LVII.

LVII.

«Conobbi ben tosto l'enormità del mio fallo; benchè io cercassi di stordirmi nel pensiero dell'amore, la coscienza mi accasciava ogni giorno sotto il peso del rimorso. Una segreta ed invincibile paura s'aggiungeva al mio strazio.

La prima colpa mi aveva abbandonata inerme in balia di lui; io sentiva di appartenergli, parevami che forza umana non avrebbe potuto strapparmi dal suo seno, che i nostri destini fossero stati congiunti lassù. Questa assoluta dipendenza dai suoi voleri mi atterriva; il peso dei doveri che mi stringevano a lui non era alleviato da alcun diritto; io sapeva troppo bene di non averne alcuno.

Per la prima volta pensai al matrimonio come ad una riparazione; glielo dissi fra le lagrime, ed egli mi rassicurò, ridendo della mia debolezza.

Io non lo amavo più come prima, nè certamente lo amavo più di prima; pareva che la mia anima avesse mutato natura. La colpa aveva concretizzato a un tratto le astrazioni del mio culto; prima era l'amore; oggi era l'uomo a cui mi era abbandonata. Era tuttavia un modo assai strano d'amarlo; v'era dell'ammirazione, e quasi del timore per il suo corpo maschio, così vigoroso al confronto del mio; v'era del rispetto, ma poca tenerezza. Io sentiva che avrei potuto amare altrimenti, che in fondo al mio cuore v'era qualche cosa che invano anelava di prorompere. Che cosa me ne tratteneva? Non lo sapeva dire.

Tuttavia io era felice; mi compiacevo dei miei sentimenti, e cercando d'ingannare me stessa, mi compiaceva perfino della mia colpa. Le sue carezze, le sue promesse, mi pagavano di tutto; quando mi vedeva mesta sapeva mostrarsi tenero per rasserenarmi.

Passarono di tal guisa alcune settimane. La malattia di mio padre s'era aggravata; pensando che io deludevo la fiducia del povero infermo, e che v'erano stati dei momenti in cui m'era quasi rallegrata della sua infermità, io mi sentiva riavvicinata a lui, più ancora che dall'affetto e dal sentimento di pietà dal bisogno di meritare il suo perdono.

La sua malattia si prolungò alcuni mesi.

In quell'intervallo di tempo Salvani era venuto assiduamente a vedermi; i suoimodi erano però mutati; alla dolcezza delle sue parole era succeduta una specie di rozzezza dissimulata a stento; alla spontaneità ardente un'indifferenza che mi agghiacciava.

Io gliene faceva rimprovero palesemente; egli si schermiva con una parola: «affari», ed io, che non amavo di meglio che di credergli, mi acquetavo.

I miei timori non erano che troppo fondati; in breve n'ebbi la certezza.

Non dirò per qual via mi giungesse la forza per sopportare quel colpo crudele; io lo sopportai. Il suo abbandono mi trovò preparata; da qualche tempo l'affetto s'era spuntato nel mio cuore contro la vergogna; la virtù oltraggiata mi consenti una forza che non avrei osato sperare; egli spezzò i suoi giuramenti, ed io non ne morii. La vergogna non uccide.

La mia debole natura di donna si fortificò nell'odio; odiai quell'uomo assai più che non lo avessi amato».


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