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Mentr'essa era più assorta nella contemplazionedi quel capo d'arte, agghiacciò tutta, la curiosa fanciulla, nel sentir ad un punto aprire in fretta l'uscio dello studio che dava nel cortile. Di certo era Guido che rientrava. Dalla scala a chiocciola che conduceva al quartiere, Maria era troppo lontana per potervi correre senza essere veduta....
L'uscio era lì lì per girare sui cardini e dar passo a chi veniva. Piuttosto che essere colta in quel luogo, ella avrebbe dato non so che. Non sapeva cosa fare. Corse al paravento ed ebbe appunto tempo di mettervisi dietro, palpitante, che Guido entrava accompagnato da un suo collega.
Mentre Guido richiudeva l'uscio d'ingresso, il compagno s'inoltrava nello studio e i suoi occhi cadevano di subito sulla creta in cui era modellata l'immagine di Maria.
“Ah!” esclamò, “finalmente ho la ventura di contemplare il tuo misterioso lavoro.”
Ma non aveva ancora finito, che Guido, volgendosi e vedendo scoperta la statua, aveva mandato un'esclamazione di stupore e di dispetto, s'era slanciato sul panno che era in terra, poi salito di balzo sullo sgabello, in meno che non si dice, aveva ricoperta così bene l'opera sua che non si poteva più scorger nulla.
“Per Dio! Vorrei un po' sapere chi è stato qui mentr'ero fuori ed ha avuto l'audacia di levar via questo panno.”
E l'amico un poco punto da questo procedere di Guido:
“Sai che ti si può chiamare un originale senza farti torto:” diceva. “Tu tieni nascosto quel tuo lavoro più che non farebbe un Turco geloso della donna dell'amor suo.”
“Il paragone è più giusto di quel che credi:” si lasciò scappar detto Guido.
“Buono!” soggiunse ridendo quell'altro. “È dunque la statua della tua bella? Ora capisco!... Si dice che non hai voluto nemmeno unamodellaperchè occhio profano non la mirasse.”
“È vero.”
“Cospetto! c'è qualche cosa dei tempi antichi in codesto: un profumo di medio evo. Tu mi sembri un artista del quattrocento degno di figurare in un romanzo.”
“Io faccio quel che mi piace:” disse Guido seccamente, come chi desidera che il discorso si tronchi.
“Fa' un'eccezione per me; lasciami vedere questa che a me parve una bellissima cosa, e ti giuro che non ne fiaterò con anima viva.”
E fece un passo verso la statua, come per volerne alzare la tela.
Guido se gli pose risoluto dinanzi.
“No,” disse. “Per nessuna cosa al mondo consentirò che altr'occhio veda i tratti di questa mia opera prediletta. Guarda! Piuttosto, se non potessi altrimenti difenderla, la infrangerei, te lo giuro!”
“Come Rolla nel drammaUn capolavoro sconosciuto;” disse l'amico ridendo.
Ma Guido lo guardò in un certo modo da non incoraggiare la sua ilarità.
“Senti!” disse in tono burbero e secco, “tu sei venuto per prenderti que' certi disegni.”
Aprì una larga cartella e li trasse fuori.
“Eccoli qui; pigliali e Dio t'accompagni.”
“Diavolo! Tu mi metti alla porta in un modo punto gentile.”
E Guido, con voce e tono più miti e benevoli:
“Lasciami, te ne prego: ho bisogno di lavorare, e più d'esser solo.... Compatiscimi. Io, vedi, sono in una strana fase della mia vita. Non mi riconosco più io stesso. Ah! tu non sai che cosa sia un vero amore alla nostra età, per un'anima d'artista!”
E come vide che quell'altro voleva parlare, soggiunse vivacemente:
“Ah! non domandarmi nulla, non dir nulla. Soffro, e m'arrabbio;... e m'è caro soffrire. Giudicami pure un pazzo: lo sono; ma abbi tu buonsenno e la generosità di non darmi nè consigli, nè conforti, nè di farmi interrogazioni a cui non risponderò.... Addio.”
Quell'altro uscì stringendosi nelle spalle, dopo avere stretta la mano all'amico con pietosa sollecitudine.
Quando Guido si credette solo, serrò a chiave l'uscio dietro l'amico partitosi, andò lentamente alla statua, e la scoprì con un certo rispetto. Poi le si pose dinanzi e stette a contemplarla, rapito, con tanta passione nello sguardo che era una tenerezza il vederlo.
Durante il colloquio dei due artisti, il cuore di Maria aveva con profonda emozione palpitato. Diverse e le più nuove sensazioni si contendevano il suo animo. Temeva d'essere scoperta colà ad ogni momento. Che avrebbe detto, che avrebbe fatto, se mai la trovassero lì appiattata? Dio che vergogna! Quale confusione!
Frattanto le parole di Guido, che rivelavano tanto amore, la conturbavano tutta e con una soddisfazione, di cui non avrebbe immaginata l'uguale mai. Trovò lento a partirsi quell'importuno che era venuto con Guido; e poi, quando colui fu uscito, ed ella si seppe sola con lo scultore, una specie di paura, un malessere la invase, che le fece desiderare qualcheduno sopraggiungesse. A questa inquietudine, della quale non sapeva, nè cercava puredi darsi una ragione, ella attribuì il rapido battito del suo cuore, fattosi così forte che fu costretta a porvi su una mano, come per frenarlo. Mai non aveva provate così acute emozioni; se ne stupiva, e un intimo senso, di cui non era padrona, glie le faceva trovare, nella loro violenza, dolcissime.
“Ah! ancor io ho un cuore!” si disse ad un punto premendosi più forte il petto con ambe le mani.
A traverso una commettitura del paravento, ella poteva scorgere per intiero quello che succedesse nello studio, e l'occhio suo, più vivido e animato dell'ordinario, vi lanciava uno sguardo di cupida curiosità.
Guido, le mani giunte, stava in muta adorazione innanzi al simulacro di lei. Le chiome scure, gettate all'indietro, lasciavano scorgere in tutta la sua bellezza, la vasta e intelligente di lui fronte. Gli sguardi lampeggiavano; le labbra semichiuse in una specie di sorriso, che avreste detto estatico, lasciavano passare grave quasi affannoso il respiro. Nella sua figura, nel suo aspetto, nel suo contegno, egli aveva forza insieme e grazia, l'imponenza della virilità congiunta a tutta la tenerezza della passione.
Maria lo mirava con involontario, inavvertito commovimento. Il Guido di quell'istante, essa non lo aveva visto mai. Le pareva una rivelazione.
Lo scultore sollevò le mani ancora serrate verso la statua, come si fa da un devoto, pregando, e parlò con voce sì dolce, che la fanciulla nascosta se la sentì penetrare nel cuore.
“Che occhio umano t'abbia da vedere fuori che il mio, o diletta, no, no, non lo voglio. Tu sei mia — e solamente mia, tu creta da me plasmata sull'immagine di quell'angelo adorato, — tu mi appartieni, e ti possiedo senza contrasto, ignoratamente, e tutta!... Neppur essa mi ti può togliere; neppure la sua ostile freddezza può contenderti a me. Io t'ho formata, più che colle mani, coll'anima mia; tu sei la visione della mia fantasia fatta realtà; tu sei la parte migliore del mio cuore estrinsecata.... T'amo sai, t'amo; e a te lo posso dire, e in te non vi ha come in lei cipiglio severo che mi gela sul labbro le parole, e innanzi a te ho coraggio di tutta effondere la passione che m'arde.”
Salì sullo sgabello e vi si acconciò mezzo inginocchiato, mezzo seduto innanzi alla statua.
“Oh sorridimi, diletta mia!... Oh guardami Maria!... Abbi tu almeno pietà di me.... Non sai? Ella è più insensibile del marmo in cui vo' tradurre le tue sembianze, ella ha sotto le sue carni meno cuore di quello che abbia tu nel tuo corpo di creta; ella che nulla vide mai del mio turbamento al suo cospetto, che nulla sentì mai di questa febbred'amore che m'arde per lei!... Sorridimi, sorridimi.... Ah no! non è questo ancora il sorriso che ti vidi ne' miei sogni.”
Si drizzò di scatto e fu per portar la mano sul volto della statua; ma si trattenne.
“No, no.... ch'io più non ti tocchi.... Non può più oltre l'arte mia.... e desiderio d'uomo, per quanto intenso, non può compire miracoli.”
Scese dallo sgabello e si pose a passeggiare per la stanza, la fronte china. A Maria s'accrebbe l'ansia. Dopo un istante, Guido tornò a fermarsi innanzi alla statua.
“E dire che a lei non oserò mai parlare come parlo a te! ch'ella ignorerà forse per sempre ciò che accade in quest'anima!... Se lo sapesse, s'io le svelassi la mia fiamma, chi sa ch'ella non avesse da esserne commossa! Se le dicessi come tutto l'esser mio anela verso di lei; come e dì e notte, e veglie e sonno, e cuore e cervello, e pensiero e sensi, tutto in me è pieno di lei, della sua immagine, d'uno spasimante desiderio, d'un incessante delirio per essa! Come ogni suo atto è per me una seduzione, come il vederla è una necessità della mia vita, come degl'impeti di passione m'assalgono nel contemplarne la bellezza da gettarmi in terra a baciar l'orma dei piedi suoi!...
“Oh destare quell'anima assopita in tanta avvenenza di forme, suscitarne la potenza d'amore,farla palpitare sotto il mio amplesso e fruirne i primi, i celesti, i casti trasporti, e fare sbocciare dalla fanciulla la donna, fare scoppiare dalla superba indifferenza il palpito espansivo, il voluttuoso abbandono dell'amore! Sarebbe il paradiso sulla terra. Darei per possederlo il mio sangue, tutta la vita che mi rimane....
“Tu non sospetti nemmeno, o Maria, che cuor d'uomo possa accogliere e sopportare tali tremendi spasimi, che sono inesplicabili e potenti come la morte, che sono un nulla e che contengono l'universo. T'amo con tutta la potenza dell'anima. T'amo, come non ho amato mai, neppure il tanto seducente fantasma della gloria. Per me, e gloria e felicità e amore e tutto si comprende in un tuo sorriso.... T'amo, e tu sei più insensibile che questa fredda creta, e tu frapponi fra il mio cuore e il tuo una barriera di ghiaccio.... Oh quanto mi fai soffrire, tu non lo sai!”
Cadde in ginocchio innanzi all'opera sua, e un singhiozzo gli ruppe dal petto.
“E non ho speranza! Quella tua indifferente venustà mi sembra sì alta, sì olimpica, che mai, mai non potrò giungere sino ad essa.... Questo sorriso ch'io t'ho dato e che qui, solitario, vagheggio è una menzogna con cui m'illudo, lo so bene: tu, Maria, mai non mi amerai, come mai non potrà intendere le mie parole e sentire la mia passionequesta grossolana materia in cui ho informato la tua immagine.... Ah! s'io fossi Prometeo e potessi rapire al fuoco del cielo una scintilla, onde animare, non fosse che per un istante, quest'opera mia! Potess'io coll'intensità del mio desiderio compire il miracolo di Pigmalione e dar vita un'ora soltanto alla mia Galatea.... un'ora d'amore, di delirio, e poi morire!”
Si strinse con ambe le mani la testa, come chi sente la ragione sfuggirgli, e chinò il volto a terra tutto disfatto, e piangendo inconsciamente silenziose lagrime.
A un tratto udì vicino a sè un fruscio di vesti, un passo leggero, un lieve respiro affannoso. Il sangue gli si rimescolò, e in sussulto egli levò il capo e drizzò la persona. Il suo desiderio si era effettuato; il miracolo agognato si era compiuto. In Galatea era entrata l'anima: innanzi a lui stava Maria, la sua statua in carne viva, arrossita, sorridente, le labbra tremanti, una divina fiamma d'amore negli occhi.
Guido mandò un'esclamazione dal profondo dell'anima in un commovimento che non si può spiegare a parole; e senza aver forza di far pure un atto, rimase lì, tremando, a contemplare conocchi innamorati quell'apparizione, come si contemplano da un ascetico le celesti visioni che abbellano i suoi mistici delirii.
Maria, animata da una nuova vita che splendeva ne' suoi sguardi, nel suo sorriso, nel rossore delle sue guance, come fiamma accesa entro purissimo alabastro, scossa pur finalmente dal tocco di quella scintilla che lo scultore aveva con tanta intensità di desiderio invocata dal cielo, mossa da una nuova, incognita forza che le padroneggiava e spirito e volontà e cuore; Maria s'accostò all'amante tutto rapito, e con carissimo abbandono curvatasi su di lui, inginocchiato come stava tuttavia, depose un lieve bacio sull'ampia fronte che ardeva.
Per lui fu come se a quel punto gli si spalancassero le porte del paradiso. Sentì una dolcezza ineffabile scorrergli per tutte le vene e far capo con acuto diletto al cuore, una nebbia gli passò innanzi agli occhi; gli parve che sotto quella suprema delizia il suo essere avesse a disfarsi ed egli fosse per dolcissimamente morire.
“Maria! Maria!” balbettò con voce soffocata, senza poter aggiunger altro.
E la fanciulla che in quel nuovissimo tumulto dell'anima non riconosceva più sè stessa e quasi era inconscia de' fatti suoi e parlava ed agiva come sotto un influsso superiore a cui non potesse resistere; la fanciulla, ripetendo quel baciosoave, pronunziava con voce sommessa, che carezzava le orecchie di Guido come una dolce melodia portata sull'ali d'una tepente aura d'aprile:
“T'amo, Guido, sì t'amo, ancor io!”
Per un istante l'artista non credette a sè stesso; dal suo petto ansante, dalle sue labbra tremule non potè uscire che un grido, ma un supremo grido di gioia; poscia, inginocchiato com'era, afferrò le mani della fanciulla e con un fremito d'emozione ineffabile, disse:
“Tu mi ami! Oh ripetimi questa magica parola che mi cambia in un paradiso la miseria della vita! Io ti amo, Maria, sconfinatamente, santamente, eternamente! come non ho amato mai, come non ho creduto mai neppure che uomo potesse amare sulla terra....
“Quante volte ho desiderato gettarmi così, come ora sono, ai piedi tuoi, a quei leggiadri tuoi piedi che sì lievemente ti fanno sorvolar sulla terra, e dirti che t'amo e morire! Quante volte ho sospirato su queste tue esili bianche manine appoggiare un istante il mio volto, premere le mie labbra e lasciar sovr'esse l'ultimo soffio coll'ultimo bacio!... Amami, o Maria. La felicità è un corrisposto amore. Oh dimmelo ancora che tu mi ami! Questa tua parola ha traversato la mia esistenza come un lampo illuminandomi un Eden vagheggiato: deh! non fare che come un balenopure passi e si dilegui! Ho bisogno di sentirla ancora.... e sempre!... Non si può credere così facilmente a tanta ventura. O cielo! Ma è ella probabile! Ed è per me, proprio per me? Per questo cuore che qui palpita? Dimmelo, dimmelo ancora.... Io l'ho meritata questa gioia dopo tutto quel che ho sofferto; io ben lo merito per l'immenso amore che ti porto.”
“Guido!” mormorò dolcemente Maria, ma con infinita tenerezza nell'accento.
Ed egli viepiù accalorato da quella voce:
“Nessuno t'amerà mai, nessuno ti può amare come io ti amo. Senti questo palpito irrefrenabile che mi rompe il petto; lì c'è la passione di tutta la vita d'un uomo.”
E drizzatosi della persona, si levava verso di lei, spasimando, anelando, spirando voluttà ed amore dagli occhi. La fanciulla affascinata, commossa a quell'ardenza che tutta la investiva, a quel palpito di cuore che sentiva corrispondere al suo, a quel suo palpito che mai non aveva ancora provato prima; la fanciulla si chinava da parte sua verso quel capo di sì potente bellezza, raggiante essa pure nel volto di desiderio e di passione.
Ma ad un tratto ella si riscosse, mandò un grido, respinse l'amante, si sciolse dalle braccia di lui che l'avevano avvinta. Egli vide a due passi da sè, quale aveva tentato riprodurla coll'operadella sua mano, la vergine leggiadra, la luce dell'intelligenza e dell'affetto nello sguardo, dritta in nobil mossa, cinta di virtuosa dignità, pallida pallida e colle labbra scolorite che le tremavano.
Le si rivolse colle mani giunte:
“Maria!...”
“Non più!” diss'ella con voce tutta ancora commossa. “Non più una parola, ti prego.”
Egli sorse e volle avvicinarsele.
“Lasciami,” gridò ella vivamente, “lasciami, ho bisogno d'esser sola.”
E ratta sparì dietro la tenda che pendeva dall'uscio dove faceva capo la scala del quartiere superiore.
Guido rimase là piantato a guardar quella tenda che era ricaduta dietro i passi di Maria, come chi guarda il luogo per cui è sparita una carissima visione, quasi credendo d'aver sognato.
Maria corse a rinchiudersi nella sua cameretta.
Maria si sentiva come sbalordita e non vedeva nulla intorno a sè; il cuore le batteva, le batteva; la fronte le abbruciava: non riconosceva più sè stessa.
Andò alla finestra con moto macchinale e l'aprì per cercare nell'aria di fuori un refrigerio all'ardore della sua faccia. Correvano i primi giornidella primavera. La brezza era di quelle che ti appaion fresche alla prima impressione, ma pure hanno in sè un tepore, il quale, quasi latente, s'insinua nelle nostre vene e fa scorrere il sangue più rapido e lo spinge con tumulto al cervello e al cuore; quell'auretta di aprile che suscita la vita nelle piante, i canti amorosi negli augelli, il rinnuovamento in tutta la natura.
Maria la sentì intorno alle sue tempie, codesta auretta, e un lieve gradito brivido la invase. Essa le ricordava l'anelito appassionato di Guido che erale passato sulla fronte.
Innanzi aveva la casa in cui abitava quel giovane che l'aveva chiesta in isposa e che era partito disperato pel rifiuto di lei. Perchè la vista di quell'infelice non le aveva nulla destato nel cuore? Egli aveva pure amorosi e supplichevoli e adoratori gli sguardi! Mostrava pure il suo aspetto quanto sentisse e quanto soffrisse per essa! E perchè non ne aveva ella provato che assai sterile compassione? Quel giovane avrebbe saputo, avrebbe potuto dirle quelle calde parole, con quell'irresistibile accento che l'avevano vinta in bocca di Guido? Oh no, certo! Niuno al mondo le sembrava potesse parlare come Guido le aveva parlato poc'anzi.... Ed ecco penetrare nel suo pensiero con cara violenza l'immagine dello scultore tutto fuoco nello sguardo, tutto passione nell'accento.
Ella strinse le mani, e con involontario prorompere esclamò:
“Com'era bello!”
Poi subito arrossì e si vergognò di sè medesima e un altro pensiero le occupò la mente.
“Oh amare e non essere amati: dev'essere un gran tormento!”
E il suo sguardo ricadde più pietoso sulle finestre chiuse dell'appartamento di prospetto.
Successe allora una confusione nel suo cervello, dal quale parve fuggisse ogni pensiero; sembrò che l'intorpidimento di prima volesse riprendere possesso dell'anima e dell'intelligenza di lei.
Nella strada andava, veniva, si agitava la folla dei passeggeri. Poco lontano, dalla parte opposta della strada, era un giardino al di sopra del cui muro sorgevano le cime degli alberi nelle quali cominciava a sorridere il gaio verzigno di qualche fronda. Su quei rami scossi dalla brezza d'aprile, saltellavano, si rincorrevano, cinguettavano, esultavano lieti della vita e dell'ora del tempo in un allegro pispiglio, i passeri linguacciuti e petulanti. Da quel giardino, commisto a quel tepore primaverile dell'auretta, veniva sino alla fronte, alle guancie, alle nari, alle labbra di Maria il profumo dell'erbe e dei fiori novelli. Il cinguettío degli uccelletti, il ronzío della folla nella strada, il fruscío dell'aura negli alberi, tutto s'univa con un'armoniasegreta e indefinibile che la fanciulla non comprendeva, ma assorbiva, per così dire, con inesplicabile voglia e desio.
A un punto giunse alle orecchie di lei la voce fresca d'una donna che cantava un'affettuosa canzone. Maria sollevò il capo a guardare in alto donde scendevano le allegre note.
Era ad una finestra del quarto piano. Una giovinetta, forse dell'età medesima di Maria, vi stava lavorando. L'atteggiamento n'era graziosissimo ed avvenente. Sul volto, chinato al lavoro, vedevasi la floridezza della salute e della gioventù e l'ilarità d'un cuor contento. La canzone ch'ella veniva cantando era d'amore.
A un tratto la cantatrice s'interruppe mandando un piccol grido e volgendo bruscamente la testa verso l'interno della stanza, come se qualcheduno vi fosse entrato allor allora. Un vivo rossore si diffuse sulle sue guancie e il lavoro le cadde di mano. Tosto comparì alla finestra accanto a lei la maschia figura d'un giovane operaio. Si pigliarono le mani e se le strinsero: si guardavano come se intorno a loro non esistesse il mondo; si sorridevano, si parlavano vivamente a voce sommessa.
Maria era tutta turbata. Levò lo sguardo al cielo; le parve più bello che mai l'azzurro del sereno; il sole che splendeva allegramente letornò come un sorriso di felicità dell'intera natura: tutto il mondo le apparve sotto un nuovo aspetto.
“Sono amata!” mormorò con infinita dolcezza, quasi compiacendosi della dilettosa armonia che sentiva riposta in queste parole. “Sono amata!”
Le venne in mente d'improvviso tutto il suo passato.
Si vide bambina ancora al villaggio natìo; vide la figura della nonna che la guardava con occhio amoroso; vide le coste erbose della sua montagna, dove godeva sdraiarsi all'ombra delle roccie muscose, mentre intorno le pascolavano le capre. Si ricordò delle ore che passava colà immobile, guardando l'acqua del torrente che scorreva, ascoltando la gran voce della natura, cui non capiva.
Era meditazione, era pensiero quel suo allora? No; era un sopore, era un intorpidimento. Ora ella era bene la medesima di quel tempo, ma pure quanto diversa!...
Più tardi, per le amorevoli cure della buona cugina, erasi desto dapprima il suo intelletto; aveva capito ed appreso; ma il cuore aveva continuato a sonnecchiare; fino a quel dì non aveva pur sentito, fuorchè leggermente, il bisogno d'una nuova vita, non aveva creduto mai, nè pur pensato, che potrebbe amare.
E tanto più amar Guido!
Ella si ricordò la prima impressione che in lei aveva fatto quel gran cugino sconosciuto, che le era capitato al villaggio in una giornata così infausta della sua vita. La ne aveva avuto paura dapprima, poi per lungo tempo soggezione. Rammentò quella specie di disdegno che Guido aveva provato in seguito per essa, quando s'era stancato nell'opera di istruirla; e si ricordò come, anche allora, essa ne avesse sentito vergogna e dispetto, che aveva accuratamente nascosti. Le tornavano in mente quegli istanti in cui, per un impulso segreto che non aveva mai cercato di spiegarsi, sin da giovanissima ella rimaneva sovraccolta ad ammirare la bellezza e l'espressione dei lineamenti di Anna, e nel mirarli provava un'intima dolcezza, e si disse ciò che non si era detto mai: chè quella era pure la bellezza di Guido, tanta era la rassomiglianza fra madre e figliuolo! Poscia riandava l'epoca in cui Guido era partito, e tutti le tornavano a mente, parola per parola, i colloqui in cui Anna aveva esaltato il suo figliuolo con tanto calore, e si stupiva, come ora, non avendoci pensato più, pure le ritornassero così presenti alla memoria.
Guido poscia era ritornato. Ella rammentò la meraviglia e l'ammirazione con cui egli l'aveva rivista, e sorrise a quel sovvenire. Le tornaronoalla mente tutte le occasioni per cui tratto tratto s'era venuto manifestando il nascosto amore di Guido, e s'accorse che senza volerlo li aveva notati e raccolti; a un punto esclamò, attonita, commossa, quasi lieta e atterrita ad un tempo:
“Ma, mio Dio! io l'ho sempre dunque amato, senza volerlo, senza saperlo?... L'amore per lui era in me nascosto, inavvertito, e ora la sua parola fu la scintilla che lo ha suscitato.... Oh sì l'amo e ne sono amata.... Saremo felici.”
Cadde seduta, le mani, colle dita intrecciate, abbandonate sulle ginocchia, un sorriso di beatitudine sulle labbra, lo sguardo fiso innanzi a sè, come a contemplare una visione celeste. Innanzi alla sua fantasia, difatti, si svolgeva intessuta di seta, trapunta delle più splendide gemme, ricamata d'oro dall'amore, la tela del loro avvenire.
Guido, da parte sua, era rimasto là in mezzo al suo studio, dritto, smemorato, guardando la porta per cui erasi partita Maria, non potendo credere a sè stesso, domandandosi se quello era un sogno, temendo esser vittima d'una troppo gradita illusione.
“Ella era qui” esclamava, “era qui Maria! E io sentii il suo cuore battere sul mio, il suo alito sulle mie guancie, e la sua voce dirmi che mi ama... O cielo! è possibile?”
Passò anch'egli un'ora di dolci e sublimi meditazioni d'amore, poscia salì palpitando la scala a chiocciola, ansioso, determinato di trovar Maria a ogni patto. Aveva assoluto bisogno di rivederla aveva bisogno che essa gli riconfermasse la felicità fattagli apparire.
Maria lo udì avvicinarsi e gli mosse incontro serena, un po' pallida per l'emozione, sorridente come la statua da lui plasmata. Porse con atto solenne la destra allo scultore e gli disse con grave accento:
“Avevo mestieri di raccogliermi e di pensare. Non ad un subito turbamento e ad un improvviso delirio volevo dovere il nostro destino, ma alla convinzione d'un vero affetto. Ora sono tua per sempre. Vieni, andiamo a gettarci ai piedi di tua madre.”
Anna li vide entrare nella sua stanza, tenendosi per mano, come due sposi che camminano verso l'altare.
Quando tutto le ebbero narrato, la madre di Guido allargò le braccia e ambedue li strinse al cuore con affetto veramente materno.
Guido ha ridotta in marmo la statua di Maria ma l'ha rivestita d'un lungo paludamento. Ora questa stupenda opera dell'amore, nella sua marmorea bellezza, sta, come un idolo nel santuario,nello studio dell'artista, e quando alcuno meravigliato a tanta venustà, ne interroga lo scultore; egli risponde con un caro orgoglio:
— Questa è la statua della donna che amo..... la quale ora è mia moglie. —
Fine.
NOTE:1.Amatore de' cani.
1.Amatore de' cani.
1.Amatore de' cani.
INDICE.Al LettorePag. vIl cane del cieco1Un genio sconosciuto69Galatea185
Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.