XXXI.(Seguito.)

XXXI.(Seguito.)

Un pensiero, frammezzo alla turba sconvolta nelle sue idee, aveva brillato un istante nella mente di Silvio; e da quel punto era diventato il più importuno di tutti: «scrivere a Carlotta.» E come mai egli non vi avea pensato prima?

«Le scriverò domani» disse a sè stesso, pensando acquetare di tal guisa la sua smania; e a prevenire l'effetto di questo partito così efficace, andò fantasticando gran pezzo intorno al difficilissimo edifizio che si toglieva carico di costruire al domani. A capo di due ore qualche cosa che assomigliava, secondo Silvio, ad un capolavoro epistolare, incominciò a giganteggiare nel suo cervello, come la famosa piramide di Cheope. Da qualunque lato egli guardasse questo tipo, gli pareva perfettissimo, e che una sillaba di più o di meno avrebbe tradito l'intimo senso del suo cuore. Chi sa come il sonno arruffi le matasse delle idee, e come di tal guisa mille capolavori letterariisiano stati soffocati in embrione, troverà ragionevole l'imprudenza di Silvio, che gettate da una parte le lenzuola, e balzato di letto e indossata alla meglio una veste da camera, si accinse a vergare la famosa lettera a Carlotta.

Quella lettera diceva press'a poco così:

«Signora,«Un uomo che ha avuto la fortuna dì slogarsi una spalla e d'essere raccolto nel vostro tetto, ha qualche cosa più che il semplice dovere di esservi riconoscente. Le disgrazie pagate d'uno sguardo pietoso di colei che si ama ci diventano care come lo stesso amore; io benedico adunque la mia caduta che mi ha fatto ospite vostro.Non vi spaventate del mio linguaggio; non attribuite a questo mio ardimento alcun disegno oltraggioso verso di voi; se la mia franchezza potesse servire di migliore riparazione al ridicolo, vi direi che appunto la paura del ridicolo mi ha suggerito questa impudenza che forse vi ha offeso.Voi non mi avete amato mai, ed io non mi sono stancato mai d'amarvi e di domandarvi in silenzio il vostro amore; il mio silenzio era assai più palese della perorazione d'uno sciancato che mendica sul canto della via. Ne siete stata impietosita un istante solo? questo io non so, ma so d'essere stato importuno molto. Abbiate dunque pietà delmio affetto disperato; la rivelazione che io vi faccio mi dà tutto in vostre mani: potrete ridere molto di me, fatelo pure senza riguardi. La riconoscenza ci chiama assai più verso coloro che ci fanno ridere, che verso coloro che si ostinano a volere le nostre lagrime; e voi adunque siatemi alla volta vostra riconoscente; questo sentimento di reciproca generosità sarà un alimento alla sete insaziabile che io ho di partecipare in qualche modo della vostra vita, come partecipo della vostra casa.Sapete voi perchè io vi scrivo? Vorrei pur dirlo a me stesso, ma è inutile; meglio è tacerne.Ad ogni modo, poi che non mi è dato di sapere notizie della mia gentile castellana, non troverete biasimevole che io vi rammenti l'antica amicizia che mi lega alla vostra casa, per testimoniarvi con questo pretesto la mia gratitudine e la mia stima. Aggiungerei il mio amore.... ma non so in qual modo vorreste accogliere questa mia dichiarazione. Nella peggiore delle ipotesi, fate conto che io vi scriva durante il delirio della febbre, e perdonatemi; nulla al mondo mi dorrebbe tanto, quanto il vedere le mie intenzioni interpretate sinistramente. Io sarei assai disgraziato se volendo ispirarvi un po'.... di compassione, non riuscissi che a suscitare il vostro sdegno.Quell'ottimo signor W** che voi avete inviato al mio letto, e che si è occupato religiosamentedella mia spalla e della mia ferita al capo, assicura che fra due o tre giorni sarò completamente ristabilito. Quando egli mi ha dato questa notizia consolante, ho pensato che sarei sempre stato in tempo di buttarmi un'altra volta sotto il vostro pergolato. Più tardi ho rinsavito.Vi prometto che non spezzerò più le aste del vostro pergolato, e non esporrò la vostra pietà ad un rifiuto.»

«Signora,

«Un uomo che ha avuto la fortuna dì slogarsi una spalla e d'essere raccolto nel vostro tetto, ha qualche cosa più che il semplice dovere di esservi riconoscente. Le disgrazie pagate d'uno sguardo pietoso di colei che si ama ci diventano care come lo stesso amore; io benedico adunque la mia caduta che mi ha fatto ospite vostro.

Non vi spaventate del mio linguaggio; non attribuite a questo mio ardimento alcun disegno oltraggioso verso di voi; se la mia franchezza potesse servire di migliore riparazione al ridicolo, vi direi che appunto la paura del ridicolo mi ha suggerito questa impudenza che forse vi ha offeso.

Voi non mi avete amato mai, ed io non mi sono stancato mai d'amarvi e di domandarvi in silenzio il vostro amore; il mio silenzio era assai più palese della perorazione d'uno sciancato che mendica sul canto della via. Ne siete stata impietosita un istante solo? questo io non so, ma so d'essere stato importuno molto. Abbiate dunque pietà delmio affetto disperato; la rivelazione che io vi faccio mi dà tutto in vostre mani: potrete ridere molto di me, fatelo pure senza riguardi. La riconoscenza ci chiama assai più verso coloro che ci fanno ridere, che verso coloro che si ostinano a volere le nostre lagrime; e voi adunque siatemi alla volta vostra riconoscente; questo sentimento di reciproca generosità sarà un alimento alla sete insaziabile che io ho di partecipare in qualche modo della vostra vita, come partecipo della vostra casa.

Sapete voi perchè io vi scrivo? Vorrei pur dirlo a me stesso, ma è inutile; meglio è tacerne.

Ad ogni modo, poi che non mi è dato di sapere notizie della mia gentile castellana, non troverete biasimevole che io vi rammenti l'antica amicizia che mi lega alla vostra casa, per testimoniarvi con questo pretesto la mia gratitudine e la mia stima. Aggiungerei il mio amore.... ma non so in qual modo vorreste accogliere questa mia dichiarazione. Nella peggiore delle ipotesi, fate conto che io vi scriva durante il delirio della febbre, e perdonatemi; nulla al mondo mi dorrebbe tanto, quanto il vedere le mie intenzioni interpretate sinistramente. Io sarei assai disgraziato se volendo ispirarvi un po'.... di compassione, non riuscissi che a suscitare il vostro sdegno.

Quell'ottimo signor W** che voi avete inviato al mio letto, e che si è occupato religiosamentedella mia spalla e della mia ferita al capo, assicura che fra due o tre giorni sarò completamente ristabilito. Quando egli mi ha dato questa notizia consolante, ho pensato che sarei sempre stato in tempo di buttarmi un'altra volta sotto il vostro pergolato. Più tardi ho rinsavito.

Vi prometto che non spezzerò più le aste del vostro pergolato, e non esporrò la vostra pietà ad un rifiuto.»

Silvio volle scrivere di più, ma il freddo era così intenso, ed egli così poco riparato, che una sensazione penosa lo interruppe sul più bello. Volle provare a farsi forza, ma la mano agitata da strani brividi si ribellò a quell'uffizio. Allora abbandonò la sedia e si accostò tremante di freddo al suo letto....

Al mattino successivo ebbe la febbre; questa volta, se si vuol credere al signor W** medico e chirurgo di Gossau, non era più la febbre dell'amore.


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