II.Eugenio a Silvio.
«La tua lettera mi ha preceduto di due giorni. Or eccomi finalmente ad Huesca, dopo un viaggio abbastanza lungo, e se devo dirlo, poverissimo d'avvenimenti. Vedi che io dico avvenimenti, e non avventure; non perchè di queste ultime ne abbia avuto, ma perchè tu non immagini che io n'andassi in cerca. Per altro non mi sono annoiato; ho pensato, ho fantasticato molto, ho raccolto una gran messe di idee e divoli; e se le mieImpressioni di viaggiovedranno quando che sia la luce, tu stesso ne sarai giudice.
Come tu l'hai pensato, io ho mutato di molto il progetto del mio viaggio; ho incominciato dal cedere una volta, e invece di tirar diritto da Avignone a Tarbes, mi sono spaventato della distanza e ho fatto sosta a Montpellier. Il guaio volle che Montpellier mi piacesse, e vi dormii una notte — undolce sonno te lo assicuro — ed è per lo appunto questa dolcezza che mi ha fatto invaghire dei viaggi a tappe. Infatti invece di partire il domani per Tarbes, come io aveva sacramentato meco medesimo di fare, me ne andai con animo di arrestarmi a Carcassona. A metà via discesi a Beziéres. Però d'allora in poi non fermai più nulla, e come Dio volle, venni man mano a Pamier, e poi a S. Gaudenzio, e a Tarbes — e se il diavolo ci ficcava meglio la coda, uscivo di via e mi spingevo fino a Pau — nè so come mi sia risoluto a discendere a Bagnéres, e a Baréges. In quest'ultima città mi disponevo ad attraversare i Pirenei presso il Monte Perduto, ma un inglese che viaggiava per diporto, e con cui avevo stretto relazione a Tarbes, scese in quel giorno allo stesso albergo, e poichè egli voleva visitare la famosa Valle d'Arran, mi decisi a deviare un breve tratto con lui. Così passai i Pirenei fra le gole del monte Maledetto. Non ti dico nulla dell'incanto di quella traversata — tanto varrebbe che io scrivessi per te solo le mieImpressioni di viaggio.
Di Huesca non ti parlo; mi è riuscitaspiacevole a prima vista, e parmi che non mi ricrederò; ad ogni modo non ho a fermarmici molto, e, se Dio lo vuole, conto di trovarmi presto al tuo fianco. E tanto più ci conto e me ne struggo, se penso al piacere con cui ho visto i tuoi caratteri, e la parolaItaliasul timbro postale della tua lettera.
Ma che! tu minacci dunque d'impazzire? E che modo è questo tuo di torturare il cervello d'un amico che ha i fianchi rotti, non so se più dai cavalli di posta, o da una mezza dozzina di curiali che gli stanno alla cintola giorno e notte? Che vuoi tu che io capisca di queste vaporose fantasime del tuo intelletto?
In verità io ho serio timore che assai valesse meglio la tua tetraggine d'una volta, che questa falsa allegria che ti contorce le labbra come la sardonica; e meglio era non uscirne mai, che uscirne così stoltamente.
Sei o no innamorato? Non lo sai! l'hai a sapere dico io. In queste miserie del cuore, se non ci vedi dentro tu, chi ci ha a vedere? Oltre a che tu sarai colto alla sprovveduta, come una fortezza sguarnita;e questo, credilo, è il peggior danno che possa toccare ad un galantuomo. Diffida, diffida sempre, e di tutti; e più che d'ogni altro, di te medesimo. Se gli uomini sapessero cacciarsi in mente questa verità: che le grandi sciagure sono tali per lo appunto, perchè inaspettate, il numero degli sciagurati n'andrebbe minorato d'assai.
In amore l'abbandono è pericoloso come in tutte le cose della vita — forse peggio — la vita non si ha già ad avere in conto d'un'infanzia perenne, nè l'amore s'ha a torre come un giocattolo da bimbi. Assai triste gioco è quello che fa l'amore, e in fede mia ci si dee pensare non una, ma cento volte.
Non dimenticare i tuoi ventisei anni, non rinfanciullire a un tratto dinanzi al volto d'una bella donna. Quale che ella sia, pensa che il suo sorriso nasconde un pugnale, e i suoi baci un veleno. Le suo braccia sono morbide come il velluto, e fragili e pieghevoli come uno stelo di giunco; ma tuttavia sanno stringere in amplessi soffocanti — la voluttà che spira dalle sue nivee forme è un fuoco che consuma.
Oh! io conosco troppo bene come le vannoqueste cose — e tu pure. Ma all'occasione si è sempre arrendevoli; ingannati cento volte, cento volte la bestemmia è spirata sul nostro labbro — domani ci si ingannerà ancora.
«Gioventù e bellezza sono armi troppo potenti, perchè i virili propositi possano resistere a lungo». Verissimo — se si cadesse nella lotta, sopraffatti nobilmente — se non che — ed è questa vera codardia — disillusi, vagheggiamo col pensiero un nuovo fantasma di donna che raccatti il nostro cuore e voglia mentire un po' d'amore per lui.
Osceno mercato di sentimenti, di fantasie e di menzogne — e di voluttà. E se ricerchi ciò che vi ha di vero in questi rapporti, vedrai sbigottito una sola cosa, il sesso — e non potrai andar oltre.
Tu giuochi una scommessa perigliosa; v'ha per posta una parte, la più bella parte, del tuo avvenire.
Che potrai ottenere da questa donna, se tu l'amerai? Un momento di voluttà, un po' d'amore forse — ma sai tu ciò che vi perderai inesorabilmente?
Pensaci. Se mai avvenga che dal confronto tu ritragga qualche forza, combatti disperatamente;se sarai vinto, avrai qualche conforto più tardi; quando ti parrà d'aver tutto perduto, ritroverai dentro di te qualche cosa che non sarà morta coi tuoi amori — la compiacenza della propria forza adoperata nobilmente, e quella non minore di poter far carico alla sorte soltanto dei tuoi dolori.
Questi miei consigli — e non vogliono essere più che consigli, nè meno — ti giungeranno forse tardi, e ti saranno cagione d'inutili rimorsi. — Ma se la mia voce avrà mai la sorte di prevenire, d'un solo istante, l'estremo passo, oltre il quale è questo fatalissimo abisso dell'Amore, tu soffermati alquanto a meditarla. Forse la chimera pazza che vagheggi andrà sfrondata delle sue corone, e le seduzioni di una sirena non sapranno rimuoverti dall'austera saldezza che ti eri proposto di mantenere per tutta la vita.
Se poi a quest'ora il tuo spirito si culla nelle nenie voluttuose di questo tuo amore adultero, la pace sia teco; e tu perdona alla audacia di chi ha osato profanare il tuo tempio, parlandoti un linguaggio insensato.
Ho scritto «amore adultero». M'ingannerei io forse? Affè, che non saprei più raccapezzarmi.Ma questo è un dubbio passeggiero, e si è dileguato di già dal mio cervello senza lasciarvi traccia.
Scommetterei anzi di potermi spingere più oltre senza fallire, fino ad immaginare il pallido viso della ninfa che ti ha sedotto, e a poter ripetere il nome che i vaneggiamenti del tuo sonno tradiscono forse ogni notte. Ed è...
Ma io potrei errare, e ci farei pure la triste figura dopo aver vantato tanta avvedutezza; e forse anche — e questo sarebbe peggio — l'importanza del mio consiglio ne andrebbe scemata ai tuoi occhi, e ti parrebbe che le mie parole siano inspirate dalla persona e non dal principio, e sprezzeresti le mie teoriche. Però questo è per l'appunto ciò che io non voglio da te; e se posso, farò che tu non sorrida della mia filosofia balzana. Ad ogni modo tieni in mente questo che io ti ho detto: che credo d'avere indovinato il nome dell'eroina della tua nuova passione.
Se è rimasto un posticino nel tuo cuore, serbalo per me; ma ho paura di no — i nuovi amori sono come i nuovi proprietarii d'un campo; i quali, per far sentire il loroimperio, si cacciano dappertutto, e rimuovono e ricostruiscono i limiti, per attaccare in qualche modo la loro personalità alla nuova possessione».