Roma, 24 aprile.
L'ultimo scopo del mio viaggio era Avellino, la capitale. E secondo il mio costume, m'indirizzai al sindaco[92], uomo rispettabile e mio vecchio amico, e quantunque lo sapessi aperto fautore del mio concorrente, domandai a lui ospitalità, e lo pregai a voler destinare la sala comunale, o quale altra gli paresse più acconcia, perchè volevo fare un discorso. Compiuto dunque le visite ufficiali, e andato alla Casina per salutarvi tutti gli amici tornai a casa col proposito di partire il dì appresso per Avellino. Ma trovai a casa alcuni signori avellinesi, venuti apposta a sconfortarmi da questo disegno. Parlavano parole tronche, quanto a loro, anzi... ma... Che ma? diss'io.—C'è certa gente che... insomma non tutti ci hanno avuto gusto; e il basso popolo è con loro, e soffiato vi potrebbe fare un... un... Avanti, diss'io—Uno sgarbo. Questa parola era buttata giù per non dirne un'altra più dura, che non voleva uscire.—Volete dire una fischiata, diss'io guardandoli negli occhi;ma in questo fischierebbero sè stessi.—A ogni modo...
E quell'a ogni modo voleva dire che anche fischiando sè stessi, non sarebbe stato bello. Sopraggiunse un telegramma del sindaco, che prometteva di scrivermi, e intanto si scusava di non potermi fare la debita accoglienza, adducendo la malattia del padre e lo stato gravissimo di un suo congiunto. Fossero malattie diplomatiche? pensai io, e il sindaco di Avellino vuol fare a me con astuzia quello che mi fece il sindaco di Calitri, ma almeno con franchezza? Ma fu indegno pensiero che cacciai via subito, sapendo con quale gentiluomo avevo a fare. Poichè è così, dissi, non verrò in Avellino; ma attendo innanzi la lettera del sindaco. Quei gentili signori si accomiatarono e ripartirono. Rimasto solo e ripensando tutto quello ch'era avvenuto, vidi subito che la mia riuscita era colà temuta come la vittoria d'un partito, e che andando io le ovazioni degli uni avrebbero provocato le villanie degli altri. Gli animi erano ancora troppo accesi, e l'uomo è fatto così. Il mio nome coinvolto in quelle gare non poteva mantenere quel significato che pur volevo dargli. Pure, me ne andrò io come un fuggitivo? Rifarò la via, ripasserò per il collegio, quasi andassi in cerca di ovazioni? Piglierò una terza via, la via di Benevento, guardando a dritta e a manca, che non mi conoscessero? Mi pareva una umiliazione. Fra questi pensieri giunse la lettera del sindaco, e il linguaggio era così franco, così affettuoso che ne fui preso; e cacciai tutte le codarde ombre. Non mi sono mai pentito, quando ho sentito la voce del cuore, e il mio cuore mi diceva: Vai, Avellino non merita così poca fiducia da te. Risolsi dunque di andare in Avellino, di andarci subito, quando nessuno mi aspettava, e di andarci come ho fatto sempre, così alla semplice e alla buona. Mi ricordaiche, nominato governatore di Avellino, e sollecitato a far nota l'ora del mio arrivo, per farmi i così detti onori, capitai improvviso di notte, e fui in prefettura che nessuno mi conosceva. «E lei chi è?—Sono De Sanctis.—E chi è De Sanctis?—È il governatore—Ah!» E a questo nome formidabile il povero usciere si levò il cappello, con tante scuse. Così feci pure, vi capitai consigliere provinciale. Perchè ora farei altrimenti? Avellino è quasi casa mia, colà mi sento come in famiglia e non ci vogliono cerimonie. Tenevo a essere colà De Sanctis, un buon comprovinciale, fuori de' partiti locali; era stato così, volevo rimanere così. E come tutti mi chiamavano il professore, prendevo stanza nel Liceo, come volessi dire: Signori, professore è il mio titolo di nobiltà.
Presa questa risoluzione, inviai al sindaco un telegramma, dove fatte le debite condoglianze, dicevo: «Non desidero ricevimenti. Conoscete mia semplicità e modestia. Voglio stima, affetto di tutti gli avellinesi. Vado nel Liceo. Sono stanco. Non fo discorsi. Parto immediatamente».
La mattina il tempo era a neve. Pioggia fitta e minuta che ti cercava le ossa. Strinsi la mano al sindaco che mi aveva concessa una così generosa ospitalità e a tutti quelli che mi facevano cerchio, e montato in carrozza, mandai un bacio a Sant'Angiolo, alla mia città. Mi accompagnavano il simpatico Marino[93]e Romualdo Casitto di Teora, un vecchio patriota. Rifeci la via dello studente, ricordandomi quante volte avevo fatta quella via nella prima età, andando e tornando, il capo pieno di grammatica e di rettorica. Nella pianura di Torella si levò un bel sole, ci si scoperse ilcielo, ci mettemmo in allegria. Arrivai ch'era ancora chiaro, incontrai una camerata di collegiali, ch'era alla passeggiata e tirai dritto al Liceo, dove mi venne incontro quel buon vecchietto del Preside, modesto quanto dotto, legato con me da antica amicizia.
Nessuno sapeva del mio arrivo, altri che il Sindaco e il Preside. Anzi sapevano che non sarei venuto. C'era tornata della deputazione provinciale, e il Prefetto era colà, quando gli fu annunziato il mio arrivo. Trovai nel liceo un gran moto. Il poeta estemporaneo Brunetti vi doveva dare un'accademia proprio in quella sera, e in casa del Preside c'era un va e vieni di professori, di scolari e di altri invitati. Tutta quella gente parea venisse per me, e invece veniva per il poeta. Venne anche il poeta, già un po' vecchio, il poverino! co' capelli grigi ricciuti che decoravano quella testa pensosa, dov'erano piantati un par d'occhio grandi e senza sguardo, come di chi guarda le rime e non le persone. Sopraggiunse la direttrice della scuola magistrale a cui facevano cerchio alcune giovanette, le quali per la loro buona condotta avevano meritato l'alto onore di farle compagnia e di assistere all'accademia. E i miei occhi s'incontrarono con certi occhi vivi e furbi, che si sforzavano di esser modesti, appena contenuti sotto l'ombra delle folte sopracciglia. Era la mia nipotina, che porta il nome di mia madre. Oh! Ah! Mai più non avrei pensato d'incontrarla colà. Mi venne un impeto di stringermela al petto. Povera fanciulla! quale sarà il tuo destino! Ma le fanciulle hanno altro a fare che pensare al destino. Quel pensiero genera le rughe sul viso, e la gioventù aborre dalle rughe.
Finita l'accademia, piovvero tutti nel salottino del preside e ci fu forza stare tutti in piedi. Sopravvennero molti amici tirati dalla notizia del mio arrivo.
La folla si diradò per dar luogo, e io così in piedidissi: «Amici miei, volevo fare anche qui un discorso pubblico, ma il modo come sono venuto è abbastanza eloquente, e tien luogo di ogni discorso e dice tutto. Voi mi avete sostenuto nella lotta elettorale, con una abnegazione e una costanza pari al vostro disinteresse, sapendo bene che l'uomo che volevate deputato non è più vostro che d'altri. Nella mia provincia io non veggo partiti; veggo amici e concittadini in tutte le file, e se vi è caro il mio nome, datemi il modo che io possa unire tutte le forze pel pubblico bene. Abbiamo una provincia derelitta, e se vogliamo beccarci tra noi, imiteremo le galline di Renzo. I mali di Avellino sono grandi, e i bisogni della provincia grandissimi. Appena un'opera concorde e assidua può inspirare coraggio negli animi, e scuotere quella inerzia ch'è figlia della sfiducia. Che guadagno s'ha da queste lotte, altro che la vergogna aggiunta al danno? E quando la lotta prende aspetto selvatico, e rompe i legami della famiglia e dell'amicizia e sino del rispetto alle donne, una città simile diviene scandalo d'Italia. Sono severo, ma i miei capelli bianchi e l'affetto mio alla provincia mi danno questo diritto. Alziamo dunque la bandiera della concordia, e volgiamo la nostra attività a' progressi agricoli e industriali. L'ozio è il padre di tutte le piccolezze e di tutt'i pettegolezzi che si chiamano lotte, un rimedio ignobile contro la noia, al quale ricorrono gli uomini nati al lavoro e disoccupati. Diamo alla nostra attività uno scopo nobile e benefico, operiamo tutti come buoni amici e buoni comprovinciali, e saremo rispettati più e la provincia ci benedirà».
Quei bravi signori mi ascoltarono con simpatia, e tutti promisero il loro concorso a quest'opera di conciliazione. La quale promessa accettai con beneficio d'inventario, conoscendo bene la natura umana, e non lusingandomi che mali accumulati e aggravati daltempo potessero essere guariti subito con la buona volontà.
Feci alcune visite. Vidi don Carlantonio Solimene, padre del sindaco, e quella visita mi fece bene. Vedevo in lui l'immagine di una generazione quasi scomparsa, viva ancora nella mia memoria. Giovinetto avevo un culto per certi grandi nomi, De Conciliis, il senatore Capone, e i Lanzilli, e i Vegliante, e i Solimene, e altri, e giudicavo la provincia da quelli, e mi sentivo orgoglio a dire: sono anch'io di quella provincia. La storia copre di un manto pietoso tutte le piccolezze, degne di morire prima che nascano, e non lascia vivo se non ciò che è grande. Cosa è Avellino innanzi all'Italia? È il paese di De Conciliis[94].
Fatte le visite, ancora irrequieto ed un po' eccitato, mi raccolsi con un amico intimo, e stemmo un pezzo solo con solo.
Costui dotato di un senso retto, in gioventù era ardente al biasimo, veggendo le cose storte, e ci pigliava una passione che gli consumava la carne. Ora a forza di vederne tante ci ha fatto l'abito, ed è venuto su tondo e rubicondo, fatto scettico e anche un po' cinico, e smessa la parte di attore, fa il comodo mestiere dello spettatore, e se la ride, e carica e motteggia, come se, fosse un fanciullo. A sentire il mio nome, mi corse incontro, maravigliato che in mezzo a tanti accidenti pensassi a lui.
S'intende, diss'io. Noi due siamo i più spassionati in questa gazzarra. E come io mi ci intendo poco vengo all'oracolo.
—Gli è come chiamare il medico quando, il malato è agli sgoccioli. Troppo tardi.
Feci gli occhioni.
—Ma sì, l'hai fatta grossa, quanto sono ora gli occhi tuoi. La bella impresa davvero! Chi frenerà più il Re Michele?
Stavo lì come capissi nulla.
—Non sai chi è Re Michele? quel basso tarchiato, con quel panciotto in avanti e con quegli occhi sempre su quel panciotto come se fuori di quello non ci fosse altro mondo. Mi par quel panciotto in avanti come un tamburo, che suona a raccolta e dice:marche.
—E voi marciate.
—Io, no. Se altri vuol farla da re, non io voglio farla da suddito.
—E che colpa ha lui, se si sente nato il primo, e vuol farla da primo?
—La colpa è tutta tua. C'era il re e c'era il pretendente. Tolto di mezzo il pretendente, tolto è il contrappeso alla bilancia, don Michele andrà in aria e cascherà.
—Questo è il futuro. Sarà e non sarà. Ora come ora, gli hai fatto il compare, o come dicono, il gatto che cava le castagne dal foco, un bel mestiere! e hai reso un bel servigio a lui e un bruttissimo a noi, cioè agli altri. Quanto a me guardo e rido.
—Sicchè, nella tua opinione, o come dici; degli altri, vi faceva proprio bisogno un pretendente, per farlo re a sua volta. Vuol dire che siete nati sudditi, e che se non ci fosse il re bisognerebbe crearlo apposta per voi. Re per re, a dirla schietta, preferisco l'angiolo Michele a tutt'i Serafini.
—Ah! ecco perciò...
—Come corri subito al perciò! Perciò cosa?
—Perciò gli hai dato una mano. E hai tolto a lui il pruno dagli occhi e a noi il contrappeso.
E dalli col contrappeso. Lascio stare che specie di contrappeso era quello, da rendere accetto il re di oggi per non cascare nel re di ieri. Certi uomini sono, anche senza loro colpa, debolezza degli amici, e la forza degli avversarii... Ma poi, come non vedi che il contrappeso è appunto la vita, così nel fisico, come nel morale, sicché, tolto il contrappeso, viene la congestione, o come tu dici, il capogiro?
—Sicchè tu miravi ad ammazzare il povero Michele. E ti sei fatto aiutare da lui contro lui.
—Michele, come voi lo chiamate, è troppo acuto per cadere in questa pania, e io sono troppo leale per fare questi tiri. Non ammetto lo scherzo su questo punto.
—Parliamo dunque serii. O come ti è venuto il grillo di ficcarti in questa baraonda? Non ti bastava Sansevero? Presentarti ai tuoi concittadini, proprio quando non pensavano a te e pensavano al re e al pretendente! E tu col peso e col contrappeso. Prima non avevi che amici, e ora hai nemici. Credi tu che non ci sia salito il rossore sul viso, quando noi s'è inteso il tuo nome bruttamente mescolato in queste passioncelle locali, e che taluni perfino non sono voluti venire a sentirti?
—Ammiro la tua filosofia. Ma io vecchio sento come tu sentivi giovane. Cosa vuoi? Combattere è la mia divisa, dove c'è a fare un po' di bene. Capisco che si guasta il sangue. Ma questo guardare e star da parte non mi va. E mi parrebbe, come la vecchia zia che filava, mentre Graziella non voleva e si faceva pigliare la mano. Certe cose non mi fanno ridere. M'indegnano, mi attizzano, e mi ci sento tirare in mezzo.
—Tu pigli l'offensiva. Ma ti fai illusione. La tuaopera è un agitarsi nel vuoto. E non c'è sugo. Il solo costrutto che ci vedo è di aver dato più forza a Michele[95], che noi si voleva gettar giù.
—Gettar giù è presto detto. Come si fa a gettare giù Michele?
—Se rimaneva l'altro prefetto!
—Come se un prefetto potesse dare a voi una forza che non avete. Lascio stare il lato ignobile. Un paese che invoca l'intervento di questo o quel prefetto per cacciar via il tiranno, è degno del tiranno. Se non si sente la forza di farlo esso, vuol dire o che è nato servo o che il tiranno non c'è. Venne il Prefetto Niente Paura, come lo si chiamava, e ruppe guerra al re. Un gran brav'omo quello, e che aveva le intenzioni giuste, ma ricordatevi quella sua fronte piccola e stretta e quegli occhi rigidi, come presi dal tetano, e ditemi se c'era lì dentro altro cervello che scarso di fosforo e a idee fisse, rigido come quegli occhi. La quale rigidità chiamano carattere, ed è monomania. E di là veniva quella sua volontà di granito, pari alla sua alpe. Quella testa alpina andò a cozzare contro la testa irpina, dura non meno, dura come quei macigni, che incontri in certe strade de' nostri paesi e fanno gridare i piedi. E cosa nacque? La provincia fu messa a soqquadro; si accese la guerra civile fin nei più piccoli comunelli; venner fuori le più infami accuse, non ci furono vinti e vincitori, furono tutti vinti, demoliti tutti.
—Ma se rimaneva, il demolito era don Michelino.
—Rimpiccinitelo, come volete. Fatto è che se è rimasto in piedi dopo quella guerra, non dee essere poi un tartufo, delizioso a mangiare e nulla più.
—Anzi è lui che vuol mangiare noi.
—Proprio così? O come ha fatto costui per salire sì alto? Io mi ci perdo. Alla Camera non l'apprezzeresti un soldo.
—Gli è che ha la monomania anche lui. E la sua monomania è che ha da essere lui il re, e tutti gli hanno a star sotto. Come Cesare, don Michelino vuol essere primo in Avellino, anzi chè secondo in Roma. E se sale nelle alte sfere, gli è come chi va in pallone per raccogliere notizie intorno alla terra. E qui la terra, come vedi, è Avellino[96].
—Proprio. Don Michelino, come tu lo chiami, ha la sua polizia, e non so come, ma ti penetra tutto, fino i pensieri.
—Gli è che non pensa altro da mattina a sera. Non so se dorma. Ma quell'uomo lì ha la febbre. Non si contenta di essere un uomo. Vorrebbe essere un telegrafo, un vapore.
—Giusto. Se hai una lettera con un'urgentissima,pressantissima, metti pegno che è don Michelino. Apri, e che è? Talora è una freddura.
—Ha la febbre e fa venir la febbre. Perchè vuol far ballare tutti a suo modo. E amici ne tiene e di molti.
—Segno che sa farsi gli amici.
—Unico nell'arte. E sono fanatici e si farebbero ammazzare per lui. Sanno che si fa di foco, se ha a rendere loro un servigio.
—E come non si può fare tutti contenti, e i malcontenti sono i più, avreste buon gioco. O come va che la maggioranza cresce intorno a lui? E ci sono là dentro uomini di qualche valore, e che non hanno bisogno dei suoi servigi.
—Contate per nulla la sua posizione sociale, la suaattività, la sua sagacia, il suo fiuto, la sua intelligenza e l'esperienza, e la conoscenza di ogni materia che ha tra mano?
—Caspita! Tu mi fai il ritratto di un piccolo uomo di Stato.
—Il bene saprebbe farlo se fosse nato al bene.
—Poteva essere un serafino, e non è che l'angiolo Michele.
—E dalli da capo coi serafini. O cosa c'importa?
—Ma insomma cosa volete?
—Vogliamo demolirlo, stritolarlo, annientarlo.
—Tu esci di carattere. Non guardi e ridi. Ti stai scaldando.
—Gli è che quest'atmosfera è così pregna d'elettricismo che move tutti, anche me, così pacifico. E anche te, se non scappi subito.
—Va via. E non mi vedrete più, se non fate giudizio. Detronizziamo il re, ma conserviamo il cittadino, se ha tutte le buone qualità che tu dici. A fare il bene dobbiamo essere tutti. Non voglio ostracismi, soprattutto de' capaci e degl'intelligenti.
—E chi dice di no?
Sia cittadino e tornerem fratelli.
Ma giù il re. Abbasso il re Michele!
—Bravo! E in questo, qua la mano. Ci siamo tutti.
—Per bacco! Siamo tutti eguali.
—E non vogliamo re.
—E non vogliamo Michele.
—E non vogliamo serafini.
E così scaldandosi, alzò gli occhi a me, e io a lui. E scoppiammo in una grande risata.
Napoli, 12 maggio.
Dio me la mandi buona! diss'io, lasciando Avellino. Volere far bene per forza a chi te ne sa male, scendere dall'alto e mescolarti nel basso tra gente che non ti sa comprendere, e volge in male i tuoi più puri intendimenti, ma chi ti ci ha tirato? Farsi predicatore di concordia dove le passioni sono così indiavolate, ma non è mattezza?
Partii con la faccia torbida. Ma il buon Marino[97], che volle accompagnarmi perchè, diceva, voleva lui consegnarmi alla signora, me ne disse tante e con tanta grazia, che la nube mi si sciolse sulla faccia. Giunsi lieto e vispo, di salute assai meglio che non ero partito, a gran consolazione della signora. Quel gran moto che m'ero dato aveva rialzata in me una certa elasticità, e andavo allegro e svelto, voglioso di appiccar discorsi e di far contese, io d'ordinario taciturno e pacifico. Ripigliai la vita ordinaria, che mi fece effetto come di una purga, e cacciò via da me tutte quelle piccole agitazioni, tutto quel va e vieni di sì e di no, non mi rimase fermo se non questo pensiero che essendo stato nel mio collegio nativo dovevo accettare la deputazione di quel collegio. Mi hanno veduto, mi hanno inteso,si sono accomunate fra noi tante impressioni, tanti sentimenti, mi sentivo come nato una seconda volta in mezzo a loro. Questo era il mio dovere, e bisognava farlo a occhi chiusi e non discutere sulle conseguenze. Non mancavano di quelli che mi dissuadevano. Ma non vedi come ti hanno accolto? Il collegio nativo è non dove s'è nato, ma dove s'è stimato. Come puoi lasciare Sansevero? E io sempre a rispondere: è il mio dovere.
A poco a poco tutto l'avvenuto mi apparve come una fantasmagoria, un romanzo foggiato dalla mia immaginazione, e mi ci divertivo tanto a ripescarlo. La persona che ci aveva rappresentata una parte così principale, pareva a me non foss'io, e che io fossi un altro, posto di faccia a quello, e mi divertivo a vederlo gesticolare e coglierlo in fallo. Con quest'animo scrissi, e feci il viaggio una seconda volta, e non so come, mi venne innanzi tutto intero nei più minuti particolari: così viva era stata l'impressione che ne avevo ricevuta. Toccando e ritoccando mi son fatto familiare di quei luoghi e di quelle persone, come ci fossi vissuto sempre. Il mio imbarazzo era quando avevo a dire qualche verità diretta; ma pensando che non risparmiavo me stesso, tirai innanzi dicendo: qui non si può pigliar collera se non chi è povero di spirito. Ci è da ridere, e non da incollerirsi. E benedico il riso, se varrà a mitigare gli animi, a sciogliere le nubi dalle fronti, e poichè natura li ha messi insieme, vivano insieme allegri e benevoli, questo è l'augurio del loro concittadino.
In questo mezzo, mi giunsero lettere caldissime di amici, che mi confortavano all'accettazione. Capobianco di Monteverde[98]scriveva ch'io dovevo dar principio a un'era nuova in quello sfortunato collegio. Altri promettevano la più leale cooperazione per pacificarvi glispiriti. Mi fermò una lettera di Fabio Rollo, piena di sentimenti elevatissimi. E dove sono di tali uomini, come farei io ad abbandonarli?
La Giunta questa volta non tenne conto delle proteste ed approvò l'elezione a voti unanimi. Nessun dubbio che la Camera avrebbe fatto il medesimo. Intanto mi venivano lettere da Sansevero affettuosissime di amici provati, ma non senza inquietudine, e mi rammentavano le promesse solenni. E sissignore, rispondevo io, sarò costà. Volevo approvata l'elezione, andare io là, esporre il caso, farli giudici essi medesimi, non dubitavo del loro assenso. Ma il disegno mi fu rotto. Si sparse colà la notizia della mia scelta, prima che ci andass'io. Non venite, mi fu scritto, qui ci è una vera indignazione; sarete ricevuto male, e non ci è rettorica che vi salvi, perchè in fin dei conti le parole sono parole, e il fatto è che ci abbandonate. Rimasi trafitto. Ma mi posi una mano sul cuore, e dissi: soffri, il dovere non si fa senza soffrire, e deliberai di andarci, persuaso che la mia presenza avrebbe messo fine a tutti i malintesi.
Quanto più ero fermo nella mia scelta, tanto sentivo più il bisogno di conservarmi intatta la loro stima, volevo sentirmi dire: ci spiace, ma non potete fare altrimenti. Telegrafai che sarei giunto colà quella sera. Il dì appresso, sparsasi notizia del mio arrivo, vennero a salutarmi tutti, in pochi o in molti, come si accozzavano per via. Di tutto si parlò, fuorchè di quello che era nell'animo di tutti. Discorsi freddi, cerimoniosi. Volevano farmi soffrire il loro dispiacere, ma comesuole gente educata, ne' modi più delicati. Raccoltomi co' più intimi, traboccai, spiegai, m'animai, mi commossi. Era facile persuadere amici bravissimi, che desideravano esser persuasi, confidenti da lungo tempo nella mia sincerità. Il punto era persuadere gli altri. E ci tenevo moltissimo, non volendo che rimanesse alcuna ombra sul mio carattere.
L'altro dì giunse la notizia che la Camera aveva approvata l'elezione. E persuaso che il peggior partito era il mostrare la menoma esitazione, buttai subito fuori il mio pensiero. Sentirono come chi se l'aspetta, e non fecero alcuna osservazione, mostrando il loro rincrescimento con quelle frasi cerimoniose e d'uso, che trafiggono più delle osservazioni. Possibile ch'io non possa rompere questo ghiaccio? pensavo. E non me n'era dato il modo, perchè la conversazione non s'animava, e il ghiaccio guadagnava anche me. Avevo addosso unaGazzetta di Torino, dov'era il secondo capitolo di questa storia:Rocchetta la poetica. La mandai alla Casina facendo sparger la voce che la sera andrei colà a prender commiato da tutti. Non potendo parlare io, facevo parlare il libro. E come mi affibbiano chi un motivo e chi un altro, avrebbero trovata la ragione vera e semplice della mia scelta. Seppi che quei di Torremaggiore desideravano di vedermi, e mi proposi di andarci subito. Torremaggiore è un grosso comune a breve distanza, che aveva votato quasi unanime per me, come aveva fatto Sansevero. Tutt'i signori del luogo mi vennero incontro e mi accompagnarono alla casa comunale. Visi aperti e ridenti, come di gente che godeva a vedermi, e a sentirmi parlare e a parlarmi. Tutto animato, ritrovai la mia espansione, e m'abbandonai a dir loro tante cose, le più affettuose e le più delicate. Amici miei, conchiusi, voi che amate tanto questa bella vostra patria, non potetebiasimare me della mia scelta. Restituitemi la parola data, rendetemi la mia patria. Il mio dire era così semplice, così immediato, che a nessuno venne in capo di mettere in dubbio la mia sincerità. La conversazione prese il tono più familiare. Vi terremo sempre come nostro deputato. E saremo sempre amici. Innanzi a voi qui non ci sono partiti. Sapete il gran bene che vi vogliamo. Queste effusioni semplici e senza frasi m'intenerivano, e non mi saziavo di stringer la mano a quegli amici, mentre mi accompagnavano nel ritorno, e volgendo le spalle a Torremaggiore, sentivo che Torremaggiore sarebbe rimasta sempre nel mio cuore. La accoglienza avuta a Torremaggiore si sparse in Sansevero e vi fece buon effetto. I dubbii, le cattive prevenzioni si andavano dissipando, e più tempo passava e meglio era. Il tempo è davvero un galantuomo, e non ci è menzogna che regga a lungo contro di quello. Quando andai alla Casina, ci trovai già altr'aria. Mi parlarono di Rocchetta, e uscì a taluno questo delicato pensiero, che accolto con quell'entusiasmo a Rocchetta doveva trovar fredda l'accoglienza avuta a Sansevero. Se ne scusavano, la spiegavano. Volevano persuadere un persuaso. Trovavo anzi che quella brava gente in tanto giusta cagione di scontento avevano usata una maniera molto delicata a farmelo manifesto.
Mandai biglietti di visita a tutti i sindaci, per congedarmi dagli elettori, e a quello di Castelnuovo, che m'aveva fatto suo cittadino, scrissi: «Costretto da ragioni superiori, prendo commiato da voi, fiero di portar meco il titolo di cittadino di Castelnuovo, dove lascio preziose amicizie». Castelnuovo mi aveva in gran parte abbandonato nell'ultima elezione per un suo concittadino, e quel biglietto era un ricordo affettuoso che poteva parere un rimprovero. Il sindaco mi fece una risposta volgare, e mostrò di non averlo capito. Ma locapirono tutti quelli che sentirono come proprio il mio dolore di quel non meritato abbandono.
Quello che avvenne poi, si può argomentare da questi telegrammi:
Al Sindaco di Lacedonia,
«Sansevero accompagna con lieti augurii De Sanctis nel suo collegio nativo. Possiate voi amarlo e stimarlo tanto, quanto l'abbiamo amato e stimato noi.
Sindaco di Sansevero»[99]
Al Sindaco di Lacedonia,
«Eccomi vostro deputato. Ricordatevi che la mia bandiera nel collegio e nella provincia si chiama concordia. Ignoro vinti e vincitori. Tutti miei concittadini.
De Sanctis»
A Fabio Rollo,
«Vostra lettera influito molto mia azione. Saluto Bisaccia la gentile.
De Sanctis».
Il Sindaco di Lacedonia rispose secco e breve, secondo la sua natura imperatoria. Mi rammentò che i miei amici cercavano appunto concordia e non favori. Fabio Rollo rispose:
«Bisaccia, lieta di aver rivendicato il suo illustre naturale rappresentante politico, vi risaluta affettuosamente,e vi prega di ringraziare la popolazione di Sansevero del sacrificio fatto, restituendo a noi la gloria nostra».
Ebbi pure da Lacedonia lettera carissima di un mio amico della prima età[100], nella quale mi assicurava che tutti facevan plauso alla mia determinazione e tutti eran contenti di avermi a deputato. Il medesimo dissero e scrissero parecchi, amici e avversari.
A me piace di riposarmi in questi dolci e nobili sentimenti. Domando un addio affettuoso a' miei amici di Sansevero, così buoni per me, e do il benvenuto a' miei nuovi elettori, sperando di poter vivere gli ultimi anni miei con loro e per loro.
E la moralità? dov'è la moralità? cosa ci s'impara? E il concetto? e l'idea? e lo scopo? Cosa insomma ho voluto fare? Un libro senza concetto e senza scopo, cos'altro è se non un guazzabuglio?
Oimè! ora entriamo in uno spineto. Come ho a fare a scoprire ciò che ho voluto fare? Non ci avevo pensato. E confesso che per un critico è un peccato mortale. Ho fatto come certi medici che prescrivono agli altri metodi sapientissimi di cura, e loro se la godono e vivono spensierati.
Gl'Impostori! dice il mondo.
E diranno impostore anche me! Con che viso posso più presentarmi in cattedra? Sorte mia! come dicono i miei Morresi.
A' quali mando un bacio.
Francesco De Sanctis
Cittadini!
Voi siete chiamati a votare, io voglio dirvi cosa è il vostro voto.
Votare pel NO significa:
Votare per l'ignoranza.—I cittadini di Montemiletto dicono ingenuamente, in una loro domanda al Dittatore, che i galantuomini avevano una lista di donzelle per disonorarle, e che perciò avevano meritato la morte. Quelli di Ariano credevano che i liberali erano venuti a rubare il loro Santo. Queste sciocchezze avrebbero fatto sorridere di compassione i popolani Toscani e Piemontesi, che tutti sono andati a scuola.
Presso di noi le scuole vi sono per cerimonia; là si fa davvero.
Votare per la povertà.—Il nostro paese per natura è il più ricco del mondo; il governo borbonico ne ha fatto il più povero. Mendicanti, cenciosi, contadini affamati, borghesi anelanti come cani alla pagnotta, ecco in che stato si trova una gran parte di noi.
Votare per l'arbitrio dall'alto al basso.—Sulla sommità una volontà capricciosa, che diceva: la legge sono io; alla base spie, ladri e birri. Arbitrio del re, arbitriodel ministro, dell'intendente, del giudice, di monsignore, del capo urbano, del gendarme, non si sfuggiva all'arbitrio se non a danaro contante; il ladroneccio era organizzato dalla reggia sino alla casa comunale.
Votare per l'intrigo.—Le vie diritte non spuntavano; il merito divenuto un titolo di esclusione: l'onestà derisa come imbecillità. Volevate riuscire? Bisognava conoscere la chiave. Quando uno saliva in un posto la prima domanda era: chi l'ha portato? Si era perduta l'idea della giustizia.
Anche oggi, io credo di far giustizia e tutti mi ringraziano del favore.
Il Governo borbonico aveva detto: facciamo il popolo ignorante, povero e corrotto. Un popolo ignorante non ragiona, ma ubbidisce. Un popolo povero pensa al pane e lascia fare a noi. E quando un popolo è corrotto, nelle sue basse passioni di campanile, dimenticherà la libertà e la patria.—Ed il Governo borbonico ha lavorato sì bene, che oggi ancora, dopo che la Giustizia di Dio lo ha colpito a morte, oggi ancora si sentono alcuni popolani gridare viva a quello stesso, che ne aveva fatto dei bruti, ed alcuni preti chiamar sacra Maestà quello stesso, che ne aveva fatto delle spie. Ma lode a Dio! questi popolani imbecilli e questi preti degradati diventano assai rari.
Ecco, o cittadini, cosa vuol dire votare pel NO. Vuol dire votare per il governo delle bastonate, che vi avrebbero reso il popolo più stupido ed incivile del mondo, se l'ingegno e la forma della razza italiana lo avesse consentito.
Sentite ora cosa vuol dire votare pel SI.
Votare pel SI significa:
Votare per l'istruzione.—Quando avremo scuolepopolari, scuole tecniche per gli operai, scuole agrarie, scuole industriali; nuove vie si apriranno per guadagnarci la vita, acquisteremo coscienza della nostra dignità, e non si dirà più di noi: furono trattati da animali, perchè erano animali.
Votare per la ricchezza.—Le strade ferrate ci ravvicineranno. Avremo associazioni di operai, casse di risparmio e di mutuo soccorso, la beneficenza meglio diretta e meglio ordinata, i trasporti a buon prezzo, per mercato tutta l'Italia.
L'industria e il commercio faranno di questo paese privilegiato il più ricco e potente di Europa.
Votare per l'indipendenza e la grandezza della patria.—Che siamo stati finora? un popolo diviso in piccoli stati, incapaci di difenderci, invasi e calpestati da Francesi, da Spagnuoli e da Tedeschi, e fino da Russi e da Turchi, chiamati da Ferdinando IV, gran protettore dei briganti.
Saremo una Nazione di 26 milioni di uomini, una di lingua, di religione, di memorie, di coltura, d'ingegno e di tipo; saremo padroni in nostra casa; potremo dire con orgoglio romano: siamo Italiani. E lo straniero che ci ha comandato e ci ha disprezzato dirà: questa è una razza forte: è stata grande due volte, e quando dopo tanti secoli di oppressione la credevamo morta, eccola che leva il capo, più grande ancora.
Votare per la libertà, vale a dire per ciò che l'uomo ha di più prezioso, la libertà individuale, l'inviolabilità della coscienza, la libertà della parola e della stampa, la legge fatta da noi stessi per mezzo dei nostri rappresentanti, e l'indipendenza assoluta dell'individuo, nei limiti della legge.
Votare per un Re, che ha avuto il più bel titolo che un popolo abbia mai dato, il Re galantuomo.
Per un Re che, primo ed unico, ha messo a pericolo il trono e la vita per far noi grandi e liberi.
Per un Re che ha meritato di esser gridato da Giuseppe Garibaldi: il primo cittadino d'Italia.
Votare per Vittorio Emanuele.
Cittadini!accorrete tutti in folla. Che questo bel giorno non sia contaminato da violenze e da disordini! Che nell'unità d'Italia si unifichino i cuori di ogni Comune! Imitiamo i Toscani, i Romani, i Lombardi, che col loro sangue ci hanno riscattati, e che hanno votato con tanta unanimità e con tanta concordia. Mostriamo che la nostra provincia, la quale nel '20 alzò il primo grido di libertà, è sempre la stessa.
Napoli, 16 Ottobre 1860.
Il governatore
Francesco De Sanctis
(Cfr.G. L. Capobianco—Francesco De Sanctis, biografia e ricordi inediti—Avellino, ed. Pergola 1913, pag. 23-25).
Il compito di commemorare Francesco de Sanctis fu sempre di per se stesso assai malagevole, per la difficoltà intrinseca, che incombe a chi lo assume, di scolpire nei suoi tratti più caratteristici la figura di un uomo proteiforme, il cui pensiero non è ancora interamente rivelato, e aspetta chi lo incarni e lo compia nell'arte e nella scienza, nella vita morale e in quella politica.
La difficoltà del cimento è però cresciuta, a dismisura, per me, dall'obbligo stesso che mi vien fatto di sostituire al penultimo istante, l'oratore insigne, che, rinunziando alla nobile missione, ha voluto additare del pari la perigliosa altezza di questa solennità.
Il Parlamento, l'Università, l'Accademia, l'Associazione della Stampa, il Circolo Filologico, nelle commemorazioni fatte a più riprese dell'opera geniale di Francesco de Sanctis, provvidero in diversa misura a rivelare la parte più nota e meglio accessibile del caratteredell'uomo. Ma chi riparla di lui innanzi al popolo d'Ariano e alla gente Irpina, convenuta da ogni angolo della provincia quasi in attesa di una rivelazione o risurrezione delle più elevate attitudini del suo pensiero, non può credere che l'ufficio, che gli è delegato, sia quello soltanto di suggellare nel marmo la fama del principe della critica, proprio là di dove s'irraggiò dapprima e più viva la luce della sua intelligenza. Ben altra è l'aspettazione con cui si segue la parola rivelatrice del significato nuovo e profondo, che in sè accoglie una festa affatto insolita per queste contrade, quasi che la pubblica coscienza, ridestata di un tratto al sentimento pieno della sua dignità, volesse veder trasfigurati nel tipo i suoi caratteri etnici, e assunto per sempre nella storia del pensiero umano il contributo ricchissimo che vi apportarono, nella universalità della critica e nella internazionalità del diritto, i due più illustri rappresentanti dello spirito Irpino, Francesco de Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.
L'uno e l'altro ebbero attitudini multiformi, e apparvero, a buon diritto, come incarnazioni squisite delle più elevate virtù dell'intelletto italiano. Ma, nella universalità loro, non dimenticarono mai la nota fondamentale e, quasi direi, personale del carattere. Or chiunque si accinge a ricercare questa nota fondamentale, nell'opera del De Sanctis, non può dimenticare che egli si rivelò sempre, in tutte le manifestazioni della sua vita intellettiva e politica, quale critico sommo.
Ma che cosa è il critico di fronte alla coscienza popolare, e qual'è la funzione specifica che l'arte sua è chiamata a adempiere nella vita?
Non è facile chiarire o determinare l'insinuazione pericolosa che si nasconde in domande così suggestive,sopratutto in un ambiente come il nostro, dove lo spirito critico si confonde colla pubblica maldicenza, ed avvolge tra le sue spire tutte le forme più elevate dell'attività umana.
Ma io spero di non esser frainteso, se dalla considerazione obiettiva dei caratteri etnici di questa regione son tratto ad affermare, che lo spirito critico, in cui si appunta una delle tendenze più comuni e caratteristiche della natura meridionale, apparisce agli occhi miei quale evoluzione o, meglio, degenerazione di una delle più profonde qualità della mente, cioè di quell'istinto speculativo, che fu comunicato per la prima volta alla razza sannitica dell'intelletto filosofico dei Greci.
In Grecia, quest'istinto tralignò precocemente nella sofistica e, per intemperante amore della libertà del pensiero, affrettò la fine dell'indipendenza della patria. Nella razza sannitica, oppressa non ingloriosamente dalla forza trionfatrice di Roma, questo istinto fu inutile strumento di redenzione e armò lo spirito popolare contro l'ineluttabile e fatale supremazia del vincitore, lanciando contro di esso il ghigno sarcastico della Commedia. Fu un istinto che, per due volte, soccorse benefico a lenire il dolore della perduta libertà, ispirando nell'età antica il tipo dell'Atellana e nei tempi nuovi la maschera di Pulcinella.
Non è certo questo il luogo d'indagare il significato profondo che s'annida nell'origine storica di questi tipi, onde appare sì ricco, nel periodo più nefasto della decadenza politica, il teatro comico della nuova Italia. E tanto meno poi ci è consentito d'illustrare la felice assunzione di questi tipi nel patrimonio dell'arte italiana, per opera di un genio novello, non ancora mancato alle nostre aspettazioni ansiose di gloria, per opera, voglio dire, di quella incarnazione robusta delgenio musicale, che, interpretando il significato recondito di queste maschere, ha circonfuso di luce immortale le memorie più care dei nostri dolori. Mi fermerò invece a rilevare, non senza compiacimento, che il De Sanctis mirò sopratutto, colla multiforme opera sua, a togliere la maschera dalla vita e l'orpello dalla coscienza; e che non fu un caso se, proprio nella sua scuola, un ingegno non meno eletto che acuto, a cui arse di sì vivida luce la vita interiore da annebbiarne precocemente quella degli occhi, si provò, col meritato plauso del maestro, ad analizzare, con grande finezza, il carattere del Pulcinella, e a vedere mirabilmente incarnata e riflessa nel tipo di questa maschera l'immagine di un popolo, che cerca ognora più ilparereche l'essere, che persegue le sue torbide fantasie e le ama più della realtà, quasi dolente che questa gli turbi il godimento tranquillo del suo torpido sogno.
Questo torpore fantastico, in cui il buon seme antico della nostra razza, dominata da Roma, resta tuttora addormentata, era, come ho detto di sopra, un effetto di degenerazione, e non ebbe neppure quella larga e fiorente incarnazione artistica, in cui ama di rifrangersi per solito, nella penombra della storia o nelle passeggiere ecclissi della civiltà, la fantasia popolare. La natura fantasiosa e spensierata del nostro popolo, tanto nel crollo dell'antica libertà quanto nell'esose gravezze della nuova servitù, sorrise amabilmente delle sue sventure, quasi non le fosse consentito, colla forza del libero pensiero, di scuotere il peso delle sue catene. E non furono che scarse e fioche voci, isolate e quasi moleste, quelle che interruppero di tempo in tempo il sonno monotono dell'inglorioso servaggio. Per non dire che quelle rare volte, in cui queste voci riuscirono fide interpreti della coscienza popolare, esse non fecero che cullarne e riaddormentarne l'anima trai lenocini dell'arte e la lussuria dei sensi, carezzando e lusingando le peggiori tendenze di un'indole avulsa dalla realtà e sognante ognora le gioie e le delizie dell'Arcadia.
In quest'ebbrezza di sensi, che ricongiungeva alla vita della natura l'anima meridionale, brillarono talvolta le forme di un'arte più elevata e più pura, e passarono sulla coscienza come lampi di fuoco gl'istinti della ribellione. Ma l'anima popolare non trovò mai la forza nè di redimersi colle suggestioni radiose della grande arte, nè di affrancarsi coi moti vigorosi e concordi di una forte e felice convulsione politica. L'arte si estinse precocemente nella satira, e lo spirito di resistenza nella parodìa della rivoluzione, organizzata e repressa nel nome di Masaniello.
Giaceva però nel fondo della razza come un tesoro ascoso e quasi vergine, lo spirito filosofico, rimasto troppo a lungo inoperoso tra le ansie della diuturna servitù e le nebbie della più impenetrabile ignoranza. Questa luce accese improvvisamente lampi di nuova vita nell'animo del Vico e rivelò, per suo mezzo, al mondo della coltura la fiamma di uno spirito agile e desto, che il pensiero ellenico aveva nutrito dei suoi succhi più vitali, e a cui affidò la lampada di resurrezione dell'antico sapere italico.
Già altri ha additata, assai felicemente, in alcuni canoni vichiani della Scienza Nuova i primi albori della critica di Francesco De Sanctis. Questa intima affinità non va però interpretata come un esteriore contatto, che sia quasi indizio di diretta emigrazione o trapasso. Essa, invece, è conformità d'animo, è continuazione latente dell'antico e puro pensiero italico, è liberazione dell'animo dall'abiezione della servitù secolare, mercè le forze fresche e nuove dell'indagine speculativa.
Ho detto che l'Italia meridionale non aveva partecipato direttamente ed efficacemente alla nuova elaborazione delle forme letterarie più complesse e perfette, che diedero origine e spiccata fisonomia nazionale e moderna all'arte italiana. Nè voglio insistere più del dovere sul fatto, che anche nell'età antica il contributo principale dato dalla nostra razza allo svolgimento storico della letteratura latina investì di preferenza le forme inferiori dell'arte, la satira cioè e la commedia. Io accenno a tal congruenza, che non può essere casuale, solo per il fatto, che essa prestò una probabile giustificazione o motivo anche ad un apprezzamento affatto parziale ed ingiusto, dato dal Mommsen sulle qualità artistiche del popolo italiano. Dai primi suoi studi, che aveva volti ad illustrare in modo così originale e nuovo i dialetti e i monumenti antichi di queste nostre regioni, egli fu forse tratto a negare all'Italia antica e alla moderna le attitudini più squisite per la grande arte, sol perchè riconobbe i caratteri etnici della nostra letteratura dalle forme secondarie, che in mezzo a noi avevano trovato più largo successo e non volgare ispirazione.
Ma, se al nostro popolo mancò lo splendore della grande arte, gli arrise invece, mercè l'opera del De Sanctis, una gloria, che forse non morrà, quella cioè di poter dare al mondo della coltura la coscienza dell'alto valore umano che ispira la nostra arte e che affratella il nostro pensiero alle manifestazioni più splendide e perfette dell'arte universale.
Nel carcere di Castello dell'Uovo, testimone delle orgie tra cui era morta la libertà repubblicana, tragico asilo in cui si era estinto l'ultimo avanzo del nome di Roma, lo spirito di Francesco De Sanctis si ricongiunse collo spirito stesso dell'umanità, e nelle ansie affannose dell'anima di Guglielmo Tell, a cui era specchio l'ondaarmoniosa e limpida del verso di Schiller, sentì ripercosse le ansie della nuova anima popolare, anelante e bramosa di riscossa.
Le voci, che si sprigionarono a quel contatto dalla coscienza del critico, erano sussulti incomposti e gemiti di un'anima ferita nella poesia del cuore, offesa nelle aspirazioni di libertà interiore, indarno represse dalle catene. Ma quell'epilogo doloroso dell'infausta giornata del 15 maggio, se parve un sanguigno tramonto e un'irreparabile rovina d'ogni più nobile e riposta idealità della nostra gente, fu invece nel fatto l'alba promessa e quasi fatidica della sua riscossa.
Noi abbiamo così poco svolta e formata la nostra coscienza politica, e così ottuso e annebbiato il senso della realtà dall'indole vaporosa e fantastica, da potere ancora dar credito a questa ingiuriosa leggenda, che lo spirito popolare delle nostre contrade, oppresso da esosa servitù, sia stato come per forza avvinto alla causa della libertà, e più che affratellato aggiogato alla sua redenzione. Questo colpevole e deplorevole oblìo di noi medesimi offusca e perturba non solo la storia vera del nostro risorgimento, ma la coscienza della nostra dignità di popolo. E fa porre in oblìo, non men dagli altri che da noi medesimi, la partecipazione eguale e diretta che ebbero alla grande opera le due razze privilegiate della penisola, il vigoroso senso pratico dell'elemento celtico, trasfuso e contemperato nella valle del Po col buon seme italico, e lo spirito più universale ed astratto della razza sannitica che, con rinnovellata prova delle sue più squisite idealità, fece spontaneo olocausto della sua supremazia e indipendenza politica, per adempiere nell'unità dei destini il fato della patria.
La nostra rivoluzione, soffocata nel sangue colla infausta giornata del 15 maggio, preparò un più largomovimento di riscossa e si chiuse in modo degno di un popolo civile, costringendo a un esodo, che parve volontario, l'imbelle avanzo dei dominio borbonico nelle nostre contrade. Egli è che quella sollevazione quasi unanime dello spirito popolare era stata promossa dalle alte classi dell'intelligenza, e, preparata nella scuola, aveva trasformati gl'impavidi seguaci in apostoli ardimentosi e martiri inconsapevoli della nuova idea.
A quest'opera di rigenerazione sociale e politica, Francesco De Sanctis consacrò i succhi più vitali della sua intelligenza privilegiata e le energie più fresche ed inesauribili di un pensiero nuovo e profondo, maturato nelle assidue meditazioni e negli studi severi. E fu tra gli esuli e i profughi, a cui era diventato pericoloso ed ostile il suolo della patria, quello che forse meglio d'ogni altro concorse a rendere ammirate, in Torino e in Zurigo, la vivace originalità e l'acuta penetrazione quali caratteri indefettibili dello spirito filosofico della nostra razza. Nè fu semplice omaggio all'insolita concordia di apprezzamento, con cui era giudicata al tempo stesso da due insigni meridionali l'opera e l'ingegno di Francesco De Sanctis, la scelta che di lui fece Camillo Cavour, additandolo al primo re d'Italia come primo Ministro dell'Istruzione del nuovo regno italico. Fu quella, più che un'intuizione politica, un presagio fatidico del grande statista, che additava nell'educazione civile del popolo italiano lo augurale e aspettato compimento dell'opera grandiosa, così faticosamente raggiunta coll'unità politica.
Ma l'astro luminoso, che ne aveva accompagnato le trepide vicende attraverso a delusioni amarissime e a meditati trionfi, si addormentò, ahimè! troppo presto, come avvelenato da Erinni malefiche. E parve perun istante che pencolasse il destino della patria nelle mani nuove e inesperte, che erano chiamate in sua vece a governarne le sorti.
Francesco De Sanctis sentì che per la vita si perdevano le ragioni del vivere, e solennemente distaccò il suo nome dalla causa di quel partito generoso, che turbato da molteplici difficoltà e pauroso di più ardite iniziative, sembrava di confondere troppo insieme la sua causa coi destini della patria. E, colla sua evoluzione, precorse di dodici anni l'avvento al potere di quella novella parte politica, di cui aveva preconizzato il successo.
Egli è che il suo spirito non si appagava di quella libertà esteriore, che era stato felice risultamento dell'avvedutezza politica e dell'accordo benefico del principato colle aspirazioni popolari. Quella libertà, così faticosamente raggiunta, mancava di un suo proprio contenuto morale e di un saldo fondamento economico, che ne rendesse desiderato e confortante il possesso alle moltitudini avide di giustizia e di bene. Ed egli temè che si potesse scolorare innanzi alla delusione delle loro speranze, il pregio di così travagliate conquiste.
In quest'aspirazione tuttora indeterminata e quasi inconsapevole della sua mente ci è dato di sorprendere come l'afflato dei tempi nuovi, che si era fatto strada o, meglio, aveva trovato eco nel suo spirito largo e comprensivo. E possiamo benanche immaginare, che forse, nel Politecnico di Zurigo, la sua anima non fosse rimasta sorda alle prime e nobili voci, che maturavano il nuovo pensiero sociale e il futuro destino dell'umanità.
Ma, se pur queste risonanze vi furono, esse non apparvero mai ben distinte, e, ad ogni modo, non esercitarono efficacia salutare, nè allora nè per molto tempo dopo di lui, sull'opera della parte politica, di cui aveva vaticinato come necessario l'accesso alle responsabilitàdel governo, per la retta funzione dei nuovi ordini costituzionali. Quando però questa evoluzione si fu affermata e compiuta, e nelle prime sue fasi apparve tanto difforme dagli ideali che l'animo onesto aveva vagheggiato, egli non mancò di sfolgorarla colla luce della sua intelligenza. Era l'antico spirito critico che risorgeva in lui e che gli dava, anche nella vita politica, quella seconda vista, che manca e riesce perciò appunto insopportabile ai mediocri. Cominciò allora, soprattutto per opera sua, la riorganizzazione dell'antica sinistra parlamentare, come partito di governo, sulle basi della moralità e della giustizia. E, chiamato a dare a questo tentativo gli ultimi sprazzi di luce della intelligenza, additò con chiarezza quali fossero i mezzi di ricostituzione interiore, che potevano risanare e rinsanguare, secondo l'antico concetto di Cavour, la vita pubblica e la coscienza nazionale. I mezzi da lui escogitati a tal fine parvero troppo remoti dalla méta e dalla realtà, e furono resi inefficaci da quel pericoloso e vivacissimo avanzo della decadenza italiana, che è l'irrisione dello spirito scettico e beffardo. Ma, considerando oggi alla stregua della nuova e pericolosa esperienza contratta nella vita i provvedimenti immaginati fin d'allora dal De Sanctis, per ricostruire la fibra della razza, non deve più apparirci materia di scherno nè il concetto della ginnastica educativa, nè l'istituzione delle scuole diplomatiche e coloniali, indarno destinate sin qui a preparar nuovo teatro alle vigorose energie del nostro popolo, cui son fatti troppo angusti gli antichi confini della patria.
Le attitudini critiche di Francesco De Sanctis si erano rivelate nella scuola del Puoti e avevano ricevuto il primo battesimo e, come a dire, il simbolodella loro predestinazione dagli incoraggiamenti benevoli di Giacomo Leopardi, che, echeggiando potentemente nei suoi dolori l'eco eterna dei dolori dell'umanità, non aveva però ancora perduta la fede nelle sue sorti magnifiche e progressive. Nè io ho bisogno di ricordare pur qui un'altra volta, come l'intuito critico di Francesco De Sanctis abbia sprigionato i primi raggi di quella luce vivida e nuova, onde apparve illuminata d'un tratto qualunque manifestazione più splendida della nostra arte, proprio dall'interpretazione dei canti immortali del poeta recanatese.
Questo spirito critico era stato la forza degli anni primi della sua giovinezza, il fuoco animatore della prima sua scuola, l'ispirazione mirabile per cui raccolse intorno al nome di Dante l'omaggio del mondo civile al culto delle nostre memorie. E non l'abbandonò mai in nessuna di quelle fasi culminanti, per cui si svolse il suo sentimento artistico e la sua vita politica.
Quando, compiuti in Roma i destini politici della nuova Italia, Francesco De Sanctis si accinse a continuare la sua opera di educatore, in quella che fu detta a ragione la seconda sua scuola, riapparvero sotto nuova forma gli antichi ideali del critico. E il maestro ritornò un'altra volta al poeta diletto della giovinezza, come per chiedergli ispirazione alla novella opera a cui si era accinto. Egli aveva già scolpito nel marmo, per mezzo della Storia della nostra letteratura, le forme e le vicende dello spirito italiano, e nella nuova scienza aveva intravista la fisonomia, con cui doveva colorarsi e riflettersi nell'arte dell'avvenire il rinnovamento della nostra coscienza morale, sociale ed artistica.
Un'opera mirabile e feconda di concezione, raccolta dalla viva voce del maestro nel momento stesso della sua concentrazione nel fuoco della parola, rivelò allora quasi ad ogni passo, ai suoi fortunati ascoltatoriil profondo intuito che ebbe il De Sanctis di tutte quelle correnti spirituali, che insieme conferirono alla grande opera del risorgimento nazionale. Ma in questo studio d'integrazione, mirando a raccogliere e a determinare gli elementi più vitali e durevoli dell'opera della rivoluzione, e a sceverare da essa la parte mortale e caduca, onde era ingombra, egli si affissò soprattutto nel Manzoni, come disegnatore insuperato di tutto ciò che muove e guida nelle sue azioni l'animo umano.
Si noti però che, in questa ricostruzione, il critico non abbandona mai l'indipendenza del suo giudizio, e non si lascia sorprendere come rattrappito nell'àmbito di nessuna forma artistica, per quanto si voglia meravigliosa e perfetta. Il De Sanctis sentì primo e più vivamente d'ogni altro, che il rinnovamento delle basi scientifiche della coltura preparava l'avvento del naturalismo nell'arte, e che pur questo sarebbe stato avanzato alla sua volta da un'arte più fina, in cui si ricongiungessero insieme questi due inscindibili processi, per cui lo spirito umano tende ognora a scoprire nella realtà della vita le leggi ideali del pensiero. Il suo motto fu quello di Michele Montaigne:naturaliser l'art, artialiser la nature. Lotta terribile per l'incarnazione di una nuova e più perfetta formola artistica, a cui uno spirito privilegiato consacra, tra ansie e trepidazioni infinite, lo splendore e la maturità della sua intelligenza, perchè questo grande ideale trovi la sua espressione più concreta e perfetta, e pur quest'umile parte d'Italia sia assunta alfine nei regni della grande arte.
Chiunque ritorni, come dopo lunga peregrinazione, a rinfrescare i ricordi dei suoi studî più diletti nell'onda avvivatrice e fresca del pensiero del De Sanctis obliandosi in esso, sente quasi sempre vagare il suo spirito sugli abissi di un mondo nuovo e ancora inesplorato.A ciascuna di quelle sue frasi brevi e scultorie gli si apre la visione di un orizzonte interminabile, su cui l'intelletto del maestro dispiega come aquila il potente suo volo, per tutte scoprirne colle immense poderose volate gl'intricati avvolgimenti. Quando la parola vacilla e quasi par che non regga sotto il peso del grave pensiero, egli martella la visione di questo mondo sublime dell'inconoscibile con incisi più potenti, per sprigionarne sprazzi di luce vivida e rapida, come quella della folgore.
La critica, su cui dominò sovrano il genio di Francesco De Sanctis, non ha nulla di comune con quell'arte più modesta, che siam soliti di gratificare di questo nome, e che vive e si oblìa nelle più umili regioni della storia e dell'arte, della politica e della realtà della vita. Il suo regno è ampio come quello dei venti, la sua meta inaccessibile e pericolosa come quella degli abissi inesplorati e profondi. Essa è fatta di genialità, ed è temprata nelle analisi più precise e nelle sintesi più audaci e comprensive. E, se non evita, certo non si compiace della dipintura e ricerca minuziosa dei difetti e dei mali, dietro cui si muovono affaticati e stanchi i più modesti operai del sapere.
Nel regno della critica, Francesco De Sanctis ha conquistato il posto, che spetta soltanto agli scopritori di mondi nuovi.
Altri paesi ed altre nazioni aspettano ancora, come una rivelazione dell'avvenire, il metodo critico, che Francesco De Sanctis ha inaugurato e reso perfetto. Per noi Italiani esso è ormai una felice realtà e una promessa sicura di bene, se sapremo accoglierne e svolgerne i presaghi ammonimenti.
Enrico Cocchia
Sul numero del 2 marzo 1913 comparve sulGiornale d'Italiaun articolo di Matteo Incagliati, contenente alcune inesattezze, che ancora circolano a discredito della nostra Irpinia, ed in particolare del Collegio di Lacedonia. Credo, perciò, che non sia superfluo riportare qui la lettera, indirizzata al pubblicista Incagliati e pubblicata due giorni dopo dalGiornale d'Italiae dall'Araldo.
Napoli, 2 marzo 1913.
Illustre signor Incagliati,
Da molto tempo seguo con vivissima simpatia la sua opera di meridionale entusiasta delle superbe tradizioni della nostra terra, e non potrà immaginare con quanto piacere io abbia visto rievocare oggi, sulGiornale d'Italia, la maestosa figura di Francesco De Sanctis.
Irpino di nascita e figliuolo del compianto cav. Antonio Capobianco—amico carissimo e sostenitore costante del De Sanctis nel Collegio di Lacedonia—io sento il dovere di scriverle la presente per rettificare un errore, nel quale Ella è involontariamente incorso.
Nella lotta elettorale politica del 1875, di cui si occupò il grande critico nelViaggio elettorale, il De Sanctis non fu sconfitto, come Ella dice, ma riportò, anzi, una strepitosa vittoria. Il Collegio di Lacedonia seppe compiere allora completamente il proprio dovere, perchè non volle fare una quistione didestrao disinistra, nè volle accogliere la scomunica del Comitato di sinistra di Napoli lanciata contro un proprio membro, il De Sanctis, per favorire l'avversario avv. Serafino Soldi, ma dimostrò d'intendere interamente il grido che prorompeva forte dal petto del grande Critico: «Date la patria all'esule»!
Il buon senso seppe trionfare su tutti gli ostacoli creati a bella posta contro il De Sanctis. Quella vittoria fu anzi il preludio della completa pacificazione degli animi attorno al loro illustre rappresentante. Nelle elezioni successive, in quelle provinciali prima del mandamento di Andretta e in quelle politiche dopo (1876), gli elettori si riaffermaronounanimisul nome del grande Irpino. Parve allora, al De Sanctis di aver raccolto il frutto della campagna elettorale del 1874, ed Egli se ne mostrò lietissimo in una lettera (diretta al compianto patriota avv. Francesco Maria Miele, Sindaco di Andretta), che io ho pubblicato nella conferenza sul De Sanctis tenuta allaDante Alighieridi Monteverde e testè edita dalla tip. Pergola di Avellino[102].
L'errore è comune, ed è perciò che ho voluto richiamarne la Sua cortese attenzione.—Mi consenta poche altre parole.
È un atto di giustizia legittima e doverosa riconoscere che il Collegio di Lacedonia fu sempre fedele alDe Sanctis fino al 1882, anno in cui ebbero luogo per la prima volta le elezioni a scrutinio di lista, d'infelice memoria!
Il Collegio di Lacedonia venne allora compreso nella nuova circoscrizione elettorale di Ariano di Puglia, e così fu possibile la sconfitta, per soli pochi voti, del De Sanctis! La colpa fu tutta di quel disastroso scrutinio di lista, che permise il trionfo di tante nullità e la caduta di tanti uomini insigni!
Il 1882 è rimasto, perciò, celebre nella storia d'Italia!
Del resto se il Collegio di Lacedonia in qualche modo si mostrò poco grato verso il grande Concittadino, ha già dato in parte prova della propria riconoscenza, e, direi anche, resipiscenza verso Francesco De Sanctis innalzando nel capoluogo un monumento in suo onore ed intitolando al suo nome glorioso tutte le opere di educazione popolare, che sono sorte nei varii comuni del Collegio.
Non condivido poi la sua opinione riguardo al De Sanctis, uomo politico. Se la politica, infatti, è onestà, moralità e sincerità, certo il grande Irpino fu uno dei più eminenti parlamentari dell'Italia unita.
IlViaggio elettorale,Le lettere parlamentari, i numerosi discorsi e gli scritti politici di Lui stanno a dimostrare la verità della mia asserzione, che, del resto, non è mia soltanto.
Nelle occasioni solenni, alla Camera dei Deputati, la parola del De Sanctis—lo ricorda il Villari—passò come l'espressione del più puro patriottismo, perchè confortata dalla grande autorità che gli proveniva dalla generale convinzione che egli non si lasciava mai accecare dallo spirito partigiano. La sua vita diveniva allora un vero apostolato politico, ed egli poteva avere dalla cattedra, dalla stampa e dalla tribuna parlamentaresul popolo italiano la medesima influenza avuta dalla cattedra sui giovani.
Se così non è, chi dovrà dirsi grande parlamentare?
La ringrazio della cortese ospitalità, che darà a questa mia, e mi creda con profondo ossequio
Devotissimo
Giuseppe Leonida Capobianco
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