LXI.
«La fermezza della volontà mi aveva ingrandita ai miei occhi; giudicate voi dell'accasciamento che vi succedette. Una sfiducia, tanto più profonda quanto più saldo era stato il mio proposito, dominò il mio spirito. Incapace dell'eroismo che purifica, (allora la confessione mi apparì comeeroismo) mi sentii mancare a un tratto anche la forza di resistere ad un nuovo fallo.
Codesto è spesso il sentiero fatale della colpa; si rifiuta per debolezza il solo rimedio che risana, si sdegna un pentimento inutile, e si cerca la dimenticanza in quella sorgente dove si ha attinto il rimorso. Sciagurata miseria del cuore! — non di rado il rimorso lava il rimorso.
Desistei dalla lotta; mi assoggettai come una bambina, subii senza riscuotermi il peso della mia apatia. Il mio amore cresceva gigante; il cuore soffocava la coscienza.
Ebbi dei rari intervalli di vigore, degli slanci improvvisi di virtù e di sagrifizio. Tentai molte lettere per lui, tutte incominciavano a un modo «non posso essere vostra.»Poche andavano più oltre; le lagrime me l'avevano sempre impedito.
Avrei voluto darmi la morte per uscire onestamente da questo supplizio. Rinunziare al suo amore! Io l'avrei potuto. Non fu l'egoismo che me ne trattenne, ma la vergogna, mi era impossibile di rinunziare alla sua stima. Non v'era scampo; egli avrebbe voluto sapere le ragioni d'un rifiuto, ne aveva diritto; e poi, mio padre, il mio povero padre infermo, di cui avrei avvelenato le ultime ore, che avrebbe recato nella tomba il disprezzo per la sua unica figlia...
Fu stabilito il giorno del contratto; non mi opposi. Se non che alla vigilia di quel giorno la virtù rinnovò per l'ultima volta i suoi assalti. Fu una notte di delirio e d'insonnia; alla mattina io aveva preso una determinazione; col cuore gonfio dal dolore scrissi una lettera che bagnai delle mie lagrime. Giovanni, il vecchio servitore, il vecchio amico della famiglia, ebbe l'incarico di portarla al signor Verni. Intanto dalla mia camera io udiva il rumore dei servi affacendati per la cerimonia che doveva aver luogo prima del mezzodì.
Alle dieci mio padre mi chiamò a sè; si meravigliò del mio aspetto stravolto, io non cercai di dissimularlo e piansi abbracciando la sua fronte serena.
Alle undici venne ilsignorVerni; riconobbi i suoi passi e dovetti appoggiarmi al letto per non cadere. Egli entrò, era mesto,ma calmo; il cuore mi palpitava... Mi si avvicinò, mi sorrise, mi porse la destra. Non osai levare lo sguardo sul suo volto, tanto la vergogna imporporava il mio. Ma il mio stupore era ancora più grande della mia vergogna. Che cosa era adunque avvenuto? La sua calma era indizio di perdono? Le mie idee si confondevano; tutto ciò che succedeva intorno a me pareva non mi toccasse da vicino. Venne il notaio, vennero molte altre persone amiche della famiglia che erano state invitate ad assistere alla segnatura del contratto.
Eglisedette vicino a me, mi disse poche parole; quali? io non le udii; tremavo tutta.
«Oggi è il più bel giorno della mia vita,» soggiunse accostando le labbra alle mie orecchia. Non udii altro. «Sarete mia!» Il mio cuore non era capace abbastanza per contenere la gioia di quelle parole. Egli dunque mi perdonava, egli mi amava ancora, egli aveva compreso il mio strazio, e voleva farmelo dimenticare coll'amore!
Risollevai il capo come una regina; sentivo in quel momento un orgoglio che mi veniva dalla coscienza, orgoglio nobile e grande, l'orgoglio della virtù caduta che si risolleva pentita.
Poco dopo il notaio si rivolse verso di noi; ilsignorVerni mi lasciò sorridendo, lacerò il guanto della mano destra ed appose la sua firma al contratto.
In quel punto Giovanni si affacciò alla portiera;non so qual voce favellasse dentro di me — arcana voce e fatale; mi levai rapidissima e gli mossi incontro.
— La lettera? domandai agitata.
— Ho corso tutta Milano inutilmente.
Ciò che io provai a quella notizia inaspettata non è descrivibile.
Tutte le torture che mi avevano straziata si rinnovarono in un punto. Quella lettera che io credeva nelle mani diluiritentava ancora una volta la mia debolezza. La fatalità mi trascinava alla colpa. Mi balenò in mente il pensiero di interrompere la cerimonia, di svelare tutto in quel momento. Mi rivolsi; tutti gli sguardi erano fissi sopra di me; il notaio aspettava colla penna in mano; ilsignorVerni mi sorrideva e mi faceva segno che era venuta la mia volta.
Avrei io sfidato la maligna curiosità di tutti quegli sguardi allora così benevoli? avrei io rinunziato per sempre a quella felicità che mi attendeva?... Io lo dovevo, sì, lo dovevo; la mia coscienza parlava assai chiaro; ma il cuore, questo misero cuore affranto da tante lotte!...
Non fu che un baleno; il pensiero che quella lettera potesse pervenire nelle sue mani troncò la mia irresolutezza.
— Dov'è la lettera?
— Eccola.
Gliela strappai di mano, e la nascosi nel mio seno; respirai più libera e a un tempo più oppressa — io aveva risepellito il mio segreto.