveva da essere distrutto affatto quell'essere amoroso, così da non esistere più mai nella sua discioltasi individualità? Perchè a tanto affetto aveva da mancare corrispondenza di pensiero, il quale è l'elemento necessario a costituire l'immortalità di un'anima? Oh! se avesse egli, il poeta, se avesse potuto instillargli una parte di quel suo pensiero che alcune volte sentiva soverchio in sè confondergli il cervello e urtarglisi dolorosamente nellepareti troppo ristrette del cranio! Quante fiate non aveva egli vaneggiando sognato, — come l'homunculus, cui Goethe fa creare da Wagner nelle storte di Fausto, — di crear esso, con un miracolo di scienza e di fede, uno spirito immortale collo spiro di vita che animava quella materia foggiata a bruto! Non avrebbe esso avuto dell'uomo che le facoltà amative e intellettive; non gli orgogli, non le perfidie, non le deficienze, che, dipendenti da quella forma, ond'egli si assuperbisce cotanto da dirla simile a quella di Dio, torcono al male i più belli suoi pregi.

L'uomo disconosce ed infrange la legge d'amore. Dal peccato fu l'umanità col divino sacrificio redenta; ma l'individuo conviene sè stesso redima, e nol fa; e il soffio di Satana, traversando gli errori sociali e le seduzioni d'un falso interesse, ne corrompe l'anima tuttavia. Non si sa amare in terra dai più, come non si sa pensare; i meschini sono derelitti, del pari che è rigettata la verità.

Ma non sempre durerà sulla terra questa ribellione dell'uomo al suo destino; e il poeta, con islancio veramente profetico, sorvolava sulle età che sono, per vagheggiare nell'avvenire la società progredita, migliorata, quando tutti i rapporti umani saranno regolati dalla sola legge dell'amore, e del paradiso terrestre, che allorasi sarebbe veramente dischiuso alla nostra schiatta, faceva con sì vivaci e splendidi colori una dipintura sublime, che nulla io conosco da metterle a paragone nelle opere dei gloriosi poeti dell'umanità; e terminava con un inno di gioia e dirò di trionfo, il quale ben pareva quello che ai nuovi tempi avrebbe dovuto innalzare l'umana famiglia per salutare l'adempimento della sua ventura.

In sull'ultimo egli s'era rizzato in piedi e, levata superbamente la testa, aveva abbandonate del tutto al vento le sue chiome arruffate. Esse gli facevano come un'aureola intorno alla vasta fronte, e il sole, che mandava allora i suoi primi raggi, le indorava con tinte di fuoco. La persona di lui, mi appariva in quell'istante più alta e più nobile di forme e d'atteggio. Splendevano d'una luce straordinaria le sue pupille alzate al cielo; splendeva, come per propri raggi che ne emanassero, la fronte solcata dallo stampo del pensiero, tocca dal segno potente del genio. Infuocate gli erano le guancie, infuocate le labbra tremanti. Vibrava con un'armonia ineffabile e nuova la voce del Vate, disposandosi alle mille voci, ai mille sussurri, ai canti degli augelli, al fruscío delle frondi, al ronzío degl'insetti, con cui a quel momento la terra salutava l'apparire del sole sull'orizzonte. Avreste detto che i potenti versi delpoeta assembravano in una, e traducevano in parola umana quel cantico eterno e meraviglioso e nuovo sempre, che con tutte le voci della natura innalza ogni mattina la terra alla gloria del Creatore.

Vi confesso che obliai a quel punto dove mi fossi e innanzi a chi, in un trasporto tale di fantasia che raramente ebbi a provare l'uguale.

Vi sarà avvenuto parecchie volte che un pezzo efficacissimo di musica ispirata vi ecciti la mente con sì gradevole emozione che pare una strana e direi quasi spirituale ebbrezza vi assalga a dischiudervi innanzi all'intelletto un mondo sterminato e confuso di pensieri vaghi, indefiniti, ma sublimi; e vi sembra che questi pensieri vi sieno ispirati da una sfera superiore, sieno vostri e pure più alti di voi, e vi sentite innalzarsi l'anima e nello stesso tempo crucciarsi nel sentimento della sua impotenza, e vi affannate per afferrare e ridur concreta una di quelle tante idee che vi barbagliano nella mente, e vi indispettite di non lo potere, e un certo brivido vi corre per le vene, e sentite il bisogno e la capacità temporanea in voi di nobili gesta, e avete lo spirito scosso dalla mano potente dell'entusiasmo.

Ebbene, io mi trovava in tale stato a quel punto.

Mi precipitai verso quell'uomo e, prendendogli ambe le mani, esclamai:

“Chi siete voi?.... Ma chi siete voi, cui Dio concesse la fortuna di tal forma per tanta possa di pensiero?”

L'esaltazione in lui era troppa per cedere di subito. Al mio repentino apparirgli, non parve nè anco essere stupito. Mi guardò con dignitosa fierezza, agitò la testa, e facendo balenare nello sguardo una fiamma cui niuna parola varrebbe ad esprimere, proruppe:

“Chi sono? Chi sono?... Sono un uomo che ha molto sofferto, un uomo che non ha nemmeno più un nome, che si è seppellito vivo nell'ombra della morte, più coraggioso di Carlo V, il quale rinunziò alla corona dopo averla portata tanti anni!.... E anche a me Dio aveva data una corona! La più splendida delle corone!, ingemmata di stelle e lucente di que' raggi che circondano il suo trono. La corona del poeta! E me la vidi brillare dinnanzi, sì vicino da poterla afferrare; e sentii degna la mia fronte di cingerla e potente il mio petto da meritarmela. Oh come palpitai per essa ne' miei giovani anni! Oh come la portai nobilmente ne' miei sogni, e sentii nelle mie travagliose veglie notturne ardermi essa divinamente le tempie, e sollevarmi il capo oltre la nebbia dell'atmosfera terrestre, e lanciarmi la mente sulle ali dell'idea nei sogni dell'infinito!...”

“Ma fra quella corona e me, vidi levarsi, ipocrita, maligna, beffarda la malvagità umana, e indietreggiai, come chi sul suo cammino scorga drizzarsi fischiante, sanguinolenta, la testa dell'idra.... Oh! non crediate ch'io non abbia lottato. Ebbi coraggio, ebbi sofferenza, ebbi nobili indignazioni, ebbi timide transazioni pur anco.... Un giorno scoprii che l'odio generava l'odio, che l'invidia seminava intorno i denti del mostro di Cadmo e da ogni nemico vinto faceva sorgere legioni e legioni di calunniatori e di rabbiosi latranti. Indolorito, ammaccato, trafitto, disperato fuggii.”

Un po' di calma entrava in lui; sciolse dalle mie le sue mani, e se le passò lentamente sulla fronte e sulla faccia; poi appoggiandole sulle mie spalle, e tenendomi innanzi a sè, in modo che la sua persona pareva cresciuta e sopravanzarmi, e fissando entro i miei occhi il suo sguardo lucente ancora di febbre, soggiunse:

“Voi avete sorpreso il segreto della mia vita: quel segreto che da tanti anni rinserro con sì gran cura nella mia solitudine e nel mio nulla. Di belle fiate il dèmone mi assale e mi scuote e mi tormenta! Io lotto.... e l'ho vinto sempre. Voi avete assistito ad una di queste tremende battaglie che mi logorano la vita. Dimenticatelo.... Dimenticatemi!.... in nome dell'anima vostra, delle vostre speranze, in nome di Dio!”

Io volli parlare: egli non me ne lasciò il tempo:

“Non mi dite nulla, non mi dite nulla, ve ne scongiuro.”

Si lasciò ricadere sopra il sasso, e stette un poco con le braccia sulle ginocchia e la testa reclinatavi su, tutto raccolto e in ogni suo membro tremante.

Poi tornò a sollevare il capo, si ravviò macchinalmente le chiome che gli scendevano sulla fronte, prese il cappello che era in terra, e se lo mise in capo; quindi girò verso me i suoi occhi, ora affatto spenti. Aveva nuovamente l'aspetto smemorato e mezzo scemo che gli era solito; il suo volto era pallido e le labbra scolorate più di prima.

“Ella,” riprese a dire colla voce cavernosa e fioca che gli conoscevo abituale, “ella ha udito i vaneggiamenti d'un povero pazzo. Spero che vorrà tacerli a tutti.... Oh per pietà non dica nulla!...”

“Tacerò;” risposi: “ma bisogna ch'io le parli....”

S'alzò di scatto, e agitando le mani verso di me balbettò con accento d'uomo stanco e sfinito:

“Non adesso, non adesso per carità!”

E senza lasciarmi aggiungere una parola, si allontanò a gran passi; ma quando fu alquanto discosto si fermò e volgendomisi anche una volta colle mani giunte:

“Silenzio!” disse: “mi raccomando.”

Poi continuò con passo barcollante la sua strada.

Per due giorni mi fu impossibile rivederlo: al terzo dì, Ambrogio venne al castello tale e quale com'era sempre; approfittando d'un momento, in cui nessuno poteva udirci, sollecito mi disse:

“Ella vuole parlarmi, ed ancor io voglio parlare a lei. Domani mattina venga a casa mia.”

Aspettai con ansiosa sollecitudine il mattino seguente; e, levato appena il sole, scesi a gran passi la collina verso il villaggio.

Ambrogio era sulla soglia della sua casa. Mi salutò con una certa solennità e mi fece entrare nella sua povera abitazione.

Fui introdotto in una stanza a pian terreno, spoglia, con poca luce e affumicata; essa al maestro serviva insieme di cucina, di tinello e di camera da dormire. Una scala, a mano destra di chi entrasse, menava ad una stanza superiore, della quale Ambrogio aveva fatto la scuola e lo studio, essendo più chiara, più arieggiata e più salubre.

Quando fummo tutti e due in quest'ultima stanza, il maestro sedette e mi fece segno sedessi; poi cominciò a parlare con voce debole ed esitante, tenendo timidamente lo sguardo fisso a terra, comeuomo che non osa levarlo in faccia al suo interlocutore.

“Non mi lasciai vedere in questi ultimi giorni, perchè avevo mestieri di prepararmi al colloquio che avrebbe avuto luogo fra noi; avevo bisogno di sapere che uomo fosse quello che sventuratamente aveva sorpreso il mio segreto.”

Io feci un movimento di sorpresa; egli continuò senza scomporsi:

“Appresi che Ella, forestiero a questa terra, l'avrebbe presto lasciata; e già sapevo come fosse pure uno di coloro che si lasciano consumare le carni dalla veste di Nesso dello scrittore. Ciò riuscì a tranquillarmi un poco; tal sorta di uomini sono tutti corteggiatori ardenti d'una divinità implacabile e crudele, ch'essi chiamano la fama, e che dispensa il più spesso a capriccio i suoi favori; e, di solito, l'invida gelosia che nutrono gli uni degli altri, li fa lieti quando uno, che potrebbe pur conquistare le fuggevoli buone grazie della contesa deità adorata, si ritrae in disparte, e volonterosi molto lo lasciano nelle tenebre in cui si racchiude.”

Volli protestare che, nella mia nullità, non avevo il torto di appartenere a quella schiatta di maligni.

Ambrogio non mi lasciò dire.

“Hannovi delle eccezioni,” continuò egli, “etanto meglio s'Ella è una di esse. Imperocchè costoro possedono sicuramente un animo onesto, il quale, avendo certo dovuto soffrire più o meno delle perfidie e delle sciagure che a tutti si avventano su quel cammino, sono disposti ad apprezzare e rispettare la risoluzione di tale, che, o per debolezza, od anzi per maggior forza, rinuncia alla lotta, e vuol morire ignorato....”

“Ignorato?” io proruppi. “E lo potete voi? E ne avete voi il diritto?... Ho scoperto in voi un talento di prim'ordine, e vengo a dimandarvi perchè lasciate infruttuoso il capitale che Dio vi ha dato, perchè private il vostro paese, il mondo d'una ricchezza intellettuale che a voi fu concessa in uso, ma i cui portati devono essere il bene di tutti?...”

Ambrogio sollevò con moto quasi impetuoso la testa, e m'interruppe con più violenza che non mi sarei aspettato:

“Perchè? Perchè ciascuno ha pur diritto a procurarsi la sua pace, la sua conservazione, la salute dell'anima sua. Come! Mi sono tratto fuori dall'inferno, e voi vorreste mi vi ripiombassi? E non sapete che l'inferno di questa vita mi farebbe dannare all'inferno dell'eternità quest'anima troppo sensitiva ed impressionabile? Non sapete che, circondato dal male, ferito, tormentato dal male, io gli ho già teso una volta le braccia,e glie le tenderei ancora; che io gli ho detto e gli direi ancora: dammi tu le armi per combattere i miei nemici, e render loro dolore per dolore, dammi tu l'orribile diletto della vendetta?... Fui sull'orlo dell'abisso, sapete, un piede già per quel declivio tremendo, alla vigilia d'esser perduto per sempre... Nulla, nulla mai potrà richiamarmi su quel lubrico, periglioso cammino. Ah! inorridite!... Sulle mie mani c'è sangue, cui non hanno cancellato tuttavia tante mie lagrime.”

Feci un moto, ch'egli interpretò certo per manifestazione d'orrore che io provassi.

“Ah! non allontanatevi da me:” soggiunse ratto e con forza. “Sono un omicida, ma non sono un assassino. La sventura ebbe parte al mio delitto, non la mia volontà... Non condannatemi, compatitemi. Io era nato per amare ed essere amato!”

Volli parlare, ma egli mi fe' cenno tacessi, e dopo un istante riprese con più calma:

“Il mio paese, il mondo, l'umanità! Che cosa possono pretendere da me? Che io non passi inutile affatto in questa vita terrena. Ebbene, io tolgo loro un vano sognatore, un infruttuoso fabbricatore di versi, per dare ad una povera popolazione un maestro che non senza effetti s'industria ad allevare generazioni migliori, redente dai pregiudizi e dalla miseria dell'ignoranza. Spogliatevidelle vostre preoccupazioni cittadine e letterarie, dei vostri pregiudizi di scuola e di salotto, dei vostri leggieri e puerili apprezzamenti da caffè e da appendice di giornale; esaminate con fredda attenzione la cosa, e conchiuderete, credetemi, essere più vantaggiosa mille volte l'opera del più umile fra i maestri di villaggio che quella del più glorioso dei poeti.”

“Voi avete gran parte di ragione, ma la guastate esagerando. Volete disconoscere il buon effetto che producono sull'animo umano, nobilitandolo, i capolavori dei genii? Quanti furono spinti a sublimi aspirazioni, concepirono sublimi pensieri, si sforzarono ad esser grandi, ed ottennero almeno di essere più nobili di mente e di cuore alla lettura delle grandi opere dei grandi poeti? Il cómpito del maestro è certo eccellentissimo nella sua tranquilla umiltà, ma ciò non toglie che l'opera dei genii, nella dolorosa e, come dite voi, pericolosa sua gloria, non sia pure ottima a sua vólta. Ora l'intelligenza dell'umanità, l'intelligenza d'una nazione deve avere ed ha per l'una e per l'altra di codeste opere stromenti diversi, specialmente adattati; ed è un invertire le parti e fallire al dovere, chi destinato per una si dà invece all'altra. Voi che siete nato poeta, lasciate a più umili intelletti l'utilissimo ma meno elevato ufficio del maestro di bimbi;voi che lo potete, date alla vostra patria il canto dei forti onde abbisogna: siate ilpoeta civiledell'Italia moderna.”

Egli si alzò e passeggiò alquanto su e giù per la stanza, le braccia incrociate al petto, il capo chino. Osservai come il suo passo, abitualmente incerto e barcollante, fosse allora fermo e sicuro.

Dopo un istante, mi si piantò dinnanzi, e guardandomi con un certo piglio d'autorità e d'orgoglio, press'a poco come mi aveva guardato quel mattino sotto il viale dei pini, mi rispose:

“Essere il poeta civile dell'Italia moderna? Ma che? Pare a voi che basti il volerlo, anche chi abbia ingegno da tanto? Credete voi che il poeta tragga solamente da sè medesimo, dalla sua anima soltanto, la sostanza de' suoi versi? Egli la attinge dall'atmosfera che lo circonda; egli, fuoco che accentra e riproduce i sensi e le voglie della società in mezzo a cui vive. È questa la sua prima condizione di vita, come poeta. Quando alcuno avesse l'impossibile valore di stare e di fare contro alla corrente comune, perirebbe negletto e quindi più inutile ancora. Esaminate qual sia — nelle sue credenze, nei suoi intendimenti, nei suoi fatti — l'epoca nostra, e dite se può il poeta stillare da tali elementi il poema della virtù, della verità e della fede. Byron e Leopardi sono i due veri poeti del nostro secolo — forse i soli! — ehanno cantato lo scetticismo. Le deficienze, gli errori, i decadimenti dei nostri contemporanei, credete voi sieno tutta colpa di loro rea volontà? È per la maggior parte colpa delle circostanze, dell'ambiente in cui si vive.”

“Conviene adunque rimediarvi” interruppi, “conviene che a ciò si rivolga l'opera...”

Ed egli vivamente:

“Dei maestri, che educhino le generazioni che sorgono.”

Accennai parlare, ma non mi diede tempo.

“Sentite! Sono ormai tant'anni che io ho presa questa risoluzione, e non me ne pento. Potete pensare se tutti gli argomenti che avreste da dirmi non sono passati e ripassati per la mia mente, e se valgano ancora ad ottenere alcun effetto in me. La nostra discussione quindi si converte in una semplice conversazione accademica.”

S'interruppe un istante a prestare orecchio ad un gaio vociare che s'udiva fuori nella strada, avvicinantesi man mano: erano armoniche vocine di bambini chiassosi e ridenti che s'accostavano a quella vólta. La terrea faccia del maestro si illuminò d'una gioia quasi paterna.

“Silenzio!” diss'egli con forza. “Ecco i miei scolari, i miei gioielli, come a Cornelia romana i suoi figliuoli... Ecco la mia poesia, ecco la mia gloria.”

Pareva ringiovanito. S'affrettò a scendere e ad aprire la porta: una frotta frugola e clamorosa, da paragonarsi ad uno stormo di passerini pigolanti, si precipitò nella stanza intorno a lui, a serrarlo in mezzo con mille gridolini di affettuoso salutare.

Ambrogio chinò la sua testaccia grigia ed arruffata all'altezza di quelle testoline bionde, e lietamente commosso li abbracciò tutti uno ad uno. Poi si volse a me con due lagrimette tremolanti entro gli occhi.

“Ora,” disse, “io mi sento dappiù che molti nel mondo.”

Io mi accomiatai.

“A rivederci:” gli dissi. “Sento il bisogno di discorrere dell'altro con voi.”

Egli crollò il capo senza rispondermi.

“Entriamo a scuola, figliuoli miei” disse ai bambini; — e mentre io usciva, egli montava la scala, circondato da' suoi piccoli amici.

Dopo quel giorno fui più volte a visitarlo, ed egli a poco a poco si dimesticò con me in guisa che mi parve non vedesse mal volentieri la mia frequenza.

Conobbi in breve che, dotto principalmentenella storia e nella filosofia, maestro Ambrogio non era ignaro affatto di nessuna delle parti dell'umano sapere, essendo egli uno di quegli spiriti complessivi e vasti che tutto possono abbracciare.

Credo che io venissi appunto acquistando gradatamente la sua fiducia, perchè non mi dimostravo per nulla curioso dei fatti suoi, e non gli avevo mosso ancora mai un'interrogazione sul suo passato. Non già che non mi stuzzicasse il desiderio di sapere alcuna cosa in proposito; ma pensavo che una sconsiderata richiesta su tale argomento l'avrebbe di subito impermalito e posto in sospetto, con rischio di farmi perdere a un tratto tutto il guadagno che ero venuto facendo nel suo animo.

Un giorno che io non aveva più che poco tempo da rimanere in quel paese, e ch'egli mi parve più espansivo del solito, pensai inopinatamente di assalirlo con queste parole:

“Presto parto, Ambrogio, per non tornar forse mai più in questo villaggio.”

Egli non mi lasciò continuare.

“Ho pensato a codesto, e parecchie volte,” disse, “più che non avrei voluto. E talora.... vi parlo schietto.... mi parve il mio meglio; mi dicevo anzi che sarebbe stato più a mio vantaggio, o non foste venuto mai, o non vi avessi conosciuto; talora invece me ne sono sentito a trafiggerecome dalla puntura di un dolore. A buono o a mal mio grado, voi avete pure nuovamente collegata la mia anima, ormai disavvezza, ad un mondo d'idee e di fatti che alla fin fine ho amato cotanto, e, partendo voi, quest'ultimo anello si rompe, per lasciarmi, proprio del tutto, senza più rimedio, ripiombare in quella solitudine desolata che ho pur voluto, che voglio sempre, che deve essere la mia sorte, ma contro cui, alle volte, si ribella l'anima mia. Mi sono proposto il quesito: se avrei dovuto scrivervi....”

“E l'avrete sciolto affermativamente, io spero. Scriviamoci, ve ne prego.... per util mio. Nei vostri colloqui io sento aver molto appreso e molto da apprendere. Da un carteggio, voi avrete per mio mezzo continuata alcuna attinenza con quel mondo esteriore a cui rinunciaste, e che pure vi è necessità di seguitare nel suo svolgimento civile e morale; e nell'espansione del vostro cuore in un cuore che vi giuro profondamente devoto ed amico, oltre che un sollievo, otterrete il giovamento di me, a cui le vostre parole saranno ammaestramento e guida e conforto.”

Ambrogio scosse il capo.

“No, no,” disse. “Partito di qui, voi mi oblierete, io vi devo obliare. Ve l'ho già ripetuto più volte: io al mondo sono morto.... In un paese colaggiù, della mia regione nativa, giace un corpoentro una fossa del cimitero, e sopravi un'umile pietra con inciso il mio nome, il nome che portai fra i viventi. Io sono uno spettro, a cui non è concesso rientrar nella vita.... e che non lo vuole. Nella vostra esistenza — poichè il caso, non la nostra volontà, ha fatto che io una qualche orma v'imprimessi — debbo passare non altrimenti che come un'ombra fugace. Sarò la memoria d'un estinto. Ora gli estinti non tornano, come il passato non si muta, come il destino non si rinnovella.... e se tornassero, quei poveri estinti, sarebbero i mal capitati.... Lasciatemi nella mia ombra di morte.”

Io volli ribattere; ma egli non mi ascoltava, assorto, come gli avveniva di frequente, nelle sue meditazioni. A un tratto si alzò, e passeggiando con agitazione per la stanza, così prese a dire:

“Credetemi, credetemi... Che la felicità sulla terra è un motto vano, l'hanno detto centinaia di Filosofi.... e hanno avuto torto. La felicità per l'uomo è la pace dell'anima, la quiete dello spirito, la tranquillità della coscienza e della vita. E tutto questo non lo trova se non chi vive ignorato. Il detto del Vangelo va umanamente corretto in questa guisa: «Beati i poveri di spirito, perchè essi vivono ignorati!» Descartes lo disse prima di me. Essere oscuri, non contare per nulla nel mondo, e saperlo, e contentarsene, e fare modestamente un po' di bene intorno a sè, fuori d'ognipreoccupazione di lode e d'applauso, ecco la vera virtù, ecco la sola possibile felicità dei mortali.... Ed è quello che ho trovato qui, in quest'angolo rimoto del mondo, e che non voglio perder più.... No, no, no, in fè di Dio!”

Si piantò dritto innanzi a me, e ponendomi sopra una spalla la sua destra, riprese con accento tra di melanconia, tra d'ironica beffa:

“Sapete voi che cosa sono gli applausi del mondo? Vi hanno essi allappato la bocca col loro acre sapore gli encomii volgari della gente? Vi ha fatto girare la testa quel «fiato di vento che or vien quinci ed or vien quindi» e che è il mondano rumore? Vi è salita al cervello l'orgogliosa ebbrezza d'una rinomanza che fa ripetere ai polluti echi della pubblicità il vostro nome?.... Io, io l'ho provata la miseria di quell'acuto diletto; e sciolto, qual ora mi sono, da ogni laccio di vanagloria, posso pur dire che mi sono arrampicato sino sul piedistallo della celebrità, e, come nell'anima gli spasimi dei grandi, come nella mente le torture del genio, ebbi nella vita le immani superbie dei veri trionfi.”

Si cacciò nelle arruffate chiome ambe le mani e se ne serrò la testa con moto quasi convulso.

“E il mondo mi conosceva egli? M'apprezzava egli a dovere?.... No, lasciate ch'io lo dica. Nella corona di spine che impose alla mia fronte, eratroppo poca la sacra fronda d'alloro... Il mondo!... Perchè vi affannate a meditare, lottare nella battaglia de' pensieri, travagliarsi a scrivere per esso? Malaccorto! Non lo sapete? Su cento lettori, novanta sono mediocrità e peggio, svogliati, inintelligenti e superbi che non vi capiscono e v'insultano nei loro giudizi, non meno colle loro lodi che colle loro censure: sui dieci che rimangono, nove sono invidiosi, i quali, quanto maggiore il vostro merito, tanto più vi odiano: uno forse, — uno solo! — per gran ventura, vi comprenderà, forse, e porrà in voi stima ed affetto.... Uno!.... felice ancora chi lo trovi!”

Fece una pausa, e tornò a passeggiare per la stanza. Io sentiva che il suo cuore era presso a traboccare in confidenze, mi guardai bene dal dir parola, per timore che una voce imprudente potesse richiamarlo al suo solito scetticismo diffidente.

Si fermò di nuovo innanzi a me e mi disse commosso e quasi stentatamente:

“E io, quest'uno, non l'ho trovato.... non l'ho trovato mai! Nessuno mi amò.... Da ultimo, quando fattomi umile ed oscuro, si ebbe compassione del povero maniaco; il poeta fu spregiato o temuto, odiato quasi sempre. Io non sono di quest'epoca. Appartengo o ad un passato che non so nemmanco quale, o ad un avvenire che per ora non accenna neppure di effettuarsi. Ho amato la verità,e gli uomini mi disamarono.... Voi, voi medesimo avete alcuna curiosità per l'incognita che io rappresento e che vorreste spiegare; ma alcuna affezione l'avete voi per me?”

Vedendo che mi accingevo a rispondere, s'affrettò ad impedirmelo bruscamente.

“Oh non parlate!.... Crederei io alle vostre parole?.... E non vorrei che mentiste!.... E se mai aveste il coraggio di gettarmi in faccia una verità dolorosa, ne soffrirei tuttavia, tanto ancora in me rimane del vecchio uomo!... E poi, me... veramente me, qual fui.... conoscete voi bene?”

Mi prese una mano; le sue erano fredde come ghiaccio.

“Le anime nostre simpatizzarono: la vostra intelligenza comprese la mia. Lasciatemi questa illusione. Avete scorta la superiorità della mia mente e non ve ne adontaste meco, nè mi metteste odio: per ciò.... Vi stimo.... Oltre questo basso mondo, ci troveremo un dì, — ho questa credenza — là dove brillano di tutta la loro luce, puri d'ogni opaca volgarità, gli spiriti nostri. Vedrete allora che non avete avuto torto. Vedrete come all'interiore abbia infelicemente corrisposto il mio fisico inviluppo. Non vi pentirete d'avermi creduto da più.”

Si pose sulla fronte la mia mano che teneva ancora fra le sue. Quella fronte ardeva, come se travagliata dalla febbre.

“Qui dentro si è combattuta a lungo e si combatte ancora talvolta una tremenda battaglia: quella cui legò Adamo all'umanità; quando al dilemma postogli dal Creatore, rispose: ch'io pur muoia, ma ch'io pensi! la battaglia dell'intelligenza finita coll'infinito; una battaglia che non si vince mai!....

“Credete voi che un uomo possa, o sull'ali dell'ispirazione, o cogli sforzi faticosi della scienza, elevarsi tanto alto da abbracciare tutto il corso dell'umanità e farne risaltare il perchè della esistenza, quel perchè ond'è costituita la finalità dei nostri destini?

“Qui è tutto il segreto della creazione; questi sono i misteri eleusini, a cui forse è iniziazione la morte.... Io mi ruppi la mente contro quelle tremende porte di ferro.... Che cosa parlano questi immensi geroglifici scritti a sistemi di pianeti nell'infinito spazio? Che cosa sussurra questo vermiciattolo che pensa, un puntino nel gran volume, quest'atomo che è l'uomo? Tutto si viene ad infrangere innanzi alle tenebre di questo perchè.... E senza un sentore almeno di esso, credete voi possa esistere teologia, filosofia, scienza, poesia umana? Bene avvisati quelli che inventarono la rivelazione, e felici coloro che vi poterono credere! Senza questo punto d'appoggio, tutto oscilla nel vago e si perde nel nulla.”

S'interruppe ad un tratto, lasciò andare la mia mano, e le braccia gli caddero lungo la persona; la faccia gli si fece pallida, pallida.

“Ah! io vaneggio:” esclamò. “Voi mi direte pazzo.... e forse lo sono!.... Ma gli è che la parola è pure un'inetta traduzione del pensiero.... Compatitemi!”

Pensai di agevolare colle mie parole quell'effusione che mi pareva prossima a prorompere dalle labbra di lui:

“Nessuno vi amò, voi dite; ma questa ventura non si ottiene che ad un prezzo: quello di amare a nostra vòlta; e voi, avete voi amato, realmente amato qualcheduno nel mondo?”

“Se ho amato!” esclamò con impeto, “Dio buono! Era tutto amore la mia intelligenza; su tutto il creato si versava potente, desioso di sacrificarsi, il mio affetto. Cominciò la mia famiglia medesima a respingermi. Mia madre, — mia madre stessa, capite? — si vergognò d'avere a figliuolo un mostro qual ero io!...”

Feci un atto di stupore, quasi d'incredulità.

“Ah! ciò non vi par possibile. È una disgrazia sì grande che pare Dio non la dovrebbe mandare a nessuno, che raramente o non mai si vede intravvenirepure fra le tante tristizie del mondo, avere una madre e non conoscerne i baci e le carezze!.... Ebbene, tale sventura toccò a me.... Mia madre mi disamò per riportare tutto il suo affetto sui miei fratelli; e quando la morte glie li tolse, tutti! per lasciarle soltanto il negletto, quasi rendendo in colpa me della crudeltà della sorte, il suo disamore divenne odio....

“Finchè erano vissuti, i miei fratelli mi avevano disprezzato e maltrattato. Mi disprezzarono e maltrattarono i compagni nel collegio, dove mia madre mi aveva relegato lontano dalla casa paterna per non aver turbati i suoi occhi dalla mia presenza. Fui fatto lo zimbello di tutti, e siccome ero il più debole, tutti ne abusarono per amareggiarmi con ogni sorta di oltraggi. Chi può dire quanto dolore s'ammassi di questa guisa nel cuore d'una creatura che sente! Ah! se io non divenni un tristo, convien pur dire che ero stato creato buonissimo. Io piansi meco stesso da solo, e perdonai sempre. Finalmente un giorno trovai fra quelle persecuzioni un difensore e me ne feci un amico.... Gran Dio! lo feci padrone dell'anima mia, il mio esemplare, il mio idolo!.. Quanto io lo abbia amato nessuno lo seppe, nè anch'egli..... Eppure io stesso doveva.... io stesso!....”

Si coprì colle mani la faccia e stette lì muto alcuni minuti, ma singhiozzava penosamente. Posciasi lasciò cadere abbandonatamente sur una seggiola a me dappresso, e, mostrandomi il volto sconvolto da una profonda e viva angoscia, riprese con voce debole e sommessa:

“Egli era bello, robusto, ardito ad ogni esercizio di corpo, ad ogni audacia atto e valente. Pietà lo prese di questo scimmiotto che era la vittima di tutti. Sotto la protezione della sua forza io conobbi un po' di pace. Lo ricompensavo, facendo tutti i suoi compiti ed amandolo come si amerebbe l'incarnazione del buono e del bello sulla terra. Ero suo schiavo. M'avesse detto: «gettati da questa finestra,» vi giuro che l'avrei fatto.

“Fuor del collegio i medesimi scherni e le medesime vergogne, meglio coperte dalla vernice della cortesia ma non meno maligne e spietate; e da queste non poteva più, come prima, difendermi quel tale che io amava sempre con tutta la potenza dell'anima mia.... Non poteva, e più ancora non voleva più.... Esso non mi aveva amato mai: era stata una sprezzante compassione la sua. Quando nella debole creatura, ch'egli aveva difeso, avvertì un'intelligenza superiore alla sua, mi odiò.

“Col giungere dell'adolescenza anche in me erano nate nuove e indefinite aspirazioni: quelle tormentose e gradite aspirazioni che inconsciamente spingono l'anima verso l'ideale e sollecitanoe addestrano alla grandezza l'ingegno predestinato. Ero stupito e confuso di me medesimo, non mi riconoscevo più. Stimatomi io stesso fino allora l'ultima fra le creature viventi, mi sentivo delle vampe superbissime d'una eccelsa ambizione. Me ne vergognavo, nascondevo accuratamente nel mio timido silenzio tali accessi di pazzia; avrei voluto dissimularli anche a me stesso. Ma nei miei sogni pertinacemente tormentosi, mi appariva la felicità seducente del sorriso, non solo della bellezza, ma della gloria. Un giorno scoppiò in me l'ispirazione come un fulmine; quasi per un lampo, mi vidi a un tratto illuminato l'esser mio e il mio destino, e scoperto il segreto delle mie angosce mentali. Ero poeta!

“Poeta! Re della terra, re del pensiero! Favorito da Dio d'una favilla uguale alla sua luce divina; sentendo nel proprio essere più vasta l'orma del suo spirito creatore; capace di padroneggiare il mondo dell'ideale, di apprendere il sovraintelligibile, di accostarsi al miracolo della creazione! Essere infimo, debole, il più dispregiato degli uomini e conoscersi degno della più splendida corona! Comprendete voi quali intime esaltazioni e quali segreti affanni, quali inquiete lusinghe e quali terribili accasciamenti mi si avvicendassero e turbassero l'anima nella mia oscura giovinezza?...

“Oh i miei primi versi!... Erano l'esplosioned'un delirio d'amore, erano il poema della gioia amorosa della vita, erano il misterioso canto della natura tradotto in armonia di parole, in palpiti di cuore umano. Che cosa non avrei dato per potere ad un tratto farli suonare potenti all'orecchio del mondo, e comparire innanzi ai miei concittadini cinto di quella splendida luce di poesia che mi sentivo nell'intelletto e nel cuore? Eppure avevo vergogna di me e dell'opera mia; e la nascondevo agli sguardi di tutti colla cura con cui si nascondono le traccie d'un delitto. Se il mondo avesse mai risposto colla beffa a quel vero sangue mio sgorgatomi dall'anima? Guai! Li amavo tanto quei poveri versi!...

“Amavo!... Oh non amavo soltanto lo sfogo del mio cuore, non amavo soltanto l'amico mio... Amavo una fanciulla fieramente leggiadra come un superbo fiore di stufa signorile. Aveva ella tutto in suo favore: potenza conquistatrice di bellezza, nobiltà di natali, ricchezza di fortune, felicità d'ingegno. Era una seduzione il vederla, una malìa, un incanto, un'ebbrezza l'avvicinarla, l'udirla, il riceverne la fiamma dello sguardo. E l'amavo... io povero, io meschino, io di sì brutte forme!

“Era per lei che godevo d'esser poeta; era innanzi a lei che volevo presentarmi cinto dei raggi della gloria; era ai suoi piedi che ambivo deporre la mia corona d'alloro non ancor conquistata.

“Avevo letto di quella tale principessa che baciò sulla bocca il gobbo poeta addormentato, per le dolci cose che uscivano da quelle labbra; sognavo che di me pure la sublime armonia del canto facesse obliare la meschinità della persona.

“Così non poteva durare. Deliberai aprire il mio animo a quell'unico amico che avessi.

“Alfredo mi sfuggiva, pareva quasi vergognarsi di me; sempre più avvenente, audace, temuto da ogni competitore pel valor suo, desiderato in tutti i salotti per la sua piacevolezza, primo in tutto ciò che imprendesse e in ogni dove comparisse, cavalcatore esperto come nessun altro meglio; Alfredo godeva nel mondo i più invidiabili successi.

“Suonava con arte e sentimento, componeva romanze, ballabili e melodie che le signore eseguivano con diletto nelle serate invernali; scriveva gaie leggerezze su pei giornali e molli versettini negliAlbumdelle dame, che gli valevano una certa gloriola di letterato e il titolo d'uomo di spirito, cui egli si confermava mercè una cara franchezza e subitaneità di motti e di rimbeccate. Era uno di quegli ingegni che riescono in ogni cosa a cui s'accingano, ma ai quali la deplorabile facilità impedisce di nulla mai approfondire.

“Io gli svelai in una i miei due eccelsi amori: quello alla Musa e quello alla mia donna. Glidissi vivere oramai per quelli soltanto; esser quelli la mia ultima ragione, la luce che m'illuminava il pensiero, lo scopo di tutto.

“Sorrise, scherzò dapprima, di poi il mio ardore parve colpirlo, il mio entusiasmo apprendersi anche a lui; tacque per un poco, divenne serio, anche i suoi occhi lampeggiarono; sollevò la fronte e la scosse superbo come per dire: «ancor io, e forse più, sono degno di tanto.» Mi recitò, declamando alcune delle sue ballate; trovò freddi gli elogi ch'io glie ne faceva. Tentò cambiar discorso; pareva inquieto e malvoglioso; ad un tratto chiese di poter leggere i miei versi: tremando glie li affidai, e se ne partì con essi.

“Stette più giorni senza farsi vedere. Avrei voluto andare in casa di lui, e non osavo. Venne finalmente una sera da me. Dalla finestra, che guardava verso l'occaso, appariva in fondo all'orizzonte una striscia di nubi color sangue, stesa là dove il sole era da poco tramontato. La luce crepuscolare da quelle nubi diffusa illuminava soltanto con tinta giallastra la mia cameretta e la fronte di noi due che ci eravamo appressati alla finestra. All'entrare d'Alfredo io aveva impallidito come uomo che aspetta la sentenza del suo avvenire; e il cuore mi palpitava forte forte nel petto. Ci tenevamo stretti per le mani; le mie ardevano, le sue erano fredde come ghiaccio. Anch'egli miparve un po' commosso; esitava a parlare, di certo era alquanto turbato.”

“Parlò poscia, ma non colla solita sua scioltezza. Aveva letto i miei componimenti, ed aveva visto l'oggetto dell'amor mio. Di questo discorse con entusiasmo; la giudicava la più bella figura di donna, le cui sembianze rivelassero una natura eletta; abilmente, in mezzo a un diluvio di parole, mi fece comprendere essere una follia in me l'amarla, un'imperdonabile follia poi se con qualche speranza. Compresi come, secondo lui, io fossi condannato all'infelicità, e sarei stato ingiusto a pur lamentarmi del mio destino.

“Sentivo una gravezza, come cappa di piombo, scendermi e pesarmi sull'anima. Imbiancavo a volta a volta ed arrossivo nel viso; mi veniva difficile il respiro.

“Finalmente entrò a discorrere de' miei versi.

— «Me ne rallegro teco. Non c'è male. Alcune stranezze di un gusto non perfetto; ma con qualche ritocco qua e là, con qualche correzione, cambiando qualche verso, davvero che mi pare si possano ridurre una cosa più che mediocre.»

“Io aveva chinato il capo e tacevo.

— «Anzi ho pensato ad una cosa:» soggiunse.«Mio caro, le nostre produzioni letterarie, per giudicarle a dovere noi stessi, bisogna vederle stampate. La stampa è come alle sceniche composizioni la luce della ribalta; se tu acconsenti, voglio fare stampare i tuoi scritti.»

“Tacevo sempre.

“Alfredo riprese a dire, che aveva giusto sotto i torchi un volume di sue poesie, che avrebbe a quelle aggiunte le mie, e così introdottele nel mondo letterario sotto il patrocinio del suo nome, già conosciuto e circondato di qualche riguardo.

“Tacevo, ma la mia mente lavorava in modo febbrile. I miei versi, stampati in nitide pagine, con nuova ed efficace leggiadria, mi turbinavano innanzi, atteggiandosi, per così dire, a mirabili forme, esplicando una segreta armonia di dolcissimi suoni.

“Li vedevo apparire come luminosi agli occhi della gente, li udivo cantare nell'orecchio ammirato degli uomini, sentivo ripetuto dagli echi della terra con plauso, il mio povero nome.

“Alfredo aveva voluto persuadermi della mia indegnità per la donna che amavo. Una mai provata superbia gonfiava invece l'anima mia. Oh no, non ero indegno di lei. Il genio che mi possedeva, era capace d'innalzare il mio essere sino all'altezza di quell'angelo umanato. Le mie opere l'avrebbero dimostrato; lo dimostreranno in fè di Dio, giuravo in segreto a me stesso.

“L'amico mi chiese, non senza qualche inquietudine, se acconsentivo alla sua proposta.

— «Sì,» risposi debolmente con una simulata indifferenza, abbandonando nelle sue la mia mano diventata fredda ed inerte.

“Ma dentro me quale tumulto!

“Le mie prime poesie si stamparono poco dopo nel volume pubblicato da Alfredo, e comparvero sotto il suo nome; erano pubblicate quali io glie le aveva date, senza la correzione d'una virgola. Provai nel vederle un misto di sentimenti contrari, indicibili. Mi parvero sublimi, mi parvero ridicole; ne sentii ora orgoglio, ora vergogna; provai una rabbia dolorosa nel vederle andare sotto nome d'un altro, una specie d'acuta gelosia, e poi dissi a me stesso che così era anche meglio: ritirato nella mia cameretta, pensai con satanica superbia che la mia opera aveva gran pregio, ma che io era capace tuttavia d'assai più.

“Alfredo ebbe da quella pubblicazione molta rinomanza. Gli si disse che aveva trovate vie nuove, che aveva rivelato un nuovo lato del suo genio, manifestata una nuova potenza della sua poesia. Mi venne intorno più amorevole che mai. Io non metteva insieme due parole, senza tosto comunicarle a lui. Talvolta mi suggeriva alcune idee, mi abbozzava qualche argomento; poi ammorzava alcun colore troppo acceso, temperava talunaimmagine troppo ardita della mia poesia; e quando poi le composizioni erano al termine, le chiamava con tutta franchezza, fra noi due, nostre, in pubblico sue, senza uno scrupolo.

“Mi adattavo a codesto suo modo ma, come potete pensare, non soddisfatto.

“Un giorno, finalmente, la mia tolleranza mi parve una debolezza e una viltà; il procedere d'Alfredo una pirateria a mio danno.

“Non vi ho ancor detto come praticassi nella casa della fanciulla amata. Il padre di lei, pietoso alla mia povertà, avevami dato un umile ufficio nella ragioneria dei suoi grandi capitali e delle sue vaste tenute; ero poco più d'un servo in quello sfarzoso palazzo, ma vi ero accolto con una specie di domestica fiducia.

“Un giorno, entrando nel salotto, trovai Albina intentissima alla lettura con una profonda emozione da questa prodottale, le guancie affocate, gli occhi per lagrime lucenti, il seno agitato. Dio del cielo! Ella stava leggendo i miei versi.

“Albina fuggì, come per nascondermi la sua emozione. Io rimasi là, piantato, invaso il cuore da un'improvvisa, ineffabile dolcezza. I miei versi avevano parlato all'anima di lei!

“Ma ad un tratto una terribile idea mi ferì come la punta di uno stile, il cervello e il cuore. I miei versi, per lei come per tutti al mondo, nonerano miei; ad altri ella attribuiva que' sentimenti, que' pensieri, quella passione; ad altri ella attribuiva il merito di quel suo commuoversi e del suo palpitare. E s'io le avessi detto ch'era mia quell'ispirazione, mi avrebbe ella creduto?

“Una specie di furore subitamente m'invase. Volli che Alfredo mi restituisse la rinomanza che a me aveva derubato; mi restituisse soprattutto la simpatica commozione e forse l'ammirazione d'Albina. Sentii a quel momento il primo impulso di odio che avessi ancora provato mai, io che il mondo e la sorte avevano sì crudelmente bistrattato sempre; e quest'odio lo sentivo per colui che primo aveva mostrato aver di me alcun pietoso riguardo!

“Corsi da Alfredo, e tutto ancor concitato lo minacciai di svelare il segreto della paternità dei suoi libri. Egli si fece bianco in volto, e i suoi sguardi dapprima lampeggiarono di sdegno e di minaccia; poi tosto si raumiliò, come non avevo mai visto alcuno umiliarsi, come non lo credevo capace di fare, egli, con la sua fierezza.

“Mi disse che avrei distrutto ogni sua felicità, che avrei cagionata la sua morte, perchè di certo egli si sarebbe ucciso a tanta vergogna; mi pregò colle lagrime agli occhi: giurò che, io tacendo, avrebbe egli fatto per me qualunque cosa che gli avessi chiesto, datomi anche la vita.

“Quell'affetto, che da tanto tempo avevo in lui,risorse tutto in un attimo e maggiore di prima. Mi gettai nelle sue braccia, piangendo ancor io.

— «Amami soltanto, Alfredo,» gli dissi: «e di tutto mi avrai compensato.»

“Giurai di tacere per sempre.”

“Era mio proposito accingermi con nuova lena al lavoro, e riguadagnare in breve il tempo per la mia fama perduto: ma luttuosi avvenimenti me ne impedirono.

“Il padre d'Albina ebbe subiti e irreparabili rovesci di fortuna. Come sempre accade nel mondo, tutti coloro che a lui avventurato erano amici compiacenti e cortigiani, lo abbandonarono. Io gli venni innanzi umilmente, quasi tremando, e dissi:

— «Sono povero, e buono a poco o nulla; ma tutto quello che ho e quello che valgo, pongo in poter vostro. Disponete di me.»

“Quell'uomo, superbissimo fino allora dei suoi natali e delle sue ricchezze, che altro non aveva avuto mai per me che una compassione altezzosa, parve stupito ed ammirato del mio tratto. Aveva coraggio e volontà tenace; era di quelli che, prima di abbandonarsi in balía della corrente che li travolge, s'attaccano a qualunque ramo, per debole ch'esso sia, fosse pur anche spinoso da insanguinarvisile mani. Accettò la mia offerta, le pochissime mie sostanze sparvero in un attimo in quel baratro che la sventura aveva scavato sotto i piedi a quella famiglia; e lavoravo tutte le ore del giorno per essa! Il padrone, diventato burbero, atrabiliare, mi comandava in modo aspro come si fa ad un servitore negligente; Albina mi ringraziò una volta con sublime semplicità, stringendomi la mano, gli occhi gonfi di lagrime. Che avrei io potuto desiderare di più?

“Bene o male, di questa guisa ero diventato quasi uno della famiglia e n'andavo superbo. Vedevo Albina tutti i giorni, stavo delle ore a guardarla, pallida e severa nella sua mestizia; m'inebbriavo spesso della ineffabile gioia d'udire la sua voce. N'ero quasi felice.Dear, il cagnolino di lei, mi faceva le feste più amorevoli del mondo.

“Ma il padre d'Albina non potè vincere in niun modo la troppo avversa fortuna. A un punto, perduta ogni speranza, egli perdette ogni coraggio, ogni forza di spirito e di corpo. Morì di lì a quattro mesi. Io mi diedi tutto e sempre più all'arido lavoro degli affari, per sopperire ai bisogni di quella disgraziata famiglia.

“Addio poesia, addio lettere, addio arte, addio sogni di gloria! M'imbestialivo nelle cifre da mane a sera, nè mi lamentavo, nè desideravo di meglio. Albina era tanto bella, anche nel suo dolore!...

“Passò circa un anno. L'amavo sempre più. Ad un punto m'accorsi che un cambiamento non lieve erasi fatto in Albina. Le guancie eranle divenute più rosee, più brillanti ed espressivi gli occhi, più dal sorriso animate le labbra. Una certa misteriosa fiamma appariva di quando in quando sul suo volto; aveva subite contrarietà e improvvise tristezze avvicendate a giocondità, di cui non sapevo rendermi ragione. Pareva avere alcuna cosa da dissimulare. Si piaceva molto a restar sola; sovente la coglievo immersa in profondi pensieri; molte volte era d'un'amabilità maggiore ancora del solito. Attribuivo codesta mutabilità allo svolgersi della sua fiorente giovinezza soltanto.

“Ma l'amor mio oramai era tale, che non potevo più rimaner in silenzio. Il mio cervello era in un esaltamento che non lasciava più luogo alla ragione. Un giorno ella fu meco più amorevole dell'usato; il sangue mi s'infiammò nelle vene mandandomi vampe di calore alla testa. Pareva ella volesse aprirmi il cuor suo, e la piena del mio traboccava verso di lei. Incoraggiato da' suoi modi, dalle sue parole, mi rivelai....

“Me disgraziato! Come potei avere tanto temerario ardimento?

“Ella impallidì; si trasse vivamente in là, mutò subito maniere ed aspetto; si premè con una mano il cuore, e quando io a quella vista mitacqui sovraccolto da un tremito improvviso, ella gettò un grido e fuggì.

“La mia sentenza era pronunciata. Caddi in ginocchio in quel punto dove ella era poc'anzi, e sentii il cuore rompermisi dall'affanno. Avevo di me stesso vergogna. Poter credere di essere amato! Io? Oh ella doveva ridere di me. Non avevo ottenuto che di sciogliere quel poco legame che mi avvinceva a lei, e che era pure il mio solo bene. Come avrei potuto ancora venirle per casa? come rivederla?

“Quello non era ancora il maggior dolore che mi dovesse toccare; ed era già sì grande! Ricevei quel medesimo giorno una lettera d'Albina.”

“In quella lettera ella mi narrava come, fin da quando era ancor giovinetta, avesse dato il suo cuore ad un uomo; i dolori e le sventure sopravvenute non avere quell'affetto cancellato, e ora che l'occasione era nata in cui aveva potuto con quell'uomo accontarsi, tratti da scambievole amore, essersi giurata eterna fede. Volessi compatirla; seguitassi ad amarla come fratello: non le amareggiassi la felicità del suo corrisposto affetto col pensiero ch'io soffriva per lei....

“Ah! dovevo rinserrare nel cuore la crudaangoscia e comparirle dinanzi sorridente, lieto testimonio della felicità d'un altro!

“Non vi dirò che rodimento fosse il mio. Immaginatevi quanti più acuti tormenti possa cuore umano provare in uno spasimo uguale a quello dell'agonia!

“I miei primi propositi furono propositi di sangue. Nella mia mite natura l'angoscia trovò pur tanta ferocia da farmi provare una voluttà nel pensiero d'uccidere quell'uomo che possedeva un tanto bene a me negato, d'uccidere anche lei!....

“Ma questo violento parosismo di furore in me non poteva durare. M'accasciai sotto la sciagura che mi percuoteva, piansi disperatamente; e quando ebbi tutte versate le mie lagrime, mi levai con animo risoluto e corsi da Albina. La volevo ad ogni costo felice, lei; a costo anche d'ogni mio bene.

“Avete avuto torto, le dissi, a non confidarmi tutto. Ora trattatemi davvero da fratello, e io benedirò alla vostra felicità.

“Udite quel che Albina mi rispondesse.

— «Sono due anni, mi veniva alle mani un libro di poesia; appena letti pochi versi, la mia attenzione fu tutta raccolta in quella lettura. Quei versi parlavano all'anima mia un nuovo linguaggio che tutta la padroneggiava. Erano l'espressione del più nobil cuore e del più nobile ingegno: eranola voce del più sublime affetto. Lessi avidamente, commossa, palpitante. Mi ricordo che voi entraste in quel punto; ed io confusa, turbata, vergognosa, indispettita d'essere colta in quell'emozione, fuggii.»

“Io gettai un grido a quelle parole, e la guardai con occhio smarrito; ella continuò:

— «L'autore di quelle sì leggiadre poetiche creazioni mi apparve l'uomo più degno d'amore che fosse al mondo; l'amai sino da quell'istante. Quando l'ebbi veduto di poi, Alfredo m'apparve superiore ancora a quell'immagine che io m'era di lui formata.»

“Pensate qual io rimanessi! Alfredo adunque, non solo la fama mi aveva derubata, ma l'amore di lei! Obliai in quel momento che io aveva giurato di tacer sempre, obliai tutto: mi gettai ai suoi piedi, proruppi coll'impeto d'un pazzo: — Ma quei versi erano miei; ma era mia quell'anima che parlava alla tua, mio quel genio che ammirasti, mio l'amore che hai sentito fremere in quell'armonia di parole.... —

“Ella dapprima non comprese; mi credè assalito da un accesso di dolore che mi levasse di senno: si curvò pietosamente su di me, volle farmi alzare, mi sussurrò qualche benigna parola; ma giurando, ripetendo, insistendo io, alfine comprese quel che volevo significare; allora non parlò più,si allontanò e mi saettò uno sguardo di indicibile disprezzo.

— «Sciagurato! diss'ella con accento non dissimile da quello sguardo: la vostra è peggio che imprudenza, è un'infamia.»

“E mi lasciò, allontanandosi con passo affrettato.

“Oh essere fulminato dal disprezzo della donna che si ama, senza meritarlo! I feroci impulsi mi si ridestarono nell'anima. Forsennato, corsi da Alfredo, lo minacciai, lo supplicai, levai la mano armata su di lui; egli, robusto, disarmò il mio debole pugno e mi atterrò con dispettoso disdegno.... Che più? fui vinto in tutto. Fui proclamato un tristo, un calunniatore, scacciato dalla casa di lei, bandito dagli amici di lui, creduto da tutti un pazzo, un cattivo uomo.”

“Fui ammalato gravemente, e quasi due mesi gemetti in un ospedale; uscito di là, m'aspettava la miseria. Quante giornate senza pane! quante notti senza sonno, e nessuna speranza di gioia mai per tutta la vita!

“Mi rimisi al lavoro. Ottenni alcuni trionfi, e questi mi procurarono nuovi nemici: una polemica rabbiosa e crudele che mi era stuzzicata contro da Alfredo, mi perseguitò senza tregua; intristito,risposi offesa ad offesa, invettiva ad invettiva, oltraggio ad oltraggio.

“Erano trascorsi due anni: Albina, io non l'aveva più vista mai; l'avevo sfuggita con cura; nulla temevo di più che trovarmi a fronte di lei.

“Un giorno passeggiavo solitario, come sempre, in un viale fuor di città, a quell'ora deserto. Avevo il capo chino, e, ingolfato nei miei pensieri, non vedevo nulla di quanto mi circondasse, quasi non sapevo più nemmeno dov'io mi fossi.

“A un tratto ecco gettarmisi tra le gambe, festosamente abbaiando, un cagnolino. Sussultai; eraDear, il canino d'Albina. Oh come mi sentii battere il cuore! Come mi parve d'amarla quella povera bestiolina che avevo affatto dimenticata! Essa però non avevami dimenticato, no; mi aveva tosto riconosciuto, e mi salutava con affetto, e mi faceva più vive che mai le sue solite dimostrazioni di gioia e di benevolenza. Mi curvai verso il cagnolino per rispondere alle sue carezze; volevo prenderlo tra le braccia e baciarlo.

“Ma ad un tratto un pensiero mi agghiacciò il sangue nelle vene. Con chi era essa, quella bestiuola? Alzai gli occhi; mi vidi innanzi Albina, che s'accostava a richiamare il suo cane, e guardare chi fosse quell'uomo a cuiDearfaceva tante feste. Avrei voluto che in quel momento la terra mi si aprisse sotto i piedi. Ah! in qual modo miguardò Albina! Lo sguardo di sdegno con cui m'aveva saettato, quando avevo voluto svelarle che i versi d'Alfredo erano miei; quello sguardo era mite e benevolo in paragone.... Dio la perdoni! Ella con quel suo sguardo uccise l'anima mia. C'era tanto disprezzo, tanto odio, tanto orrore, che io allibii. Non una parola, non una voce nè l'uno nè l'altra. Ella volse disdegnosamente altrove il passo, chiamando con voce secca ed imperiosa il suo cane. Io lasciai cadermi abbandonate le braccia lungo la persona in uno stato di prostrazione dolorosa.

“Dear, tutto stupito del nostro contegno, stette in mezzo a guardarci. Ella tornò a chiamarlo imperiosamente.

“L'intelligente bestiola corse a lei, le salterellò intorno un poco; poi tornò verso di me, e ripetè le sue festose dimostrazioni. Egli solo s'era conservato per me quel di prima; egli solo non aveva cambiato in odio ed in disprezzo quel poco affetto che m'aveva donato.

“Lo accarezzai, lo presi in braccio, lo baciai, e rimettendolo in terra, perchè potesse raggiungere la sua padrona che si allontanava con passo sollecito, gli dissi: — Va', e possa tu almanco non obliarmi, se d'ogni altro che amai, devo pregare, come una fortuna, l'oblio. —

“Non c'era più alcun ritegno fra noi: Alfredo ed io ci trovavamo a fronte come nemici mortali, e il mondo crudele, aizzandoci alla lotta, godeva nel vederci scambiare dolorosi colpi al nostro cuore.

“Una mia nuova pubblicazione diede pretesto a un mordacissimo articolo di critica, in cui le ingiurie e le accuse, con accorte insinuazioni, erano lanciate a piene mani su di me; sotto a quello scritto c'era il nome d'Alfredo. Se ne fece un gran chiasso in tutta la città; tutti s'aspettavano ch'io avrei provocato a duello il mio offensore: nol feci.

— «È un vile:» si disse di me in tutti i salotti, in cui fioriva prospera e petulante la mormorazione.

“Tutte le simpatie erano pel mio avversario, e diventarono ancora maggiori.

— «Da bravo!» gli si diceva da ogni parte; «quello è un rettile che non sa mordere che colla penna. Bisogna schiacciarlo, e nessuno meglio di voi lo può fare.»

“Io pur sempre condannai il duello che stimo un'assurdità o ridicola o assassina. L'esistenza d'un uomo mi è sempre parsa cosa troppo importante per avventurarla in una vendetta dell'oltraggio,nella quale la sorte il più spesso, od una scellerata perizia d'uccidere, dànno torto alla ragione e ragione al torto.

“Mi tacqui. Una seconda diatriba più niquitosa, più audace, più calunniosa della prima, col nome d'Alfredo ancor essa, venne a far ridere tutta la città alle mie spalle.

“Uguale alla perfidia si disse in me la codardia. Una rabbia irrefrenabile allora mi prese. Intinsi la penna nel fiele, nel veleno, e risposi con la più fiera invettiva, senza misura, senza riguardi, tutto rivelando di quanto era avvenuto fra Alfredo e me.

“Fu uno scandalo inaudito. Il mondo mi disse un calunniatore, e Alfredo mi mandò a sfidare.

“Volevo rifiutare il combattimento. Mi si fece comprendere che, dopo un fatto simile, sarei senza redenzione perduto nel concetto universale. Ebbi paura dell'ignominia; accettai.

“Non avevo mai preso in mano un'arma. Non m'ero mai esposto, nè la sorte mai mi aveva ancora messo innanzi ad un pericolo di vita. Se avessi coraggio o no, non sapevo io stesso. Ero solo al mondo, non rallegrato pur da un affetto; e la mia morte non avrebbe costato a nessuno un dolore, a nessuno pure una lagrima. In certi momenti di quelle ore fatali che precedettero lo scontro, quel mio triste stato mi dava una disperazioneche mi avrebbe lanciato con ardore verso la tomba, come verso il riposo.

— Che fo io sulla terra? — mi dicevo. — Gli uomini valgono tutti meno di me: lo sento e lo so, e tutti mi stimano da meno di loro; e la vita non ha per me attrattive di sorta. Non v'è da rimpiangere nè questa nè quelli. Moriamo; e si mostri almeno a questa nemica e codarda razza che mi spregia, come sia facile il coraggio del morire cui essa esalta cotanto, perchè così raro nell'egoismo vigliacco che la domina.... E forse innanzi alla mia tomba precoce, ammutirà il livore. —

“In altri momenti, invece, un grande abbattimento mi occupava, che poteva dirsi paura. La mia giovinezza dimandava di vivere. Perchè sacrificarmi ai pregiudizi di quel mondo crudele che mi aveva respinto da sè, che non aveva avuto che spine da darmi? La vita era l'unico bene ch'io m'avessi, e glie l'avrei offerta in olocausto? Avevo l'avvenire per me; avevo quell'ingegno che sentivo superiore; ed avrei tutto gettato in omaggio alle assurde opinioni d'una società, alla quale ricambiavo in doppia misura quel disprezzo ch'essa aveva per me? Di corpo ero più debole che tutti gli avversari miei, forse anche d'animo; ma di mente? Egli era in questo campo intellettuale che io aveva da lottare, e non nella stupida e brutale prova dell'armi.

“Per miei padrini avevo scelto due giovinotti che in tali faccende erano peritissimi. Non avevo amici, e costoro accettarono l'incarico, solamente perchè fra certa gente è usanza che simile uffizio non si rifiuti mai.

“Era di tarda sera, ed io stava nella mia stanzuccia solo, sprofondato in quei cotali pensamenti ed affanni, quando essi vennero a dirmi il risultamento della conferenza coi padrini dell'avversario e le determinazioni prese d'accordo.

“Erano le seguenti: ci saremmo battuti alla pistola; la distanza sarebbe stata di trenta passi, libero a ciascuno dei combattenti d'avanzarsi di dieci; si avrebbero due pistole ciascuno; ad un segno fatto potevamo camminare l'uno verso l'altro e sparare quando ci talentasse; fatti i quattro colpi senza che sangue fosse versato, potevasi ricominciare da capo. Le condizioni erano gravi, come gravi erano state le scambiateci offese. Alfredo le aveva volute tali; ed io dissi con sicuro sembiante che le mi piacevano.

— «Le conseguenze di questo scontro» dissemi poi uno dei padrini, «possono essere serissime. Ci ha ella pensato, ed ha provvisto alle cose sue?»

— «Io non ho nulla a cui provvedere,» risposi. «Sono solo sulla terra, e non lascio persona che mi pianga,»

“Venne a serrarmi la gola un singhiozzo che ebbi molta pena a soffocare.

— «Questo duello ha destato molto l'attenzione di tutta la cittadinanza,» riprese quel medesimo dei miei secondi: «e non potrà a meno di eccitare i provvedimenti della giustizia. Quando ci fosse morte d'uomo, sarebbe meglio al vincitore il fuggire. Si è Ella preparato a codesto?»

“Io vi parlo schietto, come parlerei a Dio il dì del giudizio universale. Non ho più rispetti umani, non ho più vanità personali, non ho più interesse nè desiderio d'infingermi.

“A quel cenno che uno dei due molto facilmente sarebbe rimasto sul campo, mi sentii raccapricciare. Volli fare un sorriso d'indifferenza o di rassegnazione, e sono certo che non riuscii che ad una smorfia affettata.

— «Non penso» diss'io «che a me toccherà lasciar il paese per questa cagione. Se uno dei due avrà da tornar cadavere, ho il presentimento che quello non sarà il mio avversario.»

— «L'esito di questa sorta di cose è sempre nelle mani del caso:» disse quell'altro: «e forse non avevano affatto torto gli antichi che chiamavano il duello giudizio di Dio!.... Non le nascondo che Alfredo è buon tiratore; ma quante volte si è visto in simili scontri avere il di sopra i più inesperti! Non bisogna andare sul terrenocolla paura; questo è il più essenziale. Stia dunque di buon animo, e ci aspetti qui domattina, che all'ora convenuta verremo a prenderla.»

“Quindi s'avviarono. Io li accompagnai sino al pianerottolo, a rischiarare loro il cammino. La fiamma della mia lucernetta oscillava troppo più che non avrei voluto. Quando furono giunti alla scala, tesi loro la mano, augurando la buona notte. Quegli che aveva parlato, e che pareva aver posto maggiore interesse nella faccenda, sentì tremar nella sua la mia destra; tornò indietro alcuni passi, e stringendomi forte la mano che non aveva abbandonata e parlandomi sommesso, mi disse:

— «Coraggio! che diamine!.... Un uomo come lei, ha da mancare di risoluzione?»

“Fu punto in me l'amor proprio, e riagì subitamente:

— «No;» risposi con ferma la voce e l'aspetto: «non dubiti. Avrò coraggio; ne ho.»

“Ma quella fu davvero una tristissima notte. Mi parve lunga e breve; l'avrei voluta eterna, e sollecitavo con impazienza le ore.... All'alba sentii finalmente giungere e fermarsi in istrada la carrozza con cui i miei padrini venivano a prendermi. Mi guardai allo specchio. Ero pallido molto, cogli occhi infossati e le occhiaie livide; mi percossi dispettosamente le guancie, e precipitoso scesi le scale.

— «Ha ella dormito?» mi chiese quello dei due che mi aveva incoraggiato la sera innanzi.

“La vanità mi diede l'audacia di mentire.

— «Sì;» risposi: «parecchie ore.» — Non so s'egli mi credesse, ma lo finse.

— «Meglio:» esclamò, facendomi salire nella carrozza.

“Questa partì di buon trotto e presto fummo fuori della città. Cammin facendo i padrini venivano dandomi consigli e istruzioni sul come dovevo contenermi; annuivo alle loro parole, ma non potevo ben comprendere quel che dicevano: la testa mi suonava così che parevami udir continuo un rumor cupo di voci lontane: non avevo del tutto la coscienza di me medesimo e de' fatti miei; mi pareva che quello fosse un sogno, che si trattasse di un altro, che io mi trovassi lì soltanto per assistere spettatore indifferente ad una tragedia che non mi riguardasse. Poi a un tratto saltava fuori, in mezzo alla confusione della mia mente, questa tremenda interrogazione: — Fra un'ora sarò io vivo?”


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