PARTE TERZA.

c20PARTE TERZA.XX.Per la prima volta sentivo intera la mia indipendenza morale, mentre a Roma avevo sempre conservato, in fondo, qualche scrupolo nell’affermarmi libera, sciolta d’ogni obbligo verso colui al quale la legge mi legava: temevo, allora, che qualche altro sentimento vi contribuisse. Ora mi sentivo completamente calma. La mattina del mio arrivo osservai che mio marito aveva avuto certe piccole attenzioni nell’allestimento del nostro provvisorio alloggio. Sulla scrivania erano riviste e libri nuovi; un sorriso quasi timido pareva esprimere il desiderio di riconquistarmi. Era in lui un miscuglio di sentimenti oscuri: una sorta di dispetto per avermi lasciato trapelare la sua debolezza verso la mia amica, dandomi così motivo di riaffermare la libertà del cuore, e insieme il desiderio sollecito di dimenticare tutto nel mio tranquillo possesso. Impacciato, inabile, non aveva la forza di attendere l’opera del tempo. E subito sentii il peso dei suoi buoni propositi quanto quello della primitiva tirannia.Ma i doveri del suo impiego mi salvavano in parte, preoccupandolo e affaticandolo. Decisi di mostrarmi del tutto estranea al suo campo di lavoro. Il primo sguardo da vicino m’aveva confermato ciò che avevo supposto da lontano: mio marito era più rozzo nella prepotenza che mio padre, suscitava intorno a sè un’antipatia tanto più malevola in quanto, per la sua origine, egli non incuteva agli operai l’istintivo timore che nutrivano verso il signore forestiero. Il ridicolo è il maggior dissolvente d’ogni spirito di obbedienza, e io lo vedevo luccicare negli occhi di quei ragazzi dal viso risoluto quando li incontravo nei pressi della loro Lega di resistenza.Una cosa mi feriva sordamente; ch’io venissi coinvolta nelle ostilità. E non potevo pensare a rimediarvi. Lavorare, lì.... creare qualche scuola, qualche insegnamento per le madri che lasciavano morire due terzi dei loro bambini, diffondere libri.... Ahimè! Non avrei avuto l’energia di imporre la cosa a mio marito, e nessuno, nessuno poteva e voleva aiutarmi.Il matrimonio di mia sorella segnò la prima crisi di dolore nella nuova fase della mia esistenza. Negli ultimi mesi, non so perchè, avevo accarezzata l’idea d’una possibile rottura tra lei e il fidanzato. Diffidenza contro l’amore, gelosia dell’altrui felicità? Temevo che in lei, come già in me, fosse un’illusione, un’autosuggestione? Poi, nelle settimane precedenti lo sposalizio, avevo visto la fanciulla felice,avida di accogliere il destino foggiatosi colle proprie piani. La trovavo intenta ad ultimare il suo corredo, aiutata dalla sorella minore che appariva altrettanto lieta. E pensavo a nostra madre: così era stata forse anche lei? Anch’ella s’era così abbandonata fiduciosamente alla lusinga dell’amore perenne?Andò in municipio una sera, tardi, accompagnata solo dal fratello, poi che lo sposo aveva evitato la compagnia di mio marito e per conseguenza la mia. Il babbo, ch’era stato saldo nel non voler dare il suo consenso e aveva negato anche il più piccolo assegno dotale, vedendo partire quella che aveva per tanti anni surrogata la madre nella casa, la bella bimba tenace e poco espansiva che serbava alcuni tratti del suo carattere, si lasciò sfuggire una lacrima. Io, a letto, al buio, piangevo pure, nell’istessa ora, su quell’atto irrevocabile che si compieva, sulla catena di errori che si svolgeva fatale senza che gli esempî atroci servissero.... Credevo di piangere su questo: ma nel profondo dell’anima doveva essere invece il lamento desolato della mia solitudine, del mio destino che mi teneva lontana da quella piccola sorella nell’ora della massima sua gioia, che mi dichiarava impotente a partecipare a tal festa, che mi radiava dal novero delle creature fidenti, volenti, amanti....Qualcosa in me veramente si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una commozionesorda, senza cagione fissa mi teneva di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di colori, di suoni; un languore per cui il mio essere veniva a momenti rapito nel sogno di estasi ignote.... Quando mi scotevo, non riuscivo subito a riguardar intera la realtà. Mi stringevo al petto con frenesia il bambino, il quale non mostrava sorpresa, e mi si abbandonava con tutto lo slancio del suo cuore desioso di vedermi sorridere. Allentando l’abbraccio, scorgevo nei dolci occhioni fissi su me l’interrogazione ansiosa.... Perchè comunicavo così alla piccola creatura il mio male, chiedendole ciò che essa non poteva darmi? Perchè domandavo follemente a lui tutto l’amore che mancava alla mia vita? Mia madre, le sorelle, altre ombre d’uomini e di donne m’eran passate accanto ed erano andate oltre, senza conoscermi, senza destare in me ciò che di profondo e di più vero contenevo. Nessuno mi aveva dato nulla per accrescere la mia sostanza: nessuno aveva pianto per me, su di me; e, dal mio canto, io non avevo fatto nulla per nessuno, non avevo portato un sorriso, non avevo aiutata una vittoria, non avevo asciugata una lagrima.....E talora mi sembrava che tutti i tesori non effusi dalla mia anima premessero su di essa, la soffocassero.... Ah, come sentiva di possederle ancora, tutte queste forze intatte, e come tremavo che il grido insorgente dellamia natura esasperata salisse, e riempisse di sè il silenzio ignaro dei giorni e delle notti! Poichè la rivolta non era possibile, perchè lamentarmi? Perchè nella dolce primavera, accanto all’umano flore della mia vita, all’unico bene mio, fra il verde canoro del grande giardino, io cedevo ad inviti nostalgici, rievocavo i visi perduti, ne disegnavo altri mai visti, dando loro voci frementi e fraterne che mi facevano sobbalzare il cuore? Perchè, alla sera, attendendo d’esser raggiunta da mio marito nel letto che tante miserie ricordava, e allontanandone col pensiero il giungere, sentivo nel mio sangue penetrare la persuasione d’un diritto mai soddisfatto, e con essa un impeto formidabile di conquista, lo spasimo di raggiungere, di conoscere quella gioia dei sensi che fa nobile e bella la materia umana; quella fusione di due corpi in un sospiro di felicità dal quale il nuovo essere prenda l’impulso alla vita trionfante?Come mi pareva lontana ed incomprensibile, in tali momenti, la donna tranquilla, senza brame, ch’io ero stata sino a pochi mesi innanzi! Altrettanto sciolta da me di quel che era l’altra, la quale in tempi remoti aveva lasciato che uomini informi tentassero significarle l’essenza dell’umanità. Lucidamente, inesorabilmente, per la prima volta, nel gran deserto spirituale che mi si era fatto intorno, il senso della vita mi si svelava: Armonia.... non altro; un appagamento di tutte le energie associate, sensi e ragione, cuore e spirito....Invece.... Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio, qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere.... Sprofondavo nel guanciale il viso.... Oh la rivolta e l’esasperazione di tutto il mio essere! Una nausea, un odio per colui e per me stessa, e in fine, un lampo sinistro: «La pazzia!»L’uomo si addormentava a lato. Ascoltando il suo respiro pesante, io restavo insonne, per ore. La mente, intanto, continuava il lavoro intricato e straziante; e al sommo del cervello qualcosa si dilatava, pareva scoppiasse.Questa la mia vita. Essere adoprata come una cosa di piacere, sentir avvilita l’intima mia sostanza. E vedere i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine.Passavano, infatti, le settimane, i mesi. Mio padre era partito definitivamente dal paese per Milano, seguìto dai due figli minori. Gli sposi s’erano andati a stabilire nel Veneto. Nessuno della mia famiglia restava in paese. A Pasqua ci eravamo insediati nell’abitazione lasciata dal babbo, gaia e comoda, circondata dal grandissimo giardino. Povero papà! Un poco della sua anima era rimasto qui; fra quell’arruffio verde, in quel trionfo un po’ selvaggio di vegetazioni disparate, egli aveva impiegato ciò che non poteva dare altrove: ilsuo bisogno di bellezza, la sua ricerca di originalità, di semplicità, di verità. Quante confuse meditazioni solitarie e orgogliose dinanzi a quel muto popolo fiorente! E il tempo era scorso anche per lui, aveva irrugginito il baldo organismo di pensiero e d’energia, col quale aveva trasformato tutta una popolazione, scotendola da una inerzia secolare e avviandola su un nuovo cammino. Solo, senza una voce fraterna che rispondesse alle sue idee o le contrastasse, invano egli aveva chiesto al culto della natura i benefici che non sapeva desumere dall’amore de’ suoi simili!Ora mio figlio regnava felice in luogo del nonno. Colla tunica di tela greggia che gli arrivava ai ginocchi, rosso in viso, gli occhi turchini splendenti sotto le ciocche di capelli a riflessi dorati, sembrava un Sigfrido in miniatura, quando irrompeva col sole nello stanzone ove io leggevo o fantasticavo per la maggior parte della giornata. Egli era il mio solo compagno. Null’altro mi compensava del contatto frequente e penoso con la famiglia di mio marito: la suocera, molto invecchiata, si faceva appena perdonare le irritanti esclamazioni di meraviglia che ogni volta le suscitava la vista della casa, del giardino, del frutteto: «Il paradiso! State qui come una regina! Ah figlio mio, alfine la giustizia è fatta!» In quanto a mia cognata, ancora più aspra e maligna dopo la morte del dottore, doveva intuire che soffrivo, e naturalmentegoderne; ma mostrava di credermi felice, anche lei.Mio marito non celava la sua compiacenza nel trovarsi oggetto di ammirazione, di venerazione anzi, pei suoi. Tutto in lui, con costante, incredibile progressione, mi dava fastidio, ora; a tavola, in giardino, per istrada, mi pareva di notargli per la prima volta questo o quell’atto insopportabile.La monotonia dei giorni era interrotta talvolta dal passaggio di qualche importante cliente o corrispondente della fabbrica. Bisognava invitarli alla nostra tavola, e se ne andavano meravigliati della distinzione del nostro ambiente famigliare. Mio marito tentava allora di mostrarmi che m’era grato: l’arrestavo al primo accenno. Ferito, egli si rinchiudeva in sè, e non n’usciva che per ferire a sua volta, con motti, sarcasmi, derisioni su tutto quel che mi stava a cuore. Il bambino ascoltava con un’ombra di stupore negli occhi profondi; certe volte con una pressione delle manine m’offriva tacitamente aiuto. Notavo con gioia e dolore insieme ch’egli non dimostrava alcuna confidenza per quel padre sempre accigliato, sempre di diversa opinione della mamma.Certe sere, tutti se n’andavano lasciandomi sola: portavo il bimbo a letto e poi mi affondavo in un seggiolone di paglia nel giardino. La cupa vôlta cosparsa di mondi silenziosi attraeva il mio sguardo magneticamente; mail mistero dell’universo non mi tentava, in quell’ore: un’angoscia umana, precisa, incalzante, mi possedeva intera; l’amarezza senza nome della mia solitudine, il vago timore di una morte possibile, prossima, lì, tra quella gente ostile e straniera, senza aver lasciato traccia della mia anima.... Tanto spazio di cielo, ed io incatenata, curva sotto un giogo spietato, non capace più che di un lento pianto....Mi scotevo, rientravo nella stanza del bimbo addormentato. Così placido, così fidente, nella notte piena per sua madre di brividi!... Fosse egli almeno salvo, l’unico mio tesoro! Avessi potuto almeno pensare ch’egli avrebbe sempre sorriso così alla vita come nel suo sonno di bimbo!Pareva, nel sonno, chiedermi perdono. Mi portavo alle labbra la piccola mano. Oh, nulla avevo da perdonare alla creatura che un giorno mi avrebbe detto forse: «Povera mamma, ti sei sacrificata per me!» Piuttosto, un vago rimorso mi tormentava la coscienza, di continuo. Come cresceva egli, tra me e suo padre? Nella casa era il solo che sorridesse spontaneamente: ma così di rado! Venerava i libri che mi vedeva tra le mani, aveva il senso di una vita ideale ch’io sola intorno personificavo. Ma forse era già cosciente delle frodi che il destino gli faceva. Troppo spesso, nelle ore più tetre, io lo malmenavo, in uno sfogo selvaggio della natura tormentata, esigendoda lui più del dovere, costringendolo sul quaderno, vietandogli un passatempo legittimo; troppo spesso lo trascuravo, lasciandolo giocare da solo in giardino, o correre alla fabbrica, o annoiarsi su un tappeto acquerellando vecchie incisioni di giornali, senza ascoltare i suoi richiami. Mancava a me la volontà continua della vera educatrice, la serenità di spirito per guidare la piccola esistenza; non potevo assorbirmi intera nella considerazione dei suoi bisogni, prevenirli, soddisfarli. In certi istanti per questa consapevolezza mi odiavo. Che miserabile ero dunque, se non riuscivo, una volta accettato il sacrificio della mia individualità, a dimenticare me stessa, a riportare integre le mie energie su quella individualità che mi si formava a lato?....Così era stata mia madre coi suoi bambini.... Un giorno trassi da una cassetta alcune vecchie carte di lei, consegnatemi dalla mia sorellina prima della sua partenza dal paese, mesi avanti. Non avevo mai avuto il coraggio di scorrerle. Eran lettere di parenti, note di spese, appunti disparati, abbozzi di ciò ch’ella scriveva ai genitori, alla sorella, al marito; qualche poesia sua, anche, degli anni giovanili, sentimentale, romantica, e tuttavia vibrante d’una tragica sincerità. Lo spirito materno mi si mostrava in quei fogli sparsi, quale l’avevo ricostituito penosamente colla sola intuizione nei giorni della sua rovina.E una lettera mi fermò il respiro. Datava daMilano: era scritta a matita, in modo quasi illeggibile, di notte. La mamma annunziava a suo padre il suo arrivo pel dì dopo; diceva di aver già pronto il baule colle poche cose sue, di essere già stata nella camera dei figlioli a baciarli per l’ultima volta....«Debbo partire.... qui impazzisco.... egli non mi ama più.... Ed io soffro tanto che non so più voler bene ai bambini.... debbo andarmene, andarmene.... Poveri figli miei, forse è meglio per loro!...»La lettera non era finita: certo non era stata rifatta nè spedita. La sventurata non aveva avuto il coraggio di compiere il proposito impostosi in un’ora di lucida disperazione. Aveva forse pensato che suo padre non avrebbe voluto o potuto accoglierla; che la miseria l’attendeva; che il suo cuore si sarebbe spezzato lungi dalle sue creature e da colui che aveva avuta tutta la sua gioventù. Ella l’aveva amato! L’amava ancora? Per noi sopratutto era rimasta: per dovere, per il timore di sentirsi dire un giorno: «Ci hai abbandonati!...»Non avevo mai sospettato che mia madre si fosse trovata un momento in una simile situazione. La mia intelligenza precoce non aveva potuto, a Milano, penetrar nulla. Avessi avuto qualche anno di più, mentre ella era in possesso di tutta la sua ragione, e ancora in lei la vita reclamava i suoi diritti contro la fatale seduzione del sacrificio! Avessi potutosorprenderla in quella notte, sentire dalla sua bocca la domanda: «Che devo fare, figlia mia?» e risponderle anche a nome dei fratelli: «Va, mamma, va!»Sì, questo le avrei risposto; le avrei detto: «Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile!»Ahimè! Eravamo noi, suoi figli, noi inconsci che l’avevamo lasciata impazzire. S’ella fosse andata via, se nostro padre non ci avesse permesso di raggiungerla, ebbene, noi l’avremmo nondimeno saputa viva, e dopo dieci, vent’anni, ancora avremmo potuto ricevere da lei i benefizi del suo spirito liberato e temprato....Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione,di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sè la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentitainnanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi stessi....Quella notte non dormii. Il confuso problema di coscienza intravisto la prima volta a Roma, mi si imponeva ora con una lucidità implacabile. E per giorni, per settimane maturai nello spirito ciò che in quella notte avevoveduto.Avevo formulata la mia legge. Essa avrebbe agito, mi avrebbe compenetrata, sarebbe diventata istinto, atto, e un giorno senza sforzo l’avrei seguita, come la rondine che segue le correnti della primavera.Esteriormente ero più calma, in certi momentil’idea si impossessava tanto di me, che io non la riguardavo più se non in astratto, senza applicarla al mio caso, tanto era limpida e naturale nella sua verità, tanto era lontana dalla pratica mia e di tutti.Nessuno se n’avvedeva. La domestica soltanto, la buona vecchia ormai da tanto tempo abituata ad osservarmi in silenzio, sorprendeva talora un’espressione troppo intensa, paurosa per lei, sul mio volto, che per tutti restava quello d’una bimba savia. E avventurava qualche consiglio, qualche scongiuro: lavorassi, come a’ bei tempi, sperassi, avessi fede....La parola pietosa m’inteneriva. Che strana intuizione era in quella semplice anima devota? Forse era l’influsso della mia costante presenza: con la mia taciturnità, la mia inquietudine, con le risonanze che avevano le parole d’indole famigliare, che dovevo rivolgerle, io l’affascinavo, la suggestionavo, la portavo nella cerchia oscura delle mie sensazioni.Ah poter liberamente influire su tutte le creature avide di riscatto, poter dare un sorriso, una speranza, un’energia a chi ignora e geme e muore!La mia forza d’emozione diventava pura, alata, e s’alzava con le albe e coi tramonti, coi pensieri nobili e coi versi dei poeti. Erano tuffi nel sole, scalate a vette sublimi di ghiaccio, raccolte di fiori ideali; attimi di gioia perfetta, come la sensazione improvvisa d’una fresca carezza di vento primaverile che ci uguagliaalle frondi novelle, ci fa come esse fremere del semplice piacere della vita. Mi si formava la convinzione che il genio è eterno solo in quanto il suo linguaggio è immancabilmente una testimonianza della umiltà e della dignità umana. Volgono le epoche, tramontano i sogni e le certezze, si trasformano le nostre brame; ma immutato resta il potere d’amore e di dolore nella creatura terrena, immutata la facoltà di esaltarsi sino ad intendere voci fraterne nello spazio in apparenza deserto.Sopraggiunto l’autunno, fra mio marito e gli operai, come un anno avanti fra costoro e mio padre, la scissura si accentuò. Mentre gli affari della fabbrica continuavano a rendere guadagni considerevoli sui quali il direttore percepiva un buon interesse, i salari si mantenevano mediocri e i regolamenti durissimi: la mia equità si rivoltava; una cupa onta m’invadeva sempre più di esser lì, inerte e inerme. Certe lavoranti che passavano dinanzi al cancello del giardino, a gruppi, uscendo dalla fabbrica, con un riso sfacciato e sprezzante, mi sembravano più di me degne di rispetto. E non osando quasi più uscire di casa, il grande giardino nella pompa autunnale mi vedeva vagare per ore come un’ombra. Mia madre!... Non le andavo incontro, non vivevo già un po’ come lei?...Un malessere, una spossatezza generale mi assalirono: un dubbio mi traversò un istantela mente: ch’io stessi di nuovo per divenir madre?Il terrore onde fui investita mi diede una volta ancora la misura della mia miseria.Oh, fuggire, fuggire!Rinnovai a mio marito una domanda già respinta: mi lasciasse andare presso mio fratello, a Milano, per qualche settimana.Quando ottenni il consenso, la paura di una nuova maternità era svanita. Mio marito aveva pure intuito il mio dubbio, e in pochi giorni la tensione tra noi si era fatta insostenibile. Ci lasciammo senza una parola: egli aveva un’aria di sfida minacciosa.Di nuovo la città mi accolse. Era la città della mia fanciullezza, questa volta. Pur rinunciando a cercare per le strade e per i giardini la bimba di quindici anni innanzi, io mi sentivo circondare nelle mie ricognizioni da un’atmosfera famigliare: i viali immersi nella nebbia, le piazze dai contorni imprecisi, le file dei fanali, la sera, lungo il Naviglio deserto, mi mostravano la stessa fisionomia d’un tempo. Lì avevo ricevuto da mio padre la prima impronta intellettuale, lì avevo appreso il rispetto, quasi il culto per l’energia umana. Fin da bimba avevo sentito in modo confuso come nella città l’uomo dia una sfida incessante e superba alla natura per lui limitata e insufficiente. In verità, circoscrivendo in certo modo la sua prigione, l’uomo si sente tra le mura cittadine più libero e possenteche sotto l’infinito cielo stellato, che dinanzi al mare e alla montagna incuranti di lui: ciò spiega anche l’ostentazione del progresso che le metropoli offrono.Certo, qui come a Roma, come nel villaggio, quasi sempre il motivo dello sforzo era egoistico: gli esseri si premevano, correvano e sembravano indifferenti gli uni agli altri. Ma un sordo agitarsi di coscienze s’intuiva tra quella rete fitta e tumultuosa, nei grandi sobborghi operai, nelle scuole, nei comizi: coscienze che si orientavano verso una visione ancora confusa, che trovavano stimolo al lavoro in qualcosa di non tangibile, in un sentimento di reciprocità, di solidarietà col passato e coll’avvenire, in una vera estensione d’amore nello spazio e nel tempo. E alcuni uomini e alcune donne, con serena pazienza, promovevano quasi da soli tutta quella germinazione. Un’ideale corrispondenza era fra essi e la mia vecchia amica di Roma: già in lei avevo ammirato e invidiato il potere animatore e propulsore che una forte volontà altruistica può esercitare nella città moderna.Andavo con mia sorella a visitare i luoghi ove s’iniziavano tentativi di riforma, ove s’abbozzavano gli schemi della convivenza umana avvenire, e osservavo trepidamente svilupparsi in lei il desiderio di partecipare, fosse anche in minima parte, all’azione, di non passare ignara e sterile accanto alla vita. Dacchè era arrivata a Milano, aveva condotto un’esistenzamalinconica, troppo sola sempre e senza occupazioni. Il babbo viaggiava quasi sempre, malato d’instabilità, irrequieto e scontento. Nostro fratello s’era impiegato in una fabbrica, e sperava poter arrivare presto a provveder da solo a sè e alla fanciulla: frequentava l’Università Popolare, leggeva molto, aveva alcuni compagni interessanti; ma capiva di trascurar un poco la sorellina. «Avrebbe bisogno d’una amica: che cosa posso fare io per lei?» Ella ascoltava, con i suoi grandi occhi dilatati: dolce fiore di giovinezza che oscillava in esaltamenti e depressioni per la mancanza appunto d’uno stimolo continuo, vigoroso e tenero insieme. Temeva d’esser la vittima estrema dell’errore che aveva unito i nostri genitori, di portare il loro irrimediabile dissidio nel proprio carattere. Ripeteva: «Se ti avessi vicina un po’ sovente!» E sembrava scrutarmi nell’anima, interrogare l’avvenire.Con gioia e timore insieme rilevavo in lei quest’ansia dello spirito, principio veramente di una più alta esistenza di cui avevo in parte la responsabilità. Avrebbe la vittoria coronato lo sforzo suo e del fratello? Entrambi mi rappresentavano l’uomo e la donna d’oggi alla soglia della vita, la loro tristezza e la loro speranza. Mentre l’una deve ancora spezzare vincoli esteriori ed interiori per conquistare la propria personalità, l’altro ha bisogno d’esser visto, d’esser guardato negli occhi da lei come da un’anima che sa e vuole. Avrebbetrovato ciascuno l’essere che poteva accompagnarlo nella vita partecipando a tutte le gioie e a tutti i dolori? In certi momenti mi dicevo che mi sarei ritenuta fortunata nella mia sventura se avessi potuto imbattermi, prima di morire, in qualche umana coppia perfetta. Ripensavo ai due giovani fidanzati intravisti il giorno della morte della mia amica, a Roma. Sì, qualcuna già poteva, doveva esistere, e rapidamente suscitarne altri esemplari intorno. Nella mia fantasia frattanto erano un tormentoso sconforto alla squallida condizione in cui giacevo. E mi cantavano nella mente le parole che i poeti non dicevano ancora.Intermezzo di vita. Mi sentivo alacre, volonterosa, forte. Tutto quanto avevo accumulato nella mia anima durante i mesi di solitudine laggiù, balzava adesso in limpide formule. Quasi una purissima gioia di creazione m’invadeva quando consideravo dentro di me l’ideale di creature che non portassero più nelle vene come me, come i miei fratelli e mio figlio, un sangue di perenne contesa; in cui un’unica volontà parlasse, nell’esempio e nel ricordo di genitori amanti e attivi, nella speranza d’una sempre maggiore serenità di vita.Nel futuro, nel futuro. La certezza d’un tale avvenire mi si era andata formando inavvertitamente, forse dall’adolescenza, forse prima, quando l’atmosfera penosa della casa ove due cuori avevano cessato di comprendersi, mi aveva rivolta l’anima alle indagini appassionate.Come le aveva perseguite il mio temperamento logico ed assoluto, a traverso ogni ostacolo! A tratti, un senso di ammirazione quasi di estranea mi prendeva per il cammino da me percorso; avevo la rapida intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestantesi qua e là a dolorosi privilegiati.... E, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile.c21XXI.Mio marito mi ricevette alla stazione del paese con un certo impaccio: si occupò specialmente del figlio nel tragitto verso casa. A casa la domestica mi avvolse in uno sguardo trepidante che mi sorprese. Ma erano lì anche mia suocera e mia cognata; dovetti comporre il volto alla calma cortesia che usavo con loro, assistere alle feste ch’esse prodigavano al bimbo un po’ restìo, un po’ annoiato. Osservavo mio marito e mi stupivo di trovarlo inverosimilmente invecchiato, con la traccia d’un guasto interno su la maschera pallida e contratta. Possibile che poche settimane soltanto fossero scorse dacchè ci eravamo separati? Anni mi parevano: più ancora: mi pareva di non avergli mai appartenuto, tanto lo sentivo lontano da me, estraneo.Quando restammo soli, egli mi disse di una indisposizione avuta durante la mia assenza. Parlava abbondantemente e confusamente. Si trattava di cosa leggera, un ritorno, diceva, d’un’infezione avuta molti anni addietro, da soldato.... Qualcosa mi balenò alla mente, come la confusa reminiscenza di parole udite, quando? in città? dalla dottoressa?—Roba da nulla, egli ripeteva, senza conseguenze. Aveva dovuto serbare l’immobilità per alcuni giorni: ora era guarito, ma il medico avrebbe voluto che continuasse a riposare, ciò che non era possibile.La narrazione era intercalata da brevi soffocate bestemmie, espressione famigliare dei suoi rammarichi. Ascoltavo in silenzio, incapace di rendermi conto esatto della realtà. Egli si alzò, mi prese tra le braccia, con una esitanza quasi rispettosa che non gli conoscevo; cercava le mie labbra; istintivamente piegai il capo: egli mi posò la bocca a sommo della fronte mormorando: «Sei buona tu.... tanto buona.... non ti merito....»Coricati, il suo desiderio alitava caldo intorno alle mie membra.... Una frase remota, il ricordo d’un sorriso amaro sul volto della dottoressa, un giorno, a Roma, mi lampeggiarono di nuovo alla mente. E un impeto indomabile, selvaggio, di difesa, m’invase. Egli desistè dopo un istante, ed io restai fremente a lungo come uscita, da un bagno di fiamme.Il dì dopo venne il medico d’un paese vicino;parlò di riposo, di cure, e se ne andò avvolgendomi in uno sguardo ambiguo.Anche la domestica aveva uno strano modo di guardarmi, o piuttosto, di distogliere gli occhi dai miei. Infine si lasciò sfuggire che il padrone era stato in città alcuni giorni dopo la mia partenza, e che al ritorno si era ammalato. Benchè non l’interrogassi, aggiunse: «Non mi fate dir altro....»Non ce n’era bisogno. La fantasia mi tracciava ora una scena dai contorni sfuggenti: l’uomo che in un giorno d’irritazione andava a picchiare a una porta infame.... Vedevo l’onta di colui presso i famigliari, la sua risoluzione di nascondermi tutto, i sotterfugi.... Che cosa poteva in tutto questo sorprendermi? Nulla: come se un ritratto, alla cui esecuzione avessi assistito giorno per giorno mi si mostrasse finalmente completo, perfetto.E non gli dissi una parola: le mie labbra non avrebbero potuto disserrarsi, anche se l’avessi voluto. Feci preparare in una camera accanto a quella del bimbo il letto per me, e la sera, prima ch’egli uscisse dal suo solito giro in fabbrica, lo avvertii. Egli impallidì un poco: ma forse era preparato, e mostrò non dar importanza al fatto: «Questione di giorni!»—brontolò.Un ribrezzo profondo mi dominava ogni volta che lo vedevo rientrare in casa. Egli manteneva un’aria di vittima infastidita e pareva non supporre in me nulla di nuovo. Sicompiaceva nell’ascoltare ed esperimentare i consigli empirici di sua sorella. E allorchè non si lagnava delle malattie che colpiscono chi men se l’aspetta, dava sfogo all’acredine contro i socialisti che tendevano in quel tempo a suscitargli uno sciopero. A volte, sorprendendomi seduta accanto al bimbo, con il capo appoggiato alla testolina di lui, intenta a leggergli una storia o a commentargli un’incisione, aveva una contrazione maligna delle labbra e non reprimeva qualche motteggio. Volevo fare uno scienziato anche di quel poverino?Studiava il piccino, adesso, e l’intimità dei nostri cuori pareva aumentare in quel destarsi della sua intelligenza, in quelle prime emozioni del pensiero. Mentre egli al tavolino faceva i suoi esercizi, io scrivevo o leggevo, interrompendomi per rispondere alle sue domande. Passavano minuti di dolcezza e di pace. Poi, quand’egli mi lasciava per andare e giocare, un gelo m’invadeva.Sfogliavo in quei giorni con una strana voluttà il «giornale intimo» di Amiel. Fantasmi popolavano il mio studio, mi apparivano dinanzi fra le piante del giardino o in mezzo alle vie maestre o in riva al mare: mia madre giovane accanto alla culla delle mie sorelle, in atto d’accettare la sua sorte atroce; questo filosofo ammalato, curvo sulla sua scrivania ad esprimere il suo dolce pessimismo intessuto di lagrime e di ruggiti repressi;un famoso scrittore nostro, infine, una delle mie ammirazioni d’adolescente, a cui poco innanzi il figlio ventenne era morto, vittima forse del dissidio tra i genitori. Simboli sanguinosi della vanità del sacrificio, esempî terribili del castigo incombente su ogni coscienza che si suicida.Non ero io una di queste coscienze? Non mi era bastato il ragionamento e l’intima persuasione. Avevo continuato ad appartenere ad un uomo che disprezzavo e che non mi amava: in faccia al mondo portavo la maschera di moglie soddisfatta, in certo modo legittimando una ignobile schiavitù, santificando una mostruosa menzogna. Per mio figlio, per non correre il rischio d’esser privata di mio figlio.Ed ora, ultima viltà che ha vinto tante donne, pensavo alla morte come ad una liberazione: mi riducevo anche a lasciare, per morire, mio figlio: non avevo il coraggio di perderlo per vivere.E a tratti come un vento di follia m’investiva. La sera, dopo aver sopportato la conversazione dei parenti, se restavo sola di fronte all’uomo che mi avviliva coi suoi sguardi e i suoi tentativi di riconciliazione, mi lasciavo trarre a lanciar parole taglienti contro i lagni ch’egli esalava sulla crisi dell’industria e l’atteggiamento degli operai. La mia voce si faceva acuta, quasi smarrivo il significato delle mie parole. Allora, una vocina m’interrompeva d’improvviso: «Mamma!», e dopo un momento:«Vieni, mamma!» Mi riscotevo, mi recavo al buio nella stanzetta ov’era coricato il bimbo. Egli vedeva la mia ombra nel vano della porta: mi chiamava di nuovo più sommesso: «Mamma!» E come mi sentiva presso il letticciuolo, traeva fuori le braccia, m’afferrava il collo, mi attirava il capo accanto al suo. In silenzio, mi passava una mano sugli occhi, sulle guance; sentivo il tremore delle dita tepide e morbide.... Che voleva la cara anima? Accertarsi ch’io non piangevo, che il papà non mi faceva piangere.... Mi gettavo traverso il letticciuolo e i singhiozzi montavano, infrenabili; li soffocavo nelle coltri, sentendo di nuovo la parola tremante: «Mamma!», e il mio viso era bagnato di lagrime mie, sue.... Imploravo in cuore: Perdono, perdono, figlio! E a lungo restavo lì, china, senza parole, attendendo per il piccolo essere il sonno pietoso, per me l’atonìa che segue la crisi.Un giorno arrivò un telegramma che m’annunziava le condizioni disperate di un mio zio di Torino, fratello maggiore di mio padre, che mi aveva sempre dimostrato il suo affetto attraverso i tempi e le vicende, e più volte mi aveva beneficata con doni e prestiti di danaro, nei tempi difficili di Roma specialmente. Egli era l’opposto di mio padre, con tutte le caratteristiche del borghese lavoratore, limitato nelle idee, ligio alle usanze, soddisfatto di sè, ma profondamente buono. A lui riportavotanti miei ricordi d’infanzia, e, nonostante l’immenso divario di principii e di sentimenti, m’ero sempre commossa ad ogni incontro col caro vecchio pingue, roseo e burbero, a cui una ventina di nipoti, figli de’ vari fratelli e sorelle, facevano corona.Sarei stata in tempo a rivederlo un’ultima volta? M’avrebbe riconosciuta?Mio marito mi fece partire la sera stessa, dopo simulati tentennamenti, dandomi, riguardo al mio contegno verso il ricco zio e i parenti, delle raccomandazioni che mi gelarono ogni spontaneità. Così sempre la vita, dunque?Al mattino, dopo l’eterno viaggio notturno, trovai ad attendermi sotto la tettoia fumosa mio padre e una sua sorella. Mi chiedevano del mio stato, mio padre si lagnava delle ferrovie, la zia rimproverava a lui di non avermi ancora baciata.... Tanti anni che non sentivo le braccia paterne attorno al mio collo!Lo zio era morto nella notte.Era sparita una creatura del mio passato, forse la sola che avesse pensato a me come ad una pianta dell’antico ceppo. Avvertivo un vuoto, e insieme come un senso di liberazione.... Così le nuove generazioni quando si staccano dalle vecchie soffrono e sognano.Restai a Torino tre giorni. Attorno al cadavere alitavano le brame dei nipoti, eredi diretti, e quelle d’altri parenti innumerevoli. Mi sentivo sollevata quando il babbo mi traeva lungi dal lugubre spettacolo, a camminare conlui per le care tranquille vie della città nativa. Egli mi parlava un po’ stancamente, e pareva che entrambi assistessimo ad un ritorno di tenerezza, con mite stupore, rassegnati a vederla ben presto dileguare. Eravamo ormai ben autonomi, il babbo ed io, ognuno nella propria strada errata! Non potevamo scambiarci lamenti o consigli, nè supporre possibile un futuro aiuto vicendevole in un giorno di riscatto o di disastro; ci limitavamo ad ascoltare ciò che restava in noi dei comuni entusiasmi d’un tempo, ad osservare ciò che ancora avevamo d’identico negli istinti e nelle tendenze.Fu lui a comunicarmi il contenuto del testamento: a me erano assegnate venticinquemila lire, a’ miei fratelli solamente cinque. Perchè? Ne provai un’amarezza fortissima, l’impulso subitaneo a dividere la mia parte con i meno favoriti. E una torbida sensazione di vergogna si mescolava a questo dispiacere: quasi venissi un poco diminuita ai miei occhi dalla possessione di quel danaro non guadagnato col mio lavoro, da quel privilegio, sia pur minimo, che ricevevo non solo sui miei consanguinei ma su tanti altri fratelli, proprietari unicamente d’un paio di braccia e di una volontà attiva.Nondimeno, sormontata l’acuta e complessa contrarietà, non potei non pensare all’importanza pratica che il fatto assumeva per la mia vita. Io acquistavo l’indipendenza materiale: quella somma, poca cosa certo, sarebbe statasufficiente però ad assicurare il sostentamento di mio figlio quand’io dovessi col lavoro provvedere a me stessa.Una clausola del testamento disponeva che esso venisse eseguito solo sei mesi dopo.Informai mio marito, annunziando il mio ritorno. Sentivo di poter essere ora più esigente di fronte a lui; avrei reclamato delle vacanze, dei viaggi; avrei potuto comperar libri per me e pel figlio, senza mendicare sempre il permesso....Una bizzarra ipotesi s’affacciò tra quei vaghi progetti. Io avevo, in qualche parte della penisola, un amante; lo raggiungevo di tratto in tratto, mi dissetavo di passione, di ebbrezze, indi rientravo nella casa triste a riprender il giogo che il mio cuore di madre non riusciva a rigettare. Non ingannavo nessuno, perchè mio marito sapeva che lo disprezzavo. Soddisfacevo a un diritto del mio essere, accumulavo la forza di resistere, di sopportare....Pazzia! Potevo ben lasciare la briglia alla fantasia, ma, se non vedevo chiaro quello che avrei fatto, sapevo troppo lucidamente quello che non avrei fatto mai; avevo la sensazione che l’avvenire già esistesse dentro di me: una soluzione, facile o difficile, più o meno lontana, ma certa, quasi fatale.Ero arrivata al mattino. Il bimbo giocava con le marionette, ed io lo assistevo, seduta con lui sul tappeto. Mio marito leggeva i giornali,taciturno; non ci eravamo scambiato ancora una parola.Venne mia cognata, ilare, leziosa; attendeva da me delle notizie che non m’affrettavo a darle, e ad un certo punto non resistette: «Dunque, dunque, siamo ricchi, eh?»Tenevo la testa china sulla baracca dei burattini, non la sollevai. Il bimbo non aveva sentito, intento com’era allo spettacolo; ma la voce stridula continuava, coprendo le parole che suggerivo ai miei personaggi. «E il nostro caro figliuolo ora ha una fortuna di più! Ah, voglio vederlo padrone del paese, un giorno!»I due cari occhi turchini mi fissarono, ora; dicevano: «Continua, mamma, non dar retta; io non ascolto che te; la mia vita me la fai tu sola....»Avanti, sì. Ma alla notte, stavo per coricarmi affranta, quando l’uomo entrò nella mia camera. Dopo una lotta atroce, sola nel buio, invocai, una volta ancora, la morte.E il mattino seguente lo dissi al bimbo, piano: «Forse morirò, sai? Ma tu non dovrai piangere, dovrai soltanto ricordarti....»Morire!Dentro il mio cervello mi pareva di sentire come un groppo, duro e pesante, che si rimoveva, si sviluppava.... E un pensiero vi si illuminò sinistramente. Anchelui, mio marito, avrebbe potutonon esistere più.... Gli esseri che si agitano intorno a noi muoiono. È come un alito: spariscono. E tutti gli altri uominicamminano, vi guardano in faccia, parlano e non lo nominano più.... È come se non fosse mai esistito....Così poteva pure avvenire di me.... Ma, e mio figlio?Invece, ora,dopo.... io e mio figlio, soli.... Ecco; giravo per la casa, mia: nessuno! Uscivo in giardino, nella via.... Ecco il mare, i paesi lontani. E in questo mondo immenso, liberi, liberi, io e mio figlio....Era un sogno ad occhi aperti. Quando sentii la voce del bimbo che chiamava la domestica, trasalii. Mi stupii sopratutto di non provare orrore al pensiero di essermi raffigurata tutto ciò. Sentii aprire la porta del giardino; mio marito entrò; era il meriggio. Si avvicinò, mi parve che mi guardasse e tòrsi il viso. Mi occupai del bimbo per tutto il tempo del pasto, poi, soli un momento, mi rivolsi a lui: sentivo la mia faccia irrigidirsi:«Dovrò chiudere la porta della mia stanza!»Quegli diede un pugno sulla tavola. Poi fece alcune volte il giro per la sala, e si sedette fremendo.«Fa quello che vuoi!»Si rialzò di scatto ed uscì nel giardino. Ma subito rientrò vomitando un cumulo di parole infami. China, stringendomi il bimbo accanto, continuavo macchinalmente a segnare col dito le linee del libro che leggeva. Interruppi le bestemmie guardandolo fermamente in faccia: gli dissi che c’era un solo rimedio, quelloche avevo indicato un anno prima: separarci.Quegli s’era fatto più livido. Me ne andassi, me ne andassi, avrebbe ben trovato un’altra femmina al mio posto!Calma, proseguii: «Sia pure. Ma non in presenza di mio figlio. Lo porterò con me, aspetterò in casa di mio padre che la legge regoli il nuovo stato di cose».Egli era accanto alla vetrata del giardino: alzò un braccio, poi lo lasciò ricadere. Il suo volto era gonfio e livido.«Il figlio?—proruppe.—Pròvati!»La voce s’era elevata, doveva passar le portiere, giungere in istrada. Il corpicciuolo infantile accanto a me era scosso da un tremito, si avvinghiava al mio tra i singhiozzi repressi.«E tu, àlzati! Vieni con me in fabbrica, su!»Subito, la vocina tremula oppose:«Ho da fare il còmpito....»I puri occhi turchini s’incontrarono con quelli del padre, torbidi, spaventosi: un momento di silenzio passò. Immobile, non percepivo più che la pressione di una piccola mano un po’ umida.Sentii sbattere l’uscio, dei passi sulla ghiaia allontanarsi.Soli in casa, nel pomeriggio fosco.... Il bambino m’asciugava le lagrime lente, col suo gesto accorato; e mi chiedeva: «Che cosa voleva, che cosa aveva papà? Perchè grida così, perchè ti fa sempre piangere, mamma?»«Devo andarmene, figliolo mio; vedi, devo partire....»Che cosa balbettavo? Egli mi pose le mani sulle spalle, con tutta la violenza del suo piccolo essere in tumulto.«Mamma, mamma, e io vengo con te, vero? dimmi, dimmi!... Non voglio restar qui col papà, non voglio lasciarti.... non voglio, mamma! Mi porti via, di’, via?...»E mi cadde sul petto, rompendo in un pianto che mi penetrò nella carne, un pianto di uomo e di neonato insieme, che pareva riassumere tutto il dolore del mondo.... Figliuolo, figliuolo! Ti strinsi, piansi con te, così disperatamente, sentendomi fondere teco, come se ti raccogliessi nel mio grembo e ti lanciassi una seconda volta nella vita in uno spasimo infinito di sofferenza e di gioia, comprendendo la sovranità formidabile del legame nostro, eterno....Scrissi a mio padre per prevenirlo. Poi riaprii il libro che già avevo consultato a Roma, l’anno avanti, tristamente. Chiaro e semplice il codice nei suoi versetti.... Io lo conoscevo. Ma solo quando pensai a me stessa, sentii ch’ero io l’incatenata, che proprio su di me la legge era come la porta d’un carcere, ne sentii tutta la mostruosità. È possibile? La legge diceva ch’io non esistevo. Non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto fosse mio, i miei beni, il mio lavoro, mio figlio!Giorni di tensione spaventevole, in cui, pur non osando ancora appigliarmi all’unica risoluzione, concentravo tutte le mie forze. Oh, non per difendermi dalla rabbia del mio aguzzino, ma per domare il mio spasimo materno al pensiero orrendo di poter esser priva di tutto il sorriso della mia vita! In alcune ore non sentivo in me neppure più alcun impulso, nè di rivolta, nè di rassegnazione. Soltanto, ad ogni tratto, poche parole: «Tu non ami e non sei amata: siete due estranei. Non c’è che un dovere».Poi: «Tu l’hai visto questo dovere».E ancora: «O adesso o mai più».Era una voce implacabile. A Roma, un anno avanti, la fugace ribellione era stata più che altro un impeto istintivo, che aveva sorpreso me stessa. Ma adesso, dopo l’annata di tormentosa e inflessibile meditazione, dopo la visione raccapricciante dell’abisso, era un comando cui dovevo obbedire, o morire.Il caso, il destino, forse l’oscura logica delle cose aveva voluto che, finalmente, io fossi costretta a mostrare all’uomo di cui ero schiava tutto il mio orrore per il suo abbraccio. Dopo dieci anni. Miseria! Lo strappo furibondo alla catena non era avvenuto nelle lunghe ore in cui essa mi dilaniava l’anima: la carne era stata più ribelle, aveva urlato, s’era svincolata; ad essa dovevo la mia liberazione.Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio piùancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblìo, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!Mio figlio.... Ma come poteva l’innocente venir condannato? Come poteva la legge volere, che il povero bimbo rimanesse legato al padre, che fosse impedito a me di proteggerlo, di educarlo, di sviluppare in lui tutto ciò di cui avevo già formato la sua sostanza?Questo era l’atroce dilemma. Se io partivo, egli sarebbe stato orfano, poichè certo mi verrebbe strappato. Se restavo? un esempio avvilente, per tutta la vita: sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia.Mi veniva accanto, il bimbo, m’accarezzava le tempie su cui principiavano alcuni capelli ad incanutire.... Ed il grido del mio sangue trionfava per qualche momento: era mia quella creatura, io la volevo contro tutto; volevo serbarmi i suoi baci a costo della sua e della mia salvezza; non potevo, non potevo pensare ch’egli si sarebbe sviluppato, trasformato, senza che i miei occhi si confortassero del suo fiorire, e che la sua puerizia, la sua gioventù avrebbero sorriso ad altri e mai più a me, forse!...Una volta gli chiesi: «Piuttosto che restar qui solo col papà, andresti in collegio?»Io stessa non avevo mai accolta l’idea della reclusione per la creaturina.... Ma quando bisognasse scegliere?...Il poverino disse di sì col capo.... Impallidiva spesso, nel corso della giornata, al suono della mia voce. M’interrogava: «Che cosa ti scrive il nonno? Mi lascerà venire con te il papà a Milano?» Dubitava anch’egli, ora. Ma quando mi vedeva uscire smarrita dalle dispute col padre, o mi sorprendeva con lo sguardo fisso nel vuoto, dimenticava la pena sua per farmi coraggio, per dirmi che lui mi voleva tanto bene, che per lui sarei sempre esistita io sola, sempre, sempre....«Mi ricorderai sempre, vero? Se morissi, se dovessi lasciarti....»«Sì.»Non era assente l’anima sua mentre affermava di sì, tra le lagrime: non cercava in un misterioso labirinto il motivo del nostro dramma. Faceva a sè stesso una promessa che, sepolta, un giorno risorgerebbe e lo illuminerebbe.Quanto tempo in tale alternativa di lotta e di accasciamento? Due settimane, forse. In paese qualcosa era trapelato; indovinai che si credeva ch’io mi ribellassi per la malattia del marito, la quale pure era conosciuta e commentata. Era venuta la madre di lui, piangendo: «Povera donna, non sapete quante altre sono nel caso vostro.... La tale, la tale altra....» E mia cognata: «Eh, si sa, debolezze. Fu quand’era soldato....» Ella appunto trattenne una sera il braccio del fratello in predaa parossismo: «Vuoi comprometterti? Non domanda che questo lei....»Ore di dibattito incoerente, esasperante. Ero esausta, avrei voluto piangere sommessamente come una bimba fino a chiuder gli occhi per sempre; non resistevo che per una forza segreta. Chiedevo di esser lasciata partire, di andare a consultar mio padre, di trovar un po’ di requie: lontani, entrambi forse avremmo visto le cose sotto un punto di vista nuovo....Essi, tutti d’accordo, negavano, negavano. Tratto tratto, mi si gettavano in viso l’esempio di mio padre, la sventura di mia madre, la mia mancanza di religione, le dicerie del passato....Forse facevo paura, come in quei giorni lontani, ch’essi invocavano con acre malignità. In certi istanti sorprendevo perfino in fondo agli occhi di mio marito come una vaga espressione di stupore, quasi di rispetto: ed era dopo ch’io avevo parlato nel delirio della mia certezza ulteriore, trasportata oltre la vita.... Allora la speranza mi balenava, mi riafferrava. Ah, se quell’uomo non mi fosse vissuto inutilmente accanto dieci anni, se fosse capace di non far scontare al figlio il proprio danno! Non mi scongiurava di restare, anche solo per il bambino, per la sua educazione? Forse, quando avesse compreso l’impossibilità dell’esistenza in comune, avrebbe ceduto per amore di lui.... Egli era ancor giovine,avrebbe potuto rifarsi una vita. Se il perdermi ora gli procurava veramente dolore, questo poteva essergli benefico, nobilitarlo....Finalmente una sera egli accondiscese a che io andassi a Milano, per qualche giorno, ma senza il figlio. Appunto quel giorno mio padre m’aveva scritto di nuovo, promettendo d’interporsi del suo meglio per ottenermi il bambino, ed esortandomi intanto a partire anche sola, per troncare il pericoloso conflitto. Quando ebbi deliberato, mio marito principiò a stralunare gli occhi, ad emettere gemiti inarticolati. Gli andai vicino, lo scossi: mi guardò trasognato: era in preda ad un momentaneo smarrimento della ragione? O simulava? Gli feci a forza trangugiare un liquore, tornò lentamente in sè. Mi ringraziava: «Non lasciarmi, non lasciarmi! Ti amo tanto, vedi!» E mi afferrava le ginocchia. Continuò a scongiurare, come in preda a un leggero delirio. Tentavo parole di calma; quando cercò di attirarmi a sè, mormorando frasi tronche....Come mi sentivo chiusa in me, estranea! E com’era vile colui, vile e illuso nella sua forza d’uomo! Egli voleva trattenermi col suo desiderio....Rimasi rigida, dissi: «Partirò stanotte....»Di nuovo padrone di sè, non lasciando trasparire l’onta, egli annuì. Sì, mi lascerebbe partire, ma il bambino no, il bambino restava con lui, e io da lontano avrei sentito che nonpotevo vivere senza la mia famiglia.... E quando fossi tornata, avremmo stabilito la nuova regola d’esistenza.Andò nella sua stanza. Io non dormii. Seduta accanto al letto del bimbo, non pensavo, non sentivo più nulla: attendevo, che cosa non so: la luce, il tepore, qualcosa che mi facesse sentirmi viva. Avevo tanto bisogno di forza!Oh quel respiro tranquillo che le notti seguenti non avrei più ascoltato! Suonavano delle ore lontane: trasalivo. Ma com’erano lente quelle ore!... Forse mio padre m’avrebbe aiutata, anche colla violenza, a riavere il povero bimbo.... L’avvenire mi si raffigurava pieno d’enigmi, di agitazioni, di lotte. Nella mischia il viso di mio figlio mi riappariva. Nella strada, ad uno svolto ov’egli passava, io mi sarei affacciata d’improvviso, di tratto in tratto, ed egli sarebbe sempre stato in attesa della mia apparizione.... Intanto gli uomini mutano, mutano le leggi. Una persona che sia un’idea vivente, un’ossessione, può persuadere i più restii.... E poi, la morte!La morte! Un brivido, come in una notte lontana. Ma io avevo superato il desiderio della morte, anche di quella del mio nemico. Non l’odiavo. Egli non era più che una larva confusa e cupa, che s’ergeva insieme allo spettro della legge nella notte indecifrabile del destino.Accesi la lampada, la coprii. Un fruscìo.«Mamma?» Mi slanciai sul lettuccio: pose la mano nella mia e si riaddormì. Rimasi senza muovermi, quasi senza respiro.Mezzanotte. Mancavano tre ore. Le ginocchia mi si piegarono. Seduta sulla poltrona sentivo il freddo invadermi, e raccoglievo tutto il mio calore, gli occhi chiusi, ritirando la mia mano per non agghiacciare la manina. E d’un tratto sentii tutte le mie forze fondersi: mi assopivo? Ero tanto stanca: non avrei potuto partire....Scoccarono le tre. Balzai in piedi. Mi posi il cappello e m’appressai all’uscio. Poi tornai al letticciuolo, svegliai il bimbo: «Vado—gli dissi piano—è già l’ora; sii buono, sii buono, voglimi bene, io sarò sempre la tua mamma....» e lo baciai senza poter versare una lagrima, vacillando; e ascoltai la vocina sonnolenta che diceva: «Sì, sempre bene.... Manda il nonno a prendermi, mamma.... Star con te....» Si voltò verso il muro, tranquillo. Allora, allora sentii che non sarei tornata, sentii che una forza fuori di me mi reggeva, e che andavo incontro al destino nuovo, e che tutto il dolore che mi attendeva non avrebbe superato quel dolore.Mi trovai sul treno senza sapere come vi fossi venuta. I primi urti del carrozzone si ripercossero in me come se qualcosa si strappasse dalla mia carne. E il senso dell’ineluttabile m’invase ancor più quando mi vidi portata lontano su quella forza ferrea. Avevocamminato come una sonnambula. Ora la coscienza di quanto avevo compiuto mi appariva. Oh, la suprema agonia!Come avevo potuto? Ora il mio bimbo, mio figlio, riaddormentato sotto il mio bacio, mi avrebbe chiamata, forse mi chiamava già.... Pensai che l’avevo ingannato. Non avrei dovuto svegliarlo del tutto, dirgli che non sarei mai più tornata, e che non sapevo s’egli avrebbe potuto raggiungermi presto? Forse mio marito era là, ora, presso il letticciuolo, e mentiva a sua volta dicendogli che sarei tornata fra poco, e il bimbo credeva, o lo interrogava con diffidenza.... Che farà domani, e dopo? E tutta la mia vita d’ora innanzi sarebbe forse piena di queste interrogazioni senza risposta....Come avevo potuto? Oh, non ero stata una eroina! Ero il povero essere dal quale una mano di chirurgo ne svelle un altro per evitar la morte d’entrambi....Quanto durò l’orribile viaggio? Ad ogni stazione m’afferrava la smania di scendere, di aspettare un treno che mi riportasse indietro: poi, quando la corsa riprendeva, mi balenava a tratti l’idea del suicidio, così facile, lì, a quello sportello: istantaneo....Ma all’arrivo la stessa volontà quasi estranea, superiore a me stessa, mi s’impose: mi avviai triste ma ferma, tra il fumo e la folla, fuor della stazione, m’inoltrai, misera e sperduta, nelle strade rumorose ove il sole sgombrava la nebbia.c22XXII.Molto tempo è passato. Un anno, ormai.Non sono tornata laggiù. Non ho più riveduto mio figlio. Il presentimento oscuro non falliva.Per quanti mesi ho lottato conservando l’illusione di ottenere mio figlio?I primi giorni mi furono quasi un riposo, sotto la vigilanza silenziosa e trepida di mia sorella: poi, le settimane si susseguirono in uno scambio sempre più violento di lettere tra me e mio marito, tra lui e mio padre, infine tra i nostri avvocati. In colui si palesava crescente la sorpresa per la mia resistenza; s’illudeva che avrei finito per tornare: non aveva egli per ostaggio il figlio?E il bimbo, per mezzo della domestica, mi mandava dei bigliettini ove le sue dita incerte scrivevano parole d’amore e d’angoscia: «.... Vorrei scappare, mamma, ma come fare? Qui mi dicono delle brutte cose di te.... Io ti voglio tanto bene, non ti dimenticherò neanche fra cent’anni.... Ma tu che fai? Non puoi mandare a prendermi?»Nella stanzetta che abitavo provvisoriamente in casa di mia sorella, ed ove giungevano queste effusioni del piccolo cuore addolorato, le ore non si avvertivano più: la notte, figgendo il capo e le mani fra le coltri, soffocavo il rantoloselvaggio.... Chiamavo il bambino per nome, gli parlavo, gli parlavo.... Poi, balzando in piedi, mi pareva d’esser decisa a partire, a raggiungerlo.... Che importava farmi avvilire, calpestare, contaminare? Ma godere ancora della carezza, degli sguardi, degli abbracci palpitanti della mia creatura!Che cosa mi tratteneva, con forza implacabile? Una voce dentro di me, quasi non mia, non del mio povero organismo sensibile, mi diceva che il passo da me fatto era irrevocabile, e che io non potevo più mentire a me stessa; ch’io sarei morta di onta e di disgusto se non sapevo resistere allo strazio, se non preferivo morire!Oh, quel comando interiore, terribile!Per mesi, per mesi.... Ero disposta alla morte colla stessa consapevolezza d’un malato inguaribile.Sempre più forte mi s’insinuava la persuasione che non avrei ottenuto mai nulla da colui, che la sua vendetta sarebbe stata inesorabile: dopo le minacce egli mi mandava ora parole beffarde: sapeva ch’io non potevo iniziare causa di separazione per mancanza di motivi legali. Mio padre, stanco, non interveniva più; fin dal primo giorno, del resto, egli mi aveva detto di non sperare. Mi pervenne il rifiuto della autorizzazione maritale per riscuotere l’eredità di mio zio. Infine anche l’avvocato rinunziò ad ogni trattativa. Io restavo proprietà di quell’uomo, dovevo stimarmi fortunatach’egli non mi facesse ricondurre colla forza. Questa era la legge.La domestica, laggiù, venne cacciata, e così anche i bigliettini di mio figlio cessarono. Seppi che era stata presa una giovane istitutrice; le scrissi, non mi rispose.Nessuno poteva far nulla per me.Perchè la morte tardava tanto?O io ero morta di già e non sopravviveva di me che un ricordo?Il tempo scorreva, fuggiva. Mio figlio non doveva esser già più quale l’avevo visto l’ultima sera, aveva forse già altre inflessioni nella voce, altra luce nello sguardo. Ma non riuscivo a vederlo diverso. La mia maternità s’era dunque chiusa veramente con quell’ultimo bacio?Quando furono passati più mesi, io considerai con uno strano stupore che vivevo ancora, che nulla di essenziale era veramente morto in me, e che d’ogni intorno, quasi occultamente, mille enigmi mi sollecitavano. Uscendo per la città posavo gli occhi sui bimbi che potevano ricordare il caro mio lontano, li tenevo fissi con insistenza, e talora un d’essi mi ricambiava l’occhiata con un’ombra d’inquietudine. Nessuno di quei piccoli sorridenti aveva bisogno di me. Ma qualche volta, il mattino fra la nebbia, o sull’imbrunire, delle piccole forme vaghe mi rasentavano, qualche vocetta lamentosa m’arrestava. Sotto la miacarezza, la faccina tribolata aveva un guizzo di gioia. Dove dormivano, come vivevano?... Traverso le preoccupazioni della mia nuova vita il pensiero di quei bimbi, di quelle mamme vaganti per i sobborghi, mi dava una sollecitudine tormentosa.Un mattino, con mia sorella, entrai in uno dei dispensari per i piccoli malati poveri, istituiti da un gruppo femminile. Mi offersi come assistente di turno, due, tre volte la settimana.Ma che sgomento, le prime volte! Ignoranza, sudiciume, fame, percosse, facevano di quella povera infanzia dei martiri tragici.... Oh il mio bambino sano e bello! E credetti di non poter sopportare la sofferenza fisica di un tale spettacolo ripetentesi all’infinito....Fu da allora che ho ripreso risolutamente a vivere; dopo aver sentito di nuovogli altrivivere e soffrire.E da allora ho anche avuto il bisogno di sperare di nuovo: per tutti, se non per me. E quando ho ritrovata intatta nella mia sostanza, nonostante il tragico sforzo compiuto, la fiducia in un migliore avvenire umano, oh figlio mio, ho potuto ancora versare lagrime di conforto!E in una cameretta che affittai accanto ai miei cari, tra una corsa per le lezioni, che sono il mio solo mezzo di sussistenza, e una visita all’ospedale, mi sedevo al tavolino per scrivere delle pagine in cui rinnovavo gli appelli già lanciati alla società da ben altri ingegni,ma che io improntavo di lagrime e di sangue. I miei gridi erano ben atroci, poichè le riviste che prima mi sollecitavano, ora mi respingono; ma la giustizia non può venir soffocata, perchè arde. Io non domando fama, domando ascolto. Dalla finestra, all’alba e al tramonto, scorgo le linee delle Alpi sulle nubi rosate: e spesso mi giunge la nenia di un corteo funebre avviato alla città dei morti. Guardando in faccia la vita e la morte, non le temo, forse le amo entrambe.In cielo e in terra, un perenne passaggio. E tutto si sovrappone, si confonde, e una cosa sola, su tutto, splende: la pace mia interiore, la mia sensazione costante d’esserenell’ordine, di potere in qualunque istante chiudere senza rimorso gli occhi per l’ultima volta.In pace con me stessa.Spero qualcosa? No. Forse domani può giungermi una nuova ragione di esistenza, posso conoscere altri aspetti della vita, e provare l’impressione d’una rinascita, d’un sorriso nuovo su tutte le cose. Ma non attendo nulla. Domani potrei anche morire.... E l’ultimo spasimo di questa mia vita sarà stato quello di scrivere queste pagine.Per lui.Mio figlio, mio figlio! E suo padre forse lo crede felice! Egli arricchisce: gli darà balocchi, libri, precettori; lo circonderà di agi e di mollezze. Mio figlio mi dimenticherà e mi odierà.Mi odii, ma non mi dimentichi!E verrà educato al culto della legge, così utile a chi è potente: amerà l’autorità e la tranquillità e il benessere.... Quante volte afferro il suo ritratto, in cui le fattezze infantili mi par che ora annuncino negli occhi il mio dolore, ora nell’arco delle labbra la durezza di suo padre! Ma egli è mio. Egli è mio, deve somigliarmi! Strapparlo, stringerlo, chiuderlo in me!... E sparire io, perchè fosse tuttome!Un giorno avrà vent’anni. Partirà, allora, alla ventura, a cercare sua madre? O avrà già un’altra immagine femminile in cuore? Non sentirà allora che le mie braccia si tenderanno a lui nella lontananza, e che lo chiamerò, lo chiamerò per nome?O io forse non sarò più.... Non potrò più raccontargli la mia vita, la storia della mia anima.... e dirgli che l’ho atteso per tanto tempo!Ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno.FINE.

c20PARTE TERZA.XX.Per la prima volta sentivo intera la mia indipendenza morale, mentre a Roma avevo sempre conservato, in fondo, qualche scrupolo nell’affermarmi libera, sciolta d’ogni obbligo verso colui al quale la legge mi legava: temevo, allora, che qualche altro sentimento vi contribuisse. Ora mi sentivo completamente calma. La mattina del mio arrivo osservai che mio marito aveva avuto certe piccole attenzioni nell’allestimento del nostro provvisorio alloggio. Sulla scrivania erano riviste e libri nuovi; un sorriso quasi timido pareva esprimere il desiderio di riconquistarmi. Era in lui un miscuglio di sentimenti oscuri: una sorta di dispetto per avermi lasciato trapelare la sua debolezza verso la mia amica, dandomi così motivo di riaffermare la libertà del cuore, e insieme il desiderio sollecito di dimenticare tutto nel mio tranquillo possesso. Impacciato, inabile, non aveva la forza di attendere l’opera del tempo. E subito sentii il peso dei suoi buoni propositi quanto quello della primitiva tirannia.Ma i doveri del suo impiego mi salvavano in parte, preoccupandolo e affaticandolo. Decisi di mostrarmi del tutto estranea al suo campo di lavoro. Il primo sguardo da vicino m’aveva confermato ciò che avevo supposto da lontano: mio marito era più rozzo nella prepotenza che mio padre, suscitava intorno a sè un’antipatia tanto più malevola in quanto, per la sua origine, egli non incuteva agli operai l’istintivo timore che nutrivano verso il signore forestiero. Il ridicolo è il maggior dissolvente d’ogni spirito di obbedienza, e io lo vedevo luccicare negli occhi di quei ragazzi dal viso risoluto quando li incontravo nei pressi della loro Lega di resistenza.Una cosa mi feriva sordamente; ch’io venissi coinvolta nelle ostilità. E non potevo pensare a rimediarvi. Lavorare, lì.... creare qualche scuola, qualche insegnamento per le madri che lasciavano morire due terzi dei loro bambini, diffondere libri.... Ahimè! Non avrei avuto l’energia di imporre la cosa a mio marito, e nessuno, nessuno poteva e voleva aiutarmi.Il matrimonio di mia sorella segnò la prima crisi di dolore nella nuova fase della mia esistenza. Negli ultimi mesi, non so perchè, avevo accarezzata l’idea d’una possibile rottura tra lei e il fidanzato. Diffidenza contro l’amore, gelosia dell’altrui felicità? Temevo che in lei, come già in me, fosse un’illusione, un’autosuggestione? Poi, nelle settimane precedenti lo sposalizio, avevo visto la fanciulla felice,avida di accogliere il destino foggiatosi colle proprie piani. La trovavo intenta ad ultimare il suo corredo, aiutata dalla sorella minore che appariva altrettanto lieta. E pensavo a nostra madre: così era stata forse anche lei? Anch’ella s’era così abbandonata fiduciosamente alla lusinga dell’amore perenne?Andò in municipio una sera, tardi, accompagnata solo dal fratello, poi che lo sposo aveva evitato la compagnia di mio marito e per conseguenza la mia. Il babbo, ch’era stato saldo nel non voler dare il suo consenso e aveva negato anche il più piccolo assegno dotale, vedendo partire quella che aveva per tanti anni surrogata la madre nella casa, la bella bimba tenace e poco espansiva che serbava alcuni tratti del suo carattere, si lasciò sfuggire una lacrima. Io, a letto, al buio, piangevo pure, nell’istessa ora, su quell’atto irrevocabile che si compieva, sulla catena di errori che si svolgeva fatale senza che gli esempî atroci servissero.... Credevo di piangere su questo: ma nel profondo dell’anima doveva essere invece il lamento desolato della mia solitudine, del mio destino che mi teneva lontana da quella piccola sorella nell’ora della massima sua gioia, che mi dichiarava impotente a partecipare a tal festa, che mi radiava dal novero delle creature fidenti, volenti, amanti....Qualcosa in me veramente si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una commozionesorda, senza cagione fissa mi teneva di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di colori, di suoni; un languore per cui il mio essere veniva a momenti rapito nel sogno di estasi ignote.... Quando mi scotevo, non riuscivo subito a riguardar intera la realtà. Mi stringevo al petto con frenesia il bambino, il quale non mostrava sorpresa, e mi si abbandonava con tutto lo slancio del suo cuore desioso di vedermi sorridere. Allentando l’abbraccio, scorgevo nei dolci occhioni fissi su me l’interrogazione ansiosa.... Perchè comunicavo così alla piccola creatura il mio male, chiedendole ciò che essa non poteva darmi? Perchè domandavo follemente a lui tutto l’amore che mancava alla mia vita? Mia madre, le sorelle, altre ombre d’uomini e di donne m’eran passate accanto ed erano andate oltre, senza conoscermi, senza destare in me ciò che di profondo e di più vero contenevo. Nessuno mi aveva dato nulla per accrescere la mia sostanza: nessuno aveva pianto per me, su di me; e, dal mio canto, io non avevo fatto nulla per nessuno, non avevo portato un sorriso, non avevo aiutata una vittoria, non avevo asciugata una lagrima.....E talora mi sembrava che tutti i tesori non effusi dalla mia anima premessero su di essa, la soffocassero.... Ah, come sentiva di possederle ancora, tutte queste forze intatte, e come tremavo che il grido insorgente dellamia natura esasperata salisse, e riempisse di sè il silenzio ignaro dei giorni e delle notti! Poichè la rivolta non era possibile, perchè lamentarmi? Perchè nella dolce primavera, accanto all’umano flore della mia vita, all’unico bene mio, fra il verde canoro del grande giardino, io cedevo ad inviti nostalgici, rievocavo i visi perduti, ne disegnavo altri mai visti, dando loro voci frementi e fraterne che mi facevano sobbalzare il cuore? Perchè, alla sera, attendendo d’esser raggiunta da mio marito nel letto che tante miserie ricordava, e allontanandone col pensiero il giungere, sentivo nel mio sangue penetrare la persuasione d’un diritto mai soddisfatto, e con essa un impeto formidabile di conquista, lo spasimo di raggiungere, di conoscere quella gioia dei sensi che fa nobile e bella la materia umana; quella fusione di due corpi in un sospiro di felicità dal quale il nuovo essere prenda l’impulso alla vita trionfante?Come mi pareva lontana ed incomprensibile, in tali momenti, la donna tranquilla, senza brame, ch’io ero stata sino a pochi mesi innanzi! Altrettanto sciolta da me di quel che era l’altra, la quale in tempi remoti aveva lasciato che uomini informi tentassero significarle l’essenza dell’umanità. Lucidamente, inesorabilmente, per la prima volta, nel gran deserto spirituale che mi si era fatto intorno, il senso della vita mi si svelava: Armonia.... non altro; un appagamento di tutte le energie associate, sensi e ragione, cuore e spirito....Invece.... Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio, qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere.... Sprofondavo nel guanciale il viso.... Oh la rivolta e l’esasperazione di tutto il mio essere! Una nausea, un odio per colui e per me stessa, e in fine, un lampo sinistro: «La pazzia!»L’uomo si addormentava a lato. Ascoltando il suo respiro pesante, io restavo insonne, per ore. La mente, intanto, continuava il lavoro intricato e straziante; e al sommo del cervello qualcosa si dilatava, pareva scoppiasse.Questa la mia vita. Essere adoprata come una cosa di piacere, sentir avvilita l’intima mia sostanza. E vedere i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine.Passavano, infatti, le settimane, i mesi. Mio padre era partito definitivamente dal paese per Milano, seguìto dai due figli minori. Gli sposi s’erano andati a stabilire nel Veneto. Nessuno della mia famiglia restava in paese. A Pasqua ci eravamo insediati nell’abitazione lasciata dal babbo, gaia e comoda, circondata dal grandissimo giardino. Povero papà! Un poco della sua anima era rimasto qui; fra quell’arruffio verde, in quel trionfo un po’ selvaggio di vegetazioni disparate, egli aveva impiegato ciò che non poteva dare altrove: ilsuo bisogno di bellezza, la sua ricerca di originalità, di semplicità, di verità. Quante confuse meditazioni solitarie e orgogliose dinanzi a quel muto popolo fiorente! E il tempo era scorso anche per lui, aveva irrugginito il baldo organismo di pensiero e d’energia, col quale aveva trasformato tutta una popolazione, scotendola da una inerzia secolare e avviandola su un nuovo cammino. Solo, senza una voce fraterna che rispondesse alle sue idee o le contrastasse, invano egli aveva chiesto al culto della natura i benefici che non sapeva desumere dall’amore de’ suoi simili!Ora mio figlio regnava felice in luogo del nonno. Colla tunica di tela greggia che gli arrivava ai ginocchi, rosso in viso, gli occhi turchini splendenti sotto le ciocche di capelli a riflessi dorati, sembrava un Sigfrido in miniatura, quando irrompeva col sole nello stanzone ove io leggevo o fantasticavo per la maggior parte della giornata. Egli era il mio solo compagno. Null’altro mi compensava del contatto frequente e penoso con la famiglia di mio marito: la suocera, molto invecchiata, si faceva appena perdonare le irritanti esclamazioni di meraviglia che ogni volta le suscitava la vista della casa, del giardino, del frutteto: «Il paradiso! State qui come una regina! Ah figlio mio, alfine la giustizia è fatta!» In quanto a mia cognata, ancora più aspra e maligna dopo la morte del dottore, doveva intuire che soffrivo, e naturalmentegoderne; ma mostrava di credermi felice, anche lei.Mio marito non celava la sua compiacenza nel trovarsi oggetto di ammirazione, di venerazione anzi, pei suoi. Tutto in lui, con costante, incredibile progressione, mi dava fastidio, ora; a tavola, in giardino, per istrada, mi pareva di notargli per la prima volta questo o quell’atto insopportabile.La monotonia dei giorni era interrotta talvolta dal passaggio di qualche importante cliente o corrispondente della fabbrica. Bisognava invitarli alla nostra tavola, e se ne andavano meravigliati della distinzione del nostro ambiente famigliare. Mio marito tentava allora di mostrarmi che m’era grato: l’arrestavo al primo accenno. Ferito, egli si rinchiudeva in sè, e non n’usciva che per ferire a sua volta, con motti, sarcasmi, derisioni su tutto quel che mi stava a cuore. Il bambino ascoltava con un’ombra di stupore negli occhi profondi; certe volte con una pressione delle manine m’offriva tacitamente aiuto. Notavo con gioia e dolore insieme ch’egli non dimostrava alcuna confidenza per quel padre sempre accigliato, sempre di diversa opinione della mamma.Certe sere, tutti se n’andavano lasciandomi sola: portavo il bimbo a letto e poi mi affondavo in un seggiolone di paglia nel giardino. La cupa vôlta cosparsa di mondi silenziosi attraeva il mio sguardo magneticamente; mail mistero dell’universo non mi tentava, in quell’ore: un’angoscia umana, precisa, incalzante, mi possedeva intera; l’amarezza senza nome della mia solitudine, il vago timore di una morte possibile, prossima, lì, tra quella gente ostile e straniera, senza aver lasciato traccia della mia anima.... Tanto spazio di cielo, ed io incatenata, curva sotto un giogo spietato, non capace più che di un lento pianto....Mi scotevo, rientravo nella stanza del bimbo addormentato. Così placido, così fidente, nella notte piena per sua madre di brividi!... Fosse egli almeno salvo, l’unico mio tesoro! Avessi potuto almeno pensare ch’egli avrebbe sempre sorriso così alla vita come nel suo sonno di bimbo!Pareva, nel sonno, chiedermi perdono. Mi portavo alle labbra la piccola mano. Oh, nulla avevo da perdonare alla creatura che un giorno mi avrebbe detto forse: «Povera mamma, ti sei sacrificata per me!» Piuttosto, un vago rimorso mi tormentava la coscienza, di continuo. Come cresceva egli, tra me e suo padre? Nella casa era il solo che sorridesse spontaneamente: ma così di rado! Venerava i libri che mi vedeva tra le mani, aveva il senso di una vita ideale ch’io sola intorno personificavo. Ma forse era già cosciente delle frodi che il destino gli faceva. Troppo spesso, nelle ore più tetre, io lo malmenavo, in uno sfogo selvaggio della natura tormentata, esigendoda lui più del dovere, costringendolo sul quaderno, vietandogli un passatempo legittimo; troppo spesso lo trascuravo, lasciandolo giocare da solo in giardino, o correre alla fabbrica, o annoiarsi su un tappeto acquerellando vecchie incisioni di giornali, senza ascoltare i suoi richiami. Mancava a me la volontà continua della vera educatrice, la serenità di spirito per guidare la piccola esistenza; non potevo assorbirmi intera nella considerazione dei suoi bisogni, prevenirli, soddisfarli. In certi istanti per questa consapevolezza mi odiavo. Che miserabile ero dunque, se non riuscivo, una volta accettato il sacrificio della mia individualità, a dimenticare me stessa, a riportare integre le mie energie su quella individualità che mi si formava a lato?....Così era stata mia madre coi suoi bambini.... Un giorno trassi da una cassetta alcune vecchie carte di lei, consegnatemi dalla mia sorellina prima della sua partenza dal paese, mesi avanti. Non avevo mai avuto il coraggio di scorrerle. Eran lettere di parenti, note di spese, appunti disparati, abbozzi di ciò ch’ella scriveva ai genitori, alla sorella, al marito; qualche poesia sua, anche, degli anni giovanili, sentimentale, romantica, e tuttavia vibrante d’una tragica sincerità. Lo spirito materno mi si mostrava in quei fogli sparsi, quale l’avevo ricostituito penosamente colla sola intuizione nei giorni della sua rovina.E una lettera mi fermò il respiro. Datava daMilano: era scritta a matita, in modo quasi illeggibile, di notte. La mamma annunziava a suo padre il suo arrivo pel dì dopo; diceva di aver già pronto il baule colle poche cose sue, di essere già stata nella camera dei figlioli a baciarli per l’ultima volta....«Debbo partire.... qui impazzisco.... egli non mi ama più.... Ed io soffro tanto che non so più voler bene ai bambini.... debbo andarmene, andarmene.... Poveri figli miei, forse è meglio per loro!...»La lettera non era finita: certo non era stata rifatta nè spedita. La sventurata non aveva avuto il coraggio di compiere il proposito impostosi in un’ora di lucida disperazione. Aveva forse pensato che suo padre non avrebbe voluto o potuto accoglierla; che la miseria l’attendeva; che il suo cuore si sarebbe spezzato lungi dalle sue creature e da colui che aveva avuta tutta la sua gioventù. Ella l’aveva amato! L’amava ancora? Per noi sopratutto era rimasta: per dovere, per il timore di sentirsi dire un giorno: «Ci hai abbandonati!...»Non avevo mai sospettato che mia madre si fosse trovata un momento in una simile situazione. La mia intelligenza precoce non aveva potuto, a Milano, penetrar nulla. Avessi avuto qualche anno di più, mentre ella era in possesso di tutta la sua ragione, e ancora in lei la vita reclamava i suoi diritti contro la fatale seduzione del sacrificio! Avessi potutosorprenderla in quella notte, sentire dalla sua bocca la domanda: «Che devo fare, figlia mia?» e risponderle anche a nome dei fratelli: «Va, mamma, va!»Sì, questo le avrei risposto; le avrei detto: «Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile!»Ahimè! Eravamo noi, suoi figli, noi inconsci che l’avevamo lasciata impazzire. S’ella fosse andata via, se nostro padre non ci avesse permesso di raggiungerla, ebbene, noi l’avremmo nondimeno saputa viva, e dopo dieci, vent’anni, ancora avremmo potuto ricevere da lei i benefizi del suo spirito liberato e temprato....Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione,di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sè la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentitainnanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi stessi....Quella notte non dormii. Il confuso problema di coscienza intravisto la prima volta a Roma, mi si imponeva ora con una lucidità implacabile. E per giorni, per settimane maturai nello spirito ciò che in quella notte avevoveduto.Avevo formulata la mia legge. Essa avrebbe agito, mi avrebbe compenetrata, sarebbe diventata istinto, atto, e un giorno senza sforzo l’avrei seguita, come la rondine che segue le correnti della primavera.Esteriormente ero più calma, in certi momentil’idea si impossessava tanto di me, che io non la riguardavo più se non in astratto, senza applicarla al mio caso, tanto era limpida e naturale nella sua verità, tanto era lontana dalla pratica mia e di tutti.Nessuno se n’avvedeva. La domestica soltanto, la buona vecchia ormai da tanto tempo abituata ad osservarmi in silenzio, sorprendeva talora un’espressione troppo intensa, paurosa per lei, sul mio volto, che per tutti restava quello d’una bimba savia. E avventurava qualche consiglio, qualche scongiuro: lavorassi, come a’ bei tempi, sperassi, avessi fede....La parola pietosa m’inteneriva. Che strana intuizione era in quella semplice anima devota? Forse era l’influsso della mia costante presenza: con la mia taciturnità, la mia inquietudine, con le risonanze che avevano le parole d’indole famigliare, che dovevo rivolgerle, io l’affascinavo, la suggestionavo, la portavo nella cerchia oscura delle mie sensazioni.Ah poter liberamente influire su tutte le creature avide di riscatto, poter dare un sorriso, una speranza, un’energia a chi ignora e geme e muore!La mia forza d’emozione diventava pura, alata, e s’alzava con le albe e coi tramonti, coi pensieri nobili e coi versi dei poeti. Erano tuffi nel sole, scalate a vette sublimi di ghiaccio, raccolte di fiori ideali; attimi di gioia perfetta, come la sensazione improvvisa d’una fresca carezza di vento primaverile che ci uguagliaalle frondi novelle, ci fa come esse fremere del semplice piacere della vita. Mi si formava la convinzione che il genio è eterno solo in quanto il suo linguaggio è immancabilmente una testimonianza della umiltà e della dignità umana. Volgono le epoche, tramontano i sogni e le certezze, si trasformano le nostre brame; ma immutato resta il potere d’amore e di dolore nella creatura terrena, immutata la facoltà di esaltarsi sino ad intendere voci fraterne nello spazio in apparenza deserto.Sopraggiunto l’autunno, fra mio marito e gli operai, come un anno avanti fra costoro e mio padre, la scissura si accentuò. Mentre gli affari della fabbrica continuavano a rendere guadagni considerevoli sui quali il direttore percepiva un buon interesse, i salari si mantenevano mediocri e i regolamenti durissimi: la mia equità si rivoltava; una cupa onta m’invadeva sempre più di esser lì, inerte e inerme. Certe lavoranti che passavano dinanzi al cancello del giardino, a gruppi, uscendo dalla fabbrica, con un riso sfacciato e sprezzante, mi sembravano più di me degne di rispetto. E non osando quasi più uscire di casa, il grande giardino nella pompa autunnale mi vedeva vagare per ore come un’ombra. Mia madre!... Non le andavo incontro, non vivevo già un po’ come lei?...Un malessere, una spossatezza generale mi assalirono: un dubbio mi traversò un istantela mente: ch’io stessi di nuovo per divenir madre?Il terrore onde fui investita mi diede una volta ancora la misura della mia miseria.Oh, fuggire, fuggire!Rinnovai a mio marito una domanda già respinta: mi lasciasse andare presso mio fratello, a Milano, per qualche settimana.Quando ottenni il consenso, la paura di una nuova maternità era svanita. Mio marito aveva pure intuito il mio dubbio, e in pochi giorni la tensione tra noi si era fatta insostenibile. Ci lasciammo senza una parola: egli aveva un’aria di sfida minacciosa.Di nuovo la città mi accolse. Era la città della mia fanciullezza, questa volta. Pur rinunciando a cercare per le strade e per i giardini la bimba di quindici anni innanzi, io mi sentivo circondare nelle mie ricognizioni da un’atmosfera famigliare: i viali immersi nella nebbia, le piazze dai contorni imprecisi, le file dei fanali, la sera, lungo il Naviglio deserto, mi mostravano la stessa fisionomia d’un tempo. Lì avevo ricevuto da mio padre la prima impronta intellettuale, lì avevo appreso il rispetto, quasi il culto per l’energia umana. Fin da bimba avevo sentito in modo confuso come nella città l’uomo dia una sfida incessante e superba alla natura per lui limitata e insufficiente. In verità, circoscrivendo in certo modo la sua prigione, l’uomo si sente tra le mura cittadine più libero e possenteche sotto l’infinito cielo stellato, che dinanzi al mare e alla montagna incuranti di lui: ciò spiega anche l’ostentazione del progresso che le metropoli offrono.Certo, qui come a Roma, come nel villaggio, quasi sempre il motivo dello sforzo era egoistico: gli esseri si premevano, correvano e sembravano indifferenti gli uni agli altri. Ma un sordo agitarsi di coscienze s’intuiva tra quella rete fitta e tumultuosa, nei grandi sobborghi operai, nelle scuole, nei comizi: coscienze che si orientavano verso una visione ancora confusa, che trovavano stimolo al lavoro in qualcosa di non tangibile, in un sentimento di reciprocità, di solidarietà col passato e coll’avvenire, in una vera estensione d’amore nello spazio e nel tempo. E alcuni uomini e alcune donne, con serena pazienza, promovevano quasi da soli tutta quella germinazione. Un’ideale corrispondenza era fra essi e la mia vecchia amica di Roma: già in lei avevo ammirato e invidiato il potere animatore e propulsore che una forte volontà altruistica può esercitare nella città moderna.Andavo con mia sorella a visitare i luoghi ove s’iniziavano tentativi di riforma, ove s’abbozzavano gli schemi della convivenza umana avvenire, e osservavo trepidamente svilupparsi in lei il desiderio di partecipare, fosse anche in minima parte, all’azione, di non passare ignara e sterile accanto alla vita. Dacchè era arrivata a Milano, aveva condotto un’esistenzamalinconica, troppo sola sempre e senza occupazioni. Il babbo viaggiava quasi sempre, malato d’instabilità, irrequieto e scontento. Nostro fratello s’era impiegato in una fabbrica, e sperava poter arrivare presto a provveder da solo a sè e alla fanciulla: frequentava l’Università Popolare, leggeva molto, aveva alcuni compagni interessanti; ma capiva di trascurar un poco la sorellina. «Avrebbe bisogno d’una amica: che cosa posso fare io per lei?» Ella ascoltava, con i suoi grandi occhi dilatati: dolce fiore di giovinezza che oscillava in esaltamenti e depressioni per la mancanza appunto d’uno stimolo continuo, vigoroso e tenero insieme. Temeva d’esser la vittima estrema dell’errore che aveva unito i nostri genitori, di portare il loro irrimediabile dissidio nel proprio carattere. Ripeteva: «Se ti avessi vicina un po’ sovente!» E sembrava scrutarmi nell’anima, interrogare l’avvenire.Con gioia e timore insieme rilevavo in lei quest’ansia dello spirito, principio veramente di una più alta esistenza di cui avevo in parte la responsabilità. Avrebbe la vittoria coronato lo sforzo suo e del fratello? Entrambi mi rappresentavano l’uomo e la donna d’oggi alla soglia della vita, la loro tristezza e la loro speranza. Mentre l’una deve ancora spezzare vincoli esteriori ed interiori per conquistare la propria personalità, l’altro ha bisogno d’esser visto, d’esser guardato negli occhi da lei come da un’anima che sa e vuole. Avrebbetrovato ciascuno l’essere che poteva accompagnarlo nella vita partecipando a tutte le gioie e a tutti i dolori? In certi momenti mi dicevo che mi sarei ritenuta fortunata nella mia sventura se avessi potuto imbattermi, prima di morire, in qualche umana coppia perfetta. Ripensavo ai due giovani fidanzati intravisti il giorno della morte della mia amica, a Roma. Sì, qualcuna già poteva, doveva esistere, e rapidamente suscitarne altri esemplari intorno. Nella mia fantasia frattanto erano un tormentoso sconforto alla squallida condizione in cui giacevo. E mi cantavano nella mente le parole che i poeti non dicevano ancora.Intermezzo di vita. Mi sentivo alacre, volonterosa, forte. Tutto quanto avevo accumulato nella mia anima durante i mesi di solitudine laggiù, balzava adesso in limpide formule. Quasi una purissima gioia di creazione m’invadeva quando consideravo dentro di me l’ideale di creature che non portassero più nelle vene come me, come i miei fratelli e mio figlio, un sangue di perenne contesa; in cui un’unica volontà parlasse, nell’esempio e nel ricordo di genitori amanti e attivi, nella speranza d’una sempre maggiore serenità di vita.Nel futuro, nel futuro. La certezza d’un tale avvenire mi si era andata formando inavvertitamente, forse dall’adolescenza, forse prima, quando l’atmosfera penosa della casa ove due cuori avevano cessato di comprendersi, mi aveva rivolta l’anima alle indagini appassionate.Come le aveva perseguite il mio temperamento logico ed assoluto, a traverso ogni ostacolo! A tratti, un senso di ammirazione quasi di estranea mi prendeva per il cammino da me percorso; avevo la rapida intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestantesi qua e là a dolorosi privilegiati.... E, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile.c21XXI.Mio marito mi ricevette alla stazione del paese con un certo impaccio: si occupò specialmente del figlio nel tragitto verso casa. A casa la domestica mi avvolse in uno sguardo trepidante che mi sorprese. Ma erano lì anche mia suocera e mia cognata; dovetti comporre il volto alla calma cortesia che usavo con loro, assistere alle feste ch’esse prodigavano al bimbo un po’ restìo, un po’ annoiato. Osservavo mio marito e mi stupivo di trovarlo inverosimilmente invecchiato, con la traccia d’un guasto interno su la maschera pallida e contratta. Possibile che poche settimane soltanto fossero scorse dacchè ci eravamo separati? Anni mi parevano: più ancora: mi pareva di non avergli mai appartenuto, tanto lo sentivo lontano da me, estraneo.Quando restammo soli, egli mi disse di una indisposizione avuta durante la mia assenza. Parlava abbondantemente e confusamente. Si trattava di cosa leggera, un ritorno, diceva, d’un’infezione avuta molti anni addietro, da soldato.... Qualcosa mi balenò alla mente, come la confusa reminiscenza di parole udite, quando? in città? dalla dottoressa?—Roba da nulla, egli ripeteva, senza conseguenze. Aveva dovuto serbare l’immobilità per alcuni giorni: ora era guarito, ma il medico avrebbe voluto che continuasse a riposare, ciò che non era possibile.La narrazione era intercalata da brevi soffocate bestemmie, espressione famigliare dei suoi rammarichi. Ascoltavo in silenzio, incapace di rendermi conto esatto della realtà. Egli si alzò, mi prese tra le braccia, con una esitanza quasi rispettosa che non gli conoscevo; cercava le mie labbra; istintivamente piegai il capo: egli mi posò la bocca a sommo della fronte mormorando: «Sei buona tu.... tanto buona.... non ti merito....»Coricati, il suo desiderio alitava caldo intorno alle mie membra.... Una frase remota, il ricordo d’un sorriso amaro sul volto della dottoressa, un giorno, a Roma, mi lampeggiarono di nuovo alla mente. E un impeto indomabile, selvaggio, di difesa, m’invase. Egli desistè dopo un istante, ed io restai fremente a lungo come uscita, da un bagno di fiamme.Il dì dopo venne il medico d’un paese vicino;parlò di riposo, di cure, e se ne andò avvolgendomi in uno sguardo ambiguo.Anche la domestica aveva uno strano modo di guardarmi, o piuttosto, di distogliere gli occhi dai miei. Infine si lasciò sfuggire che il padrone era stato in città alcuni giorni dopo la mia partenza, e che al ritorno si era ammalato. Benchè non l’interrogassi, aggiunse: «Non mi fate dir altro....»Non ce n’era bisogno. La fantasia mi tracciava ora una scena dai contorni sfuggenti: l’uomo che in un giorno d’irritazione andava a picchiare a una porta infame.... Vedevo l’onta di colui presso i famigliari, la sua risoluzione di nascondermi tutto, i sotterfugi.... Che cosa poteva in tutto questo sorprendermi? Nulla: come se un ritratto, alla cui esecuzione avessi assistito giorno per giorno mi si mostrasse finalmente completo, perfetto.E non gli dissi una parola: le mie labbra non avrebbero potuto disserrarsi, anche se l’avessi voluto. Feci preparare in una camera accanto a quella del bimbo il letto per me, e la sera, prima ch’egli uscisse dal suo solito giro in fabbrica, lo avvertii. Egli impallidì un poco: ma forse era preparato, e mostrò non dar importanza al fatto: «Questione di giorni!»—brontolò.Un ribrezzo profondo mi dominava ogni volta che lo vedevo rientrare in casa. Egli manteneva un’aria di vittima infastidita e pareva non supporre in me nulla di nuovo. Sicompiaceva nell’ascoltare ed esperimentare i consigli empirici di sua sorella. E allorchè non si lagnava delle malattie che colpiscono chi men se l’aspetta, dava sfogo all’acredine contro i socialisti che tendevano in quel tempo a suscitargli uno sciopero. A volte, sorprendendomi seduta accanto al bimbo, con il capo appoggiato alla testolina di lui, intenta a leggergli una storia o a commentargli un’incisione, aveva una contrazione maligna delle labbra e non reprimeva qualche motteggio. Volevo fare uno scienziato anche di quel poverino?Studiava il piccino, adesso, e l’intimità dei nostri cuori pareva aumentare in quel destarsi della sua intelligenza, in quelle prime emozioni del pensiero. Mentre egli al tavolino faceva i suoi esercizi, io scrivevo o leggevo, interrompendomi per rispondere alle sue domande. Passavano minuti di dolcezza e di pace. Poi, quand’egli mi lasciava per andare e giocare, un gelo m’invadeva.Sfogliavo in quei giorni con una strana voluttà il «giornale intimo» di Amiel. Fantasmi popolavano il mio studio, mi apparivano dinanzi fra le piante del giardino o in mezzo alle vie maestre o in riva al mare: mia madre giovane accanto alla culla delle mie sorelle, in atto d’accettare la sua sorte atroce; questo filosofo ammalato, curvo sulla sua scrivania ad esprimere il suo dolce pessimismo intessuto di lagrime e di ruggiti repressi;un famoso scrittore nostro, infine, una delle mie ammirazioni d’adolescente, a cui poco innanzi il figlio ventenne era morto, vittima forse del dissidio tra i genitori. Simboli sanguinosi della vanità del sacrificio, esempî terribili del castigo incombente su ogni coscienza che si suicida.Non ero io una di queste coscienze? Non mi era bastato il ragionamento e l’intima persuasione. Avevo continuato ad appartenere ad un uomo che disprezzavo e che non mi amava: in faccia al mondo portavo la maschera di moglie soddisfatta, in certo modo legittimando una ignobile schiavitù, santificando una mostruosa menzogna. Per mio figlio, per non correre il rischio d’esser privata di mio figlio.Ed ora, ultima viltà che ha vinto tante donne, pensavo alla morte come ad una liberazione: mi riducevo anche a lasciare, per morire, mio figlio: non avevo il coraggio di perderlo per vivere.E a tratti come un vento di follia m’investiva. La sera, dopo aver sopportato la conversazione dei parenti, se restavo sola di fronte all’uomo che mi avviliva coi suoi sguardi e i suoi tentativi di riconciliazione, mi lasciavo trarre a lanciar parole taglienti contro i lagni ch’egli esalava sulla crisi dell’industria e l’atteggiamento degli operai. La mia voce si faceva acuta, quasi smarrivo il significato delle mie parole. Allora, una vocina m’interrompeva d’improvviso: «Mamma!», e dopo un momento:«Vieni, mamma!» Mi riscotevo, mi recavo al buio nella stanzetta ov’era coricato il bimbo. Egli vedeva la mia ombra nel vano della porta: mi chiamava di nuovo più sommesso: «Mamma!» E come mi sentiva presso il letticciuolo, traeva fuori le braccia, m’afferrava il collo, mi attirava il capo accanto al suo. In silenzio, mi passava una mano sugli occhi, sulle guance; sentivo il tremore delle dita tepide e morbide.... Che voleva la cara anima? Accertarsi ch’io non piangevo, che il papà non mi faceva piangere.... Mi gettavo traverso il letticciuolo e i singhiozzi montavano, infrenabili; li soffocavo nelle coltri, sentendo di nuovo la parola tremante: «Mamma!», e il mio viso era bagnato di lagrime mie, sue.... Imploravo in cuore: Perdono, perdono, figlio! E a lungo restavo lì, china, senza parole, attendendo per il piccolo essere il sonno pietoso, per me l’atonìa che segue la crisi.Un giorno arrivò un telegramma che m’annunziava le condizioni disperate di un mio zio di Torino, fratello maggiore di mio padre, che mi aveva sempre dimostrato il suo affetto attraverso i tempi e le vicende, e più volte mi aveva beneficata con doni e prestiti di danaro, nei tempi difficili di Roma specialmente. Egli era l’opposto di mio padre, con tutte le caratteristiche del borghese lavoratore, limitato nelle idee, ligio alle usanze, soddisfatto di sè, ma profondamente buono. A lui riportavotanti miei ricordi d’infanzia, e, nonostante l’immenso divario di principii e di sentimenti, m’ero sempre commossa ad ogni incontro col caro vecchio pingue, roseo e burbero, a cui una ventina di nipoti, figli de’ vari fratelli e sorelle, facevano corona.Sarei stata in tempo a rivederlo un’ultima volta? M’avrebbe riconosciuta?Mio marito mi fece partire la sera stessa, dopo simulati tentennamenti, dandomi, riguardo al mio contegno verso il ricco zio e i parenti, delle raccomandazioni che mi gelarono ogni spontaneità. Così sempre la vita, dunque?Al mattino, dopo l’eterno viaggio notturno, trovai ad attendermi sotto la tettoia fumosa mio padre e una sua sorella. Mi chiedevano del mio stato, mio padre si lagnava delle ferrovie, la zia rimproverava a lui di non avermi ancora baciata.... Tanti anni che non sentivo le braccia paterne attorno al mio collo!Lo zio era morto nella notte.Era sparita una creatura del mio passato, forse la sola che avesse pensato a me come ad una pianta dell’antico ceppo. Avvertivo un vuoto, e insieme come un senso di liberazione.... Così le nuove generazioni quando si staccano dalle vecchie soffrono e sognano.Restai a Torino tre giorni. Attorno al cadavere alitavano le brame dei nipoti, eredi diretti, e quelle d’altri parenti innumerevoli. Mi sentivo sollevata quando il babbo mi traeva lungi dal lugubre spettacolo, a camminare conlui per le care tranquille vie della città nativa. Egli mi parlava un po’ stancamente, e pareva che entrambi assistessimo ad un ritorno di tenerezza, con mite stupore, rassegnati a vederla ben presto dileguare. Eravamo ormai ben autonomi, il babbo ed io, ognuno nella propria strada errata! Non potevamo scambiarci lamenti o consigli, nè supporre possibile un futuro aiuto vicendevole in un giorno di riscatto o di disastro; ci limitavamo ad ascoltare ciò che restava in noi dei comuni entusiasmi d’un tempo, ad osservare ciò che ancora avevamo d’identico negli istinti e nelle tendenze.Fu lui a comunicarmi il contenuto del testamento: a me erano assegnate venticinquemila lire, a’ miei fratelli solamente cinque. Perchè? Ne provai un’amarezza fortissima, l’impulso subitaneo a dividere la mia parte con i meno favoriti. E una torbida sensazione di vergogna si mescolava a questo dispiacere: quasi venissi un poco diminuita ai miei occhi dalla possessione di quel danaro non guadagnato col mio lavoro, da quel privilegio, sia pur minimo, che ricevevo non solo sui miei consanguinei ma su tanti altri fratelli, proprietari unicamente d’un paio di braccia e di una volontà attiva.Nondimeno, sormontata l’acuta e complessa contrarietà, non potei non pensare all’importanza pratica che il fatto assumeva per la mia vita. Io acquistavo l’indipendenza materiale: quella somma, poca cosa certo, sarebbe statasufficiente però ad assicurare il sostentamento di mio figlio quand’io dovessi col lavoro provvedere a me stessa.Una clausola del testamento disponeva che esso venisse eseguito solo sei mesi dopo.Informai mio marito, annunziando il mio ritorno. Sentivo di poter essere ora più esigente di fronte a lui; avrei reclamato delle vacanze, dei viaggi; avrei potuto comperar libri per me e pel figlio, senza mendicare sempre il permesso....Una bizzarra ipotesi s’affacciò tra quei vaghi progetti. Io avevo, in qualche parte della penisola, un amante; lo raggiungevo di tratto in tratto, mi dissetavo di passione, di ebbrezze, indi rientravo nella casa triste a riprender il giogo che il mio cuore di madre non riusciva a rigettare. Non ingannavo nessuno, perchè mio marito sapeva che lo disprezzavo. Soddisfacevo a un diritto del mio essere, accumulavo la forza di resistere, di sopportare....Pazzia! Potevo ben lasciare la briglia alla fantasia, ma, se non vedevo chiaro quello che avrei fatto, sapevo troppo lucidamente quello che non avrei fatto mai; avevo la sensazione che l’avvenire già esistesse dentro di me: una soluzione, facile o difficile, più o meno lontana, ma certa, quasi fatale.Ero arrivata al mattino. Il bimbo giocava con le marionette, ed io lo assistevo, seduta con lui sul tappeto. Mio marito leggeva i giornali,taciturno; non ci eravamo scambiato ancora una parola.Venne mia cognata, ilare, leziosa; attendeva da me delle notizie che non m’affrettavo a darle, e ad un certo punto non resistette: «Dunque, dunque, siamo ricchi, eh?»Tenevo la testa china sulla baracca dei burattini, non la sollevai. Il bimbo non aveva sentito, intento com’era allo spettacolo; ma la voce stridula continuava, coprendo le parole che suggerivo ai miei personaggi. «E il nostro caro figliuolo ora ha una fortuna di più! Ah, voglio vederlo padrone del paese, un giorno!»I due cari occhi turchini mi fissarono, ora; dicevano: «Continua, mamma, non dar retta; io non ascolto che te; la mia vita me la fai tu sola....»Avanti, sì. Ma alla notte, stavo per coricarmi affranta, quando l’uomo entrò nella mia camera. Dopo una lotta atroce, sola nel buio, invocai, una volta ancora, la morte.E il mattino seguente lo dissi al bimbo, piano: «Forse morirò, sai? Ma tu non dovrai piangere, dovrai soltanto ricordarti....»Morire!Dentro il mio cervello mi pareva di sentire come un groppo, duro e pesante, che si rimoveva, si sviluppava.... E un pensiero vi si illuminò sinistramente. Anchelui, mio marito, avrebbe potutonon esistere più.... Gli esseri che si agitano intorno a noi muoiono. È come un alito: spariscono. E tutti gli altri uominicamminano, vi guardano in faccia, parlano e non lo nominano più.... È come se non fosse mai esistito....Così poteva pure avvenire di me.... Ma, e mio figlio?Invece, ora,dopo.... io e mio figlio, soli.... Ecco; giravo per la casa, mia: nessuno! Uscivo in giardino, nella via.... Ecco il mare, i paesi lontani. E in questo mondo immenso, liberi, liberi, io e mio figlio....Era un sogno ad occhi aperti. Quando sentii la voce del bimbo che chiamava la domestica, trasalii. Mi stupii sopratutto di non provare orrore al pensiero di essermi raffigurata tutto ciò. Sentii aprire la porta del giardino; mio marito entrò; era il meriggio. Si avvicinò, mi parve che mi guardasse e tòrsi il viso. Mi occupai del bimbo per tutto il tempo del pasto, poi, soli un momento, mi rivolsi a lui: sentivo la mia faccia irrigidirsi:«Dovrò chiudere la porta della mia stanza!»Quegli diede un pugno sulla tavola. Poi fece alcune volte il giro per la sala, e si sedette fremendo.«Fa quello che vuoi!»Si rialzò di scatto ed uscì nel giardino. Ma subito rientrò vomitando un cumulo di parole infami. China, stringendomi il bimbo accanto, continuavo macchinalmente a segnare col dito le linee del libro che leggeva. Interruppi le bestemmie guardandolo fermamente in faccia: gli dissi che c’era un solo rimedio, quelloche avevo indicato un anno prima: separarci.Quegli s’era fatto più livido. Me ne andassi, me ne andassi, avrebbe ben trovato un’altra femmina al mio posto!Calma, proseguii: «Sia pure. Ma non in presenza di mio figlio. Lo porterò con me, aspetterò in casa di mio padre che la legge regoli il nuovo stato di cose».Egli era accanto alla vetrata del giardino: alzò un braccio, poi lo lasciò ricadere. Il suo volto era gonfio e livido.«Il figlio?—proruppe.—Pròvati!»La voce s’era elevata, doveva passar le portiere, giungere in istrada. Il corpicciuolo infantile accanto a me era scosso da un tremito, si avvinghiava al mio tra i singhiozzi repressi.«E tu, àlzati! Vieni con me in fabbrica, su!»Subito, la vocina tremula oppose:«Ho da fare il còmpito....»I puri occhi turchini s’incontrarono con quelli del padre, torbidi, spaventosi: un momento di silenzio passò. Immobile, non percepivo più che la pressione di una piccola mano un po’ umida.Sentii sbattere l’uscio, dei passi sulla ghiaia allontanarsi.Soli in casa, nel pomeriggio fosco.... Il bambino m’asciugava le lagrime lente, col suo gesto accorato; e mi chiedeva: «Che cosa voleva, che cosa aveva papà? Perchè grida così, perchè ti fa sempre piangere, mamma?»«Devo andarmene, figliolo mio; vedi, devo partire....»Che cosa balbettavo? Egli mi pose le mani sulle spalle, con tutta la violenza del suo piccolo essere in tumulto.«Mamma, mamma, e io vengo con te, vero? dimmi, dimmi!... Non voglio restar qui col papà, non voglio lasciarti.... non voglio, mamma! Mi porti via, di’, via?...»E mi cadde sul petto, rompendo in un pianto che mi penetrò nella carne, un pianto di uomo e di neonato insieme, che pareva riassumere tutto il dolore del mondo.... Figliuolo, figliuolo! Ti strinsi, piansi con te, così disperatamente, sentendomi fondere teco, come se ti raccogliessi nel mio grembo e ti lanciassi una seconda volta nella vita in uno spasimo infinito di sofferenza e di gioia, comprendendo la sovranità formidabile del legame nostro, eterno....Scrissi a mio padre per prevenirlo. Poi riaprii il libro che già avevo consultato a Roma, l’anno avanti, tristamente. Chiaro e semplice il codice nei suoi versetti.... Io lo conoscevo. Ma solo quando pensai a me stessa, sentii ch’ero io l’incatenata, che proprio su di me la legge era come la porta d’un carcere, ne sentii tutta la mostruosità. È possibile? La legge diceva ch’io non esistevo. Non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto fosse mio, i miei beni, il mio lavoro, mio figlio!Giorni di tensione spaventevole, in cui, pur non osando ancora appigliarmi all’unica risoluzione, concentravo tutte le mie forze. Oh, non per difendermi dalla rabbia del mio aguzzino, ma per domare il mio spasimo materno al pensiero orrendo di poter esser priva di tutto il sorriso della mia vita! In alcune ore non sentivo in me neppure più alcun impulso, nè di rivolta, nè di rassegnazione. Soltanto, ad ogni tratto, poche parole: «Tu non ami e non sei amata: siete due estranei. Non c’è che un dovere».Poi: «Tu l’hai visto questo dovere».E ancora: «O adesso o mai più».Era una voce implacabile. A Roma, un anno avanti, la fugace ribellione era stata più che altro un impeto istintivo, che aveva sorpreso me stessa. Ma adesso, dopo l’annata di tormentosa e inflessibile meditazione, dopo la visione raccapricciante dell’abisso, era un comando cui dovevo obbedire, o morire.Il caso, il destino, forse l’oscura logica delle cose aveva voluto che, finalmente, io fossi costretta a mostrare all’uomo di cui ero schiava tutto il mio orrore per il suo abbraccio. Dopo dieci anni. Miseria! Lo strappo furibondo alla catena non era avvenuto nelle lunghe ore in cui essa mi dilaniava l’anima: la carne era stata più ribelle, aveva urlato, s’era svincolata; ad essa dovevo la mia liberazione.Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio piùancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblìo, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!Mio figlio.... Ma come poteva l’innocente venir condannato? Come poteva la legge volere, che il povero bimbo rimanesse legato al padre, che fosse impedito a me di proteggerlo, di educarlo, di sviluppare in lui tutto ciò di cui avevo già formato la sua sostanza?Questo era l’atroce dilemma. Se io partivo, egli sarebbe stato orfano, poichè certo mi verrebbe strappato. Se restavo? un esempio avvilente, per tutta la vita: sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia.Mi veniva accanto, il bimbo, m’accarezzava le tempie su cui principiavano alcuni capelli ad incanutire.... Ed il grido del mio sangue trionfava per qualche momento: era mia quella creatura, io la volevo contro tutto; volevo serbarmi i suoi baci a costo della sua e della mia salvezza; non potevo, non potevo pensare ch’egli si sarebbe sviluppato, trasformato, senza che i miei occhi si confortassero del suo fiorire, e che la sua puerizia, la sua gioventù avrebbero sorriso ad altri e mai più a me, forse!...Una volta gli chiesi: «Piuttosto che restar qui solo col papà, andresti in collegio?»Io stessa non avevo mai accolta l’idea della reclusione per la creaturina.... Ma quando bisognasse scegliere?...Il poverino disse di sì col capo.... Impallidiva spesso, nel corso della giornata, al suono della mia voce. M’interrogava: «Che cosa ti scrive il nonno? Mi lascerà venire con te il papà a Milano?» Dubitava anch’egli, ora. Ma quando mi vedeva uscire smarrita dalle dispute col padre, o mi sorprendeva con lo sguardo fisso nel vuoto, dimenticava la pena sua per farmi coraggio, per dirmi che lui mi voleva tanto bene, che per lui sarei sempre esistita io sola, sempre, sempre....«Mi ricorderai sempre, vero? Se morissi, se dovessi lasciarti....»«Sì.»Non era assente l’anima sua mentre affermava di sì, tra le lagrime: non cercava in un misterioso labirinto il motivo del nostro dramma. Faceva a sè stesso una promessa che, sepolta, un giorno risorgerebbe e lo illuminerebbe.Quanto tempo in tale alternativa di lotta e di accasciamento? Due settimane, forse. In paese qualcosa era trapelato; indovinai che si credeva ch’io mi ribellassi per la malattia del marito, la quale pure era conosciuta e commentata. Era venuta la madre di lui, piangendo: «Povera donna, non sapete quante altre sono nel caso vostro.... La tale, la tale altra....» E mia cognata: «Eh, si sa, debolezze. Fu quand’era soldato....» Ella appunto trattenne una sera il braccio del fratello in predaa parossismo: «Vuoi comprometterti? Non domanda che questo lei....»Ore di dibattito incoerente, esasperante. Ero esausta, avrei voluto piangere sommessamente come una bimba fino a chiuder gli occhi per sempre; non resistevo che per una forza segreta. Chiedevo di esser lasciata partire, di andare a consultar mio padre, di trovar un po’ di requie: lontani, entrambi forse avremmo visto le cose sotto un punto di vista nuovo....Essi, tutti d’accordo, negavano, negavano. Tratto tratto, mi si gettavano in viso l’esempio di mio padre, la sventura di mia madre, la mia mancanza di religione, le dicerie del passato....Forse facevo paura, come in quei giorni lontani, ch’essi invocavano con acre malignità. In certi istanti sorprendevo perfino in fondo agli occhi di mio marito come una vaga espressione di stupore, quasi di rispetto: ed era dopo ch’io avevo parlato nel delirio della mia certezza ulteriore, trasportata oltre la vita.... Allora la speranza mi balenava, mi riafferrava. Ah, se quell’uomo non mi fosse vissuto inutilmente accanto dieci anni, se fosse capace di non far scontare al figlio il proprio danno! Non mi scongiurava di restare, anche solo per il bambino, per la sua educazione? Forse, quando avesse compreso l’impossibilità dell’esistenza in comune, avrebbe ceduto per amore di lui.... Egli era ancor giovine,avrebbe potuto rifarsi una vita. Se il perdermi ora gli procurava veramente dolore, questo poteva essergli benefico, nobilitarlo....Finalmente una sera egli accondiscese a che io andassi a Milano, per qualche giorno, ma senza il figlio. Appunto quel giorno mio padre m’aveva scritto di nuovo, promettendo d’interporsi del suo meglio per ottenermi il bambino, ed esortandomi intanto a partire anche sola, per troncare il pericoloso conflitto. Quando ebbi deliberato, mio marito principiò a stralunare gli occhi, ad emettere gemiti inarticolati. Gli andai vicino, lo scossi: mi guardò trasognato: era in preda ad un momentaneo smarrimento della ragione? O simulava? Gli feci a forza trangugiare un liquore, tornò lentamente in sè. Mi ringraziava: «Non lasciarmi, non lasciarmi! Ti amo tanto, vedi!» E mi afferrava le ginocchia. Continuò a scongiurare, come in preda a un leggero delirio. Tentavo parole di calma; quando cercò di attirarmi a sè, mormorando frasi tronche....Come mi sentivo chiusa in me, estranea! E com’era vile colui, vile e illuso nella sua forza d’uomo! Egli voleva trattenermi col suo desiderio....Rimasi rigida, dissi: «Partirò stanotte....»Di nuovo padrone di sè, non lasciando trasparire l’onta, egli annuì. Sì, mi lascerebbe partire, ma il bambino no, il bambino restava con lui, e io da lontano avrei sentito che nonpotevo vivere senza la mia famiglia.... E quando fossi tornata, avremmo stabilito la nuova regola d’esistenza.Andò nella sua stanza. Io non dormii. Seduta accanto al letto del bimbo, non pensavo, non sentivo più nulla: attendevo, che cosa non so: la luce, il tepore, qualcosa che mi facesse sentirmi viva. Avevo tanto bisogno di forza!Oh quel respiro tranquillo che le notti seguenti non avrei più ascoltato! Suonavano delle ore lontane: trasalivo. Ma com’erano lente quelle ore!... Forse mio padre m’avrebbe aiutata, anche colla violenza, a riavere il povero bimbo.... L’avvenire mi si raffigurava pieno d’enigmi, di agitazioni, di lotte. Nella mischia il viso di mio figlio mi riappariva. Nella strada, ad uno svolto ov’egli passava, io mi sarei affacciata d’improvviso, di tratto in tratto, ed egli sarebbe sempre stato in attesa della mia apparizione.... Intanto gli uomini mutano, mutano le leggi. Una persona che sia un’idea vivente, un’ossessione, può persuadere i più restii.... E poi, la morte!La morte! Un brivido, come in una notte lontana. Ma io avevo superato il desiderio della morte, anche di quella del mio nemico. Non l’odiavo. Egli non era più che una larva confusa e cupa, che s’ergeva insieme allo spettro della legge nella notte indecifrabile del destino.Accesi la lampada, la coprii. Un fruscìo.«Mamma?» Mi slanciai sul lettuccio: pose la mano nella mia e si riaddormì. Rimasi senza muovermi, quasi senza respiro.Mezzanotte. Mancavano tre ore. Le ginocchia mi si piegarono. Seduta sulla poltrona sentivo il freddo invadermi, e raccoglievo tutto il mio calore, gli occhi chiusi, ritirando la mia mano per non agghiacciare la manina. E d’un tratto sentii tutte le mie forze fondersi: mi assopivo? Ero tanto stanca: non avrei potuto partire....Scoccarono le tre. Balzai in piedi. Mi posi il cappello e m’appressai all’uscio. Poi tornai al letticciuolo, svegliai il bimbo: «Vado—gli dissi piano—è già l’ora; sii buono, sii buono, voglimi bene, io sarò sempre la tua mamma....» e lo baciai senza poter versare una lagrima, vacillando; e ascoltai la vocina sonnolenta che diceva: «Sì, sempre bene.... Manda il nonno a prendermi, mamma.... Star con te....» Si voltò verso il muro, tranquillo. Allora, allora sentii che non sarei tornata, sentii che una forza fuori di me mi reggeva, e che andavo incontro al destino nuovo, e che tutto il dolore che mi attendeva non avrebbe superato quel dolore.Mi trovai sul treno senza sapere come vi fossi venuta. I primi urti del carrozzone si ripercossero in me come se qualcosa si strappasse dalla mia carne. E il senso dell’ineluttabile m’invase ancor più quando mi vidi portata lontano su quella forza ferrea. Avevocamminato come una sonnambula. Ora la coscienza di quanto avevo compiuto mi appariva. Oh, la suprema agonia!Come avevo potuto? Ora il mio bimbo, mio figlio, riaddormentato sotto il mio bacio, mi avrebbe chiamata, forse mi chiamava già.... Pensai che l’avevo ingannato. Non avrei dovuto svegliarlo del tutto, dirgli che non sarei mai più tornata, e che non sapevo s’egli avrebbe potuto raggiungermi presto? Forse mio marito era là, ora, presso il letticciuolo, e mentiva a sua volta dicendogli che sarei tornata fra poco, e il bimbo credeva, o lo interrogava con diffidenza.... Che farà domani, e dopo? E tutta la mia vita d’ora innanzi sarebbe forse piena di queste interrogazioni senza risposta....Come avevo potuto? Oh, non ero stata una eroina! Ero il povero essere dal quale una mano di chirurgo ne svelle un altro per evitar la morte d’entrambi....Quanto durò l’orribile viaggio? Ad ogni stazione m’afferrava la smania di scendere, di aspettare un treno che mi riportasse indietro: poi, quando la corsa riprendeva, mi balenava a tratti l’idea del suicidio, così facile, lì, a quello sportello: istantaneo....Ma all’arrivo la stessa volontà quasi estranea, superiore a me stessa, mi s’impose: mi avviai triste ma ferma, tra il fumo e la folla, fuor della stazione, m’inoltrai, misera e sperduta, nelle strade rumorose ove il sole sgombrava la nebbia.c22XXII.Molto tempo è passato. Un anno, ormai.Non sono tornata laggiù. Non ho più riveduto mio figlio. Il presentimento oscuro non falliva.Per quanti mesi ho lottato conservando l’illusione di ottenere mio figlio?I primi giorni mi furono quasi un riposo, sotto la vigilanza silenziosa e trepida di mia sorella: poi, le settimane si susseguirono in uno scambio sempre più violento di lettere tra me e mio marito, tra lui e mio padre, infine tra i nostri avvocati. In colui si palesava crescente la sorpresa per la mia resistenza; s’illudeva che avrei finito per tornare: non aveva egli per ostaggio il figlio?E il bimbo, per mezzo della domestica, mi mandava dei bigliettini ove le sue dita incerte scrivevano parole d’amore e d’angoscia: «.... Vorrei scappare, mamma, ma come fare? Qui mi dicono delle brutte cose di te.... Io ti voglio tanto bene, non ti dimenticherò neanche fra cent’anni.... Ma tu che fai? Non puoi mandare a prendermi?»Nella stanzetta che abitavo provvisoriamente in casa di mia sorella, ed ove giungevano queste effusioni del piccolo cuore addolorato, le ore non si avvertivano più: la notte, figgendo il capo e le mani fra le coltri, soffocavo il rantoloselvaggio.... Chiamavo il bambino per nome, gli parlavo, gli parlavo.... Poi, balzando in piedi, mi pareva d’esser decisa a partire, a raggiungerlo.... Che importava farmi avvilire, calpestare, contaminare? Ma godere ancora della carezza, degli sguardi, degli abbracci palpitanti della mia creatura!Che cosa mi tratteneva, con forza implacabile? Una voce dentro di me, quasi non mia, non del mio povero organismo sensibile, mi diceva che il passo da me fatto era irrevocabile, e che io non potevo più mentire a me stessa; ch’io sarei morta di onta e di disgusto se non sapevo resistere allo strazio, se non preferivo morire!Oh, quel comando interiore, terribile!Per mesi, per mesi.... Ero disposta alla morte colla stessa consapevolezza d’un malato inguaribile.Sempre più forte mi s’insinuava la persuasione che non avrei ottenuto mai nulla da colui, che la sua vendetta sarebbe stata inesorabile: dopo le minacce egli mi mandava ora parole beffarde: sapeva ch’io non potevo iniziare causa di separazione per mancanza di motivi legali. Mio padre, stanco, non interveniva più; fin dal primo giorno, del resto, egli mi aveva detto di non sperare. Mi pervenne il rifiuto della autorizzazione maritale per riscuotere l’eredità di mio zio. Infine anche l’avvocato rinunziò ad ogni trattativa. Io restavo proprietà di quell’uomo, dovevo stimarmi fortunatach’egli non mi facesse ricondurre colla forza. Questa era la legge.La domestica, laggiù, venne cacciata, e così anche i bigliettini di mio figlio cessarono. Seppi che era stata presa una giovane istitutrice; le scrissi, non mi rispose.Nessuno poteva far nulla per me.Perchè la morte tardava tanto?O io ero morta di già e non sopravviveva di me che un ricordo?Il tempo scorreva, fuggiva. Mio figlio non doveva esser già più quale l’avevo visto l’ultima sera, aveva forse già altre inflessioni nella voce, altra luce nello sguardo. Ma non riuscivo a vederlo diverso. La mia maternità s’era dunque chiusa veramente con quell’ultimo bacio?Quando furono passati più mesi, io considerai con uno strano stupore che vivevo ancora, che nulla di essenziale era veramente morto in me, e che d’ogni intorno, quasi occultamente, mille enigmi mi sollecitavano. Uscendo per la città posavo gli occhi sui bimbi che potevano ricordare il caro mio lontano, li tenevo fissi con insistenza, e talora un d’essi mi ricambiava l’occhiata con un’ombra d’inquietudine. Nessuno di quei piccoli sorridenti aveva bisogno di me. Ma qualche volta, il mattino fra la nebbia, o sull’imbrunire, delle piccole forme vaghe mi rasentavano, qualche vocetta lamentosa m’arrestava. Sotto la miacarezza, la faccina tribolata aveva un guizzo di gioia. Dove dormivano, come vivevano?... Traverso le preoccupazioni della mia nuova vita il pensiero di quei bimbi, di quelle mamme vaganti per i sobborghi, mi dava una sollecitudine tormentosa.Un mattino, con mia sorella, entrai in uno dei dispensari per i piccoli malati poveri, istituiti da un gruppo femminile. Mi offersi come assistente di turno, due, tre volte la settimana.Ma che sgomento, le prime volte! Ignoranza, sudiciume, fame, percosse, facevano di quella povera infanzia dei martiri tragici.... Oh il mio bambino sano e bello! E credetti di non poter sopportare la sofferenza fisica di un tale spettacolo ripetentesi all’infinito....Fu da allora che ho ripreso risolutamente a vivere; dopo aver sentito di nuovogli altrivivere e soffrire.E da allora ho anche avuto il bisogno di sperare di nuovo: per tutti, se non per me. E quando ho ritrovata intatta nella mia sostanza, nonostante il tragico sforzo compiuto, la fiducia in un migliore avvenire umano, oh figlio mio, ho potuto ancora versare lagrime di conforto!E in una cameretta che affittai accanto ai miei cari, tra una corsa per le lezioni, che sono il mio solo mezzo di sussistenza, e una visita all’ospedale, mi sedevo al tavolino per scrivere delle pagine in cui rinnovavo gli appelli già lanciati alla società da ben altri ingegni,ma che io improntavo di lagrime e di sangue. I miei gridi erano ben atroci, poichè le riviste che prima mi sollecitavano, ora mi respingono; ma la giustizia non può venir soffocata, perchè arde. Io non domando fama, domando ascolto. Dalla finestra, all’alba e al tramonto, scorgo le linee delle Alpi sulle nubi rosate: e spesso mi giunge la nenia di un corteo funebre avviato alla città dei morti. Guardando in faccia la vita e la morte, non le temo, forse le amo entrambe.In cielo e in terra, un perenne passaggio. E tutto si sovrappone, si confonde, e una cosa sola, su tutto, splende: la pace mia interiore, la mia sensazione costante d’esserenell’ordine, di potere in qualunque istante chiudere senza rimorso gli occhi per l’ultima volta.In pace con me stessa.Spero qualcosa? No. Forse domani può giungermi una nuova ragione di esistenza, posso conoscere altri aspetti della vita, e provare l’impressione d’una rinascita, d’un sorriso nuovo su tutte le cose. Ma non attendo nulla. Domani potrei anche morire.... E l’ultimo spasimo di questa mia vita sarà stato quello di scrivere queste pagine.Per lui.Mio figlio, mio figlio! E suo padre forse lo crede felice! Egli arricchisce: gli darà balocchi, libri, precettori; lo circonderà di agi e di mollezze. Mio figlio mi dimenticherà e mi odierà.Mi odii, ma non mi dimentichi!E verrà educato al culto della legge, così utile a chi è potente: amerà l’autorità e la tranquillità e il benessere.... Quante volte afferro il suo ritratto, in cui le fattezze infantili mi par che ora annuncino negli occhi il mio dolore, ora nell’arco delle labbra la durezza di suo padre! Ma egli è mio. Egli è mio, deve somigliarmi! Strapparlo, stringerlo, chiuderlo in me!... E sparire io, perchè fosse tuttome!Un giorno avrà vent’anni. Partirà, allora, alla ventura, a cercare sua madre? O avrà già un’altra immagine femminile in cuore? Non sentirà allora che le mie braccia si tenderanno a lui nella lontananza, e che lo chiamerò, lo chiamerò per nome?O io forse non sarò più.... Non potrò più raccontargli la mia vita, la storia della mia anima.... e dirgli che l’ho atteso per tanto tempo!Ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno.FINE.

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Per la prima volta sentivo intera la mia indipendenza morale, mentre a Roma avevo sempre conservato, in fondo, qualche scrupolo nell’affermarmi libera, sciolta d’ogni obbligo verso colui al quale la legge mi legava: temevo, allora, che qualche altro sentimento vi contribuisse. Ora mi sentivo completamente calma. La mattina del mio arrivo osservai che mio marito aveva avuto certe piccole attenzioni nell’allestimento del nostro provvisorio alloggio. Sulla scrivania erano riviste e libri nuovi; un sorriso quasi timido pareva esprimere il desiderio di riconquistarmi. Era in lui un miscuglio di sentimenti oscuri: una sorta di dispetto per avermi lasciato trapelare la sua debolezza verso la mia amica, dandomi così motivo di riaffermare la libertà del cuore, e insieme il desiderio sollecito di dimenticare tutto nel mio tranquillo possesso. Impacciato, inabile, non aveva la forza di attendere l’opera del tempo. E subito sentii il peso dei suoi buoni propositi quanto quello della primitiva tirannia.

Ma i doveri del suo impiego mi salvavano in parte, preoccupandolo e affaticandolo. Decisi di mostrarmi del tutto estranea al suo campo di lavoro. Il primo sguardo da vicino m’aveva confermato ciò che avevo supposto da lontano: mio marito era più rozzo nella prepotenza che mio padre, suscitava intorno a sè un’antipatia tanto più malevola in quanto, per la sua origine, egli non incuteva agli operai l’istintivo timore che nutrivano verso il signore forestiero. Il ridicolo è il maggior dissolvente d’ogni spirito di obbedienza, e io lo vedevo luccicare negli occhi di quei ragazzi dal viso risoluto quando li incontravo nei pressi della loro Lega di resistenza.

Una cosa mi feriva sordamente; ch’io venissi coinvolta nelle ostilità. E non potevo pensare a rimediarvi. Lavorare, lì.... creare qualche scuola, qualche insegnamento per le madri che lasciavano morire due terzi dei loro bambini, diffondere libri.... Ahimè! Non avrei avuto l’energia di imporre la cosa a mio marito, e nessuno, nessuno poteva e voleva aiutarmi.

Il matrimonio di mia sorella segnò la prima crisi di dolore nella nuova fase della mia esistenza. Negli ultimi mesi, non so perchè, avevo accarezzata l’idea d’una possibile rottura tra lei e il fidanzato. Diffidenza contro l’amore, gelosia dell’altrui felicità? Temevo che in lei, come già in me, fosse un’illusione, un’autosuggestione? Poi, nelle settimane precedenti lo sposalizio, avevo visto la fanciulla felice,avida di accogliere il destino foggiatosi colle proprie piani. La trovavo intenta ad ultimare il suo corredo, aiutata dalla sorella minore che appariva altrettanto lieta. E pensavo a nostra madre: così era stata forse anche lei? Anch’ella s’era così abbandonata fiduciosamente alla lusinga dell’amore perenne?

Andò in municipio una sera, tardi, accompagnata solo dal fratello, poi che lo sposo aveva evitato la compagnia di mio marito e per conseguenza la mia. Il babbo, ch’era stato saldo nel non voler dare il suo consenso e aveva negato anche il più piccolo assegno dotale, vedendo partire quella che aveva per tanti anni surrogata la madre nella casa, la bella bimba tenace e poco espansiva che serbava alcuni tratti del suo carattere, si lasciò sfuggire una lacrima. Io, a letto, al buio, piangevo pure, nell’istessa ora, su quell’atto irrevocabile che si compieva, sulla catena di errori che si svolgeva fatale senza che gli esempî atroci servissero.... Credevo di piangere su questo: ma nel profondo dell’anima doveva essere invece il lamento desolato della mia solitudine, del mio destino che mi teneva lontana da quella piccola sorella nell’ora della massima sua gioia, che mi dichiarava impotente a partecipare a tal festa, che mi radiava dal novero delle creature fidenti, volenti, amanti....

Qualcosa in me veramente si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una commozionesorda, senza cagione fissa mi teneva di continuo. Un bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di colori, di suoni; un languore per cui il mio essere veniva a momenti rapito nel sogno di estasi ignote.... Quando mi scotevo, non riuscivo subito a riguardar intera la realtà. Mi stringevo al petto con frenesia il bambino, il quale non mostrava sorpresa, e mi si abbandonava con tutto lo slancio del suo cuore desioso di vedermi sorridere. Allentando l’abbraccio, scorgevo nei dolci occhioni fissi su me l’interrogazione ansiosa.... Perchè comunicavo così alla piccola creatura il mio male, chiedendole ciò che essa non poteva darmi? Perchè domandavo follemente a lui tutto l’amore che mancava alla mia vita? Mia madre, le sorelle, altre ombre d’uomini e di donne m’eran passate accanto ed erano andate oltre, senza conoscermi, senza destare in me ciò che di profondo e di più vero contenevo. Nessuno mi aveva dato nulla per accrescere la mia sostanza: nessuno aveva pianto per me, su di me; e, dal mio canto, io non avevo fatto nulla per nessuno, non avevo portato un sorriso, non avevo aiutata una vittoria, non avevo asciugata una lagrima.

....E talora mi sembrava che tutti i tesori non effusi dalla mia anima premessero su di essa, la soffocassero.... Ah, come sentiva di possederle ancora, tutte queste forze intatte, e come tremavo che il grido insorgente dellamia natura esasperata salisse, e riempisse di sè il silenzio ignaro dei giorni e delle notti! Poichè la rivolta non era possibile, perchè lamentarmi? Perchè nella dolce primavera, accanto all’umano flore della mia vita, all’unico bene mio, fra il verde canoro del grande giardino, io cedevo ad inviti nostalgici, rievocavo i visi perduti, ne disegnavo altri mai visti, dando loro voci frementi e fraterne che mi facevano sobbalzare il cuore? Perchè, alla sera, attendendo d’esser raggiunta da mio marito nel letto che tante miserie ricordava, e allontanandone col pensiero il giungere, sentivo nel mio sangue penetrare la persuasione d’un diritto mai soddisfatto, e con essa un impeto formidabile di conquista, lo spasimo di raggiungere, di conoscere quella gioia dei sensi che fa nobile e bella la materia umana; quella fusione di due corpi in un sospiro di felicità dal quale il nuovo essere prenda l’impulso alla vita trionfante?

Come mi pareva lontana ed incomprensibile, in tali momenti, la donna tranquilla, senza brame, ch’io ero stata sino a pochi mesi innanzi! Altrettanto sciolta da me di quel che era l’altra, la quale in tempi remoti aveva lasciato che uomini informi tentassero significarle l’essenza dell’umanità. Lucidamente, inesorabilmente, per la prima volta, nel gran deserto spirituale che mi si era fatto intorno, il senso della vita mi si svelava: Armonia.... non altro; un appagamento di tutte le energie associate, sensi e ragione, cuore e spirito....

Invece.... Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito, accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi accanto; nel silenzio, qualche parola, che voleva esprimere passione, ebbrezza; ed ero in suo potere.... Sprofondavo nel guanciale il viso.... Oh la rivolta e l’esasperazione di tutto il mio essere! Una nausea, un odio per colui e per me stessa, e in fine, un lampo sinistro: «La pazzia!»

L’uomo si addormentava a lato. Ascoltando il suo respiro pesante, io restavo insonne, per ore. La mente, intanto, continuava il lavoro intricato e straziante; e al sommo del cervello qualcosa si dilatava, pareva scoppiasse.

Questa la mia vita. Essere adoprata come una cosa di piacere, sentir avvilita l’intima mia sostanza. E vedere i giorni seguir le notti, un dopo l’altro, senza fine.

Passavano, infatti, le settimane, i mesi. Mio padre era partito definitivamente dal paese per Milano, seguìto dai due figli minori. Gli sposi s’erano andati a stabilire nel Veneto. Nessuno della mia famiglia restava in paese. A Pasqua ci eravamo insediati nell’abitazione lasciata dal babbo, gaia e comoda, circondata dal grandissimo giardino. Povero papà! Un poco della sua anima era rimasto qui; fra quell’arruffio verde, in quel trionfo un po’ selvaggio di vegetazioni disparate, egli aveva impiegato ciò che non poteva dare altrove: ilsuo bisogno di bellezza, la sua ricerca di originalità, di semplicità, di verità. Quante confuse meditazioni solitarie e orgogliose dinanzi a quel muto popolo fiorente! E il tempo era scorso anche per lui, aveva irrugginito il baldo organismo di pensiero e d’energia, col quale aveva trasformato tutta una popolazione, scotendola da una inerzia secolare e avviandola su un nuovo cammino. Solo, senza una voce fraterna che rispondesse alle sue idee o le contrastasse, invano egli aveva chiesto al culto della natura i benefici che non sapeva desumere dall’amore de’ suoi simili!

Ora mio figlio regnava felice in luogo del nonno. Colla tunica di tela greggia che gli arrivava ai ginocchi, rosso in viso, gli occhi turchini splendenti sotto le ciocche di capelli a riflessi dorati, sembrava un Sigfrido in miniatura, quando irrompeva col sole nello stanzone ove io leggevo o fantasticavo per la maggior parte della giornata. Egli era il mio solo compagno. Null’altro mi compensava del contatto frequente e penoso con la famiglia di mio marito: la suocera, molto invecchiata, si faceva appena perdonare le irritanti esclamazioni di meraviglia che ogni volta le suscitava la vista della casa, del giardino, del frutteto: «Il paradiso! State qui come una regina! Ah figlio mio, alfine la giustizia è fatta!» In quanto a mia cognata, ancora più aspra e maligna dopo la morte del dottore, doveva intuire che soffrivo, e naturalmentegoderne; ma mostrava di credermi felice, anche lei.

Mio marito non celava la sua compiacenza nel trovarsi oggetto di ammirazione, di venerazione anzi, pei suoi. Tutto in lui, con costante, incredibile progressione, mi dava fastidio, ora; a tavola, in giardino, per istrada, mi pareva di notargli per la prima volta questo o quell’atto insopportabile.

La monotonia dei giorni era interrotta talvolta dal passaggio di qualche importante cliente o corrispondente della fabbrica. Bisognava invitarli alla nostra tavola, e se ne andavano meravigliati della distinzione del nostro ambiente famigliare. Mio marito tentava allora di mostrarmi che m’era grato: l’arrestavo al primo accenno. Ferito, egli si rinchiudeva in sè, e non n’usciva che per ferire a sua volta, con motti, sarcasmi, derisioni su tutto quel che mi stava a cuore. Il bambino ascoltava con un’ombra di stupore negli occhi profondi; certe volte con una pressione delle manine m’offriva tacitamente aiuto. Notavo con gioia e dolore insieme ch’egli non dimostrava alcuna confidenza per quel padre sempre accigliato, sempre di diversa opinione della mamma.

Certe sere, tutti se n’andavano lasciandomi sola: portavo il bimbo a letto e poi mi affondavo in un seggiolone di paglia nel giardino. La cupa vôlta cosparsa di mondi silenziosi attraeva il mio sguardo magneticamente; mail mistero dell’universo non mi tentava, in quell’ore: un’angoscia umana, precisa, incalzante, mi possedeva intera; l’amarezza senza nome della mia solitudine, il vago timore di una morte possibile, prossima, lì, tra quella gente ostile e straniera, senza aver lasciato traccia della mia anima.... Tanto spazio di cielo, ed io incatenata, curva sotto un giogo spietato, non capace più che di un lento pianto....

Mi scotevo, rientravo nella stanza del bimbo addormentato. Così placido, così fidente, nella notte piena per sua madre di brividi!... Fosse egli almeno salvo, l’unico mio tesoro! Avessi potuto almeno pensare ch’egli avrebbe sempre sorriso così alla vita come nel suo sonno di bimbo!

Pareva, nel sonno, chiedermi perdono. Mi portavo alle labbra la piccola mano. Oh, nulla avevo da perdonare alla creatura che un giorno mi avrebbe detto forse: «Povera mamma, ti sei sacrificata per me!» Piuttosto, un vago rimorso mi tormentava la coscienza, di continuo. Come cresceva egli, tra me e suo padre? Nella casa era il solo che sorridesse spontaneamente: ma così di rado! Venerava i libri che mi vedeva tra le mani, aveva il senso di una vita ideale ch’io sola intorno personificavo. Ma forse era già cosciente delle frodi che il destino gli faceva. Troppo spesso, nelle ore più tetre, io lo malmenavo, in uno sfogo selvaggio della natura tormentata, esigendoda lui più del dovere, costringendolo sul quaderno, vietandogli un passatempo legittimo; troppo spesso lo trascuravo, lasciandolo giocare da solo in giardino, o correre alla fabbrica, o annoiarsi su un tappeto acquerellando vecchie incisioni di giornali, senza ascoltare i suoi richiami. Mancava a me la volontà continua della vera educatrice, la serenità di spirito per guidare la piccola esistenza; non potevo assorbirmi intera nella considerazione dei suoi bisogni, prevenirli, soddisfarli. In certi istanti per questa consapevolezza mi odiavo. Che miserabile ero dunque, se non riuscivo, una volta accettato il sacrificio della mia individualità, a dimenticare me stessa, a riportare integre le mie energie su quella individualità che mi si formava a lato?

....Così era stata mia madre coi suoi bambini.... Un giorno trassi da una cassetta alcune vecchie carte di lei, consegnatemi dalla mia sorellina prima della sua partenza dal paese, mesi avanti. Non avevo mai avuto il coraggio di scorrerle. Eran lettere di parenti, note di spese, appunti disparati, abbozzi di ciò ch’ella scriveva ai genitori, alla sorella, al marito; qualche poesia sua, anche, degli anni giovanili, sentimentale, romantica, e tuttavia vibrante d’una tragica sincerità. Lo spirito materno mi si mostrava in quei fogli sparsi, quale l’avevo ricostituito penosamente colla sola intuizione nei giorni della sua rovina.

E una lettera mi fermò il respiro. Datava daMilano: era scritta a matita, in modo quasi illeggibile, di notte. La mamma annunziava a suo padre il suo arrivo pel dì dopo; diceva di aver già pronto il baule colle poche cose sue, di essere già stata nella camera dei figlioli a baciarli per l’ultima volta....

«Debbo partire.... qui impazzisco.... egli non mi ama più.... Ed io soffro tanto che non so più voler bene ai bambini.... debbo andarmene, andarmene.... Poveri figli miei, forse è meglio per loro!...»

La lettera non era finita: certo non era stata rifatta nè spedita. La sventurata non aveva avuto il coraggio di compiere il proposito impostosi in un’ora di lucida disperazione. Aveva forse pensato che suo padre non avrebbe voluto o potuto accoglierla; che la miseria l’attendeva; che il suo cuore si sarebbe spezzato lungi dalle sue creature e da colui che aveva avuta tutta la sua gioventù. Ella l’aveva amato! L’amava ancora? Per noi sopratutto era rimasta: per dovere, per il timore di sentirsi dire un giorno: «Ci hai abbandonati!...»

Non avevo mai sospettato che mia madre si fosse trovata un momento in una simile situazione. La mia intelligenza precoce non aveva potuto, a Milano, penetrar nulla. Avessi avuto qualche anno di più, mentre ella era in possesso di tutta la sua ragione, e ancora in lei la vita reclamava i suoi diritti contro la fatale seduzione del sacrificio! Avessi potutosorprenderla in quella notte, sentire dalla sua bocca la domanda: «Che devo fare, figlia mia?» e risponderle anche a nome dei fratelli: «Va, mamma, va!»

Sì, questo le avrei risposto; le avrei detto: «Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile!»

Ahimè! Eravamo noi, suoi figli, noi inconsci che l’avevamo lasciata impazzire. S’ella fosse andata via, se nostro padre non ci avesse permesso di raggiungerla, ebbene, noi l’avremmo nondimeno saputa viva, e dopo dieci, vent’anni, ancora avremmo potuto ricevere da lei i benefizi del suo spirito liberato e temprato....

Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione,di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sè la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli, e che la loro responsabilità va sentitainnanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?

Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi stessi....

Quella notte non dormii. Il confuso problema di coscienza intravisto la prima volta a Roma, mi si imponeva ora con una lucidità implacabile. E per giorni, per settimane maturai nello spirito ciò che in quella notte avevoveduto.

Avevo formulata la mia legge. Essa avrebbe agito, mi avrebbe compenetrata, sarebbe diventata istinto, atto, e un giorno senza sforzo l’avrei seguita, come la rondine che segue le correnti della primavera.

Esteriormente ero più calma, in certi momentil’idea si impossessava tanto di me, che io non la riguardavo più se non in astratto, senza applicarla al mio caso, tanto era limpida e naturale nella sua verità, tanto era lontana dalla pratica mia e di tutti.

Nessuno se n’avvedeva. La domestica soltanto, la buona vecchia ormai da tanto tempo abituata ad osservarmi in silenzio, sorprendeva talora un’espressione troppo intensa, paurosa per lei, sul mio volto, che per tutti restava quello d’una bimba savia. E avventurava qualche consiglio, qualche scongiuro: lavorassi, come a’ bei tempi, sperassi, avessi fede....

La parola pietosa m’inteneriva. Che strana intuizione era in quella semplice anima devota? Forse era l’influsso della mia costante presenza: con la mia taciturnità, la mia inquietudine, con le risonanze che avevano le parole d’indole famigliare, che dovevo rivolgerle, io l’affascinavo, la suggestionavo, la portavo nella cerchia oscura delle mie sensazioni.

Ah poter liberamente influire su tutte le creature avide di riscatto, poter dare un sorriso, una speranza, un’energia a chi ignora e geme e muore!

La mia forza d’emozione diventava pura, alata, e s’alzava con le albe e coi tramonti, coi pensieri nobili e coi versi dei poeti. Erano tuffi nel sole, scalate a vette sublimi di ghiaccio, raccolte di fiori ideali; attimi di gioia perfetta, come la sensazione improvvisa d’una fresca carezza di vento primaverile che ci uguagliaalle frondi novelle, ci fa come esse fremere del semplice piacere della vita. Mi si formava la convinzione che il genio è eterno solo in quanto il suo linguaggio è immancabilmente una testimonianza della umiltà e della dignità umana. Volgono le epoche, tramontano i sogni e le certezze, si trasformano le nostre brame; ma immutato resta il potere d’amore e di dolore nella creatura terrena, immutata la facoltà di esaltarsi sino ad intendere voci fraterne nello spazio in apparenza deserto.

Sopraggiunto l’autunno, fra mio marito e gli operai, come un anno avanti fra costoro e mio padre, la scissura si accentuò. Mentre gli affari della fabbrica continuavano a rendere guadagni considerevoli sui quali il direttore percepiva un buon interesse, i salari si mantenevano mediocri e i regolamenti durissimi: la mia equità si rivoltava; una cupa onta m’invadeva sempre più di esser lì, inerte e inerme. Certe lavoranti che passavano dinanzi al cancello del giardino, a gruppi, uscendo dalla fabbrica, con un riso sfacciato e sprezzante, mi sembravano più di me degne di rispetto. E non osando quasi più uscire di casa, il grande giardino nella pompa autunnale mi vedeva vagare per ore come un’ombra. Mia madre!... Non le andavo incontro, non vivevo già un po’ come lei?...

Un malessere, una spossatezza generale mi assalirono: un dubbio mi traversò un istantela mente: ch’io stessi di nuovo per divenir madre?

Il terrore onde fui investita mi diede una volta ancora la misura della mia miseria.

Oh, fuggire, fuggire!

Rinnovai a mio marito una domanda già respinta: mi lasciasse andare presso mio fratello, a Milano, per qualche settimana.

Quando ottenni il consenso, la paura di una nuova maternità era svanita. Mio marito aveva pure intuito il mio dubbio, e in pochi giorni la tensione tra noi si era fatta insostenibile. Ci lasciammo senza una parola: egli aveva un’aria di sfida minacciosa.

Di nuovo la città mi accolse. Era la città della mia fanciullezza, questa volta. Pur rinunciando a cercare per le strade e per i giardini la bimba di quindici anni innanzi, io mi sentivo circondare nelle mie ricognizioni da un’atmosfera famigliare: i viali immersi nella nebbia, le piazze dai contorni imprecisi, le file dei fanali, la sera, lungo il Naviglio deserto, mi mostravano la stessa fisionomia d’un tempo. Lì avevo ricevuto da mio padre la prima impronta intellettuale, lì avevo appreso il rispetto, quasi il culto per l’energia umana. Fin da bimba avevo sentito in modo confuso come nella città l’uomo dia una sfida incessante e superba alla natura per lui limitata e insufficiente. In verità, circoscrivendo in certo modo la sua prigione, l’uomo si sente tra le mura cittadine più libero e possenteche sotto l’infinito cielo stellato, che dinanzi al mare e alla montagna incuranti di lui: ciò spiega anche l’ostentazione del progresso che le metropoli offrono.

Certo, qui come a Roma, come nel villaggio, quasi sempre il motivo dello sforzo era egoistico: gli esseri si premevano, correvano e sembravano indifferenti gli uni agli altri. Ma un sordo agitarsi di coscienze s’intuiva tra quella rete fitta e tumultuosa, nei grandi sobborghi operai, nelle scuole, nei comizi: coscienze che si orientavano verso una visione ancora confusa, che trovavano stimolo al lavoro in qualcosa di non tangibile, in un sentimento di reciprocità, di solidarietà col passato e coll’avvenire, in una vera estensione d’amore nello spazio e nel tempo. E alcuni uomini e alcune donne, con serena pazienza, promovevano quasi da soli tutta quella germinazione. Un’ideale corrispondenza era fra essi e la mia vecchia amica di Roma: già in lei avevo ammirato e invidiato il potere animatore e propulsore che una forte volontà altruistica può esercitare nella città moderna.

Andavo con mia sorella a visitare i luoghi ove s’iniziavano tentativi di riforma, ove s’abbozzavano gli schemi della convivenza umana avvenire, e osservavo trepidamente svilupparsi in lei il desiderio di partecipare, fosse anche in minima parte, all’azione, di non passare ignara e sterile accanto alla vita. Dacchè era arrivata a Milano, aveva condotto un’esistenzamalinconica, troppo sola sempre e senza occupazioni. Il babbo viaggiava quasi sempre, malato d’instabilità, irrequieto e scontento. Nostro fratello s’era impiegato in una fabbrica, e sperava poter arrivare presto a provveder da solo a sè e alla fanciulla: frequentava l’Università Popolare, leggeva molto, aveva alcuni compagni interessanti; ma capiva di trascurar un poco la sorellina. «Avrebbe bisogno d’una amica: che cosa posso fare io per lei?» Ella ascoltava, con i suoi grandi occhi dilatati: dolce fiore di giovinezza che oscillava in esaltamenti e depressioni per la mancanza appunto d’uno stimolo continuo, vigoroso e tenero insieme. Temeva d’esser la vittima estrema dell’errore che aveva unito i nostri genitori, di portare il loro irrimediabile dissidio nel proprio carattere. Ripeteva: «Se ti avessi vicina un po’ sovente!» E sembrava scrutarmi nell’anima, interrogare l’avvenire.

Con gioia e timore insieme rilevavo in lei quest’ansia dello spirito, principio veramente di una più alta esistenza di cui avevo in parte la responsabilità. Avrebbe la vittoria coronato lo sforzo suo e del fratello? Entrambi mi rappresentavano l’uomo e la donna d’oggi alla soglia della vita, la loro tristezza e la loro speranza. Mentre l’una deve ancora spezzare vincoli esteriori ed interiori per conquistare la propria personalità, l’altro ha bisogno d’esser visto, d’esser guardato negli occhi da lei come da un’anima che sa e vuole. Avrebbetrovato ciascuno l’essere che poteva accompagnarlo nella vita partecipando a tutte le gioie e a tutti i dolori? In certi momenti mi dicevo che mi sarei ritenuta fortunata nella mia sventura se avessi potuto imbattermi, prima di morire, in qualche umana coppia perfetta. Ripensavo ai due giovani fidanzati intravisti il giorno della morte della mia amica, a Roma. Sì, qualcuna già poteva, doveva esistere, e rapidamente suscitarne altri esemplari intorno. Nella mia fantasia frattanto erano un tormentoso sconforto alla squallida condizione in cui giacevo. E mi cantavano nella mente le parole che i poeti non dicevano ancora.

Intermezzo di vita. Mi sentivo alacre, volonterosa, forte. Tutto quanto avevo accumulato nella mia anima durante i mesi di solitudine laggiù, balzava adesso in limpide formule. Quasi una purissima gioia di creazione m’invadeva quando consideravo dentro di me l’ideale di creature che non portassero più nelle vene come me, come i miei fratelli e mio figlio, un sangue di perenne contesa; in cui un’unica volontà parlasse, nell’esempio e nel ricordo di genitori amanti e attivi, nella speranza d’una sempre maggiore serenità di vita.

Nel futuro, nel futuro. La certezza d’un tale avvenire mi si era andata formando inavvertitamente, forse dall’adolescenza, forse prima, quando l’atmosfera penosa della casa ove due cuori avevano cessato di comprendersi, mi aveva rivolta l’anima alle indagini appassionate.Come le aveva perseguite il mio temperamento logico ed assoluto, a traverso ogni ostacolo! A tratti, un senso di ammirazione quasi di estranea mi prendeva per il cammino da me percorso; avevo la rapida intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestantesi qua e là a dolorosi privilegiati.... E, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile.

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Mio marito mi ricevette alla stazione del paese con un certo impaccio: si occupò specialmente del figlio nel tragitto verso casa. A casa la domestica mi avvolse in uno sguardo trepidante che mi sorprese. Ma erano lì anche mia suocera e mia cognata; dovetti comporre il volto alla calma cortesia che usavo con loro, assistere alle feste ch’esse prodigavano al bimbo un po’ restìo, un po’ annoiato. Osservavo mio marito e mi stupivo di trovarlo inverosimilmente invecchiato, con la traccia d’un guasto interno su la maschera pallida e contratta. Possibile che poche settimane soltanto fossero scorse dacchè ci eravamo separati? Anni mi parevano: più ancora: mi pareva di non avergli mai appartenuto, tanto lo sentivo lontano da me, estraneo.

Quando restammo soli, egli mi disse di una indisposizione avuta durante la mia assenza. Parlava abbondantemente e confusamente. Si trattava di cosa leggera, un ritorno, diceva, d’un’infezione avuta molti anni addietro, da soldato.... Qualcosa mi balenò alla mente, come la confusa reminiscenza di parole udite, quando? in città? dalla dottoressa?—Roba da nulla, egli ripeteva, senza conseguenze. Aveva dovuto serbare l’immobilità per alcuni giorni: ora era guarito, ma il medico avrebbe voluto che continuasse a riposare, ciò che non era possibile.

La narrazione era intercalata da brevi soffocate bestemmie, espressione famigliare dei suoi rammarichi. Ascoltavo in silenzio, incapace di rendermi conto esatto della realtà. Egli si alzò, mi prese tra le braccia, con una esitanza quasi rispettosa che non gli conoscevo; cercava le mie labbra; istintivamente piegai il capo: egli mi posò la bocca a sommo della fronte mormorando: «Sei buona tu.... tanto buona.... non ti merito....»

Coricati, il suo desiderio alitava caldo intorno alle mie membra.... Una frase remota, il ricordo d’un sorriso amaro sul volto della dottoressa, un giorno, a Roma, mi lampeggiarono di nuovo alla mente. E un impeto indomabile, selvaggio, di difesa, m’invase. Egli desistè dopo un istante, ed io restai fremente a lungo come uscita, da un bagno di fiamme.

Il dì dopo venne il medico d’un paese vicino;parlò di riposo, di cure, e se ne andò avvolgendomi in uno sguardo ambiguo.

Anche la domestica aveva uno strano modo di guardarmi, o piuttosto, di distogliere gli occhi dai miei. Infine si lasciò sfuggire che il padrone era stato in città alcuni giorni dopo la mia partenza, e che al ritorno si era ammalato. Benchè non l’interrogassi, aggiunse: «Non mi fate dir altro....»

Non ce n’era bisogno. La fantasia mi tracciava ora una scena dai contorni sfuggenti: l’uomo che in un giorno d’irritazione andava a picchiare a una porta infame.... Vedevo l’onta di colui presso i famigliari, la sua risoluzione di nascondermi tutto, i sotterfugi.... Che cosa poteva in tutto questo sorprendermi? Nulla: come se un ritratto, alla cui esecuzione avessi assistito giorno per giorno mi si mostrasse finalmente completo, perfetto.

E non gli dissi una parola: le mie labbra non avrebbero potuto disserrarsi, anche se l’avessi voluto. Feci preparare in una camera accanto a quella del bimbo il letto per me, e la sera, prima ch’egli uscisse dal suo solito giro in fabbrica, lo avvertii. Egli impallidì un poco: ma forse era preparato, e mostrò non dar importanza al fatto: «Questione di giorni!»—brontolò.

Un ribrezzo profondo mi dominava ogni volta che lo vedevo rientrare in casa. Egli manteneva un’aria di vittima infastidita e pareva non supporre in me nulla di nuovo. Sicompiaceva nell’ascoltare ed esperimentare i consigli empirici di sua sorella. E allorchè non si lagnava delle malattie che colpiscono chi men se l’aspetta, dava sfogo all’acredine contro i socialisti che tendevano in quel tempo a suscitargli uno sciopero. A volte, sorprendendomi seduta accanto al bimbo, con il capo appoggiato alla testolina di lui, intenta a leggergli una storia o a commentargli un’incisione, aveva una contrazione maligna delle labbra e non reprimeva qualche motteggio. Volevo fare uno scienziato anche di quel poverino?

Studiava il piccino, adesso, e l’intimità dei nostri cuori pareva aumentare in quel destarsi della sua intelligenza, in quelle prime emozioni del pensiero. Mentre egli al tavolino faceva i suoi esercizi, io scrivevo o leggevo, interrompendomi per rispondere alle sue domande. Passavano minuti di dolcezza e di pace. Poi, quand’egli mi lasciava per andare e giocare, un gelo m’invadeva.

Sfogliavo in quei giorni con una strana voluttà il «giornale intimo» di Amiel. Fantasmi popolavano il mio studio, mi apparivano dinanzi fra le piante del giardino o in mezzo alle vie maestre o in riva al mare: mia madre giovane accanto alla culla delle mie sorelle, in atto d’accettare la sua sorte atroce; questo filosofo ammalato, curvo sulla sua scrivania ad esprimere il suo dolce pessimismo intessuto di lagrime e di ruggiti repressi;un famoso scrittore nostro, infine, una delle mie ammirazioni d’adolescente, a cui poco innanzi il figlio ventenne era morto, vittima forse del dissidio tra i genitori. Simboli sanguinosi della vanità del sacrificio, esempî terribili del castigo incombente su ogni coscienza che si suicida.

Non ero io una di queste coscienze? Non mi era bastato il ragionamento e l’intima persuasione. Avevo continuato ad appartenere ad un uomo che disprezzavo e che non mi amava: in faccia al mondo portavo la maschera di moglie soddisfatta, in certo modo legittimando una ignobile schiavitù, santificando una mostruosa menzogna. Per mio figlio, per non correre il rischio d’esser privata di mio figlio.

Ed ora, ultima viltà che ha vinto tante donne, pensavo alla morte come ad una liberazione: mi riducevo anche a lasciare, per morire, mio figlio: non avevo il coraggio di perderlo per vivere.

E a tratti come un vento di follia m’investiva. La sera, dopo aver sopportato la conversazione dei parenti, se restavo sola di fronte all’uomo che mi avviliva coi suoi sguardi e i suoi tentativi di riconciliazione, mi lasciavo trarre a lanciar parole taglienti contro i lagni ch’egli esalava sulla crisi dell’industria e l’atteggiamento degli operai. La mia voce si faceva acuta, quasi smarrivo il significato delle mie parole. Allora, una vocina m’interrompeva d’improvviso: «Mamma!», e dopo un momento:«Vieni, mamma!» Mi riscotevo, mi recavo al buio nella stanzetta ov’era coricato il bimbo. Egli vedeva la mia ombra nel vano della porta: mi chiamava di nuovo più sommesso: «Mamma!» E come mi sentiva presso il letticciuolo, traeva fuori le braccia, m’afferrava il collo, mi attirava il capo accanto al suo. In silenzio, mi passava una mano sugli occhi, sulle guance; sentivo il tremore delle dita tepide e morbide.... Che voleva la cara anima? Accertarsi ch’io non piangevo, che il papà non mi faceva piangere.... Mi gettavo traverso il letticciuolo e i singhiozzi montavano, infrenabili; li soffocavo nelle coltri, sentendo di nuovo la parola tremante: «Mamma!», e il mio viso era bagnato di lagrime mie, sue.... Imploravo in cuore: Perdono, perdono, figlio! E a lungo restavo lì, china, senza parole, attendendo per il piccolo essere il sonno pietoso, per me l’atonìa che segue la crisi.

Un giorno arrivò un telegramma che m’annunziava le condizioni disperate di un mio zio di Torino, fratello maggiore di mio padre, che mi aveva sempre dimostrato il suo affetto attraverso i tempi e le vicende, e più volte mi aveva beneficata con doni e prestiti di danaro, nei tempi difficili di Roma specialmente. Egli era l’opposto di mio padre, con tutte le caratteristiche del borghese lavoratore, limitato nelle idee, ligio alle usanze, soddisfatto di sè, ma profondamente buono. A lui riportavotanti miei ricordi d’infanzia, e, nonostante l’immenso divario di principii e di sentimenti, m’ero sempre commossa ad ogni incontro col caro vecchio pingue, roseo e burbero, a cui una ventina di nipoti, figli de’ vari fratelli e sorelle, facevano corona.

Sarei stata in tempo a rivederlo un’ultima volta? M’avrebbe riconosciuta?

Mio marito mi fece partire la sera stessa, dopo simulati tentennamenti, dandomi, riguardo al mio contegno verso il ricco zio e i parenti, delle raccomandazioni che mi gelarono ogni spontaneità. Così sempre la vita, dunque?

Al mattino, dopo l’eterno viaggio notturno, trovai ad attendermi sotto la tettoia fumosa mio padre e una sua sorella. Mi chiedevano del mio stato, mio padre si lagnava delle ferrovie, la zia rimproverava a lui di non avermi ancora baciata.... Tanti anni che non sentivo le braccia paterne attorno al mio collo!

Lo zio era morto nella notte.

Era sparita una creatura del mio passato, forse la sola che avesse pensato a me come ad una pianta dell’antico ceppo. Avvertivo un vuoto, e insieme come un senso di liberazione.... Così le nuove generazioni quando si staccano dalle vecchie soffrono e sognano.

Restai a Torino tre giorni. Attorno al cadavere alitavano le brame dei nipoti, eredi diretti, e quelle d’altri parenti innumerevoli. Mi sentivo sollevata quando il babbo mi traeva lungi dal lugubre spettacolo, a camminare conlui per le care tranquille vie della città nativa. Egli mi parlava un po’ stancamente, e pareva che entrambi assistessimo ad un ritorno di tenerezza, con mite stupore, rassegnati a vederla ben presto dileguare. Eravamo ormai ben autonomi, il babbo ed io, ognuno nella propria strada errata! Non potevamo scambiarci lamenti o consigli, nè supporre possibile un futuro aiuto vicendevole in un giorno di riscatto o di disastro; ci limitavamo ad ascoltare ciò che restava in noi dei comuni entusiasmi d’un tempo, ad osservare ciò che ancora avevamo d’identico negli istinti e nelle tendenze.

Fu lui a comunicarmi il contenuto del testamento: a me erano assegnate venticinquemila lire, a’ miei fratelli solamente cinque. Perchè? Ne provai un’amarezza fortissima, l’impulso subitaneo a dividere la mia parte con i meno favoriti. E una torbida sensazione di vergogna si mescolava a questo dispiacere: quasi venissi un poco diminuita ai miei occhi dalla possessione di quel danaro non guadagnato col mio lavoro, da quel privilegio, sia pur minimo, che ricevevo non solo sui miei consanguinei ma su tanti altri fratelli, proprietari unicamente d’un paio di braccia e di una volontà attiva.

Nondimeno, sormontata l’acuta e complessa contrarietà, non potei non pensare all’importanza pratica che il fatto assumeva per la mia vita. Io acquistavo l’indipendenza materiale: quella somma, poca cosa certo, sarebbe statasufficiente però ad assicurare il sostentamento di mio figlio quand’io dovessi col lavoro provvedere a me stessa.

Una clausola del testamento disponeva che esso venisse eseguito solo sei mesi dopo.

Informai mio marito, annunziando il mio ritorno. Sentivo di poter essere ora più esigente di fronte a lui; avrei reclamato delle vacanze, dei viaggi; avrei potuto comperar libri per me e pel figlio, senza mendicare sempre il permesso....

Una bizzarra ipotesi s’affacciò tra quei vaghi progetti. Io avevo, in qualche parte della penisola, un amante; lo raggiungevo di tratto in tratto, mi dissetavo di passione, di ebbrezze, indi rientravo nella casa triste a riprender il giogo che il mio cuore di madre non riusciva a rigettare. Non ingannavo nessuno, perchè mio marito sapeva che lo disprezzavo. Soddisfacevo a un diritto del mio essere, accumulavo la forza di resistere, di sopportare....

Pazzia! Potevo ben lasciare la briglia alla fantasia, ma, se non vedevo chiaro quello che avrei fatto, sapevo troppo lucidamente quello che non avrei fatto mai; avevo la sensazione che l’avvenire già esistesse dentro di me: una soluzione, facile o difficile, più o meno lontana, ma certa, quasi fatale.

Ero arrivata al mattino. Il bimbo giocava con le marionette, ed io lo assistevo, seduta con lui sul tappeto. Mio marito leggeva i giornali,taciturno; non ci eravamo scambiato ancora una parola.

Venne mia cognata, ilare, leziosa; attendeva da me delle notizie che non m’affrettavo a darle, e ad un certo punto non resistette: «Dunque, dunque, siamo ricchi, eh?»

Tenevo la testa china sulla baracca dei burattini, non la sollevai. Il bimbo non aveva sentito, intento com’era allo spettacolo; ma la voce stridula continuava, coprendo le parole che suggerivo ai miei personaggi. «E il nostro caro figliuolo ora ha una fortuna di più! Ah, voglio vederlo padrone del paese, un giorno!»

I due cari occhi turchini mi fissarono, ora; dicevano: «Continua, mamma, non dar retta; io non ascolto che te; la mia vita me la fai tu sola....»

Avanti, sì. Ma alla notte, stavo per coricarmi affranta, quando l’uomo entrò nella mia camera. Dopo una lotta atroce, sola nel buio, invocai, una volta ancora, la morte.

E il mattino seguente lo dissi al bimbo, piano: «Forse morirò, sai? Ma tu non dovrai piangere, dovrai soltanto ricordarti....»

Morire!

Dentro il mio cervello mi pareva di sentire come un groppo, duro e pesante, che si rimoveva, si sviluppava.... E un pensiero vi si illuminò sinistramente. Anchelui, mio marito, avrebbe potutonon esistere più.... Gli esseri che si agitano intorno a noi muoiono. È come un alito: spariscono. E tutti gli altri uominicamminano, vi guardano in faccia, parlano e non lo nominano più.... È come se non fosse mai esistito....

Così poteva pure avvenire di me.... Ma, e mio figlio?

Invece, ora,dopo.... io e mio figlio, soli.... Ecco; giravo per la casa, mia: nessuno! Uscivo in giardino, nella via.... Ecco il mare, i paesi lontani. E in questo mondo immenso, liberi, liberi, io e mio figlio....

Era un sogno ad occhi aperti. Quando sentii la voce del bimbo che chiamava la domestica, trasalii. Mi stupii sopratutto di non provare orrore al pensiero di essermi raffigurata tutto ciò. Sentii aprire la porta del giardino; mio marito entrò; era il meriggio. Si avvicinò, mi parve che mi guardasse e tòrsi il viso. Mi occupai del bimbo per tutto il tempo del pasto, poi, soli un momento, mi rivolsi a lui: sentivo la mia faccia irrigidirsi:

«Dovrò chiudere la porta della mia stanza!»

Quegli diede un pugno sulla tavola. Poi fece alcune volte il giro per la sala, e si sedette fremendo.

«Fa quello che vuoi!»

Si rialzò di scatto ed uscì nel giardino. Ma subito rientrò vomitando un cumulo di parole infami. China, stringendomi il bimbo accanto, continuavo macchinalmente a segnare col dito le linee del libro che leggeva. Interruppi le bestemmie guardandolo fermamente in faccia: gli dissi che c’era un solo rimedio, quelloche avevo indicato un anno prima: separarci.

Quegli s’era fatto più livido. Me ne andassi, me ne andassi, avrebbe ben trovato un’altra femmina al mio posto!

Calma, proseguii: «Sia pure. Ma non in presenza di mio figlio. Lo porterò con me, aspetterò in casa di mio padre che la legge regoli il nuovo stato di cose».

Egli era accanto alla vetrata del giardino: alzò un braccio, poi lo lasciò ricadere. Il suo volto era gonfio e livido.

«Il figlio?—proruppe.—Pròvati!»

La voce s’era elevata, doveva passar le portiere, giungere in istrada. Il corpicciuolo infantile accanto a me era scosso da un tremito, si avvinghiava al mio tra i singhiozzi repressi.

«E tu, àlzati! Vieni con me in fabbrica, su!»

Subito, la vocina tremula oppose:

«Ho da fare il còmpito....»

I puri occhi turchini s’incontrarono con quelli del padre, torbidi, spaventosi: un momento di silenzio passò. Immobile, non percepivo più che la pressione di una piccola mano un po’ umida.

Sentii sbattere l’uscio, dei passi sulla ghiaia allontanarsi.

Soli in casa, nel pomeriggio fosco.... Il bambino m’asciugava le lagrime lente, col suo gesto accorato; e mi chiedeva: «Che cosa voleva, che cosa aveva papà? Perchè grida così, perchè ti fa sempre piangere, mamma?»

«Devo andarmene, figliolo mio; vedi, devo partire....»

Che cosa balbettavo? Egli mi pose le mani sulle spalle, con tutta la violenza del suo piccolo essere in tumulto.

«Mamma, mamma, e io vengo con te, vero? dimmi, dimmi!... Non voglio restar qui col papà, non voglio lasciarti.... non voglio, mamma! Mi porti via, di’, via?...»

E mi cadde sul petto, rompendo in un pianto che mi penetrò nella carne, un pianto di uomo e di neonato insieme, che pareva riassumere tutto il dolore del mondo.... Figliuolo, figliuolo! Ti strinsi, piansi con te, così disperatamente, sentendomi fondere teco, come se ti raccogliessi nel mio grembo e ti lanciassi una seconda volta nella vita in uno spasimo infinito di sofferenza e di gioia, comprendendo la sovranità formidabile del legame nostro, eterno....

Scrissi a mio padre per prevenirlo. Poi riaprii il libro che già avevo consultato a Roma, l’anno avanti, tristamente. Chiaro e semplice il codice nei suoi versetti.... Io lo conoscevo. Ma solo quando pensai a me stessa, sentii ch’ero io l’incatenata, che proprio su di me la legge era come la porta d’un carcere, ne sentii tutta la mostruosità. È possibile? La legge diceva ch’io non esistevo. Non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto fosse mio, i miei beni, il mio lavoro, mio figlio!

Giorni di tensione spaventevole, in cui, pur non osando ancora appigliarmi all’unica risoluzione, concentravo tutte le mie forze. Oh, non per difendermi dalla rabbia del mio aguzzino, ma per domare il mio spasimo materno al pensiero orrendo di poter esser priva di tutto il sorriso della mia vita! In alcune ore non sentivo in me neppure più alcun impulso, nè di rivolta, nè di rassegnazione. Soltanto, ad ogni tratto, poche parole: «Tu non ami e non sei amata: siete due estranei. Non c’è che un dovere».

Poi: «Tu l’hai visto questo dovere».

E ancora: «O adesso o mai più».

Era una voce implacabile. A Roma, un anno avanti, la fugace ribellione era stata più che altro un impeto istintivo, che aveva sorpreso me stessa. Ma adesso, dopo l’annata di tormentosa e inflessibile meditazione, dopo la visione raccapricciante dell’abisso, era un comando cui dovevo obbedire, o morire.

Il caso, il destino, forse l’oscura logica delle cose aveva voluto che, finalmente, io fossi costretta a mostrare all’uomo di cui ero schiava tutto il mio orrore per il suo abbraccio. Dopo dieci anni. Miseria! Lo strappo furibondo alla catena non era avvenuto nelle lunghe ore in cui essa mi dilaniava l’anima: la carne era stata più ribelle, aveva urlato, s’era svincolata; ad essa dovevo la mia liberazione.

Partire, partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio piùancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblìo, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!

Mio figlio.... Ma come poteva l’innocente venir condannato? Come poteva la legge volere, che il povero bimbo rimanesse legato al padre, che fosse impedito a me di proteggerlo, di educarlo, di sviluppare in lui tutto ciò di cui avevo già formato la sua sostanza?

Questo era l’atroce dilemma. Se io partivo, egli sarebbe stato orfano, poichè certo mi verrebbe strappato. Se restavo? un esempio avvilente, per tutta la vita: sarebbe cresciuto anche lui tra il delitto e la pazzia.

Mi veniva accanto, il bimbo, m’accarezzava le tempie su cui principiavano alcuni capelli ad incanutire.... Ed il grido del mio sangue trionfava per qualche momento: era mia quella creatura, io la volevo contro tutto; volevo serbarmi i suoi baci a costo della sua e della mia salvezza; non potevo, non potevo pensare ch’egli si sarebbe sviluppato, trasformato, senza che i miei occhi si confortassero del suo fiorire, e che la sua puerizia, la sua gioventù avrebbero sorriso ad altri e mai più a me, forse!...

Una volta gli chiesi: «Piuttosto che restar qui solo col papà, andresti in collegio?»

Io stessa non avevo mai accolta l’idea della reclusione per la creaturina.... Ma quando bisognasse scegliere?...

Il poverino disse di sì col capo.... Impallidiva spesso, nel corso della giornata, al suono della mia voce. M’interrogava: «Che cosa ti scrive il nonno? Mi lascerà venire con te il papà a Milano?» Dubitava anch’egli, ora. Ma quando mi vedeva uscire smarrita dalle dispute col padre, o mi sorprendeva con lo sguardo fisso nel vuoto, dimenticava la pena sua per farmi coraggio, per dirmi che lui mi voleva tanto bene, che per lui sarei sempre esistita io sola, sempre, sempre....

«Mi ricorderai sempre, vero? Se morissi, se dovessi lasciarti....»

«Sì.»

Non era assente l’anima sua mentre affermava di sì, tra le lagrime: non cercava in un misterioso labirinto il motivo del nostro dramma. Faceva a sè stesso una promessa che, sepolta, un giorno risorgerebbe e lo illuminerebbe.

Quanto tempo in tale alternativa di lotta e di accasciamento? Due settimane, forse. In paese qualcosa era trapelato; indovinai che si credeva ch’io mi ribellassi per la malattia del marito, la quale pure era conosciuta e commentata. Era venuta la madre di lui, piangendo: «Povera donna, non sapete quante altre sono nel caso vostro.... La tale, la tale altra....» E mia cognata: «Eh, si sa, debolezze. Fu quand’era soldato....» Ella appunto trattenne una sera il braccio del fratello in predaa parossismo: «Vuoi comprometterti? Non domanda che questo lei....»

Ore di dibattito incoerente, esasperante. Ero esausta, avrei voluto piangere sommessamente come una bimba fino a chiuder gli occhi per sempre; non resistevo che per una forza segreta. Chiedevo di esser lasciata partire, di andare a consultar mio padre, di trovar un po’ di requie: lontani, entrambi forse avremmo visto le cose sotto un punto di vista nuovo....

Essi, tutti d’accordo, negavano, negavano. Tratto tratto, mi si gettavano in viso l’esempio di mio padre, la sventura di mia madre, la mia mancanza di religione, le dicerie del passato....

Forse facevo paura, come in quei giorni lontani, ch’essi invocavano con acre malignità. In certi istanti sorprendevo perfino in fondo agli occhi di mio marito come una vaga espressione di stupore, quasi di rispetto: ed era dopo ch’io avevo parlato nel delirio della mia certezza ulteriore, trasportata oltre la vita.... Allora la speranza mi balenava, mi riafferrava. Ah, se quell’uomo non mi fosse vissuto inutilmente accanto dieci anni, se fosse capace di non far scontare al figlio il proprio danno! Non mi scongiurava di restare, anche solo per il bambino, per la sua educazione? Forse, quando avesse compreso l’impossibilità dell’esistenza in comune, avrebbe ceduto per amore di lui.... Egli era ancor giovine,avrebbe potuto rifarsi una vita. Se il perdermi ora gli procurava veramente dolore, questo poteva essergli benefico, nobilitarlo....

Finalmente una sera egli accondiscese a che io andassi a Milano, per qualche giorno, ma senza il figlio. Appunto quel giorno mio padre m’aveva scritto di nuovo, promettendo d’interporsi del suo meglio per ottenermi il bambino, ed esortandomi intanto a partire anche sola, per troncare il pericoloso conflitto. Quando ebbi deliberato, mio marito principiò a stralunare gli occhi, ad emettere gemiti inarticolati. Gli andai vicino, lo scossi: mi guardò trasognato: era in preda ad un momentaneo smarrimento della ragione? O simulava? Gli feci a forza trangugiare un liquore, tornò lentamente in sè. Mi ringraziava: «Non lasciarmi, non lasciarmi! Ti amo tanto, vedi!» E mi afferrava le ginocchia. Continuò a scongiurare, come in preda a un leggero delirio. Tentavo parole di calma; quando cercò di attirarmi a sè, mormorando frasi tronche....

Come mi sentivo chiusa in me, estranea! E com’era vile colui, vile e illuso nella sua forza d’uomo! Egli voleva trattenermi col suo desiderio....

Rimasi rigida, dissi: «Partirò stanotte....»

Di nuovo padrone di sè, non lasciando trasparire l’onta, egli annuì. Sì, mi lascerebbe partire, ma il bambino no, il bambino restava con lui, e io da lontano avrei sentito che nonpotevo vivere senza la mia famiglia.... E quando fossi tornata, avremmo stabilito la nuova regola d’esistenza.

Andò nella sua stanza. Io non dormii. Seduta accanto al letto del bimbo, non pensavo, non sentivo più nulla: attendevo, che cosa non so: la luce, il tepore, qualcosa che mi facesse sentirmi viva. Avevo tanto bisogno di forza!

Oh quel respiro tranquillo che le notti seguenti non avrei più ascoltato! Suonavano delle ore lontane: trasalivo. Ma com’erano lente quelle ore!... Forse mio padre m’avrebbe aiutata, anche colla violenza, a riavere il povero bimbo.... L’avvenire mi si raffigurava pieno d’enigmi, di agitazioni, di lotte. Nella mischia il viso di mio figlio mi riappariva. Nella strada, ad uno svolto ov’egli passava, io mi sarei affacciata d’improvviso, di tratto in tratto, ed egli sarebbe sempre stato in attesa della mia apparizione.... Intanto gli uomini mutano, mutano le leggi. Una persona che sia un’idea vivente, un’ossessione, può persuadere i più restii.... E poi, la morte!

La morte! Un brivido, come in una notte lontana. Ma io avevo superato il desiderio della morte, anche di quella del mio nemico. Non l’odiavo. Egli non era più che una larva confusa e cupa, che s’ergeva insieme allo spettro della legge nella notte indecifrabile del destino.

Accesi la lampada, la coprii. Un fruscìo.«Mamma?» Mi slanciai sul lettuccio: pose la mano nella mia e si riaddormì. Rimasi senza muovermi, quasi senza respiro.

Mezzanotte. Mancavano tre ore. Le ginocchia mi si piegarono. Seduta sulla poltrona sentivo il freddo invadermi, e raccoglievo tutto il mio calore, gli occhi chiusi, ritirando la mia mano per non agghiacciare la manina. E d’un tratto sentii tutte le mie forze fondersi: mi assopivo? Ero tanto stanca: non avrei potuto partire....

Scoccarono le tre. Balzai in piedi. Mi posi il cappello e m’appressai all’uscio. Poi tornai al letticciuolo, svegliai il bimbo: «Vado—gli dissi piano—è già l’ora; sii buono, sii buono, voglimi bene, io sarò sempre la tua mamma....» e lo baciai senza poter versare una lagrima, vacillando; e ascoltai la vocina sonnolenta che diceva: «Sì, sempre bene.... Manda il nonno a prendermi, mamma.... Star con te....» Si voltò verso il muro, tranquillo. Allora, allora sentii che non sarei tornata, sentii che una forza fuori di me mi reggeva, e che andavo incontro al destino nuovo, e che tutto il dolore che mi attendeva non avrebbe superato quel dolore.

Mi trovai sul treno senza sapere come vi fossi venuta. I primi urti del carrozzone si ripercossero in me come se qualcosa si strappasse dalla mia carne. E il senso dell’ineluttabile m’invase ancor più quando mi vidi portata lontano su quella forza ferrea. Avevocamminato come una sonnambula. Ora la coscienza di quanto avevo compiuto mi appariva. Oh, la suprema agonia!

Come avevo potuto? Ora il mio bimbo, mio figlio, riaddormentato sotto il mio bacio, mi avrebbe chiamata, forse mi chiamava già.... Pensai che l’avevo ingannato. Non avrei dovuto svegliarlo del tutto, dirgli che non sarei mai più tornata, e che non sapevo s’egli avrebbe potuto raggiungermi presto? Forse mio marito era là, ora, presso il letticciuolo, e mentiva a sua volta dicendogli che sarei tornata fra poco, e il bimbo credeva, o lo interrogava con diffidenza.... Che farà domani, e dopo? E tutta la mia vita d’ora innanzi sarebbe forse piena di queste interrogazioni senza risposta....

Come avevo potuto? Oh, non ero stata una eroina! Ero il povero essere dal quale una mano di chirurgo ne svelle un altro per evitar la morte d’entrambi....

Quanto durò l’orribile viaggio? Ad ogni stazione m’afferrava la smania di scendere, di aspettare un treno che mi riportasse indietro: poi, quando la corsa riprendeva, mi balenava a tratti l’idea del suicidio, così facile, lì, a quello sportello: istantaneo....

Ma all’arrivo la stessa volontà quasi estranea, superiore a me stessa, mi s’impose: mi avviai triste ma ferma, tra il fumo e la folla, fuor della stazione, m’inoltrai, misera e sperduta, nelle strade rumorose ove il sole sgombrava la nebbia.

c22

Molto tempo è passato. Un anno, ormai.

Non sono tornata laggiù. Non ho più riveduto mio figlio. Il presentimento oscuro non falliva.

Per quanti mesi ho lottato conservando l’illusione di ottenere mio figlio?

I primi giorni mi furono quasi un riposo, sotto la vigilanza silenziosa e trepida di mia sorella: poi, le settimane si susseguirono in uno scambio sempre più violento di lettere tra me e mio marito, tra lui e mio padre, infine tra i nostri avvocati. In colui si palesava crescente la sorpresa per la mia resistenza; s’illudeva che avrei finito per tornare: non aveva egli per ostaggio il figlio?

E il bimbo, per mezzo della domestica, mi mandava dei bigliettini ove le sue dita incerte scrivevano parole d’amore e d’angoscia: «.... Vorrei scappare, mamma, ma come fare? Qui mi dicono delle brutte cose di te.... Io ti voglio tanto bene, non ti dimenticherò neanche fra cent’anni.... Ma tu che fai? Non puoi mandare a prendermi?»

Nella stanzetta che abitavo provvisoriamente in casa di mia sorella, ed ove giungevano queste effusioni del piccolo cuore addolorato, le ore non si avvertivano più: la notte, figgendo il capo e le mani fra le coltri, soffocavo il rantoloselvaggio.... Chiamavo il bambino per nome, gli parlavo, gli parlavo.... Poi, balzando in piedi, mi pareva d’esser decisa a partire, a raggiungerlo.... Che importava farmi avvilire, calpestare, contaminare? Ma godere ancora della carezza, degli sguardi, degli abbracci palpitanti della mia creatura!

Che cosa mi tratteneva, con forza implacabile? Una voce dentro di me, quasi non mia, non del mio povero organismo sensibile, mi diceva che il passo da me fatto era irrevocabile, e che io non potevo più mentire a me stessa; ch’io sarei morta di onta e di disgusto se non sapevo resistere allo strazio, se non preferivo morire!

Oh, quel comando interiore, terribile!

Per mesi, per mesi.... Ero disposta alla morte colla stessa consapevolezza d’un malato inguaribile.

Sempre più forte mi s’insinuava la persuasione che non avrei ottenuto mai nulla da colui, che la sua vendetta sarebbe stata inesorabile: dopo le minacce egli mi mandava ora parole beffarde: sapeva ch’io non potevo iniziare causa di separazione per mancanza di motivi legali. Mio padre, stanco, non interveniva più; fin dal primo giorno, del resto, egli mi aveva detto di non sperare. Mi pervenne il rifiuto della autorizzazione maritale per riscuotere l’eredità di mio zio. Infine anche l’avvocato rinunziò ad ogni trattativa. Io restavo proprietà di quell’uomo, dovevo stimarmi fortunatach’egli non mi facesse ricondurre colla forza. Questa era la legge.

La domestica, laggiù, venne cacciata, e così anche i bigliettini di mio figlio cessarono. Seppi che era stata presa una giovane istitutrice; le scrissi, non mi rispose.

Nessuno poteva far nulla per me.

Perchè la morte tardava tanto?

O io ero morta di già e non sopravviveva di me che un ricordo?

Il tempo scorreva, fuggiva. Mio figlio non doveva esser già più quale l’avevo visto l’ultima sera, aveva forse già altre inflessioni nella voce, altra luce nello sguardo. Ma non riuscivo a vederlo diverso. La mia maternità s’era dunque chiusa veramente con quell’ultimo bacio?

Quando furono passati più mesi, io considerai con uno strano stupore che vivevo ancora, che nulla di essenziale era veramente morto in me, e che d’ogni intorno, quasi occultamente, mille enigmi mi sollecitavano. Uscendo per la città posavo gli occhi sui bimbi che potevano ricordare il caro mio lontano, li tenevo fissi con insistenza, e talora un d’essi mi ricambiava l’occhiata con un’ombra d’inquietudine. Nessuno di quei piccoli sorridenti aveva bisogno di me. Ma qualche volta, il mattino fra la nebbia, o sull’imbrunire, delle piccole forme vaghe mi rasentavano, qualche vocetta lamentosa m’arrestava. Sotto la miacarezza, la faccina tribolata aveva un guizzo di gioia. Dove dormivano, come vivevano?... Traverso le preoccupazioni della mia nuova vita il pensiero di quei bimbi, di quelle mamme vaganti per i sobborghi, mi dava una sollecitudine tormentosa.

Un mattino, con mia sorella, entrai in uno dei dispensari per i piccoli malati poveri, istituiti da un gruppo femminile. Mi offersi come assistente di turno, due, tre volte la settimana.

Ma che sgomento, le prime volte! Ignoranza, sudiciume, fame, percosse, facevano di quella povera infanzia dei martiri tragici.... Oh il mio bambino sano e bello! E credetti di non poter sopportare la sofferenza fisica di un tale spettacolo ripetentesi all’infinito....

Fu da allora che ho ripreso risolutamente a vivere; dopo aver sentito di nuovogli altrivivere e soffrire.

E da allora ho anche avuto il bisogno di sperare di nuovo: per tutti, se non per me. E quando ho ritrovata intatta nella mia sostanza, nonostante il tragico sforzo compiuto, la fiducia in un migliore avvenire umano, oh figlio mio, ho potuto ancora versare lagrime di conforto!

E in una cameretta che affittai accanto ai miei cari, tra una corsa per le lezioni, che sono il mio solo mezzo di sussistenza, e una visita all’ospedale, mi sedevo al tavolino per scrivere delle pagine in cui rinnovavo gli appelli già lanciati alla società da ben altri ingegni,ma che io improntavo di lagrime e di sangue. I miei gridi erano ben atroci, poichè le riviste che prima mi sollecitavano, ora mi respingono; ma la giustizia non può venir soffocata, perchè arde. Io non domando fama, domando ascolto. Dalla finestra, all’alba e al tramonto, scorgo le linee delle Alpi sulle nubi rosate: e spesso mi giunge la nenia di un corteo funebre avviato alla città dei morti. Guardando in faccia la vita e la morte, non le temo, forse le amo entrambe.

In cielo e in terra, un perenne passaggio. E tutto si sovrappone, si confonde, e una cosa sola, su tutto, splende: la pace mia interiore, la mia sensazione costante d’esserenell’ordine, di potere in qualunque istante chiudere senza rimorso gli occhi per l’ultima volta.

In pace con me stessa.

Spero qualcosa? No. Forse domani può giungermi una nuova ragione di esistenza, posso conoscere altri aspetti della vita, e provare l’impressione d’una rinascita, d’un sorriso nuovo su tutte le cose. Ma non attendo nulla. Domani potrei anche morire.... E l’ultimo spasimo di questa mia vita sarà stato quello di scrivere queste pagine.

Per lui.

Mio figlio, mio figlio! E suo padre forse lo crede felice! Egli arricchisce: gli darà balocchi, libri, precettori; lo circonderà di agi e di mollezze. Mio figlio mi dimenticherà e mi odierà.

Mi odii, ma non mi dimentichi!

E verrà educato al culto della legge, così utile a chi è potente: amerà l’autorità e la tranquillità e il benessere.... Quante volte afferro il suo ritratto, in cui le fattezze infantili mi par che ora annuncino negli occhi il mio dolore, ora nell’arco delle labbra la durezza di suo padre! Ma egli è mio. Egli è mio, deve somigliarmi! Strapparlo, stringerlo, chiuderlo in me!... E sparire io, perchè fosse tuttome!

Un giorno avrà vent’anni. Partirà, allora, alla ventura, a cercare sua madre? O avrà già un’altra immagine femminile in cuore? Non sentirà allora che le mie braccia si tenderanno a lui nella lontananza, e che lo chiamerò, lo chiamerò per nome?

O io forse non sarò più.... Non potrò più raccontargli la mia vita, la storia della mia anima.... e dirgli che l’ho atteso per tanto tempo!

Ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno.

FINE.


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