D’un tratto le mie mani lo respinsero con violenza. Egli mi stringeva, mi brancicava.... Un ricordo mi balenò. Anche costui! E fra la nausea che mi chiudeva la gola scoppiai in un riso convulso.Si scostò, colpito da stupore. Io spalancai l’uscio e balzai nell’altra stanza.Dopo un poco udii chiudere cautamente il portone di strada. Ero di nuovo sola in casa, sola col bimbo. Il piccino respirava tranquillo, lieve. Non lo guardai, non lo toccai.... Oh mio solo, mio puro amore! Mi tolsi febbrilmente i vestiti, e soltanto quando fui sotto le coperte, tesi le braccia dalla sua parte, mordendo il guanciale, chiamando sommesso la morte....c09IX.Fino a quel giorno io m’ero creduta in possesso d’una salda morale, semplice ed evidente, colla quale sarei passata nella vita senza dubbî e senza prove. Se il perchè dell’esistenza mi sfuggiva, se intorno a me dalla fanciullezza in avanti avevo visto scemare via via i motivi di entusiasmo, di commozione, di orgoglio, se la mia individualità era da me stessa quasi ignorata e perennemente tradita, non m’era però mai venuta meno lafiducia nella volontà e m’eran riuscite sempre incomprensibili le disfatte provocate dal sentimento o dal senso, lo sfacelo d’un’anima. Il primo grande dolore che avevo provato mi era venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola. Ma avevo così anche voluto che la fatalità non fosse più forte di me, avevo mostrato un volto umano a quel fato.Avrei ora ammesso nella mia vita miseranda l’intervento ironico d’una forza estranea e sconosciuta? Mi sarei potuta credere suo ludibrio? Mi sarei detto ch’io non era che un essere ibrido, incerto, in balìa dell’ambiente, facile preda alle voglie infami che mi circondavano?L’invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella notte. Ma venne il sonno, e poi il risveglio: la necessità di prender in braccio il piccino, di preparargli la colazione, di provvedere all’andamento della casa ove la vita si svolgeva impassibile, ove il sole e l’aria marina entravano, ove libri e carte parlavano di lotte e di evoluzioni, ove si affacciava il ricordo de’ rari ma fulgidi istanti di sconfinata speranza per i miei sogni di donna e di madre.E i miei vent’anni insorsero.... Perchè non avrei potuto esser felice un istante, perchè non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava. Quell’uomo mi aveva soggiogata per tante settimane, aveva saputo imporsi al mio pensiero.... Perchè? Perchè ero sola, disamata, assetata ed anelante....Lui? Era proprio lui, quell’uomo miserevole che m’era apparso, la sera avanti, spoglio d’ogni poesia e d’ogni illusione, brutale e ridicolo? E un’ira folle mi prendeva contro me stessa, che cadeva subito per lasciar posto ad una vergogna profonda. Io avevo rinunciato a me stessa. Quel poco ch’ero divenuta, quella creatura umile ma splendente d’una pura maternità, io l’avevo buttata ai piedi d’un essere volgare, dallo stupido egoismo, che s’affrettava a gualcirmi come un’erba sulla strada! Ero dunque discesa così in basso? La mia smania di vivere m’aveva accecata. La vita che cercavo era l’errore, era l’abiezione.... Mi confrontai con mio marito: eravamo allo stesso livello, ed io più abietta di lui perchè lo sapevo.Alcuni giorni dopo, ero appena tornata col bimbo dal giardino di mio padre, una bracciata di fiori era sul tavolo; l’anima interrogava cupamente il vicino avvenire, senza ricever risposta; quando vidi entrare il dottore con uno strano viso, il dottore che in quell’ora doveva compiere il suo consueto giro professionale.Bastarono poche parole. Egli veniva dalla casa di quell’uomo, a cui la moglie, il mattino, aveva trovato in tasca una mia lettera. La sciagurata sospettava da qualche tempo. Ma la verità non l’aveva atterrata. Si sapeva poco lontana dalla morte e d’altronde non era quello il primo tradimento del marito, nè il primo giorno in cui ella aveva sentito d’odiarlo. Voleva vendicarsi prima di morire. Per questo aveva chiamato il dottore, sapendolo mio amico.Egli mi porgeva la lettera ch’era riuscito a farsi consegnare insieme alla promessa del silenzio. E dinanzi al mio volto che si decomponeva per l’insulto, per lo spasimo, il buon giovane non potè che chiamarmi per nome tremando....Ci stringemmo la mano, come trovando un reciproco conforto in quel patto di silenzio.Che cosa credeva? Potevo io spiegargli?Disse quel che gli pareva consigliabile per sfuggire una catastrofe. Dal canto suo avrebbe vigilato, nulla risparmiato.—Ma non lo riceverà più, mi promette?Non risposi. Si alzò; e allora soltanto, afferrandogli di nuovo la mano, si sciolse il nodo che avevo in gola; un singhiozzo mi troncò la voce mentre balbettavo che non sentivo di aver perduto la sua stima.—Lo credo—e mi guardò triste.Passarono due giorni, in cui continuai a persuader me stessa della mia umiliazione, mentre, al pensiero che mio marito avrebbepotuto apprendere e interpretare in modo brutale, ero assalita da una ribellione sorda e insieme dalla smania di confessare il mio fallito tentativo di vivere, affinchè mi conoscesse e mi allontanasse dalla sua casa come una donna che non era sua e che avrebbe potuto esser d’altri e che lo sarebbe forse un giorno. Nei sentimenti contrarî che mi combattevano, io sentivo naufragare la mia volontà, la mia persona, tutto quello che avevo creduto di essere e a cui rinunciavo desolatamente.Intanto quella donna non aveva saputo o voluto tacere; s’era sfogata con un’amica, e la notizia, ghiotta quanto incredibile, aveva serpeggiato sino a giungere all’orecchio di un caporione della fazione clericale, chiamato per nomignolo l’avvocatino.Il dottore alle prime voci venne di nuovo a trovarmi; mi disse che bisognava negare, negare: nessuno aveva prove: bisognava che tutto apparisse mera invenzione diffamatoria.Gli scoprivo una concitazione interna sempre maggiore. Vegliava su di me. Che cosa io spingeva? Non potevo, non volevo indagare, in quell’ora fosca.... Ma non riuscivo a scacciar il ricordo del sospetto balenatomi sui rapporti suoi con mia cognata. Anche lui era isolato in quell’ambiente ostile: anche lui aveva ceduto, si era umiliato di fronte a se stesso. Ora riconosceva forse in me un’altra vittima. E sentivo che il suo spirito m’era vicino come nessun altro mai, tenero e mesto.La sera egli tornò, chiese di parlare da solo con mio marito. Posi a letto il bambino, udendo come trasognata il bisbiglio delle loro voci nella stanza attigua. Indi fui chiamata; il dottore aveva raccontato che l’avvocatino si divertiva da qualche giorno a malignare sulle riunioni serali in casa dell’assessore nostro parente, e sulla recente festa da ballo: io e un’altra signora della comitiva eravamo sopratutto bersaglio di quelle chiacchiere infami: all’una si attribuivano parecchi amanti alla volta, a me uno solo, discretamente e ancor platonico, poichè si parlava di sole occhiate dalla finestra e di lettere....Il dottore era calmo, bonario come il solito, sollecito di rassicurarmi: aveva consigliato al marito dell’altra signora, ed ora al mio, che entrambi chiedessero conto al diffamatore delle sue parole: era l’unico mezzo per rintuzzare una buona volta l’audacia di quel mascalzone, mostrargli che non lo si temeva.Mio marito, pallido, si frenava. Rimasti soli, si limitò dapprima a rimproverarmi la mia leggerezza, la smania nuovissima venutami in quell’anno di frequentar gente, di mostrarmi elegante e brillante. Per esser tranquilli in paese non bisognava uscir dal proprio guscio!Ma il dubbio lavorava nel suo spirito, dava via via alle sue parole un tono più acre ed imperioso; egli era di coloro che la propria voce accende ed esalta fino al parossismo, nelle ore di tempesta. Io sapevo che nullapiù ormai l’avrebbe fermato sulla via delle inquisizioni; sentiva spuntare, annodarsi nel suo cervello i sospetti. Incapace di padroneggiarsi più oltre, esigeva che negassi quello di cui già mi insultava, e che protestassi insieme d’amar lui solo. La faccia convulsa e paonazza, gli occhi fuor della fronte, diventava spaventoso: ebbi l’improvvisa sensazione d’essere una piccola creatura indifesa sotto una potenza cieca e bestiale. Rimasi muta, rigida.Ad un tratto mi risolsi, investita dalla sua medesima esaltazione. A che mentire? Io avevo chiamato quell’uomo. L’aveva amato forse! L’avevo anche respinto, come respingevo lui, mio marito, e li odiavo entrambi.... Mi cacciasse! Mi uccidesse! Sentendo il suo orgoglio montare implacabile, tutto il mio essere si levava in un impeto.... Egli non interrogava, minacciava, accusava. Non mi credeva: mi ero data, lo confessassi....Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami, liquido e bollente come piombo fuso. Colla faccia sul pavimento, un’idea mi balenò. Mi avrebbe uccisa? Con una strana calma mi chiesi se l’anima mia sarebbe mai stata raggiunta in qualche parte dalle anime di mia madre e di mio figlio.Ed ho il confuso senso della disperata ira che mi assalse quando, dopo una notte inenarrabilein cui il mio viso ricevette a volta a volta sputi e baci, e il mio corpo divenne null’altro che un povero involucro inanimato, mi sentii proporre una simulazione di suicidio.... «Bisogna che io ti faccia morire di mia mano; ma non voglio andar in galera: devo far credere che ti sei data la morte da te stessa...»Ira silenziosa e vana, disperazione spasmodica, agonia atroce, ombre di follia.... Giorni, settimane. Tutto è avvolto di grigio; non distinguo più la successione delle sofferenze, dei deliri, delle soste di stupefazione. Mio padre, informato, era riuscito col dottore a persuadere l’uomo pazzo ed insieme vile a perdonarmi, a credere che tutto non era se non aberrazione momentanea. Mia cognata, mia suocera, avevan toccato il tasto dello scandalo: ogni cosa, piuttosto che la pubblicità di quell’onta! E, insieme, tutta questa gente mi circondava come in un sogno mostruoso: tutti mi credevano una bestia immonda, e tutti mi risparmiavano per viltà.Ogni notte di me si faceva strazio; ogni giorno eran scene di rimpianto, eran promesse di calma, di oblìo. Mettevo paura?E intanto la vita esterna doveva apparire immutata. Dovevo uscire a fianco di mio marito e talvolta fra noi era il bimbo; il dolce fiore sorrideva fra due che s’odiavano.La mia riputazione già era divenuta cosa pubblica che i due partiti dovevano difendereod offendere. I miei partigiani potevano sprezzarmi in segreto ma dovevano esaltarmi ad alta voce; quelli dell’avvocatino e dell’arciprete non mi conoscevano per nulla e dovevano proclamarmi disonesta. In questa odiosa disputa che contegno teneva colui che n’era causa? Sua moglie, aggravata dal male, era partita, condotta via dai suoi genitori. Ma erano state notate da più d’uno le passeggiate sotto le mie finestre. Non era egli capace di assumere la posa di colui che ha tutte le ragioni per difendere cavallerescamente una donna? Il dottore me lo lasciava temere.Un giorno le mie sorelle mi trassero a visitare mia madre. Quattro anni quasi erano scorsi dalla sua entrata nel tetro luogo. Ella non ci riconosceva più affatto, non aveva più ricordo, nessuna luce negli occhi; ripeteva un gesto infantile delle mani per tastare le stoffe, i nastri e le acconciature nostre; e un linguaggio a monosillabi in una gola affiochita era tutto ciò che distingueva le sue manifestazioni da quelle di un bimbo di un anno. Dall’ultima visita era impinguata ancora, e i tratti del viso minuti, delicatissimi, che sparivano fra le guance ed il mento, avevan di per se stessi un’espressione straziante, sembravan vivere, rammentare, chiederci conto della persona sottile e sensitiva che essi avevano illuminata, un tempo....Baciai le ciocche grige, e nel punto stesso una voce interna parve avvertirmi: «....Le tue labbra non toccheranno più questa fronte....»Più?... Lungo la strada del ritorno, in carrozza, come un’ossessione mi avvolse: quel mònito mi cantò nel cuore. Intorno, ogni cosa era fresca e verde; le sorelle scambiavano rade parole, e la vita pareva sorridesse loro con più soave inconsapevolezza dopo la visione formidabile.A casa, il bimbo mi attendeva. Egli aveva due anni, mi amava, oh! mi amava con tutta la forza del suo cuoricino; era intelligente, forte, bello, con la dolcezza di mia madre negli occhi. Che cosa mi raccontava della giornata trascorsa? Il suo babbo era cupo; lo lasciammo solo: io composi il corpicciuolo fra le lenzuola, rimasi colla mano sulla piccola tepida guancia fin che sentii il respiro del dormiente, tornai in sala da pranzo.Mio marito aveva incontrato quel giorno l’uomo che credeva mio amante, e gli era parso di scorgere ne’ suoi occhi un lampo di dileggio; quegli era tra due amici, certo suoi confidenti. Che ne pensavano, che sapevano? Parlassi, parlassi, per Iddio!Io restavo in attitudine prostrata, incapace di ogni moto. In verità quasi non udivo distintamente ciò che mi diceva. Sembrava che la mia vita mi sfilasse dinanzi, raccolta in pochi episodî, e ch’io la guardassi da un’altra sponda, con occhi nuovi. Era breve, e nonera bella. Che cosa avrebbe detto un giorno mio figlio conoscendola? Se egli quella sera stessa avesse potuto comprendere e parlare, mi avrebbe pregata certo di trarlo in braccio e di andar lontano con lui nella notte, ad affrontare la miseria, la fame, la morte....«Tu non parli, non parli! Che cosa mi nascondi, che cosa prepari per trascinarmi nel fango; di’, di’?...»E, ancora, mi trovai a terra, ancora sentii il piede colpirmi, due, tre volte, udii insulti osceni, e, dopo quelli, nuove minacce....Poi, mentre restavo distesa sul pavimento, trovando una sorta di refrigerio, come un letargo ad occhi sbarrati, colui uscì sbattendo l’uscio, con un’ultima bestemmia. Aveva svegliato il bimbo?No. Quando potei muovermi, mi trascinai accanto al lettino, al buio. «Figlio mio, figlio mio.... La tua mamma non ti vedrà più.... È necessario.... Non può vivere, è stanca, e non vuol farti soffrire.... Tu hai il suo sangue, ma sarai più forte, vincerai.... qualcuno ti dirà un giorno forse che tua madre ti ha amato, che non ha amato che te sulla terra, che non era cattiva, che ti aveva sognato buono e grande....»Tornai in sala. Nella credenza v’era una boccetta di laudano, quasi piena. La trangugiai per due terzi, fino a che l’amaro non mi chiuse la gola. Mi stesi sul divano. E rapidamente mi sentii invasa da un dormiveglia leggero, da un riposo di tutte le membra....Quando mio marito rientrò, non so se dopo un’ora o poco meno, il mio sopore dapprima gli parve simulato; e riprese, con minor violenza, ad insultarmi. La sua voce mi giungeva fiochissima. Dovette cadergli a un tratto lo sguardo sulla boccetta rimasta sul tavolo. Si chinò su me, comprese. Afferrò il vetro col resto del veleno e si precipitò in strada mentre io accoglievo vagamente il pensiero che ogni aiuto sarebbe stato vano.Due donne, ecco.... Mia suocera preparava il fuoco, l’acqua tiepida, e mia cognata m’indirizzava scongiuri.... indi lui che piangeva ai miei piedi. Io vedevo tutto come attraverso un velo, senza dolore: avevo quasi il dubbio d’esser già via, fuori, e di assistere con lo spirito alle ultime convulsioni della mia spoglia.La donna mi scosse, mi diede l’acqua, che non potei trangugiare. Aveva preparato un foglio di carta: «Scriverai almeno che sei stata tu, perchè questo povero cane non abbia anche da passare dei guai!»Chi sa se il sorriso di compatimento che sentii guizzarmi nell’anima mi si abbozzò sulle labbra aride? Mi si pose la penna fra le dita, ma non la tenevo. In quella entrò il dottore. Riuscii ancora a far cenno di no, mentre mi porgeva un bicchiere: mi lasciasse, mi lasciasse, almeno lui che sapeva!Ma la mano ferma ed inflessibile mi resse il capo, mi costrinse.
D’un tratto le mie mani lo respinsero con violenza. Egli mi stringeva, mi brancicava.... Un ricordo mi balenò. Anche costui! E fra la nausea che mi chiudeva la gola scoppiai in un riso convulso.Si scostò, colpito da stupore. Io spalancai l’uscio e balzai nell’altra stanza.Dopo un poco udii chiudere cautamente il portone di strada. Ero di nuovo sola in casa, sola col bimbo. Il piccino respirava tranquillo, lieve. Non lo guardai, non lo toccai.... Oh mio solo, mio puro amore! Mi tolsi febbrilmente i vestiti, e soltanto quando fui sotto le coperte, tesi le braccia dalla sua parte, mordendo il guanciale, chiamando sommesso la morte....c09IX.Fino a quel giorno io m’ero creduta in possesso d’una salda morale, semplice ed evidente, colla quale sarei passata nella vita senza dubbî e senza prove. Se il perchè dell’esistenza mi sfuggiva, se intorno a me dalla fanciullezza in avanti avevo visto scemare via via i motivi di entusiasmo, di commozione, di orgoglio, se la mia individualità era da me stessa quasi ignorata e perennemente tradita, non m’era però mai venuta meno lafiducia nella volontà e m’eran riuscite sempre incomprensibili le disfatte provocate dal sentimento o dal senso, lo sfacelo d’un’anima. Il primo grande dolore che avevo provato mi era venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola. Ma avevo così anche voluto che la fatalità non fosse più forte di me, avevo mostrato un volto umano a quel fato.Avrei ora ammesso nella mia vita miseranda l’intervento ironico d’una forza estranea e sconosciuta? Mi sarei potuta credere suo ludibrio? Mi sarei detto ch’io non era che un essere ibrido, incerto, in balìa dell’ambiente, facile preda alle voglie infami che mi circondavano?L’invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella notte. Ma venne il sonno, e poi il risveglio: la necessità di prender in braccio il piccino, di preparargli la colazione, di provvedere all’andamento della casa ove la vita si svolgeva impassibile, ove il sole e l’aria marina entravano, ove libri e carte parlavano di lotte e di evoluzioni, ove si affacciava il ricordo de’ rari ma fulgidi istanti di sconfinata speranza per i miei sogni di donna e di madre.E i miei vent’anni insorsero.... Perchè non avrei potuto esser felice un istante, perchè non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava. Quell’uomo mi aveva soggiogata per tante settimane, aveva saputo imporsi al mio pensiero.... Perchè? Perchè ero sola, disamata, assetata ed anelante....Lui? Era proprio lui, quell’uomo miserevole che m’era apparso, la sera avanti, spoglio d’ogni poesia e d’ogni illusione, brutale e ridicolo? E un’ira folle mi prendeva contro me stessa, che cadeva subito per lasciar posto ad una vergogna profonda. Io avevo rinunciato a me stessa. Quel poco ch’ero divenuta, quella creatura umile ma splendente d’una pura maternità, io l’avevo buttata ai piedi d’un essere volgare, dallo stupido egoismo, che s’affrettava a gualcirmi come un’erba sulla strada! Ero dunque discesa così in basso? La mia smania di vivere m’aveva accecata. La vita che cercavo era l’errore, era l’abiezione.... Mi confrontai con mio marito: eravamo allo stesso livello, ed io più abietta di lui perchè lo sapevo.Alcuni giorni dopo, ero appena tornata col bimbo dal giardino di mio padre, una bracciata di fiori era sul tavolo; l’anima interrogava cupamente il vicino avvenire, senza ricever risposta; quando vidi entrare il dottore con uno strano viso, il dottore che in quell’ora doveva compiere il suo consueto giro professionale.Bastarono poche parole. Egli veniva dalla casa di quell’uomo, a cui la moglie, il mattino, aveva trovato in tasca una mia lettera. La sciagurata sospettava da qualche tempo. Ma la verità non l’aveva atterrata. Si sapeva poco lontana dalla morte e d’altronde non era quello il primo tradimento del marito, nè il primo giorno in cui ella aveva sentito d’odiarlo. Voleva vendicarsi prima di morire. Per questo aveva chiamato il dottore, sapendolo mio amico.Egli mi porgeva la lettera ch’era riuscito a farsi consegnare insieme alla promessa del silenzio. E dinanzi al mio volto che si decomponeva per l’insulto, per lo spasimo, il buon giovane non potè che chiamarmi per nome tremando....Ci stringemmo la mano, come trovando un reciproco conforto in quel patto di silenzio.Che cosa credeva? Potevo io spiegargli?Disse quel che gli pareva consigliabile per sfuggire una catastrofe. Dal canto suo avrebbe vigilato, nulla risparmiato.—Ma non lo riceverà più, mi promette?Non risposi. Si alzò; e allora soltanto, afferrandogli di nuovo la mano, si sciolse il nodo che avevo in gola; un singhiozzo mi troncò la voce mentre balbettavo che non sentivo di aver perduto la sua stima.—Lo credo—e mi guardò triste.Passarono due giorni, in cui continuai a persuader me stessa della mia umiliazione, mentre, al pensiero che mio marito avrebbepotuto apprendere e interpretare in modo brutale, ero assalita da una ribellione sorda e insieme dalla smania di confessare il mio fallito tentativo di vivere, affinchè mi conoscesse e mi allontanasse dalla sua casa come una donna che non era sua e che avrebbe potuto esser d’altri e che lo sarebbe forse un giorno. Nei sentimenti contrarî che mi combattevano, io sentivo naufragare la mia volontà, la mia persona, tutto quello che avevo creduto di essere e a cui rinunciavo desolatamente.Intanto quella donna non aveva saputo o voluto tacere; s’era sfogata con un’amica, e la notizia, ghiotta quanto incredibile, aveva serpeggiato sino a giungere all’orecchio di un caporione della fazione clericale, chiamato per nomignolo l’avvocatino.Il dottore alle prime voci venne di nuovo a trovarmi; mi disse che bisognava negare, negare: nessuno aveva prove: bisognava che tutto apparisse mera invenzione diffamatoria.Gli scoprivo una concitazione interna sempre maggiore. Vegliava su di me. Che cosa io spingeva? Non potevo, non volevo indagare, in quell’ora fosca.... Ma non riuscivo a scacciar il ricordo del sospetto balenatomi sui rapporti suoi con mia cognata. Anche lui era isolato in quell’ambiente ostile: anche lui aveva ceduto, si era umiliato di fronte a se stesso. Ora riconosceva forse in me un’altra vittima. E sentivo che il suo spirito m’era vicino come nessun altro mai, tenero e mesto.La sera egli tornò, chiese di parlare da solo con mio marito. Posi a letto il bambino, udendo come trasognata il bisbiglio delle loro voci nella stanza attigua. Indi fui chiamata; il dottore aveva raccontato che l’avvocatino si divertiva da qualche giorno a malignare sulle riunioni serali in casa dell’assessore nostro parente, e sulla recente festa da ballo: io e un’altra signora della comitiva eravamo sopratutto bersaglio di quelle chiacchiere infami: all’una si attribuivano parecchi amanti alla volta, a me uno solo, discretamente e ancor platonico, poichè si parlava di sole occhiate dalla finestra e di lettere....Il dottore era calmo, bonario come il solito, sollecito di rassicurarmi: aveva consigliato al marito dell’altra signora, ed ora al mio, che entrambi chiedessero conto al diffamatore delle sue parole: era l’unico mezzo per rintuzzare una buona volta l’audacia di quel mascalzone, mostrargli che non lo si temeva.Mio marito, pallido, si frenava. Rimasti soli, si limitò dapprima a rimproverarmi la mia leggerezza, la smania nuovissima venutami in quell’anno di frequentar gente, di mostrarmi elegante e brillante. Per esser tranquilli in paese non bisognava uscir dal proprio guscio!Ma il dubbio lavorava nel suo spirito, dava via via alle sue parole un tono più acre ed imperioso; egli era di coloro che la propria voce accende ed esalta fino al parossismo, nelle ore di tempesta. Io sapevo che nullapiù ormai l’avrebbe fermato sulla via delle inquisizioni; sentiva spuntare, annodarsi nel suo cervello i sospetti. Incapace di padroneggiarsi più oltre, esigeva che negassi quello di cui già mi insultava, e che protestassi insieme d’amar lui solo. La faccia convulsa e paonazza, gli occhi fuor della fronte, diventava spaventoso: ebbi l’improvvisa sensazione d’essere una piccola creatura indifesa sotto una potenza cieca e bestiale. Rimasi muta, rigida.Ad un tratto mi risolsi, investita dalla sua medesima esaltazione. A che mentire? Io avevo chiamato quell’uomo. L’aveva amato forse! L’avevo anche respinto, come respingevo lui, mio marito, e li odiavo entrambi.... Mi cacciasse! Mi uccidesse! Sentendo il suo orgoglio montare implacabile, tutto il mio essere si levava in un impeto.... Egli non interrogava, minacciava, accusava. Non mi credeva: mi ero data, lo confessassi....Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami, liquido e bollente come piombo fuso. Colla faccia sul pavimento, un’idea mi balenò. Mi avrebbe uccisa? Con una strana calma mi chiesi se l’anima mia sarebbe mai stata raggiunta in qualche parte dalle anime di mia madre e di mio figlio.Ed ho il confuso senso della disperata ira che mi assalse quando, dopo una notte inenarrabilein cui il mio viso ricevette a volta a volta sputi e baci, e il mio corpo divenne null’altro che un povero involucro inanimato, mi sentii proporre una simulazione di suicidio.... «Bisogna che io ti faccia morire di mia mano; ma non voglio andar in galera: devo far credere che ti sei data la morte da te stessa...»Ira silenziosa e vana, disperazione spasmodica, agonia atroce, ombre di follia.... Giorni, settimane. Tutto è avvolto di grigio; non distinguo più la successione delle sofferenze, dei deliri, delle soste di stupefazione. Mio padre, informato, era riuscito col dottore a persuadere l’uomo pazzo ed insieme vile a perdonarmi, a credere che tutto non era se non aberrazione momentanea. Mia cognata, mia suocera, avevan toccato il tasto dello scandalo: ogni cosa, piuttosto che la pubblicità di quell’onta! E, insieme, tutta questa gente mi circondava come in un sogno mostruoso: tutti mi credevano una bestia immonda, e tutti mi risparmiavano per viltà.Ogni notte di me si faceva strazio; ogni giorno eran scene di rimpianto, eran promesse di calma, di oblìo. Mettevo paura?E intanto la vita esterna doveva apparire immutata. Dovevo uscire a fianco di mio marito e talvolta fra noi era il bimbo; il dolce fiore sorrideva fra due che s’odiavano.La mia riputazione già era divenuta cosa pubblica che i due partiti dovevano difendereod offendere. I miei partigiani potevano sprezzarmi in segreto ma dovevano esaltarmi ad alta voce; quelli dell’avvocatino e dell’arciprete non mi conoscevano per nulla e dovevano proclamarmi disonesta. In questa odiosa disputa che contegno teneva colui che n’era causa? Sua moglie, aggravata dal male, era partita, condotta via dai suoi genitori. Ma erano state notate da più d’uno le passeggiate sotto le mie finestre. Non era egli capace di assumere la posa di colui che ha tutte le ragioni per difendere cavallerescamente una donna? Il dottore me lo lasciava temere.Un giorno le mie sorelle mi trassero a visitare mia madre. Quattro anni quasi erano scorsi dalla sua entrata nel tetro luogo. Ella non ci riconosceva più affatto, non aveva più ricordo, nessuna luce negli occhi; ripeteva un gesto infantile delle mani per tastare le stoffe, i nastri e le acconciature nostre; e un linguaggio a monosillabi in una gola affiochita era tutto ciò che distingueva le sue manifestazioni da quelle di un bimbo di un anno. Dall’ultima visita era impinguata ancora, e i tratti del viso minuti, delicatissimi, che sparivano fra le guance ed il mento, avevan di per se stessi un’espressione straziante, sembravan vivere, rammentare, chiederci conto della persona sottile e sensitiva che essi avevano illuminata, un tempo....Baciai le ciocche grige, e nel punto stesso una voce interna parve avvertirmi: «....Le tue labbra non toccheranno più questa fronte....»Più?... Lungo la strada del ritorno, in carrozza, come un’ossessione mi avvolse: quel mònito mi cantò nel cuore. Intorno, ogni cosa era fresca e verde; le sorelle scambiavano rade parole, e la vita pareva sorridesse loro con più soave inconsapevolezza dopo la visione formidabile.A casa, il bimbo mi attendeva. Egli aveva due anni, mi amava, oh! mi amava con tutta la forza del suo cuoricino; era intelligente, forte, bello, con la dolcezza di mia madre negli occhi. Che cosa mi raccontava della giornata trascorsa? Il suo babbo era cupo; lo lasciammo solo: io composi il corpicciuolo fra le lenzuola, rimasi colla mano sulla piccola tepida guancia fin che sentii il respiro del dormiente, tornai in sala da pranzo.Mio marito aveva incontrato quel giorno l’uomo che credeva mio amante, e gli era parso di scorgere ne’ suoi occhi un lampo di dileggio; quegli era tra due amici, certo suoi confidenti. Che ne pensavano, che sapevano? Parlassi, parlassi, per Iddio!Io restavo in attitudine prostrata, incapace di ogni moto. In verità quasi non udivo distintamente ciò che mi diceva. Sembrava che la mia vita mi sfilasse dinanzi, raccolta in pochi episodî, e ch’io la guardassi da un’altra sponda, con occhi nuovi. Era breve, e nonera bella. Che cosa avrebbe detto un giorno mio figlio conoscendola? Se egli quella sera stessa avesse potuto comprendere e parlare, mi avrebbe pregata certo di trarlo in braccio e di andar lontano con lui nella notte, ad affrontare la miseria, la fame, la morte....«Tu non parli, non parli! Che cosa mi nascondi, che cosa prepari per trascinarmi nel fango; di’, di’?...»E, ancora, mi trovai a terra, ancora sentii il piede colpirmi, due, tre volte, udii insulti osceni, e, dopo quelli, nuove minacce....Poi, mentre restavo distesa sul pavimento, trovando una sorta di refrigerio, come un letargo ad occhi sbarrati, colui uscì sbattendo l’uscio, con un’ultima bestemmia. Aveva svegliato il bimbo?No. Quando potei muovermi, mi trascinai accanto al lettino, al buio. «Figlio mio, figlio mio.... La tua mamma non ti vedrà più.... È necessario.... Non può vivere, è stanca, e non vuol farti soffrire.... Tu hai il suo sangue, ma sarai più forte, vincerai.... qualcuno ti dirà un giorno forse che tua madre ti ha amato, che non ha amato che te sulla terra, che non era cattiva, che ti aveva sognato buono e grande....»Tornai in sala. Nella credenza v’era una boccetta di laudano, quasi piena. La trangugiai per due terzi, fino a che l’amaro non mi chiuse la gola. Mi stesi sul divano. E rapidamente mi sentii invasa da un dormiveglia leggero, da un riposo di tutte le membra....Quando mio marito rientrò, non so se dopo un’ora o poco meno, il mio sopore dapprima gli parve simulato; e riprese, con minor violenza, ad insultarmi. La sua voce mi giungeva fiochissima. Dovette cadergli a un tratto lo sguardo sulla boccetta rimasta sul tavolo. Si chinò su me, comprese. Afferrò il vetro col resto del veleno e si precipitò in strada mentre io accoglievo vagamente il pensiero che ogni aiuto sarebbe stato vano.Due donne, ecco.... Mia suocera preparava il fuoco, l’acqua tiepida, e mia cognata m’indirizzava scongiuri.... indi lui che piangeva ai miei piedi. Io vedevo tutto come attraverso un velo, senza dolore: avevo quasi il dubbio d’esser già via, fuori, e di assistere con lo spirito alle ultime convulsioni della mia spoglia.La donna mi scosse, mi diede l’acqua, che non potei trangugiare. Aveva preparato un foglio di carta: «Scriverai almeno che sei stata tu, perchè questo povero cane non abbia anche da passare dei guai!»Chi sa se il sorriso di compatimento che sentii guizzarmi nell’anima mi si abbozzò sulle labbra aride? Mi si pose la penna fra le dita, ma non la tenevo. In quella entrò il dottore. Riuscii ancora a far cenno di no, mentre mi porgeva un bicchiere: mi lasciasse, mi lasciasse, almeno lui che sapeva!Ma la mano ferma ed inflessibile mi resse il capo, mi costrinse.
D’un tratto le mie mani lo respinsero con violenza. Egli mi stringeva, mi brancicava.... Un ricordo mi balenò. Anche costui! E fra la nausea che mi chiudeva la gola scoppiai in un riso convulso.
Si scostò, colpito da stupore. Io spalancai l’uscio e balzai nell’altra stanza.
Dopo un poco udii chiudere cautamente il portone di strada. Ero di nuovo sola in casa, sola col bimbo. Il piccino respirava tranquillo, lieve. Non lo guardai, non lo toccai.... Oh mio solo, mio puro amore! Mi tolsi febbrilmente i vestiti, e soltanto quando fui sotto le coperte, tesi le braccia dalla sua parte, mordendo il guanciale, chiamando sommesso la morte....
c09
Fino a quel giorno io m’ero creduta in possesso d’una salda morale, semplice ed evidente, colla quale sarei passata nella vita senza dubbî e senza prove. Se il perchè dell’esistenza mi sfuggiva, se intorno a me dalla fanciullezza in avanti avevo visto scemare via via i motivi di entusiasmo, di commozione, di orgoglio, se la mia individualità era da me stessa quasi ignorata e perennemente tradita, non m’era però mai venuta meno lafiducia nella volontà e m’eran riuscite sempre incomprensibili le disfatte provocate dal sentimento o dal senso, lo sfacelo d’un’anima. Il primo grande dolore che avevo provato mi era venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola. Ma avevo così anche voluto che la fatalità non fosse più forte di me, avevo mostrato un volto umano a quel fato.
Avrei ora ammesso nella mia vita miseranda l’intervento ironico d’una forza estranea e sconosciuta? Mi sarei potuta credere suo ludibrio? Mi sarei detto ch’io non era che un essere ibrido, incerto, in balìa dell’ambiente, facile preda alle voglie infami che mi circondavano?
L’invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella notte. Ma venne il sonno, e poi il risveglio: la necessità di prender in braccio il piccino, di preparargli la colazione, di provvedere all’andamento della casa ove la vita si svolgeva impassibile, ove il sole e l’aria marina entravano, ove libri e carte parlavano di lotte e di evoluzioni, ove si affacciava il ricordo de’ rari ma fulgidi istanti di sconfinata speranza per i miei sogni di donna e di madre.
E i miei vent’anni insorsero.... Perchè non avrei potuto esser felice un istante, perchè non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava. Quell’uomo mi aveva soggiogata per tante settimane, aveva saputo imporsi al mio pensiero.... Perchè? Perchè ero sola, disamata, assetata ed anelante....
Lui? Era proprio lui, quell’uomo miserevole che m’era apparso, la sera avanti, spoglio d’ogni poesia e d’ogni illusione, brutale e ridicolo? E un’ira folle mi prendeva contro me stessa, che cadeva subito per lasciar posto ad una vergogna profonda. Io avevo rinunciato a me stessa. Quel poco ch’ero divenuta, quella creatura umile ma splendente d’una pura maternità, io l’avevo buttata ai piedi d’un essere volgare, dallo stupido egoismo, che s’affrettava a gualcirmi come un’erba sulla strada! Ero dunque discesa così in basso? La mia smania di vivere m’aveva accecata. La vita che cercavo era l’errore, era l’abiezione.... Mi confrontai con mio marito: eravamo allo stesso livello, ed io più abietta di lui perchè lo sapevo.
Alcuni giorni dopo, ero appena tornata col bimbo dal giardino di mio padre, una bracciata di fiori era sul tavolo; l’anima interrogava cupamente il vicino avvenire, senza ricever risposta; quando vidi entrare il dottore con uno strano viso, il dottore che in quell’ora doveva compiere il suo consueto giro professionale.
Bastarono poche parole. Egli veniva dalla casa di quell’uomo, a cui la moglie, il mattino, aveva trovato in tasca una mia lettera. La sciagurata sospettava da qualche tempo. Ma la verità non l’aveva atterrata. Si sapeva poco lontana dalla morte e d’altronde non era quello il primo tradimento del marito, nè il primo giorno in cui ella aveva sentito d’odiarlo. Voleva vendicarsi prima di morire. Per questo aveva chiamato il dottore, sapendolo mio amico.
Egli mi porgeva la lettera ch’era riuscito a farsi consegnare insieme alla promessa del silenzio. E dinanzi al mio volto che si decomponeva per l’insulto, per lo spasimo, il buon giovane non potè che chiamarmi per nome tremando....
Ci stringemmo la mano, come trovando un reciproco conforto in quel patto di silenzio.
Che cosa credeva? Potevo io spiegargli?
Disse quel che gli pareva consigliabile per sfuggire una catastrofe. Dal canto suo avrebbe vigilato, nulla risparmiato.
—Ma non lo riceverà più, mi promette?
Non risposi. Si alzò; e allora soltanto, afferrandogli di nuovo la mano, si sciolse il nodo che avevo in gola; un singhiozzo mi troncò la voce mentre balbettavo che non sentivo di aver perduto la sua stima.
—Lo credo—e mi guardò triste.
Passarono due giorni, in cui continuai a persuader me stessa della mia umiliazione, mentre, al pensiero che mio marito avrebbepotuto apprendere e interpretare in modo brutale, ero assalita da una ribellione sorda e insieme dalla smania di confessare il mio fallito tentativo di vivere, affinchè mi conoscesse e mi allontanasse dalla sua casa come una donna che non era sua e che avrebbe potuto esser d’altri e che lo sarebbe forse un giorno. Nei sentimenti contrarî che mi combattevano, io sentivo naufragare la mia volontà, la mia persona, tutto quello che avevo creduto di essere e a cui rinunciavo desolatamente.
Intanto quella donna non aveva saputo o voluto tacere; s’era sfogata con un’amica, e la notizia, ghiotta quanto incredibile, aveva serpeggiato sino a giungere all’orecchio di un caporione della fazione clericale, chiamato per nomignolo l’avvocatino.
Il dottore alle prime voci venne di nuovo a trovarmi; mi disse che bisognava negare, negare: nessuno aveva prove: bisognava che tutto apparisse mera invenzione diffamatoria.
Gli scoprivo una concitazione interna sempre maggiore. Vegliava su di me. Che cosa io spingeva? Non potevo, non volevo indagare, in quell’ora fosca.... Ma non riuscivo a scacciar il ricordo del sospetto balenatomi sui rapporti suoi con mia cognata. Anche lui era isolato in quell’ambiente ostile: anche lui aveva ceduto, si era umiliato di fronte a se stesso. Ora riconosceva forse in me un’altra vittima. E sentivo che il suo spirito m’era vicino come nessun altro mai, tenero e mesto.
La sera egli tornò, chiese di parlare da solo con mio marito. Posi a letto il bambino, udendo come trasognata il bisbiglio delle loro voci nella stanza attigua. Indi fui chiamata; il dottore aveva raccontato che l’avvocatino si divertiva da qualche giorno a malignare sulle riunioni serali in casa dell’assessore nostro parente, e sulla recente festa da ballo: io e un’altra signora della comitiva eravamo sopratutto bersaglio di quelle chiacchiere infami: all’una si attribuivano parecchi amanti alla volta, a me uno solo, discretamente e ancor platonico, poichè si parlava di sole occhiate dalla finestra e di lettere....
Il dottore era calmo, bonario come il solito, sollecito di rassicurarmi: aveva consigliato al marito dell’altra signora, ed ora al mio, che entrambi chiedessero conto al diffamatore delle sue parole: era l’unico mezzo per rintuzzare una buona volta l’audacia di quel mascalzone, mostrargli che non lo si temeva.
Mio marito, pallido, si frenava. Rimasti soli, si limitò dapprima a rimproverarmi la mia leggerezza, la smania nuovissima venutami in quell’anno di frequentar gente, di mostrarmi elegante e brillante. Per esser tranquilli in paese non bisognava uscir dal proprio guscio!
Ma il dubbio lavorava nel suo spirito, dava via via alle sue parole un tono più acre ed imperioso; egli era di coloro che la propria voce accende ed esalta fino al parossismo, nelle ore di tempesta. Io sapevo che nullapiù ormai l’avrebbe fermato sulla via delle inquisizioni; sentiva spuntare, annodarsi nel suo cervello i sospetti. Incapace di padroneggiarsi più oltre, esigeva che negassi quello di cui già mi insultava, e che protestassi insieme d’amar lui solo. La faccia convulsa e paonazza, gli occhi fuor della fronte, diventava spaventoso: ebbi l’improvvisa sensazione d’essere una piccola creatura indifesa sotto una potenza cieca e bestiale. Rimasi muta, rigida.
Ad un tratto mi risolsi, investita dalla sua medesima esaltazione. A che mentire? Io avevo chiamato quell’uomo. L’aveva amato forse! L’avevo anche respinto, come respingevo lui, mio marito, e li odiavo entrambi.... Mi cacciasse! Mi uccidesse! Sentendo il suo orgoglio montare implacabile, tutto il mio essere si levava in un impeto.... Egli non interrogava, minacciava, accusava. Non mi credeva: mi ero data, lo confessassi....
Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami, liquido e bollente come piombo fuso. Colla faccia sul pavimento, un’idea mi balenò. Mi avrebbe uccisa? Con una strana calma mi chiesi se l’anima mia sarebbe mai stata raggiunta in qualche parte dalle anime di mia madre e di mio figlio.
Ed ho il confuso senso della disperata ira che mi assalse quando, dopo una notte inenarrabilein cui il mio viso ricevette a volta a volta sputi e baci, e il mio corpo divenne null’altro che un povero involucro inanimato, mi sentii proporre una simulazione di suicidio.... «Bisogna che io ti faccia morire di mia mano; ma non voglio andar in galera: devo far credere che ti sei data la morte da te stessa...»
Ira silenziosa e vana, disperazione spasmodica, agonia atroce, ombre di follia.... Giorni, settimane. Tutto è avvolto di grigio; non distinguo più la successione delle sofferenze, dei deliri, delle soste di stupefazione. Mio padre, informato, era riuscito col dottore a persuadere l’uomo pazzo ed insieme vile a perdonarmi, a credere che tutto non era se non aberrazione momentanea. Mia cognata, mia suocera, avevan toccato il tasto dello scandalo: ogni cosa, piuttosto che la pubblicità di quell’onta! E, insieme, tutta questa gente mi circondava come in un sogno mostruoso: tutti mi credevano una bestia immonda, e tutti mi risparmiavano per viltà.
Ogni notte di me si faceva strazio; ogni giorno eran scene di rimpianto, eran promesse di calma, di oblìo. Mettevo paura?
E intanto la vita esterna doveva apparire immutata. Dovevo uscire a fianco di mio marito e talvolta fra noi era il bimbo; il dolce fiore sorrideva fra due che s’odiavano.
La mia riputazione già era divenuta cosa pubblica che i due partiti dovevano difendereod offendere. I miei partigiani potevano sprezzarmi in segreto ma dovevano esaltarmi ad alta voce; quelli dell’avvocatino e dell’arciprete non mi conoscevano per nulla e dovevano proclamarmi disonesta. In questa odiosa disputa che contegno teneva colui che n’era causa? Sua moglie, aggravata dal male, era partita, condotta via dai suoi genitori. Ma erano state notate da più d’uno le passeggiate sotto le mie finestre. Non era egli capace di assumere la posa di colui che ha tutte le ragioni per difendere cavallerescamente una donna? Il dottore me lo lasciava temere.
Un giorno le mie sorelle mi trassero a visitare mia madre. Quattro anni quasi erano scorsi dalla sua entrata nel tetro luogo. Ella non ci riconosceva più affatto, non aveva più ricordo, nessuna luce negli occhi; ripeteva un gesto infantile delle mani per tastare le stoffe, i nastri e le acconciature nostre; e un linguaggio a monosillabi in una gola affiochita era tutto ciò che distingueva le sue manifestazioni da quelle di un bimbo di un anno. Dall’ultima visita era impinguata ancora, e i tratti del viso minuti, delicatissimi, che sparivano fra le guance ed il mento, avevan di per se stessi un’espressione straziante, sembravan vivere, rammentare, chiederci conto della persona sottile e sensitiva che essi avevano illuminata, un tempo....
Baciai le ciocche grige, e nel punto stesso una voce interna parve avvertirmi: «....Le tue labbra non toccheranno più questa fronte....»
Più?... Lungo la strada del ritorno, in carrozza, come un’ossessione mi avvolse: quel mònito mi cantò nel cuore. Intorno, ogni cosa era fresca e verde; le sorelle scambiavano rade parole, e la vita pareva sorridesse loro con più soave inconsapevolezza dopo la visione formidabile.
A casa, il bimbo mi attendeva. Egli aveva due anni, mi amava, oh! mi amava con tutta la forza del suo cuoricino; era intelligente, forte, bello, con la dolcezza di mia madre negli occhi. Che cosa mi raccontava della giornata trascorsa? Il suo babbo era cupo; lo lasciammo solo: io composi il corpicciuolo fra le lenzuola, rimasi colla mano sulla piccola tepida guancia fin che sentii il respiro del dormiente, tornai in sala da pranzo.
Mio marito aveva incontrato quel giorno l’uomo che credeva mio amante, e gli era parso di scorgere ne’ suoi occhi un lampo di dileggio; quegli era tra due amici, certo suoi confidenti. Che ne pensavano, che sapevano? Parlassi, parlassi, per Iddio!
Io restavo in attitudine prostrata, incapace di ogni moto. In verità quasi non udivo distintamente ciò che mi diceva. Sembrava che la mia vita mi sfilasse dinanzi, raccolta in pochi episodî, e ch’io la guardassi da un’altra sponda, con occhi nuovi. Era breve, e nonera bella. Che cosa avrebbe detto un giorno mio figlio conoscendola? Se egli quella sera stessa avesse potuto comprendere e parlare, mi avrebbe pregata certo di trarlo in braccio e di andar lontano con lui nella notte, ad affrontare la miseria, la fame, la morte....
«Tu non parli, non parli! Che cosa mi nascondi, che cosa prepari per trascinarmi nel fango; di’, di’?...»
E, ancora, mi trovai a terra, ancora sentii il piede colpirmi, due, tre volte, udii insulti osceni, e, dopo quelli, nuove minacce....
Poi, mentre restavo distesa sul pavimento, trovando una sorta di refrigerio, come un letargo ad occhi sbarrati, colui uscì sbattendo l’uscio, con un’ultima bestemmia. Aveva svegliato il bimbo?
No. Quando potei muovermi, mi trascinai accanto al lettino, al buio. «Figlio mio, figlio mio.... La tua mamma non ti vedrà più.... È necessario.... Non può vivere, è stanca, e non vuol farti soffrire.... Tu hai il suo sangue, ma sarai più forte, vincerai.... qualcuno ti dirà un giorno forse che tua madre ti ha amato, che non ha amato che te sulla terra, che non era cattiva, che ti aveva sognato buono e grande....»
Tornai in sala. Nella credenza v’era una boccetta di laudano, quasi piena. La trangugiai per due terzi, fino a che l’amaro non mi chiuse la gola. Mi stesi sul divano. E rapidamente mi sentii invasa da un dormiveglia leggero, da un riposo di tutte le membra....
Quando mio marito rientrò, non so se dopo un’ora o poco meno, il mio sopore dapprima gli parve simulato; e riprese, con minor violenza, ad insultarmi. La sua voce mi giungeva fiochissima. Dovette cadergli a un tratto lo sguardo sulla boccetta rimasta sul tavolo. Si chinò su me, comprese. Afferrò il vetro col resto del veleno e si precipitò in strada mentre io accoglievo vagamente il pensiero che ogni aiuto sarebbe stato vano.
Due donne, ecco.... Mia suocera preparava il fuoco, l’acqua tiepida, e mia cognata m’indirizzava scongiuri.... indi lui che piangeva ai miei piedi. Io vedevo tutto come attraverso un velo, senza dolore: avevo quasi il dubbio d’esser già via, fuori, e di assistere con lo spirito alle ultime convulsioni della mia spoglia.
La donna mi scosse, mi diede l’acqua, che non potei trangugiare. Aveva preparato un foglio di carta: «Scriverai almeno che sei stata tu, perchè questo povero cane non abbia anche da passare dei guai!»
Chi sa se il sorriso di compatimento che sentii guizzarmi nell’anima mi si abbozzò sulle labbra aride? Mi si pose la penna fra le dita, ma non la tenevo. In quella entrò il dottore. Riuscii ancora a far cenno di no, mentre mi porgeva un bicchiere: mi lasciasse, mi lasciasse, almeno lui che sapeva!
Ma la mano ferma ed inflessibile mi resse il capo, mi costrinse.