FIERO MISFATTO EFIERA VENDETTA

FIERO MISFATTO EFIERA VENDETTA

Il marchese di San Giulio, emigrato romano, benchè toccasse i cinquant’anni, entrò come ufficiale fra i volontarj di Garibaldi, partecipò alla spedizione in Sicilia e nelle Calabrie, e ferito nella battaglia del Volturno, si fece trasportare a Bologna, già libera dal giogo pontificio. Egli possedeva in quella città un palazzo, e nella provincia alcuni latifondi, sicchè, dopo dodici anni di esiglio, poteva dire di essere rimpatriato, sebbene fosse nativo e abitatore di Roma.

Siamo dunque nel palazzo del marchese in una camera mobigliata riccamente all’antica foggia, colle pareti tappezzate di lampasso giallo,colle cortine delle finestre e le portiere della medesima stoffa. Il nobile convalescente, bella e dignitosa figura, giace in una poltrona di marrocchino scuro, è involto in una zimarra di seta a fiorami, e porta in capo una calotta di velluto ricamato. Gli siede vicino il celebre dottore Ortensj, uomo sessagenario di grave aspetto, vestito di nero con estrema proprietà, tutto ossequio e sollecitudine, come sono generalmente i medici dei grandi ammalati che pagano le visite un marengo l’una. In questo caso però il contegno riverente e premuroso del dottore Ortensj verso il marchese di San Giulio non gli era inspirato dal prestigio della sua nobiltà e delle sue ricchezze, nè dall’idea della sua liberalità nel ricompensarlo delle cure che gli prestava. Il dottore comportavasi così per effetto di stima ai meriti personali del marchese, e per ricambio delle dimostrazioni di benevolenza amichevole che riceveva da lui.

— Caro dottore, voi siete probabilmente scomunicato da Pio IX ad istanza di Antonelli e di Nardoni, disse il marchese con un lieve sorriso. E ciò perchè avete lasciato Roma per venire a Bologna in soccorso dime, ribelle battagliero ferito nel combattere il Borbone, amico intrinseco di Sua Beatitudine. La scomunica sarà tanto più grave in quanto che voi mi avete risanato quasi perfettamente, onde io possa riprendere le armi, se farà bisogno, contro Sua Beatitudine medesima. Non vi sentite addosso un malessere di nuovo genere? Lo spirito maligno non vi dà noja in corpo?

— Eccellenza, io sto benissimo, rispose il dottore, contento di quello scherzo confidenziale. Il papa mi scomunichi fin che vuole, e mi tratti ancora in guisa più seria al mio rientrare a casa. Per cagione del signor marchese tutto soffrirò volentieri.

— Non abbiate timore. Ben presto il papa e la sua compagnia saranno iti in Palestina o altrove.

— Io pure nutro questa dolce speranza.

— Udite un mio sogno della scorsa notte. Nella più vasta sala del Vaticano erano radunati tutti i pontefici dal primo fino all’attuale. Quelli che furono soltanto capi della religione stavano da una parte tranquilli e sereni; si vedevano dall’altra i papi-re sbuffanti veleno e assordanti di clamori il luogo.I più furibondi erano Gregorio VII, Nicolò V, Bonifazio VIII e Giulio II. Pio IX non sapeva come salvarsi da quei rabbiosi che gli davano dell’imbecille e lo minacciavano coi pugni alla faccia per aver egli perduto l’eredità trasmessagli, e ucciso il papato nel suo potere temporale. Invano il bersagliato si schermiva coll’incolpare la rivoluzione, la tristizia dei tempi, e altre cause di forza maggiore. A questo trambusto, i papi dei primi secoli della Chiesa si mostravano scandolezzati, e cercavano di calmare gl’impetuosi. Domeneddio e l’apostolo S. Pietro dall’alto della sala sorridevano di compiacenza, sapendo che la religione farà un bel guadagno, purgati che sieno i pontefici dalle ambizioni di regno e dalle cure mondane. Il Signore perdette poi la pazienza, e prese a sgridare severamente i tumultuanti. Il tuonare della sua voce mi risvegliò.

— Questo sogno è pronostico e insieme immagine del vero. Il dominio terreno dei papi è dileguato la più parte; il resto lo sarà fra poco e per sempre.

— Caduta la mala signoria, nessuno al mondo sarà di me più lieto.

— Perchè nessuno ha sofferto più di Vostra Eccellenza per la causa della libertà. Il signor marchese di San Giulio è il migliore patriotta d’Italia.

— V’ingannate, dottore. Mille e mille altri amano più di me l’Italia e mi superano nell’aver contribuito al suo risorgimento. Dove nessuno mi vince si è nell’odio al governo papale, e nella brama di vederlo distrutto. Se io ho congiurato incessantemente e profuso danaro per propagare la congiura, se ho subìto il carcere e l’esiglio, se ho combattuto a Roma nel 1849, e ultimamente nel regno delle due Sicilie, fu per abbattere la tirannide sacerdotale. Il resto d’Italia e le sue condizioni politiche non mi occupavano gran fatto. Tanto meglio però se la patria comune acquista l’indipendenza e la libertà; tanto meglio se componesi in forte unione nazionale. Di questo grande avvenimento io ne gioirò col patto che ai Vicarj di Cristo non rimanga ombra di politico dominio; col patto che Roma sia la capitale del nuovo regno italiano. Nel 1848 quando Pio IX per un suo sbaglio e per l’imbecillità universale era diventato l’idolo popolare, io non sapevadarmi pace al pensiero che il trono pontificio potesse consolidarsi e salire a maggior grado di potenza. Nel 1859 quando si parlava di un’Italia confederata sotto la presidenza del papa, io voleva spiritare, e andava gridando a tutti: Derisione e vergogna! Si saranno dunque vinte le battaglie di Magenta e di Solferino per ottenere questo bel risultato? No, vivaddio, il papa deve tornare alle reti e alla barca di S. Pietro. Ditemi, dottore, voi che siete invecchiato nel soggiorno di Roma, che avete per clienti una quantità di porporati, di abati e di simile genìa, voi che sapete le turpitudini antiche e nuove della corte romana, non vi sentite nauseato e indignato allo spettacolo diuturno di corruzione che offre la città eterna? Non vi pare che sia troppo contaminata? Che la sua atmosfera sia grave per lezzo pestilenziale a cagione del governo dei preti? Non vi pare che un popolo il quale sopporta da secoli un tale governo sia degno di vitupero e di frusta?

A questo punto comparve nella stanza un essere estremamente misero per deformità di volto e di corpo. Il volto era macilento, scialbo, chiazzato di macchie livide, e spiranteun’aria di stupidità. Il corpo era esile, sbilenco e attrappito in tutte le membra. Si sarebbe detto che la povera creatura fosse così mostruosa per maleficio di una strega, e che ogni notte un vampiro le suggesse il sangue. Compiva i ventott’anni e pareva ne avesse quaranta. La sua intelligenza era quella di un cretino. Egli entrò guidato da un servitore, e si diresse al marchese sollecitando il passo stentato e traballante, e articolando tre volte il nome di papà. In quel movimento affrettato e in quella voce ansiosa parlava la natura, non mai interamente muta neppure nelle anime più ottuse ed imperfette. Una tristezza mista di amore si dipinse in viso del marchese, il quale carezzò e baciò il figlio, volgendogli qualche domanda leggera e giocosa come si pratica verso i piccoli fanciulli. Anche il dottore alla sua volta gli fece festa e lo intrattenne puerilmente, ottenendone dei propositi insulsi ed un riso melenso. Era una compassione il vedere e l’ascoltare quel disgraziato, che fatta la sua visita, si ritirò seguìto dal medesimo servitore. Il marchese accompagnandolo coll’occhio, sospirò profondamente, divenne torbido, e disse con voce irata:

— Maledizione alla Corte di Roma; annichilamento del potere e della opulenza dei chierici, cagione dei vizj, delle iniquità e delle infamie loro.

Il dottore ascoltava con grande maraviglia. Quell’uscita violenta gli pareva intempestiva nel momento che il marchese era tuttavia commosso dolorosamente dalla vista del figlio. Quale rapporto vi poteva essere fra due sentimenti così disparati? Perchè avvicinare senza transazione due idee tanto lontane l’una dall’altra?

— Figlio mio, figlio mio infelicissimo, continuò il marchese abbassando il capo in atto di grande sconforto. Egli sarebbe nato sano di corpo e di mente, e forse dotato di bellezza e d’ingegno; egli sarebbe stato la delizia e l’orgoglio de’ suoi genitori. Dannazione eterna, proruppe con l’impeto di prima, dannazione a colui che guastò nel suo germe l’opera felice e santa della natura; a colui che con atroce delitto la difformò in tal modo, e condannò un padre ad avere l’anima funestata perennemente allo spettacolo di tanta miseria.

Il dottore era attonito sempre più, e pensava:Il marchese attribuisce la disgrazia del figlio ad un delitto! Egli impreca alla Corte di Roma, e subito dopo all’autore di questo delitto? Qual mistero tenebroso! Vorrà egli forse rivelarmelo?

— Dottore, proseguì il marchese con voce pacata, voi mi avete guarito da una complicazione di mali, generati dalla mia ferita al petto. Il vostro beneficio io lo apprezzo mediocremente, perchè la vita ha poca importanza per me. Nondimeno la mia gratitudine verso di voi è quella di un uomo che si sente beato della esistenza, e obbligato in sommo grado a chi gliela conserva. Io voglio darvi una prova del mio animo riconoscente palesandovi un secreto altissimo e tremendo, che da quasi trent’anni porto chiuso in seno. Voi siete il primo e il solo a cui lo discopro; giudicate da ciò la deferenza che ho per voi, e il favore nel quale vi tengo.

Il dottore fece un inchino, e disse parole di ringraziamento. Il suo amor proprio era lusingato gradevolmente. Alla quale compiacenza univasi in lui il vivo desiderio di conoscere un secreto di tanta rilevanza, desiderioprossimo ad essere soddisfatto. Tali suoi sentimenti gli apparivano espressi nel volto e nell’atteggiamento della persona.

— Ah no, dottore, non è vero che la vita mi sia indifferente, esclamò il marchese; anzi mi è cara assai, perchè ho il diletto di odiare una razza di tristi, e perchè avrò la voluttà ineffabile di assistere alla loro imminente caduta. Udite.... la deformità di mio figlio..... e la morte della mia sposa sono opera di un cardinale di Santa Chiesa.

Non è possibile significare l’accento di sdegno e di amarezza con cui il marchese pronunciò le ultime parole, nè la terribile espressione del sembiante onde le accompagnò. Neppure si potrebbe dipingere la stupefazione del dottore, il quale balbettò:

— Che ascolto mai!

— Bisogna innanzi tutto che io vi faccia la storia del mio amore e del mio matrimonio.

Il marchese si alzò, e trasse da uno stipo un piccolo astuccio di prezioso lavoro, che durante la narrazione andava rivolgendo macchinalmente fra le mani senza aprirlo. Così principiò a dire:

— La contessa Claudia Bentivoglio mia zia era ancora a quarant’anni una donna leggiadra, galante, e gioconda qualche volta fuor di misura. Se vivesse oggidì, non piangerebbe di santa compassione alle lettere pastorali di Pio IX, e non darebbe il suo obolo al danaro di S. Pietro. Malgrado ciò, aveva un legame di amicizia coll’abbadessa delle Salesiane, e andava sovente a trovarla nel monastero.Pareva strano che una donna tutt’altro che ascetica se la intendesse con una claustrale consacrata a Dio. Alcuni dicevano che l’abbadessa era una mondana nell’anima, e che si compiaceva di conversare con chi le parlasse di cose non monacali. Altri opinavano invece che volesse convertire la Bentivoglio alla vita divota e contemplativa. Io non so dove stesse il vero. Un giorno manifestai alla zia il mio rincrescimento che fosse vietato agli uomini di entrare nel convento delle Salesiane, e che pertanto non potessi contentare il mio desiderio di vederne l’interno. Ella mi rispose ridendo che potrei appagare questo desiderio qualora sapessi prestarmi ad una metamorfosi, e sostenerla debitamente. Assicurata che ne sarei capace, mi condusse nel suo gabinetto, e coll’ajuto delle cameriere mi trasformò in fanciulla così al naturale da illudere coloro stessi che mi conoscevano più distintamente. Io aveva allora sedici anni, e tutta la freschezza dell’adolescenza. Guardandomi nello specchio, poco mancò che io medesimo non credessi aver cambiato sesso, e pensai a Tiresia. Montati in carrozza, noi ci recammo al monastero. La zia mi presentòcome figlia di una sua amica, e la badessa, dopo i complimenti, chiamò una conversa che mi condusse a vedere i luoghi, cioè la chiesa, le scuole, il refettorio e i dormitorj. Era l’ora che le educande si trastullavano sotto i chiostri, nei cortili e sull’erba di un praticello. Quale spettacolo nuovo e delizioso mi offrirono quegli stormi di vispe creature folleggianti e susurranti qua e là con iscoppi di risa festose, con esclamazioni e canti di voci argentine, con battimani e moti di vivacità guizzante. Quale incanto nel vedere spiritelli gentili per vezzi nascenti, per forme tenere e aggraziate che si rivelavano sotto le vesti goffe e dissimulatrici, volute dalle rigide norme conventuali. In quegli occhi neri e cerulei, brillanti e soavi, in quelle boccuccie di corallo, in quei volti dove candidi e dove bruni, in quelle fisonomie variamente espressive si andavano sviluppando e compiendo bellezze squisite d’ogni tipo.

— Qual anima, qual fuoco, Eccellenza, nell’esprimere le sue reminiscenze giovanili.

— Per lo più i fanciulli sono rozzi e sgarbati quando giuocano. Le giovinette all’incontroci hanno un fare grazioso che spiegano perfino negli sdegnuzzi e nelle petulanze loro. La mia scorta mi condusse per un corridojo largo e lungo, in fondo al quale si vedeva dipinta sul muro una Santa Teresa in estasi. Dinanzi a noi andavano preste e giulive due educande con piene le mani di narcisi, di giacinti e di giunchiglie, seminando una dolce e casta fragranza. Arrivate a quella specie di altare, si occuparono a distribuire i fiori nei vasi e nelle ampolle per adornarlo. Una di esse era maravigliosa, incantevole a vedersi. Aveva quattordici anni, e tutto il bello che la natura può creare. Io rinuncio a descriverla, perchè ne darei una immagine sbiadata e lontana dal vero. Dirò soltanto che possedeva due occhi grandi, fulgidi e voluttuosi nella loro innocenza; due occhi neri come la sua capigliatura fina e abbondante, che luceva sotto un raggio di sole primaverile cadente da un’alta finestra. Ella fu prima a sorridere e chinare il capo verso di me in atto di saluto, cui risposi con alcune parole timide e, credo, col rossore sul volto. Continuando la sua geniale occupazione, spiegava in tutte le movenze dellapersona e nell’agire delle belle manine una grazia incomparabile. Io stetti un minuto a guardarla assorto in tale estasi, che quella di Santa Teresa lì vicino era una distrazione in confronto. La fanciulla, collocati a posto i fiori, mi si accostò confidente e come presa da simpatia per me. Lodò la mia toeletta elegante, e abbassò lo sguardo un po’ mortificato alla sua umile veste di saja turchina. Ci avviammo di conserva lungo il corridojo, discorrendo intorno alla vita e le regole del monastero. Quando fummo in capo alla scala, si fermò accennando di congedarsi e voltare per altra parte. Si tolse dal collo un Agnus Dei ricamato in oro sopra il raso bianco, e me lo donò dicendo che era quello un suo lavoro, e che lo tenessi per memoria di lei. Vedetelo qua, aggiunse il marchese commosso, aprendo l’astuccio.

— È una gentile cosettina, disse il dottore dopo averlo esaminato.

— Io lo custodisco da trentacinque anni, e non lo darei per qualunque tesoro. La fanciulla, nel farmi questo regalo, mi baciò.... ed io la corrisposi. Un brivido di dolcezza sentii andarmi per le vene. In vita mia nonho mai provato una commozione così cara, un turbamento così dilettoso come nel ricevere e nel ricambiare quel bacio. Discendendo la scala, mi si offuscò la vista e mi tremarono le gambe. Io non pensava all’inganno della giovinetta, la quale aveva creduto di baciare una sua eguale. Come io mi considerava quello che era veramente, così per una stolida e temeraria illusione parevami che ella pure mi avesse considerato similmente, sicchè io attribuiva ai due baci il medesimo valore. Alla zia non feci motto dell’avventura. Non si sarebbe già scandalizzata, ma ne avrebbe riso allegramente; il che io non voleva, perchè la cosa era troppo seria per me.

Mio padre mi mandò a viaggiare col pedagogo, e l’Agnus Dei viaggiava secretamente con me. Io era preoccupato e malinconico; nulla m’interessava nè mi divertiva di quanto ci offrivano i paesi da noi visitati. Nei templi, nei musei, nelle pinacoteche, dinanzi ai monumenti e agli edificj più grandiosi io era distratto e sbadigliava. Con indifferenza, o poco meno, vidi la Torre di Londra; il Louvre e l’Escuriale. Solo mistava nel pensiero l’immagine della giovinetta, e la memoria dei baci. Don Petronio si sdegnava contro il suo allievo così svogliato d’istruirsi alla scuola dei viaggi. Dopo due anni rimpatriai senza portare a Roma altre impressioni che quella con cui era partito, e divenuta più profonda nell’assenza. Avrei voluto trasformarmi ancora in fanciulla e penetrare di nuovo nel convento, ma questi scherzi non si fanno due volte, e poi mi era spuntata un po’ di barba al mento e alle guancie.

Da così strano accidente ecco in me generato un amore, che la giovanile immaginazione rendeva, carezzandolo, ognor più vivo e più intenso. Benchè avessi varcato il diciottesimo anno, il pedagogo, secondo la moda dei tempi, mi teneva ancora sotto la sua potestà e sorveglianza. Io gli augurava il malanno per diverse ragioni, ma principalmente perchè egli non voleva andare, nelle nostre passeggiate, verso il convento delle Salesiane, dicendo che le strade di là non erano amene, mentre per me conducevano al paradiso. Sì, il solo vedere quelle mura e quella porta, il respirare l’aria di quei dintorni mi faceva palpitare il cuore e fantasticare giojosamente.

Un giorno confessai tutto alla zia, e le dissi piangendo che se io non otteneva in isposa l’oggetto del mio amore, sarei morto d’affanno e di disperazione. La zia, che mi voleva un gran bene, ascoltò con interessamento la mia confessione, e mi promise che si sarebbe adoperata per consolarmi. La fanciulla era Eleonora de’ Gigli, di nobilissimo e dovizioso casato. A mio padre si presentavano per me i più ragguardevoli partiti di Roma, senza contare una principessa partenopéa, e la figlia di Don Manuele Linares y Aranda y Madruso Grande di Spagna.

— Vostra Eccellenza era il più bel giovane degli Stati Pontifici.

— Io non era più bello di molti altri, ma la mia famiglia possedeva cinquemila jugeri nella Comarca, e novemila nella delegazione di Macerata. Io ricusai la mano di qualunque fanciulla, insistendo per quella di Eleonora, che finalmente ottenni dopo superate non poche difficoltà, perchè alcuni giovani di gran conto aspiravano essi pure alle sue nozze. Come orfana e sotto tutela, Eleonora rimase in convento fino all’epoca del matrimonio. Ah, dottore, io non saprei dirviquanto fosse divenuta più bella. Essa credeva di vedermi per la prima volta, e rapidamente mi amò. Perdonatemi questa vanità.

— Il signor marchese, per farsi tosto amare, aveva un talismano potente nelle grazie del volto, e in quelle dei modi e del discorso.

— Dite piuttosto che il mio amore, a lei secreto, traboccò quando fu mia in tale espansione da generare, come per miracolo, il suo e farlo adulto d’un tratto. Un giorno ella mi disse vezzosamente: Noi ci siamo subito amati senza aver avuto tempo di conoscerci — Ma noi ci conosciamo da lungo tempo, le risposi fra serio e scherzoso; anni fa noi ci siamo anche baciati, non ti ricordi? Eleonora mi guardò coll’aria di chi trova scipita, anzi buffonesca una celia. Allora io le posi sott’occhio questo Agnus Dei, che ella riconobbe per sua fattura e suo dono ad una fanciulla da lei incontrata nel monastero. Alle mie spiegazioni, fattele ridendo, cessò di essere stupita, e tinse le guancie del più amabile rossore in memoria dell’innocente abbandono, a cui la sua semplicità l’aveva condotta. Ingannatore! mi disse con un accento ed uno sguardo pieni di dolcezza, e mi strinse fra le braccia.

Dopo due mesi di matrimonio, si manifestò nella mia sposa un’alterazione di salute. Essa impallidiva da un momento all’altro, e perdeva tratto tratto il sonno e l’appetito. Qualche volta veniva sopraffatta da un leggero tremito convulsivo. Voi non eravate per anco il medico della mia famiglia; quello d’allora giudicò essere tali incomodi effetto della gravidanza. Una certa malinconia velò dappoi la naturale gajezza di Eleonora, e per distrarla io la condussi a Napoli ed a Palermo. Sembrando che il viaggiare le fosse di giovamento, noi andammo in Ispagna, ma sbarcati a Barcellona, dovemmo colà sostare, perchè il male si voltò subitamente al peggio. La mia sposa languiva e dimagrava un giorno più dell’altro. I medici credettero d’avere scoperto il morbo, che battezzarono con due dei vostri nomi tecnici, e curarono senza costrutto. Il ricondurla a Roma in quello stato era impossibile. Mi fecero sperare che dopo il parto si sarebbe riavuta, ma la speranza fu vana. Eleonora partorì un bambino di così trista apparenza che somigliava un aborto; in seguitò ella precipitò miseramente agli estremi. Io non l’abbandonai un istante, el’abbracciava con amore e cordoglio disperati. Era uno scheletro, ma io vedeva sempre in lei quel portento di bellezza che mi aveva rapito, e che mi stava indelebile nel cuore. La sua angelica bontà e i suoi sentimenti religiosi la fecero rassegnata a separarsi dalla vita e da me, il cui affanno la impietosiva e le dettava parole soavi e sante per consolarlo, parole che invece lo incrudivano di più appunto per la loro soavità e santità. La bocca donde uscivano stava per essere muta in eterno; io doveva perdere per sempre colei che sapeva trovare, benchè invano, tali argomenti di conforto al suo trambasciato compagno. La cara infelice si spense nel mentre le nostre labbra erano congiunte; io bevvi il suo ultimo respiro. Anima desolata come la mia, e piena di raccapriccio e di furore compresso, e sitibonda di vendetta non vi fu mai sopra la terra. Interrogando un giorno l’inferma circa alcuni particolari della sua vita nel monastero, io aveva convertito in certezza il più orrendo dei sospetti. Coi miseri avanzi mortali della mia sposa, co’ miei servi e con una nutrice catalana per mio figlio m’imbarcai per Civitavecchia, dove giunsi dopo cinque giorni di navigazione.

Il marchese fece una pausa di due minuti, e quindi proseguì:

— Il cardinale *** uomo di rei costumi, dissimulati da una profonda ipocrisia, aveva sotto la sua protezione e direzione il convento delle Salesiane, e perciò si recava non di rado a visitarlo.

— Forse il cardinale *** che fu trovato morto nella sua villa? domandò con premura il dottore.

— Quel desso appunto. Egli vide Eleonora, e ne restò invaghito perdutamente. Nella residenza della badessa ordinava di quando in quando che gli fossero condotte dinanzi alcuneeducande col pretesto d’interrogarle negli studi. Fra queste non dimenticava mai di comprendere Eleonora, per la quale unicamente metteva in opera l’ingegnoso trovato. Dopo fatta qualche domanda alle fanciulle, giovandosi della sua età e autorità, toccava loro con vezzo affabile il mento, e le regalava, congedandole, di zuccherini. Immaginate come stesse il porporato nel praticare ad Eleonora quelle carezze peccaminose sotto l’apparenza della bontà paternale.

Sua Eminenza aveva per nipote un coso ridicolo, un bietolone di ventisei anni, ascritto a varie confraternite pie, e membro dell’accademia degli Arcadi. A lui guardò come a prezioso ausiliare, e principiò le sue pratiche onde farlo sposo della fanciulla. Se mio padre e mia zia non fossero entrati per me in lizza, il potente cardinale sarebbe probabilmente riuscito nel suo intento. Ma, come vi ho detto, io trionfai di tutti i rivali, ed Eleonora fu fidanzata a me. Deluso nelle sue speranze, quel demonio pensò ed eseguì tale enormità, che appena poteva capire in un’anima infernale. Alcuni giorni prima che la fanciulla abbandonasse il convento per diventare miasposa, l’efferato, l’orribile uomo la ebbe dinanzi nella solita stanza dell’abadessa, le disse parole benigne e salutari circa il di lei ingresso nel mondo, e la invitò a bere una tazza di cioccolatte. Ah, dove erano i fulmini di Dio in quel momento? Il veleno adoperato dal cardinale doveva essere d’una virtù satanica, non è vero, dottore? Egli ne scelse uno di lenta ma sicura azione, un veleno sottile, perfido, latente, che non diede indizio di sè, e trasse a morte la sua vittima, come fosse colpita da un male ordinario che manda la natura; un veleno tanto scellerato che filtrò perfino nei penetrali della generazione, e corruppe l’organismo del feto. Il cardinale voleva morta la mia sposa in capo ad un anno, e calcolò giusto.

— Fu dunque fatta l’autopsia del cadavere! Si scopersero le traccie del tossico?

— Che mi domandate voi? rispose con qualche dispetto il marchese. Ecco gli uomini dell’arte, che vanno sempre coi piedi di piombo. Per credere al delitto, essi vogliono coglierlo sul fatto e toccarlo con mano. Questo metodo sarà buono, se volete, per la corte di giustizia criminale, chè nel caso mionon doveva entrarci per nulla. Io era persuaso anche troppo della scelleraggine del cardinale. Mi risovvenni per soprappiù che avendolo incontrato alcune volte dopo il mio matrimonio, mi guardava con un certo piglio notevole, con una cert’aria indagatrice, di cui in seguito mi spiegai il significato. In faccia al mondo la mia sposa era morta di consunzione.

Il cardinale soggiornava nella sua villa a Tivoli. Un giovane travestito s’introdusse una sera e si nascose nel parco dove il villeggiante soleva passeggiare senza compagnia. Quel giovane era io. Quando me lo vidi a segno, balzai dal nascondiglio, e afferratolo pel collo e chiusagli la bocca con un lembo della propria sottana, lo trascinai in un vicino boschetto, e gli tenni le ginocchia e le mani puntate sul corpo. Egli mi riconobbe, e mandò soffocati gemiti di spavento. Io gli lasciai libera un istante la bocca per intendere quali parole ne uscirebbero. Non faceva d’uopo che egli medesimo si accusasse per confermarmi nella persuasione della sua nefandezza e infiammarmi nella brama di ucciderlo. Pure nell’udirlo confessarsi reo e imploraremisericordia provai una letizia feroce; la sete del suo sangue e la forza del braccio per versarlo mi si raddoppiarono. Avrei voluto poterlo martoriare un secolo prima di cacciargli l’anima dal corpo, e mi diedi a sfregiarlo col pugnale e forarlo nel viso replicatamente. Le tenebre non erano così folte che io non vedessi il sangue sprizzargli da più parti e la figura farsegli brutta e convulsa pel terrore e per lo spasimo. Finalmente lo pugnalai nelle regioni del cuore finchè rimase cadavere, e mi posi in salvo.

Qui il marchese si alzò di nuovo, andò al medesimo stipo, e tornò a sedere tenendo in mano un pugnale.

— Questa è l’arma che lo uccise, disse sfoderandolo e mettendolo sotto gli occhi del dottore. Guardate, il sangue rappreso vi è commisto alla ruggine. Io non ho mai voluto pulirlo, e sta sempre vicino all’Agnus Dei. Papa Gregorio ebbe un bel promettere cinquemila scudi a chi rivelasse il nome dell’assassino. Quale opinione avete voi, dottore, intorno all’atto che chiamasi assassinio?

— Un’opinione varia secondo la causa che lo produce, e secondo le qualità individualie la riputazione di chi lo commette e di chi lo patisce. Alle volte non posso a meno di scusarlo, se non giustificarlo, come nel caso di Vostra Eccellenza.

— Così non parlerebbero i facitori di massime sociali e morali, i regolatori del consorzio umano. Costoro dicono la punizione dei delitti appartenere alla pubblica giustizia, ed hanno ragione. Ma si trova forse giustizia a Roma? Come ottenerla poi contro un cardinale? Come convincerlo del suo eccesso? Quali testimonianze produrre? No no, quand’anche avessi veduto il reo ascendere il patibolo, io sarei stato lungi dal contentarmene. Troppo barbaro e inaudito era il suo misfatto, e troppo straziata e crucciosa la mia anima perchè io non mi vendicassi da me medesimo. E la vendetta, o dottore, mi parve debole e insufficiente. Io non poteva più rinnovare la scena di Tivoli, come era impossibile che mi fosse restituita la mia sposa. Riversai l’odio sopra la classe di colui che lo aveva in me acceso. Con ostinato proposito studiai i costumi dell’alto clero romano, e ne conobbi il marcio e lo scandalo. Mi furono palesi le lussurie, le avarizie, i mercimonj e le altresue vergogne. Lo vidi al maneggio degli affari dello Stato; altra cagione d’indignarmi e di condannarlo. Ogni ramo della pubblica cosa era in disordine; l’inettitudine, la corruzione e l’arbitrio regnavano da per tutto. Vidi le leggi e le istituzioni tiranniche o stolte, i privilegi e il favoritismo dominanti, il tesoro dilapidato, il popolo misero, ignorante, avvilito. Fino allora io non aveva posto mente alla condotta dei chierici, nè come uomini dell’altare, nè come legislatori, giudici e magistrati mondani. Anzi l’aristocrazia bigotta della mia famiglia e i principj della mia educazione volevano che io vedessi in tutti i preti venerande persone, e nel loro governo dei popoli un modello di saviezza. È probabile che senza la sventura occorsami, e assorto nella mia felicità conjugale, non mi sarei occupato di quelle bisogne, e avrei subìto, inconsapevole o codardo, la signoria papale, come fecero tanti altri della mia sfera. Mi adoperai invece con ogni possa a rovinare quella signoria, associando alla mia causa particolare quella della patria, e confondendo la mia offesa privata col pubblico danno. Ecco per quale circostanza io diventai liberale cospiratoree soldato. Io sono in fama di buon patriotta, e voi vedete ora fin dove merito questo titolo. Dottore, io non avrò posteri; la famiglia di San Giulio sarà estinta con me e col povero mio figlio.

— Vostra Eccellenza, nella sua età ancor fresca e nella sua robustezza, potrebbe rimaritarsi e continuare una illustre prosapia.

— No, no, io ho troppo amato la mia sposa, e troppo son pieno della sua memoria per volermi unire ad altra donna. Ho già fatto il mio testamento, e ve ne confido il tenore. Io assegno una ragguardevole somma per un’opera grandiosa e monumentale da erigersi in una piazza di Roma. Quest’opera, che sarà in marmo od in bronzo, deve rappresentare la caduta del potere temporale dei papi, secondo il voto degli Italiani e degli stranieri ben pensanti. Il resto delle mie sostanze, amministrate dal governo nazionale, costituiranno un fondo che fornisca i mezzi onde combattere, ove si manifestino, i tentativi dei preti e dei loro fautori per ricuperare il perduto dominio. Un consiglio o comitato, composto di membri stipendiati, verrà creato a perpetuità per investigare se vi sienotendenze e maneggi a questo scopo. I pontefici-re non debbono mai più rinnovarsi al mondo. La loro esistenza deve essere annoverata fra quelle assurde istituzioni umane che hanno fatto il loro tempo, e che sono sparite per sempre.

FINE

INDICEUn'eroica famiglia brescianaPag. 5Fiero misfatto e fiera vendetta199

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine libro.La numerazione degli ultimi tre capitoli di "Un'eroica famiglia bresciana", errata nell'originale, è stata corretta.Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine libro.

La numerazione degli ultimi tre capitoli di "Un'eroica famiglia bresciana", errata nell'originale, è stata corretta.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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