XXV.

XXV.

Il giorno 31 ottobre fu una giornata assai melanconica. Silvio si era messo, secondo il solito, alle finestre del giardino, e pensava all'incognita, portando a riprese lo sguardo sulla casa in cui essa abitava e sul viale dei pini nel quale l'aveva veduta. Egli pensava che quella donna e lui occupavano nello spazio due punti che una linea retta assai breve avrebbe potuto congiungere, e che tuttavia vivevano ignorati e lontani come se l'un dei due si trovasse al capo di Buona Speranza.

Intanto il vento autunnale sussurrava fra le fronde intatte dei pini, e sfogliava lentamente alcuni vecchi olmi che fiancheggiavano il pergolato. Quella solitudine, quella quiete, fecero brulicare nella sua testa una folla di idee assopite; ripensò a Milano, ad Eugenio,alle sue antiche abitudini d'artista, alla inerzia in cui vivea, a Carlotta; rammentò per associazione d'idee il platano secolare che sorgeva nel mezzo del giardino della sua abitazione in Milano, e gli parve che quel platano valesse meglio di quei pini... Intanto il vento sussurrava senza tregua; e pareva rianimarsi, e invadendo la camera, involava da un tavolo di disegno una dozzina di abozzi, e li sparpagliava sul pavimento e sui mobili.

Tuttavia Silvio non si mosse, e stando alla finestra e lenendo gli occhi socchiusi per difenderli dal polverio, riceveva sulla faccia quei freschi buffi di vento che accarezzavano scompigliandoli pazzamente i suoi capelli.

Guardò sotto di sè, e vide il pergolato ingiallito e i lunghi sarmenti agitati dal vento spogliarsi anch'essi delle loro foglie disseccate. Una speranza sorriso nel cuore di Silvio; fra pochi giorni quei pergolato sarebbe stato interamente nudo, i vecchi olmi del pari; nulla più si sarebbe frapposto a' suoi sguardi, il suo orizzonte si sarebbe allargato come per incanto, ed avrebbe visto la bella incognita. Da quel punto il sussurro del vento gli suonò dolce come una promessa.

Rianimato da questo pensiero, Silvio dimenticò ben presto il platano secolare e le altre fantasie milanesi. Una nuova idea occupò allora il suo cervello; un progetto audace ruminato da molto tempo e che non aspettava che l'occasione per tradursi in pratica.

Silvio non indugiò più oltre; prese un foglio di carta profumata, rimboccò le maniche come dovesse accingersi a una grande opera, e scrisse furiosamente una lettera così concepita:

«Signora,«Un uomo che vi ama, vi prega a non chiudere inesorabilmente le vostre finestre. È inutile che vi nascondiate; il suo pensiero vi segue dappertutto, e vi domanda dappertutto ciò che voi forse non vorrete consentirgli giammai: un po' del vostro amore».

«Signora,

«Un uomo che vi ama, vi prega a non chiudere inesorabilmente le vostre finestre. È inutile che vi nascondiate; il suo pensiero vi segue dappertutto, e vi domanda dappertutto ciò che voi forse non vorrete consentirgli giammai: un po' del vostro amore».

Scritta la lettera conveniva pensare a mandarla; e, per quanto la fantasia di Silvio vi si adoperasse, non venne a capo di nulla. Quella casa era inaccessibile, e quand'anche egli si fosse presentato alla porta e avesse affidato al primo venuto il suofoglio da consegnarsi alla signora, chi gli assicurava che non sarebbe invece pervenuto nelle mani di quell'uomo? E chi era quell'uomo? Assai probabilmente un marito geloso. E se il marito stesso fosse venuto ad aprirgli?... Quel primo progetto audace era impossibile, e fu respinto.

Non conosceva alcuno che avesse accesso in quella casa; non sapeva il nome di lei per informarsene nel paese, o per dirigerle la lettera per posta; oltre a che tutti questi mezzi erano imprudenti e pericolosi.

L'ultimo partito era dunque quello di aspettare; forse la Dea degli Amori gli avrebbe offerto un'occasione; quella donna si sarebbe trovata sola in giardino, egli l'avrebbe sorpresa, e fatta una pallottola dei suoi sentimenti, l'avrebbe gettata ai piedi della bella ritrosa.

I primi giorni di novembre furono giorni d'osservazione; il pergolato continuava a sfogliarsi, gli olmi levavano già al cielo le loro braccia nude; il vento fischiava sempre fra le fronde dei pini.

Silvio vedeva realizzarsi in parte i suoi progetti; guardando sotto di sè, poteva scorgere lo scheletro del pergolato e seguirlocoll'occhio finchè si congiungeva col viale dei pini; il settimo pino era divenuto prima l'ottavo, e più tardi il duodecimo. Il pergolato a poche braccia dalle sue finestre, formava un padiglione; sotto di esso era un enorme tavolo di pietra, e alcuni sedili pure di sasso, fatti a foggia di satiri accosciati che tenevano sul capo un disco. Era chiaro che in quel luogo l'incognita s'era riposata più volte.

Tutte queste nuove scoperte furono ben presto esaurite, e non potevano pagare per gran tempo la curiosità di Silvio. Egli aveva cercato per tutto dove il suo occhio giungeva, ma non avea più visto un solo indizio che accennasse alla sua incognita.

Finalmente un giorno, il 10 novembre — Silvio lo notò nel suo albo come un'epoca memorabile — la sorte gli fu benigna. Dubitando d'essere spiato, e che si cogliesse occasione della sua assenza, egli lasciò assai più presto del solito la mensa dell'Albergo di Costanza, e fece ritorno a casa, dove aveva avuto la prudenza di tener socchiuse le imposte d'una delle finestre che guardavano nel giardino.

Si fece alla finestra, colla sua pallottolastretta in una mano. Il cuore gli batteva in modo strano; raramente il cuore s'inganna nei suoi pronostici. Quella donna era seduta nel padiglione del pergolato; occupava uno di quei sedili di sasso a foggia di satiro, e un uomo le era daccanto.

Quei due personaggi non s'accorsero di Silvio, che nascosto dietro le imposte spiava con occhi avidissimi ogni piccolo movimento di quella donna. Era bella? Era giovine? In verità egli non potè saperne più delle altre volte; vestiva a nero; ecco tutto. E quell'uomo? Vestiva a nero anch'esso. Le teste d'entrambi erano piegate verso il suolo ed appoggiate fra le palme. Quella era senza dubbio l'attitudine del pensiero. A che pensavano?

La donna offriva agli occhi di Silvio una magnifica capigliatura nera, e un breve tratto del profilo (un profilo adorabile); una mano candidissima nascondeva il rimanente.

Silvio attese. Non andò molto che quell'uomo si mosse come per rizzarsi in piedi; Silvio si ritirò prudentemente, temendo d'essere scoperto e immaginando che la sua compagna avrebbe fatto altrettanto. Rimettendo il capoalla finestra, il suo volto era pallido per l'emozione; egli stava per vedere il volto dell'incognita, i suoi 22 anni e l'azzurro delle sue pupille.

Al contrario quella donna era sempre immobile, colla testa sempre china al suolo, colle mani sempre appoggiate al volto. L'altrosi allontanava a passi celeri lungo il pergolato.

Era una fortuna insperata; Silvio non pensò altro; gli parve che la Provvidenza non avrebbe voluto favorirlo, così avvedutamente un'altra volta, e sporgendosi del corpo sul davanzale, gettò con un movimento rapidissimo l'amorosa pallottola, che per la sua leggierezza descrisse un breve arco e ricadde a due passi dalla bella pensosa.

Silvio fu ancora più ratto a ritirarsi indietro; quella donna, non vedendo alcuno, avrebbe esposto più lungamente e con maggior abbandono il suo volto.

Tutto l'edifizio dei suoi sogni stava per consolidarsi o rovinare in un punto.

Col capo appoggiato contro le gretole delle imposte, cogli occhi intenti ed immobili, col cuore palpitante e commosso, Silvio cercava i 22 anni di quella donna e l'azzurro delle sue pupille....


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