XLV.

XLV.

Ponete — e non sarete lontani dal vero — che Silvio dopo questa lettera si sia lusingato per un quarto d'ora, e abbia numerato nell'inquietudine le lunghe ore della giornata; ponete che due ore prima del tramonto abbia udito una prima volta il fruscio delle vesti di Carlotta, e poi ancora cento altre volte, e che cento volte abbia teso l'orecchio col cuore agitato, e cento troncato le sue speranze con un sospiro; ponete che alla centesima un passo, un vero passo, si sia arrestato alla porta, e una mano abbia fatto girare la maniglia, e poi dite se il signor W**, medico chirurgo di Gossau, potesse giungere opportuno.

Opportuno o no, era proprio lui.

Silvio si lasciò sfuggire un'esclamazione di sorpresa. Non so che vi possa essere digradevole nella visita di un medico; ad ogni modo fosse gradevole o sgradevole la sorpresa — e pare che dovesse essere l'una o l'altra, non avendo mai udito dire che vi siano sorprese d'altra natura — il signor W** non se ne avvide, o mostrò non avvedersene.

Egli entrò col solito passo saltellante, colla faccia agro-dolce, si accostò al capezzale col solito sorriso, e interrogò l'ammalato col solito accento melato.

— Il signor Silvio si sentiva bene?

«Il signor Silvio si sentiva bene.»

— Non aveva avuto più febbre?

«Il signor Silvio credeva di non averne più avuto.»

Erano le solite domande, e le solito risposte svogliate.

Poi il signor W** volle vedere la lingua del signor Silvio, e la lingua del signor Silvio si compiacque d'arrendersi all'invito.

— Benissimo.

Si passò all'esame del polso, che era regolato come un cronometro di Ginevra, e il cronometro di Ginevra del signor W**, medico e chirurgo di Gossau, era lì a farne fede.

— Benissimo.

Questa seconda approvazione tolse Silvio alla sua svogliatezza; una vaga paura s'impossessò di lui, e i suoi occhi si spalancarono ad un tratto.

— Appetito? domandò il medico.

Silvio, che aveva mangiato due ore prima,in quel punto non si sentiva gran fatto disposto a ricominciare, e credette bene di non mentire rispondendo negativamente.

— Avete provato a levarvi di letto?

— Non ho voluto arrischiarmi, balbettò Silvio.

— Non avreste corso pericolo... Voi dovete essere forte... Non vi pare di sentirvi forte?...

— Infatti... sarà come voi dite.

— Bisognerà provare.

— Senza dubbio... pure... nel sollevarmi sui guanciali, sento dei dolori...

— L'inerzia, appunto l'inerzia. Una lunga passeggiata vi guarirà affatto.

— Lunga voi dite?

— Volevate partire, se non erro; e ve l'ho impedito; oggi ve lo consiglio; il moto vi farà bene.

Silvio volle sottrarsi con qualche pretesto a questa sentenza, ma senti il rossore salirgli alle guancie, e tacque.

Pochi minuti dopo egli era un'altra volta solo; un'ora dopo le ombre bigie del tramonto incominciavano ad affollarsi intorno al suo letto, ed egli era ancora solo.

Carlotta non era venuta.


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