IV.Silvio ad Eugenio.

IV.Silvio ad Eugenio.

«Ritorno in questo momento dal vederla, dal parlarle, dall'adorarla in silenzio come un'immagine santa. Ho la mente ed il cuore pieni di lei.

Oramai non lo dissimulo più a me medesimo — se pure riuscissi ad ingannarmi, non ne avrei al certo giovamento — però vorrei gridarlo a tutto il mondo: «sono innamorato.»

Questa parola che qualche settimana addietro mi avrebbe fatto arrossire di vergogna, risuona dentro di me come una melodia soavissima. I miei nervi, le mie fibre, la cantano in coro.

E perchè dovrei io arrossire? perchè dovrei ostinarmi in questa ringhiosa inerzia, che impoverisce ogni dì più la sorgente degli affetti?

In fede mia, povero Eugenio, tutti i sermoni della filosofia accigliata non saprebbero arrestare un solo istante quest'inno che prorompe in mille suoni dalle cordedella natura; nè la vanità d'essere chiamato filosofo può pagare un solo battito d'un cuore innamorato.

Poi che tu dici d'aver indovinato il suo nome, tanto meglio; lo scriverò senza titubanza: «Carlotta.»

Intendo il rimprovero che tu mi fai; non vo' affannarmi a ribatterlo, ma tuttavia ti giuro che non ho in mente una colpa.

Io non voglio nulla, non domando nulla, solo che mi si lasci amarla. La mia felicità è opera sua, ma pure non è in essa; è in me, nell'amor mio. In appresso... e che so io del futuro? ma ho fede che saprei resistermi in ogni evento.

Non tenermi il broncio se io non pongo mente alle tue raccomandazioni; se tu sapessi quante volte io ti ho benedetto per avermi fatto conoscere questa donna, se tu potessi vedere la mia gioia, non ti reggerebbe l'animo di contraddirmi più oltre; e la mia gratitudine ti compenserebbe ad usura della mia disobbedienza.

Tu ignori quanto si possa essere felici amando questa donna; la tua mente, comunque ci si affatichi, non può riprodurti che una pallida immagine della sua bellezza;però nella tua cecità tu accomuni questa creatura colle mille che paghi col disprezzo, mentre... Nè io vo' tormi la briga di farti ricredere; ma se tu la vedessi... Vestiva un abito nero semplicissimo, colle maniche che lasciavano vedere le sue braccia ignude; pure quanto più leggiadra di tutte le altre, nonostante i loro pizzi, le loro trine e i cento altri fronzoli a cui mendicavano la grazia!

Me le accostai tremante; mi sorrise, mi porse una mano breve, affilata, candidissima, e mi salutò per nome. Un nonnulla per l'indifferente, un'epopea pel mio cuore.

Oh! dimmi che questa mia non è illusione, che quel saluto e quel sorriso erano da più che non volessero parere, che io posso... No, non voglio nulla; non dirmi nulla — ho io bisogno d'alimentarmi di menzogne e di speranze audaci come un fanciullo? A che fine uscire dalla mia paga serenità, ed abbandonarmi ciecamente al desiderio?

Il desiderio! Oh! gli è questo un mare senza confini, un assai tristo mare per una nave sdruscita; nè io vo' avventurarvi il mio cuore».


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