IX.Silvio ad Eugenio.

IX.Silvio ad Eugenio.

«Ti avevo promesso di non parlarti più di questo mio amore, ti avevo promesso che mi sarei fatto forza, che avrei vinto me stesso ed avrei dimenticato. Non credere che io intenda fallire così al mio proposito; se te ne scrivo ancora non è perchè io non voglia dimenticare, ma sì perchè non ho ancora dimenticato.

Un istinto più potente della mia volontà, un istinto fatto più di compassione e di curiosità che d'amore, mi riavvicina a quella donna. Ho dovuto ritornare in sua casa dopo essermene allontanato alcun tempo, e ti giuro che, se non fosse stato di quell'uomo, io non vi sarei ritornato più; avrei subìtola mia sorte, avrei domandato la pace ad ogni cosa, anzi che straziarmi in questa sterile lotta d'un amore non corrisposto. Ma sapere che un altro era vicino a lei, e tentava forse con maggior fortuna le vie del suo cuore, era troppo gran strazio; io non poteva aggiungerlo alle mie torture, senza soccomberne.

Sono dunque ritornato in quella casa. Non l'avessi fatto mai! Vi ho perduto la sola cosa che mi fosse ancora cara, la fede incontaminata nella virtù di Carlotta.

Io non ho il diritto di farmi giudice delle sue azioni, ma tuttavia non posso chiudere dentro di me questa condanna che mi viene sulle labbra. Ho voluto difenderla, ho pensato l'amore che ella ha per suo marito, e l'apparente ripugnanza che dimostra per questo assiduo corteggiatore; ma tutto ciò non basta. Se fra di loro non v'ha vincolo d'amore o di colpa, quali diritti così possenti può egli vantare sull'animo di Carlotta?

Vorrei pure illudermi ancora, vorrei poter essere ancora in tempo, e fuggire recando meco la mesta croce dei miei dolori, e lemie ultimo illusioni. Oh! le mie illusioni! povera corona sfrondata!... Ma oggi è inutile; dovunque io andassi, avrei dinanzi agli occhi l'immagine di quest'uomo che mi ha avvelenato la sola gioia che m'era rimasta, la gioia del sacrificio. Nulla più può salvarmi, se non la certezza; di qualunque natura ella sia, pur che mi tolga da questo dubbio inesorabile che mi cammina a fianco, che si appoggia al mio capezzale e affanna i miei sonni coi suoi quesiti, che mi rode le viscere come un tarlo. Ma che dico! posso io dubitare ancora, dopo ciò che è avvenuto? Ah! se un dubbio v'è nella mia mente, è la mia mente che lo nutrisce; l'anima mia vigliacca vede la certezza, e ne rifugge impaurita, e si dibatte con un vacuo fantasima, meglio che desistere dalla lotta.

Giudicane tu stesso.

Erano venti giorni che io non andava più in casa di Carlotta. Vi andai oggi dopo il mezzodì. Avevo in mente di scusare per tal modo la mia assenza; in cuore di rivederla, di combattere ancora per contendere l'amore di Carlotta a quell'odiato rivale. A quell'ora io mi sarei trovato solo con essa, o almeno non avrei avuto intorno a me il volto marmoreodi quel biondo cavaliere; forse... che dico? io era giubilante di questa determinazione; guardai il cielo, e mi parve bello; i volti umani, e mi parvero più sereni; la speranza giovine e robusta rinasceva nel mio povero petto.

Entrai nella sua casa tremante; la signora era nelle sue camere, il sig. Verni uscito poco prima. Mi feci annunziare a Carlotta ed attesi. Il servitore ritornò a dirmi che la signora mi faceva pregare d'attenderla un istante nella sala. La gioia mi rendeva insensato: seguii macchinalmente il servo che mi precedeva.

Entrando nella sala, udii il rumore d'una porta sbattuta con violenza. Mi rivolsi; era la porta che metteva nelle camere di Carlotta; la spinta era stata così violenta, che l'uscio aveva rimbalzato senza chiudersi, e la maniglia tremolava ancora.

Rimasi solo, e contemplai sbigottito quel luogo in cui avevo passato tante sere felici; la luce del giorno me lo rendeva quasi irriconoscibile.

Fui tolto alle mie meste fantasie dal suono d'una voce che partiva dalle camere di Carlotta. M'accostai all'uscio che era rimastosocchiuso; la voce pareva venire dal fondo della camera; era d'uomo. Non potei vincere la mia curiosità; ahimè, era certamente assai più che curiosità! appoggiai la testa contro l'uscio, ed ascoltai vergognando della mia debolezza.

Erano due voci, e parevano contendere; l'una più robusta, più imperiosa, ed era quella d'un uomo; l'altra supplichevole e fioca, d'una donna, forse di Carlotta. Un freddo sudore spuntò sulla mia fronte; tesi l'orecchio per ascoltare, ma le parole non giungevano fino a me che stentatamente.

— Verrete? domandava quell'uomo, e l'altra replicava fra i singhiozzi.

— Verrete? insisteva il primo.

Mi venne in mente che fosse lui, il cavalier Salvani; e immaginai Carlotta pallida, lagrimante, stretta dalle mani audaci di quell'uomo.

La pietà me l'imponeva, il mio amore me ne dava diritto; posi la mano sulla maniglia della porta, e feci per entrare.

— Verrete? ripetè ancora una volta quella voce.

Un gemito straziante le rispose, poi alcuni passi affrettati, poi più nulla.

Mi appoggiai al muro un istante, e tentai invano di ricompormi.

Carlotta entrò; la salutai freddo, ella sorridente. La guardai negli occhi; aveva pianto... Mio Dio! Mio Dio! E quell'uomo dunque? ah! è cosa da perdere la ragione...

«Verrete?» Era una preghiera? no, era un comando — ma dove? quando? e qual sarà stata la risposta di lei? Stolto! e posso io dubitare ancora?»


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