IL MONDO SOPRANNATURALE DEI LAPPONI — PROFILO DELLA LORO RELIGIOSITÀ — CONVERSIONE DEI LAPPONI AL CRISTIANESIMO E FERVORE APOSTOLICO DEI MISSIONARII NORVEGIANI — STREGHE, MAGHI E PREGIUDIZII — LA MITOLOGIA LAPPONE SECONDO GLI ULTIMI STUDII DI FRIIS.
IL MONDO SOPRANNATURALE DEI LAPPONI — PROFILO DELLA LORO RELIGIOSITÀ — CONVERSIONE DEI LAPPONI AL CRISTIANESIMO E FERVORE APOSTOLICO DEI MISSIONARII NORVEGIANI — STREGHE, MAGHI E PREGIUDIZII — LA MITOLOGIA LAPPONE SECONDO GLI ULTIMI STUDII DI FRIIS.
Il buon parroco norvegiano Knud Leem trova, che la prima virtù dei lapponi è quella di essere religiosi:Inter virtutes lapponum primas merito tenet veri Numinis cognitio. È naturale che quel bravo prete così timorato di Dio si entusiasmi per la calda religiosità dei suoi amici polari, benchè ne dia il merito principale aldivoFederigo IV, che si occupò con molto amore della loro conversione. Prima di questo reimmortale, dice egli, l’ignoranza religiosa dei lapponi era infinita e aggiunge come prova di questo, che uno di essi interrogato comeCristo fosse asceso al cielo, rispondeva:con due tavole di pietra!(confondendo l’ascensione del Cristo con Mosè e le sue tavole). Ecco le parole testuali di Knud:Exemplum dabo crassissimae ignorantiae, qua tunc temporis miserrima gens laboravit.
Noi, meno credenti di Knud, e più psicologi che teologi, troviamo strano come i lapponi abbandonassero senza alcuna lotta e quasi direi senza alcun rimpianto la loro poetica mitologia, che era stata per tanti secoli la religione dei loro padri e si facessero cristiani senza spargere una goccia di sangue nè una goccia di lagrime. Mutarono religione come avrebbero mutato il vestito e abbandonarono quasi senza rimpianto i loro dèi, i loro tamburi magici, le loro mosche magiche, tutto l’olimpo fantastico del loro cielo ideale per abbracciare una religione monoteista ed altissima, nata sotto il cielo azzurro della Palestina. Credo, dopo averli studiati, che domani si farebbero turchi coll’eguale facilità, e sarebbero i più fervidi musulmani del mondo. Egli è perchè sono docili, timidi e pieni di un nervosismo, che li trae facilmente ad aver paura della forza o delle cose invisibili. Le loro donne furono le ultime a conservare un culto per i loro idoli, ma oggi non rimane più dell’anticamitologia, che qualche pregiudizio e qualche rito appena disegnato nelle nebbie di una superstizione vaporosa e indistinta[33].
La prima missione cristiana fu fondata in Lapponia nel 1714 e il Knud, divenuto missionario egli stesso pochi anni dopo, trovava già profondamente cristiani i suoi neofiti. Alcuni sapevano a memoria 36 salmi. Un vecchio più che settuagenario, di nome Nikka Kokko-gedda, analfabeta, aveva imparato a memoria in brevissimo tempo le tre prime parti del catechismo. Chiamavano i loro parroci col nome dibuorre atzkie, buon padre. Quando appariva loro dinanzi un prete, si levavano immediatamente con molto rispetto, offrendogli ciò che avevano di meglio,ut lac rangiferinum congelatum, caseum, linguam et medullas ejusdem animalis; ringraziavanocon parole calde il sacerdote che aveva fatto la predica, dicendogli più e più volte:Kiitos ednak Ibmel sanest, molte grazie per il Verbo di Dio. Non bestemmiavano mai, in ciò superiori ai norvegiani (aggiunge il Knud) e moltissimi fra loro non prendevano cibo senza prima averlo benedetto colle paroleJesusatzh sioned(benedici, o Gesù).
Molta parte di merito nella conversione dei lapponi è da attribuirsi ai missionarii, i quali, animati da un santissimo fervore, si sacrificarono per la loro nobile intrapresa, che fu anche opera di moralità, dacchè è per essi che i lapponi lasciarono quasi affatto il vizio dell’ubriachezza, che fino allora era stata la prima loro gioia.
Knud descrive con vera esaltazione il piacere di convertire i lapponi al cristianesimo, mostrando nello stesso tempo, quali fossero i forti travagli della vita di un missionario in quelle regioni polari. Allo svegliarsi veder la brina del proprio fiato ghiacciato sulla pelliccia del letto, trovar ghiacciato l’inchiostro anche presso il fuoco, sentirsi ardere i piedi e gelar le spalle e veder disegnata colla brina la forma del proprio corpo sulle pareti delle capanne, perchè il corpo faceva da paravento per il calore del focolare: «Praeter omnem opinionemdeprehendi eam parietis partem, quae propter umbram corporis mei vim calefantis ignis admittere non poterat, pruinam induisse, meique quasi imaginem et simulacrum albo colore depictum, in pariete retulisse.
«Nec molle et plumosum cubile in hujusmodi hospitiis Missionario expectandum est, cui loco culcitae est hispidum corium rangiferinum, super nudam humum, vel saltem super corrasa lignorum sarmenta expansum, vestibus, quas cubitum iturus exuerat, loco pulvini suppositis. Ad requiem qualemcunque ita compositus, ipsam nivem capita fere attingit, exiguo unius duntaxat palum spatio ab ea remotus, cubat enim in pavimento, pedibus focum versus exporrectis, capite autem parieti proximo qui, quemadmodum supra observatum est, ima sui parte perpetuis nivibus, tanquam vallo cinctus est et circundatur.» (Pag. 535).
E dopo aver descritto il piacere di viaggiare nell’inverno in mezzo a turbini di neve che oscurano il cielo:
«Accidit praeterea, ut, saeviente frigore et multa nive cadente, genis proficiscentium glacies incumbat, quae laminae instar, postea avellitur et stiriaepalpebris adhaerescant, digitis similiter avellendae, quod incommodum admodum molestum est, iis praesertim, qui a teneris perferre non didicerunt. Incommodis hisce et periculis tandem superatis, pervenitur in tentorium, teterrimo fumo oppletum, quod sane haud leviorem viatori molestiam creat; et, ut reliqua incommoda taceam, hoc unum, memorasse sufficiat, efficere hunc fumum, ut facies hospitis, si per complures dies hic commoratus fuerit, variis tuberibus intumescat.
«Et, ut paucis multa complectar, tot Missionarium lapponicum circumveniunt et exercent incommoda, tot labores exantlandi, sive frigus spectes, quod suo tempore paene intolerabile est, sive hospitium in parvo et rimoso tentorio, sive denique alimenta consideres, qualia sunt lac rangiferinum congelatum, fontana, eaque interdum frigidissima et nive permixta etc. aliaque innumera, quibus recensendis vix sufficio, incommoda respicias, ut speciali Dei providentiae, eique soli tribuendum sit etc.»
Dice però che egli non vuole con queste tristi pitture sgomentare i missionarii, perchè l’idea di far del bene e di far entrare in cielo le anime dei lapponi basta a tutto.
«Enim vero qui gloriam Dei in tot animarum a tenebris ad lucem, a potestate Satanae ad Deum, conversione promovendam unica respicit, haec et alia, quae se circumvenire possunt incommoda, parum curat, sed puro et sinceri Christi oviumque pretiosissimo ipsius sanguine redempturum amore incensus quaevis molestias laetus adit, laetus sustinet et superat. Quae initio dura sunt, uti assueveris, sensim mollescunt, et profecto (absit omnis jactantia et vana coram Deo et hominibus gloriatio) confidenter ausim asserere, me omni illo tempore, qua pars aliqua missionis regiae in hisce oris eram, mea sorte adeo contentum fuisse ut numquam magis. Si causam quaeris, praeter multas alias et hanc accipe; esse lapponibus ingenia adeo docilia, mitia et tractabilia, ut, quod in commercio cum aliis hominibus, sua et aliorum opinione his multo politioribus, animum liberalem aequique amantem et justi, haud raro offendant, et ad iram ac indignationem irritant, inter lappones versanti non sint metuenda.»
Le streghe e i maghi furono gli ultimi a sparire dal mondo mitologico, e non oserei dire che neppure oggi sia del tutto scomparsa la magia in Lapponia;nè possiamo stupircene, quando ricordiamo la magia bianca dello spiritismo, che si esercita anche oggi sotto i nostri occhi da uomini serii e di buona fede.
Knud racconta molte confessioni di streghe, dalle quali apparisce come queste donne credessero esse stesse agli straordinarii poteri, dei quali eran dotate, sia per fare il bene che per fare il male. Alcune ad esempio credevano di essere state nell’inferno e di aver avuti continui rapporti col diavolo, altre confessavano di avere coi loro maleficii fatto naufragar navi o perir vacche e bambini. Il buon Knud è disposto a credere, che queste confessioni fossero il risultato di sogni o di accese fantasie, fors’anche estorte dalla paura o dalla tortura; ma non nega che anche l’arte magica possa essere della partita: «Artem tamen magicam olim fuisse exercitam, minime nego, cum diabolus in infidelibus efficax sit, et quis id, quod sacrae paginae luculentis dictis exemplisque testificantur negare sustineret?»
Prima di segnare a grandi tratti l’antica mitologia lapponica, raccogliamo le superstizioni e i riti, che regnavano ancora poco prima del Knud e che possono valere a disegnarci la particolare forma di religiosità che è propria dei lapponi.
Usavano una specie di sagrifizio in cui ardevano in unacymbulapezzetti di carne, di cacio, di burro e di viscere di renne.
Si credeva, che taluni uomini avessero il potere di lanciare da lungi piccole freccie avvelenate di piombo per vendicarsi dei proprii nemici. Queste freccie producevano malattie gravi o contagiose.
Si tenevano lontani i lupi, gridando o piuttosto urlando il cantojuvigen:
«Kumpi! don ednak vahag lekdakkam, ik shjat kalka dam paikest orrot, mutto dast erit daakkan maibme kietzhjai mannat, ja don kalkak dai patzhjatallat daiheke jetzhja lakai hawanet»
«Lupo, autore di molti mali, non rimaner più qui, vattene lungi di qui agli ultimi confini del mondo. Altrimenti o sarai trafitto dalle freccie o in qualunque altro modo perirai.»
I maghi, per scoprire il ladro, mettevano dell’alcool in unaobba, e dicevano di sapervi vedere il ritratto del colpevole. Che s’egli non avesse reso le cose rubate, perderebbe un occhio o un membro. A rendere più solenne questo esorcismo, il mago urlava durante la sua inchiesta; e il ladro lappone, assai più ingenuo dei nostri, si rivelava spesso e restituiva ciò che aveva involato.
Agli antichi lapponi era giorno sacro il giovedì; con minor frequenza anche il sabato e il venerdì. Nei giorni creduti sacri era proibito cacciare e pescare.
Rispetto alla menstruazione avevano usi molto simili a quelli degli antichi ebrei. Quando una donna aveva il flusso mensile, il marito non poteva dormire con lei e neppur toccarle gli abiti. Essa non poteva scavalcare colle gambe un fucile giacente sul suolo, nè montare sul tetto della capanna, nè munger le vacche, nè passare presso la spiaggia, dove si mettevano a seccare i pesci.
Non mangiavano mai carne di porco, credendo che quest’animale fosse il cavallo dei maghi.
Non andavano a cacciare o a pescare dove erano chiese.
Non nominavano mai o quasi mai l’orso col proprio nome diguouzhja, temendo di offenderlo e di irritarlo a maggiori stragi. Lo chiamavano invecevecchio dalla pelliccia, moedda-aigja. L’orso ucciso era condotto quasi in trionfo a casa, ma si costruiva una speciale capanna per riceverlo, dove doveva esser cotto e dove nessuno entrava prima di aver mutato gli abiti. Era mangiato quasi unicamente dagli uomini, e solo qualche pezzetto era portatoalle donne, badando che non fosse però degli arti posteriori. Questo scarso tributo non poteva esser portato loro attraverso la porta della capanna, ma sollevando in un angolo riposto un lembo della tenda. Le ossa dell’orso si seppellivano e per tre giorni uomini e donne vivevano isolati.
Quando si fondevano le palle per il fucile, si pronunziavano parole oscene.
Chi prendeva unoSturnus cinclus, lo conservava vivo o morto, come un talismano, che portava fortuna.
Era grande fortuna potersi mettere sotto un albero, dove cantava un cuculo e rimanervi prima che fosse volato via. Era pure di ottimo augurio il trovarne le uova.
Trovar pietre singolari per grandezza o per forma significava che qualcosa di strano doveva accadere.
Il tuono spaventava i maghi e li uccideva; donde il proverbio:Se non vi fosse il tuono, i maghi distruggerebbero il mondo. Si credeva che i maghi inorriditi dal tuono, corressero qua e là, finchè avessero trovato un albero in cui nascondersi e appena rifugiati colà, il fulmine incendiava la pianta maledetta.
Gli alberi fulminati avevano particolari virtù, ad esempio questa, che una scheggia del loro legno curava il mal di denti.
Appena una donna si sentiva incinta, cercava nel cielo una stella, che fosse vicina alla luna, e dalla maggiore o minore distanza dei due astri traeva augurio sulla fortuna della gravidanza e del parto.
Securi manubrium infigere in domo, ubi puerpera erat, nefas habebant.
Nel travaglio del parto bisognava badar bene che non vi fossero nodi nelle vesti della partoriente, perchè ognuno di essi rendeva più laborioso il parto. Gli abiti portati nel momento del travaglio non si potevano portar più per tutto il corso della vita.
Le donne non potevano mangiare la carne della testa del renne e gli ammalati non dovevano assaggiare la parte dello stesso animale, che corrispondeva a quella che in essi pativa.
Durante la malattia si facevano spesso doni votivi alla chiesa vicina. Morto il malato, si uccideva il renne, che serviva come animale da tiro al defunto, e mangiatene le carni, si seppellivano le ossa. Si abbatteva la parte della capanna, in cui si eradeposto il cadavere e spesso si abbandonava anche il luogo visitato dalla morte.
Per difendere il gregge dalle disgrazie si credeva utile sospendere al fienile una testa di pecora involta di fieno e di lana. Si credeva pure molto utile segnare una croce sui loro armenti[34].
Dopo aver segnato questi tratti sulla religiosità dei lapponi, daremo alcuni cenni della loro antica mitologia, desumendola dagli studii profondi di Friis.