LXXV.

LXXV.

«Tacerò le torture del mio spirito nel giorno che succedette a quella notte fatale. Il cuore si rifiuta a rivelare i proprii dolori; ne è geloso e li serba; volendo, non saprebbe rendere un'immagine verisimile, e ne rinnoverebbe a sè stesso lo strazio. Vi basti di conoscere le cause che li hanno provocati.

Al mattino del secondo giorno, Giovanni venne a me, recandomi una lettera. Una lettera di mio marito! L'aprii smaniando, la lessi... Giusto cielo! egli era partito. Avrebbe passato la frontiera della Svizzera e si sarebbe arrestato a Chiasso, all'Albergo Federale. Possibilmente mi avrebbe scritto al domani. Null'altro; non una parola di conforto, non una parola di consiglio; non un cenno sulla cagione della sua assenza. Che dico? E poteva io dubitarne? poteva io esitare un solo istante sul partito da scegliere?

Ordinai le mie valigie, e un'ora dopo partii con Giovanni.

Due ore dopo all'incirca io era a Chiasso all'Albergo Federale. Le indicazioni che io ebbi non mi lasciarono più alcun dubbio, se pure io potevo ancora lusingarmi con qualche speranza.

Mio marito e Salvani erano arrivati due ore prima di me, in compagnia di altri duegentiluomini; erano usciti quasi subito; le mie indagini non valsero a farmi conoscere da qual parte si fossero diretti. Che avrei potuto fare? Corsi all'impazzata nei dintorni, colla speranza di rinvenirli e di giungere ancora in tempo per impedire il duello. Le mie forze si esaurirono in breve, e mi abbandonai sul suolo smarrita. Giovanni mi faceva cuore col gesto, ma egli stesso non poteva parlare per l'emozione.

Uno scoramento profondo s'impadronì di me; girai l'occhio intorno; la natura serena e ridente stendeva le sue fresche e brevi praterie limitate da severe e svelte colline. Il cielo era sereno, il sole del mezzodì dardeggiava sulla mia fronte. Tutto sorrideva fuori di me; dentro di me ruggiva la tempesta.

Mi rappresentai alla mente lo spettacolo orribile di quel duello; vedeva mio marito e Salvani scendere per una vallata e sparire, li rivedevo poco dopo risalire l'opposto pendio, guadagnare la cima più elevata del colle, collocarsi l'uno di fronte all'altro in un breve spianato, impugnare le armi... Mio Dio! Nascosi nelle mani la faccia lagrimosa, e soffocai un grido d'orrore.

Mi levai impetuosamente, e senza dir parola mossi a passi concitati verso Chiasso. Un istinto più forte della mia volontà mi trascinava inconscia e sbigottita. Giovanni stentava a tenermi dietro.

Lo spettacolo che si presentò al miosguardo, quando varcai la soglia dell'albergo, è così orribile che appena oso rammentarlo.

Mio marito, sorretto da uomini ignoti, saliva a stento le scale; alcune goccie di sangue segnavano sui primi gradini l'impronta del suo passaggio.

Sentii un dolore acuto come se qualche cosa si spezzasse nel mio seno; volli correre in aiuto, e rimasi mio malgrado immobile; non ebbi nè un grido, nè una lagrima.

Antonio udì i miei passi, e giunto sulla cima della scala, rivolse faticosamente il capo verso di me. Mi guardò con l'occhio velato, udii un gemito, e vidi il suo corpo pesare con maggior abbandono sulle braccia di coloro che lo sorreggevano.

— Egli muore! egli muore!

Mi lanciai su per le scale ed entrai nella camera d'Antonio un istante dopo che egli vi era entrato.

Lo avevano adagialo sopra un letto; un medico avea lacerato gli abiti e la camicia, ed esaminava una ferita sotto l'omero destro.

Caddi in ginocchio sulla soglia; il medico mi guardò compassionevole; io guardai lui implorando un conforto.

— È grave? domandò poco dopo mio marito.

— È grave! rispose il medico.

— Mortale?

— Spero di no.

— Potrei dire una sola parola a mia moglie?

Quei due personaggi si trassero senza dir motto daccanto ad una finestra; io mi accostai lagrimando.

Antonio mi guardò, mi sorrise, mi tese la mano; io la strinsi tremando nelle mie e la baciai con trasporto.

— È morto; susurrò egli, facendo uno sforzo per accostare le labbra alle mie orecchia.

— Chi?

— Lui!

Lui!Lo guardai in volto; tutta la sua vita era raccolta negli occhi. Compresi il significato di quello sguardo.

Non risposi, ma le mie lagrime furono più eloquenti delle parole. Vidi errare sul suo volto una dolce soavità, e sentii la sua mano fremere nelle mie.

— Tu mi ami? tu mi hai amato? mi domandò guardandosi attorno pauroso.

— Oh! sì, io t'ho amato!

In quel punto un'altro uomo apparve sulla soglia. Il medico lo vide e gli mosse incontro. Le guancie di Antonio si tinsero d'un lieve rossore.

Il medico si accostò a noi.

— Il cavalier Salvani... prese a dire con dolcezza.

Mio marito cercò d'interromperlo con un gesto; il medico non comprese.

— Il cavalier Salvani manda a chiedere notizie del vostro stato, e vi esprime il suo rammarico.

Antonio voltò la faccia verso la parete; io inchinai il capo sul petto; egli nascose il suo rossore, io le mie lagrime.»


Back to IndexNext