LXXI.

LXXI.

«Mi ammalai. Se ciò non fosse avvenuto, non avrei potuto nascondere il mio fallo. Nei primi giorni della mia malattia, sperai che ne sarei morta. Una febbre ardente mi distruggeva ogni dì più; smarrii ben presto la ragione, e i miei sensi perdettero mano mano il loro vigore. Non ho che una memoria confusa di quei giorni; so che udiva bisbigliare al mio capezzale delle voci sommesse, che mi ponevano sulla fronte delle pezzuole rinfrescate al ghiaccio; so che io aveva coscienza del pericolo in cui versavo, e che, senza sapermi dire perchè, lo amavo e me ne rallegravo. Questa dimenticanza cagionatami dalla febbre fu, io credo, la mia salvezza; di tal guisa la causa fu vinta coll'effetto. La memoria della mia colpa che allora mi avrebbe uccisa, trovò nella debolezza eccessiva dei miei sensi una barriera; più tardi le mie nuove forze dovevano trovare quella memoria impotente ad uccidermi.

Quei giorni di febbre furono accompagnati da delirio. Che ha proferito il mio labbro in quei giorni? mi sono io accusata senza volerlo? Lo ignoro — certamente però mio marito non ne concepì alcun sospetto. Egli fu sempre al mio fianco, la notte e il giorno; non voleva abbandonarmi un solo istante; quando il sonno lo vinceva, si gettava sopraun seggiolone che trascinava daccanto al letto. Aveva però cura di osservare prima se io dormissi.

Me ne accorgevo, e simulavo spesso il sonno per trarlo in inganno; quando udivo il suo respiro farsi regolare, riaprivo gli occhi e lo guardavo con sicurezza, con quella dolce sicurezza che io non doveva provare mai più sotto il suo sguardo sereno. Allora mi veniva in mente la mia colpa, e rinasceva più straziante il rimorso.

Guardavo la sua fronte ampia ed aperta, le sue labbra che si aprivano a mormorare nel sonno il mio nome. Aimè! egli non sapeva quanto il suo affetto e le sue cure mi torturassero il cuore!

Ben presto mi abituai a quel supplizio; non ne sarei morta; ben presto guarii.

L'egoismo mi fu largo di promesse a compensarmi dei dolori patiti; pensai con un sentimento di compiacenza che la mia colpa mi aveva almeno assicurato l'amore di mio marito....

Un giorno, sciagurato giorno, il cavaliere venne improvvisamente in casa mia. Voi eravate meco, non vedeste o non voleste vedere il mio affanno, e mi lasciaste sola con lui.

Che voleva da me quell'uomo? con quali intenzioni egli veniva?

La mente, meschino e stolto fabbro di chimere e d'inganni, mi suggerì in un istante cento pazze fantasie per alimentare le mie speranze, ma il cuore no, non mentiva i suoi palpiti.

L'audacia del cavaliere mi era nota; ma io non avrei mai creduto che lo avesse potuto spingere a tanto. Sapeva egli che mio marito era assente? E se non lo sapeva, quali progetti aveva potuto concepire la sua perfidia? Fino a qual punto sarebbe egli andato senza arretrarsi?

Mi feci cuore, e senza attendere le sue parole, ruppi prima il silenzio.

— Avete mentito? interrogai severa.

— Ho mentito, rispose freddamente.

Mi guardava; lo guardai minacciosa, ma egli non piegò. Sorrise sdegnosamente, e tacque.

Poco dopo si accostò, mi additò l'uscio donde eravate uscito, e gettandosi sbadatamente sul divano incrociò le gambe l'una sull'altra. Rimasi in piedi, immobile, atterrita da quel cinismo.

— Chi era? domandò egli ammiccando degli occhi.

Non risposi. Quelle interrogazioni, quel contegno, mi pungevano come il più sanguinoso insulto.

Il mio silenzio non mutò i suoi modi; si sollevò un momento, appoggiando le mani al divano e portando innanzi il corpo, mi guardò fisso, e si lasciò ricadere con abbandono.

— Il vostro ganzo? interrogò pronunziando quest'ingiuria atroce con lentezza, quasi a farmela parere più amara e più lunga.

La vergogna mi trasse fuor di me.

— Uscite, gridai con impeto, avventandomi sopra di lui come una tigre, uscite!

— Vi pare? ribattè con ironia;egliè uscito al mio arrivo, io uscirò all'arrivo dilui, di vostro marito.

— Uscite, gridai, fatta cieca dalla collera, uscite, o vi farò cacciare dai miei servi.

— Provatevi, disse egli calmo.

Feci atto di accostarmi al campanello; ma egli mi prevenne. D'un balzo fu in piedi, mi arrestò per un braccio, mi respinse, e afferrato il cordone del campanello diede una strappata vigorosa.

A quell'atto improvviso, inaspettato, terribile per la forza di volontà e di audacia che mi rivelava, rimasi come colpita dalla folgore. Tutte le mie forze, tutto il mio coraggio, mi vennero meno. Sentii di non poter lottare con quella natura troppo più grande nella forza e nella perversità della mia; sentii che la mia individualità era domata, che la morte sola avrebbe potuto sottrarmi all'imperio fatale di quell'uomo.

L'ignoranza delle sue intenzioni, la paura dello scandalo mi trascinarono ai suoi piedi supplichevole. Lo scongiurai mi risparmiasse la vergogna in faccia ai miei servi... Egli mi guardò, si drizzò orgogliosamente come a farmi sentire il peso del suo potere, e non fece atto per rialzarmi... Intanto alcuni passi si accostarono frettolosi all'uscio; ebbi appena il tempo di sollevarmi e di volgere ilcapo per nascondere il volto bagnato di lagrime, che la porta s'aprì con una spinta così vigorosa che i battenti percossero con impeto contro le pareti. A quel rumore mi rivolsi e vidi sulla soglia, immobile, pallido, severo come uno spettro, mio marito!

Il grido che partì dal mio petto fu un grido di gioia; senza pensiero, senza timori, tranne quello del nuovo pericolo che io aveva corso, mi lanciai incontro a lui a braccia aperte, mi gettai nel suo seno, e nascondendo la faccia, gli gridai con voce soffocata:

— Salvami, salvami, in nome del nostro amore!

Mio marito mi allontanò con un braccio, mi guardò negli occhi, vide le mie lagrime, guardò il cavaliere che teneva il capo ostinatamente abbassato al suolo, indi con un gesto di raccapriccio che non so rammentare senza sentire spezzarmisi il cuore, mi respinse da sè inorridito.

Quell'abbandono, quel rifiuto, illuminarono la mia mente come un baleno. Compresi per la prima volta che vi ha qualche cosa assai più crudele del rimorso, ed è il disprezzo di colui che ci ha amato.

Caddi al suolo sbigottita e tremante, colle mani giunte in atto di preghiera.

Accasciala sulle ginocchia io vidi Antonio accostarsi al cavaliere con passo lento e sicuro; sollevai lo sguardo pauroso e tesi l'orecchio per ascoltare. Salvani fece atto ditrarre un biglietto di visita da un portafogli; mio marito lo rifiutò e disse con accento calmo:

— Il mio nome è il nome d'un uomo onesto... Poi additò l'uscio al cavaliere, che uscì senza dir motto.

Rimanemmo soli. Egli immobile innanzi a me, io colle pupille smarrite, ricercando uno sguardo di pietà. Vidi brillare una lagrima, mi trascinai carponi, implorai con un gesto il suo perdono; fu vano; egli così buono verso di me fu vinto dal dolore e dalla vergogna. Per la prima volta io fui respinta dalle sue braccia.»


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