CAPITOLO SECONDO

CAPITOLO SECONDO

LA GITA A ÖJUNGEN — I PRIMI LAPPONI.

Ritornando un passo addietro, io voglio raccontarvi una gita fatta sull’altipiano centrale della Norvegia per visitare alcuni lapponi, che abitano da tempo immemorabile le montagne che circondano Röros. Il professor Fries, prima autorità in fatto di cose lapponiche, ci aveva detto a Cristiania, che quei lapponi rappresentavano il tipo più puro della loro razza e per animarci a visitarli, ci aveva dato una lettera di raccomandazione per suo fratello, distinto ingegnere che dirige le fonderie di rame di Röros.

Partii dunque il mattino del 15 giugno da Cristiania coll’amico Sommier, con quell’entusiasmo pieno di curiosità e d’impazienza, che ci porta a veder le cose nuove. Il tempo era di malumore eci ricordava le giornate bizzose del nostro mese di marzo, quando con bisbetica alternativa piove, tira vento e brilla il sole a pochi minuti di distanza. Il malumore del cielo però non poteva passare in noi; perchè un clima interno di calda contentezza ci corazzava contro tutte le intemperie della Scandinavia. Fra due o tre giorni, fors’anche all’indomani, noi avremmo veduti i primi lapponi; come avremmo potuto essere scontenti?

Alle otto del mattino coll’ultimo fischio d’una piccola locomotiva si lasciava la città di Cristiania e si dirigeva la prora dei nostri ardenti desii (come direbbe un secentista) verso Röros. La pioggia rendeva uggioso il paesaggio e si preferiva cercare nell’interno del vagone un’occupazione al nostro pensiero. La guida tedesca del Nielsen, lo studio di alcune parole norvegiane ci rubarono le prime ore del viaggio; poi si passò all’esame del piccolo ambiente in cui eravamo chiusi. Vagoni piccini, ma puliti: fra l’uno e l’altro scompartimento un’urna di cristallo piena di ghiaccio ci offriva acqua fresca per mezzo di un rubinetto argentino; ma non se ne sentiva davvero il bisogno, involti come eravamo ancora nei caldi soprabiti d’inverno. Un immenso cartone appeso al vagone ci offriva una carta geografica del paese che si percorreva, colle stazioni,coi minuti di fermata e con tutte le notizie necessarie al viaggiatore. Un altro cartello dava i prezzi degli alberghi, che avremmo trovati lungo il cammino e dove si sarebbe potuto passar la notte. Eccovi un saggio di queste preziose indicazioni:

Seguono poi i prezzi di due altri alberghi di secondo ordine.

Un vagone norvegiano è una guida e una scuola. Un terzo cartello in lingua norvegiana e in inglese vi avverte di non gettar dalle finestre i fiammiferio i sigari accasi, perchè potrebbero incendiarsi le foreste, che attraversate.

Passengers are requested not to throw lighted cigars, matches etc. out of the carriage windows. The doing so has occasionally caused turf, heath and thereby forests to be ignited.

Intanto vengono le 10,46’ e si deve scendere dalla ferrovia alla stazione di Eidsvold per attraversare in un battello a vapore il lago di Mjösen, il più bello di tutta la Norvegia, che ha la forma adipsiloncome il nostro lago di Como e che per le sue rive, povere di villaggi, ma ricche di pini e di rupi scoscese, rammenta i laghi scozzesi. Pranziamo a bordo serviti da bionde e robuste amazzoni scandinave, che sono assai più lusinghiere dei piatti, che ci sono serviti: montone allesso, l’eterno salmone, l’eterna birra e un’insalata condita con zucchero e latte. Una crema eccellente servita colmulteber(frutti delrubus chamaemorus) mi riconcilia però colla cucina norvegiana e mi fa benedire la vita. Benchè lombardo, devo per amor del vero confessare, che la panna della Norvegia è molto superiore alla nostra, che pure è tanto squisita: essa è soave e grassa come la lombarda, ma è più profumata e meno densa; è un vero balsamo per i ventricoli schizzinosi e di difficile contentatura.

Alle 2,15 il lago di Mjösen è tutto percorso e si ritorna in ferrovia, dove con grande compiacenza trovo che il mio biglietto di seconda classe mi dà il diritto di passare in prima ed io entro col fido amico in un vagone tutto specchi e velluto porporino. In quel grazioso salotto si attraversano bellissimi boschi molto fitti di abeti, che s’innalzano sopra molli tappeti dellacenomyce rangiferina. Qua e là vediamo casette di legno tutte coperte di terra che alberga arboscelli e erbe, un vero giardinetto aereo posto sul capo dell’abitazione dell’uomo. Sulla riva destra del Glommen incontro sei o sette villaggi, sempre di legno e variopinti. Le stazioni son tutte piccine, ma linde, ma pulite. Non mancano mai i vasi di fiori dietro le finestre e campeggia sempre un enorme termometro, che annunzia a tutti uno dei fatti più importanti per la salute dell’uomo in quei paesi iperborei. Alcune stazioni sono ornate di corna di alce o di rangifero.

A destra ci accompagna sempre il fiume Glommen e qua e là grossi ammassi di ciottoli morenici ci dicono ad alta voce, che noi percorriamo il letto di antichi ghiacciai.

Alle stazioni osservo con attenzione di antropologo la faccia degli abitanti. Fra le faccie lunghi e bionde e le grosse teste degli scandinavi spiccanonel basso popolo altre faccie mongoloidi molto larghe e con naso molto piccolo. Saranno finni o lapponoidi? Non rispondo alla domanda, perchè troppo facile è arrischiare congetture e fabbricare teorie, ma la scienza severa giudica le une e le altre come altrettante pagine di romanzi storici.

La stazione di Koppang ci ferma alcuni minuti e si lascia ammirare. La circondano belle case di legno a grosso bugnato; ma io preferisco sempre ai lavori dell’uomo le opere della natura e sulla guida del mio Stephen, che erborizza anche nelle stazioni, colgo in quei pressi per la prima volta labetula nana, il più microscopico albero dell’Europa, molte viole silvestri del pensiero e una bellissima ericacea, l’andromeda polifolia.

Si giunge a Toenset alle 11,55’ della sera e si cena con salmone salato, uova sode e birra. È in questa stazione che dobbiamo passare la notte: perchè in Norvegia non si viaggia che di giorno e il treno, come una buona e brava diligenza dei tempi passati, sta fermo dinanzi a noi, aspettandoci al risveglio dell’indomani; mentre molti viaggiatori lasciano nei vagoni le loro cose, sicuri di trovarvele intatte all’indomani. Il nostro albergo, tutto di legno, ha sulla porta grandi corna di renne e la nostra cameruccia è piccina piccina, il letto piccinopiccino e la luce pacata d’una notte che è giorno c’inonda soavemente, cullandoci in una sonnolenza, che non può esser sonno.

La luce velata si fa poco a poco luce viva, sfacciata; i due crepuscoli della sera e del mattino, come due ardenti innamorati, che non possono separarsi che per pochi istanti, si son dati un nuovo bacio e si sono confusi in un amplesso di una sola aurora. La tromba del treno ci avverte, che convien partire; ma se qualche viaggiatore si è attardato, o se vuole con maggior agio sorbire il suo caffè, il conduttore non ne farà per questo una questione di gabinetto e ritarderà di qualche minuto la partenza. Qui gli uomini non son fatti per i treni, ma i treni per gli uomini e le ferrovie sono piene di bonomia, di pazienza e di condiscendenza.

Siamo rientrati nel nostro elegante salottino di velluto rosso, ma lo possiamo godere per poco più che due ore; perchè la stazione di Röros ci arresta. È qui che dobbiamo raccogliere le notizie sui lapponi di Ojung, è qui che il bravo ingegnere Fries deve servirci di guida e di maestro per la nostra avventurosa spedizione. Egli è così gentile, che mentre ci dirigiamo alla sua casa, egli ci è venuto incontro e ci indovina, senza bisogno di fotografia o di passaporto colle note personali. In casa sua sistudia la carta geografica del luogo e si decide di inviare un telegramma all’ingegnere Hauan, che ad Eidet dirige un’altra fonderia di rame. Ci risponde dopo qualche ora, che vi sono lapponi a Ojungstrakten e ch’egli all’indomani ci aspetterà alla stazione di Eidet con tutto il necessario per la nostra spedizione.

Röros è luogo triste e che ti agghiaccia il cuore; è posto nel centro della Norvegia sopra un altipiano a più di 2000 piedi sul livello del mare; nessun albero: una landa quasi deserta, sparsa di rovine di ghiacciai, monti all’intorno mal disegnati, brulli, quasi mai abbandonati dalle nevi. Nell’inverno gela sempre il mercurio e l’ingegnere Fries nell’ultimo inverno ha fatto un bel chiodo argentino di mercurio, battendolo a colpi di martello sopra un’incudine. Le case piccine, grigie; vie selciate di scorie metallurgiche; fumo, vapori di solfo dappertutto; un torrente, che ha lacerato le viscere di quella terra infeconda e mugge fra i massi di carbone e i cumuli del minerale di rame, che dà a quel paese un pane, che deve sapere di solfo ed essere freddo anch’esso.

Anche a Röros raccolgo però due sorrisi di bellezza e di vita. Nelle aride sabbie, che circondano quel paese infernale, fioriscono spontanei cespuglicosì fitti di viole del pensiero, da farne un mazzo con una sola pianta. Nell’albergo della stazione, fragrante di resina di pino, sorridono altri fiori: sono le bionde e rosee figlie del capostazione, che è anche oste, e che dai loro occhi azzurri lasciano piovere raggi di fresca giovinezza e d’innocente simpatia. Ti portano il caffè di buon mattino, quando tu sei ancora a letto, fidando giustamente nella loro virtù e nel rispetto dell’uomo per la purezza virginea della giovinezza.

Da Röros la ferrovia discende fino ad Eidet e mano mano si va lasciando l’arido altipiano, gli alberi s’innalzano e la foresta si fa più folta. Ad Eidet è pronto l’ingegnere n.º 2, il signor Hauan, che colla sua faccia seria si direbbe molto ammusonito per dover accompagnarci in cima ai monti in cerca di lapponi; ma che invece è tutto cuore, ci ha già preparato un cavallo, un carretto, e gli uomini necessarii per portare alla sua fonderia, che è giù nel fondo della valle, i nostri pesanti bagagli fotografici.

L’ingegnere Hauan, discepolo della scuola di Freiberg, è uomo di poche parole, ma di molti fatti. Egli vede scendere le nostre casse dal vagone dei bagagli e le guarda con straziante silenzio. Alle nostre insistenze, perchè voglia tradurci in linguatedesca, e magari anche in lingua danese, quel suo silenzio, risponde con deglihum hum, molto lunghi e di pessimo augurio. Siam dunque costretti, io ed il mio compagno, a fare da noi stessi la traduzione di quel tenebroso silenzio ed eccola qui in poche parole:Questi due italiani son due veri matti, se pensano di poter portare sulle alture di Ojung le loro casse fotografiche e sarebbe più semplice far scendere i lapponi e fors’anche le montagne nel fondo della valle.

Nulla di più crudele quanto il dover parlare in una lingua straniera con poche e stentate parole con un uomo che tace in tutte le lingue. Si sentono venire al labbro fiumi di parole e di ragioni e di persuasioni, torrenti d’interrogazioni, di seduzioni e di argomentazioni e si vorrebbero tutte quante schierare in legioni, in reggimenti, in squadriglie, in batterie, per persuadere, per chiedere scusa, per farsi perdonare; e invece da una parte un monolito umano, che vi guarda e tace; e dall’altra le vostre poche parole, che escono ad una, ad una, stentate, storte e sempre male a proposito. Se Dante ritornasse in vita, assegnerebbe un nuovo girone al suo inferno, condannando tutti gli uomini espansivi e ciarlieri alla tremenda pena, che io ho sofferto alla stazione di Eidet nell’altipiano centrale della Norvegia.

Se non si può parlare, vediamo dunque di schierar fatti contro fatti, e là nella stanza delle merci di Eidet, io e Sommier ci mettiamo a semplificare il nostro bagaglio fotografico, riducendolo ai minimi termini possibili. La camera lucida col grande obiettivo Dalmayer, la tenda per lo sviluppo, poche lastre e pochissimi reattivi. E intanto per colmo della nostra felicità, piove.

Ilminimum possibileintanto è installato in un baroccino a due ruote tirato da un pachiderma, che ha in una volta sola dell’asino, del mulo e del cavallo e accompagnato da noi, che camminiamo a piedi, scende giù per la china alla fonderia diretta dal signor Hauan. Ospitalità schietta e sincera, signore bionde e rosee, bambini di latte e di miele ci riconciliano colla vita e coi lapponi di Ojung. Finita la colazione, l’uomo dalle poche parole e dai molti fatti ci invita a passare nel cortile, dove è pronta la carovana, che ci deve portare alla meta del nostro viaggio. Un cavallo per il signor Hauan, unacarioleper me, una secondacarioleper Sommier, un carretto a due ruote per il bagaglio trascinato dal pachidermo di specie incerta. Ognuno si mette al posto assegnatogli, ed io colle mie redini in mano, per la prima volta in mia vita guido un cavallo, senz’essere a cavallo. E su, e su pererte pendici popolate di pini fino a Törmo, dove anche lecariolenon possono più avanzare e conviene trasformare gli animali da tiro in cavalli da sella. La sola carretta e il solo cavalloincertae sedistireranno avanti così come stanno. Mentre la carovana subisce questa radicale trasformazione, si entra in una casa di Törmo, dove ci offrono latte freschissimo, sedie di legno bianche quasi quanto il latte e volti sorridenti della più cara, della più simpatica ospitalità. Le donne sono occupate nel forno a fabbricare il lorofladbrödo pane piatto. È una scena dei nostri padri dell’epoca della pietra. Una donna dalle robuste braccia nude, con singolare agilità e prestezza foggia un sottilissimo disco di pasta, in cui entrano molti cereali diversi, segale, orzo, fors’anche avena; e appena è fatto lo getta sopra un gran disco di pietra, che è stato riscaldato rapidamente da un buon fuoco di fuscelli. L’alta temperatura di quella pietra e la sottigliezza della pasta rendono la cottura quasi istantanea, e il cialdone scottato sulle due faccie è raccolto secco e semitostato e già pronto ad entrare in bocca di chi abbia appetito. Questo pane nazionale della Norvegia dura mesi ed anni, è saporito, di facile digestione e può sembrare un manicaretto in confronto del pane dei lapponi, più preistorico che mai.

Ma noi siamo già a cavallo, abbiamo già salutato le nostre donne del forno e su e su per l’erta del monte, che diventa sempre più ripido. Intanto una pioggia minuta, gelata, uggiosa ci penetra fino alle ossa e ci rende tutti quanti più muti dei pesci. Io guardo Sommier dall’alto della mia sella. Sommier guarda me dall’alto della sua; non possiamo dire davvero di divertirci, ma si subisce il martirio, aspettando i lapponi. Non dallo spegnersi della luce, che in quelle latitudini e in quella stagione non si spegne mai, ma dalla nostra stanchezza si capisce che l’ora d’andare a letto dovrebbe esser già venuta; ma il direttore della carovana tira sempre via e le guide lo seguono ammusonite e di pessimo umore. L’orologio ci dice, che le undici della sera sono vicine e ci viene imposto di fermarci, mentre ingegnere e guide, chi a cavallo e chi a piedi, si sbandano per diversi sentieri, in cerca di qualcuno o di qualche cosa. Cercano forse i lapponi e l’idea di passare la notte in una capanna lappone ci rialza gli spiriti affranti e ci promette molta poesia. Cercavano invece unsaeter. E ilsaeterfu trovato: una casuccia ridotta alle minime proporzioni, di legno e di paglia, dove i pastori passano due mesi dell’estate per far pascolare le loro vacche. La chiave è nascosta nel tetto, a cui si giungeall’altezza del braccio. Si entra chinando il capo e si accende subito la stufa di ferro, che è la parte più importante e più cara di tutta la casa. In un momento i rami di betula schioccano, ardono e riscaldano il piccolissimo nido in cui siamo raccolti, mentre i cavalli lasciati in libertà sotto la pioggia minuta o gelida cercano fra le zolle appena abbandonate dalla neve qualche filo d’erba stenta e gialliccia. Del pane, del burro, della cioccolata e dell’acquavite ci tengon vivi fino all’indomani e distesi sul legno ci prepariamo alle future fatiche. Tre ore di sonno son presto passate e l’alba di un giorno che non è mai morto ci invita a rimontare a cavallo.

Sono le tre del mattino e siamo già tutti raccolti davanti alla porticina delsaeter, circondati da un anfiteatro di monti coperti di neve. Ai nostri piedi, nel fondo della valle, dorme il pittoresco lago di Ojung, colle sue isolette multiformi, piene anch’esse di neve e di alberetti brulli, dove col nostro canocchiale possiamo vedere le prime gemme verdeggianti (è il 18 di giugno!). Se gli alberi lassù dormono ancora gli ultimi sonni del lunghissimo inverno, i prati sottili di quelli altipiani sono una vera bellezza, ed anche l’uomo meno innamorato della natura li rassomiglierebbe subito ad un tappeto della Persia, tanto sono variopinti e nelloro disordine policromo seducentissimi. Il mio Stephen, che mi accompagna nel mio viaggio, che mi conforta nella durezza del cammino coll’intelligente affetto e la giovinezza gagliarda, battezza per via tutte quelle gentili creaturine della flora norvegiana, ed io, conoscendole per nome, sento di amarle meglio.

È difficile trovare una vegetazione più originale, più caratteristica di quella che ho ammirato sugli altipiani di Ojung. Lassù alberi, muschi ed erbette, domati dal comune nemico, il freddo, si fan tutti piccini, si livellano alla stessa altezza e formano una superficie a cento colori, quasi una cesoia intelligente li avesse tosati. Fra i cespugli microscopici dellaBetula nanatu vedi i fiori folti dellaAzalea procumbensdi color di rosa, i cuscinetti bianchi dellaDiapensia lapponica, i ricami rossi anch’essi dellaSilene acaulis, le chiazze gialle dellaPedicularis oederi, le macchie bianche dell’Arctostaphylos alpina, le testoline dorate dellaViola biflora; mentre fra un giardinetto e l’altro si distendono i microscopici boschetti dell’Empetrum nigrume i larghi ciuffi dei licheni dai cento colori. Fra essi erge il suo capo molle e vaporoso laCenomyce rangiferina, che ti fa sapere come il renne non debba esser lontano.

Ma pur troppo l’amor della vita non mi lascia ammirar lungamente quel tappeto persiano disteso sugli altipiani della Norvegia. Le difficoltà del cammino crescono ad ogni passo. Ora è una palude torbosa che ci minaccia, ora è un cumulo di neve che intercetta la via e dove i cavalli sprofondano: una volta il mio cadde sulle ginocchia e fu un miracolo se si potè uscirne, io e lui, colle membra sane.

Pioveva, faceva freddo e il silenzio intorno a noi era più freddo della neve; ma al di là del lago vi erano i lapponi e si tirava avanti con molta rassegnazione. Ma ahimè, un fiume spietato, il Galoe, cresciuto colle ultime pioggie, ci arrestava il nostro bagaglio fotografico, e soli col nostro cavallo, a guado e con molto pericolo si passava l’acqua scellerata, che ci impediva di fotografare i lapponi di Ojung.

A un certo punto una guida gridò:Ecco un renne!Era il primo ch’io avessi veduto e il suo bianco profilo e le sue corna gigantesche e il suo passo calmo e compassato mi rimasero scolpiti profondamente, là dove durano fino alla morte le memorie più spiccate dei nostri viaggi. Era un renne sbandato o un renne selvaggio? La nostra fantasia ci portava più volentieri alla seconda ipotesi, benchèsi sappia da chi ha viaggiato nelle regioni polari, che dove abitano i rangiferi domestici, i selvatici si allontanano, quasi ripugnassero dall’ambiente della schiavitù che li circonda. Questo fatto però deve avere alcune eccezioni, dacchè il renne selvaggio si avvicina talvolta alle mandre delle renne civili e amoreggia con esse e le feconda, come vediamo accadere fra il cignale e il porco, tra il muflone e la pecora.

L’effetto esilarante di quel renne passò ben presto, perchè il cammino diveniva ad ogni passo più impraticabile e conveniva lasciare i cavalli in libertà e continuare a piedi la ricerca dei nostri lapponi. E i piedi ora si ghiacciavano nella neve ed ora si sprofondavano nella torba traditrice, or scivolavano lungo le pietre domate dalle lunghe carezze del ghiacciaio; ed io, sudato di dentro, inzuppato dalla pioggia di fuori, mi fermai più di una volta, guardando verso il sud e pensando a Firenze, alla mia bella Firenze, che in quella stessa ora doveva brillare nei raggi d’oro della sua aria profumata dai fiori.

L’ingegnere Hauan e le guide correvano dinanzi a noi coi loro garretti norvegiani, ma parevano tutti di pessimo umore, perchè non trovavano i lapponi. Alle nostre domande non rispondevanoe dalla loro mimica generale era facile comprendere come dovessero bestemmiare, magari tra i denti, magari nel profondo silenzio della loro coscienza; ma con bestemmie cupe, crudeli, proprio di quelle che si riservano alle grandi occasioni, alle battaglie campali, che si devono combattere cogli uomini e colle cose. A noi incerti se dovessimo andare o stare, bastava vedere di quando in quando il profilo di una guida o il cappello di Hauan; ma a un tratto sparvero le guide, sparve il cappello dell’ingegnere e per più d’un’ora sentimmo intorno a noi il freddo del silenzio, che insieme alla pioggia minuta e ghiacciata, ci demoralizzava profondissimamente. Io, che colla mia fantasia e coi miei nervi corro dalla gioia al dolore con una velocità superiore a quella della luce, mi diedi per morto addirittura e mi sentii tutto quanto sommerso nella più nera nebbia della disperazione. Il bagaglio fotografico al di là del fiume in campagna rasa; i cavalli abbandonati al di qua, ma forse spersi; noi soli nel deserto abbandonati dalle guide e senza provviste. Mi gettai abbandonato sopra un tappeto di neve bianchissima, non contaminata da piede d’uomo o da zampe di animali, desiderando che esso mi avvolgesse come un lenzuolo funebre. E incominciai le lamentazioni di Geremia, accusandomid’imprudenza e di leggerezza, bestemmiando anch’io come l’ingegnere e le guide contro i lapponi e più ancora contro il mio appetito, che è sempre maggiore del mio stomaco. Senza i conforti del mio amico, sempre sereno, sempre calmo, sempre sicuro di se stesso io mi sarei dato per morto; ma egli mi consolava, mi faceva vedere i lapponi a pochi passi di distanza, mi avviava sui colli fioriti della speranza....

Ma ecco ad un tratto un lontano latrar di cani, che si va facendo sempre più vicino.... Sono i cani dei lapponi. Sorgo dal mio lenzuolo funebre di neve, mi sento palpitare il cuore e rinasco a nuova vita. I piccoli cani neri son già fra noi e ci fanno festa; li seguiamo e in breve siamo dinanzi a due capanne lappone poste nel fondo di due piccole colline. Da una di esse esce una colonna sottile di fumo azzurro, che sembra farci festa e invitarci al desco ospitale di quella buona gente. Poco più che formicai di termiti, quelle due case sono un impasto di torba e di zolle tenute su da pochi pali. Un’apertura di sopra per lasciar escire il fumo, un’apertura triangolare davanti per lasciare entrare gli uomini, chiusa da una tela tenuta distesa da alcune assicelle. Essa è così stretta da dovervi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura.Conviene chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso. Non è comoda davvero quella porta, ma io vi sarei entrato a carponi, pur di poter vedermi in una capanna di lapponi. Qui convien davvero insegnare al corpo a piegarsi ad ogni momento e nelle più strane maniere; perchè appena entrato, devo gettarmi sul letto dei rami di betula, che formano il pavimento della casa, onde non esser soffocato dal fumo.

L’interno di quella capanna era uno dei quadri più originali che avessi veduto. Quanta miseria di agi e quanta ricchezza di vita, quanta povertà di spazio e quanto addensarsi di creature, quali contrasti di tinte per un pittore fiammingo, quante scene psicologiche per un filosofo, quante tenerezze per un amico degli uomini! Un imbuto nero capovolto, ecco la forma della casa; nere le pareti dal lungo bacio del fumo, nere le faccie umane, perchè anch’esse affumicate; neri Fick, Nump e Kiarf, che colle loro orecchie aguzze e i loro occhi più neri e più lucenti di un carbonchio si intanavano nelle pelliccie di renne distese sopra un elastico letto di betule; in mezzo, il fuoco contenuto fra tanta materia combustibile da grosse pietre e sopra il fuoco una catena che sosteneva una pentola. All’ingiro un monte di mestole, di coltelli,di carni affumicate, di redini per le renne, un arruffio di fanciulli, di donne, di ragazze, che sembravano rimescolarsi e fermentare insieme. In un angolo un quadretto di genere, che spiccava lieto e pittoresco nel quadro più grande. Era un bambino impellicciato, che alzava la sua bionda testolina impaurita dal suo letticciuolo e coi suoi grandi occhi ancora lucenti e istupiditi dal sonno beato di quella età ci guardava, senza sapere se dovesse piangere o ridere. Hauan e le guide erano anch’essi accovacciati in quell’antro, che sembrava risolvere il grande problema, che secondo la tradizione sacra dovrà esser risolto nel dì del giudizio universale dalla piccola Valle di Giosafatte. In quella capanna il contenuto pareva molto maggiore del contenente.

Nessuno di noi darebbe una simile abitazione al proprio cane o alla propria capra; eppure quei buoni lapponi, ricchi di più che tremila renne e che portavano anelli d’argento e che erano altrettanti Rotschild della Lapponia, non solo erano contenti di quella casa, ma erano gai, sereni, felicissimi. Quanto son mai diversi i gradi della contentabilità umana! Poco a poco feci conoscenza dei miei ospiti, che ci avevano accolti con una cordialissima stretta di mano. Gli uomini tutti assenti, perchèseguivano le renne, che pascolavano sopra un colle vicino. Margherita, la madre di famiglia, sui quarant’anni, dai capelli biondi castagni, colla sua faccia mongolica, col suo nasino piccino, colle sue mani e la sua pelle annerita dal fumo. Eva sua figliuola, di 18 anni, coi capelli d’oro chiaro, che rideva sempre, mostrando i suoi dentini bianchi, serrati gli uni contro gli altri. Era ingenua, era agile, era fragrante di una selvaggia bellezza. Coi suoi occhi azzurri, coi suoi capelli biondi, col suo piccolo nasino impertinente, coi suoi zigomi sporgenti, colla fresca pelle abbronzata dai lunghi geli, coi suoi piccoli piedi nudi e le sue piccole mani, aveva tutte le pericolose seduzioni di un frutto agreste, di cui s’ignora il sapore. Una sorellina di poco minore d’Eva, e due o tre fanciulli completavano la famiglia.

Quella buona gente parlava discretamente il norvegiano e il bravo ingegnere Hauan ci traduceva in tedesco ciò ch’essi dicevano, mettendoci in continua relazione di simpatie e di idee. La madre si mise subito a macinare dell’ottimo caffè, preparando in un batter d’occhi colle sue mani la bevanda prediletta dei lapponi, e si bevette raddolcita da candidissimo zucchero in pane. Dopo il caffè venne la colazione: carne di renne affumicata con sego di rennepietrificato dal freddo, il tutto cotto rapidamente al fuoco vivissimo di betula. Era un cibo duro ma saporito, fragrante di un aroma ircino, direi quasi selvaggio. Si mangiò tutto, si digerì tutto; ma si dovette lottare contro un vero mal di mare, vedendo la strana pulizia della buona Margherita. Essa aveva un suo grande mestolone di metallo, con cui ci serviva ora il caffè, ora il brodo denso e grasso di renne, ed ora l’acqua da bere. Quell’istrumento universale era sempre lavato colla lingua, che a guisa di strofinaccio mobilissimo ripuliva ogni grassume e rendeva il cucchiaio più terso dell’argento.

La lingua era per quella brava donna il sapone dei saponi, la scopa delle scope; tanto è vero, che quando ci congedammo, Margherita, prima di porgere la mano, se la leccò rapidamente e con straordinaria agilità. Di tanto in tanto la cortese ospite nostra, colle sue dita faceva anche la pulizia del naso, senza ricorrere in questo caso alla lingua.

Margherita era il movimento perpetuo in azione: ora rattizzava il fuoco; ora dava uno scapaccione ad un cane, che allungava il muso con troppa impertinenza verso la carne o il sego; ora puliva il naso colle mani ad una bambina, ora dava un pezzo di carne cruda ad un fanciullo, che aveva troppafame per aspettare che il bollito fosse fatto; e tutto questo colla pipa in bocca, che si svuotava e si riempiva a brevissimi intervalli.

Saziata la fame e la sete, asciugati gli abiti, innalzati a più spirabil aere dall’ottimo caffè di quei lapponi, venne l’ora delle cortesie squisite, dei doni e del commercio. Uomini più diversi era difficile riunire in più piccolo spazio: latini e goti e scandinavi e figli degli antichi mongoli dell’Altai; gente cresciuta sotto i pampini della vite e i rami dell’ulivo o indurita dai geli sempiterni del polo, figli di Odino e figli di Orazio; ma tutti erano stretti in quel momento intorno ad uno stesso focolare e un unico ambiente li ravvicinava e li riscaldava alla stessa fiamma di simpatia.

Offersi un’eccellente sigaretta a marca dorata ad Eva. La prese con diffidenza, guardando cogli occhi timidi la mamma.

— Le fanciulle non fumano fra noi.

Ed Eva voleva restituirmi la spagnoletta.

Non la volli accettare.

— Signora Margherita, oggi, oggi soltanto per amor nostro, lasci che Eva fumi una spagnoletta.

Chinando il capo, assentì.

Ed Eva, arrossendo di gioia e ringraziandomi soavemente con un sorriso degli occhi, accese lasigaretta e tirò su due o tre boccate di fumo, poi la passò alla mamma che finì di fumarla.

L’ingegnere Hauan versò del cognac ai nostri ospiti e Margherita, Eva e tutti quanti vuotarono i bicchierini d’un fiato, dopo aver tuffato in essi la punta dell’indice e aver segnata una croce sulla fronte....Perchè non faccia male, dicevano essi.

Offersi della cioccolata. Non l’avevano mai veduta. Margherita domandò se era sapone. Le dissi di assaggiarne e le diedi l’esempio. La trovò eccellente; la fece gustare ad Eva e poi la nascose sotto le coscie, dicendo di serbarla al marito. In quel luogo nascondeva ogni cosa, denaro, sigarette, coltelli. Era il santuario della casa. Era là vicino che aveva un suo banchetto di legno, chiuso a chiave, dove teneva i gioielli d’argento, la bibbia norvegiana, un evangelo in lingua lappone.

Comperai due corna stupende di renne per due corone (tre lire). Mi innamorai di unachatelainedi cuoio, che Margherita teneva al suo fianco e che da una bella stella di ottone lasciava cadere un sonaglio di piccoli strumenti domestici. La voleva ad ogni costo per il mio museo di Firenze.

— Quanto volete, Margherita, per questachatelaine?

— Non la posso vendere; mi accompagna dal mio matrimonio.

— Vi darò tanti quattrini che bastino per farvene fare una nuova e più bella.

— Non posso, me ne duole.

Offersi un magnifico coltello norvegiano con astuccio scolpito di legno.

Margherita lo trovò bellissimo, lo mostrò ad Eva; fanciulli e bambini se lo fecero passare, ammirandolo uno ad uno; ma il coltello non fu accettato.

Offersi quattro corone, poi sei, poi sette, otto e per otto corone lachatelainediventò mia.

Il buon ingegnere Hauan dovette però prenderne il disegno e promettere di farne fare un’altra eguale da un orefice di Eidet.

Margherita sapeva vendere, ma non era esosa. Le volli comperare una salciccia fatta di latte e sangue di renne, ma essa me la diede ridendo e dicendo in cattivo norvegiano:Ikke betale, questa non si paga.

Più curioso di tutti fu il cambio di una ciocca di capelli per una bella forbicina inglese, che aveva in tasca e che era piaciuta immensamente ad Eva.

— Dammi una ciocca di capelli ed io ti do la forbice.

— Impossibile, impossibile — e rideva come una pazza.

Io rimetteva in tasca la forbice, ma poco dopo mi era domandata di nuovo. E di nuovo la forbicina esciva dalla tasca e la bionda Eva la apriva, la chiudeva, ammirando il congegno con cui si piegava sopra se stessa, nascondendo le proprie punte. Ed io sperava di nuovo di avere i capelli e di metterli nel mio museo fiorentino.

Ad un tratto Eva si mette a ridere coll’aria di chi ha trovato qualche diavoleria, onde conciliare due opposte cose, e mi propone il cambio della forbicina inglese coi capelli di sua sorella.

Accetto, ed essa colla stessa mia forbice recide una ciocca di capelli alla sorellina, che avevan lo stesso colore dei suoi. Aveva vinto la partita! aveva la forbice e non aveva sagrificato un filo dei suoi bellissimi capelli.

Non volli darmi vinto del tutto alle furberie di una Eva lappone e le dissi, che per di più voleva un bacio da lei.

E la innocente fanciulla mi baciò sulla bocca, senza scrupoli come senza malizia. Ella era però troppo felice, perchè potesse contenere la sua gioia nell’angusto recinto di quella capanna e si offerse a chiamare le renne, perchè le potessimo vedere più da vicino. Imbottì le sue scarpe di renne con un fieno così verde, così profumato, così ben pettinato,ch’io le invidiai quella calzatura. E allora uscita fuori, si mise a correre sulle rupi molli di licheni, balzando di sasso in sasso, come camoscio petulante, coi capelli spettinati dal vento, e aguzzando lo sguardo sul lontano orizzonte per scoprire dove fossero le renne e per additarcele, ridendo e folleggiando. Quanto era bella quella sua innocenza selvaggia, quanto era cara quella giovinezza senza peccati; quella gioia senza rimpianti, quel sorriso di una vita felice, che rispondeva a un pallido raggio di sole, che, fra le nubi rotte dal vento, brillava in mezzo ad una pioggia fina fina di piccolissime perle d’argento.

Eva sapeva leggere, sapeva parlar norvegiano, sapeva munger le renne e guidarle, sapeva cucire e cucinare e vestire i fratellini. Era buona, intelligente e, al modo lappone, sapiente, e quel che è meglio, felice. Quante delle nostre signore non potrebbero invidiarla lassù nella sua capanna di Ojungstrakten!


Back to IndexNext