Sotto alle sue strette feroci la bimba vagì rabbiosamente. Erano due mesi che Ugo e Imilda dalle labbra di lei aspettavano con ansia d'amore quei primi suoni balbettati con cui s'invoca la mamma. In quel momento, amorosissima tra i goccioloni di pianto che venivano giù per le guance a pozzettine, la boccuccia farfogliò:—Mem…. mme….
Che minuto di paradiso per un padre! per uno sposo!—Bonello! Bonello! vieni e uccidila sotto i miei occhi, e uccidi me!—supplicava il cavaliero, più che pazzo, andando incontro a un invisibile supplizio, e, più che indemoniato, retrocedendo, fuggendo, tentando divincolarsi disperatamente e ruggendo contro i lividi dirupi e per le selve desolate:—Imilda! Imilda!—e più supplicava:—Venite! O Bonello! o Dio! o il dimenio!.. Datemi la mia donna!—e dieci volte lasciò la bimba sugli scheggioni, e, come uno spettro, piombò di spaccatura in spaccatura al torrente, ma invano, sdrucciolando sui fianchi gelati dei massi e cadendo a precipizio: e di là dalle profondità sorde e strepitanti, violastro, insanguinato, inzuppato, s'inerpicava con ogni tormento a ricercare la bimba…. Non glie l'avevano rubata? Sì o no?.. E perdendo le tracce della suavia crucisnell'inestricabile labirinto degli orridi ciglioni gemeva come una lupa trafitta lungi dal covo, e s'aunghiava, s'inerpicava, s'inerpicava, e giù avventavasi ancora….
Intorno c'era il deserto. Stette per più di un'ora avvinghiato a un arbusto a spini, tormentando i piedi nel fondo scheggioso di un'acqua ghiacciata, sporgendo il capo da una caverna nerissima su un abisso senza misura e senza colore, e speculò giù la valle, le valli, implorando da quell'ultimo lembo di cielo che vedeva all'orizzonte, e diceva il cielo della sua patria, implorando il Dio tristissimo del suo castello e la ferocia de' suoi nemici vivi…. Nessuno veniva, nè Adalberto, nè Oberto, nè Baldo, nè i vili prezzolati!
Tornò su alla bimba. Intorno c'era il deserto. In quel cielo caliginoso sentiva il vuoto e non osava guardare: dalla immensa natura gli si stringeva intorno formidabile il regno del silenzio e della morte…. Nessuno veniva. Chi doveva accorgersi di lui? Chi poteva ascoltarlo da una vetta eccelsa? Ugo impugnò la scure, e volle simulare il fragore della bufera, spaccando i massi, a trarne scintille di sotto il ghiaccio, a farne volare le scheggie agli abissi e al cielo, spaccando, indiavolando, ululando, rotolandosi e piangendo….—Ho squarciato l'uscio della cappella! Così sono entrato in paradiso! Così mi spalancassi il baratro!
Infine Ugo sghignazzò con un subito pensiero:—Ah! vedrò se i morti, almanco i morti sono ancora in ispirito, e se hanno pietà, quanto strazio essi ebbero dai vivi!—strinse la bimba, stette un pezzo ancora aspettando dalla valle e dalle cime, poi d'improvviso scagliò lungi la scure e il fardello, e s'inerpicò sulla montagna…. Per dove?
Ugo camminò, e camminò, e camminò….
Al morire del giorno egli vagolava in mezzo alle nevi crepitanti sotto i suoi passi incalzati, senza più sentiero, insanguinato e fradicio le mille volte, lui e la bimba: a tratto gittandosi carpone, a tratto balzando sulle rocce…. Ove c'era una vallicella, la appariva squarciata e striata da una grande ruina di macigni rotolati: le boscaglie divelte, il terreno sommosso, trascinato, franato: non un filo d'erba: qua e là enormi solchi, nuovi torrenti deviati, fra gli scheggioni e le zolle ferrigne. Nell'aria rombava sempre come il fragore d'un diluvio, la nebbia a strappi turbinava sui picchi, il cielo sembrava quello che i dannati debbono vedere dallo inferno. Calava la sera. Ugo giungeva ove quella valle castigata s'addentrava in una piegatura rocciosa del monte. Vide quelle mostruose tracce di distruzione, respirò quell'aria, odorò quelle brume, e ritto, stupendo, supplicatore e sfidatore, prese la bambina sotto le ascelle, alzò le braccia quanto potè, come chi faccia offerta a un grande altare…. Era venuto a luogo di salvamento, oh sì! Intese dov'era.—Udite!—quasi cantò, sinistramente, come l'araldo di una sfida a quel deserto portentoso:—Udite, udite il giullare che si chiamò Ugo conte di Lanciasalda!… Laggiù alla valle il torrente mette nel Chiusone, oltre ancora il Chiusone nel Pelice, oltre ancora il Pelice nel Po. Verrai al Po nativo, o Imilda! Oh non scendi cullata tra le foglie di rose! Non attorci le bionde trecce ai fiori tremolanti alla superficie delle acque, nè sveli le bellissime membra addormite di voluttà, come una dolce suicida!—e ai vagiti della bimba, aspro come una tromba di guerra:—Chi vedendoti, o Imilda, dica: "Questa è sventura" ascolti una voce d'uragano, così: "L'odio dell'uomo prepara ben altre vendette che quelle del destino!" Chi, vedendoti, si faccia segno di croce, preghi per sè e per i suoi, non per te…! Verrai al Po nativo, o Imilda! Un giorno anch'io scenderò per quelle valli e il boscaiuolo Silverio sarà ridiventato Ugo il cavaliero! Ugo il cavaliero!—e squassò la testa, e si chinò al destino che gli sghignazzava dalle punte dell'Assietta.
Tacque, poi, come aspettando una risposta, più alzò la bimba, gridando:—O Guidinga, rotola la valanga per me! Come un giorno dallo scalone hai rotolato il tuo corpo per te!
E camminò ancora, ancora:—O Guidinga, guardate per cui vi chiamo! Una bambina che stride!
Ancora:—Omadonna perduta, ho gli sproni d'oro!
Al passo dell'Assietta, erto, lugubre di vastissimo silenzio, desolato da un cielo implacabile, irto di spettrali pinete, Ugo aspettò la morte. Neve, deserto, immobilità: tanto ascoltano i vivi, come i trapassati.
Ugo, gettatosi sul terreno, sdrucciolando sui ghiacci, senza più pregare, si strinse furiosamente la bimba: strisciò: venne innanzi a battere allo spiraglio di un gran masso spaccato e guardò giù per quella balestriera…. Al di là vide l'altro versante del monte: giù le capanne mostravano i tettucci di pietra allineati sul ciglio di un torrentello: giù un paese, giù la valle con in fondo incertissimamente due macchie di borgate sulla striscia fumosa di un fiume. Il paese era Meana: e le borgate Susa e Bussoleno.
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Ugo stette senza più coscienza, percosso e rannicchiato contro il macigno. Si svegliò e gemette: scosse la bimba: era morta? Ugo giacque ancora, e sognò la ghiacciata requie dell'avello, sognò il regno pallido dei morti, e vide come un grande cimitero coperto da un unico lenzuolo funerario. Solo il cuore gli dava tormento: e si diceva:—Ecco i vermi lo forano: i vermi? Questi che martellano così sono avoltoi di rapina!—Sentiva un che di tepido sul volto; al petto si stringeva qualcosa, e andava susurrando:—I morti almeno credono all'angiolo della resurrezione! Ecco che coll'ala mi scalda la fronte! Ma com'è penetrato nell'avello? Qui sono allacurte, con mio padre…. Lui si sfa, ma è tutto freddo e orrendo…. Che cos'ho al petto?… La mia fascia dell'armi?… Vorrei sapere che sarà scritto su questa pietra…. Pietra? Ma io non giaccio sotto! io sono portato dall'acque di un fiume che va alla valle, al mare. Chi mi scalda? Sono quelle ciocche di capegli di donna che ho tanto baciate!…—Infine provò un freddo solo: sparvero le visioni: e fu come sepolto….
Ugo si svegliò. Egli aveva ficcato la persona nella spaccatura della rupe: nel togliersi di là, ancora guardò giù e alla prima luna, che splendeva bugiarda di lontano, vide proprio Susa e Bussoleno….
Ma che? Santa Maria! lungo la Dora strisciavano sì e no nel vapore denso e radente certi e certi fuochi…. Di sopra al suo capo il cielo era sempre livido e brumoso e freddissimo.
—Se là ci fosse guerra!—ringhiò Ugo, e si rizzò, scosse la bimba, con grand'ansia e con grande tormento vide ch'ella era viva: allora prese a discendere dal colle dell'Assietta verso quella valle.
Cammina, e cammina…. Aveva fame. Se egli avesse avuto quello sparviero stecchito presentato all'omaggio! Picchia a una capanna, è deserta: a un'altra, è deserta: a un'altra, è deserta: tutte deserte. Nemmanco la provvidenza ha pietà, perchè sul monte comincia la neve a cadere a fiocca a fiocca, e s'addensa il nebbione: di lontano sparisce la luna.
Ugo si precipita giù, giù, giù….
Giunge a Meana. Là vi è una cappelletta dei poveri morti, un arcuccio soffogato in un pattume con cinque o sei crani grotteschi. Ugo, per la nessuna pietà che i morti ebbero per lui, insulta quegli avanzi, imbrattandoli coll'istessa poltiglia che loro serve di guanciale: raschia la terra e trova una mano ricisa di fresco. La mano ha le dita volte al basso, verso Susa.
—Accetto l'augurio!—dice Ugo, inconscio di ciò che lo aspetti, e si leva: svoltando dietro la cappella con troppa furia poco sta che non ischiacci la bambina: ed ecco trova raccosciati sulla roccia consacrata un uomo e una donna. Sono vivi? sono morti? Che fanno?… L'aria è buia.
—Chi siete?-domanda Ugo.
I due sobbalzano spaventati, lo guardano, poi sembrano rassicurarsi, piangendo.
—Chi siete?
E l'uomo:—Fuggite, o cristiano, se avete lena! Fuggite! Non cercate di nessuno! Noi abbiamo fallato il cammino…. e ci siamo rassegnati a morire qui!
—Come? Che vi accadde?—ridomanda Ugo, già fiutando l'odore del combattimento. Ma con chi c'era guerra? perchè? Qual rumore era giunto agli alti picchi del suo nascondiglio?
E la donna:—Ah! voi siete di quelli scampati già da ieri e non sapete! Ben faceste. O Signore!—e col massimo affanno, ripiombando e facendosi segno di croce:—Oggi Alzor è alla Dora!
—Alzor?—meraviglia spaventosamente Ugo. Ugo sapeva che da tempo il padre gli aveva detto che quel Saracino era calato di Provenza per ghermire la lontana, lontanissìma Genova: poi i casi di Ugo e il rumore della guerra contro Adalberto avevano fatto tacere nelle valli ogni altra novella d'armi. In due anni, da due o tre boscaiuoli, romiti come lui che non varcavano le loro selve, Ugo aveva udito che Casale era minacciata, e suonava un gran nome di dimonio, Alzor: ma Casale era lontano, eh! Poi più nulla. Solamente il giorno prima, quando aveva passato celeremente il Chiusone, spinto da un sogno inquieto che aveva fatto, quando aveva chiesto:—C'è forse un signore potente, il quale abbisogni di braccia per apparecchiare le travi alle macchine di guerra?—aveva saputo che Adalberto s'armava. Aveva sfuggito ogni casa, pure aveva chiesto, tormentosamente simulando, ad alcuni valligiani le novelle della sua rocca e di quella di Imilda, ma, ingozzandole amare, nulla più aveva potuto né chiedere troppo attento, né ascoltare da quei disattenti. Solo per caso udì, sul piazzaletto di una tavernaccia, un ribaldo bandire una nuova taglia di sei in sei mesi sulla testa di Ugo, per comando di Oberto, promettendo i tre mucchietti d'oro di prammatica. La gente quasi rideva. Ugo? Andatelo a prendere! Dove sarà? Solo il banditore aveva detto:—Bonello ci penserà: sa tutto: domani Bonello giura che guadagna la taglia. Ai monti!—e tant'altre cose.—Ugo era fuggito, aveva rivalicato il Chiusone, s'arrampicava alla capanna. Adalberto s'armava ancora? Contro chi? Certo contro i vassalli ancora. Ugo nulla sapeva: quindi quasi domandò a se stesso:—Alzor? il saraceno? Come? Egli già qui?
E l'uomo alla cappelletta:—Mi difesi! Ho sette ferite! All'ultimo m'ebbi mozza la mano. Venni qui a seppellirla in luogo consacrato. Laggiù in oggi ogni misfatto è permesso: è divenuta terra di saracini la nostra. Perché siete fuggito voi, ieri, al momento del supremo pericolo?
E la donna:—Fuggite nella valle del Chiusone! Fuggite, se avete un bambino, e se quello è ancora vivo tra le vostre braccia. Io fui madre!
Ugo ridomanda:—Ma come?
E l'uomo:—Che giorno d'estrema ruina! Ma il sire di Saluzzo e quello di Susa resisteranno ancora! Io sarò con essi! Donna, lasciami! Io voglio essere con essi!
E la donna:—O Signore, perchè non mi avete uccisa insieme al mio bambino?
Ugo, ancora chiedendo:—Ma come?—e non avendo risposta da quegli impazzati dal dolore, che continuavano a crederlo un fuggitivo, Ugo muove il passo innanzi, dicendo:—V'è battaglia dunque?
E l'uomo:—Alzor ci piombò con un lancio da liopardo! O Signore nostro Jesù, per la fede sacratissima del tuo vangelo, ti supplico, ti supplichiamo! Ora ti veggo, o montanaro. Sei pronto tu? Ma non hai la scure neanche tu? Su, istessamente: adopreremo scheggioni di rupi! Su! su, su, tutti alla riscossa, da Susa con messer Oberto capitano e con Adalberto!—e l'uomo si alzò, barcollando.
—Oberto? Adalberto? Ancora sono vivi? Non li straziò oggi il saracino?—imprecò terribilmente Ugo.
—La Iddio mercè, tanta sventura non è ancora avvenuta!—lamentò l'uomo, e fraintendendolo, s'accese nel furore di Ugo:—Da Susa a Saluzzo cogli altri migliori duci, Taizzone, Agobardo, Fulberto, insomma da Susa a Saluzzo si vuol resistere, per la gloria di Maria santissima! Su, su, su! Una spada!… Se non avessi mozza la destra! Se non avessi la donna che mi trascina alla viltà!
E la donna:—Non eravamo rassegnati a morire qui?
—E Oberto, Adalberto?—ridomanda Ugo potentemente.
E l'uomo:—Sapranno resistere! Oh se sapranno!…—e dopo una tremenda pausa:—Se pure un traditore non schiude al saracino i passi delle valli, girando dietro l'alpi e abbattendo ad una ad una le castella vassalle a quei valorosi!
—Ah!—geme Ugo con suono ineffabile.
L'uomo si caccia a piangere, lasciandosi andar giù sul terreno fino ad insozzarsi di mota la fronte.
Ugo fatale invidia quella posizione di massimo avvilimento, ma i suoi muscoli s'inturgidano, la persona si leva audace: egli è invaso da un tremito spaventoso e inciocca i denti pel ribrezzo della febbre.
Succede un momento di terribile ansia.
Poi Ugo, guardando giù, oltre la valle, quei fuochi di guerra, interroga cupamente:—Messere, o barone o boscaiuolo, che cercate voi?
—Io la vendetta!—esulta l'uomo e rizza la testa.
—E la vorreste?
—A qualunque costo!—ma l'uomo ricade agonizzando. Ed Ugo con spasimo satanico di gioia:—Sono straziato io più di voi! Io voglio la vendetta, a qualunque costo! Diceste che laggiù in oggi è terra di pagani ed ogni misfatto è permesso? Vi auguro di morire! Morite, qui, subito! Non ascolterete l'atrocissimo delitto!
Ugo precipita dalla montagna, e alla bambina famelica dà a suggere le proprie labbra lorde di sangue e di bava….
Alzor, nato dalla stirpe di Maometto, fremebondo di sterminata ambizione di conquista, audace per giovanissima anima e crudele e insaziato, era uscito profeticamente da' suoi deserti di sabbia e di sole, aveva predato l'Egitto, la Numidia, il regno de' Mauri, e, tragittato il mare, co' suoi tigri di soldati aveva rotti i Goti e i confratelli Arabi di Spagna. Dalla Spagna era piombato in Provenza, di Provenza, per sommo castigo di Dio, in Italia. Qui giurò nel nome di Maometto di piantare il suo seggio fatale.
Il luogo di Frassineto serba incerte e guerresche tradizioni intorno a queste orde di miscredenti. NegliAnnali d'Italiail Muratori cita all'anno DCCCXXXIII Frodoardo cronista (in Ch. T. II Rer. Franc. Du-Chesne): i Saraceni abitanti in Frassinetomeatus Alpium occupant, atque vicina quaeque depraedantur. All'anno DCCCCXL Frodoardo ancora dice che "una gran brigata d'Inglesi e Franzesi, incamminata per devozione a Roma, fu costretta a tornarsene indietro,occisis corum nonnullis a Saracenis. Nec potuti Alpes transire propter Saracenos, qui Vicum Monasterii Sancti Mauritii occupaverunt. Se qui è indicato il Monastero Agaunense di S. Maurizio ne' Vallesi, avevano dilatato ben lungi quegli Infedeli assassini di strada il loro potere". Segue ancora il Muratori, all'anno DCCCCXLI: "Circa questi tempi più che mai infierivano i Saraceni abitanti in Frassineto ai confini dell'Italia e della Provenza (Liut., lib. 5, n. 4). Studiava il Re Ugo la maniera di snidare quei crudeli masnadieri, e conoscendo di mancargli le forze per mare, giacchè in quei tempi gli Imperatori e Re d'Italia poco attendevano ad avere armate navali, prese la risoluzione d'inviare ambasciatori a Costantino e Romano Imperadori de' Greci, per pregarli di volere a lui somministrare una competente flotta di navi con fuoco greco, acciocché mentr'egli per terra andasse ad assalir quei barbari ne' loro siti alpestri, esse incendiassero i legni dei mori, ed impedissero, che non venisse loro soccorso dalla Spagna." E Frodoardo ancora, all'anno DCCCCXLII:Idem vero Rex Hugo Saracenos de Fraxinedo eorum munitione desperdere conabatur. Osserva il Muratori: "Pertanto dovrebbe appartenere all'anno presente ciò che scrive Liutprando (lib. 50, n. 5). Cioè che avendo Romano Imperadore inviato uno stuolo di navi a requisizione del Re Ugo, questi le incamminò per mare a Frassineto. L'arrivo d'esse colà, e il dare alle fiamme tutte le barche dei Saraceni che quivi si trovarono, fu quasi un punto stesso. Ugo nel medesimo tempo arrivò per terra a Frassineto colla sua armata. Pertanto non si fidando i Barbari di quella lor fortezza, l'abbandonarono e tutti si ridussero sul Monte Moro, dove il Re li assediò. Avrebbe potuto prenderli vivi, o trucidarli tutti: ma per un esecrabil tiro di politica se ne astenne. Tremava egli di paura, che Berengario, già marchese d'Ivrea, fuggito in Germania, non sopravenisse in Italia con qualche ammasso di Tedeschi e Franzesi. Però licenziata la flotta dei Greci, capitolò con gli assediati Saraceni di metterli nelle montagne che dividono l'Italia dalla Suevia, acciocchè gli servissero di antemurale, caso mai che Berengario tentasse di calare con gente armata in Italia. Non è a noi facile l'indicare il sito, dove a costoro fu assegnata l'abitazione. Solamente sappiamo, che a moltissimi cristiani, i quali incautamente vollero passare per quelle parti, tolta fu la vita da quei malandrini: iì che accrebbe l'odio e la mormorazione degli Italiani contro di questo Re Ugo, il quale lasciò la vita a tanti scellerati, affinchè potessero levarla a tanti altri innocenti…."
Abbiamo voluto citare questo fatto di Ugo per soggiungere che un altro Ugo, non re certamente, ma una figura bieca che la tradizione ci dice senza certezza cavaliere e boscaiuolo, un altro Ugo, non nelle grandi pagine del Muratori, ma sulle cartapecore sibilline del romito di Malandaggio, appare di nefastissimo nome ai cristiani e agli abitanti delle valli intorno a Saluzzo. Quando è morto il romito? Quando veramente è vissuto quell'Ugo? Nessuna data è certa. Anche la tradizione è morta da un pezzo. Frassineto ebbe delle leggende, e sono svanite: Malandaggio ebbe un romito vecchio che scrisse e che morì, e un altro che misteriosamente gli successe, che non aveva scritto, perché aveva operato, e non scrisse perché ancora operò prima di morire….
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Non ci intrichiamo nella storia a stabilire date o a fissare il progresso di questi Saraceni, ma pel romanzo accettiamo la tradizione.
Più breve d'ogni cronista, e senza mettere date, eloquentissimo, il romito che scrisse lasciò questa memoria:—Cadde Genova, cadde Casale, cadde Torino. Alzor è alla Dora!
Alzor era alla Dora. Una sera di un giorno vittorioso egli aveva posto l'alloggiamento in un Santuario della Vergine. Fulgente di gioia, gloriosissimo e temuto, sontuosamente vestito, colla spada ricurva e con un pennacchio di diamanti, egli sedeva sui gradini dell'altare maggiore: gli incensi cristiani e e gli aromi insidiosissimi degliharemintorno a lui spandevano tepori e profumi: uno schiavo di Provenza suonava l'organo da flato: vampeggiavano per scherno sulle fredde lastre dei morti due grandi cataste di pino olente: danzavano seminude, procaci e velenose, o si raccosciavano sui sacri paramenti, afflosciate dalla voluttà, venti schiave diverse, dalla nerissima alla bronzina, alla candida rosata. Alzor banchettava: servivano a lui e alle femmine i vasi d'oro e d'argento, che aveva predato nella sua corsa di conquista, e per abiti si buttavano indosso leplanetas de coco e toalias cum frixio, opere plumarie, ecrysoclava et vela holoserica, de basilisci, fundatum de alithinum, della Soria, di Costantinopoli, della Persia, dell'Egitto, le cose insomma che troviamo nelle cronache dell'evo medio, e gli ornamenti, comeinaures, anulos, dextralia et perselides, monilia olfactoria, acus, specula. Dall'Africa e dalla Spagna aveva rubato cortinaggi, addobbi,tapetia belluata, che Sempre trascinava con sé, profumandoli coi nettari e insozzandoli col sangue, letti di voluttà e coltri pei moribondi.
Alzor, dice il romito, calpestava una veste della santa Madonna di Provenza,vestem chrysoclavam ex auro gemmisque confectam, habentem historiam Virginis cum facibus accensis mirifice comtam. Alzor giaceva trionfalmente sui cuscini palpitanti di otto o dieci ardentissime more: Alzor, al principio dell'orgia, s'era circondato di cento armati fedeli: aveva il carnefice al fianco, e pure a fianco un bardo ispirato della sua razza che cantava le vittorie di quel giorno e la somma protezione di Maometto:—O felice, o potente, o caldo, o amato, o pasciuto, o protetto dal profeta, Alzor! Tu hai Dio, il denaro, la donna, la spada, la vittoria. Preghi coll'ardore del nostro sole adorato: getti le gioie e gli ori come il villano getta la semente: le donne si sdraiano su tuoi tappeti e muoiono di voluttà, felici se il loro ultimo sospiro ti rinfocola un nuovo tripudio: la tua spada è più possente e più curva del grand'arco dei cieli; insanguinata, si gemma: nè sul tuo acciaio s'annubila il riflesso mesto del tramonto…. Il tramonto? Chi dirà questa parola?
Alzor aveva già fatto un cenno al carnefice.
Continuava il bardo:—La vittoria, la gloria, il regno! Esulta, oAlzor!… Esulta!… Noi ti adoriamo!
Ricominciava l'orgia, e Alzor era felice. Sì, aveva Dio, il denaro, la donna, la spada, la vittoria! Felicissimo!
Udite strano contrasto. Quella sera, in quell'ora di beatitudine smodata, a un tratto entrò nella chiesa un montanaro.
Egli era lacero e scarmigliato, insozzato, puzzolente e sinistro. Cupo come una belva famelica, livido pel freddo, custode rabbiosissimo di un fardelletto di pelli, si drizzò, camminando sui tappeti, le sete, le coppe rovesciate e gli ori, fra le donne nude, al riverbero del fuoco, fra il fumo degli incensi e delle dapi, fra il canto del bardo, si drizzò verso Alzor.
Cessò l'orgia.
—Chi sei tu?—domanda l'audacissimo Saracino. Le sue guardie gli si stringono appresso: il carnefice ghigna: ma più maledette ghignano le femmine insaziate….
Il montanaro pare nè vegga nè ascolti.
—Chi sei tu?—ridomanda Alzor:—Non temo l'insidia! Si scuote allora l'uomo e grida profondamente:—E tu chi sei?
—Io un eletto del profeta.
—Io un castigato da Dio.
E Alzor già infastidito:—Ebbene? Che cerchi qui?
—La mia vendetta!
Vieppiù si stringono le guardie: e le donne ancora, svegliandosi briache, superano in protervia crudele il carnefice. E Alzor discacciandolo:—Vanne!
Ma il montanaro ruggisce:—No!
—No! no!—supplicano intorno le schiave, avide di sangue,
—Ebbene parla—comanda Alzor.
—Io parlerò! Tu sei potente, o Alzor! Osanna! Ma tu hai fallato se credi di resistere nel piano alla colleganza dei signori da Saluzzo a Susa.
—Parla.
—Io parlerò!… Tu sarai vittorioso, o Alzor!—esulta il montanaro, stringendo il suo fardelletto come se fossevi correlazione tra la sua mente e quello:—Si. Io ti apro i passi delle valli: lungo la Dora ti conduco in valle del Chiusone, là sorprendi quelle rocche che sono vassalle al sire di Susa: poi ti slanci improvviso dai monti sopra Saluzzo, senza che dalla Dora Taizzone, Agobardo, Fulberto, possano mandare aiuto ai collegati.—Poi, sfavillante orrendamente in volto, colla gioia di un profeta:—Nella valle del Po vi sono le castella di un Adalberto, di un Oberto, di un Baldo. Se vinci, come ti giuro che vincerai, mi dai que' tre prigionieri? Alzor fece circondare l'uomo dagli armati: credette sì e no: e disse:—Vuoi altri patti?.
—Hai tu ancelle?—sospirò il montanaro, quasi emettendo un alito di fuoco.
—Il sorriso dell'amore è più bello fra l'armi. Vedi le mie conquiste! Ho egiziane, numide, maure e gote, arabe, spagnuole, provenzali, serpenti contìnui di continue voluttà. Uomo, non guardarle! Ti comando. Sei tu, cristiano, che aspiri al mio paradiso? Ascolta: ho anche l'aguzzino.
—Non ascolto! Ma supplico!—gemette il montanaro:—Tu hai ancelle: cerca il seno più ardente, e, fammi somma carità, lascia che il latte sia succiato da chi muore di fame! Ho qui una bambina morente!
—Che? i vagiti fra l'armi?
Allora il montanaro, facendosi pensoso e sciogliendo il fardelletto, mostrò una creaturina già quasi paonazza, un piccolo mostro di dolore: e disse:—Su questa bambina, nata da conti illustri, c'è su copiosissima taglia ove sia consegnata ancora viva in valle di Po, a Lanciasalda. Se vuoi, là ti aspetterò, e la ventura è tua.
—Cristiano, quante castella vale?—domandò Alzor che intendeva sotto quelle poche parole nascondersi un gran mistero di fatti.
—Tre castella. Ma mi darai i tre prigionieri.
—Ho da pagare Almor, Zanata, Zullik, rapacissimi. I soldati vogliono posa, i duci oro.
—T'offro guerra breve e tesori.
—Cristiano, ciò che hai detto è conforme a verità?
—Interroga il profeta.
—Il profeta non risponde: mi risponderà la tua testa.
E il montanaro si piegò tutto come se sopra il suo capo gravasse una catena di ferro. Erano anella e anella di delitti: era la catena del destino.
Ed Alzor, sorgendo e ributtando una egizia che gli si avvinghiava pregando, comandò:—Suonate le chiarine e i timballi.
L'uomo baciò la figlia: poi la vide suggere da un seno avidissimamente: poi si volse ad Alzor:—Io sarò con te!