UN AVVOCATO DELL'AVVENIRECOMMEDIA IN DUE ATTI.
COMMEDIA IN DUE ATTI.
NOTIZIAIn quest'epoca così sinceramente democratica, come sa il lettore, nella quale non c'è calzolaio che non arrossisca dell'antica insegna ciabattinesca del padre suo, appena Mastro Andrea, a furia di lavoro e di privazioni, è riuscito ad avviare benino la bottega, od ha messo assieme un poderello, c'è da scommettere che invece di fare del figliuolo un valente artigiano od un buon agricoltore, lo manderà a farsi avvocato in una delle troppe e troppo inutili Università. Una volta cotesti spostati li facevano preti e riuscivano quello che riuscivano, meno che di decoro e di lustro al clero: ora li fanno avvocati; vedremo con quale risultato.Il ragazzaccio fin dall'infanzia mal avvezzo e senza esempio e consiglio, pretensioso e villano a faccia fresca per natura, nove su dieci riesce una forca. La bella e fragrante campagna in cui è cresciuto e il trionfo dei colli ubertosi non gli hanno messo addosso un solo brivido di febbre poetica, e così, a diciotto anni, non trasuderebbe una stilla di entusiasmo per qualsiasi cosa più bella o generosa, neanco a pigiarlo sotto lo strettoio. Nessuna meraviglia quindi ch'egli non abbia che un ideale ed uno scopo, se stesso.Al primo arrivare nella grande città, sebbene abituato a sentirne motteggiare le usanze come è costume nei borghicciattoli fuori d'ogni movimento e d'ogni istoria, prova una sensazione di scoramento, quasi una mortificazione. Si sente piccino quanto èa corto di quattrini. Ma poi sono tanti i compagni ed è tanta la tacita tolleranza per gli scolari pari suoi, che si rincora presto e in meno di otto giorni ricomincia a vociare e ad impacciare in iscuola e fuori, come se stesse ancora per le strade del villaggio cogli altri monelli o nelle aie coi vaccari ed i carrettieri. Non ha che una scusa: ed è che nelle Università manca tuttora la più indispensabile delle cattedre, quella che insegnerebbe a vivere. Il suo è un turbine di parole e di gesti più che meridionali, nel quale si trovano, quand'è possibile tenerci dietro, sciocchezze marchiane ma clamorose, paradossi scuciti ma sfavillanti, un pochino di logica borghese, e in compenso molte assurdità. Sugo? Presunzione a tutto spiano e rispetto di nulla. Poverino! La mamma lo ha sempre tenuto per un genio e glie lo diceva, e il babbo, sentendo che sono avvocati il deputato, il prefetto e il sindaco, sogna in lui ad occhi aperti qualche cosa di grosso.Nella grande città, di cui non piglia come i compagni modesti e garbati i modi e la misura, ma soltanto il vizio più a buon mercato, non c'è chiasso o prosopopea che basti a levarci dal basso, bisogna pur sentirsi inferiore a molti in nascita, in influenza ed in coltura; ma questo sentimento che nelle anime semplici e forti si fa emulazione ed ambizione feconda, in lui non suscita che una stizza, un dispetto che Dio sa che itterizia gli darebbero, se la grande creditrice, la società, non gli permettesse qualsiasi sfogo contro di lei, che pure da lui non sarà mai pagata. Egli si rivolta adunque contro la società, che non se ne dà per intesa, e per fare tutto un fascio ed un conto anche contro la natura e gli Dei, che proprio non c'entrano per nulla, sopratutto nella magrissima pensione cui lo danna lo scarso assegno della famiglia, e che ha tanta parte nella segreta ragione di sì fiera ribellione.Questa ribellione sistematica, e perciò ridicola, ha tuttavia questo di buono per lui che gli conquistal'apparenza d'un giovane d'ingegno: adesso non costa di più. Ma per quanto questo battesimo, in un paese come il nostro, dove l'ingegnaccio saltella e corre e diguazza anche fra i vicoletti più miserabili e poltigliosi, abbia tutta l'aria di un battesimo d'acqua senza sale, per quanto studente possa ancora valere il fusinatesco giovane che non studia niente, c'è tuttavia nell'ambiente delle Università più chiassose, nella fama dei professori più discussi, nelle vaste sale delle biblioteche più polverose, un non so che di misterioso, di imponderabile, ma di indiscutibile che avverte i più ribelli che colla sola scintillaccia e senza un lungo durissimo travaglio non s'arriva davvero in nessuna onesta maniera a conquistare la lode di tutti i buoni e di tutti i valenti, a conquistare l'austera matrona inflessibile, la gloria, quella dagli occhiali che leggono attraverso ai panni quanto si sente, si sa, si può e si vuole.Allora, non sentendosi il coraggio di buttarsi eroicamente a capofitto nella voragine senza fondo dello studio per rifarsi del perduto e precorrere a perdivista gli altri, trova che è assai più comodo dir corna della scienza come ha fatto della società: quanto a lui, sarà studente giusto quel tanto che occorre per essere laureato — oh la strana parola sopra siffatto cerebro! — e quanto alla gloria, poichè è tanto difficile essere corrisposto dalla matrona, ebbene, ci si contenterà della sgualdrinella che ha un sorriso ed un bacio per tutti, la nomèa. E per costei recita, scrive, pianta giornaletti politici e letterari, dice lui, si batte in duello, si picchia colle guardie e chissà dove domine arriverebbe in questa correntina per la scesa delle puerilità, se non arrivasse il momento di raccomandarsi alla pappagallesca memoria perchè non lo tradisca nella prova suprema e questa non muti la laurea nel ponte dell'asino. È laureato come tanti e troppi altri, e il suo nome, non importa come, venne già stampato più volte su per le gazzette: per uno studente come lui sono due belli scalini!Ma che farà ora? Degli avvocati ogni anno, graziea Dio, le Università ne scodellano su per giù un migliaio: pochi sono i vocati proprio sul serio, anche meno quelli chiamati per la magistratura. Il resto, dopo di essersi pattullato un pochino colle cieche lusinghe della famiglia, si dissemina lungo le interminabili mangiatoie della burocrazia, ben lieto che il titolo poco sudato gli renda più facile la conquista della cavezza.Il meglio sarebbe ritornare a casa per soccorrere il babbo colle braccia potenti, per ritemprarsi nella vita onesta e proficua dei campi; ma e la nomèa? e tutto quello che gli bolle nel cervello? e i destini del mondo? Ci deve pur essere un'avvocatura che gli dia il mezzo di spendere tanta esuberanza di forze, che gli permetta di gittare dalla tribuna quel grido dell'anima che raccoglie tutti gli odj, tutte le smanie di vendetta degli oppressi..... cominciando da lui, tanto oppresso dalla vanità?Sicuro che c'è: èl'avvocatura delle cause perse, come la chiamano in Tribunale; quella che non costa dottrina ed ha per arringo il patrocinio di ogni cosa che solletichi la curiosità oziosa e plebea, dagli scandali di alcova alle mattate tragicomiche della piazza; quella che può conservare le emozioni istrioniche del dilettante, e trasformarlo ora in mitingaio ed ora in tribuno improvvisato.Ma non è facile esordire bene neanche in questa palestra. E poi fra i nuovi colleghi ed i magistrati le sue alzate d'ingegno non trovano mica più l'eco compiacente del caffè; e neanche i bisticci e gli epigrammi con cui saettava i professori, e i chiapparelli e le fole inventate lì per lì a canzonare i compagni, destano la risata d'una volta: anzi c'è chi risponde al paradosso provando che ha la barba più lunga di Mosè, e altri dimostra come l'utopia non abbia gasse nè ali per alzarsi da terra quanto un tacchino, neanche aiutata dalle supposizioni più indulgenti e dalle ipotesi più iperboliche. Queste piccole disillusioni nuovissime e frequenti gli mandano sossopra fiele enervi, e così nasce in lui il disprezzo più cordiale per gli altri avvocati e l'odio più intenso per i magistrati, i quali pigliano così, come di dovere, nel suo cuore il posto lasciato vuoto, ma ancora caldo, dai poveri professori.Eppure questo atleta che vuole scendere nel circo con armi sì meschine, che ha più debiti che idee, più invidia che emulazione, che non ha che la stoffa d'un comico di second'ordine, che è appunto l'ordine di chi non ne ha, deve pure riescire qualche cosa in quell'aristocrazia di farabutti, fra avvocati ingrassantisi di veleni, affaristi e cortigiane, al cui benefizio più d'un pessimista afferma, speriamo bestemmiando, avere l'aristocrazia dell'ingegno, del valore e della virtù fatto l'Italia; e riescirà per tre ragioni una peggiore dell'altra: prima perchè il governo rappresentativo è fatto apposta per gli avvocati, ma più per i pessimi che per i buoni; poi perchè per valersi di tutti gli equivoci e le contraddizioni che corrono fra l'uso e l'abuso della libertà è proprio necessario un frutto bacato come gli è lui; perchè infine egli che non ha studiato nè nelle scuole nè dopo, che consuma più vino che olio di lucerna e quale lettore assiduo di giornali e di romanzi non può che abborrire da ogni serietà di studio e di meditazione, ha però osservato e studiato con attenzione il suo tempo e i suoi concittadini.Egli si è accorto anzitutto che l'istrionismo lascia i comici per dilagare nella società, penetrando poco a poco nei costumi, nella conversazione, nelle lettere e peggio che mai nella politica, sia perchè il popolo è incorreggibilmente vago di saltimbanchi, sia perchè la politica meno che il ridicolo può scusare ogni più buffa e rea azionaccia. Cyrano De Bergerac asseriva or sono più di due secoli, gli italiani nascere tutti comici; e alle volte pare veramente che noi rappresentiamo in ogni sfaccettatura della vita un complesso di così squisita e perfetta commedia, da spiegare in quale guisa il nostro teatro non sia all'altezza dellanostra gloria letteraria ed artistica, poichè una tale eccellenza di simulazioni deve necessariamente togliere ogni speranza al commediografo di arrivare ad emularla..... Comunquesiasi, l'avvocatino ha intanto notato che l'istrionismo preferisce alle espressioni schiette e semplici le studiate e sonanti, alla passione sentita e forte la sfuriata declamatoria, ai caratteri fieri la gente superficiale e poltrona e bracona, al fare cose grandi e feconde le comode e fugaci fiammate d'un breve entusiasmo. E ha pure notato che la coscienza latina è cosifatta che mentre non mostra che un po' di stima platonica per i galantuomini, sente invece la più viva simpatia e sollecitudine per le canaglie matricolate.Finalmente ha osservato che la mediocrità scettica, ignorante e superba che si è quasi infeudato ogni movimento della vita italiana, ed ha riempito, per quanto le è stato possibile, ogni Consiglio di omiciattoli che non si sa capire come riescano a star ritti, tanto è il vuoto del loro cervello, ci ha in tal modo intontiti e resi indifferenti sopra ogni riguardo, che la sfacciataggine diventa ogni giorno più l'arte sicura di arrivare dovechessia, e dieci pagliacci potrebbero di leggieri imporsi a centomila cittadini. Alle volte si direbbe, scorati, che i cittadini che sentono la libertà essere la giustizia, non abbiano poi attitudine alcuna ad unirsi per difenderla, o che disperino di far giungere ad una vera emancipazione le classi che ancora guaste dalla servitù sono già corrotte dalla licenza.... Ma questa indifferenza spiega ad ogni modo l'insanabile furore di avvilimento e di disprezzo che c'invade, e rivela all'osservatore la noia, il castigo delle generazioni senza ideali, e, per sua conseguenza, la disposizione morbosa ad accogliere meglio il disordine che non l'appello sempre più uggioso del dovere.L'avvocatino fa tesoro, gongolando, di queste brutte rivelazioni; ride degli antichi gloriosi patriarchi della giurisprudenza italiana, ride dell'avvocatura così bella nel suo esercizio e così nobile nel suo fine, e si preparaalla battaglia: tre o quattro volumi fra alienisti, socialisti e pessimisti bastano per fornire le armi; non importa come traditi. Nè importa che la sua sia giusto la caricatura della scuola positivista, la quale non ha mai inteso sparare che il delitto siasempreun'aberrazione o l'effetto di una provocazione, la ribellione il solo mezzo di risolvere le questioni più intricate, e che corruzione, doppiezza ed ogni altra più trista vergogna non siano imputabili che al clima e ad altre cause non volitive.Noi non seguiremo, come ha fatto l'autore della commedia, l'avvocatino in tribunale, nè ci meraviglieremo che quella sua furia insolente e vertiginosa abbia colpito la platea sucida e feroce della Corte e meglio ancora il branco pecorino e sbadigliante dei Giurati, nè che quelle schidionate di menzogne e di vituperj possano essere gabellate quali saggi di nuovissima eloquenza: se ciascuno avesse, non diciamo una convinzione, ma almeno un'opinione, il pallone pieno di vento schiatterebbe sotto le risate più clamorose; ma l'opinione, dai più, si preferisce di comprarsela bell'e fatta, purchessia, pur che non costi, s'intende, più di un soldo.Inutile dire che il bel metodo riesce anche meglio quando l'avvocatino si fodera del mitingajo o del saltimbanco per le campagne elettorali.La farsa finisce come deve finire con tanti personaggi da farsa nei clienti delle dimostrazioni e dei comizj, negli elettori e nei contribuenti: l'avvocatino arriva dove arrivano tanti altri liberali del denaro altrui, a parer persona, ai Consigli del Comune, meglio ai Consigli d'Amministrazione, e, peggio per lui, al Parlamento.Perchè peggio per lui? Perchè il Parlamento è il magno strizzatore di questi limoni senza sugo!La favola necessariamente lieve in cui l'autore aveva incarnato questo tipo, portava dapprima per titolo:LA NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI. Rappresentata per la prima volta in Torino, al teatro Gerbino, lasera del 24 maggio 1874, destò un indescrivibile tumulto nel pubblico affollatissimo. La maggioranza, gradita la satira, rideva ed applaudiva con tanto maggior calore quant'era evidente in un certo numero di spettatori l'intenzione di troncare la recita fin dalle prime scene: finì per trionfare la prima, ma non senza molto contrasto. Il Bellotti-Bon, malgrado le risate frequenti e gli applausi e le chiamate, era vivamente indispettito; nè valeva che l'autore gli dicesse che senza quel contrasto probabilmente il suo lavoro non avrebbe ottenuto tanti applausi.—Sì, sì, quegli rispondeva;puoi anche aggiungere che il contrasto prova che la satira ha toccato, forse un po' troppo, ma giusto. Ma non basta. I comici non vivono affatto della vita sociale e non possono capire, apprezzare e difendere la portata di un lavoro studiato sul vero: e perciò non hanno nulla del gladiatorio. Recitano tutto l'anno un repertorio, per lo più straniero, quasi tutto accettato ad occhi chiusi! I contrasti li paralizzano sempre; nè vale il dire che la fischiata è soltanto diretta all'autore, e che l'autore si dovrebbe fischiare, se questo gusto si confà coll'educazione, in fin d'atto; che la fischiata ad ogni modo è sempre un atto in cui con molta sciocchezza entra un po' di vigliaccheria: alla stretta dei conti la fischiata impedisce all'attore di essere vero, piacevole, potente, artista. E io, come i miei comici, mi domando se non c'è un rimedio per evitare nelle repliche ogni contrasto, ed assicurare, per quanto è possibile, l'unanimità del successo.—Sì che c'è, e l'ho bell'e trovato io!gridò un signore irrompendo nel camerino del capocomico, colla disinvoltura di chi recitando ogni giorno la commedia, conosce tutti i settemila segreti dell'arte. Il Bellotti-Bon, volgendosi, presentò al signore i tre o quattro attori che lo avevano seguito nel camerino, ma non l'autore rimasto inosservato in un angolo fra il portacatino e l'attaccapanni, e poi nominò lodando cortese il signore, uno dei più noti e facondi avvocati delforo italiano. Se il fiero castellano di Brolio aveva detto agli italiani: siamo onesti, Giuseppe Peracchi, l'elegante e gentile attore, raccomandava ai comici di essere almeno garbati; ma Bellotti-Bon era sempre onesto e cortese con tutti.—Dunque sentiamo il rimedio.Già, aggiunse con quel suo sorriso fine fine fra la bonarietà e la canzonatura,già si sa che sei abituato a trovare il modo di sciogliere ben altre difficoltà in Tribunale, in Parlamento e nei Consigli del Comune...—E della Provincia, ripicchiò l'altro.Anzitutto pigliatela pure col pubblico, se pubblico abbiamo, che vorrebbe lavori italiani, dice, e poi appena accennano ad uscire dall'andazzo, li stronca, pollice verso,senza pietà: te lo dico subito perchè so che è tuo privilegio non abbandonare in nessuna congiuntura lo scrittore. Ma cotesto pubblico è qual'è, e tocca a te ricordarlo. Ma che ti gira, venire a far battezzare unaNuova scuola degli avvocatia Torino che ha la invidiabile fortuna di averne la bellezza di ottocento? Come si fa a sognare d'avere a questi lumi di luna un pubblico così civile quale era l'Ateniese che accoglieva a suon di risate le staffilate con cui Aristofane lacerava le spalle al suo Cleone ed ai demagoghi «sempre cari alle taverne ed ai lupanari?» Questa è per te e per l'autore. E uno e l'altro, ma tu più dell'altro, dovreste conoscere i vostri polli. E i polli di coteste stie, che dovrei forse chiamare capponaie, sono da un bel pezzo abituati a non trovare nella drammatica che lo sfogo di ogni stizza più o meno ragionevole contro la legge e le autorità. Sarà sciocco; ma il teatro è giusto il luogo, non dico come dovrei il sito, dove si dicono più sciocchezze in prosa ed in versi e più in versi che in prosa. Finezze? Non arrivano. Tirate? Tutte. Gli è, caro Gigi, che da noi è l'elemento giovane che guida il pubblico in teatro: quindi è il sentimento non la riflessione che giudica; quindi il poeta ha tanto maggior sicurezza di riescire quanto più sono calde le botte e le apostrofi, non importa se contro il sensocomune. Io, se facessi il capocomico, non accetterei oggi un lavoro che non fosse di scrittore anarchico, o almeno socialista, o, alla peggio, repubblicano. E il solenne granciporro del tuo autore sta tutto in questo, che invece di dirigere la satira contro il Pubblico Ministero, dipingendolo assetato di condanne ad ogni costo, e contro il Presidente del Tribunale, colorendolo quale un vecchio odioso, inaccessibile ad ogni pietà, o magari parodiaco per sordità od ebetismo, l'ha diretta contro l'avvocato della difesa. Sicuro, s'egli meglio consigliato faceva proprio il rovescio, la sua commedia andava alle stelle dritto dritto: informi il Brid'Oison, delMatrimonio di Figaro,si licet parva componere magnis!Sì, il Brid'Oison, per quanto caricatura plateale, rispondeva allora fino ad un punto agli obblighi d'una certa verosimiglianza; ma che deve importare ora al commediografo se anche l'invertimento che gli propongo fosse artisticamente una volgare riproduzione e moralmente un assurdo, un vero crimine di lesa verità? Crede forse il tuo autore che il pubblico sappia discernere un lavoro osservato e studiato dal vero da quello che è il frutto di compilazioni, o di assimilazioni, quando non lo è di falsificazioni? Allora mi sta fresco! Gli è giusto il contrario. Se il carro di Tespi corre sopra una strada battuta, le cose vanno liscie. Ma per vie inusate?Ah! ah! che bel matto! Ma io ho bell'e capito, soggiunse ironico, gli è anche lui di quelli punti dalla tarantola del nuovo: non gliene importa un fico secco dei facili entusiasmi delle nostre platee; brama invece ardentemente le acri battaglie contro la vecchia macchinaccia tarlata del convenzionalismo, e non avrà pace se non quando poggerà vittorioso sulle rovine del tempio antico, sui frantumi dell'ara e del Dio falso e bugiardo! Bellino tanto! Fagli i miei rallegramenti! Ma se vuole invece dar retta a me, faccia ridicolo non il suo avvocato della difesa, ma il Procuratore del Re e il Presidente, e vedrà! Alle stelle! Addio, Gigi; signori, buona notte... Diglielo, alle stelle!!E come era arrivato, quale una folata di vento, svanì.Bellotti-Bon, che aveva in orrore i periodi lunghi, respirò a pieni polmoni, guardò i suoi comici con un'alzata di sopracciglia che equivaleva ad un:Caspiterina, che talento! Il suo rimedio è proprio infallibile!E poi, fra 'l serio ed il faceto, il più arguto e giocondobrillanteche abbia avuto il nostro teatro dopo il Vergnano, disse all'autore, tirandolo fuori per un bavero:—Senti. La tua commedia è una solenne birbonata, s'intende, e quell'avvocato in fatto di drammatica è un genio, lo si vede al bujo. Ma se dai retta a me, non mutare che il titolo perchè non serva di civetta al paretaio. E sai perchè?Qui cominciò a sbottonarsi l'abito, quasi a far intendere che era venuto il momento di levarglisi d'intorno...—Perchè, aggiunse,se lo scopo dell'avvocato nello studiare le passioni e le ridicolezze umane è di sfruttarle, quello dello scrittore di commedie, meno profittevole ma più bello, è di dipingerle quant'è possibile vere e vive....Quanto alla commedia, è ben giusto dire che se è rimasta in repertorio, lo deve anzitutto al valore di Giovanni Emanuel, l'attore così proteiforme, coscienzioso e potente.
In quest'epoca così sinceramente democratica, come sa il lettore, nella quale non c'è calzolaio che non arrossisca dell'antica insegna ciabattinesca del padre suo, appena Mastro Andrea, a furia di lavoro e di privazioni, è riuscito ad avviare benino la bottega, od ha messo assieme un poderello, c'è da scommettere che invece di fare del figliuolo un valente artigiano od un buon agricoltore, lo manderà a farsi avvocato in una delle troppe e troppo inutili Università. Una volta cotesti spostati li facevano preti e riuscivano quello che riuscivano, meno che di decoro e di lustro al clero: ora li fanno avvocati; vedremo con quale risultato.
Il ragazzaccio fin dall'infanzia mal avvezzo e senza esempio e consiglio, pretensioso e villano a faccia fresca per natura, nove su dieci riesce una forca. La bella e fragrante campagna in cui è cresciuto e il trionfo dei colli ubertosi non gli hanno messo addosso un solo brivido di febbre poetica, e così, a diciotto anni, non trasuderebbe una stilla di entusiasmo per qualsiasi cosa più bella o generosa, neanco a pigiarlo sotto lo strettoio. Nessuna meraviglia quindi ch'egli non abbia che un ideale ed uno scopo, se stesso.
Al primo arrivare nella grande città, sebbene abituato a sentirne motteggiare le usanze come è costume nei borghicciattoli fuori d'ogni movimento e d'ogni istoria, prova una sensazione di scoramento, quasi una mortificazione. Si sente piccino quanto èa corto di quattrini. Ma poi sono tanti i compagni ed è tanta la tacita tolleranza per gli scolari pari suoi, che si rincora presto e in meno di otto giorni ricomincia a vociare e ad impacciare in iscuola e fuori, come se stesse ancora per le strade del villaggio cogli altri monelli o nelle aie coi vaccari ed i carrettieri. Non ha che una scusa: ed è che nelle Università manca tuttora la più indispensabile delle cattedre, quella che insegnerebbe a vivere. Il suo è un turbine di parole e di gesti più che meridionali, nel quale si trovano, quand'è possibile tenerci dietro, sciocchezze marchiane ma clamorose, paradossi scuciti ma sfavillanti, un pochino di logica borghese, e in compenso molte assurdità. Sugo? Presunzione a tutto spiano e rispetto di nulla. Poverino! La mamma lo ha sempre tenuto per un genio e glie lo diceva, e il babbo, sentendo che sono avvocati il deputato, il prefetto e il sindaco, sogna in lui ad occhi aperti qualche cosa di grosso.
Nella grande città, di cui non piglia come i compagni modesti e garbati i modi e la misura, ma soltanto il vizio più a buon mercato, non c'è chiasso o prosopopea che basti a levarci dal basso, bisogna pur sentirsi inferiore a molti in nascita, in influenza ed in coltura; ma questo sentimento che nelle anime semplici e forti si fa emulazione ed ambizione feconda, in lui non suscita che una stizza, un dispetto che Dio sa che itterizia gli darebbero, se la grande creditrice, la società, non gli permettesse qualsiasi sfogo contro di lei, che pure da lui non sarà mai pagata. Egli si rivolta adunque contro la società, che non se ne dà per intesa, e per fare tutto un fascio ed un conto anche contro la natura e gli Dei, che proprio non c'entrano per nulla, sopratutto nella magrissima pensione cui lo danna lo scarso assegno della famiglia, e che ha tanta parte nella segreta ragione di sì fiera ribellione.
Questa ribellione sistematica, e perciò ridicola, ha tuttavia questo di buono per lui che gli conquistal'apparenza d'un giovane d'ingegno: adesso non costa di più. Ma per quanto questo battesimo, in un paese come il nostro, dove l'ingegnaccio saltella e corre e diguazza anche fra i vicoletti più miserabili e poltigliosi, abbia tutta l'aria di un battesimo d'acqua senza sale, per quanto studente possa ancora valere il fusinatesco giovane che non studia niente, c'è tuttavia nell'ambiente delle Università più chiassose, nella fama dei professori più discussi, nelle vaste sale delle biblioteche più polverose, un non so che di misterioso, di imponderabile, ma di indiscutibile che avverte i più ribelli che colla sola scintillaccia e senza un lungo durissimo travaglio non s'arriva davvero in nessuna onesta maniera a conquistare la lode di tutti i buoni e di tutti i valenti, a conquistare l'austera matrona inflessibile, la gloria, quella dagli occhiali che leggono attraverso ai panni quanto si sente, si sa, si può e si vuole.
Allora, non sentendosi il coraggio di buttarsi eroicamente a capofitto nella voragine senza fondo dello studio per rifarsi del perduto e precorrere a perdivista gli altri, trova che è assai più comodo dir corna della scienza come ha fatto della società: quanto a lui, sarà studente giusto quel tanto che occorre per essere laureato — oh la strana parola sopra siffatto cerebro! — e quanto alla gloria, poichè è tanto difficile essere corrisposto dalla matrona, ebbene, ci si contenterà della sgualdrinella che ha un sorriso ed un bacio per tutti, la nomèa. E per costei recita, scrive, pianta giornaletti politici e letterari, dice lui, si batte in duello, si picchia colle guardie e chissà dove domine arriverebbe in questa correntina per la scesa delle puerilità, se non arrivasse il momento di raccomandarsi alla pappagallesca memoria perchè non lo tradisca nella prova suprema e questa non muti la laurea nel ponte dell'asino. È laureato come tanti e troppi altri, e il suo nome, non importa come, venne già stampato più volte su per le gazzette: per uno studente come lui sono due belli scalini!
Ma che farà ora? Degli avvocati ogni anno, graziea Dio, le Università ne scodellano su per giù un migliaio: pochi sono i vocati proprio sul serio, anche meno quelli chiamati per la magistratura. Il resto, dopo di essersi pattullato un pochino colle cieche lusinghe della famiglia, si dissemina lungo le interminabili mangiatoie della burocrazia, ben lieto che il titolo poco sudato gli renda più facile la conquista della cavezza.
Il meglio sarebbe ritornare a casa per soccorrere il babbo colle braccia potenti, per ritemprarsi nella vita onesta e proficua dei campi; ma e la nomèa? e tutto quello che gli bolle nel cervello? e i destini del mondo? Ci deve pur essere un'avvocatura che gli dia il mezzo di spendere tanta esuberanza di forze, che gli permetta di gittare dalla tribuna quel grido dell'anima che raccoglie tutti gli odj, tutte le smanie di vendetta degli oppressi..... cominciando da lui, tanto oppresso dalla vanità?
Sicuro che c'è: èl'avvocatura delle cause perse, come la chiamano in Tribunale; quella che non costa dottrina ed ha per arringo il patrocinio di ogni cosa che solletichi la curiosità oziosa e plebea, dagli scandali di alcova alle mattate tragicomiche della piazza; quella che può conservare le emozioni istrioniche del dilettante, e trasformarlo ora in mitingaio ed ora in tribuno improvvisato.
Ma non è facile esordire bene neanche in questa palestra. E poi fra i nuovi colleghi ed i magistrati le sue alzate d'ingegno non trovano mica più l'eco compiacente del caffè; e neanche i bisticci e gli epigrammi con cui saettava i professori, e i chiapparelli e le fole inventate lì per lì a canzonare i compagni, destano la risata d'una volta: anzi c'è chi risponde al paradosso provando che ha la barba più lunga di Mosè, e altri dimostra come l'utopia non abbia gasse nè ali per alzarsi da terra quanto un tacchino, neanche aiutata dalle supposizioni più indulgenti e dalle ipotesi più iperboliche. Queste piccole disillusioni nuovissime e frequenti gli mandano sossopra fiele enervi, e così nasce in lui il disprezzo più cordiale per gli altri avvocati e l'odio più intenso per i magistrati, i quali pigliano così, come di dovere, nel suo cuore il posto lasciato vuoto, ma ancora caldo, dai poveri professori.
Eppure questo atleta che vuole scendere nel circo con armi sì meschine, che ha più debiti che idee, più invidia che emulazione, che non ha che la stoffa d'un comico di second'ordine, che è appunto l'ordine di chi non ne ha, deve pure riescire qualche cosa in quell'aristocrazia di farabutti, fra avvocati ingrassantisi di veleni, affaristi e cortigiane, al cui benefizio più d'un pessimista afferma, speriamo bestemmiando, avere l'aristocrazia dell'ingegno, del valore e della virtù fatto l'Italia; e riescirà per tre ragioni una peggiore dell'altra: prima perchè il governo rappresentativo è fatto apposta per gli avvocati, ma più per i pessimi che per i buoni; poi perchè per valersi di tutti gli equivoci e le contraddizioni che corrono fra l'uso e l'abuso della libertà è proprio necessario un frutto bacato come gli è lui; perchè infine egli che non ha studiato nè nelle scuole nè dopo, che consuma più vino che olio di lucerna e quale lettore assiduo di giornali e di romanzi non può che abborrire da ogni serietà di studio e di meditazione, ha però osservato e studiato con attenzione il suo tempo e i suoi concittadini.
Egli si è accorto anzitutto che l'istrionismo lascia i comici per dilagare nella società, penetrando poco a poco nei costumi, nella conversazione, nelle lettere e peggio che mai nella politica, sia perchè il popolo è incorreggibilmente vago di saltimbanchi, sia perchè la politica meno che il ridicolo può scusare ogni più buffa e rea azionaccia. Cyrano De Bergerac asseriva or sono più di due secoli, gli italiani nascere tutti comici; e alle volte pare veramente che noi rappresentiamo in ogni sfaccettatura della vita un complesso di così squisita e perfetta commedia, da spiegare in quale guisa il nostro teatro non sia all'altezza dellanostra gloria letteraria ed artistica, poichè una tale eccellenza di simulazioni deve necessariamente togliere ogni speranza al commediografo di arrivare ad emularla..... Comunquesiasi, l'avvocatino ha intanto notato che l'istrionismo preferisce alle espressioni schiette e semplici le studiate e sonanti, alla passione sentita e forte la sfuriata declamatoria, ai caratteri fieri la gente superficiale e poltrona e bracona, al fare cose grandi e feconde le comode e fugaci fiammate d'un breve entusiasmo. E ha pure notato che la coscienza latina è cosifatta che mentre non mostra che un po' di stima platonica per i galantuomini, sente invece la più viva simpatia e sollecitudine per le canaglie matricolate.
Finalmente ha osservato che la mediocrità scettica, ignorante e superba che si è quasi infeudato ogni movimento della vita italiana, ed ha riempito, per quanto le è stato possibile, ogni Consiglio di omiciattoli che non si sa capire come riescano a star ritti, tanto è il vuoto del loro cervello, ci ha in tal modo intontiti e resi indifferenti sopra ogni riguardo, che la sfacciataggine diventa ogni giorno più l'arte sicura di arrivare dovechessia, e dieci pagliacci potrebbero di leggieri imporsi a centomila cittadini. Alle volte si direbbe, scorati, che i cittadini che sentono la libertà essere la giustizia, non abbiano poi attitudine alcuna ad unirsi per difenderla, o che disperino di far giungere ad una vera emancipazione le classi che ancora guaste dalla servitù sono già corrotte dalla licenza.... Ma questa indifferenza spiega ad ogni modo l'insanabile furore di avvilimento e di disprezzo che c'invade, e rivela all'osservatore la noia, il castigo delle generazioni senza ideali, e, per sua conseguenza, la disposizione morbosa ad accogliere meglio il disordine che non l'appello sempre più uggioso del dovere.
L'avvocatino fa tesoro, gongolando, di queste brutte rivelazioni; ride degli antichi gloriosi patriarchi della giurisprudenza italiana, ride dell'avvocatura così bella nel suo esercizio e così nobile nel suo fine, e si preparaalla battaglia: tre o quattro volumi fra alienisti, socialisti e pessimisti bastano per fornire le armi; non importa come traditi. Nè importa che la sua sia giusto la caricatura della scuola positivista, la quale non ha mai inteso sparare che il delitto siasempreun'aberrazione o l'effetto di una provocazione, la ribellione il solo mezzo di risolvere le questioni più intricate, e che corruzione, doppiezza ed ogni altra più trista vergogna non siano imputabili che al clima e ad altre cause non volitive.
Noi non seguiremo, come ha fatto l'autore della commedia, l'avvocatino in tribunale, nè ci meraviglieremo che quella sua furia insolente e vertiginosa abbia colpito la platea sucida e feroce della Corte e meglio ancora il branco pecorino e sbadigliante dei Giurati, nè che quelle schidionate di menzogne e di vituperj possano essere gabellate quali saggi di nuovissima eloquenza: se ciascuno avesse, non diciamo una convinzione, ma almeno un'opinione, il pallone pieno di vento schiatterebbe sotto le risate più clamorose; ma l'opinione, dai più, si preferisce di comprarsela bell'e fatta, purchessia, pur che non costi, s'intende, più di un soldo.
Inutile dire che il bel metodo riesce anche meglio quando l'avvocatino si fodera del mitingajo o del saltimbanco per le campagne elettorali.
La farsa finisce come deve finire con tanti personaggi da farsa nei clienti delle dimostrazioni e dei comizj, negli elettori e nei contribuenti: l'avvocatino arriva dove arrivano tanti altri liberali del denaro altrui, a parer persona, ai Consigli del Comune, meglio ai Consigli d'Amministrazione, e, peggio per lui, al Parlamento.
Perchè peggio per lui? Perchè il Parlamento è il magno strizzatore di questi limoni senza sugo!
La favola necessariamente lieve in cui l'autore aveva incarnato questo tipo, portava dapprima per titolo:LA NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI. Rappresentata per la prima volta in Torino, al teatro Gerbino, lasera del 24 maggio 1874, destò un indescrivibile tumulto nel pubblico affollatissimo. La maggioranza, gradita la satira, rideva ed applaudiva con tanto maggior calore quant'era evidente in un certo numero di spettatori l'intenzione di troncare la recita fin dalle prime scene: finì per trionfare la prima, ma non senza molto contrasto. Il Bellotti-Bon, malgrado le risate frequenti e gli applausi e le chiamate, era vivamente indispettito; nè valeva che l'autore gli dicesse che senza quel contrasto probabilmente il suo lavoro non avrebbe ottenuto tanti applausi.
—Sì, sì, quegli rispondeva;puoi anche aggiungere che il contrasto prova che la satira ha toccato, forse un po' troppo, ma giusto. Ma non basta. I comici non vivono affatto della vita sociale e non possono capire, apprezzare e difendere la portata di un lavoro studiato sul vero: e perciò non hanno nulla del gladiatorio. Recitano tutto l'anno un repertorio, per lo più straniero, quasi tutto accettato ad occhi chiusi! I contrasti li paralizzano sempre; nè vale il dire che la fischiata è soltanto diretta all'autore, e che l'autore si dovrebbe fischiare, se questo gusto si confà coll'educazione, in fin d'atto; che la fischiata ad ogni modo è sempre un atto in cui con molta sciocchezza entra un po' di vigliaccheria: alla stretta dei conti la fischiata impedisce all'attore di essere vero, piacevole, potente, artista. E io, come i miei comici, mi domando se non c'è un rimedio per evitare nelle repliche ogni contrasto, ed assicurare, per quanto è possibile, l'unanimità del successo.
—Sì che c'è, e l'ho bell'e trovato io!gridò un signore irrompendo nel camerino del capocomico, colla disinvoltura di chi recitando ogni giorno la commedia, conosce tutti i settemila segreti dell'arte. Il Bellotti-Bon, volgendosi, presentò al signore i tre o quattro attori che lo avevano seguito nel camerino, ma non l'autore rimasto inosservato in un angolo fra il portacatino e l'attaccapanni, e poi nominò lodando cortese il signore, uno dei più noti e facondi avvocati delforo italiano. Se il fiero castellano di Brolio aveva detto agli italiani: siamo onesti, Giuseppe Peracchi, l'elegante e gentile attore, raccomandava ai comici di essere almeno garbati; ma Bellotti-Bon era sempre onesto e cortese con tutti.
—Dunque sentiamo il rimedio.Già, aggiunse con quel suo sorriso fine fine fra la bonarietà e la canzonatura,già si sa che sei abituato a trovare il modo di sciogliere ben altre difficoltà in Tribunale, in Parlamento e nei Consigli del Comune...
—E della Provincia, ripicchiò l'altro.Anzitutto pigliatela pure col pubblico, se pubblico abbiamo, che vorrebbe lavori italiani, dice, e poi appena accennano ad uscire dall'andazzo, li stronca, pollice verso,senza pietà: te lo dico subito perchè so che è tuo privilegio non abbandonare in nessuna congiuntura lo scrittore. Ma cotesto pubblico è qual'è, e tocca a te ricordarlo. Ma che ti gira, venire a far battezzare unaNuova scuola degli avvocatia Torino che ha la invidiabile fortuna di averne la bellezza di ottocento? Come si fa a sognare d'avere a questi lumi di luna un pubblico così civile quale era l'Ateniese che accoglieva a suon di risate le staffilate con cui Aristofane lacerava le spalle al suo Cleone ed ai demagoghi «sempre cari alle taverne ed ai lupanari?» Questa è per te e per l'autore. E uno e l'altro, ma tu più dell'altro, dovreste conoscere i vostri polli. E i polli di coteste stie, che dovrei forse chiamare capponaie, sono da un bel pezzo abituati a non trovare nella drammatica che lo sfogo di ogni stizza più o meno ragionevole contro la legge e le autorità. Sarà sciocco; ma il teatro è giusto il luogo, non dico come dovrei il sito, dove si dicono più sciocchezze in prosa ed in versi e più in versi che in prosa. Finezze? Non arrivano. Tirate? Tutte. Gli è, caro Gigi, che da noi è l'elemento giovane che guida il pubblico in teatro: quindi è il sentimento non la riflessione che giudica; quindi il poeta ha tanto maggior sicurezza di riescire quanto più sono calde le botte e le apostrofi, non importa se contro il sensocomune. Io, se facessi il capocomico, non accetterei oggi un lavoro che non fosse di scrittore anarchico, o almeno socialista, o, alla peggio, repubblicano. E il solenne granciporro del tuo autore sta tutto in questo, che invece di dirigere la satira contro il Pubblico Ministero, dipingendolo assetato di condanne ad ogni costo, e contro il Presidente del Tribunale, colorendolo quale un vecchio odioso, inaccessibile ad ogni pietà, o magari parodiaco per sordità od ebetismo, l'ha diretta contro l'avvocato della difesa. Sicuro, s'egli meglio consigliato faceva proprio il rovescio, la sua commedia andava alle stelle dritto dritto: informi il Brid'Oison, delMatrimonio di Figaro,si licet parva componere magnis!Sì, il Brid'Oison, per quanto caricatura plateale, rispondeva allora fino ad un punto agli obblighi d'una certa verosimiglianza; ma che deve importare ora al commediografo se anche l'invertimento che gli propongo fosse artisticamente una volgare riproduzione e moralmente un assurdo, un vero crimine di lesa verità? Crede forse il tuo autore che il pubblico sappia discernere un lavoro osservato e studiato dal vero da quello che è il frutto di compilazioni, o di assimilazioni, quando non lo è di falsificazioni? Allora mi sta fresco! Gli è giusto il contrario. Se il carro di Tespi corre sopra una strada battuta, le cose vanno liscie. Ma per vie inusate?
Ah! ah! che bel matto! Ma io ho bell'e capito, soggiunse ironico, gli è anche lui di quelli punti dalla tarantola del nuovo: non gliene importa un fico secco dei facili entusiasmi delle nostre platee; brama invece ardentemente le acri battaglie contro la vecchia macchinaccia tarlata del convenzionalismo, e non avrà pace se non quando poggerà vittorioso sulle rovine del tempio antico, sui frantumi dell'ara e del Dio falso e bugiardo! Bellino tanto! Fagli i miei rallegramenti! Ma se vuole invece dar retta a me, faccia ridicolo non il suo avvocato della difesa, ma il Procuratore del Re e il Presidente, e vedrà! Alle stelle! Addio, Gigi; signori, buona notte... Diglielo, alle stelle!!
E come era arrivato, quale una folata di vento, svanì.
Bellotti-Bon, che aveva in orrore i periodi lunghi, respirò a pieni polmoni, guardò i suoi comici con un'alzata di sopracciglia che equivaleva ad un:Caspiterina, che talento! Il suo rimedio è proprio infallibile!E poi, fra 'l serio ed il faceto, il più arguto e giocondobrillanteche abbia avuto il nostro teatro dopo il Vergnano, disse all'autore, tirandolo fuori per un bavero:
—Senti. La tua commedia è una solenne birbonata, s'intende, e quell'avvocato in fatto di drammatica è un genio, lo si vede al bujo. Ma se dai retta a me, non mutare che il titolo perchè non serva di civetta al paretaio. E sai perchè?
Qui cominciò a sbottonarsi l'abito, quasi a far intendere che era venuto il momento di levarglisi d'intorno...
—Perchè, aggiunse,se lo scopo dell'avvocato nello studiare le passioni e le ridicolezze umane è di sfruttarle, quello dello scrittore di commedie, meno profittevole ma più bello, è di dipingerle quant'è possibile vere e vive....
Quanto alla commedia, è ben giusto dire che se è rimasta in repertorio, lo deve anzitutto al valore di Giovanni Emanuel, l'attore così proteiforme, coscienzioso e potente.