NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.—Lʼindice non è compreso nellʼopera originale. Ne è stato prodotto ed aggiunto uno dal trascrittore.—La copertina è stata creata dal trascrittore ed è posta in pubblico dominio.A. G. CAGNAUN BEL SOGNOROMANZO«O speranze, speranze; ameni inganni«Della mia prima età! Sempre parlando«Ritorno a voi; che per andar di tempo«Per varïar dʼaffetti e di pensieri,«Obliarvi non so!.........LeopardiMILANO 1871PRESSOCARLO BARBINIEDITOREVia Chiaravalle, 9.Prezzo L. 2—UN BEL SOGNOA. G. CAGNAUN BEL SOGNOROMANZOMILANO 1871PRESSOCARLO BARBINIEDITOREVia Chiaravalle, 9.Proprietà Letteraria.Ditta Wilmant.INDICEPag.Dedica5CapitoloI.9»II.18»III.24»IV.34»V.46»VI.54»VII.62»VIII.67»IX.77»X.86»XI.97»XII.111»XIII.119»XIV.127»XV.136»XVI.173»XVII.185»XVIII.200»XIX.205»XX.214Alla Signora F....È un romanzo, unʼinvenzione?... Domanderanno taluni—Ma voi, o signora, a cui intitolo questo lavoro, voi sola potreste dire: È verità.Io lo so, voi non la direte mai questa parola, e forse per la prima inarcherete le ciglia affettando di credere al romanzo—Non importa; per quanto facciate, la vostra coscienza non la penserà così; nelle recondite fibre del vostro cuore, ve ne saranno di quelle che gemeranno per dolore,... e diciamolo pure, per rimorso.Riandando colla mente sui fatti che espongo, ricordandovi di quei personaggi che assai meglio di me conosceste, voi sola potete farvi una chiara idea del mio intendimento nello accingermi allʼimpresa di narrare la storia di uno sventurato artista.Voi sola potete sapere perchè io ve ne abbia fatto in secreto la dedica—Vi sono delle lezioni che si ripetono per tutta la vita, e questa che a voi tocca è una di esse. La pubblicazione di questo lavoro è una protesta contro la spensieratezza e lʼincostanza.Non accuso alcuno, espongo semplicemente i fatti dai quali il lettore può a tuttʼagio trarne sentenza. Aggradite o signora la dedica che a voi faccio delle preziose reliquie di unʼanima grandemente generosa ed infelice; soddisfo così ad un debito sacrosanto che mʼimpone la coscienza—Io ho fatto il mio dovere, ed il mio cuore è libero.... auguro altrettanto a voi.Avete una figlia—Che lʼesempio di Laura vi tenga lontana dallʼeducarla alle frivolezze del mondo, ed allorchè sarà grandicella, e la ragione si farà strada nella sua intelligenza, mettetele fra le mani questo libro facendo segni su certe pagine che non sarà necessario indicarvi—Può darsi che quella bambina compiangendo alla sorte di Ermanno, impari a non rendersi causa di altrettali sventure.Allontanate da vostra figlia tutto ciò che puòessere vanità o capriccio, insegnatele a non assumersi la responsabilità di promesse inconsiderate che traggono spesso a fatali conseguenze—Lʼincostanza di Laura le sia di esempio, la sventura di Ermanno la conforti a fare se è dʼuopo sacrifizio delle tendenze arrischiate del suo cuore—Insegnatele o Signora, ad amare, non a fantasticare; ponete freno alle inquietudini della sua giovane fantasia, affinchè non tocchi a lei pure il rammarico di aver fatto unʼinfelice.Colle attuali esigenze sociali, non è possibile conciliare certe tendenze del cuore cogli interessi di famiglia. Il mondo posa troppo ancora sui pregiudizi di casta, e laconvenienzaregna tuttavia sui destini umani perchè si possa toccare ad una libertà dʼamore—Lʼuguaglianza dei cuori e ancor troppo plasmata sulle uguaglianze sociali perchè le aspirazioni generose possano conseguire la loro meta.Un giorno, forse non lontano, si verrà alla soluzione di questo problema che ha già una radice presso tutti i popoli inciviliti—Quel giorno segnerà lʼapogeo dello sviluppo umano, perchè allora soltanto avrà principio la gerarchia delcuore e dellʼintelligenza.—Credete Signora alla sincerità deʼ miei consigli sui quali non vi diedi mai motivo a dubbio—Checchè io faccia non sarà mai che possa pervi in non cale; sono trascinato mio malgrado ad interessarmi di tutto ciò che vi riguarda, e se ora mʼincombe di arrecarvi qualche dolore, e tastarvi qualche piaga, siate certa che non lo faccio senza rammarico.La più benefica legge di natura è lʼoblio dei mali del passato, e la speranza nellʼavvenire: sperale. Voi più che ogni altra abbisognate di conforti nelle gioie domestiche, ed io ve ne faccio augurio di vero cuore.La storia di Ermanno può contenere qualche ammaestramento; essa non appartiene più a noi —Associandovi a questʼopera intendo di farvi parte di quel poʼ di bene che taluno potrà trarre dalla lettura di queste pagine——– non è unʼespiazione, ma dovere dʼumanità.—Compatitemi, e credetemi di voi affezionatissimoA. G. Cagna.Vercelli, Ottobre 1870.UN BEL SOGNOI.Non sono ancor trascorsi molti anni che in Brescia nelle tarde ore della notte, in una via poco frequentata, udivasi di sovente il suono di un pianoforte eccitato da una mano maestra.Erano melodie spontanee soavemente malinconiche, vibrazioni patetiche che scorrendo sullʼaria quali folate armoniche, andavano perdendosi lamentosamente a guisa di zeffiro che destandosi vigoroso ed ardito si smarrisce tra i fogliami delle siepi, e muore alitando un flebile sospiro.Non era difficile lʼaccorgersi che quelle soavi modulazioni erano prodotte da unʼabile mano che rispondeva interprete ad un gentilissimo sentire—Per concepire ed esprimere quel misterioso linguaggio che si chiama musica, bisogna avere il cuore suscettibile alle soavi emozioni, ed i concenti sublimi di quel pianoforte erano lʼemanazione palpitante di una fantasia delicata, erano la voce, lʼespressione di un sentimento puro, ineffabile, celeste.Per quanto possa essere lʼarte inerente allʼuomo, nullameno lʼartista vive si può dire di una doppia esistenza; lʼarte è unʼegoista, unʼinnamorata gelosa che si costituisce nella mente degli uomini un governo speciale, assoluto, determinato a certi momenti in cui tutte le altre facoltà dellʼintelletto devono inevitabilmente sottomettersele—Lʼartista, il vero artista della fantasia, cessa dʼesser uomo nel momento che crea, la sua mente sprigionandosi dalla cerchia troppo angusta in cui è costretta, erra libera negli spazi dellʼinfinito in cerca di emozioni da trasfondere ed imprimere nelle opere dʼarte.Egli è appunto in uno di questi momenti che noi sorprenderemo il giovane pianista Ermanno Alvise, giacchè era desso il gentile disturbatore del silenzio notturno, era desso che colle soavi melodie arrestava il passeggiero per quella via costringendolo ad assaporare sino allʼestremo quei melodiosi sospiri.Un salotto arredato con molto gusto, e di cui principale ornamento era un pianoforte verticale di elegante costruzione, un tavolino ripieno di scartafacci di musica, alcune sedie ed una poltrona che dallʼampia sua forma prometteva un comodo adagiarsi; ecco lo studio del nostro Ermanno il quale stava seduto al pianoforte colle mani erranti sulla tastiera nellʼabbandono di chi tenta modulare i concetti che gli attraversano la fantasia.Ermanno avea 25 anni, la sua statura era un medio, nè troppo alta nè troppo bassa; ciò che più colpiva in lui erano due grandʼocchi bruni che spiccavano sopra il volto palliduccio e gramo; la sua figura non aveva nulla di straordinario, allʼinfuori di una leggiera mestizia che spiravagli dallo sguardo.—Allorchè egli era rapito dalla corrente delle sue idee, le labbra si socchiudevano lasciando sfuggire un lieve sorriso di soddisfazione.Dotato di un grandissimo amore per la musica, egli aveva di gran lunga superate le belle speranze concepite sul suo ingegno; al culto dellʼarte ei dedicò i suoi primi anni, e giovanissimo ancora era salito in bella fama. Nessuno meglio di lui traeva accordi più soavi dal pianoforte, la musica da lui eseguita aveva lʼimpronta di un linguaggio misterioso, ed il fascino che sapeva esercitare sullʼanimo degli uditori era sì grande, che bene spesso era giuocoforza abbandonarsi colla mente a tutte le oscillazioni di quelle corde, che sotto le dita del giovane pianista fremevano dʼun nuovo accento, ed accarezzavano lʼudito siccome le patetiche modulazioni dellʼarpa—Ma ciò che più di tutto distingueva Ermanno, era la sua abilità nellʼimprovvisare sul pianoforte. Allora la fantasia svincolandosi dalle strettoie di un concetto limitato in poche linee di stampa prendeva il largo negli spazi infiniti della sua feconda immaginativa; in questi slanci della mente appariva vergine ed intatto il genio dellʼartista, che secondando lʼimpulso dʼun cuore ardentissimo, ora strappava lacrime con un adagio flebile, delicato, quasi impercettibile che ricercava le fibre dellʼascoltatore, e carezzandole soavemente inspirava allʼanimo sensi di dolcissima mestizia—Ora come torrente che straripa, le note incalzavano le note, e tanto rapidamente, che pareva dʼassistere allo spettacolo dʼun temporale dʼinferno, allo urtarsi impetuoso di schiere dʼarmati spronati ad orribile massacro.Era bello Ermanno in quei momenti di abbandono, il suo sguardo stava sempre rivolto alle mani, elio agilissime sorvolavano sui tasti con tanta grazia e delicatezza come si accarezzerebbe la chioma di una donna amata.Da qualche tempo egli lavorava alla composizione di unafantasianella quale stillava tutta la sua fecondainspirazione. Buona parte ne era fatta, ma la riuscita non corrispondeva mai alle esigenze dellʼartista.Passava ore intiere alla ricerca di una frase, diremo di più, ogni nota era lʼoggetto di un paziente esame, ne provava tutte le vibrazioni, ne analizzava lʼaccento modulandola in mille guise finchè lʼaveva collocata al suo vero posto—Era un lavoro lunghissimo, un raffinamento squisito del genio, un ricamo della fantasia.Sorprendiamo Ermanno in una delle sue veglie. La notte era già di molto avanzata, eppure non se ne accorgeva; da più di unʼora le sue mani cercavano sulla tastiera unʼidea inafferrabile che gli attraversava la fantasia senza poterla colpire.—Non solamente la parola si ribella ad esprimere tutto ciò che si concepisce; la musica siccome quella che presenta un campo pia vasto nella regione delle idee, riesce sempre più indecisa nellʼespressione del pensiero. Qual è lʼartista che possa vantarsi di tradurre fedelmente le idee che gli sorgono dalla mente? Tutto ciò che si esprime in arte non è che una pallida riproduzione di ciò che si concepisce. Se le parole potessero tener dietro e concretizzare tutti i voli dellʼimmaginazione, sarebbe gran ventura per gli uomini di genio.Tali riflessioni le faceva pure Ermanno che da molto tempo affaticavasi invano nel cercare la traduzione di un concetto troppo ardito per poterlo esprimere coi mezzi incompleti dellʼarte. Già era passata la prima ora del mattino senza che lʼostinato artista pensasse che anche la natura esige i suoi tributi; ei non aveva sonno, la sua volontà era tanto fissa in quellʼidea che non sentì neanche il suono di una voce che lo chiamava per nome.—Alla seconda chiamata però si scosse, ed alzandosi immantinente corse ad aprire la porta che introduceva in una stanza attigua alla sua sclamando:—Hai chiamato mamma?—Sì, rispose la voce.—Attendi, porto il lume, e levata una candela dal pianoforte, ritornò nella camera della madre accostandosi premurosamente al letto.—Ti senti forse male?—No, no, rispose sorridendo la buona donna, sto benissimo, ho domandato perchè voglio che tu vada al riposo, è molto tardi ed hai lavorato abbastanza.—Ma no, non sono stanco, ti assicuro che mi sento bene.—Non importa, tu non sei troppo robusto figlio mio, dà retta a me, va al riposo, da bravo.—Va bene, mormorò Ermanno sorridendo, vado, ma, per farti piacere.Nella stessa camera eravi una specie dʼalcova nascosta da unʼampia cortina; Ermanno aveva colà il suo lettuccio; vi entrò e poco dopo madre e figlio stavano immersi nel sonno. La madre era una donna sui cinquantʼanni ancora ben conservata; in essa consisteva tutta la famiglia del pianista a cui da molti anni era mancato il padre. Non si potrebbero dire i sacrifizi che fece quella buona donna onde assecondare le inclinazioni artistiche del figlio, ma ne riceveva in compenso il ricambio di unʼaffezione figliale senza pari.Quelle due creature vivevano lʼuna dellʼaltra; Ermanno non usciva mai a meno che non vi fosse costretto dalle sue faccende. Di giorno dava lezioni di musica, verso sera faceva una breve passeggiata colla madre, indi entrambi rientravano; egli si assideva tosto al pianoforte suo fedele amico, come diceva, la madre gli si poneva accanto, e stava ad ascoltare la musica finchè il sonno non le gravava le ciglia, poi se ne andava al riposo—Ermanno fermavasi ancora lunghe ore a studiare senza che per ciò il sonno dellamadre venisse menomamente disturbato; anzi quella buona creatura si addormentava dolcemente come in braccio ad una visione, fra i flebili accordi del pianoforte, e lʼultimo suo moto era un sorriso di compiacienza che le restava impresso sulle labbra.Dallʼepoca in cui Ermanno si accinse a dar lezioni, le sorti della piccola famiglia erano dʼassai migliorate, e mercè unʼassiduo lavorare, il figlio poteva procurare tutti i comodi alla madre—Ogni giorno si arricchiva dʼun mobile quel modesto alloggio, e dopo molti risparmi erasi avverata una cara speranza; potendo finalmente il giovane artista far acquisto di un buon pianoforte, e rinunziare al suo vecchio tavolaccio.Niuno più felice di quei due esseri che vivevano unicamente per consolarsi a vicenda. Accadeva talvolta che Ermanno dovesse passar la sera in qualche concerto, e la madre allora non si metteva a letto finchè egli non fosse di ritorno, lo aspettava se dʼestate alla finestra, se dʼinverno accanto al fuoco, tendendo lʼorecchio a tutti i passi che risuonavano sulla via.Nel seno di unʼesistenza sì tranquilla Ermanno trovava le inspirazioni per lʼarte sua, e nel silenzio della sua cameretta vegliava le notti studiando, confortato dal pensiero che mercè sua la buona madre riposava tranquilla e felice. Entrambi insomma godevano di una pace domestica rara ed invidiabile.Allʼindomani di quella notte in cui Ermanno aveva protratto lo studio sino a tarda ora, mentre stavasene seduto al piano discorrendo colla madre, fu bussato alla porta.—Avanti, rispose il giovane, volgendosi per scorgere chi vʼentrava, oh sei tu Alfredo?... Che nuove?....Un giovinotto vestito con molta eleganza e ricercatezza, entrava liberamente come uno che fosse di casa,e dopo di aver stretta la mano a mamma Alvise, si avvicinò ad Ermanno dicendo:—Proprio io, ti disturbo forse?—Eh! scherzi, tu sai che di te non mi prendo soggezione. La mia sorpresa attribuiscila allʼessere qualche giorno che non ti vedo.—La tua famiglia come sta?—Benissimo. Fui a Milano, non lo sapevi?—Ma no, risposa Ermanno additando una sedia allʼamico.—Propriamente, sono stato a Milano per dodici giorni, in casa di mio zio a cui ho portata via la famiglia per farla passar qualche tempo con noi.—Come, è in Brescia la signora Ramati?—Sì; ho incarico di farti i suoi saluti. Per parte di mia sorella poi, debbo tirarti unʼorecchio; a quanto ella mi disse, tu hai disertata la nostra casa.—Chiedi scusa per me a madamigella Letizia, figurati che non ho ancora potuto arrivare a metà della mia Fantasia per piano solo, e sì che ci lavoro attorno di santa ragione.—E che perciò, ne abbiamo forse noi colpa alcuna per abbandonarci così?—Ora poi, aggiunse Alfredo, spero che vorrai favorirci, tanto più che mia cugina muore per la voglia di sentirti; le parlai tanto bene di te.—Come hai una cugina?—Ma si, la figlia dello zio, una giovinetta di diciassette anni, uscita che è poco dal collegio, bionda, bella e viva come una farfalla. Tu la vedrai con piacere; anzi venni apposta per dirti che stassera sei atteso. Mia sorella te ne prega, mia cugina te ne scongiura.—Bada, disse Ermanno sorridendo, tu parli con troppo ardore di questa cugina.—Che vuoi mio caro! è una fanciulla così viva ed amabile, che mi butterei sul fuoco per piacerle.—È convenuto, stassera ti aspetto.—Senti Alfredo, non potresti dilazionare? Per questa sera avevo unʼaltro progetto.—Impossibile, se tu non mi prometti di venire, non avrò più il coraggio di presentarmi a casa; mia cugina...—E dalli.—Oh senti, tu verrai ad ogni costo, perchè ho già impegnata la mia parola; anzi siccome conosco i tuoi gusti per la tranquillità, diedi ordine che per questa sera non si riceva alcuno; così saremo noi soli a bearci delle tue melodie. Ripassa se lo hai dimenticato quel tuo bellissimo notturno—Al chiaro di luna—Mia cugina è ansiosa di sentirlo.—Siamo dunque intesi, stassera alle sei ti aspetto, pranzeremo insieme.—Impossibile, interruppe Ermanno, fino alle otto non sono in libertà.—Perchè?—Perchè alle sette ho un altro impegno.—Allora alle otto, già di te mi fido...—Sta sicuro.—Addio.—A rivederci.Alfredo Ramati era un simpatico giovinotto di distinto casato; la sua famiglia era molto ricca, ma questa volta, come non avviene troppo spesso, le ricchezze andavano congiunte ad una bontà e compitezza veramente rara.—Il padre di Alfredo era stato avvocato di molta fama in gioventù, ed ora allʼombra della pace domestica si godeva i frutti del suo lavoro. Sua moglie era morta da parecchi anni lasciandolo con due figli, Alfredo e madamigella Letizia. Questʼultima disimpegnava le funzioni di padrona di casa, e tutto veniva regolato secondo il di lei gusto.Alfredo aveva una passione pronunciata per la musica, ed era legato ad Ermanno per vincolo di vera amicizia; il suo affetto e la sua ammirazione pel giovaneartista andavano fino allʼesagerazione, e non poteva parlare dellʼamico senza dare in elogi infiniti.Ermanno era si può dire di famiglia in casa Ramati, aveva libero accesso in qualunque ora del giorno, e talvolta per compiacere madamigella Letizia, si fermava sino a tarda sera.Da qualche tempo però egli aveva sospese le sue visite unicamente per le soverchie occupazioni.Alfredo per puro diporto era partito alla volta di Milano, ove si fermò qualche giorno presso suo zio, fratello dellʼavvocato Ramati, lo zio Pietro, come lo si chiamava. Dopo viva istanze ottenne da lui di condurre la zia e la cugina Laura in Brescia per passarvi un poʼ di tempo.—Come al solito Alfredo in causa del suo debole parlò sovente alla cuginetta dellʼabilità e del talento di Ermanno, e tanto si esaltò nel magnificarlo, che nacque nella ragazza un desiderio ardentissimo di udire questo portento.Ecco come stavano le cose, e perchè Alfredo si recò da Ermanno appena arrivato.Ermanno dal canto suo aveva accettato volentieri giacchè riguardo a madamigella Laura, non eravi a prendersi soggezione. Partito Alfredo da casa sua, egli si rimise al pianoforte, e studiò lungamente. Nella giornata ripassò il suonotturno, ed alla sera verso le sei uscì a passeggiare colla madre.—Ecco qual era lʼimpegno di Ermanno, il dovere di amico non gli faceva scordare quello di figlio.—Alle otto Ermanno era sulla via che guidava al palazzo Ramati.II.Aveva appena scossa la corda del campanello, che risuonarono dallʼinterno della casa esclamazioni di gioja. Venne tosto aperto, ed apparve sulla soglia madamigella Letizia seguita da una bella ragazza che appena vide Ermanno si mise a gridare:—Eccolo, eccolo, è desso!Il giovane fu introdotto nella sala della signorina Letizia, che nellʼaddurlo per mano gli disse:—Questa volta non ci scappa più.Non furono neccessarie tante cerimonie di presentazione, giacchè la madre di Laura già conosceva Ermanno; in quanto a madamigella Laura nel suo eccesso di espansione aveva già tolto il cappello e la canna di mano al giovane con tale confidenza come se da molto tempo lo conoscesse.—Tu ne sarai sorpreso, disse Alfredo, ma mia cugina ti conosce già intimamente; ella sa tutta la tua storia; epperciò non è il caso di stare in complimenti.—Oh! si davvero, sclamò Laura vivamente, il signore era già una mia conoscenza prima ancora che lo vedessi; domandi alla mamma quante volte abbiamo parlato di lei. Alfredo mi fece siffattamente lʼelogio del suo talento per la musica, che non avrei avuto più pace se non mi veniva dato di udirlo.—Il caro Alfredo ha troppo zelo a mio riguardo, rispose Ermanno sorridendo, e sarò a lui debitore se la mia poca abilità non corrisponderà affatto alle troppo grandi aspettative di madamigella.—Via signorino, ella vuole rimpicciolirsi per apparirepoi più grande, interruppe Letizia. Intanto Laura aveva già preso Ermanno per il braccio, e tirandolo dolcemente lo fece sedere al pianoforte dicendo:—Animo, favorisca di suonare quelnotturno—al chiaro di luna—ne conosco già una parte.—Davvero? chiese Ermanno.—Ma sì, il cugino Alfredo aveva la compiacenza di cantarlo.Ermanno era confuso, giammai egli aveva incontrato un carattere così vivace, ed ingenuo. Sedendo al piano, alzò gli occhi sulla giovinetta che si era posta a lui di fianco, e stette a contemplarla, anzi ad ammirarla.Alfredo non aveva punto esagerato; Laura era di una bellezza sorprendente. Nulla di più soave del suo occhio ceruleo improntato di una vivacità straordinaria; in quello sguardo brillava un misto dʼingenuità e civetteria che formava uno strano contrasto. Una bella fronte di neve contornata da ricchissima capigliatura, bionda come quella di un cherubino.Il complesso della persona gareggiava in vezzi colla soavità del volto, e lʼinsieme di quella figurina era di una eleganza statuaria.Ermanno rimase colpito; giammai egli aveva vista fanciulla più bella, giammai nelle ricerche della sua fantasia dʼartista, erasi immaginata una realtà così seducente. Abbassò lo sguardo dal volto di lei, e sfiorando colle mani la tastiera del pianoforte, improvvisò unoScherzo, una specie diCapricciodelicato come le idee che gli si erano destate nellʼanima contemplando quella gentil creatura.Laura stette ad ascoltare senza batter palpebra, e quando egli ebbe terminato, ella corse ad abbracciare la cugina Letizia mormorando: Oh come suona bene!—Improvvisato, improvvisato! non è vero? chiese Alfredo premuroso.Ermanno rispose affermando col capo.Laura e Letizia si erano frattanto avvicinate al piano.Noi non sapremmo dire come e perchè, ma è certo che il volto di Laura si era acceso dʼun colore insolito, e se un mano indiscreta si fosse posata sul di lei cuore, ne avrebbe sentito i moti più agitati.È possibile che ella abbia potuto penetrare nel sentimento di quelCapricciosuonato da Ermanno?.......... Forse sì; havvi una corda nel nostro cuore che se viene scossa rivela confusamente il perchè del suo eccitamento; dʼaltronde lo sguardo di Ermanno esprimeva qualche cosa in quellʼistante; era unʼespressione quasi impercettibile che però fece palpitare la giovinetta, la quale per istinto ne aveva forse compreso il significato prima ancora che Ermanno potesse spiegarselo—quel pensiero melodico non poteva essere inspirato che dallʼesame fatto sul volto della fanciulla, e lʼemanazione di quel concetto fu tanto rapida ed improvvisa che la stessa mente che lo aveva concepito, non potè prima tradurne il senso allʼintelligenza.Ermanno aveva creata una melodia senza accorgersene sotto lʼimpressione della bellezza. Laura aveva indovinato col cuore.QuelCapricciovoluttuoso, carezzevole, quei tocchi graziosi delle note spiranti la mollezza, suonarono come soave linguaggio nel cuore della fanciulla, che senza comprenderne il vero significato, pure dallʼaccento, dalle vibrazioni, aveva scoperto in quel concetto un saluto dʼammirazione.Ermanno dal canto suo aveva rimarcato il leggiero rossore di quelle guancie; incontrando una seconda volta lo sguardo di Laura, vi trovò lʼespressione di un turbamento interno.—Alnotturno, interruppe Letizia.—Sì, sì alnotturno, ripetè Laura, saltellando per la sala, onde nascondere lʼemozione cagionatale dallo sguardo di Ermanno.Tutti si raccolsero attorno al pianista; Laura si collocò dietro a lui e guardava sul piano passandogli lo sguardo giù per le spalle,—Letizia a destra Alfredo a sinistra.Fin dalle prime note dʼintroduzione, quegli entusiasti dʼuditori cominciarono a trattenere quasi il respiro, ed era bello il vederli immedesimati nel carattere della musica di cui ne seguivano tutte le gradazioni. Dopo lʼintroduzione seguiva unʼadagio sulle corde basse, e la mollezza di quel canto era tanto dolce, tanto insinuante, che negli occhi di Laura vi brillò una lagrima di tenerezza. La povera giovinetta non era più sulla terra, pareva che cercasse in quelle note unʼespressione, unʼaccento che le facesse più chiaro ciò che le passava per la mente, giacchè in quei suoni ella vi trovava un significato, e sembravale di sentirsi parlare in cuore da una voce affettuosa e cara già conosciuta, già udita altra volta.Mentre Ermanno suonava, sentivasi lʼalito di lei sfiorargli la guancia, ed eragli tanto soave quella carezza, che per prolungarne la durata fece ritornello sullʼultima parte delnotturno, aggiungendovi una lunga cadenza così ben trovata, così morbida, che Laura rapita dallʼeffetto, lasciò cadere le mani sulla spalla di Ermanno appoggiandovisi sopra leggermente.Il giovane fu scosso a quel tocco, lʼemozione rese tanto delicato il senso del tatto in quel punto ove le mani si posarono, che gli parve di accarezzarne le graziose dita.Letizia alzò lo sguardo su Laura, e sorrise nel vederla in tale abbandono; la giovinetta arrossì, e ritiròlestamente le mani.—Si suonò dellʼaltra musica, indi fu concessa un poʼ di tregua al povero pianista che era tutto in un sudore, ed allora si appiccò una conversazione animatissima. Parlarono di musica, di teatri e di mille cose che sarebbe follia ripetere; basti notare che la chiacchierata durò due ore. In tanto tempo si possono dire molte cose, due ore sono lunghe con una nojosa compagnia, ma parvero due istanti specialmente a Laura, e diciamolo pure ad Ermanno.Durante quel lungo discorrere i loro sguardi sʼincontrarono parecchie volte, e lasciamo immaginare al lettore cosa poterono dirsi quegli occhi. Non staremo certo a svelarne i dolci misteri, ci manca il coraggio di accingerci a tanto, giacchè gli occhi parlano spesso assai più della lingua, ed il loro silenzio è tanto eloquente da rendere inetta la parola ad esprimere tutto ciò che possono racchiudere.Lʼallegrezza di Laura in quella sera fu portata al colmo; ora saltava, ora rideva; talvolta abbassavasi allʼorecchio della cugina mormorandole sommesse parole, mentre di sottecchi sorrideva ad Alfredo ed Ermanno, come se essi potessero indovinare ciò che ella diceva.A taluni parrà alquanto esagerata questa subita espansività, ma noi possiamo affermare che quel brio, quella spontanea allegria sono naturali nelle ragazze che da poco lasciarono le mura di un collegio, ove imparano a desiderare il mondo colle sue illusioni e le sue libertà. Ai primi soffii dʼaria libera che le sfiorano il viso, esse si esaltano, si commovono, e vorrebbero nel loro entusiasmo abbracciare lʼuniverso intiero; il mondo traveduto nei vergini sogni si presenta ad esse come un mazzo di fiori freschi e profumati ma, non sanno ahimè che quel profumo stordisce, che quellʼaria balsamica spesse volte uccide!Ermanno si sentiva commosso nel mirare quella fanciulla così bella e felice; lʼocchio del giovane errava spesso a fare, unʼesame troppo scrutatore di quelle bellezze, talchè Laura accorgendosene ne arrossiva sorridendo, mentre con infantile civetteria si guardava negli specchi.Il tempo, quel giudice crudelmente imparziale segnò le undici ore sullʼinesorabile Clepsidra, ed una torre lontana rispose a quel segno a colpi di squilla.—Undici ore? chiese Letizia.—Propriamente, rispose Alfredo guardando il pendolo.—Diggià! mormorò Laura un poʼ uggiosa.—Allora, disse Ermanno alzandosi, me ne vado.—Oh non ancora, sclamò Laura, bisogna suonare anco una volta ilnotturno.Ermanno si rimise al piano, e Laura riprese la stessa positura. Ilnotturnoera piuttosto lungo, e la stagione non troppo favorevole per una lunga fatica al piano, per cui alla fine del pezzo Ermanno aveva la fronte madida di sudore; Laura se ne accorse, titubò alquanto, guardò prima Letizia, poi Alfredo; indi per un moto quasi involontario trasse il fazzoletto e lo passò leggermente sulla fronte del giovane pianista, il quale la ringraziò con un dolce sorriso.Ermanno non si potè partire da casa Ramati senza prima aver promesso di tornarvi alla dimane, ed ancora mentre stava per scendere le scale, Laura trattenendolo per mano sclamò: Si ricordi che lʼaspettiamo!III.Potrebbe mai mente umana esprimere con parole tutto ciò che passava per la testa al giovane artista mentre avviavasi verso casa?.... Egli stesso mal sapeva darsi ragione di ciò che provava in quei momenti.—Tutto lʼaccaduto di quella sera gli appariva come un sogno, un lungo e dolcissimo sogno; alcunchè di nuovo agitavasi nellʼanimo suo, un senso ignoto di malinconica beatitudine a cui lʼimmagine di Laura non era affatto estranea.—Quanto è bella quella giovinetta! ripeteva fra sè, e con piacere riandava col pensiero su tutto ciò che ella gli aveva detto.—Era una piena di nuove sensazioni che gli scaturivano dallʼanima, ed egli ne assaporava le dolcezze senza comprenderle.—Con infantile compiacenza ripetevasi mentalmente il nome di Laura, e quel nome era seguito da qualche cosa che rassembrava ad un sospiro.Rammentavasi poscia quel leggiero alito della fanciulla che stavagli alle spalle mentre egli suonava; quellʼalito che gli aveva sfiorata la guancia come una carezza, quel soffio delicato che aveva scossa la sua fantasia costringendolo ad amplificare le frasi del suonotturno. E tutto ciò non era che un sogno? quellʼadorabile creatura non era una visione, unʼideale? No, giacchè egli avea sentite le mani di lei appoggiarsi alle sue spalle, ne aveva strette le delicate dita.No, egli non sognava, solamente la sua esistenza accennava ad una fase novella; le sue idee subivano una reazione, la mente era più serena, il cuore più agitato.Giunto a casa Ermanno si assise al pianoforte, suonò, od almeno cercò di suonare perchè era distratto; le idee ed i concetti musicali venivano disturbati da dolci meditazioni.—Se ne andò al riposo chiudendo gli occhi onde non interrompere le belle fantasmagorie dellʼimmaginazione; chiuse gli occhi e si addormentò sognando di trovarsi ancora in casa Ramati, accanto a colei che aveva suscitato un mondo di idee nuove nellʼanimo suo.Sognava, ed il suo sogno era felice. Allʼindomani la madre di Ermanno che si alzava sempre per la prima, scorse sul labbro del figlio un sorriso di compiacenza; quel volto addormentato esprimeva la felicità, e la buona donna si ritirò con tutta precauzione onde non turbare lʼincanto del sogno che faceva sorridere il suo Ermanno.Cosa è il sogno? Chi lo disse una rimembranza del passato, chi un riflesso del presente, chi un presagio dellʼavvenire. Non sarebbe egli invece un complesso di tutto, un crogiuolo dove si fondono le memorie del passato, il bene od il male del presente, le speranze od i timori dellʼavvenire?Il sogno è un compendio delle nostre idee, un sunto ristretto della storia di nostra vita; una specie di romanzo fondato su fatti reali ingranditi dalla fantasia.Ermanno sognò, ed il suo sogno fu tanto dolce che allo svegliarsi trovò il sole splendente di luce più bella, il cielo più sereno.—Quel sorriso che gli errava sulle labbra nel sonno, durò tuttavia mentre era desto. Guardò lʼorologio, erano le otto del mattino, e quasi senza volerlo riflettè che per arrivare alle otto di sera, si dovevano trascorrere ancora dodici ore.Durante la giornata che gli parve un poʼ lunghetta, studiò quasi sempre, ripassando alcuni pezzi che da molto tempo aveva lasciati in oblio, come per cercarneuno che piacesse...a lei; diciamolo pure, in tutto quel giorno egli non agì per conto suo; il suo spirito era rivolto ad altro oggetto. In quel giorno i suoi pensieri non furono tutti per sua madre, la quale dal canto suo non poteva esser tanto egoista da adombrarsi se le aspirazioni del figlio non erano tutte a lei rivolte.In questo mistero dellʼesistenza, la felicità appare tanto più bella, quanto più è incompresa, ed Ermanno senza discutere sulle cause del suo benessere, ne accettava le dolci conseguenze.—Importa forse sapere il perchè si è felici? La felicità assorbe in un punto tutti i desiderii, anche la curiosità; lʼafflitto esamina la causa deʼ suoi dolori per porvi riparo, lʼinfelice cerca nellʼorigine del male per trovarvi il mal seme che turbò la sua pace? chè perciò? Lʼuomo contento dovrebbe forse indagare sulle cause che produssero il suo bene? Il dolore concentra, la felicità distrae; cercare lʼorigine del bene sarebbe follia quanto quella di cercarne il termine.—Se Ermanno avesse esaminato il perchè della sua allegrezza ne avrebbe guadagnato qualche dolore, giacchè era facile scoprire che la sua gioia altro non era che unʼedifizio senza base, un castello in aria, unʼillusione.—Spesso la conoscenza della causa distrugge il prestigio dellʼeffetto, e lascia lo sconforto della realtà.Ermanno era felice; e chi non lo fu alla sua età? Chi non sorrise di gioia allo spettacolo dellʼavvenire traveduto nello sguardo di una giovinetta? Chi come il nostro artista non abbandonossi intieramente alla lusinghiera carezza di una dolce speranza?—Il bene della vita si riduce ahimè! pur troppo ad una lunga fila di speranze le quali cadono ad una ad una nel nulla sconfortante della delusione; la realtà dʼun bene non è sufficiente a costituire la vera felicità, se non vi si mesce la speranza di un miglioramento.Verso sera Ermanno uscì colla madre per la solita passeggiata, ma per la prima volta quella gita aveva un doppio scopo, ciò si scorgeva facilmente dal volgersi che faceva il giovane al minimo rumore di carrozza. Il suo sguardo errava su tutti I volti come se cercasse qualcuno. Alla madre non sfuggì certo la continua distrazione del figlio, tuttavia non ne fece motto; non vi poteva essere nulla di serio, dacchè Ermanno aveva unʼaria così felice.È duopo dirlo? Non erano ancora suonate le otto, che già Ermanno si avviava verso casa Ramati; aggiungeremo inoltre che la sua toeletta era più accurata. Camminava col passo dellʼuomo felice, o meglio, di quegli che va in cerca della felicità, e sa dove trovarla.Mentre il nostro artista vola trasportato dal turbine lusinghiero delle speranze palesando in mille modi la sua gioia, passeremo a vedere quale impressione abbia fatto Ermanno nel cuore di Laura.Nella prima sera in cui ella lo conobbe, la corrente di simpatia superò certe sciocche convenienze, e vedemmo quella ragazza abbandonarsi ingenuamente a tutto il brio e la libertà che erano in lei natura. Vi sono nellʼuomo certi misteri incomprensibili di cui se ne subiscono giornalmente le conseguenze, spesso ci diventa simpatico unʼindividuo al solo sentirne a parlare; diremo di più che questa simpatia nata improvvisamente si trova giustificata al primo incontro che si ha collʼindividuo in persona.Alfredo, lʼabbiamo detto, era stato a Milano qualche giorno in casa della cugina; questo bravo giovane era entusiasta per Ermanno, e parlò di lui a Laura in modo tale, che costei si sentì curiosa di conoscerlo personalmente—Ecco lʼunica ma sufficiente scusa che può giustificare la condotta di Laura.Dʼaltronde a diciasette anni si pensa forse tanto alle conseguenze? No per buona sorte: La natura si trova a quellʼetà ancora intatta, basata cioè sui principii di unʼeguaglianza generale. Che non può poi quel mago che sconvolge ogni cosa, lʼamore? Lʼamore, quel senso misterioso che si rivela tutti i giorni sotto forme novelle, quella rugiada di paradiso che basta per sè sola a confortare tutti i dolori, a sanare tutte le ferite! È tuttavia in comprensibile il suo dominio, tutti i mortali lo hanno provato, tutti furono trasportati nel seno di quel mare di voluttà, tutti bevvero in quella coppa che racchiude le più sante delizie, senza che uno solo abbia potuto afferrare il secreto di quelle gioie; la specola della scienza non ascese puranco alle regioni dʼamore.Come nasce, come muore? Dove passa? nessuno lo sa;—Il filosofo austero potrebbe pensare e studiare secoli interi senza venirne a capo di una definizione —Come si manifesta? Chiedetelo a Laura, che per quella prima notte cercò invano il riposo—Lʼimmagine dʼErmanno le stava sempre davanti agli occhi, ed ella dʼaltronde non cercava menomamente di bandirla.La prima manifestazione dʼamore nel cuore umano compie la più grande delle rivoluzioni nelle idee; tutto ciò che prova un cuore vergine al primo palpito è nuovo, confuso, come melodia portata da lontane regioni frammista al mormorio dellʼaria; come il profumo di mille fiori raccolto in una folata della brezza primaverile.Eccola per esempio, la vispa Laura, colei che non aveva un minuto di quiete, che non si era crucciata mai per nulla; dovʼè la sua allegria, dove lʼeterno sorriso di soddisfazione, il sorriso dellʼinnocenza? Per la prima volta la giovinetta pensava; a che? Ellastessa noi sapeva—Seduta in un angolo remoto del giardino, pareva intenta a comporre un mazzolino di fiori, e la soverchia cura che poneva in quel lavoro, palesava il vero secreto. Il labbro più non sorrideva; il sorriso non può passare per la stessa via del sospiro, e Laura sospirava di frequente.Povera fanciulla! Inginocchiata sullʼerba, interrompeva talvolta il lavoro per abbandonarsi alle riflessioni; ella pensava, ed il suo pensiero vagava altrove mentre il corpo rimaneva là, immobile come statua.Tutto le parlava allʼanima un linguaggio dolce e commovente, tutta natura era unʼarmonia soave come la musica di Ermanno.... Ermanno! A questo nome il suo pensiero si arrestava, ed un lieve rossore le pingeva le gote; nel pronunziarlo ella sentiva alcunchè dʼignoto destarsi in lei, e sorrideva malinconicamente. Era un sorriso traditore che celava un sospiro.Il mazzolino era terminato, ma il tempo impassibile ai più ardenti desideri, scorre lento per chi aspetta; e Laura aspettava misurando i momenti—Sembravale che il sole si ostinasse a non scendere per contrariare lei, che ne aspettava ansiosamente il tramonto.Man mano che le otto ore si avvicinavano, ella diveniva sempre più inquieta, finalmente il pendolo segnò lʼora desiderata, e quasi contemporaneamente risuonò il campanello di casa Ramati.Era desso! il cuore non lʼaveva ingannata; era Ermanno che entrando incontrò lo sguardo smarrito della fanciulla, che tradì colla sua confusione il suo secreto. In quella sera la madre di Laura ritirossi di buonʼora perchè alquanto indisposta; sullʼavvocato Ramati era assolutamente vano il far calcolo; erano tempi di agitazioni politiche!I giovani adunque rimasero soli e padroni del campo. Ermanno suonò, e naturalmente Laura appoggiò le mani alle sue spalle; non era più una novità, e poteva farlo liberamente. La stagione non correva troppo propizia per restar rinchiusi in una sala, ed Alfredo propose una passeggiata nel suo ampio giardino—Si accettò con gioia—Di notte i giardini sono più deliziosi che non di giorno; al chiaro delle stelle si può benissimo comporre un mazzolino di fiori, ed Ermanno dopo pochi passi, aveva fatta la sua messe sopra un rosaio il più vago che si fosse mai visto—Un bottoncino di fiori accuratamente intrecciati, passò rapidamente dal seno di Laura nelle mani di Ermanno Vengano ora a dirci che di notte non si vede! La comitiva si fermò sopra un poggio che si ergeva nel mezzo del giardino, e tutti si adagiarono senza tante reticenze sullʼerba morbida e fresca.—Ermanno! saltò su a dire Alfredo, mia cugina canta molto bene, tu sei poeta discretamente felice, e musico per eccellenza; non potresti comporre una Romanza?—Bella idea, sclamò Laura battendo le mani, quando sarò a Milano, mi verrà di gran conforto nella noia della solitudine il cantare qualche cosa che mi ricordi questa casa.... Non già che io abbisogni di unʼeccitamento per ricordarmi di Brescia, questa bella città mi lascia troppe impressioni perchè io la possa dimenticare! e si dicendo senza accorgetene strinse la mano dʼErmanno, il quale rispose:—Mi proverò signorina, ma non si lusinghi di troppo.—Evviva la modestia, sclamò Letizia, figurati Laurina che anche a me diceva lʼistessa cosa, eppoi mi ha fatto una delle più belleBarcaroleche si sieno mai sentite. Il male si è che da qualche tempo ho cambiata la voce, e non arrivo più a cantarla.—È dunque inteso, interruppe Alfredo; ora tocca a Laura di scegliere il soggetto.Laura si mostrò alquanto imbarazzata. A quella semplice proposta le si presentarono dʼun tratto tante idee, che mal sapeva dove scegliere. Non era assolutamente il soggetto che le mancava, ma sibbene il coraggio di palesarlo.—Hai trovato? Chiese Letizia.—Davvero non saprei, mi vengono in mente tante cose....—Ti aiuterò io, disse Alfredo, ma prima è necessario sapere qual genere di canto preferisci.—Malinconico, rispose Laura.—Una lacrima!...—No.—Un sospiro?—Nemmeno.—Una preghiera!—No, rispose ancora la fanciulla, e volgendosi ad Ermanno. Animo, gli disse, ci aiuti; fuori una delle sue belle idee, ed aggiunse con un lieve accento di rimprovero: parmi poi che ella non dovrebbe essere affatto estraneo alla scelta di questa canzone!...Letizia non comprese. Alfredo pensava al soggetto, ma Ermanno conobbe il vero senso di quelle parole; lo conobbe tanto bene che rispose subito:—Un addio?—Bene, bene risposero le ragazze.—A chi? chiese Alfredo.Questa volta toccò ad Ermanno lʼimbarazzo, ma Laura, come se avesse compresa la titubanza, e per dargli coraggio sclamò con accento malizioso:—Fuori dunque, non esiti, a lei non possono venire che buone idee.—Addio alla patria! gridò Alfredo come se avesse colto bene.—No, no.Ermanno si fece coraggio, e mormorò:—Un addio allʼamico....—Lontano, aggiunse Laura, con estrema finezza.—Dunque,Un addio allʼamico lontano, ribattè Alfredo. Bene, ma non troppo, quellʼamico....—Eh! via, osservò Letizia, non capisci che lʼamico è un amante!—È unʼamante?... Allora non parlo più.Il volto di Laura era talmente acceso che fu vera fortuna per lei se le tenebre della sera le fecero velo.Dopo poco tempo, si fece ritorno nella sala di musica.Laura volle provarsi a cantare, ma invano, la voce rispondeva al sentimento che la agitava; nella sua piccola fantasia la povera giovinetta credette di aver commesso alcunchè di straordinario.—Alfredo tentò egli pure una cavatina, ma la troncò a metà, allegando unʼimpedimento di voce causato forse dallʼaria della sera.Ermanno pure era alquanto pensoso; pareva assorto in qualche grave riflessione, e sfiorava sbadatamente la tastiera del pianoforte, senza punto curarsi di ciò che ne usciva. Ad un tratto una vocina delicata che lo fece fremere, interruppe le sue meditazioni.Era Laura che durante quel martellare sul piano, erasi rimasta dietro a lui, non azzardando di sturbarlo; era dessa che scuotendolo dal suo letargo lo invitava a suonare—Ermanno alzò gli sguardi al soffitto come fanno i pianisti per richiamarsi alla mente qualche pezzo, indi nel riabbassarli, incontrò quelli di Laura che gli si era posta accanto; era un sorriso seducente, che egli contemplò a lungo senza che perciò la giovinetta sʼimbarazzasse.Ermanno suonò, ed alle prime note dʼintroduzione venne interrotto da Alfredo che gridava:Attente figliuole, attente a questa sublime musica, è di Talberg....Ermanno risalì al principio delNotturnoche riuscì dʼun magico effetto. Letizia batteva le mani, e Laura invasa dal senso malinconico che la dominava, mormora al giovane:—Quanto è caro...questonotturno.Batteva la mezza dopo le dieci quando Ermanno si levò dal pianoforte per andarsene.—Così presto? chiesero le fanciulle.—Me ne duole signorine, ma mia madre non istà troppo bene, e non è prudenza lasciarla sola per tanto tempo.—Allora vada pure signor Ermanno, sarebbe dal canto nostro esigere un poʼ troppo.—Letizia dice bene sclamò Laura prendendo la mano ad Ermanno, e trattenendolo aggiunse. A rivederci quando?Ermanno si mostra imbarazzato.—Domani perbacco, disse Alfredo, non è vero?—Purchè mia madre stia bene....—Oh sempre inteso, anzi ascolta, ho un progetto per domani; suonare tutta la sera è troppa fatica con questo caldo; andremo a fare un giro in carrozza, vi pare madamigelle?—Va benissimo.—A domani dunque.—A domani.—Ermanno uscì salutato per lʼultima volta da Laura che gli aveva mormorato: Lʼaspetto!
NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.—Lʼindice non è compreso nellʼopera originale. Ne è stato prodotto ed aggiunto uno dal trascrittore.—La copertina è stata creata dal trascrittore ed è posta in pubblico dominio.
NOTE DEL TRASCRITTORE:—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.—Lʼindice non è compreso nellʼopera originale. Ne è stato prodotto ed aggiunto uno dal trascrittore.—La copertina è stata creata dal trascrittore ed è posta in pubblico dominio.
NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—Lʼindice non è compreso nellʼopera originale. Ne è stato prodotto ed aggiunto uno dal trascrittore.
—La copertina è stata creata dal trascrittore ed è posta in pubblico dominio.
A. G. CAGNAUN BEL SOGNOROMANZO«O speranze, speranze; ameni inganni«Della mia prima età! Sempre parlando«Ritorno a voi; che per andar di tempo«Per varïar dʼaffetti e di pensieri,«Obliarvi non so!.........LeopardiMILANO 1871PRESSOCARLO BARBINIEDITOREVia Chiaravalle, 9.Prezzo L. 2—UN BEL SOGNOA. G. CAGNAUN BEL SOGNOROMANZOMILANO 1871PRESSOCARLO BARBINIEDITOREVia Chiaravalle, 9.Proprietà Letteraria.Ditta Wilmant.
A. G. CAGNAUN BEL SOGNOROMANZO«O speranze, speranze; ameni inganni«Della mia prima età! Sempre parlando«Ritorno a voi; che per andar di tempo«Per varïar dʼaffetti e di pensieri,«Obliarvi non so!.........LeopardiMILANO 1871PRESSOCARLO BARBINIEDITOREVia Chiaravalle, 9.
A. G. CAGNA
ROMANZO
«O speranze, speranze; ameni inganni«Della mia prima età! Sempre parlando«Ritorno a voi; che per andar di tempo«Per varïar dʼaffetti e di pensieri,«Obliarvi non so!.........
Leopardi
MILANO 1871
PRESSOCARLO BARBINIEDITORE
Via Chiaravalle, 9.
Prezzo L. 2—
UN BEL SOGNO
A. G. CAGNA
UN BEL SOGNO
ROMANZO
MILANO 1871
PRESSOCARLO BARBINIEDITORE
Via Chiaravalle, 9.
Proprietà Letteraria.
Ditta Wilmant.
INDICEPag.Dedica5CapitoloI.9»II.18»III.24»IV.34»V.46»VI.54»VII.62»VIII.67»IX.77»X.86»XI.97»XII.111»XIII.119»XIV.127»XV.136»XVI.173»XVII.185»XVIII.200»XIX.205»XX.214
Alla Signora F....È un romanzo, unʼinvenzione?... Domanderanno taluni—Ma voi, o signora, a cui intitolo questo lavoro, voi sola potreste dire: È verità.Io lo so, voi non la direte mai questa parola, e forse per la prima inarcherete le ciglia affettando di credere al romanzo—Non importa; per quanto facciate, la vostra coscienza non la penserà così; nelle recondite fibre del vostro cuore, ve ne saranno di quelle che gemeranno per dolore,... e diciamolo pure, per rimorso.Riandando colla mente sui fatti che espongo, ricordandovi di quei personaggi che assai meglio di me conosceste, voi sola potete farvi una chiara idea del mio intendimento nello accingermi allʼimpresa di narrare la storia di uno sventurato artista.Voi sola potete sapere perchè io ve ne abbia fatto in secreto la dedica—Vi sono delle lezioni che si ripetono per tutta la vita, e questa che a voi tocca è una di esse. La pubblicazione di questo lavoro è una protesta contro la spensieratezza e lʼincostanza.Non accuso alcuno, espongo semplicemente i fatti dai quali il lettore può a tuttʼagio trarne sentenza. Aggradite o signora la dedica che a voi faccio delle preziose reliquie di unʼanima grandemente generosa ed infelice; soddisfo così ad un debito sacrosanto che mʼimpone la coscienza—Io ho fatto il mio dovere, ed il mio cuore è libero.... auguro altrettanto a voi.Avete una figlia—Che lʼesempio di Laura vi tenga lontana dallʼeducarla alle frivolezze del mondo, ed allorchè sarà grandicella, e la ragione si farà strada nella sua intelligenza, mettetele fra le mani questo libro facendo segni su certe pagine che non sarà necessario indicarvi—Può darsi che quella bambina compiangendo alla sorte di Ermanno, impari a non rendersi causa di altrettali sventure.Allontanate da vostra figlia tutto ciò che puòessere vanità o capriccio, insegnatele a non assumersi la responsabilità di promesse inconsiderate che traggono spesso a fatali conseguenze—Lʼincostanza di Laura le sia di esempio, la sventura di Ermanno la conforti a fare se è dʼuopo sacrifizio delle tendenze arrischiate del suo cuore—Insegnatele o Signora, ad amare, non a fantasticare; ponete freno alle inquietudini della sua giovane fantasia, affinchè non tocchi a lei pure il rammarico di aver fatto unʼinfelice.Colle attuali esigenze sociali, non è possibile conciliare certe tendenze del cuore cogli interessi di famiglia. Il mondo posa troppo ancora sui pregiudizi di casta, e laconvenienzaregna tuttavia sui destini umani perchè si possa toccare ad una libertà dʼamore—Lʼuguaglianza dei cuori e ancor troppo plasmata sulle uguaglianze sociali perchè le aspirazioni generose possano conseguire la loro meta.Un giorno, forse non lontano, si verrà alla soluzione di questo problema che ha già una radice presso tutti i popoli inciviliti—Quel giorno segnerà lʼapogeo dello sviluppo umano, perchè allora soltanto avrà principio la gerarchia delcuore e dellʼintelligenza.—Credete Signora alla sincerità deʼ miei consigli sui quali non vi diedi mai motivo a dubbio—Checchè io faccia non sarà mai che possa pervi in non cale; sono trascinato mio malgrado ad interessarmi di tutto ciò che vi riguarda, e se ora mʼincombe di arrecarvi qualche dolore, e tastarvi qualche piaga, siate certa che non lo faccio senza rammarico.La più benefica legge di natura è lʼoblio dei mali del passato, e la speranza nellʼavvenire: sperale. Voi più che ogni altra abbisognate di conforti nelle gioie domestiche, ed io ve ne faccio augurio di vero cuore.La storia di Ermanno può contenere qualche ammaestramento; essa non appartiene più a noi —Associandovi a questʼopera intendo di farvi parte di quel poʼ di bene che taluno potrà trarre dalla lettura di queste pagine——– non è unʼespiazione, ma dovere dʼumanità.—Compatitemi, e credetemi di voi affezionatissimoA. G. Cagna.Vercelli, Ottobre 1870.
È un romanzo, unʼinvenzione?... Domanderanno taluni—Ma voi, o signora, a cui intitolo questo lavoro, voi sola potreste dire: È verità.
Io lo so, voi non la direte mai questa parola, e forse per la prima inarcherete le ciglia affettando di credere al romanzo—Non importa; per quanto facciate, la vostra coscienza non la penserà così; nelle recondite fibre del vostro cuore, ve ne saranno di quelle che gemeranno per dolore,... e diciamolo pure, per rimorso.
Riandando colla mente sui fatti che espongo, ricordandovi di quei personaggi che assai meglio di me conosceste, voi sola potete farvi una chiara idea del mio intendimento nello accingermi allʼimpresa di narrare la storia di uno sventurato artista.
Voi sola potete sapere perchè io ve ne abbia fatto in secreto la dedica—Vi sono delle lezioni che si ripetono per tutta la vita, e questa che a voi tocca è una di esse. La pubblicazione di questo lavoro è una protesta contro la spensieratezza e lʼincostanza.
Non accuso alcuno, espongo semplicemente i fatti dai quali il lettore può a tuttʼagio trarne sentenza. Aggradite o signora la dedica che a voi faccio delle preziose reliquie di unʼanima grandemente generosa ed infelice; soddisfo così ad un debito sacrosanto che mʼimpone la coscienza—Io ho fatto il mio dovere, ed il mio cuore è libero.... auguro altrettanto a voi.
Avete una figlia—Che lʼesempio di Laura vi tenga lontana dallʼeducarla alle frivolezze del mondo, ed allorchè sarà grandicella, e la ragione si farà strada nella sua intelligenza, mettetele fra le mani questo libro facendo segni su certe pagine che non sarà necessario indicarvi—Può darsi che quella bambina compiangendo alla sorte di Ermanno, impari a non rendersi causa di altrettali sventure.
Allontanate da vostra figlia tutto ciò che puòessere vanità o capriccio, insegnatele a non assumersi la responsabilità di promesse inconsiderate che traggono spesso a fatali conseguenze—Lʼincostanza di Laura le sia di esempio, la sventura di Ermanno la conforti a fare se è dʼuopo sacrifizio delle tendenze arrischiate del suo cuore—Insegnatele o Signora, ad amare, non a fantasticare; ponete freno alle inquietudini della sua giovane fantasia, affinchè non tocchi a lei pure il rammarico di aver fatto unʼinfelice.
Colle attuali esigenze sociali, non è possibile conciliare certe tendenze del cuore cogli interessi di famiglia. Il mondo posa troppo ancora sui pregiudizi di casta, e laconvenienzaregna tuttavia sui destini umani perchè si possa toccare ad una libertà dʼamore—Lʼuguaglianza dei cuori e ancor troppo plasmata sulle uguaglianze sociali perchè le aspirazioni generose possano conseguire la loro meta.
Un giorno, forse non lontano, si verrà alla soluzione di questo problema che ha già una radice presso tutti i popoli inciviliti—Quel giorno segnerà lʼapogeo dello sviluppo umano, perchè allora soltanto avrà principio la gerarchia delcuore e dellʼintelligenza.—Credete Signora alla sincerità deʼ miei consigli sui quali non vi diedi mai motivo a dubbio—Checchè io faccia non sarà mai che possa pervi in non cale; sono trascinato mio malgrado ad interessarmi di tutto ciò che vi riguarda, e se ora mʼincombe di arrecarvi qualche dolore, e tastarvi qualche piaga, siate certa che non lo faccio senza rammarico.
La più benefica legge di natura è lʼoblio dei mali del passato, e la speranza nellʼavvenire: sperale. Voi più che ogni altra abbisognate di conforti nelle gioie domestiche, ed io ve ne faccio augurio di vero cuore.
La storia di Ermanno può contenere qualche ammaestramento; essa non appartiene più a noi —Associandovi a questʼopera intendo di farvi parte di quel poʼ di bene che taluno potrà trarre dalla lettura di queste pagine——– non è unʼespiazione, ma dovere dʼumanità.—Compatitemi, e credetemi di voi affezionatissimo
A. G. Cagna.
Vercelli, Ottobre 1870.
UN BEL SOGNOI.Non sono ancor trascorsi molti anni che in Brescia nelle tarde ore della notte, in una via poco frequentata, udivasi di sovente il suono di un pianoforte eccitato da una mano maestra.Erano melodie spontanee soavemente malinconiche, vibrazioni patetiche che scorrendo sullʼaria quali folate armoniche, andavano perdendosi lamentosamente a guisa di zeffiro che destandosi vigoroso ed ardito si smarrisce tra i fogliami delle siepi, e muore alitando un flebile sospiro.Non era difficile lʼaccorgersi che quelle soavi modulazioni erano prodotte da unʼabile mano che rispondeva interprete ad un gentilissimo sentire—Per concepire ed esprimere quel misterioso linguaggio che si chiama musica, bisogna avere il cuore suscettibile alle soavi emozioni, ed i concenti sublimi di quel pianoforte erano lʼemanazione palpitante di una fantasia delicata, erano la voce, lʼespressione di un sentimento puro, ineffabile, celeste.Per quanto possa essere lʼarte inerente allʼuomo, nullameno lʼartista vive si può dire di una doppia esistenza; lʼarte è unʼegoista, unʼinnamorata gelosa che si costituisce nella mente degli uomini un governo speciale, assoluto, determinato a certi momenti in cui tutte le altre facoltà dellʼintelletto devono inevitabilmente sottomettersele—Lʼartista, il vero artista della fantasia, cessa dʼesser uomo nel momento che crea, la sua mente sprigionandosi dalla cerchia troppo angusta in cui è costretta, erra libera negli spazi dellʼinfinito in cerca di emozioni da trasfondere ed imprimere nelle opere dʼarte.Egli è appunto in uno di questi momenti che noi sorprenderemo il giovane pianista Ermanno Alvise, giacchè era desso il gentile disturbatore del silenzio notturno, era desso che colle soavi melodie arrestava il passeggiero per quella via costringendolo ad assaporare sino allʼestremo quei melodiosi sospiri.Un salotto arredato con molto gusto, e di cui principale ornamento era un pianoforte verticale di elegante costruzione, un tavolino ripieno di scartafacci di musica, alcune sedie ed una poltrona che dallʼampia sua forma prometteva un comodo adagiarsi; ecco lo studio del nostro Ermanno il quale stava seduto al pianoforte colle mani erranti sulla tastiera nellʼabbandono di chi tenta modulare i concetti che gli attraversano la fantasia.Ermanno avea 25 anni, la sua statura era un medio, nè troppo alta nè troppo bassa; ciò che più colpiva in lui erano due grandʼocchi bruni che spiccavano sopra il volto palliduccio e gramo; la sua figura non aveva nulla di straordinario, allʼinfuori di una leggiera mestizia che spiravagli dallo sguardo.—Allorchè egli era rapito dalla corrente delle sue idee, le labbra si socchiudevano lasciando sfuggire un lieve sorriso di soddisfazione.Dotato di un grandissimo amore per la musica, egli aveva di gran lunga superate le belle speranze concepite sul suo ingegno; al culto dellʼarte ei dedicò i suoi primi anni, e giovanissimo ancora era salito in bella fama. Nessuno meglio di lui traeva accordi più soavi dal pianoforte, la musica da lui eseguita aveva lʼimpronta di un linguaggio misterioso, ed il fascino che sapeva esercitare sullʼanimo degli uditori era sì grande, che bene spesso era giuocoforza abbandonarsi colla mente a tutte le oscillazioni di quelle corde, che sotto le dita del giovane pianista fremevano dʼun nuovo accento, ed accarezzavano lʼudito siccome le patetiche modulazioni dellʼarpa—Ma ciò che più di tutto distingueva Ermanno, era la sua abilità nellʼimprovvisare sul pianoforte. Allora la fantasia svincolandosi dalle strettoie di un concetto limitato in poche linee di stampa prendeva il largo negli spazi infiniti della sua feconda immaginativa; in questi slanci della mente appariva vergine ed intatto il genio dellʼartista, che secondando lʼimpulso dʼun cuore ardentissimo, ora strappava lacrime con un adagio flebile, delicato, quasi impercettibile che ricercava le fibre dellʼascoltatore, e carezzandole soavemente inspirava allʼanimo sensi di dolcissima mestizia—Ora come torrente che straripa, le note incalzavano le note, e tanto rapidamente, che pareva dʼassistere allo spettacolo dʼun temporale dʼinferno, allo urtarsi impetuoso di schiere dʼarmati spronati ad orribile massacro.Era bello Ermanno in quei momenti di abbandono, il suo sguardo stava sempre rivolto alle mani, elio agilissime sorvolavano sui tasti con tanta grazia e delicatezza come si accarezzerebbe la chioma di una donna amata.Da qualche tempo egli lavorava alla composizione di unafantasianella quale stillava tutta la sua fecondainspirazione. Buona parte ne era fatta, ma la riuscita non corrispondeva mai alle esigenze dellʼartista.Passava ore intiere alla ricerca di una frase, diremo di più, ogni nota era lʼoggetto di un paziente esame, ne provava tutte le vibrazioni, ne analizzava lʼaccento modulandola in mille guise finchè lʼaveva collocata al suo vero posto—Era un lavoro lunghissimo, un raffinamento squisito del genio, un ricamo della fantasia.Sorprendiamo Ermanno in una delle sue veglie. La notte era già di molto avanzata, eppure non se ne accorgeva; da più di unʼora le sue mani cercavano sulla tastiera unʼidea inafferrabile che gli attraversava la fantasia senza poterla colpire.—Non solamente la parola si ribella ad esprimere tutto ciò che si concepisce; la musica siccome quella che presenta un campo pia vasto nella regione delle idee, riesce sempre più indecisa nellʼespressione del pensiero. Qual è lʼartista che possa vantarsi di tradurre fedelmente le idee che gli sorgono dalla mente? Tutto ciò che si esprime in arte non è che una pallida riproduzione di ciò che si concepisce. Se le parole potessero tener dietro e concretizzare tutti i voli dellʼimmaginazione, sarebbe gran ventura per gli uomini di genio.Tali riflessioni le faceva pure Ermanno che da molto tempo affaticavasi invano nel cercare la traduzione di un concetto troppo ardito per poterlo esprimere coi mezzi incompleti dellʼarte. Già era passata la prima ora del mattino senza che lʼostinato artista pensasse che anche la natura esige i suoi tributi; ei non aveva sonno, la sua volontà era tanto fissa in quellʼidea che non sentì neanche il suono di una voce che lo chiamava per nome.—Alla seconda chiamata però si scosse, ed alzandosi immantinente corse ad aprire la porta che introduceva in una stanza attigua alla sua sclamando:—Hai chiamato mamma?—Sì, rispose la voce.—Attendi, porto il lume, e levata una candela dal pianoforte, ritornò nella camera della madre accostandosi premurosamente al letto.—Ti senti forse male?—No, no, rispose sorridendo la buona donna, sto benissimo, ho domandato perchè voglio che tu vada al riposo, è molto tardi ed hai lavorato abbastanza.—Ma no, non sono stanco, ti assicuro che mi sento bene.—Non importa, tu non sei troppo robusto figlio mio, dà retta a me, va al riposo, da bravo.—Va bene, mormorò Ermanno sorridendo, vado, ma, per farti piacere.Nella stessa camera eravi una specie dʼalcova nascosta da unʼampia cortina; Ermanno aveva colà il suo lettuccio; vi entrò e poco dopo madre e figlio stavano immersi nel sonno. La madre era una donna sui cinquantʼanni ancora ben conservata; in essa consisteva tutta la famiglia del pianista a cui da molti anni era mancato il padre. Non si potrebbero dire i sacrifizi che fece quella buona donna onde assecondare le inclinazioni artistiche del figlio, ma ne riceveva in compenso il ricambio di unʼaffezione figliale senza pari.Quelle due creature vivevano lʼuna dellʼaltra; Ermanno non usciva mai a meno che non vi fosse costretto dalle sue faccende. Di giorno dava lezioni di musica, verso sera faceva una breve passeggiata colla madre, indi entrambi rientravano; egli si assideva tosto al pianoforte suo fedele amico, come diceva, la madre gli si poneva accanto, e stava ad ascoltare la musica finchè il sonno non le gravava le ciglia, poi se ne andava al riposo—Ermanno fermavasi ancora lunghe ore a studiare senza che per ciò il sonno dellamadre venisse menomamente disturbato; anzi quella buona creatura si addormentava dolcemente come in braccio ad una visione, fra i flebili accordi del pianoforte, e lʼultimo suo moto era un sorriso di compiacienza che le restava impresso sulle labbra.Dallʼepoca in cui Ermanno si accinse a dar lezioni, le sorti della piccola famiglia erano dʼassai migliorate, e mercè unʼassiduo lavorare, il figlio poteva procurare tutti i comodi alla madre—Ogni giorno si arricchiva dʼun mobile quel modesto alloggio, e dopo molti risparmi erasi avverata una cara speranza; potendo finalmente il giovane artista far acquisto di un buon pianoforte, e rinunziare al suo vecchio tavolaccio.Niuno più felice di quei due esseri che vivevano unicamente per consolarsi a vicenda. Accadeva talvolta che Ermanno dovesse passar la sera in qualche concerto, e la madre allora non si metteva a letto finchè egli non fosse di ritorno, lo aspettava se dʼestate alla finestra, se dʼinverno accanto al fuoco, tendendo lʼorecchio a tutti i passi che risuonavano sulla via.Nel seno di unʼesistenza sì tranquilla Ermanno trovava le inspirazioni per lʼarte sua, e nel silenzio della sua cameretta vegliava le notti studiando, confortato dal pensiero che mercè sua la buona madre riposava tranquilla e felice. Entrambi insomma godevano di una pace domestica rara ed invidiabile.Allʼindomani di quella notte in cui Ermanno aveva protratto lo studio sino a tarda ora, mentre stavasene seduto al piano discorrendo colla madre, fu bussato alla porta.—Avanti, rispose il giovane, volgendosi per scorgere chi vʼentrava, oh sei tu Alfredo?... Che nuove?....Un giovinotto vestito con molta eleganza e ricercatezza, entrava liberamente come uno che fosse di casa,e dopo di aver stretta la mano a mamma Alvise, si avvicinò ad Ermanno dicendo:—Proprio io, ti disturbo forse?—Eh! scherzi, tu sai che di te non mi prendo soggezione. La mia sorpresa attribuiscila allʼessere qualche giorno che non ti vedo.—La tua famiglia come sta?—Benissimo. Fui a Milano, non lo sapevi?—Ma no, risposa Ermanno additando una sedia allʼamico.—Propriamente, sono stato a Milano per dodici giorni, in casa di mio zio a cui ho portata via la famiglia per farla passar qualche tempo con noi.—Come, è in Brescia la signora Ramati?—Sì; ho incarico di farti i suoi saluti. Per parte di mia sorella poi, debbo tirarti unʼorecchio; a quanto ella mi disse, tu hai disertata la nostra casa.—Chiedi scusa per me a madamigella Letizia, figurati che non ho ancora potuto arrivare a metà della mia Fantasia per piano solo, e sì che ci lavoro attorno di santa ragione.—E che perciò, ne abbiamo forse noi colpa alcuna per abbandonarci così?—Ora poi, aggiunse Alfredo, spero che vorrai favorirci, tanto più che mia cugina muore per la voglia di sentirti; le parlai tanto bene di te.—Come hai una cugina?—Ma si, la figlia dello zio, una giovinetta di diciassette anni, uscita che è poco dal collegio, bionda, bella e viva come una farfalla. Tu la vedrai con piacere; anzi venni apposta per dirti che stassera sei atteso. Mia sorella te ne prega, mia cugina te ne scongiura.—Bada, disse Ermanno sorridendo, tu parli con troppo ardore di questa cugina.—Che vuoi mio caro! è una fanciulla così viva ed amabile, che mi butterei sul fuoco per piacerle.—È convenuto, stassera ti aspetto.—Senti Alfredo, non potresti dilazionare? Per questa sera avevo unʼaltro progetto.—Impossibile, se tu non mi prometti di venire, non avrò più il coraggio di presentarmi a casa; mia cugina...—E dalli.—Oh senti, tu verrai ad ogni costo, perchè ho già impegnata la mia parola; anzi siccome conosco i tuoi gusti per la tranquillità, diedi ordine che per questa sera non si riceva alcuno; così saremo noi soli a bearci delle tue melodie. Ripassa se lo hai dimenticato quel tuo bellissimo notturno—Al chiaro di luna—Mia cugina è ansiosa di sentirlo.—Siamo dunque intesi, stassera alle sei ti aspetto, pranzeremo insieme.—Impossibile, interruppe Ermanno, fino alle otto non sono in libertà.—Perchè?—Perchè alle sette ho un altro impegno.—Allora alle otto, già di te mi fido...—Sta sicuro.—Addio.—A rivederci.Alfredo Ramati era un simpatico giovinotto di distinto casato; la sua famiglia era molto ricca, ma questa volta, come non avviene troppo spesso, le ricchezze andavano congiunte ad una bontà e compitezza veramente rara.—Il padre di Alfredo era stato avvocato di molta fama in gioventù, ed ora allʼombra della pace domestica si godeva i frutti del suo lavoro. Sua moglie era morta da parecchi anni lasciandolo con due figli, Alfredo e madamigella Letizia. Questʼultima disimpegnava le funzioni di padrona di casa, e tutto veniva regolato secondo il di lei gusto.Alfredo aveva una passione pronunciata per la musica, ed era legato ad Ermanno per vincolo di vera amicizia; il suo affetto e la sua ammirazione pel giovaneartista andavano fino allʼesagerazione, e non poteva parlare dellʼamico senza dare in elogi infiniti.Ermanno era si può dire di famiglia in casa Ramati, aveva libero accesso in qualunque ora del giorno, e talvolta per compiacere madamigella Letizia, si fermava sino a tarda sera.Da qualche tempo però egli aveva sospese le sue visite unicamente per le soverchie occupazioni.Alfredo per puro diporto era partito alla volta di Milano, ove si fermò qualche giorno presso suo zio, fratello dellʼavvocato Ramati, lo zio Pietro, come lo si chiamava. Dopo viva istanze ottenne da lui di condurre la zia e la cugina Laura in Brescia per passarvi un poʼ di tempo.—Come al solito Alfredo in causa del suo debole parlò sovente alla cuginetta dellʼabilità e del talento di Ermanno, e tanto si esaltò nel magnificarlo, che nacque nella ragazza un desiderio ardentissimo di udire questo portento.Ecco come stavano le cose, e perchè Alfredo si recò da Ermanno appena arrivato.Ermanno dal canto suo aveva accettato volentieri giacchè riguardo a madamigella Laura, non eravi a prendersi soggezione. Partito Alfredo da casa sua, egli si rimise al pianoforte, e studiò lungamente. Nella giornata ripassò il suonotturno, ed alla sera verso le sei uscì a passeggiare colla madre.—Ecco qual era lʼimpegno di Ermanno, il dovere di amico non gli faceva scordare quello di figlio.—Alle otto Ermanno era sulla via che guidava al palazzo Ramati.
UN BEL SOGNO
Non sono ancor trascorsi molti anni che in Brescia nelle tarde ore della notte, in una via poco frequentata, udivasi di sovente il suono di un pianoforte eccitato da una mano maestra.
Erano melodie spontanee soavemente malinconiche, vibrazioni patetiche che scorrendo sullʼaria quali folate armoniche, andavano perdendosi lamentosamente a guisa di zeffiro che destandosi vigoroso ed ardito si smarrisce tra i fogliami delle siepi, e muore alitando un flebile sospiro.
Non era difficile lʼaccorgersi che quelle soavi modulazioni erano prodotte da unʼabile mano che rispondeva interprete ad un gentilissimo sentire—Per concepire ed esprimere quel misterioso linguaggio che si chiama musica, bisogna avere il cuore suscettibile alle soavi emozioni, ed i concenti sublimi di quel pianoforte erano lʼemanazione palpitante di una fantasia delicata, erano la voce, lʼespressione di un sentimento puro, ineffabile, celeste.
Per quanto possa essere lʼarte inerente allʼuomo, nullameno lʼartista vive si può dire di una doppia esistenza; lʼarte è unʼegoista, unʼinnamorata gelosa che si costituisce nella mente degli uomini un governo speciale, assoluto, determinato a certi momenti in cui tutte le altre facoltà dellʼintelletto devono inevitabilmente sottomettersele—Lʼartista, il vero artista della fantasia, cessa dʼesser uomo nel momento che crea, la sua mente sprigionandosi dalla cerchia troppo angusta in cui è costretta, erra libera negli spazi dellʼinfinito in cerca di emozioni da trasfondere ed imprimere nelle opere dʼarte.
Egli è appunto in uno di questi momenti che noi sorprenderemo il giovane pianista Ermanno Alvise, giacchè era desso il gentile disturbatore del silenzio notturno, era desso che colle soavi melodie arrestava il passeggiero per quella via costringendolo ad assaporare sino allʼestremo quei melodiosi sospiri.
Un salotto arredato con molto gusto, e di cui principale ornamento era un pianoforte verticale di elegante costruzione, un tavolino ripieno di scartafacci di musica, alcune sedie ed una poltrona che dallʼampia sua forma prometteva un comodo adagiarsi; ecco lo studio del nostro Ermanno il quale stava seduto al pianoforte colle mani erranti sulla tastiera nellʼabbandono di chi tenta modulare i concetti che gli attraversano la fantasia.
Ermanno avea 25 anni, la sua statura era un medio, nè troppo alta nè troppo bassa; ciò che più colpiva in lui erano due grandʼocchi bruni che spiccavano sopra il volto palliduccio e gramo; la sua figura non aveva nulla di straordinario, allʼinfuori di una leggiera mestizia che spiravagli dallo sguardo.—
Allorchè egli era rapito dalla corrente delle sue idee, le labbra si socchiudevano lasciando sfuggire un lieve sorriso di soddisfazione.
Dotato di un grandissimo amore per la musica, egli aveva di gran lunga superate le belle speranze concepite sul suo ingegno; al culto dellʼarte ei dedicò i suoi primi anni, e giovanissimo ancora era salito in bella fama. Nessuno meglio di lui traeva accordi più soavi dal pianoforte, la musica da lui eseguita aveva lʼimpronta di un linguaggio misterioso, ed il fascino che sapeva esercitare sullʼanimo degli uditori era sì grande, che bene spesso era giuocoforza abbandonarsi colla mente a tutte le oscillazioni di quelle corde, che sotto le dita del giovane pianista fremevano dʼun nuovo accento, ed accarezzavano lʼudito siccome le patetiche modulazioni dellʼarpa—Ma ciò che più di tutto distingueva Ermanno, era la sua abilità nellʼimprovvisare sul pianoforte. Allora la fantasia svincolandosi dalle strettoie di un concetto limitato in poche linee di stampa prendeva il largo negli spazi infiniti della sua feconda immaginativa; in questi slanci della mente appariva vergine ed intatto il genio dellʼartista, che secondando lʼimpulso dʼun cuore ardentissimo, ora strappava lacrime con un adagio flebile, delicato, quasi impercettibile che ricercava le fibre dellʼascoltatore, e carezzandole soavemente inspirava allʼanimo sensi di dolcissima mestizia—Ora come torrente che straripa, le note incalzavano le note, e tanto rapidamente, che pareva dʼassistere allo spettacolo dʼun temporale dʼinferno, allo urtarsi impetuoso di schiere dʼarmati spronati ad orribile massacro.
Era bello Ermanno in quei momenti di abbandono, il suo sguardo stava sempre rivolto alle mani, elio agilissime sorvolavano sui tasti con tanta grazia e delicatezza come si accarezzerebbe la chioma di una donna amata.
Da qualche tempo egli lavorava alla composizione di unafantasianella quale stillava tutta la sua fecondainspirazione. Buona parte ne era fatta, ma la riuscita non corrispondeva mai alle esigenze dellʼartista.
Passava ore intiere alla ricerca di una frase, diremo di più, ogni nota era lʼoggetto di un paziente esame, ne provava tutte le vibrazioni, ne analizzava lʼaccento modulandola in mille guise finchè lʼaveva collocata al suo vero posto—Era un lavoro lunghissimo, un raffinamento squisito del genio, un ricamo della fantasia.
Sorprendiamo Ermanno in una delle sue veglie. La notte era già di molto avanzata, eppure non se ne accorgeva; da più di unʼora le sue mani cercavano sulla tastiera unʼidea inafferrabile che gli attraversava la fantasia senza poterla colpire.—Non solamente la parola si ribella ad esprimere tutto ciò che si concepisce; la musica siccome quella che presenta un campo pia vasto nella regione delle idee, riesce sempre più indecisa nellʼespressione del pensiero. Qual è lʼartista che possa vantarsi di tradurre fedelmente le idee che gli sorgono dalla mente? Tutto ciò che si esprime in arte non è che una pallida riproduzione di ciò che si concepisce. Se le parole potessero tener dietro e concretizzare tutti i voli dellʼimmaginazione, sarebbe gran ventura per gli uomini di genio.
Tali riflessioni le faceva pure Ermanno che da molto tempo affaticavasi invano nel cercare la traduzione di un concetto troppo ardito per poterlo esprimere coi mezzi incompleti dellʼarte. Già era passata la prima ora del mattino senza che lʼostinato artista pensasse che anche la natura esige i suoi tributi; ei non aveva sonno, la sua volontà era tanto fissa in quellʼidea che non sentì neanche il suono di una voce che lo chiamava per nome.—Alla seconda chiamata però si scosse, ed alzandosi immantinente corse ad aprire la porta che introduceva in una stanza attigua alla sua sclamando:
—Hai chiamato mamma?
—Sì, rispose la voce.
—Attendi, porto il lume, e levata una candela dal pianoforte, ritornò nella camera della madre accostandosi premurosamente al letto.
—Ti senti forse male?
—No, no, rispose sorridendo la buona donna, sto benissimo, ho domandato perchè voglio che tu vada al riposo, è molto tardi ed hai lavorato abbastanza.
—Ma no, non sono stanco, ti assicuro che mi sento bene.
—Non importa, tu non sei troppo robusto figlio mio, dà retta a me, va al riposo, da bravo.
—Va bene, mormorò Ermanno sorridendo, vado, ma, per farti piacere.
Nella stessa camera eravi una specie dʼalcova nascosta da unʼampia cortina; Ermanno aveva colà il suo lettuccio; vi entrò e poco dopo madre e figlio stavano immersi nel sonno. La madre era una donna sui cinquantʼanni ancora ben conservata; in essa consisteva tutta la famiglia del pianista a cui da molti anni era mancato il padre. Non si potrebbero dire i sacrifizi che fece quella buona donna onde assecondare le inclinazioni artistiche del figlio, ma ne riceveva in compenso il ricambio di unʼaffezione figliale senza pari.
Quelle due creature vivevano lʼuna dellʼaltra; Ermanno non usciva mai a meno che non vi fosse costretto dalle sue faccende. Di giorno dava lezioni di musica, verso sera faceva una breve passeggiata colla madre, indi entrambi rientravano; egli si assideva tosto al pianoforte suo fedele amico, come diceva, la madre gli si poneva accanto, e stava ad ascoltare la musica finchè il sonno non le gravava le ciglia, poi se ne andava al riposo—Ermanno fermavasi ancora lunghe ore a studiare senza che per ciò il sonno dellamadre venisse menomamente disturbato; anzi quella buona creatura si addormentava dolcemente come in braccio ad una visione, fra i flebili accordi del pianoforte, e lʼultimo suo moto era un sorriso di compiacienza che le restava impresso sulle labbra.
Dallʼepoca in cui Ermanno si accinse a dar lezioni, le sorti della piccola famiglia erano dʼassai migliorate, e mercè unʼassiduo lavorare, il figlio poteva procurare tutti i comodi alla madre—Ogni giorno si arricchiva dʼun mobile quel modesto alloggio, e dopo molti risparmi erasi avverata una cara speranza; potendo finalmente il giovane artista far acquisto di un buon pianoforte, e rinunziare al suo vecchio tavolaccio.
Niuno più felice di quei due esseri che vivevano unicamente per consolarsi a vicenda. Accadeva talvolta che Ermanno dovesse passar la sera in qualche concerto, e la madre allora non si metteva a letto finchè egli non fosse di ritorno, lo aspettava se dʼestate alla finestra, se dʼinverno accanto al fuoco, tendendo lʼorecchio a tutti i passi che risuonavano sulla via.
Nel seno di unʼesistenza sì tranquilla Ermanno trovava le inspirazioni per lʼarte sua, e nel silenzio della sua cameretta vegliava le notti studiando, confortato dal pensiero che mercè sua la buona madre riposava tranquilla e felice. Entrambi insomma godevano di una pace domestica rara ed invidiabile.
Allʼindomani di quella notte in cui Ermanno aveva protratto lo studio sino a tarda ora, mentre stavasene seduto al piano discorrendo colla madre, fu bussato alla porta.
—Avanti, rispose il giovane, volgendosi per scorgere chi vʼentrava, oh sei tu Alfredo?... Che nuove?....
Un giovinotto vestito con molta eleganza e ricercatezza, entrava liberamente come uno che fosse di casa,e dopo di aver stretta la mano a mamma Alvise, si avvicinò ad Ermanno dicendo:
—Proprio io, ti disturbo forse?
—Eh! scherzi, tu sai che di te non mi prendo soggezione. La mia sorpresa attribuiscila allʼessere qualche giorno che non ti vedo.—La tua famiglia come sta?
—Benissimo. Fui a Milano, non lo sapevi?
—Ma no, risposa Ermanno additando una sedia allʼamico.
—Propriamente, sono stato a Milano per dodici giorni, in casa di mio zio a cui ho portata via la famiglia per farla passar qualche tempo con noi.
—Come, è in Brescia la signora Ramati?
—Sì; ho incarico di farti i suoi saluti. Per parte di mia sorella poi, debbo tirarti unʼorecchio; a quanto ella mi disse, tu hai disertata la nostra casa.
—Chiedi scusa per me a madamigella Letizia, figurati che non ho ancora potuto arrivare a metà della mia Fantasia per piano solo, e sì che ci lavoro attorno di santa ragione.
—E che perciò, ne abbiamo forse noi colpa alcuna per abbandonarci così?—Ora poi, aggiunse Alfredo, spero che vorrai favorirci, tanto più che mia cugina muore per la voglia di sentirti; le parlai tanto bene di te.
—Come hai una cugina?
—Ma si, la figlia dello zio, una giovinetta di diciassette anni, uscita che è poco dal collegio, bionda, bella e viva come una farfalla. Tu la vedrai con piacere; anzi venni apposta per dirti che stassera sei atteso. Mia sorella te ne prega, mia cugina te ne scongiura.
—Bada, disse Ermanno sorridendo, tu parli con troppo ardore di questa cugina.
—Che vuoi mio caro! è una fanciulla così viva ed amabile, che mi butterei sul fuoco per piacerle.—È convenuto, stassera ti aspetto.
—Senti Alfredo, non potresti dilazionare? Per questa sera avevo unʼaltro progetto.
—Impossibile, se tu non mi prometti di venire, non avrò più il coraggio di presentarmi a casa; mia cugina...
—E dalli.
—Oh senti, tu verrai ad ogni costo, perchè ho già impegnata la mia parola; anzi siccome conosco i tuoi gusti per la tranquillità, diedi ordine che per questa sera non si riceva alcuno; così saremo noi soli a bearci delle tue melodie. Ripassa se lo hai dimenticato quel tuo bellissimo notturno—Al chiaro di luna—Mia cugina è ansiosa di sentirlo.—Siamo dunque intesi, stassera alle sei ti aspetto, pranzeremo insieme.
—Impossibile, interruppe Ermanno, fino alle otto non sono in libertà.
—Perchè?
—Perchè alle sette ho un altro impegno.
—Allora alle otto, già di te mi fido...
—Sta sicuro.
—Addio.
—A rivederci.
Alfredo Ramati era un simpatico giovinotto di distinto casato; la sua famiglia era molto ricca, ma questa volta, come non avviene troppo spesso, le ricchezze andavano congiunte ad una bontà e compitezza veramente rara.—Il padre di Alfredo era stato avvocato di molta fama in gioventù, ed ora allʼombra della pace domestica si godeva i frutti del suo lavoro. Sua moglie era morta da parecchi anni lasciandolo con due figli, Alfredo e madamigella Letizia. Questʼultima disimpegnava le funzioni di padrona di casa, e tutto veniva regolato secondo il di lei gusto.
Alfredo aveva una passione pronunciata per la musica, ed era legato ad Ermanno per vincolo di vera amicizia; il suo affetto e la sua ammirazione pel giovaneartista andavano fino allʼesagerazione, e non poteva parlare dellʼamico senza dare in elogi infiniti.
Ermanno era si può dire di famiglia in casa Ramati, aveva libero accesso in qualunque ora del giorno, e talvolta per compiacere madamigella Letizia, si fermava sino a tarda sera.
Da qualche tempo però egli aveva sospese le sue visite unicamente per le soverchie occupazioni.
Alfredo per puro diporto era partito alla volta di Milano, ove si fermò qualche giorno presso suo zio, fratello dellʼavvocato Ramati, lo zio Pietro, come lo si chiamava. Dopo viva istanze ottenne da lui di condurre la zia e la cugina Laura in Brescia per passarvi un poʼ di tempo.—Come al solito Alfredo in causa del suo debole parlò sovente alla cuginetta dellʼabilità e del talento di Ermanno, e tanto si esaltò nel magnificarlo, che nacque nella ragazza un desiderio ardentissimo di udire questo portento.
Ecco come stavano le cose, e perchè Alfredo si recò da Ermanno appena arrivato.
Ermanno dal canto suo aveva accettato volentieri giacchè riguardo a madamigella Laura, non eravi a prendersi soggezione. Partito Alfredo da casa sua, egli si rimise al pianoforte, e studiò lungamente. Nella giornata ripassò il suonotturno, ed alla sera verso le sei uscì a passeggiare colla madre.—Ecco qual era lʼimpegno di Ermanno, il dovere di amico non gli faceva scordare quello di figlio.—Alle otto Ermanno era sulla via che guidava al palazzo Ramati.
II.Aveva appena scossa la corda del campanello, che risuonarono dallʼinterno della casa esclamazioni di gioja. Venne tosto aperto, ed apparve sulla soglia madamigella Letizia seguita da una bella ragazza che appena vide Ermanno si mise a gridare:—Eccolo, eccolo, è desso!Il giovane fu introdotto nella sala della signorina Letizia, che nellʼaddurlo per mano gli disse:—Questa volta non ci scappa più.Non furono neccessarie tante cerimonie di presentazione, giacchè la madre di Laura già conosceva Ermanno; in quanto a madamigella Laura nel suo eccesso di espansione aveva già tolto il cappello e la canna di mano al giovane con tale confidenza come se da molto tempo lo conoscesse.—Tu ne sarai sorpreso, disse Alfredo, ma mia cugina ti conosce già intimamente; ella sa tutta la tua storia; epperciò non è il caso di stare in complimenti.—Oh! si davvero, sclamò Laura vivamente, il signore era già una mia conoscenza prima ancora che lo vedessi; domandi alla mamma quante volte abbiamo parlato di lei. Alfredo mi fece siffattamente lʼelogio del suo talento per la musica, che non avrei avuto più pace se non mi veniva dato di udirlo.—Il caro Alfredo ha troppo zelo a mio riguardo, rispose Ermanno sorridendo, e sarò a lui debitore se la mia poca abilità non corrisponderà affatto alle troppo grandi aspettative di madamigella.—Via signorino, ella vuole rimpicciolirsi per apparirepoi più grande, interruppe Letizia. Intanto Laura aveva già preso Ermanno per il braccio, e tirandolo dolcemente lo fece sedere al pianoforte dicendo:—Animo, favorisca di suonare quelnotturno—al chiaro di luna—ne conosco già una parte.—Davvero? chiese Ermanno.—Ma sì, il cugino Alfredo aveva la compiacenza di cantarlo.Ermanno era confuso, giammai egli aveva incontrato un carattere così vivace, ed ingenuo. Sedendo al piano, alzò gli occhi sulla giovinetta che si era posta a lui di fianco, e stette a contemplarla, anzi ad ammirarla.Alfredo non aveva punto esagerato; Laura era di una bellezza sorprendente. Nulla di più soave del suo occhio ceruleo improntato di una vivacità straordinaria; in quello sguardo brillava un misto dʼingenuità e civetteria che formava uno strano contrasto. Una bella fronte di neve contornata da ricchissima capigliatura, bionda come quella di un cherubino.Il complesso della persona gareggiava in vezzi colla soavità del volto, e lʼinsieme di quella figurina era di una eleganza statuaria.Ermanno rimase colpito; giammai egli aveva vista fanciulla più bella, giammai nelle ricerche della sua fantasia dʼartista, erasi immaginata una realtà così seducente. Abbassò lo sguardo dal volto di lei, e sfiorando colle mani la tastiera del pianoforte, improvvisò unoScherzo, una specie diCapricciodelicato come le idee che gli si erano destate nellʼanima contemplando quella gentil creatura.Laura stette ad ascoltare senza batter palpebra, e quando egli ebbe terminato, ella corse ad abbracciare la cugina Letizia mormorando: Oh come suona bene!—Improvvisato, improvvisato! non è vero? chiese Alfredo premuroso.Ermanno rispose affermando col capo.Laura e Letizia si erano frattanto avvicinate al piano.Noi non sapremmo dire come e perchè, ma è certo che il volto di Laura si era acceso dʼun colore insolito, e se un mano indiscreta si fosse posata sul di lei cuore, ne avrebbe sentito i moti più agitati.È possibile che ella abbia potuto penetrare nel sentimento di quelCapricciosuonato da Ermanno?.......... Forse sì; havvi una corda nel nostro cuore che se viene scossa rivela confusamente il perchè del suo eccitamento; dʼaltronde lo sguardo di Ermanno esprimeva qualche cosa in quellʼistante; era unʼespressione quasi impercettibile che però fece palpitare la giovinetta, la quale per istinto ne aveva forse compreso il significato prima ancora che Ermanno potesse spiegarselo—quel pensiero melodico non poteva essere inspirato che dallʼesame fatto sul volto della fanciulla, e lʼemanazione di quel concetto fu tanto rapida ed improvvisa che la stessa mente che lo aveva concepito, non potè prima tradurne il senso allʼintelligenza.Ermanno aveva creata una melodia senza accorgersene sotto lʼimpressione della bellezza. Laura aveva indovinato col cuore.QuelCapricciovoluttuoso, carezzevole, quei tocchi graziosi delle note spiranti la mollezza, suonarono come soave linguaggio nel cuore della fanciulla, che senza comprenderne il vero significato, pure dallʼaccento, dalle vibrazioni, aveva scoperto in quel concetto un saluto dʼammirazione.Ermanno dal canto suo aveva rimarcato il leggiero rossore di quelle guancie; incontrando una seconda volta lo sguardo di Laura, vi trovò lʼespressione di un turbamento interno.—Alnotturno, interruppe Letizia.—Sì, sì alnotturno, ripetè Laura, saltellando per la sala, onde nascondere lʼemozione cagionatale dallo sguardo di Ermanno.Tutti si raccolsero attorno al pianista; Laura si collocò dietro a lui e guardava sul piano passandogli lo sguardo giù per le spalle,—Letizia a destra Alfredo a sinistra.Fin dalle prime note dʼintroduzione, quegli entusiasti dʼuditori cominciarono a trattenere quasi il respiro, ed era bello il vederli immedesimati nel carattere della musica di cui ne seguivano tutte le gradazioni. Dopo lʼintroduzione seguiva unʼadagio sulle corde basse, e la mollezza di quel canto era tanto dolce, tanto insinuante, che negli occhi di Laura vi brillò una lagrima di tenerezza. La povera giovinetta non era più sulla terra, pareva che cercasse in quelle note unʼespressione, unʼaccento che le facesse più chiaro ciò che le passava per la mente, giacchè in quei suoni ella vi trovava un significato, e sembravale di sentirsi parlare in cuore da una voce affettuosa e cara già conosciuta, già udita altra volta.Mentre Ermanno suonava, sentivasi lʼalito di lei sfiorargli la guancia, ed eragli tanto soave quella carezza, che per prolungarne la durata fece ritornello sullʼultima parte delnotturno, aggiungendovi una lunga cadenza così ben trovata, così morbida, che Laura rapita dallʼeffetto, lasciò cadere le mani sulla spalla di Ermanno appoggiandovisi sopra leggermente.Il giovane fu scosso a quel tocco, lʼemozione rese tanto delicato il senso del tatto in quel punto ove le mani si posarono, che gli parve di accarezzarne le graziose dita.Letizia alzò lo sguardo su Laura, e sorrise nel vederla in tale abbandono; la giovinetta arrossì, e ritiròlestamente le mani.—Si suonò dellʼaltra musica, indi fu concessa un poʼ di tregua al povero pianista che era tutto in un sudore, ed allora si appiccò una conversazione animatissima. Parlarono di musica, di teatri e di mille cose che sarebbe follia ripetere; basti notare che la chiacchierata durò due ore. In tanto tempo si possono dire molte cose, due ore sono lunghe con una nojosa compagnia, ma parvero due istanti specialmente a Laura, e diciamolo pure ad Ermanno.Durante quel lungo discorrere i loro sguardi sʼincontrarono parecchie volte, e lasciamo immaginare al lettore cosa poterono dirsi quegli occhi. Non staremo certo a svelarne i dolci misteri, ci manca il coraggio di accingerci a tanto, giacchè gli occhi parlano spesso assai più della lingua, ed il loro silenzio è tanto eloquente da rendere inetta la parola ad esprimere tutto ciò che possono racchiudere.Lʼallegrezza di Laura in quella sera fu portata al colmo; ora saltava, ora rideva; talvolta abbassavasi allʼorecchio della cugina mormorandole sommesse parole, mentre di sottecchi sorrideva ad Alfredo ed Ermanno, come se essi potessero indovinare ciò che ella diceva.A taluni parrà alquanto esagerata questa subita espansività, ma noi possiamo affermare che quel brio, quella spontanea allegria sono naturali nelle ragazze che da poco lasciarono le mura di un collegio, ove imparano a desiderare il mondo colle sue illusioni e le sue libertà. Ai primi soffii dʼaria libera che le sfiorano il viso, esse si esaltano, si commovono, e vorrebbero nel loro entusiasmo abbracciare lʼuniverso intiero; il mondo traveduto nei vergini sogni si presenta ad esse come un mazzo di fiori freschi e profumati ma, non sanno ahimè che quel profumo stordisce, che quellʼaria balsamica spesse volte uccide!Ermanno si sentiva commosso nel mirare quella fanciulla così bella e felice; lʼocchio del giovane errava spesso a fare, unʼesame troppo scrutatore di quelle bellezze, talchè Laura accorgendosene ne arrossiva sorridendo, mentre con infantile civetteria si guardava negli specchi.Il tempo, quel giudice crudelmente imparziale segnò le undici ore sullʼinesorabile Clepsidra, ed una torre lontana rispose a quel segno a colpi di squilla.—Undici ore? chiese Letizia.—Propriamente, rispose Alfredo guardando il pendolo.—Diggià! mormorò Laura un poʼ uggiosa.—Allora, disse Ermanno alzandosi, me ne vado.—Oh non ancora, sclamò Laura, bisogna suonare anco una volta ilnotturno.Ermanno si rimise al piano, e Laura riprese la stessa positura. Ilnotturnoera piuttosto lungo, e la stagione non troppo favorevole per una lunga fatica al piano, per cui alla fine del pezzo Ermanno aveva la fronte madida di sudore; Laura se ne accorse, titubò alquanto, guardò prima Letizia, poi Alfredo; indi per un moto quasi involontario trasse il fazzoletto e lo passò leggermente sulla fronte del giovane pianista, il quale la ringraziò con un dolce sorriso.Ermanno non si potè partire da casa Ramati senza prima aver promesso di tornarvi alla dimane, ed ancora mentre stava per scendere le scale, Laura trattenendolo per mano sclamò: Si ricordi che lʼaspettiamo!
Aveva appena scossa la corda del campanello, che risuonarono dallʼinterno della casa esclamazioni di gioja. Venne tosto aperto, ed apparve sulla soglia madamigella Letizia seguita da una bella ragazza che appena vide Ermanno si mise a gridare:
—Eccolo, eccolo, è desso!
Il giovane fu introdotto nella sala della signorina Letizia, che nellʼaddurlo per mano gli disse:
—Questa volta non ci scappa più.
Non furono neccessarie tante cerimonie di presentazione, giacchè la madre di Laura già conosceva Ermanno; in quanto a madamigella Laura nel suo eccesso di espansione aveva già tolto il cappello e la canna di mano al giovane con tale confidenza come se da molto tempo lo conoscesse.
—Tu ne sarai sorpreso, disse Alfredo, ma mia cugina ti conosce già intimamente; ella sa tutta la tua storia; epperciò non è il caso di stare in complimenti.
—Oh! si davvero, sclamò Laura vivamente, il signore era già una mia conoscenza prima ancora che lo vedessi; domandi alla mamma quante volte abbiamo parlato di lei. Alfredo mi fece siffattamente lʼelogio del suo talento per la musica, che non avrei avuto più pace se non mi veniva dato di udirlo.
—Il caro Alfredo ha troppo zelo a mio riguardo, rispose Ermanno sorridendo, e sarò a lui debitore se la mia poca abilità non corrisponderà affatto alle troppo grandi aspettative di madamigella.
—Via signorino, ella vuole rimpicciolirsi per apparirepoi più grande, interruppe Letizia. Intanto Laura aveva già preso Ermanno per il braccio, e tirandolo dolcemente lo fece sedere al pianoforte dicendo:
—Animo, favorisca di suonare quelnotturno—al chiaro di luna—ne conosco già una parte.
—Davvero? chiese Ermanno.
—Ma sì, il cugino Alfredo aveva la compiacenza di cantarlo.
Ermanno era confuso, giammai egli aveva incontrato un carattere così vivace, ed ingenuo. Sedendo al piano, alzò gli occhi sulla giovinetta che si era posta a lui di fianco, e stette a contemplarla, anzi ad ammirarla.
Alfredo non aveva punto esagerato; Laura era di una bellezza sorprendente. Nulla di più soave del suo occhio ceruleo improntato di una vivacità straordinaria; in quello sguardo brillava un misto dʼingenuità e civetteria che formava uno strano contrasto. Una bella fronte di neve contornata da ricchissima capigliatura, bionda come quella di un cherubino.
Il complesso della persona gareggiava in vezzi colla soavità del volto, e lʼinsieme di quella figurina era di una eleganza statuaria.
Ermanno rimase colpito; giammai egli aveva vista fanciulla più bella, giammai nelle ricerche della sua fantasia dʼartista, erasi immaginata una realtà così seducente. Abbassò lo sguardo dal volto di lei, e sfiorando colle mani la tastiera del pianoforte, improvvisò unoScherzo, una specie diCapricciodelicato come le idee che gli si erano destate nellʼanima contemplando quella gentil creatura.
Laura stette ad ascoltare senza batter palpebra, e quando egli ebbe terminato, ella corse ad abbracciare la cugina Letizia mormorando: Oh come suona bene!
—Improvvisato, improvvisato! non è vero? chiese Alfredo premuroso.
Ermanno rispose affermando col capo.
Laura e Letizia si erano frattanto avvicinate al piano.
Noi non sapremmo dire come e perchè, ma è certo che il volto di Laura si era acceso dʼun colore insolito, e se un mano indiscreta si fosse posata sul di lei cuore, ne avrebbe sentito i moti più agitati.
È possibile che ella abbia potuto penetrare nel sentimento di quelCapricciosuonato da Ermanno?.....
..... Forse sì; havvi una corda nel nostro cuore che se viene scossa rivela confusamente il perchè del suo eccitamento; dʼaltronde lo sguardo di Ermanno esprimeva qualche cosa in quellʼistante; era unʼespressione quasi impercettibile che però fece palpitare la giovinetta, la quale per istinto ne aveva forse compreso il significato prima ancora che Ermanno potesse spiegarselo—quel pensiero melodico non poteva essere inspirato che dallʼesame fatto sul volto della fanciulla, e lʼemanazione di quel concetto fu tanto rapida ed improvvisa che la stessa mente che lo aveva concepito, non potè prima tradurne il senso allʼintelligenza.
Ermanno aveva creata una melodia senza accorgersene sotto lʼimpressione della bellezza. Laura aveva indovinato col cuore.
QuelCapricciovoluttuoso, carezzevole, quei tocchi graziosi delle note spiranti la mollezza, suonarono come soave linguaggio nel cuore della fanciulla, che senza comprenderne il vero significato, pure dallʼaccento, dalle vibrazioni, aveva scoperto in quel concetto un saluto dʼammirazione.
Ermanno dal canto suo aveva rimarcato il leggiero rossore di quelle guancie; incontrando una seconda volta lo sguardo di Laura, vi trovò lʼespressione di un turbamento interno.
—Alnotturno, interruppe Letizia.
—Sì, sì alnotturno, ripetè Laura, saltellando per la sala, onde nascondere lʼemozione cagionatale dallo sguardo di Ermanno.
Tutti si raccolsero attorno al pianista; Laura si collocò dietro a lui e guardava sul piano passandogli lo sguardo giù per le spalle,—Letizia a destra Alfredo a sinistra.
Fin dalle prime note dʼintroduzione, quegli entusiasti dʼuditori cominciarono a trattenere quasi il respiro, ed era bello il vederli immedesimati nel carattere della musica di cui ne seguivano tutte le gradazioni. Dopo lʼintroduzione seguiva unʼadagio sulle corde basse, e la mollezza di quel canto era tanto dolce, tanto insinuante, che negli occhi di Laura vi brillò una lagrima di tenerezza. La povera giovinetta non era più sulla terra, pareva che cercasse in quelle note unʼespressione, unʼaccento che le facesse più chiaro ciò che le passava per la mente, giacchè in quei suoni ella vi trovava un significato, e sembravale di sentirsi parlare in cuore da una voce affettuosa e cara già conosciuta, già udita altra volta.
Mentre Ermanno suonava, sentivasi lʼalito di lei sfiorargli la guancia, ed eragli tanto soave quella carezza, che per prolungarne la durata fece ritornello sullʼultima parte delnotturno, aggiungendovi una lunga cadenza così ben trovata, così morbida, che Laura rapita dallʼeffetto, lasciò cadere le mani sulla spalla di Ermanno appoggiandovisi sopra leggermente.
Il giovane fu scosso a quel tocco, lʼemozione rese tanto delicato il senso del tatto in quel punto ove le mani si posarono, che gli parve di accarezzarne le graziose dita.
Letizia alzò lo sguardo su Laura, e sorrise nel vederla in tale abbandono; la giovinetta arrossì, e ritiròlestamente le mani.—Si suonò dellʼaltra musica, indi fu concessa un poʼ di tregua al povero pianista che era tutto in un sudore, ed allora si appiccò una conversazione animatissima. Parlarono di musica, di teatri e di mille cose che sarebbe follia ripetere; basti notare che la chiacchierata durò due ore. In tanto tempo si possono dire molte cose, due ore sono lunghe con una nojosa compagnia, ma parvero due istanti specialmente a Laura, e diciamolo pure ad Ermanno.
Durante quel lungo discorrere i loro sguardi sʼincontrarono parecchie volte, e lasciamo immaginare al lettore cosa poterono dirsi quegli occhi. Non staremo certo a svelarne i dolci misteri, ci manca il coraggio di accingerci a tanto, giacchè gli occhi parlano spesso assai più della lingua, ed il loro silenzio è tanto eloquente da rendere inetta la parola ad esprimere tutto ciò che possono racchiudere.
Lʼallegrezza di Laura in quella sera fu portata al colmo; ora saltava, ora rideva; talvolta abbassavasi allʼorecchio della cugina mormorandole sommesse parole, mentre di sottecchi sorrideva ad Alfredo ed Ermanno, come se essi potessero indovinare ciò che ella diceva.
A taluni parrà alquanto esagerata questa subita espansività, ma noi possiamo affermare che quel brio, quella spontanea allegria sono naturali nelle ragazze che da poco lasciarono le mura di un collegio, ove imparano a desiderare il mondo colle sue illusioni e le sue libertà. Ai primi soffii dʼaria libera che le sfiorano il viso, esse si esaltano, si commovono, e vorrebbero nel loro entusiasmo abbracciare lʼuniverso intiero; il mondo traveduto nei vergini sogni si presenta ad esse come un mazzo di fiori freschi e profumati ma, non sanno ahimè che quel profumo stordisce, che quellʼaria balsamica spesse volte uccide!
Ermanno si sentiva commosso nel mirare quella fanciulla così bella e felice; lʼocchio del giovane errava spesso a fare, unʼesame troppo scrutatore di quelle bellezze, talchè Laura accorgendosene ne arrossiva sorridendo, mentre con infantile civetteria si guardava negli specchi.
Il tempo, quel giudice crudelmente imparziale segnò le undici ore sullʼinesorabile Clepsidra, ed una torre lontana rispose a quel segno a colpi di squilla.
—Undici ore? chiese Letizia.
—Propriamente, rispose Alfredo guardando il pendolo.
—Diggià! mormorò Laura un poʼ uggiosa.
—Allora, disse Ermanno alzandosi, me ne vado.
—Oh non ancora, sclamò Laura, bisogna suonare anco una volta ilnotturno.
Ermanno si rimise al piano, e Laura riprese la stessa positura. Ilnotturnoera piuttosto lungo, e la stagione non troppo favorevole per una lunga fatica al piano, per cui alla fine del pezzo Ermanno aveva la fronte madida di sudore; Laura se ne accorse, titubò alquanto, guardò prima Letizia, poi Alfredo; indi per un moto quasi involontario trasse il fazzoletto e lo passò leggermente sulla fronte del giovane pianista, il quale la ringraziò con un dolce sorriso.
Ermanno non si potè partire da casa Ramati senza prima aver promesso di tornarvi alla dimane, ed ancora mentre stava per scendere le scale, Laura trattenendolo per mano sclamò: Si ricordi che lʼaspettiamo!
III.Potrebbe mai mente umana esprimere con parole tutto ciò che passava per la testa al giovane artista mentre avviavasi verso casa?.... Egli stesso mal sapeva darsi ragione di ciò che provava in quei momenti.—Tutto lʼaccaduto di quella sera gli appariva come un sogno, un lungo e dolcissimo sogno; alcunchè di nuovo agitavasi nellʼanimo suo, un senso ignoto di malinconica beatitudine a cui lʼimmagine di Laura non era affatto estranea.—Quanto è bella quella giovinetta! ripeteva fra sè, e con piacere riandava col pensiero su tutto ciò che ella gli aveva detto.—Era una piena di nuove sensazioni che gli scaturivano dallʼanima, ed egli ne assaporava le dolcezze senza comprenderle.—Con infantile compiacenza ripetevasi mentalmente il nome di Laura, e quel nome era seguito da qualche cosa che rassembrava ad un sospiro.Rammentavasi poscia quel leggiero alito della fanciulla che stavagli alle spalle mentre egli suonava; quellʼalito che gli aveva sfiorata la guancia come una carezza, quel soffio delicato che aveva scossa la sua fantasia costringendolo ad amplificare le frasi del suonotturno. E tutto ciò non era che un sogno? quellʼadorabile creatura non era una visione, unʼideale? No, giacchè egli avea sentite le mani di lei appoggiarsi alle sue spalle, ne aveva strette le delicate dita.No, egli non sognava, solamente la sua esistenza accennava ad una fase novella; le sue idee subivano una reazione, la mente era più serena, il cuore più agitato.Giunto a casa Ermanno si assise al pianoforte, suonò, od almeno cercò di suonare perchè era distratto; le idee ed i concetti musicali venivano disturbati da dolci meditazioni.—Se ne andò al riposo chiudendo gli occhi onde non interrompere le belle fantasmagorie dellʼimmaginazione; chiuse gli occhi e si addormentò sognando di trovarsi ancora in casa Ramati, accanto a colei che aveva suscitato un mondo di idee nuove nellʼanimo suo.Sognava, ed il suo sogno era felice. Allʼindomani la madre di Ermanno che si alzava sempre per la prima, scorse sul labbro del figlio un sorriso di compiacenza; quel volto addormentato esprimeva la felicità, e la buona donna si ritirò con tutta precauzione onde non turbare lʼincanto del sogno che faceva sorridere il suo Ermanno.Cosa è il sogno? Chi lo disse una rimembranza del passato, chi un riflesso del presente, chi un presagio dellʼavvenire. Non sarebbe egli invece un complesso di tutto, un crogiuolo dove si fondono le memorie del passato, il bene od il male del presente, le speranze od i timori dellʼavvenire?Il sogno è un compendio delle nostre idee, un sunto ristretto della storia di nostra vita; una specie di romanzo fondato su fatti reali ingranditi dalla fantasia.Ermanno sognò, ed il suo sogno fu tanto dolce che allo svegliarsi trovò il sole splendente di luce più bella, il cielo più sereno.—Quel sorriso che gli errava sulle labbra nel sonno, durò tuttavia mentre era desto. Guardò lʼorologio, erano le otto del mattino, e quasi senza volerlo riflettè che per arrivare alle otto di sera, si dovevano trascorrere ancora dodici ore.Durante la giornata che gli parve un poʼ lunghetta, studiò quasi sempre, ripassando alcuni pezzi che da molto tempo aveva lasciati in oblio, come per cercarneuno che piacesse...a lei; diciamolo pure, in tutto quel giorno egli non agì per conto suo; il suo spirito era rivolto ad altro oggetto. In quel giorno i suoi pensieri non furono tutti per sua madre, la quale dal canto suo non poteva esser tanto egoista da adombrarsi se le aspirazioni del figlio non erano tutte a lei rivolte.In questo mistero dellʼesistenza, la felicità appare tanto più bella, quanto più è incompresa, ed Ermanno senza discutere sulle cause del suo benessere, ne accettava le dolci conseguenze.—Importa forse sapere il perchè si è felici? La felicità assorbe in un punto tutti i desiderii, anche la curiosità; lʼafflitto esamina la causa deʼ suoi dolori per porvi riparo, lʼinfelice cerca nellʼorigine del male per trovarvi il mal seme che turbò la sua pace? chè perciò? Lʼuomo contento dovrebbe forse indagare sulle cause che produssero il suo bene? Il dolore concentra, la felicità distrae; cercare lʼorigine del bene sarebbe follia quanto quella di cercarne il termine.—Se Ermanno avesse esaminato il perchè della sua allegrezza ne avrebbe guadagnato qualche dolore, giacchè era facile scoprire che la sua gioia altro non era che unʼedifizio senza base, un castello in aria, unʼillusione.—Spesso la conoscenza della causa distrugge il prestigio dellʼeffetto, e lascia lo sconforto della realtà.Ermanno era felice; e chi non lo fu alla sua età? Chi non sorrise di gioia allo spettacolo dellʼavvenire traveduto nello sguardo di una giovinetta? Chi come il nostro artista non abbandonossi intieramente alla lusinghiera carezza di una dolce speranza?—Il bene della vita si riduce ahimè! pur troppo ad una lunga fila di speranze le quali cadono ad una ad una nel nulla sconfortante della delusione; la realtà dʼun bene non è sufficiente a costituire la vera felicità, se non vi si mesce la speranza di un miglioramento.Verso sera Ermanno uscì colla madre per la solita passeggiata, ma per la prima volta quella gita aveva un doppio scopo, ciò si scorgeva facilmente dal volgersi che faceva il giovane al minimo rumore di carrozza. Il suo sguardo errava su tutti I volti come se cercasse qualcuno. Alla madre non sfuggì certo la continua distrazione del figlio, tuttavia non ne fece motto; non vi poteva essere nulla di serio, dacchè Ermanno aveva unʼaria così felice.È duopo dirlo? Non erano ancora suonate le otto, che già Ermanno si avviava verso casa Ramati; aggiungeremo inoltre che la sua toeletta era più accurata. Camminava col passo dellʼuomo felice, o meglio, di quegli che va in cerca della felicità, e sa dove trovarla.Mentre il nostro artista vola trasportato dal turbine lusinghiero delle speranze palesando in mille modi la sua gioia, passeremo a vedere quale impressione abbia fatto Ermanno nel cuore di Laura.Nella prima sera in cui ella lo conobbe, la corrente di simpatia superò certe sciocche convenienze, e vedemmo quella ragazza abbandonarsi ingenuamente a tutto il brio e la libertà che erano in lei natura. Vi sono nellʼuomo certi misteri incomprensibili di cui se ne subiscono giornalmente le conseguenze, spesso ci diventa simpatico unʼindividuo al solo sentirne a parlare; diremo di più che questa simpatia nata improvvisamente si trova giustificata al primo incontro che si ha collʼindividuo in persona.Alfredo, lʼabbiamo detto, era stato a Milano qualche giorno in casa della cugina; questo bravo giovane era entusiasta per Ermanno, e parlò di lui a Laura in modo tale, che costei si sentì curiosa di conoscerlo personalmente—Ecco lʼunica ma sufficiente scusa che può giustificare la condotta di Laura.Dʼaltronde a diciasette anni si pensa forse tanto alle conseguenze? No per buona sorte: La natura si trova a quellʼetà ancora intatta, basata cioè sui principii di unʼeguaglianza generale. Che non può poi quel mago che sconvolge ogni cosa, lʼamore? Lʼamore, quel senso misterioso che si rivela tutti i giorni sotto forme novelle, quella rugiada di paradiso che basta per sè sola a confortare tutti i dolori, a sanare tutte le ferite! È tuttavia in comprensibile il suo dominio, tutti i mortali lo hanno provato, tutti furono trasportati nel seno di quel mare di voluttà, tutti bevvero in quella coppa che racchiude le più sante delizie, senza che uno solo abbia potuto afferrare il secreto di quelle gioie; la specola della scienza non ascese puranco alle regioni dʼamore.Come nasce, come muore? Dove passa? nessuno lo sa;—Il filosofo austero potrebbe pensare e studiare secoli interi senza venirne a capo di una definizione —Come si manifesta? Chiedetelo a Laura, che per quella prima notte cercò invano il riposo—Lʼimmagine dʼErmanno le stava sempre davanti agli occhi, ed ella dʼaltronde non cercava menomamente di bandirla.La prima manifestazione dʼamore nel cuore umano compie la più grande delle rivoluzioni nelle idee; tutto ciò che prova un cuore vergine al primo palpito è nuovo, confuso, come melodia portata da lontane regioni frammista al mormorio dellʼaria; come il profumo di mille fiori raccolto in una folata della brezza primaverile.Eccola per esempio, la vispa Laura, colei che non aveva un minuto di quiete, che non si era crucciata mai per nulla; dovʼè la sua allegria, dove lʼeterno sorriso di soddisfazione, il sorriso dellʼinnocenza? Per la prima volta la giovinetta pensava; a che? Ellastessa noi sapeva—Seduta in un angolo remoto del giardino, pareva intenta a comporre un mazzolino di fiori, e la soverchia cura che poneva in quel lavoro, palesava il vero secreto. Il labbro più non sorrideva; il sorriso non può passare per la stessa via del sospiro, e Laura sospirava di frequente.Povera fanciulla! Inginocchiata sullʼerba, interrompeva talvolta il lavoro per abbandonarsi alle riflessioni; ella pensava, ed il suo pensiero vagava altrove mentre il corpo rimaneva là, immobile come statua.Tutto le parlava allʼanima un linguaggio dolce e commovente, tutta natura era unʼarmonia soave come la musica di Ermanno.... Ermanno! A questo nome il suo pensiero si arrestava, ed un lieve rossore le pingeva le gote; nel pronunziarlo ella sentiva alcunchè dʼignoto destarsi in lei, e sorrideva malinconicamente. Era un sorriso traditore che celava un sospiro.Il mazzolino era terminato, ma il tempo impassibile ai più ardenti desideri, scorre lento per chi aspetta; e Laura aspettava misurando i momenti—Sembravale che il sole si ostinasse a non scendere per contrariare lei, che ne aspettava ansiosamente il tramonto.Man mano che le otto ore si avvicinavano, ella diveniva sempre più inquieta, finalmente il pendolo segnò lʼora desiderata, e quasi contemporaneamente risuonò il campanello di casa Ramati.Era desso! il cuore non lʼaveva ingannata; era Ermanno che entrando incontrò lo sguardo smarrito della fanciulla, che tradì colla sua confusione il suo secreto. In quella sera la madre di Laura ritirossi di buonʼora perchè alquanto indisposta; sullʼavvocato Ramati era assolutamente vano il far calcolo; erano tempi di agitazioni politiche!I giovani adunque rimasero soli e padroni del campo. Ermanno suonò, e naturalmente Laura appoggiò le mani alle sue spalle; non era più una novità, e poteva farlo liberamente. La stagione non correva troppo propizia per restar rinchiusi in una sala, ed Alfredo propose una passeggiata nel suo ampio giardino—Si accettò con gioia—Di notte i giardini sono più deliziosi che non di giorno; al chiaro delle stelle si può benissimo comporre un mazzolino di fiori, ed Ermanno dopo pochi passi, aveva fatta la sua messe sopra un rosaio il più vago che si fosse mai visto—Un bottoncino di fiori accuratamente intrecciati, passò rapidamente dal seno di Laura nelle mani di Ermanno Vengano ora a dirci che di notte non si vede! La comitiva si fermò sopra un poggio che si ergeva nel mezzo del giardino, e tutti si adagiarono senza tante reticenze sullʼerba morbida e fresca.—Ermanno! saltò su a dire Alfredo, mia cugina canta molto bene, tu sei poeta discretamente felice, e musico per eccellenza; non potresti comporre una Romanza?—Bella idea, sclamò Laura battendo le mani, quando sarò a Milano, mi verrà di gran conforto nella noia della solitudine il cantare qualche cosa che mi ricordi questa casa.... Non già che io abbisogni di unʼeccitamento per ricordarmi di Brescia, questa bella città mi lascia troppe impressioni perchè io la possa dimenticare! e si dicendo senza accorgetene strinse la mano dʼErmanno, il quale rispose:—Mi proverò signorina, ma non si lusinghi di troppo.—Evviva la modestia, sclamò Letizia, figurati Laurina che anche a me diceva lʼistessa cosa, eppoi mi ha fatto una delle più belleBarcaroleche si sieno mai sentite. Il male si è che da qualche tempo ho cambiata la voce, e non arrivo più a cantarla.—È dunque inteso, interruppe Alfredo; ora tocca a Laura di scegliere il soggetto.Laura si mostrò alquanto imbarazzata. A quella semplice proposta le si presentarono dʼun tratto tante idee, che mal sapeva dove scegliere. Non era assolutamente il soggetto che le mancava, ma sibbene il coraggio di palesarlo.—Hai trovato? Chiese Letizia.—Davvero non saprei, mi vengono in mente tante cose....—Ti aiuterò io, disse Alfredo, ma prima è necessario sapere qual genere di canto preferisci.—Malinconico, rispose Laura.—Una lacrima!...—No.—Un sospiro?—Nemmeno.—Una preghiera!—No, rispose ancora la fanciulla, e volgendosi ad Ermanno. Animo, gli disse, ci aiuti; fuori una delle sue belle idee, ed aggiunse con un lieve accento di rimprovero: parmi poi che ella non dovrebbe essere affatto estraneo alla scelta di questa canzone!...Letizia non comprese. Alfredo pensava al soggetto, ma Ermanno conobbe il vero senso di quelle parole; lo conobbe tanto bene che rispose subito:—Un addio?—Bene, bene risposero le ragazze.—A chi? chiese Alfredo.Questa volta toccò ad Ermanno lʼimbarazzo, ma Laura, come se avesse compresa la titubanza, e per dargli coraggio sclamò con accento malizioso:—Fuori dunque, non esiti, a lei non possono venire che buone idee.—Addio alla patria! gridò Alfredo come se avesse colto bene.—No, no.Ermanno si fece coraggio, e mormorò:—Un addio allʼamico....—Lontano, aggiunse Laura, con estrema finezza.—Dunque,Un addio allʼamico lontano, ribattè Alfredo. Bene, ma non troppo, quellʼamico....—Eh! via, osservò Letizia, non capisci che lʼamico è un amante!—È unʼamante?... Allora non parlo più.Il volto di Laura era talmente acceso che fu vera fortuna per lei se le tenebre della sera le fecero velo.Dopo poco tempo, si fece ritorno nella sala di musica.Laura volle provarsi a cantare, ma invano, la voce rispondeva al sentimento che la agitava; nella sua piccola fantasia la povera giovinetta credette di aver commesso alcunchè di straordinario.—Alfredo tentò egli pure una cavatina, ma la troncò a metà, allegando unʼimpedimento di voce causato forse dallʼaria della sera.Ermanno pure era alquanto pensoso; pareva assorto in qualche grave riflessione, e sfiorava sbadatamente la tastiera del pianoforte, senza punto curarsi di ciò che ne usciva. Ad un tratto una vocina delicata che lo fece fremere, interruppe le sue meditazioni.Era Laura che durante quel martellare sul piano, erasi rimasta dietro a lui, non azzardando di sturbarlo; era dessa che scuotendolo dal suo letargo lo invitava a suonare—Ermanno alzò gli sguardi al soffitto come fanno i pianisti per richiamarsi alla mente qualche pezzo, indi nel riabbassarli, incontrò quelli di Laura che gli si era posta accanto; era un sorriso seducente, che egli contemplò a lungo senza che perciò la giovinetta sʼimbarazzasse.Ermanno suonò, ed alle prime note dʼintroduzione venne interrotto da Alfredo che gridava:Attente figliuole, attente a questa sublime musica, è di Talberg....Ermanno risalì al principio delNotturnoche riuscì dʼun magico effetto. Letizia batteva le mani, e Laura invasa dal senso malinconico che la dominava, mormora al giovane:—Quanto è caro...questonotturno.Batteva la mezza dopo le dieci quando Ermanno si levò dal pianoforte per andarsene.—Così presto? chiesero le fanciulle.—Me ne duole signorine, ma mia madre non istà troppo bene, e non è prudenza lasciarla sola per tanto tempo.—Allora vada pure signor Ermanno, sarebbe dal canto nostro esigere un poʼ troppo.—Letizia dice bene sclamò Laura prendendo la mano ad Ermanno, e trattenendolo aggiunse. A rivederci quando?Ermanno si mostra imbarazzato.—Domani perbacco, disse Alfredo, non è vero?—Purchè mia madre stia bene....—Oh sempre inteso, anzi ascolta, ho un progetto per domani; suonare tutta la sera è troppa fatica con questo caldo; andremo a fare un giro in carrozza, vi pare madamigelle?—Va benissimo.—A domani dunque.—A domani.—Ermanno uscì salutato per lʼultima volta da Laura che gli aveva mormorato: Lʼaspetto!
Potrebbe mai mente umana esprimere con parole tutto ciò che passava per la testa al giovane artista mentre avviavasi verso casa?.... Egli stesso mal sapeva darsi ragione di ciò che provava in quei momenti.—Tutto lʼaccaduto di quella sera gli appariva come un sogno, un lungo e dolcissimo sogno; alcunchè di nuovo agitavasi nellʼanimo suo, un senso ignoto di malinconica beatitudine a cui lʼimmagine di Laura non era affatto estranea.—Quanto è bella quella giovinetta! ripeteva fra sè, e con piacere riandava col pensiero su tutto ciò che ella gli aveva detto.—Era una piena di nuove sensazioni che gli scaturivano dallʼanima, ed egli ne assaporava le dolcezze senza comprenderle.—Con infantile compiacenza ripetevasi mentalmente il nome di Laura, e quel nome era seguito da qualche cosa che rassembrava ad un sospiro.
Rammentavasi poscia quel leggiero alito della fanciulla che stavagli alle spalle mentre egli suonava; quellʼalito che gli aveva sfiorata la guancia come una carezza, quel soffio delicato che aveva scossa la sua fantasia costringendolo ad amplificare le frasi del suonotturno. E tutto ciò non era che un sogno? quellʼadorabile creatura non era una visione, unʼideale? No, giacchè egli avea sentite le mani di lei appoggiarsi alle sue spalle, ne aveva strette le delicate dita.
No, egli non sognava, solamente la sua esistenza accennava ad una fase novella; le sue idee subivano una reazione, la mente era più serena, il cuore più agitato.
Giunto a casa Ermanno si assise al pianoforte, suonò, od almeno cercò di suonare perchè era distratto; le idee ed i concetti musicali venivano disturbati da dolci meditazioni.—Se ne andò al riposo chiudendo gli occhi onde non interrompere le belle fantasmagorie dellʼimmaginazione; chiuse gli occhi e si addormentò sognando di trovarsi ancora in casa Ramati, accanto a colei che aveva suscitato un mondo di idee nuove nellʼanimo suo.
Sognava, ed il suo sogno era felice. Allʼindomani la madre di Ermanno che si alzava sempre per la prima, scorse sul labbro del figlio un sorriso di compiacenza; quel volto addormentato esprimeva la felicità, e la buona donna si ritirò con tutta precauzione onde non turbare lʼincanto del sogno che faceva sorridere il suo Ermanno.
Cosa è il sogno? Chi lo disse una rimembranza del passato, chi un riflesso del presente, chi un presagio dellʼavvenire. Non sarebbe egli invece un complesso di tutto, un crogiuolo dove si fondono le memorie del passato, il bene od il male del presente, le speranze od i timori dellʼavvenire?
Il sogno è un compendio delle nostre idee, un sunto ristretto della storia di nostra vita; una specie di romanzo fondato su fatti reali ingranditi dalla fantasia.
Ermanno sognò, ed il suo sogno fu tanto dolce che allo svegliarsi trovò il sole splendente di luce più bella, il cielo più sereno.—Quel sorriso che gli errava sulle labbra nel sonno, durò tuttavia mentre era desto. Guardò lʼorologio, erano le otto del mattino, e quasi senza volerlo riflettè che per arrivare alle otto di sera, si dovevano trascorrere ancora dodici ore.
Durante la giornata che gli parve un poʼ lunghetta, studiò quasi sempre, ripassando alcuni pezzi che da molto tempo aveva lasciati in oblio, come per cercarneuno che piacesse...a lei; diciamolo pure, in tutto quel giorno egli non agì per conto suo; il suo spirito era rivolto ad altro oggetto. In quel giorno i suoi pensieri non furono tutti per sua madre, la quale dal canto suo non poteva esser tanto egoista da adombrarsi se le aspirazioni del figlio non erano tutte a lei rivolte.
In questo mistero dellʼesistenza, la felicità appare tanto più bella, quanto più è incompresa, ed Ermanno senza discutere sulle cause del suo benessere, ne accettava le dolci conseguenze.—Importa forse sapere il perchè si è felici? La felicità assorbe in un punto tutti i desiderii, anche la curiosità; lʼafflitto esamina la causa deʼ suoi dolori per porvi riparo, lʼinfelice cerca nellʼorigine del male per trovarvi il mal seme che turbò la sua pace? chè perciò? Lʼuomo contento dovrebbe forse indagare sulle cause che produssero il suo bene? Il dolore concentra, la felicità distrae; cercare lʼorigine del bene sarebbe follia quanto quella di cercarne il termine.—Se Ermanno avesse esaminato il perchè della sua allegrezza ne avrebbe guadagnato qualche dolore, giacchè era facile scoprire che la sua gioia altro non era che unʼedifizio senza base, un castello in aria, unʼillusione.
—Spesso la conoscenza della causa distrugge il prestigio dellʼeffetto, e lascia lo sconforto della realtà.
Ermanno era felice; e chi non lo fu alla sua età? Chi non sorrise di gioia allo spettacolo dellʼavvenire traveduto nello sguardo di una giovinetta? Chi come il nostro artista non abbandonossi intieramente alla lusinghiera carezza di una dolce speranza?—Il bene della vita si riduce ahimè! pur troppo ad una lunga fila di speranze le quali cadono ad una ad una nel nulla sconfortante della delusione; la realtà dʼun bene non è sufficiente a costituire la vera felicità, se non vi si mesce la speranza di un miglioramento.
Verso sera Ermanno uscì colla madre per la solita passeggiata, ma per la prima volta quella gita aveva un doppio scopo, ciò si scorgeva facilmente dal volgersi che faceva il giovane al minimo rumore di carrozza. Il suo sguardo errava su tutti I volti come se cercasse qualcuno. Alla madre non sfuggì certo la continua distrazione del figlio, tuttavia non ne fece motto; non vi poteva essere nulla di serio, dacchè Ermanno aveva unʼaria così felice.
È duopo dirlo? Non erano ancora suonate le otto, che già Ermanno si avviava verso casa Ramati; aggiungeremo inoltre che la sua toeletta era più accurata. Camminava col passo dellʼuomo felice, o meglio, di quegli che va in cerca della felicità, e sa dove trovarla.
Mentre il nostro artista vola trasportato dal turbine lusinghiero delle speranze palesando in mille modi la sua gioia, passeremo a vedere quale impressione abbia fatto Ermanno nel cuore di Laura.
Nella prima sera in cui ella lo conobbe, la corrente di simpatia superò certe sciocche convenienze, e vedemmo quella ragazza abbandonarsi ingenuamente a tutto il brio e la libertà che erano in lei natura. Vi sono nellʼuomo certi misteri incomprensibili di cui se ne subiscono giornalmente le conseguenze, spesso ci diventa simpatico unʼindividuo al solo sentirne a parlare; diremo di più che questa simpatia nata improvvisamente si trova giustificata al primo incontro che si ha collʼindividuo in persona.
Alfredo, lʼabbiamo detto, era stato a Milano qualche giorno in casa della cugina; questo bravo giovane era entusiasta per Ermanno, e parlò di lui a Laura in modo tale, che costei si sentì curiosa di conoscerlo personalmente—Ecco lʼunica ma sufficiente scusa che può giustificare la condotta di Laura.
Dʼaltronde a diciasette anni si pensa forse tanto alle conseguenze? No per buona sorte: La natura si trova a quellʼetà ancora intatta, basata cioè sui principii di unʼeguaglianza generale. Che non può poi quel mago che sconvolge ogni cosa, lʼamore? Lʼamore, quel senso misterioso che si rivela tutti i giorni sotto forme novelle, quella rugiada di paradiso che basta per sè sola a confortare tutti i dolori, a sanare tutte le ferite! È tuttavia in comprensibile il suo dominio, tutti i mortali lo hanno provato, tutti furono trasportati nel seno di quel mare di voluttà, tutti bevvero in quella coppa che racchiude le più sante delizie, senza che uno solo abbia potuto afferrare il secreto di quelle gioie; la specola della scienza non ascese puranco alle regioni dʼamore.
Come nasce, come muore? Dove passa? nessuno lo sa;—Il filosofo austero potrebbe pensare e studiare secoli interi senza venirne a capo di una definizione —Come si manifesta? Chiedetelo a Laura, che per quella prima notte cercò invano il riposo—Lʼimmagine dʼErmanno le stava sempre davanti agli occhi, ed ella dʼaltronde non cercava menomamente di bandirla.
La prima manifestazione dʼamore nel cuore umano compie la più grande delle rivoluzioni nelle idee; tutto ciò che prova un cuore vergine al primo palpito è nuovo, confuso, come melodia portata da lontane regioni frammista al mormorio dellʼaria; come il profumo di mille fiori raccolto in una folata della brezza primaverile.
Eccola per esempio, la vispa Laura, colei che non aveva un minuto di quiete, che non si era crucciata mai per nulla; dovʼè la sua allegria, dove lʼeterno sorriso di soddisfazione, il sorriso dellʼinnocenza? Per la prima volta la giovinetta pensava; a che? Ellastessa noi sapeva—Seduta in un angolo remoto del giardino, pareva intenta a comporre un mazzolino di fiori, e la soverchia cura che poneva in quel lavoro, palesava il vero secreto. Il labbro più non sorrideva; il sorriso non può passare per la stessa via del sospiro, e Laura sospirava di frequente.
Povera fanciulla! Inginocchiata sullʼerba, interrompeva talvolta il lavoro per abbandonarsi alle riflessioni; ella pensava, ed il suo pensiero vagava altrove mentre il corpo rimaneva là, immobile come statua.
Tutto le parlava allʼanima un linguaggio dolce e commovente, tutta natura era unʼarmonia soave come la musica di Ermanno.... Ermanno! A questo nome il suo pensiero si arrestava, ed un lieve rossore le pingeva le gote; nel pronunziarlo ella sentiva alcunchè dʼignoto destarsi in lei, e sorrideva malinconicamente. Era un sorriso traditore che celava un sospiro.
Il mazzolino era terminato, ma il tempo impassibile ai più ardenti desideri, scorre lento per chi aspetta; e Laura aspettava misurando i momenti—Sembravale che il sole si ostinasse a non scendere per contrariare lei, che ne aspettava ansiosamente il tramonto.
Man mano che le otto ore si avvicinavano, ella diveniva sempre più inquieta, finalmente il pendolo segnò lʼora desiderata, e quasi contemporaneamente risuonò il campanello di casa Ramati.
Era desso! il cuore non lʼaveva ingannata; era Ermanno che entrando incontrò lo sguardo smarrito della fanciulla, che tradì colla sua confusione il suo secreto. In quella sera la madre di Laura ritirossi di buonʼora perchè alquanto indisposta; sullʼavvocato Ramati era assolutamente vano il far calcolo; erano tempi di agitazioni politiche!
I giovani adunque rimasero soli e padroni del campo. Ermanno suonò, e naturalmente Laura appoggiò le mani alle sue spalle; non era più una novità, e poteva farlo liberamente. La stagione non correva troppo propizia per restar rinchiusi in una sala, ed Alfredo propose una passeggiata nel suo ampio giardino—Si accettò con gioia—Di notte i giardini sono più deliziosi che non di giorno; al chiaro delle stelle si può benissimo comporre un mazzolino di fiori, ed Ermanno dopo pochi passi, aveva fatta la sua messe sopra un rosaio il più vago che si fosse mai visto—Un bottoncino di fiori accuratamente intrecciati, passò rapidamente dal seno di Laura nelle mani di Ermanno Vengano ora a dirci che di notte non si vede! La comitiva si fermò sopra un poggio che si ergeva nel mezzo del giardino, e tutti si adagiarono senza tante reticenze sullʼerba morbida e fresca.
—Ermanno! saltò su a dire Alfredo, mia cugina canta molto bene, tu sei poeta discretamente felice, e musico per eccellenza; non potresti comporre una Romanza?
—Bella idea, sclamò Laura battendo le mani, quando sarò a Milano, mi verrà di gran conforto nella noia della solitudine il cantare qualche cosa che mi ricordi questa casa.... Non già che io abbisogni di unʼeccitamento per ricordarmi di Brescia, questa bella città mi lascia troppe impressioni perchè io la possa dimenticare! e si dicendo senza accorgetene strinse la mano dʼErmanno, il quale rispose:
—Mi proverò signorina, ma non si lusinghi di troppo.
—Evviva la modestia, sclamò Letizia, figurati Laurina che anche a me diceva lʼistessa cosa, eppoi mi ha fatto una delle più belleBarcaroleche si sieno mai sentite. Il male si è che da qualche tempo ho cambiata la voce, e non arrivo più a cantarla.
—È dunque inteso, interruppe Alfredo; ora tocca a Laura di scegliere il soggetto.
Laura si mostrò alquanto imbarazzata. A quella semplice proposta le si presentarono dʼun tratto tante idee, che mal sapeva dove scegliere. Non era assolutamente il soggetto che le mancava, ma sibbene il coraggio di palesarlo.
—Hai trovato? Chiese Letizia.
—Davvero non saprei, mi vengono in mente tante cose....
—Ti aiuterò io, disse Alfredo, ma prima è necessario sapere qual genere di canto preferisci.
—Malinconico, rispose Laura.
—Una lacrima!...
—No.
—Un sospiro?
—Nemmeno.
—Una preghiera!
—No, rispose ancora la fanciulla, e volgendosi ad Ermanno. Animo, gli disse, ci aiuti; fuori una delle sue belle idee, ed aggiunse con un lieve accento di rimprovero: parmi poi che ella non dovrebbe essere affatto estraneo alla scelta di questa canzone!...
Letizia non comprese. Alfredo pensava al soggetto, ma Ermanno conobbe il vero senso di quelle parole; lo conobbe tanto bene che rispose subito:
—Un addio?
—Bene, bene risposero le ragazze.
—A chi? chiese Alfredo.
Questa volta toccò ad Ermanno lʼimbarazzo, ma Laura, come se avesse compresa la titubanza, e per dargli coraggio sclamò con accento malizioso:
—Fuori dunque, non esiti, a lei non possono venire che buone idee.
—Addio alla patria! gridò Alfredo come se avesse colto bene.
—No, no.
Ermanno si fece coraggio, e mormorò:
—Un addio allʼamico....
—Lontano, aggiunse Laura, con estrema finezza.
—Dunque,Un addio allʼamico lontano, ribattè Alfredo. Bene, ma non troppo, quellʼamico....
—Eh! via, osservò Letizia, non capisci che lʼamico è un amante!
—È unʼamante?... Allora non parlo più.
Il volto di Laura era talmente acceso che fu vera fortuna per lei se le tenebre della sera le fecero velo.
Dopo poco tempo, si fece ritorno nella sala di musica.
Laura volle provarsi a cantare, ma invano, la voce rispondeva al sentimento che la agitava; nella sua piccola fantasia la povera giovinetta credette di aver commesso alcunchè di straordinario.—Alfredo tentò egli pure una cavatina, ma la troncò a metà, allegando unʼimpedimento di voce causato forse dallʼaria della sera.
Ermanno pure era alquanto pensoso; pareva assorto in qualche grave riflessione, e sfiorava sbadatamente la tastiera del pianoforte, senza punto curarsi di ciò che ne usciva. Ad un tratto una vocina delicata che lo fece fremere, interruppe le sue meditazioni.
Era Laura che durante quel martellare sul piano, erasi rimasta dietro a lui, non azzardando di sturbarlo; era dessa che scuotendolo dal suo letargo lo invitava a suonare—Ermanno alzò gli sguardi al soffitto come fanno i pianisti per richiamarsi alla mente qualche pezzo, indi nel riabbassarli, incontrò quelli di Laura che gli si era posta accanto; era un sorriso seducente, che egli contemplò a lungo senza che perciò la giovinetta sʼimbarazzasse.
Ermanno suonò, ed alle prime note dʼintroduzione venne interrotto da Alfredo che gridava:
Attente figliuole, attente a questa sublime musica, è di Talberg....
Ermanno risalì al principio delNotturnoche riuscì dʼun magico effetto. Letizia batteva le mani, e Laura invasa dal senso malinconico che la dominava, mormora al giovane:
—Quanto è caro...questonotturno.
Batteva la mezza dopo le dieci quando Ermanno si levò dal pianoforte per andarsene.
—Così presto? chiesero le fanciulle.
—Me ne duole signorine, ma mia madre non istà troppo bene, e non è prudenza lasciarla sola per tanto tempo.
—Allora vada pure signor Ermanno, sarebbe dal canto nostro esigere un poʼ troppo.
—Letizia dice bene sclamò Laura prendendo la mano ad Ermanno, e trattenendolo aggiunse. A rivederci quando?
Ermanno si mostra imbarazzato.
—Domani perbacco, disse Alfredo, non è vero?
—Purchè mia madre stia bene....
—Oh sempre inteso, anzi ascolta, ho un progetto per domani; suonare tutta la sera è troppa fatica con questo caldo; andremo a fare un giro in carrozza, vi pare madamigelle?
—Va benissimo.
—A domani dunque.
—A domani.—Ermanno uscì salutato per lʼultima volta da Laura che gli aveva mormorato: Lʼaspetto!