XV.

Destino! Egli spariva, pensando forse di portar seco il suo segreto. Io restavo, più che mai sola, ove diretta? per quale fine superiore salvaguardato dall’odio e dall’amore?Non ricordo chiaramente gli ultimi giorni passati laggiù, non rammento alcun particolare....Rivedo il mio bambino scoppiare in pianto mentre io gli dico di dare l’addio alla camera ove egli è nato, e donde i mobili son partiti. Ho l’impressione della stretta alla gola provata quando, andata in casa de’ miei per salutar mio padre e strappargli una parola buona, ricevetti poche frasi aspre troncate all’improvvisoda una voltata di spalle.... Come in una nebbia mi si presenta un’altra scena pungente: mia cognata che scaglia invettive alle mie sorelle sgomente, venute in casa sua per abbracciarmi l’ultimo dì; e mia suocera che geme senza fine....Un’ultima visita a mia madre: un vano appello al passato, la tortura di quell’occhio senza sguardo, di quella voce un po’ roca che rideva....Il mare, la campagna, le strade del borgo, in quella fine di settembre, dovevano avere una fisionomia dolcemente stanca, mandare la migliore espressione della loro anima.... Dopo undici anni dacchè li avevo visti per la prima volta, li lasciavo, movendo incontro all’ignoto. Undici anni tragici, lungo i quali la mia sostanza si era andata foggiando di lagrime, lagrime di ribellione, lagrime di sommissione, lagrime di riconoscenza, anche, al Mistero invincibile.... Li lasciavo senza uno sguardo, quasi fuggissi, quasi temessi di scorgere un riso ironico nelle loro penombre, l’avvertimento di non stimarmi troppo presto liberata.c15XV.Pel cielo glorioso le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole, mutevoli e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra e le cupole e il fiume e le pinete incise sull’orizzonte, e il deserto della campagna e i monti lontani, tutto pareva seguire il lento viaggio delle nubi, tutto era com’esse immerso nella luce meravigliosa e com’esse appariva fluido ed eterno.Anch’io ero già passata sotto quel cielo che ora riguardavo; ed anche in quel mio passaggio di adolescente l’anima s’era sentita dilatare al cospetto dell’infinito azzurro. Non ero la medesima, ancora? Non cominciava ora la giovinezza? Roma appartiene allo spirito che la desidera con volontà, e mantiene tutto quanto le si chiede con vigore d’anima. E forse non era tanto lontano il giorno in cui avrei compreso in un solo sguardo la città unica, l’avrei sentita tutta nel palpito del mio cuore.... Frattanto, che ebbrezza e che estasi assistere con mio figlio ai lunghi tramonti di fiamma dalla terrazza del nostro quartierino, con dinanzi il fiume e Monte Mario, dopo aver lavorato ore e ore nel silenzio dell’alto studiolo!Mi sembra di non poter raccontare quei miei primi mesi di vita romana, così come non ho potuto raccontare la mia infanzia.Tutto ciò che è succedersi d’impressioni, vita pulsante per eccitazioni esteriori, scintillìo di immagini, eco di suoni, non può essere da me risuscitato,...Città di esaltamento e di pace!Riserbandomi di penetrare poco per volta la bellezza e la maestà dei luoghi sacri, esploravo lietamente le parti moderne, che mi risuscitavano il senso dell’energia umana avuto nella fanciullezza. Ma ad ogni tratto, dalla confusione e dal frastuono della vita febbricitante mi trovavo repentinamente trasportata davanti a quadri di silenzio e di sogno, lontano, in epoche non conosciute quasi, fuorchè in leggende. Ed erano anche aspetti improvvisi di civiltà più prossime e più note al mio spirito, e l’impressione talora della presenza di grandi anime non ancora estinte, non ancora lontane dalla terra così improntata di loro. Se ero sola o col piccino soltanto e nulla d’estraneo mi turbava, l’intensità della commozione mi faceva qualche volta salire alla gola un singhiozzo. L’avvenire si velava, s’allontanava: il presente appariva più indecifrabile. Ed io, piccola accanto al mio piccino, quasi dileguavo alla mia stessa coscienza.Mi riscuotevano presentimenti vaghi di un’altra parola ancora che la città doveva dirmi. Intorno ai nuclei di pietra che rappresentavano memorie grandiose o attualità mediocri, sapevo che esistevano cinture di miseria, agglomeramenti di esseri che la societàfingeva d’ignorare e nei quali intanto fermentava forse il segreto del domani....Chi me n’aveva parlato così presto? Oh, foste voi, mamma buona mia e di quanti avete incontrato nella vita! Eravate, quel primo giorno in cui v’abbracciai, nel vostro ritiro sul Gianicolo. Le pareti coperte di ritratti, celebri ed ignoti, di grandi uomini e di bambini. La scrivania ampia, carica di carte. E voi, con la persona un poco pingue e curva, con qualcosa di mia madre nei tratti del volto, voi mi chiamaste figliuola, subito, e vi prendeste sulle ginocchia il mio bimbo, e ci guardaste a lungo entrambi, coll’espressione un poco astratta dei vostri dolci occhi, come a strapparci il segreto di quella nostra fusione per cui pareva che la piccola creatura aderisse ancora alla mia persona. Che cosa indovinaste? Mai, mai ho sentito, in un silenzio, tanta improvvisa compenetrazione. E quando incominciaste a parlare, a dirmi di qualcuna delle opere create in tanti anni dalla vostra meravigliosa volontà di giustizia, mi parve che un tacito convegno aveste dato alla mia anima....Poi.... Poi l’ingranaggio del lavoro m’aveva afferrata.Mulieraveva i suoi uffici accanto a Piazza di Spagna. Io vi andavo due o tre volte la settimana, ma, come s’era convenuto, sbrigavo a casa il mio còmpito, ch’era di riassumere e tradurre articoli dai periodici esteri o di render conto di qualche libro. L’accoglienzadella direttrice era stata cordiale, con una viva sorpresa per la mia giovinezza. Scrivevo cose tanto serie «con quel piglio di madonnina»!Avevo subito capito che il suo nome era per la rivista più che altro una preziosa insegna, ma che in realtà chi disponeva di tutto nell’azienda era l’editore, un ometto rosso e vivacissimo. L’illustre scrittrice, poco più che quarantenne, ancor piacente, divideva il suo tempo fra i suoi romanzi, la sua famiglia e il suo salotto. La sua fama era incominciata una quindicina d’anni prima, ed ora ella si trovava in quel momento critico della carriera in cui si riconosce che la propria arte sta per essere oltrepassata e si comincia a temere di venir dimenticati. Forse perciò aveva ritenuto conveniente di non trascurare quel nuovo mezzo che le si offriva di richiamare a sè l’attenzione del pubblico. Alcune pagine veramente geniali d’osservazione e d’espressione costituivano il valore della sua opera, troppo copiosa e poco meditata. Negli ultimi tempi ella aveva bensì accolto qualcuna delle idee nuove, ma senza passione. Mancandole ogni ardore d’apostolato, ella non s’indignava di veder la sua rivista divenire manifestamente una speculazione commerciale. Dietro l’indolenza di lei, l’attività dell’editore mi pareva simboleggiasse tutto un gruppo di interessi minacciati dalle nuove tendenze della donna. Quel piccolo borghese dall’aspettoquasi misero, dai vestiti sciupati, sempre tappato in un polveroso bugigattolo accanto al salone della direttrice, rappresentava i mercanti che si arricchiscono sulla vanità, sulla futilità femminile: introduceva i loro richiami fra le creazioni delle donne artiste, fra le perorazioni delle emancipatrici, fra le esortazioni delle consolatici, delle madri sociali.Il modello era giunto dalla Francia, come pei cappellini. Il buon gusto della direttrice e la furberia dell’editore s’accordavano nel dare un certo nesso alle cose disparate che la rivista conteneva. Così essa poteva introdursi negli ambienti più opposti; e se ad una donna di seria coltura non poteva offrire che una mezz’ora di svago, alle gentili oziose, fra l’una e l’altra curiosità poteva forse insinuare la nozione vaga di un’esistenza più grave che si svolge parallela alla loro, e anche il senso oscuro ed inquietante della fermentazione di tutto un mondo nuovo.Ciò era ben poco vicino al programma scritto dalla direttrice in un attimo d’entusiasmo. I primi giorni m’ero sentita umiliata, e soltanto per la necessità di non provocare i sarcasmi di mio marito, avevo iniziato di buona volontà il mio lavoro, piuttosto gravoso per una principiante. Egli non mi perdonava di averlo indotto a gettarsi nel caos cittadino e s’accingeva fiaccamente alla sua impresa; per tanti anni abituato ad un lavoro metodico, subalterno, la libertà e la responsabilità gli eranod’impaccio; non riusciva a formarsi per suo conto un programma quotidiano e si volgeva astiosamente ad osservarmi, promettendosi certo di farmi sentire la propria autorità al primo accenno d’indipendenza.Il maggior vantaggio del mio nuovo impiego era per me la gran quantità di pubblicazioni di ogni paese che pervenivano alla redazione e che potevo portarmi a casa per leggere. In seconda linea mettevo la possibilità di studiare in quel singolare ambiente qualche tipo caratteristico di donna: una dottoressa in medicina forniva nozioni d’igiene, fra cui l’editore inseriva gli indirizzi dei profumieri, delle bustaie e dei medici della bellezza; una norvegese alta, biondissima, con un nasino all’insù ed occhi azzurri e calmi, illustrava le novelle e componeva fiabe figurate pei bambini; ad una giovane signora le cui condizioni di famiglia non consentivano di far valere altrimenti il suo titolo di nobiltà e la sua «distinzione» s’era affidata la cronaca mondana. Nel salotto della direttrice, che mio marito mi permetteva di frequentare ogni tanto, a patto che evitassi di annodar relazioni, s’incontravano delle personalità di vario valore. Da un cantuccio, inosservata, avrei potuto acquistare quel concetto della realtà che i libri non erano capaci di darmi completamente.Pochi giorni dopo l’inizio del mio lavoro ero stata a vedere la tipografia ove la rivista si stampava; l’editore m’aveva fatto da guida,col sorriso lievemente canzonatorio che errava sempre sulle sue labbra tumide: un compositore aveva sulla sua cassa una mia cartella: bisognava aggiungere alcune parole per comodo dell’impaginazione; e lì, nel frastuono delle grandi macchine, avevo visto l’operaio tradurre immediatamente in caratteri le parole ancor umide; il mio cuore in petto batteva e i miei occhi si velavano....Tornavano dunque i tempi delle buone fatiche, quando tra gli operai di mio padre lavoravo gaia e trepida? Era stato un sogno il lungo intervallo, i giorni della reclusione laggiù, in un’afosa camera, sola col mio bimbo, l’anima gonfia di tragiche fantasie?L’autunno romano svolgeva intorno la sua magnificenza. Io proseguivo ne’ miei vagabondaggi assaporando tutto l’incanto misterioso degli spettacoli che mi si svolgevano dinanzi come altrettanti simboli. E talora mi passavano accanto rapide al par di fantasmi e mi guardavano per un attimo figure gravi e singolari, scienziati forse, forse stranieri a cui il sole d’Italia illuminava verità interiori, forse utopisti che avevano per patria l’avvenire. Ero ancora una romantica, ecco, e non me ne dolevo: c’era tanta somma di vicende nel passato di cui vedevo i vestigi, che potevo bene immaginare nel futuro le più felici possibilità umane.Mi rivedo nello studiolo, in un pomeriggio di novembre avanzato, col sole che mi obbligaa farmi schermo della mano agli occhi. Dinanzi a me è seduto un uomo pallido, emaciato, in cui brillano due occhi neri e grandi: tutta la testa è bella, serena e tormentata insieme, e la parte inferiore esprime una volontà sicura, e l’alta fronte una sovrana pace. Egli interrompe a ogni tratto il suo dire per chinarsi verso il bambino steso sul tappeto, ai nostri piedi, e fargli scorrer sui riccioli la mano delicata, pallida. Alle spalle sento mio marito che sfoglia distrattamente un libro per darsi un contegno. Colui che parla m’è stato presentato qualche giorno innanzi dalla buona vecchia amica. Autore di alcuni opuscoli assai commentati, il suo pseudonimo suggestivo mi era già noto prima: avevo saputo che celava un alto funzionario dimessosi dal suo ufficio per poter liberamente difendere il vero; in dura povertà, egli attendeva ad un grande lavoro filosofico. Il suo sorriso di simpatia spontanea mi aveva tutta compiaciuta e m’aveva dato l’ardire d’invitarlo in casa mia malgrado la diffidenza di mio marito.Egli mi dice tante cose, con una voce calda a cui l’accento meridionale dà una velatura di dolcezza. Dice senza enfasi, come ascoltando un dettame interno: sulla donna, sulle leggi, sul costume, esprime la mia stessa critica, con la vigorosa semplicità che a me manca; ma intorno alla scienza, intorno ai sistemi di ricostituzione sociale oggi in voga, le sue parole diventano singolari per ironia,per disprezzo; mi esorta a ritenermi fortunata per la mia mancanza di studi; demolisce, seccamente, la base delle vane ed orgogliose ricerche che l’umanità ha in corso; e, ad un tratto, alzatosi in piedi, sembra che una visione immensa si stenda dinanzi alla sua anima, per lui soltanto. E subito egli non parla già più di errori e di follìe, e neppure di sacrifizî; accarezza di nuovo il bimbo, accenna alla propria infanzia selvaggia, mi stende la mano con moto rapido, come segnando un patto. Se ne va, col suo segreto....Mio marito tace, esce anch’egli dopo un momento; il piccino mi vede assorta, continua a guardar le immagini di un grosso libro. Penso a mio padre, ai brividi che certi suoi accenti mi davano negli anni lontani in cui assorbivo da lui la vita dello spirito. Fino a quel giorno nessuno più m’era apparso dinanzi come un’individualità libera, come un interprete della verità, come un maestro. Credevo che l’èra dei veggenti fosse chiusa: non era dunque vero?Una vertigine mi afferra, per un attimo. Indi la calma torna. Non sono pronta ad affrontare qualunque rivelazione? E prima di riprendere il mio povero lavoro di giornalista guardo dalla terrazza il disco abbagliante del sole sopra i cipressi di Monte Mario, e le due fasce incandescenti che lo attraversano e arrossano l’orizzonte. E mi pare che quel tramonto si fisserà per sempre nel mio ricordo.c16XVI.Venne Natale, cogli arbusti delle rosse bacche sui gradini della Trinità dei Monti, coi presepi di Piazza Navona, delizia del mio piccino; venne la stagione dei teatri e delle conferenze, ed il febbraio coi primi rami fioriti; per le vie stormi di giovani straniere, alte, bionde e ridenti, passavano recando sulle braccia le candide nuvole di petali. Talvolta anch’io e il mio bimbo portavamo a casa quei tenui annunzi primaverili. Dalle pareti alcune fotografie, le Sibille della Sistina, il tragico e dolce Guidarello sul suo guanciale di pietra; un calco dell’Erinni dormente, dono della disegnatrice norvegese; alcuni ritratti, Leopardi, George Sand coi grappoli di neri capelli, Emerson, Ibsen, figure di geni e di simboli, sembravano animarsi nei luminosi riflessi dei fiori, lievemente colorirsi. Scendeva da essi come un conforto alla fatica e alla speranza. Il bimbo correva a giocare sul terrazzo. Lavorando, continuavo a sentirmi alitar nello spirito, in maniera confusa, le idee e le imagini accolte durante la passeggiata, nei prati di Villa Borghese o sulla deserta duna del fiume.La sproporzione fra questi pensieri e il lavoro alquanto meccanico che compievo era grande. Ma non mi dava pena. Ormai le mievelleità ambiziose di scrittrice eran lontane: trovavo una certa bellezza anche nel còmpito oscuro di trascegliere notizie e raccogliere dati di fatto intorno agli argomenti che più mi premevano. E m’indignavo vedendo piovere in redazione libri mediocri firmati da donne, vere parodie di libri maschili più in voga, dettati da una vanità ancor più sciocca di quella delle pupattole mondane di cui l’editore riproduceva in fotografia gli appartamentimodern style. Come mai tutte quelle «intellettuali» non comprendevano che la donna non può giustificare il suo intervento nel campo già troppo folto della letteratura e dell’arte, se non con opere che portino fortemente la sua propria impronta?Esprimevo tali considerazioni alla direttrice, trepidando, per la mia abitudine al silenzio e per timidezza. La direttrice mi guardava sorridendo con gli occhi miopi, sospirava, e qualcosa come una leggera ombra passava in essi. Mi pentivo quasi delle mie osservazioni: immaginava forse che la piccola sconosciuta ch’io ero, il suo «Perugino» com’ella mi chiamava, osasse giudicare anche la sua opera?Di quest’opera ella non era del tutto soddisfatta, lo sapevo: e neppure di sè, della sua vita intima doveva esser lieta. Suo marito, giurista di valore, non era il compagno creato per lei, benchè avesse intelligenza, cultura, gusto fine, e paresse a tutti un marito e un padre modello. Non aveva mai intralciato inalcun modo le aspirazioni della moglie. Si stimavano reciprocamente: per le due figliole restavano uniti e volevano farsi credere felici. Ma la maggiore di queste, forse, cominciava a indovinar qualcosa: i suoi diciotto anni rivelavano una personalità già forte, e sotto la bellissima fronte venata d’azzurro dovevano maturar propositi di fiera coerenza tra la sua vita e l’ideale. Ella era l’avvenire. Dinanzi a lei avevo sentito per la prima volta che v’erano esseri più giovani di me, che avrebbero potuto ereditar da me qualche favilla e tramandarla più alta nel tempo.Ma sarebbe mai apparso fuor della mia anima un segno dell’interno fuoco?La stessa domanda mi pareva di leggere qualche volta negli occhi della buona vecchia mamma dei miseri, quando nel suo ritiro, ai suoi piedi su uno sgabello, l’ascoltavo parlarmi della sua vita meravigliosa. Se la figliuola della direttrice mi rappresentava la speranza del domani, il formarsi di tutta una umanità muliebre più conscia e dignitosa, questa donna a cui la fronte splendeva sotto i capelli bianchi era bene l’immagine del genio femminile manifestatosi attraverso i secoli in qualche rara individualità più forte d’ogni costrizione di legge o di costume. Mazziniana fervente nella sua prima gioventù, aveva trasportato presto la sua forza rivoluzionaria nel campo sociale. Il suo temperamento la spingeva all’azione diretta e non alla propaganda.Da trent’anni, dacchè era arrivata alla capitale dalla Lombardia e s’era unita liberamente con uno scultore illustre, il suo lavoro per redimere sventure era stato incessante, incalcolabile. La sua pazienza nel perseguire miglioramenti parziali, riforme d’istituti benefici, aiuti degli enti pubblici, la sua tenacia nel bussare alle porte dei ricchi per ottenerne la piccola elemosina, contrastavano stranamente con la sua credenza nella necessità ultima di sconvolgere col fuoco e col ferro la massa oppressiva delle istituzioni formate dalle classi superiori. Aveva mai lasciato intravedere questo terribile pensiero a qualcuno dei giovani operai che la ascoltavano nella Scuola Popolare da lei fondata? La sua ricca natura univa l’amore pratico per la vita umana all’indignata rivolta teorica contro i tarlati ordinamenti; e nessuno come lei sentiva la tragica bellezza della nostra epoca, coi suoi sparsi tentativi sociali, coi suoi presentimenti di rivelazioni scientifiche innovatrici e colla ricerca di nuove idealità oltreumane. In tanti anni, nell’ambiente artistico e cosmopolita del compagno e in quello popolare ch’ella studiava, aveva conosciuto grandi poeti ed ex-galeotti, donne sventurate e donne depravate, uomini di Stato e fanciulli vagabondi. Anche ora nel suo studiolo apparivano donne e uomini dai più diversi linguaggi, e sembrava che sfilasse così dinanzi a lei l’umanità, varia e una. Talvolta udivo costoro parlare d’altregenti ancora, di moltitudini remote che della vita e dell’universo hanno una concezione per noi incomprensibile. Il pensiero della nostra civiltà in cammino su una parte così piccola del pianeta mi si presentava con sgomento. Roma, sì, era il centro ideale, la comune patria delle stirpi privilegiate. Ripartivano quei pellegrini che avevano tante, tante aspirazioni comuni e che non potevano contemplare una comune opera irradiata da questo cuore del mondo, Roma!Alternative d’entusiasmi e di scoramenti. La prima volta che penetrai colla vecchia amica in alcune case del quartiere di San Lorenzo, sentii divampare improvviso, anche nel mio sangue, l’oscuro istinto della distruzione.... Su la strada il cielo splendeva intenso: i colli tiburtini, in fondo, sorgevano come un paese di serenità. E negli ànditi dei portoni già si obliava il sole; si salivano delle scale, chiazzate d’acqua, buie; e ai lati dei pianerottoli s’aprivano corridoi neri, e da questi uscivano donne scarmigliate, il seno mal coperto da camice sudicie, lo sguardo ostile.... Da quali profondità di orrore sorgevano le tremende apparizioni? E le voci rauche non imploravano neppure, davano notizie di malattie, di nascite, di scioperi forzati, di ferimenti, con indifferenza. Scendeva dai piani superiori qualche bimba bionda, ancora rosea, ancora coll’arco delle labbra aprentesi ad un sorriso schietto. Scompariva. E dalle stanzespalancate esalavano odori insopportabili, e dall’intero casamento, in basso, in alto, uscivano strilli, lamenti, richiami....Oh quel paese di serenità che si staccava ancora sull’orizzonte, lontano, quando tornavo su la strada! Rifugiarsi là, tra il verde e le acque, dimenticare che degli esseri umani, uguali a me, a mio figlio, a quella santa creatura che mi guidava, vivono fasciati di cenci, col respiro corto, colle membra fredde, senza saper neppure che cosa li tien chiusi in quegli antri con mano dì ferro!Il dovere era là, nella mischia, in faccia a quella realtà spaventevole. E lì bisognava trascinare tutti quelli che godono della luce, dell’aria pura, delle cose belle, semplici o raffinate, necessarie o superflue; tutti quelli che passeggiano sorridendo tra i palazzi e le fontane, che si affollano agli spettacoli, che si pigiano al passaggio di qualche principe o all’inaugurazione di qualche statua vana. Trascinarli. E quando potessero ancora dimenticare, suonasse pure l’ora della catastrofe!Un essere solo m’appariva al di sopra di questo dovere e m’afferrava e teneva sospesa l’anima oltre ogni visione di male e di bene. Era l’uomo misterioso che sembrava possedere qualche grande segreto sulla vita, il «profeta» come la direttrice diMuliersorridendo lo designava. Mio marito faceva per lui un’eccezione permettendomi di riceverlo; lafama ascetica dell’uomo lo rassicurava. Ma le sue visite erano rare e brevi. Qualche volta ci incontravamo in istrada, e m’accompagnava per un tratto; abitava nello stesso nostro quartiere Flaminio. Il bambino gli offriva spontaneamente la manina. Che cosa andava unendo a me e a mio figlio quella creatura solitaria, enigmatica, forse malata? Egli aveva l’incosciente bisogno, ogni tanto, di parlare, di lasciar intravedere qualche barlume di quel mondo in cui, tutto solo, si moveva.... E mi trovava capace di ascoltarlo. Ma non era neppure un barlume ch’io vedevo: di concreto non sapevo altro se non che nell’opera a cui egli lavorava doveva esser racchiusa una parola di estremo beneficio per gli uomini....La prima volta m’ero domandato con terrore s’egli era un mistico, un pazzo. Via via l’impressione paurosa era andata dileguando. Io che non avevo mai osato addentrarmi negli studi psichici pur riconoscendo ch’era questa una specie di timidità intellettuale, io mi sorprendevo ora ad accettar quasi l’ipotesi che quest’uomo potesse svelarmi qualcosa in cui avrei creduto per virtù occulta.Egli mi parlava del mistero, degli sforzi compiuti dall’umanità per affermare un’origine e un destino ultraterreni. Un fascino m’avvolgeva, e mi sentivo quasi arrossire ricordando la facilità con cui avevo risolto per mio conto la crisi religiosa nell’ora più grave del mio passato. Quell’uomo mi significavauna potenzialità di sofferenza spirituale, ch’io, dovevo confessare, non possedevo. Sterile sofferenza, forse. Ma non era in quello spasimo la nobiltà suprema dell’essere che tende a superare sè stesso?E fioriva in me per lui un umile sentimento, materno e figliale insieme, del tutto nuovo nella mia vita. L’austerità della sua esistenza, e quella forza singolare del carattere per cui egli si inibiva ogni confidente abbandono, e il suo aspetto, anche, così gracile e insieme così fiero, mi attraevano. Se ne accorgeva egli? Non me lo chiedevo. Ad ogni modo non era in me alcuna manifestazione di fervore, e neanche mio marito commentava i nostri rapporti.Parlava poco di sè, come se tutti dovessero ignorare la sua vita di stenti, lo stoico suo distacco da ogni dolcezza. Pareva che tutto ciò che il destino ancor metteva, di tanto in tanto, a sua portata, sorrisi di bimbi, devozione di donne, ristoro di sole, egli lo accettasse come diretto a una parte insignificante del suo essere, capace ancora d’allietarsi, ma priva di influenza sul suo spirito e sulla sua volontà.Doveva aver immensamente sofferto, nel passato. Forse aveva trovato un rimedio nell’analisi, osservandosi; doveva essersi convinto che l’uomo soffre di cose meschine. Le privazioni materiali e sentimentali, la mancanza di pane, di benessere, di cure, di affetto, tutto questo fa soffrire l’uomo. Ma l’uomogrande è quello che si avvezza a far senza di tutto questo, che può viver solo, nutrirsi di sè stesso, isolarsi dall’umanità e dalla vita....A tale stato voleva condurre tutti noi? Non era ammissibile. E allora, che significava l’oscura esortazione all’attesa che egli mi rinnovava di tratto in tratto?Parlavo di lui colla buona vecchia mamma. Ella lo conosceva da parecchio tempo, aveva per lui una speciale tenerezza. Lo aveva mai condotto seco a veder qualche miseria mostruosa?Sì, ed altre volte egli ne aveva osservate, lontano, a Londra, a Nova York.«Vedi, figliuola: egli deve dirsi sempre che ogni tentativo di rinnovamento sociale è puerile, senza il soccorso della nuova fede ch’egli vuoi dare agli uomini. Egli cerca un assoluto e nulla è più inutile, anzi nefasto.... che l’assoluto, quando sappiamo che tutto muta, e che si muore. Egli cerca probabilmente una nuova prova dell’immortalità dell’anima, poichè le vecchie non reggono più. Ma gli uomini hanno creduto fino ad oggi a questa immortalità, e non sono divenuti migliori....»Gli occhi le si velavano:«Nessuno più di me desidererebbe il conforto di ritrovare dopo morte chi ha amato! Io ho sperato per tanti anni che il destino non mi facesse sopravvivere al mio compagno. Non è stato così.... Ma la dolcezza della nostra unione mi avvolge ancora tutta nelricordo, mi consente di fare questo ultimo tratto di cammino sola.... Io ho avuto la mia parte di bene. Cara, bisogna far che l’uomo ami la vita in quanto essa è suscettibile d’esser bellaper tutti, maternaverso tutti. E non è guardando oltre la morte che si può raggiungere questo scopo».Io pensavo a tutte le volte che avevo sentito «staccato» dal mondo, lontano, quell’uomo. Egli non aveva neppure discepoli; nessuno dei tanti giovani che s’affollavano nelle redazioni delle riviste maggiori, ed invocavano in versi «l’atteso», aveva l’impulso d’interrogarlo, di scandagliare il suo segreto.La vecchia amica si rassegnava:«Egli è veramente unesemplare unico, ed io mi compiaccio certe volte con uh po’ d’estetismo che mi sia caduto sotto gli occhi. Ne arrossisco, perchè, in fondo, egli mi desta una gran compassione.... E tu, piccina, hai subito un poco il suo fascino? Le donne non sono mai insensibili alle manifestazioni mistiche.... Se potessi mostrarti il mio esempio, ti direi che io credo nel mistero, che ho anch’io, come si dice, le finestre aperte sul mistero. Ma non posso stare tutto il giorno alla finestra, e c’è tanto da fare in casa!»Ella sorrideva con una ironia che nascondeva un’appassionata tenerezza. Come delicatamente ella sfiorava le anime! Avrei mai un giorno potuto espandere intera la mia con lei? Sentivo lento lento un affanno salire. Perquella nobile creatura la vita era amore: e se l’amore è tutto nella vita, io non conoscevo ancora la vita....Si giunse alla fine di febbraio: l’influenza infieriva, mio figlio s’ammalò, dapprima senza sintomi gravi, indi rapidamente precipitando verso il pericolo. Mai quella creaturina era stata inferma: qualcosa mi trascinò fuor di me, in quei giorni di terrore inobliabili, e di cui pur non conservo un distinto ricordo. Una sola notte rivivo. Alcuni accessi nervosi violenti, seguiti da vere allucinazioni, da barlumi di furore,—per cui il caro viso, ove poco tempo innanzi ancora i cinque anni sorridevano, diventava irriconoscibile, spaventoso,—avevan fatto spuntare nella mente mia e degli altri presenti un sinistro fantasma: meningite.... La parola mi danzava nel cervello, lo riempiva. Si attendeva la dottoressa. Coperta solo di un accappatoio, tremante pel gelo della notte e per la febbre che da tre giorni serpeggiava anche nelle mie fibre, mi curvavo sul bimbo che a volte mi respingeva o mi guardava àtono senza riconoscermi; mi gettavo su una poltrona lì presso, mi rialzavo. Per un’ora o due, forse, immaginai mio figlio perduto, mi raccolsi in questo pensiero, sentii le lagrime, sgorgate irresistibili alla vista degli spasimi infantili, asciugarsi; mi chiedevo: «Potrò trovar subito un mezzo per morire, o dovrò giuocar d’astuzia per deludere la sorveglianzadi costoro?» Nessun richiamo mi veniva dalla vita poi che la vita si chiudeva su mio figlio, su colui pel quale soltanto avevo riaperto con rassegnazione gli occhi in un’altra tragica notte....La crisi nervosa fu superata; per quarant’ore circa dalla boccuccia rossa non era uscita una parola dettata dall’intelligenza o dalla volontà; una piega ostinata, amara, l’aveva contratta; gli occhi, più larghi, sembravano interrogare su ciò che avveniva e inquietarsi di non comprendere.... Non rivedo le fattezze straziate dal male, ma risento la sofferenza acuta di quella vista. Avevo la febbre, non potevo percepire ciò che accadeva in me, e impressioni lancinanti si succedevano, si confondevano. Ricordo il risveglio, invece: un attimo divino: il sorriso che si abbozzava su quelle povere piccole labbra, che irraggiava il visino bianco, mentre una vocetta esile, nuova e insieme antica, rispondeva alla dottoressa che gli domandava il nome.... Oh, nome, nome di mio figlio che da quell’ora mi divenisti parola di vita!Il male seguì il suo corso regolare: il piccino era docile, quasi preoccupato lui stesso di guarire; non v’era da lottare per compiere le prescrizioni mediche. Nei momenti di maggior sollievo, quando la febbre gli dava requie, egli mi chiedeva: «Che avevo, mamma, l’altra notte?... Vedevo rosso.... tu non c’eri, tu non c’eri....» E una manina saliva a carezzarmi ilviso. Nella piccola stanza una luce violacea penetrava mentre i pomeriggi di marzo, di là dalla terrazza, inondavano il cielo di nubi dorate. Poi, l’ombra subentrava, e le lunghe ore notturne sfilavano. Io rimanevo sola a vegliare, fin verso l’alba.La figura di mio marito si disegnava talora torbida nella notte, mentre restavo con lo sguardo avvinto alle linee incerte e dolci della testina riversa sul guanciale. Durante il periodo acuto della malattia di nostro figlio l’avevo visto sinceramente commosso. Ciò non mi aveva dato un solo fremito, chiusa come ero nel tragico cerchio delle mie sensazioni materne. Come due estranei, avvicinati momentaneamente dalla sventura, le nostre persone ritte da un lato e dall’altro del letticciuolo, non avevano avuto neppure per un istante un moto, un gesto, l’una verso l’altra........L’esistenza adorata era salva, rivolta di nuovo verso l’avvenire. La consideravo ormai con calma, con la stessa sicura energia con cui avevo considerato la sua possibile fine. Essa era la parte migliore di me, che riposava e si ritemprava così, la parte vergine, ignara, possente, quella che avrebbe debellato ogni insidia, come testè la morte. Ma l’altra parte, la creatura vegliante, agitata da ricordi e da presentimenti, debole e incerta nella sua dolorosa esperienza? L’altra viveva d’una vita intensa come non mai, scrutava senza risultato le tenebre circostanti, temeva, forse perla prima volta con tale sincerità, di sè stessa e del suo destino....Perchè avevo pensato tanto naturalmente alla morte quando mio figlio era in pericolo? Non esistevo io dunque indipendentemente da lui, non avevo, oltre al dovere di allevarlo, oltre alla gioia di assisterlo, doveri miei altrettanto imperiosi?Tre anni quasi erano trascorsi dal mio tentato suicidio. Durante l’incessante ascesa avevo voluto persuadermi, persuadendo altrui colla penna e coll’esempio, che la vita va vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia è possibile e divien facile, quando si giunge a sentire la necessità del legame sociale. Mi ero esaltata tante volte dinanzi a questa concezione, mista di ascetismo e di paganesimo, glorificante insieme l’azione e la contemplazione. Senza le lusinghe di una fede pietosa, avevo sentito crescere in me forze insospettate, che erano state capaci di attutire le voci del senso e del cuore.Illusione! Menzogna! Io che predicavo la forza di vivere, io, poche notti prima, avevo sentito questa forza estinguersi come per incanto col suono d’una fievole voce infantile. Il mio ideale di perfezionamento interiore crollava dinanzi alla realtà di questo fatto: una cosa sola, ora come tre anni prima, era realmentevivain me, viva e formidabile: il legame della maternità.c17XVII.La convalescenza del piccino fu lunga: al principio di aprile andammo, noi due soli, a passare alcuni giorni a Nemi: nel verde rinascente dei boschi la creatura amata riacquistò finalmente tutta la sua vivacità. Dolcezza ineffabile di quella nostra solitudine dinanzi alla piccola conca glauca e silenziosa del lago! Gli occhi di mio figlio, dopo la malattia, parevano ancor più profondi e pensosi; il sorriso esprimeva una tenerezza più vibrante. Egli era ormai entrato nella fanciullezza, ormai i ricordi dovevano cominciare ad imprimerglisi nel cuore. Per lui, per lui!... La coscienza della mia dedizione, ora ben lucida, mi avrebbe sorretta?Mi riposi al lavoro. Tutte le mie colleghe mi avevano dimostrato pietà e cortesia eccezionali, e tanto l’editore quanto la direttrice erano stati indulgenti per la mia prolungata assenza.Mi piaceva percorrere ogni giorno, anche col tempo cattivo, come una qualunque lavoratrice, il breve tratto di strada da casa mia all’ufficio della rivista, lottando collo scirocco o colla tramontana. Giungevo in redazione col volto un poco acceso per la corsa. Sedevo; tagliavo le pagine delle riviste appena arrivate, dei libri nuovi. Era una piccola ricognizionenel paese della coltura, ove erano sempre per me regioni inesplorate, qualche mutamento di scena, qualche rivelazione improvvisa. Notavo quello che mi proponevo di leggere, di approfondire, o soltanto di sfiorare. E subito desideravo di portar tutto a casa, di esser sola coi miei tesori sempre rinnovati; ma l’editore usciva dal suo bugigattolo, sfogliava anch’egli, m’accennava le «varietà» più insipide, metteva il dito sulle interviste, sulle cronache del pettegolezzo letterario. La lotta dei romanzieri cattolici coll’Indice, le conversazioni del Papa, ogni ricevimento intellettuale della Regina madre: guai a lasciarsi sfuggire qualcosa di tutto ciò. Facevamo delle distinzioni da causidico fra le redattrici, per poterci rimbalzare l’una sull’altra questi temi, dei quali i più noiosi erano talvolta bonariamente assunti dalla direttrice. Ella era talmente ricca d’immagini e d’aggettivi, che si disimpegnava del lavoro in un attimo. Dava sempre ragione all’editore: «C’è modo di far passare qualunque cosa: con un po’ di garbo, caro Perugino, con un po’ di garbo puoi far l’elogio tanto dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del matrimonio!» E così con una barzelletta risolveva ogni questione.Garbo lei ce n’aveva! La disegnatrice norvegese aveva fatto tutta una serie di caricature sul garbo della direttrice. Buona ragazza! La prima volta che andai nel suo piccolo studio,sui Parioli, mi pose tra mano, con un piglio speciale, tutto nordico, misto d’ingenuità e di furberia, una cartella in cui mi vidi con mia enorme sorpresa disegnata in molti atteggiamenti, dei quali alcuni mi lusingavano, altri mi stupivano, molti m’offendevano acutamente nell’intimo. Era come uno specchio, davanti al quale io non avevo posato e che m’aveva riprodotta quando meno me l’aspettavo. Credo che per la prima volta mi diedi a riflettere sull’ironia, questo frutto amaro di terribili delusioni, ch’io non possedevo nè possederò forse mai, perchè non sarò mai del tutto delusa, essendo il mio ideale lontano, oltre la mia breve vita.Quand’ella portò a casa mia alcuni di quei disegni (veniva spesso, dopo la malattia del mio bambino, per il quale sentiva una vera passione) mio marito ne rise in modo goffo. Provai un certo dispetto contro l’amica; ella dovette incominciare a indovinare quali rapporti fossero tra lui e me.Per guadagnarsi la mia confidenza mi narrò la sua storia. I suoi l’avevano data, a sedici anni, a un pastore del suo paese. «Ah che noia, mia piccola, che noia!» Compresi finalmente il significato vero di questo ch’era il suo intercalare abituale, sovente impiegato fuor di proposito. Il vederla raccontare con quella bocca mobilissima, sempre sorridente,—ma con un sorriso che aveva tutte le sfumature, dalla letizia al dolore,—col contrastodi quegli occhi d’un azzurro implacabilmente sereno, la sua vita di cinque anni in casa del suo santo carceriere, fu per me la rivelazione della grande arte spontanea e profonda che mi si manifestò di poi nei capolavori nordici.«Lui mi amava, sai! Eravamo due servi di Dio, e mi amava come una compagna di servitù. E Dio era sempre presente, in ogni occupazione, a tutte le ore, in tutti gli angoli della casa. Ah che noia, che noia!»Un giorno ella gli aveva detto francamente che avrebbe desiderato «andar lontano da Dio!» Ci fu una disputa. Lui amava prima Dio, poi lei. Ella gli disse di scegliere....«Il Dio degli italiani è più divertente—aggiungeva:—si può servirlo senza stancarsi, perchè in fondo non siamo mica sicuri che lui si accorga di noi. Quando se n’ha bisogno lo s’invoca, poi lo si saluta e andiamo pei fatti nostri.»E se n’era venuta sola in Italia, il paese vagheggiato sin dalla fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva incoraggiata a dedicarvisi interamente.«Certi giorni ha avuto visita da una dama....Lady Hunger, Madonna Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi rianimava. Mio marito pure, ascoltandola,smetteva un poco il cipiglio abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo calmò con alcune parole gentili.La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero, in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco. La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loroparati di cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei ricevimenti, dellegarden party, delle caccie alla volpe: fiori di serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali, si scambiavano dei complimenti freddi.La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’ pedantesco: «Questo è il regno diMuliero diFoemina?» Io non potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi: «Ecco due donne!»Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano legate d’intimitàda quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.Accanto a lei tutto il mondo che si agitava in quella sala mi pareva effimero. Com’erano rare e isolate le vere donne!Domina, signora, m’aveva detto il galante professore. Signora di sè stessa la donna non era di certo ancora: lo sarebbe mai?La norvegese mi veniva ora incontro, accompagnata da un giovine alto come lei, dall’aspetto simpatico di studioso: me lo presentò. Era un fisiologo già favorevolmente noto. Mi dimostrò subito una grande cordialità, mentre parevami che la disegnatrice lo incoraggiasse. La sua simpatia verso di me non era che un riflesso di quella che lo legava evidentemente all’amica mia: non era difficile, guardandoli mentre si scambiavano delle osservazioni comuni, sentire che qualcosa come un intimo consenso li univa nei loro silenzi.Mio marito restava in un angolo, disorientato, senza saper nascondere il suo malumore, rasserenandosi soltanto quando la norvegese, sollecitata da tutte le parti, gli siavvicinava. Gli portai il bimbo, per dargli modo d’avere un contegno: egli lo respinse: «Vuoi disfartene per brillare!»Dolore e sdegnò m’assalirono. Pretestai una indisposizione ed uscimmo. Nè per istrada nè a casa parlai. A che pro? La sua non era gelosia: era un livore oscuro, era umiliazione, era manìa d’imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza. Ed io non osavo arrestarmi un attimo a considerare l’ironia della mia condizione!... Perchè avevo quasi terrore che altri lo intuisse? Mi pareva che una voce dal profondo mi tacciasse d’ipocrita, oltre che di vile....L’opera sparsa e faticosa che andavo compiendo non mi confortava molto delle intime disfatte. Cominciavo a spiegarmi la mancanza in Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni d’indipendenza femminile. La solidarietà femminile laica non esisteva ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno s’agguerriva. Anzi, come ben mi indicava la vecchia amica, i liberi pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli al confessionale.«Femminismo!—esclamava ella.—Organizzazioned’operaie, legislazione del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico.... Tutto questo, sì, è un còmpito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna!»E la buona vecchia, la cui energia contrastava vittoriosamente colla gravezza penosa della persona, mi portava con lei a vedere le sue opere nuove o rinnovate. «Agire! questa è la vera propaganda!»Ella aveva aperto da poco, accanto al riparto femminile dell’ospedale celtico, ove era ispettrice, una specie di scuola per quelle disgraziate, una sala bianca dove le inferme potevano ricevere un po’ d’istruzione elementare, leggere qualche libro, ascoltar qualche parola che agitasse in fondo alla loro povera sostanza calpestata una brama di rinnovamento, di salvezza. Un giorno entrai anche là. Oh, non vi rievocherò, dolorose sorelle, in queste pagine! Io devo rivedervi, devo sentirmi rivelare da voi ancor più cose che non potei in quell’unico e omai lontano incontro. È un voto che non ho ancora sciolto, e che ho formulato fin d’allora, quando rientrai a casa e mi strinsi al cuore mio figlio e mi domandai con terrore—la prima volta!—se avrei potuto custodire illeso quel fiore di vita, avviarlo integro e libero all’incontro della sua compagna....Tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso,contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dei sensi inariditi; fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso l’intrusa, e il solo ricordo avvilisce ogni loro bacio.Mio figlio! Chi gli avrebbe fatto la sacra rivelazione? Gli avrei mai potuto dire che egli doveva essere, un giorno, per la sua donna?V’era nel mondo che si agitava intorno a noi tanto scetticismo, tanta viltà! Non avevo assistito ad una seduta della Camera dei Deputati, durante la quale un’interpellanza su la tratta delle bianche era stata con disinvoltura «liquidata» in cinque minuti da un ministro che dichiarava esser la legislazione italiana su tale rapporto assai migliore che in altri paesi, mentre nell’aula quasi spopolata alcuni onorevoli sbrigavano il loro corriere o chiacchieravano disattenti? Un deputato clericale gemette lugubremente sulla necessità di questa «valvola di sicurezza del matrimonio», interrotto dall’interpellante che chiamava il matrimonio un feticcio a cui si sacrificavano creature umane. Due sotto-segretari puntavano i binocoli nella tribuna delle signore pavoneggiandosi: poi si passò ai bilanci....Mi pareva strano, inconcepibile che le persone colte dessero così poca importanza alproblema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna; al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno però aveva saputo creare una grande figura di donna.Questo concetto m’aveva animata a scrivere una lettera aperta ad un giovane poeta che aveva pubblicato in quei giorni un elogio delle figure femminili della poesia italiana. Fu un ardimento felice, che ebbe un’eco notevole nei giornali e fece parlare diMuliercon visibile soddisfazione dell’editore. Dicevo che quasi tutti i poeti nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perchè continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo? Perchè questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del sole?Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco stimano tutte le altre donne.Questi furono chiamati paradossi da molti giornali, ma alcune lettere di giovani mi dimostrarono che avevo toccato un tasto vibrante.Una sera a teatro la vecchia attrice, nel suo palco, aveva avvertito due lagrime brillarmi negli occhi. Non avevo mai pianto per le finzioni dell’arte. Sulla scena una povera bambola di sangue e di nervi si rendeva ragione della propria inconsistenza, e si proponeva di diventar una creatura umana, partendosene dal marito e dai figli, per cui la sua presenza non era che un gioco e un diletto. Da vent’anni quella simbolica favola era uscita da un possente spirito nordico; e ancora il pubblico, ammirando per tre atti, protestava con candido zelo all’ultima scena. La verità semplice e splendente nessuno, nessuno voleva guardarla in faccia!«Avessi un quarto di secolo di meno!—esclamava la mia grande artista con la sua voce ancora magica—io l’imporrei!»Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sè stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana!Venne l’estate; due mesi torridi, incerti nei ricordo. Le amiche, il «profeta», tutti erano fuori di Roma. Il mio lavoro era cresciuto, nell’assenza della direttrice, andata in montagnaa cercar un po’ d’aria fresca e la trama d’un nuovo romanzo. Trovavo nondimeno un’ora ogni giorno per rifugiarmi col bimbo a Villa Borghese, e mentre egli, con la felice facoltà di distrazione della sua età, giocava insieme a compagni improvvisati, io leggevo, riposando ogni tanto gli occhi su le linee melodiose dei grandi pini.Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui, sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la stanchezza la prostravano.In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo, certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità, indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato interrogarlain modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza mortale in tutte le membra.Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato. Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli affetti che le venivano via via mancando?E frattanto la situazione in fabbrica diventavainsostenibile. Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò il discorso.Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il nome di mio marito per il posto di direttore.Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio marito al posto di mio padre.... Che ironia!Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un tratto, la mia gaiezza cadde.Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria» e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non essere staccato del tutto dalla sua creazione.Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo minacciasse: reclamavala vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni, un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio, che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo.... Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori miserandi e pieni d’odio....c18XVIII.Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa, restando taciturno escontento al tavolino, a scrivere non so che progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito la guardava come affascinato.Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto, nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio. Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia amica....Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso, l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva ancora, si pensava debole, malato....Era il castigo?La disegnatrice aveva indovinato, forse perla prima. Ed era forse colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento dellaMulier. Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col dolore dei genitori pareva a lui egoismo.Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti? E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’ suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville, fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in certi istanti.Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti. Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte. Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola, nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno; il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non aveva che quel gesto per darmi coraggio.Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto, che forse quellonon era più luogo per noi, che aveva una smania furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per lui!...Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.Egli replicò subito col piglio insolente che gli conoscevo da tanti anni. Negava, mettendo i punti sugli i, negava e accusava....Non ne soffrivo.... La realtà mi dominava, finalmente. Sentivo in confuso ch’era necessario agire, senza sapere ancora in qual modo. Una voce nell’anima cantava senza posa «Sei libera, libera!»Vedevo nitidamente qual sarebbe stato il mio ufficio nella casa coniugale che m’attendeva. L’uomo il quale un giorno m’aveva scongiurata di vivere, ora più che mai non avrebbe cercato in me che il delirio dei sensi, l’oblio. Ed io, in quest’unica ragione della nostra convivenza, avrei sentito crescere il disprezzo per me stessa.... No, no!Per due, tre giorni, non ricordo bene, la vita intorno non mi trasse dalle mie meditazioni. Per la rivista non avevo quasi più nulla da fare: l’editore cercava chi mi sostituisse; si era mostrato dolente di perdermi: «È cosìdifficile trovare chi legga con imparzialità dei libri di donna!» La direttrice, col suo fare sempre tra cortese e distratto, m’aveva detto che sperava io le avrei continuata la mia collaborazione anche da laggiù. Non avevo mai pensato dì tentare qualche lavoro di fantasia?La norvegese era a letto per una infezione reumatica che non pareva grave. Andavo ogni giorno per qualche ora a tenerle compagnia. Ogni giorno veniva pure a visitarla l’amico professore. La prima volta che avevo visto il giovane chino sopra di lei, mi si era comunicata la dolce sicurezza del loro amore. Ma nella stanza buia non c’era aria sufficiente. Quand’egli la persuase della necessità di trasportare il letto nello studio, la fronte le si oscurò, sebbene egli affermasse che era soltanto questione di alcuni giorni.Affrettavo col pensiero il ritorno di mio marito: gli avrei proposta una separazione amichevole; io potevo vivere col mio lavoro e con ciò che mio padre continuerebbe ad assegnarmi. Il piccino avrebbe potuto studiare accanto a me, e andare dal babbo nelle vacanze.Perchè non avrebbe accettato? Egli era in uno di quei momenti psicologici che giustificano le azioni più contrarie alla nostra natura; tutto doveva mostrarglisi sotto un nuovo punto di vista.Non volevo però in nessun modo pregiudicare il tentativo. A chi chiedere un consiglio?La buona vecchia mamma non era ancora tornata dalla Lombardia. E a nessun’altra avrei potuto confidarmi, in quell’ora decisiva. Ma un’immagine mi s’imponeva da qualche tempo, con insistenza crescente; non v’era un uomo che diceva di possedere la verità? Da lui avrei potuto ricevere forza.Non lo vedevo da parecchie settimane. Lo invitai con un biglietto a venirmi a trovare, per sentire cose gravi.Giunse la sera dopo, mentre stavo per condurre a letto il bambino. Per qualche minuto parlò col piccolo amico, che lo guardava cogli occhioni confidenti; poi questi andò a coricarsi.Con un tremito interno straordinario presi a dire. Egli ascoltava impassibile. Sapeva forse. La persona si protendeva un poco verso di me, in attitudine incoraggiante.A poco a poco mi rinfrancai; le sue domande, nette, valevano a dirigere e a districare il mio racconto un po’ imbarazzato. Non parlavo del lontano passato, della mia adolescenza distrutta; dicevo solo di mio padre e di mia madre, del mio matrimonio, del lungo periodo in cui, conscia de’ miei sentimenti, avevo ritenuto doveroso restar presso l’uomo che credevo m’amasse e a cui pensavo di far del bene: accennavo alla scoperta recente di un nuovo sentimento in mio marito, al mio recente miraggio d’indipendenza.... L’aspirazione appassionata ad una vita di libertà ed’azione, in armonia colle mie idee, si palesava in verità a me stessa come non mai, Ogni mia parola sembrava illuminarmi il fondo dell’anima. E uno stupore m’invadeva, si mescolava alla lucida ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.L’uomo mi guardava tranquillo, poi prese lui a parlare. Stimava inutile giudicare la decisione irresistibile della mia coscienza. Ero pronta a subirne qualunque effetto? Egli poteva dirmi soltanto che tutte le cose della vita, anche i problemi morali che il nostro orgoglio suscita, non sono in fondo che ombre. Per guidarsi, nella vita, occorre poco, l’avrei compreso un giorno: intanto, gli piaceva la mia preoccupazione di sincerità e di logica.S’era alzato in piedi, girava attorno toccando libri e fotografie. Anch’io mi ero levata e m’appoggiavo al tavolo in mezzo alla stanza; mi venne accanto: mi sorpassava di poco in statura. Riprese a parlare, piano. Anche nel suo passato erano delle ore oscure: egli aveva creduto nella legge, nel progresso; aveva giudicato gli uomini in nome di un assoluto inflessibile, aveva condannato.... Poi, un dolore tremendo, la morte quasi simultanea del padre e della madre, gli aveva restituito la coscienza del niente che è l’uomo, e per la prima volta infuso il desiderio tormentoso di figger lo sguardo oltre la vita. Erano passati anni e anni, egli aveva reciso tutti i fili che l’avvincevano all’umanità, e una luce, sì, unaluce s’era fatta nel suo spirito. Egli credeva di poter spiegare, ora, l’enigma della nostra essenza, essenza immortale. Questa parola avrebbe recato alle creature umane una grande pace, la norma per l’esercizio benefico della propria volontà durante questo passaggio terreno. Non poteva spiegarmene nulla ancora. Fra breve.... Da vicino o da lontano, continuassi a sperare, ad aver fede nella sua promessa.Dalla strada, ogni tanto, la tramvia elettrica mandava il suo ululo, producendomi l’impressione del vento notturno in riva al mare in tempesta. Mi sentivo avvolta, veramente, in un’atmosfera frigida che placava, rendeva anzi ogni impulso di vita particolare, creava visioni bianche nelle quali l’occhio si smarriva.Quando mi ritrovai sola nello studio, ove la lampada sembrava vegliare dall’alto sull’intera città, una gioia m’invase, ignota fin allora. Che cos’era, che cos’era? Non volevo saperlo, come non mi dava affanno il segreto che quell’uomo diceva di possedere. Ma l’antica anima ribelle ad ogni giogo ch’era giunta a odiare l’amore per il disprezzo di ogni dedizione, si abbandonava alla dolcezza di essere compresa, sentita da un’altra anima....Il gaudio silenzioso e quasi inconfessato durò alcuni giorni. L’amico venne altre due o tre volte, di sera; mi aveva pregato di copiargli il manoscritto di un suo nuovo opuscolo che stava per pubblicarsi; certe pagine quasi indecifrabiliper le aggiunte e le cancellature richiedevano le sue spiegazioni, Egli me le dava con quella sicurezza dogmatica che allontanava qualsiasi obbiezione. L’opuscolo era una satira tagliente cui non potevo non associarmi; preannunziava, ma non svelava affatto l’idea dominante dell’autore, la secreta sintesi creata dal suo intelletto. In esso non mi turbava che lo stile, complicato, contorto, spesso illogico; più mi turbavano, talvolta, certe frasi dettemi a viva voce, frasi oscure, che mi riconducevano ai primi tempi della nostra relazione quando riguardavo la strana creatura come un pauroso inviato del Mistero, a sè stesso forse incomprensibile. E neppur ora avevo la forza di formarmi un concetto esatto della sua personalità; ora meno che mai. Evitavo anzi, probabilmente senza rendermene conto, di esercitare dinanzi a lui la mia analisi. Lo vedevo pallido, emaciato, ombra della vita, con un sorriso sempre più enigmatico sulle labbra pallide tra la breve barba nerissima, con gesti di bimbo delicato e precoce che prevede tutto ciò che la vita gli negherà.... E tremavo. Così debole e miserando qual’era, m’appariva ammirabile: era in lui una potenza che non sapevo definire, ma che trovavo più grande d’ogni altra; egli mi rappresentava lo sforzo incessante e terribile dell’umano verso la divinità. Quando la parola «pazzia» mi si affacciava alla mente, mi sentivo straziare.

Destino! Egli spariva, pensando forse di portar seco il suo segreto. Io restavo, più che mai sola, ove diretta? per quale fine superiore salvaguardato dall’odio e dall’amore?Non ricordo chiaramente gli ultimi giorni passati laggiù, non rammento alcun particolare....Rivedo il mio bambino scoppiare in pianto mentre io gli dico di dare l’addio alla camera ove egli è nato, e donde i mobili son partiti. Ho l’impressione della stretta alla gola provata quando, andata in casa de’ miei per salutar mio padre e strappargli una parola buona, ricevetti poche frasi aspre troncate all’improvvisoda una voltata di spalle.... Come in una nebbia mi si presenta un’altra scena pungente: mia cognata che scaglia invettive alle mie sorelle sgomente, venute in casa sua per abbracciarmi l’ultimo dì; e mia suocera che geme senza fine....Un’ultima visita a mia madre: un vano appello al passato, la tortura di quell’occhio senza sguardo, di quella voce un po’ roca che rideva....Il mare, la campagna, le strade del borgo, in quella fine di settembre, dovevano avere una fisionomia dolcemente stanca, mandare la migliore espressione della loro anima.... Dopo undici anni dacchè li avevo visti per la prima volta, li lasciavo, movendo incontro all’ignoto. Undici anni tragici, lungo i quali la mia sostanza si era andata foggiando di lagrime, lagrime di ribellione, lagrime di sommissione, lagrime di riconoscenza, anche, al Mistero invincibile.... Li lasciavo senza uno sguardo, quasi fuggissi, quasi temessi di scorgere un riso ironico nelle loro penombre, l’avvertimento di non stimarmi troppo presto liberata.c15XV.Pel cielo glorioso le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole, mutevoli e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra e le cupole e il fiume e le pinete incise sull’orizzonte, e il deserto della campagna e i monti lontani, tutto pareva seguire il lento viaggio delle nubi, tutto era com’esse immerso nella luce meravigliosa e com’esse appariva fluido ed eterno.Anch’io ero già passata sotto quel cielo che ora riguardavo; ed anche in quel mio passaggio di adolescente l’anima s’era sentita dilatare al cospetto dell’infinito azzurro. Non ero la medesima, ancora? Non cominciava ora la giovinezza? Roma appartiene allo spirito che la desidera con volontà, e mantiene tutto quanto le si chiede con vigore d’anima. E forse non era tanto lontano il giorno in cui avrei compreso in un solo sguardo la città unica, l’avrei sentita tutta nel palpito del mio cuore.... Frattanto, che ebbrezza e che estasi assistere con mio figlio ai lunghi tramonti di fiamma dalla terrazza del nostro quartierino, con dinanzi il fiume e Monte Mario, dopo aver lavorato ore e ore nel silenzio dell’alto studiolo!Mi sembra di non poter raccontare quei miei primi mesi di vita romana, così come non ho potuto raccontare la mia infanzia.Tutto ciò che è succedersi d’impressioni, vita pulsante per eccitazioni esteriori, scintillìo di immagini, eco di suoni, non può essere da me risuscitato,...Città di esaltamento e di pace!Riserbandomi di penetrare poco per volta la bellezza e la maestà dei luoghi sacri, esploravo lietamente le parti moderne, che mi risuscitavano il senso dell’energia umana avuto nella fanciullezza. Ma ad ogni tratto, dalla confusione e dal frastuono della vita febbricitante mi trovavo repentinamente trasportata davanti a quadri di silenzio e di sogno, lontano, in epoche non conosciute quasi, fuorchè in leggende. Ed erano anche aspetti improvvisi di civiltà più prossime e più note al mio spirito, e l’impressione talora della presenza di grandi anime non ancora estinte, non ancora lontane dalla terra così improntata di loro. Se ero sola o col piccino soltanto e nulla d’estraneo mi turbava, l’intensità della commozione mi faceva qualche volta salire alla gola un singhiozzo. L’avvenire si velava, s’allontanava: il presente appariva più indecifrabile. Ed io, piccola accanto al mio piccino, quasi dileguavo alla mia stessa coscienza.Mi riscuotevano presentimenti vaghi di un’altra parola ancora che la città doveva dirmi. Intorno ai nuclei di pietra che rappresentavano memorie grandiose o attualità mediocri, sapevo che esistevano cinture di miseria, agglomeramenti di esseri che la societàfingeva d’ignorare e nei quali intanto fermentava forse il segreto del domani....Chi me n’aveva parlato così presto? Oh, foste voi, mamma buona mia e di quanti avete incontrato nella vita! Eravate, quel primo giorno in cui v’abbracciai, nel vostro ritiro sul Gianicolo. Le pareti coperte di ritratti, celebri ed ignoti, di grandi uomini e di bambini. La scrivania ampia, carica di carte. E voi, con la persona un poco pingue e curva, con qualcosa di mia madre nei tratti del volto, voi mi chiamaste figliuola, subito, e vi prendeste sulle ginocchia il mio bimbo, e ci guardaste a lungo entrambi, coll’espressione un poco astratta dei vostri dolci occhi, come a strapparci il segreto di quella nostra fusione per cui pareva che la piccola creatura aderisse ancora alla mia persona. Che cosa indovinaste? Mai, mai ho sentito, in un silenzio, tanta improvvisa compenetrazione. E quando incominciaste a parlare, a dirmi di qualcuna delle opere create in tanti anni dalla vostra meravigliosa volontà di giustizia, mi parve che un tacito convegno aveste dato alla mia anima....Poi.... Poi l’ingranaggio del lavoro m’aveva afferrata.Mulieraveva i suoi uffici accanto a Piazza di Spagna. Io vi andavo due o tre volte la settimana, ma, come s’era convenuto, sbrigavo a casa il mio còmpito, ch’era di riassumere e tradurre articoli dai periodici esteri o di render conto di qualche libro. L’accoglienzadella direttrice era stata cordiale, con una viva sorpresa per la mia giovinezza. Scrivevo cose tanto serie «con quel piglio di madonnina»!Avevo subito capito che il suo nome era per la rivista più che altro una preziosa insegna, ma che in realtà chi disponeva di tutto nell’azienda era l’editore, un ometto rosso e vivacissimo. L’illustre scrittrice, poco più che quarantenne, ancor piacente, divideva il suo tempo fra i suoi romanzi, la sua famiglia e il suo salotto. La sua fama era incominciata una quindicina d’anni prima, ed ora ella si trovava in quel momento critico della carriera in cui si riconosce che la propria arte sta per essere oltrepassata e si comincia a temere di venir dimenticati. Forse perciò aveva ritenuto conveniente di non trascurare quel nuovo mezzo che le si offriva di richiamare a sè l’attenzione del pubblico. Alcune pagine veramente geniali d’osservazione e d’espressione costituivano il valore della sua opera, troppo copiosa e poco meditata. Negli ultimi tempi ella aveva bensì accolto qualcuna delle idee nuove, ma senza passione. Mancandole ogni ardore d’apostolato, ella non s’indignava di veder la sua rivista divenire manifestamente una speculazione commerciale. Dietro l’indolenza di lei, l’attività dell’editore mi pareva simboleggiasse tutto un gruppo di interessi minacciati dalle nuove tendenze della donna. Quel piccolo borghese dall’aspettoquasi misero, dai vestiti sciupati, sempre tappato in un polveroso bugigattolo accanto al salone della direttrice, rappresentava i mercanti che si arricchiscono sulla vanità, sulla futilità femminile: introduceva i loro richiami fra le creazioni delle donne artiste, fra le perorazioni delle emancipatrici, fra le esortazioni delle consolatici, delle madri sociali.Il modello era giunto dalla Francia, come pei cappellini. Il buon gusto della direttrice e la furberia dell’editore s’accordavano nel dare un certo nesso alle cose disparate che la rivista conteneva. Così essa poteva introdursi negli ambienti più opposti; e se ad una donna di seria coltura non poteva offrire che una mezz’ora di svago, alle gentili oziose, fra l’una e l’altra curiosità poteva forse insinuare la nozione vaga di un’esistenza più grave che si svolge parallela alla loro, e anche il senso oscuro ed inquietante della fermentazione di tutto un mondo nuovo.Ciò era ben poco vicino al programma scritto dalla direttrice in un attimo d’entusiasmo. I primi giorni m’ero sentita umiliata, e soltanto per la necessità di non provocare i sarcasmi di mio marito, avevo iniziato di buona volontà il mio lavoro, piuttosto gravoso per una principiante. Egli non mi perdonava di averlo indotto a gettarsi nel caos cittadino e s’accingeva fiaccamente alla sua impresa; per tanti anni abituato ad un lavoro metodico, subalterno, la libertà e la responsabilità gli eranod’impaccio; non riusciva a formarsi per suo conto un programma quotidiano e si volgeva astiosamente ad osservarmi, promettendosi certo di farmi sentire la propria autorità al primo accenno d’indipendenza.Il maggior vantaggio del mio nuovo impiego era per me la gran quantità di pubblicazioni di ogni paese che pervenivano alla redazione e che potevo portarmi a casa per leggere. In seconda linea mettevo la possibilità di studiare in quel singolare ambiente qualche tipo caratteristico di donna: una dottoressa in medicina forniva nozioni d’igiene, fra cui l’editore inseriva gli indirizzi dei profumieri, delle bustaie e dei medici della bellezza; una norvegese alta, biondissima, con un nasino all’insù ed occhi azzurri e calmi, illustrava le novelle e componeva fiabe figurate pei bambini; ad una giovane signora le cui condizioni di famiglia non consentivano di far valere altrimenti il suo titolo di nobiltà e la sua «distinzione» s’era affidata la cronaca mondana. Nel salotto della direttrice, che mio marito mi permetteva di frequentare ogni tanto, a patto che evitassi di annodar relazioni, s’incontravano delle personalità di vario valore. Da un cantuccio, inosservata, avrei potuto acquistare quel concetto della realtà che i libri non erano capaci di darmi completamente.Pochi giorni dopo l’inizio del mio lavoro ero stata a vedere la tipografia ove la rivista si stampava; l’editore m’aveva fatto da guida,col sorriso lievemente canzonatorio che errava sempre sulle sue labbra tumide: un compositore aveva sulla sua cassa una mia cartella: bisognava aggiungere alcune parole per comodo dell’impaginazione; e lì, nel frastuono delle grandi macchine, avevo visto l’operaio tradurre immediatamente in caratteri le parole ancor umide; il mio cuore in petto batteva e i miei occhi si velavano....Tornavano dunque i tempi delle buone fatiche, quando tra gli operai di mio padre lavoravo gaia e trepida? Era stato un sogno il lungo intervallo, i giorni della reclusione laggiù, in un’afosa camera, sola col mio bimbo, l’anima gonfia di tragiche fantasie?L’autunno romano svolgeva intorno la sua magnificenza. Io proseguivo ne’ miei vagabondaggi assaporando tutto l’incanto misterioso degli spettacoli che mi si svolgevano dinanzi come altrettanti simboli. E talora mi passavano accanto rapide al par di fantasmi e mi guardavano per un attimo figure gravi e singolari, scienziati forse, forse stranieri a cui il sole d’Italia illuminava verità interiori, forse utopisti che avevano per patria l’avvenire. Ero ancora una romantica, ecco, e non me ne dolevo: c’era tanta somma di vicende nel passato di cui vedevo i vestigi, che potevo bene immaginare nel futuro le più felici possibilità umane.Mi rivedo nello studiolo, in un pomeriggio di novembre avanzato, col sole che mi obbligaa farmi schermo della mano agli occhi. Dinanzi a me è seduto un uomo pallido, emaciato, in cui brillano due occhi neri e grandi: tutta la testa è bella, serena e tormentata insieme, e la parte inferiore esprime una volontà sicura, e l’alta fronte una sovrana pace. Egli interrompe a ogni tratto il suo dire per chinarsi verso il bambino steso sul tappeto, ai nostri piedi, e fargli scorrer sui riccioli la mano delicata, pallida. Alle spalle sento mio marito che sfoglia distrattamente un libro per darsi un contegno. Colui che parla m’è stato presentato qualche giorno innanzi dalla buona vecchia amica. Autore di alcuni opuscoli assai commentati, il suo pseudonimo suggestivo mi era già noto prima: avevo saputo che celava un alto funzionario dimessosi dal suo ufficio per poter liberamente difendere il vero; in dura povertà, egli attendeva ad un grande lavoro filosofico. Il suo sorriso di simpatia spontanea mi aveva tutta compiaciuta e m’aveva dato l’ardire d’invitarlo in casa mia malgrado la diffidenza di mio marito.Egli mi dice tante cose, con una voce calda a cui l’accento meridionale dà una velatura di dolcezza. Dice senza enfasi, come ascoltando un dettame interno: sulla donna, sulle leggi, sul costume, esprime la mia stessa critica, con la vigorosa semplicità che a me manca; ma intorno alla scienza, intorno ai sistemi di ricostituzione sociale oggi in voga, le sue parole diventano singolari per ironia,per disprezzo; mi esorta a ritenermi fortunata per la mia mancanza di studi; demolisce, seccamente, la base delle vane ed orgogliose ricerche che l’umanità ha in corso; e, ad un tratto, alzatosi in piedi, sembra che una visione immensa si stenda dinanzi alla sua anima, per lui soltanto. E subito egli non parla già più di errori e di follìe, e neppure di sacrifizî; accarezza di nuovo il bimbo, accenna alla propria infanzia selvaggia, mi stende la mano con moto rapido, come segnando un patto. Se ne va, col suo segreto....Mio marito tace, esce anch’egli dopo un momento; il piccino mi vede assorta, continua a guardar le immagini di un grosso libro. Penso a mio padre, ai brividi che certi suoi accenti mi davano negli anni lontani in cui assorbivo da lui la vita dello spirito. Fino a quel giorno nessuno più m’era apparso dinanzi come un’individualità libera, come un interprete della verità, come un maestro. Credevo che l’èra dei veggenti fosse chiusa: non era dunque vero?Una vertigine mi afferra, per un attimo. Indi la calma torna. Non sono pronta ad affrontare qualunque rivelazione? E prima di riprendere il mio povero lavoro di giornalista guardo dalla terrazza il disco abbagliante del sole sopra i cipressi di Monte Mario, e le due fasce incandescenti che lo attraversano e arrossano l’orizzonte. E mi pare che quel tramonto si fisserà per sempre nel mio ricordo.c16XVI.Venne Natale, cogli arbusti delle rosse bacche sui gradini della Trinità dei Monti, coi presepi di Piazza Navona, delizia del mio piccino; venne la stagione dei teatri e delle conferenze, ed il febbraio coi primi rami fioriti; per le vie stormi di giovani straniere, alte, bionde e ridenti, passavano recando sulle braccia le candide nuvole di petali. Talvolta anch’io e il mio bimbo portavamo a casa quei tenui annunzi primaverili. Dalle pareti alcune fotografie, le Sibille della Sistina, il tragico e dolce Guidarello sul suo guanciale di pietra; un calco dell’Erinni dormente, dono della disegnatrice norvegese; alcuni ritratti, Leopardi, George Sand coi grappoli di neri capelli, Emerson, Ibsen, figure di geni e di simboli, sembravano animarsi nei luminosi riflessi dei fiori, lievemente colorirsi. Scendeva da essi come un conforto alla fatica e alla speranza. Il bimbo correva a giocare sul terrazzo. Lavorando, continuavo a sentirmi alitar nello spirito, in maniera confusa, le idee e le imagini accolte durante la passeggiata, nei prati di Villa Borghese o sulla deserta duna del fiume.La sproporzione fra questi pensieri e il lavoro alquanto meccanico che compievo era grande. Ma non mi dava pena. Ormai le mievelleità ambiziose di scrittrice eran lontane: trovavo una certa bellezza anche nel còmpito oscuro di trascegliere notizie e raccogliere dati di fatto intorno agli argomenti che più mi premevano. E m’indignavo vedendo piovere in redazione libri mediocri firmati da donne, vere parodie di libri maschili più in voga, dettati da una vanità ancor più sciocca di quella delle pupattole mondane di cui l’editore riproduceva in fotografia gli appartamentimodern style. Come mai tutte quelle «intellettuali» non comprendevano che la donna non può giustificare il suo intervento nel campo già troppo folto della letteratura e dell’arte, se non con opere che portino fortemente la sua propria impronta?Esprimevo tali considerazioni alla direttrice, trepidando, per la mia abitudine al silenzio e per timidezza. La direttrice mi guardava sorridendo con gli occhi miopi, sospirava, e qualcosa come una leggera ombra passava in essi. Mi pentivo quasi delle mie osservazioni: immaginava forse che la piccola sconosciuta ch’io ero, il suo «Perugino» com’ella mi chiamava, osasse giudicare anche la sua opera?Di quest’opera ella non era del tutto soddisfatta, lo sapevo: e neppure di sè, della sua vita intima doveva esser lieta. Suo marito, giurista di valore, non era il compagno creato per lei, benchè avesse intelligenza, cultura, gusto fine, e paresse a tutti un marito e un padre modello. Non aveva mai intralciato inalcun modo le aspirazioni della moglie. Si stimavano reciprocamente: per le due figliole restavano uniti e volevano farsi credere felici. Ma la maggiore di queste, forse, cominciava a indovinar qualcosa: i suoi diciotto anni rivelavano una personalità già forte, e sotto la bellissima fronte venata d’azzurro dovevano maturar propositi di fiera coerenza tra la sua vita e l’ideale. Ella era l’avvenire. Dinanzi a lei avevo sentito per la prima volta che v’erano esseri più giovani di me, che avrebbero potuto ereditar da me qualche favilla e tramandarla più alta nel tempo.Ma sarebbe mai apparso fuor della mia anima un segno dell’interno fuoco?La stessa domanda mi pareva di leggere qualche volta negli occhi della buona vecchia mamma dei miseri, quando nel suo ritiro, ai suoi piedi su uno sgabello, l’ascoltavo parlarmi della sua vita meravigliosa. Se la figliuola della direttrice mi rappresentava la speranza del domani, il formarsi di tutta una umanità muliebre più conscia e dignitosa, questa donna a cui la fronte splendeva sotto i capelli bianchi era bene l’immagine del genio femminile manifestatosi attraverso i secoli in qualche rara individualità più forte d’ogni costrizione di legge o di costume. Mazziniana fervente nella sua prima gioventù, aveva trasportato presto la sua forza rivoluzionaria nel campo sociale. Il suo temperamento la spingeva all’azione diretta e non alla propaganda.Da trent’anni, dacchè era arrivata alla capitale dalla Lombardia e s’era unita liberamente con uno scultore illustre, il suo lavoro per redimere sventure era stato incessante, incalcolabile. La sua pazienza nel perseguire miglioramenti parziali, riforme d’istituti benefici, aiuti degli enti pubblici, la sua tenacia nel bussare alle porte dei ricchi per ottenerne la piccola elemosina, contrastavano stranamente con la sua credenza nella necessità ultima di sconvolgere col fuoco e col ferro la massa oppressiva delle istituzioni formate dalle classi superiori. Aveva mai lasciato intravedere questo terribile pensiero a qualcuno dei giovani operai che la ascoltavano nella Scuola Popolare da lei fondata? La sua ricca natura univa l’amore pratico per la vita umana all’indignata rivolta teorica contro i tarlati ordinamenti; e nessuno come lei sentiva la tragica bellezza della nostra epoca, coi suoi sparsi tentativi sociali, coi suoi presentimenti di rivelazioni scientifiche innovatrici e colla ricerca di nuove idealità oltreumane. In tanti anni, nell’ambiente artistico e cosmopolita del compagno e in quello popolare ch’ella studiava, aveva conosciuto grandi poeti ed ex-galeotti, donne sventurate e donne depravate, uomini di Stato e fanciulli vagabondi. Anche ora nel suo studiolo apparivano donne e uomini dai più diversi linguaggi, e sembrava che sfilasse così dinanzi a lei l’umanità, varia e una. Talvolta udivo costoro parlare d’altregenti ancora, di moltitudini remote che della vita e dell’universo hanno una concezione per noi incomprensibile. Il pensiero della nostra civiltà in cammino su una parte così piccola del pianeta mi si presentava con sgomento. Roma, sì, era il centro ideale, la comune patria delle stirpi privilegiate. Ripartivano quei pellegrini che avevano tante, tante aspirazioni comuni e che non potevano contemplare una comune opera irradiata da questo cuore del mondo, Roma!Alternative d’entusiasmi e di scoramenti. La prima volta che penetrai colla vecchia amica in alcune case del quartiere di San Lorenzo, sentii divampare improvviso, anche nel mio sangue, l’oscuro istinto della distruzione.... Su la strada il cielo splendeva intenso: i colli tiburtini, in fondo, sorgevano come un paese di serenità. E negli ànditi dei portoni già si obliava il sole; si salivano delle scale, chiazzate d’acqua, buie; e ai lati dei pianerottoli s’aprivano corridoi neri, e da questi uscivano donne scarmigliate, il seno mal coperto da camice sudicie, lo sguardo ostile.... Da quali profondità di orrore sorgevano le tremende apparizioni? E le voci rauche non imploravano neppure, davano notizie di malattie, di nascite, di scioperi forzati, di ferimenti, con indifferenza. Scendeva dai piani superiori qualche bimba bionda, ancora rosea, ancora coll’arco delle labbra aprentesi ad un sorriso schietto. Scompariva. E dalle stanzespalancate esalavano odori insopportabili, e dall’intero casamento, in basso, in alto, uscivano strilli, lamenti, richiami....Oh quel paese di serenità che si staccava ancora sull’orizzonte, lontano, quando tornavo su la strada! Rifugiarsi là, tra il verde e le acque, dimenticare che degli esseri umani, uguali a me, a mio figlio, a quella santa creatura che mi guidava, vivono fasciati di cenci, col respiro corto, colle membra fredde, senza saper neppure che cosa li tien chiusi in quegli antri con mano dì ferro!Il dovere era là, nella mischia, in faccia a quella realtà spaventevole. E lì bisognava trascinare tutti quelli che godono della luce, dell’aria pura, delle cose belle, semplici o raffinate, necessarie o superflue; tutti quelli che passeggiano sorridendo tra i palazzi e le fontane, che si affollano agli spettacoli, che si pigiano al passaggio di qualche principe o all’inaugurazione di qualche statua vana. Trascinarli. E quando potessero ancora dimenticare, suonasse pure l’ora della catastrofe!Un essere solo m’appariva al di sopra di questo dovere e m’afferrava e teneva sospesa l’anima oltre ogni visione di male e di bene. Era l’uomo misterioso che sembrava possedere qualche grande segreto sulla vita, il «profeta» come la direttrice diMuliersorridendo lo designava. Mio marito faceva per lui un’eccezione permettendomi di riceverlo; lafama ascetica dell’uomo lo rassicurava. Ma le sue visite erano rare e brevi. Qualche volta ci incontravamo in istrada, e m’accompagnava per un tratto; abitava nello stesso nostro quartiere Flaminio. Il bambino gli offriva spontaneamente la manina. Che cosa andava unendo a me e a mio figlio quella creatura solitaria, enigmatica, forse malata? Egli aveva l’incosciente bisogno, ogni tanto, di parlare, di lasciar intravedere qualche barlume di quel mondo in cui, tutto solo, si moveva.... E mi trovava capace di ascoltarlo. Ma non era neppure un barlume ch’io vedevo: di concreto non sapevo altro se non che nell’opera a cui egli lavorava doveva esser racchiusa una parola di estremo beneficio per gli uomini....La prima volta m’ero domandato con terrore s’egli era un mistico, un pazzo. Via via l’impressione paurosa era andata dileguando. Io che non avevo mai osato addentrarmi negli studi psichici pur riconoscendo ch’era questa una specie di timidità intellettuale, io mi sorprendevo ora ad accettar quasi l’ipotesi che quest’uomo potesse svelarmi qualcosa in cui avrei creduto per virtù occulta.Egli mi parlava del mistero, degli sforzi compiuti dall’umanità per affermare un’origine e un destino ultraterreni. Un fascino m’avvolgeva, e mi sentivo quasi arrossire ricordando la facilità con cui avevo risolto per mio conto la crisi religiosa nell’ora più grave del mio passato. Quell’uomo mi significavauna potenzialità di sofferenza spirituale, ch’io, dovevo confessare, non possedevo. Sterile sofferenza, forse. Ma non era in quello spasimo la nobiltà suprema dell’essere che tende a superare sè stesso?E fioriva in me per lui un umile sentimento, materno e figliale insieme, del tutto nuovo nella mia vita. L’austerità della sua esistenza, e quella forza singolare del carattere per cui egli si inibiva ogni confidente abbandono, e il suo aspetto, anche, così gracile e insieme così fiero, mi attraevano. Se ne accorgeva egli? Non me lo chiedevo. Ad ogni modo non era in me alcuna manifestazione di fervore, e neanche mio marito commentava i nostri rapporti.Parlava poco di sè, come se tutti dovessero ignorare la sua vita di stenti, lo stoico suo distacco da ogni dolcezza. Pareva che tutto ciò che il destino ancor metteva, di tanto in tanto, a sua portata, sorrisi di bimbi, devozione di donne, ristoro di sole, egli lo accettasse come diretto a una parte insignificante del suo essere, capace ancora d’allietarsi, ma priva di influenza sul suo spirito e sulla sua volontà.Doveva aver immensamente sofferto, nel passato. Forse aveva trovato un rimedio nell’analisi, osservandosi; doveva essersi convinto che l’uomo soffre di cose meschine. Le privazioni materiali e sentimentali, la mancanza di pane, di benessere, di cure, di affetto, tutto questo fa soffrire l’uomo. Ma l’uomogrande è quello che si avvezza a far senza di tutto questo, che può viver solo, nutrirsi di sè stesso, isolarsi dall’umanità e dalla vita....A tale stato voleva condurre tutti noi? Non era ammissibile. E allora, che significava l’oscura esortazione all’attesa che egli mi rinnovava di tratto in tratto?Parlavo di lui colla buona vecchia mamma. Ella lo conosceva da parecchio tempo, aveva per lui una speciale tenerezza. Lo aveva mai condotto seco a veder qualche miseria mostruosa?Sì, ed altre volte egli ne aveva osservate, lontano, a Londra, a Nova York.«Vedi, figliuola: egli deve dirsi sempre che ogni tentativo di rinnovamento sociale è puerile, senza il soccorso della nuova fede ch’egli vuoi dare agli uomini. Egli cerca un assoluto e nulla è più inutile, anzi nefasto.... che l’assoluto, quando sappiamo che tutto muta, e che si muore. Egli cerca probabilmente una nuova prova dell’immortalità dell’anima, poichè le vecchie non reggono più. Ma gli uomini hanno creduto fino ad oggi a questa immortalità, e non sono divenuti migliori....»Gli occhi le si velavano:«Nessuno più di me desidererebbe il conforto di ritrovare dopo morte chi ha amato! Io ho sperato per tanti anni che il destino non mi facesse sopravvivere al mio compagno. Non è stato così.... Ma la dolcezza della nostra unione mi avvolge ancora tutta nelricordo, mi consente di fare questo ultimo tratto di cammino sola.... Io ho avuto la mia parte di bene. Cara, bisogna far che l’uomo ami la vita in quanto essa è suscettibile d’esser bellaper tutti, maternaverso tutti. E non è guardando oltre la morte che si può raggiungere questo scopo».Io pensavo a tutte le volte che avevo sentito «staccato» dal mondo, lontano, quell’uomo. Egli non aveva neppure discepoli; nessuno dei tanti giovani che s’affollavano nelle redazioni delle riviste maggiori, ed invocavano in versi «l’atteso», aveva l’impulso d’interrogarlo, di scandagliare il suo segreto.La vecchia amica si rassegnava:«Egli è veramente unesemplare unico, ed io mi compiaccio certe volte con uh po’ d’estetismo che mi sia caduto sotto gli occhi. Ne arrossisco, perchè, in fondo, egli mi desta una gran compassione.... E tu, piccina, hai subito un poco il suo fascino? Le donne non sono mai insensibili alle manifestazioni mistiche.... Se potessi mostrarti il mio esempio, ti direi che io credo nel mistero, che ho anch’io, come si dice, le finestre aperte sul mistero. Ma non posso stare tutto il giorno alla finestra, e c’è tanto da fare in casa!»Ella sorrideva con una ironia che nascondeva un’appassionata tenerezza. Come delicatamente ella sfiorava le anime! Avrei mai un giorno potuto espandere intera la mia con lei? Sentivo lento lento un affanno salire. Perquella nobile creatura la vita era amore: e se l’amore è tutto nella vita, io non conoscevo ancora la vita....Si giunse alla fine di febbraio: l’influenza infieriva, mio figlio s’ammalò, dapprima senza sintomi gravi, indi rapidamente precipitando verso il pericolo. Mai quella creaturina era stata inferma: qualcosa mi trascinò fuor di me, in quei giorni di terrore inobliabili, e di cui pur non conservo un distinto ricordo. Una sola notte rivivo. Alcuni accessi nervosi violenti, seguiti da vere allucinazioni, da barlumi di furore,—per cui il caro viso, ove poco tempo innanzi ancora i cinque anni sorridevano, diventava irriconoscibile, spaventoso,—avevan fatto spuntare nella mente mia e degli altri presenti un sinistro fantasma: meningite.... La parola mi danzava nel cervello, lo riempiva. Si attendeva la dottoressa. Coperta solo di un accappatoio, tremante pel gelo della notte e per la febbre che da tre giorni serpeggiava anche nelle mie fibre, mi curvavo sul bimbo che a volte mi respingeva o mi guardava àtono senza riconoscermi; mi gettavo su una poltrona lì presso, mi rialzavo. Per un’ora o due, forse, immaginai mio figlio perduto, mi raccolsi in questo pensiero, sentii le lagrime, sgorgate irresistibili alla vista degli spasimi infantili, asciugarsi; mi chiedevo: «Potrò trovar subito un mezzo per morire, o dovrò giuocar d’astuzia per deludere la sorveglianzadi costoro?» Nessun richiamo mi veniva dalla vita poi che la vita si chiudeva su mio figlio, su colui pel quale soltanto avevo riaperto con rassegnazione gli occhi in un’altra tragica notte....La crisi nervosa fu superata; per quarant’ore circa dalla boccuccia rossa non era uscita una parola dettata dall’intelligenza o dalla volontà; una piega ostinata, amara, l’aveva contratta; gli occhi, più larghi, sembravano interrogare su ciò che avveniva e inquietarsi di non comprendere.... Non rivedo le fattezze straziate dal male, ma risento la sofferenza acuta di quella vista. Avevo la febbre, non potevo percepire ciò che accadeva in me, e impressioni lancinanti si succedevano, si confondevano. Ricordo il risveglio, invece: un attimo divino: il sorriso che si abbozzava su quelle povere piccole labbra, che irraggiava il visino bianco, mentre una vocetta esile, nuova e insieme antica, rispondeva alla dottoressa che gli domandava il nome.... Oh, nome, nome di mio figlio che da quell’ora mi divenisti parola di vita!Il male seguì il suo corso regolare: il piccino era docile, quasi preoccupato lui stesso di guarire; non v’era da lottare per compiere le prescrizioni mediche. Nei momenti di maggior sollievo, quando la febbre gli dava requie, egli mi chiedeva: «Che avevo, mamma, l’altra notte?... Vedevo rosso.... tu non c’eri, tu non c’eri....» E una manina saliva a carezzarmi ilviso. Nella piccola stanza una luce violacea penetrava mentre i pomeriggi di marzo, di là dalla terrazza, inondavano il cielo di nubi dorate. Poi, l’ombra subentrava, e le lunghe ore notturne sfilavano. Io rimanevo sola a vegliare, fin verso l’alba.La figura di mio marito si disegnava talora torbida nella notte, mentre restavo con lo sguardo avvinto alle linee incerte e dolci della testina riversa sul guanciale. Durante il periodo acuto della malattia di nostro figlio l’avevo visto sinceramente commosso. Ciò non mi aveva dato un solo fremito, chiusa come ero nel tragico cerchio delle mie sensazioni materne. Come due estranei, avvicinati momentaneamente dalla sventura, le nostre persone ritte da un lato e dall’altro del letticciuolo, non avevano avuto neppure per un istante un moto, un gesto, l’una verso l’altra........L’esistenza adorata era salva, rivolta di nuovo verso l’avvenire. La consideravo ormai con calma, con la stessa sicura energia con cui avevo considerato la sua possibile fine. Essa era la parte migliore di me, che riposava e si ritemprava così, la parte vergine, ignara, possente, quella che avrebbe debellato ogni insidia, come testè la morte. Ma l’altra parte, la creatura vegliante, agitata da ricordi e da presentimenti, debole e incerta nella sua dolorosa esperienza? L’altra viveva d’una vita intensa come non mai, scrutava senza risultato le tenebre circostanti, temeva, forse perla prima volta con tale sincerità, di sè stessa e del suo destino....Perchè avevo pensato tanto naturalmente alla morte quando mio figlio era in pericolo? Non esistevo io dunque indipendentemente da lui, non avevo, oltre al dovere di allevarlo, oltre alla gioia di assisterlo, doveri miei altrettanto imperiosi?Tre anni quasi erano trascorsi dal mio tentato suicidio. Durante l’incessante ascesa avevo voluto persuadermi, persuadendo altrui colla penna e coll’esempio, che la vita va vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia è possibile e divien facile, quando si giunge a sentire la necessità del legame sociale. Mi ero esaltata tante volte dinanzi a questa concezione, mista di ascetismo e di paganesimo, glorificante insieme l’azione e la contemplazione. Senza le lusinghe di una fede pietosa, avevo sentito crescere in me forze insospettate, che erano state capaci di attutire le voci del senso e del cuore.Illusione! Menzogna! Io che predicavo la forza di vivere, io, poche notti prima, avevo sentito questa forza estinguersi come per incanto col suono d’una fievole voce infantile. Il mio ideale di perfezionamento interiore crollava dinanzi alla realtà di questo fatto: una cosa sola, ora come tre anni prima, era realmentevivain me, viva e formidabile: il legame della maternità.c17XVII.La convalescenza del piccino fu lunga: al principio di aprile andammo, noi due soli, a passare alcuni giorni a Nemi: nel verde rinascente dei boschi la creatura amata riacquistò finalmente tutta la sua vivacità. Dolcezza ineffabile di quella nostra solitudine dinanzi alla piccola conca glauca e silenziosa del lago! Gli occhi di mio figlio, dopo la malattia, parevano ancor più profondi e pensosi; il sorriso esprimeva una tenerezza più vibrante. Egli era ormai entrato nella fanciullezza, ormai i ricordi dovevano cominciare ad imprimerglisi nel cuore. Per lui, per lui!... La coscienza della mia dedizione, ora ben lucida, mi avrebbe sorretta?Mi riposi al lavoro. Tutte le mie colleghe mi avevano dimostrato pietà e cortesia eccezionali, e tanto l’editore quanto la direttrice erano stati indulgenti per la mia prolungata assenza.Mi piaceva percorrere ogni giorno, anche col tempo cattivo, come una qualunque lavoratrice, il breve tratto di strada da casa mia all’ufficio della rivista, lottando collo scirocco o colla tramontana. Giungevo in redazione col volto un poco acceso per la corsa. Sedevo; tagliavo le pagine delle riviste appena arrivate, dei libri nuovi. Era una piccola ricognizionenel paese della coltura, ove erano sempre per me regioni inesplorate, qualche mutamento di scena, qualche rivelazione improvvisa. Notavo quello che mi proponevo di leggere, di approfondire, o soltanto di sfiorare. E subito desideravo di portar tutto a casa, di esser sola coi miei tesori sempre rinnovati; ma l’editore usciva dal suo bugigattolo, sfogliava anch’egli, m’accennava le «varietà» più insipide, metteva il dito sulle interviste, sulle cronache del pettegolezzo letterario. La lotta dei romanzieri cattolici coll’Indice, le conversazioni del Papa, ogni ricevimento intellettuale della Regina madre: guai a lasciarsi sfuggire qualcosa di tutto ciò. Facevamo delle distinzioni da causidico fra le redattrici, per poterci rimbalzare l’una sull’altra questi temi, dei quali i più noiosi erano talvolta bonariamente assunti dalla direttrice. Ella era talmente ricca d’immagini e d’aggettivi, che si disimpegnava del lavoro in un attimo. Dava sempre ragione all’editore: «C’è modo di far passare qualunque cosa: con un po’ di garbo, caro Perugino, con un po’ di garbo puoi far l’elogio tanto dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del matrimonio!» E così con una barzelletta risolveva ogni questione.Garbo lei ce n’aveva! La disegnatrice norvegese aveva fatto tutta una serie di caricature sul garbo della direttrice. Buona ragazza! La prima volta che andai nel suo piccolo studio,sui Parioli, mi pose tra mano, con un piglio speciale, tutto nordico, misto d’ingenuità e di furberia, una cartella in cui mi vidi con mia enorme sorpresa disegnata in molti atteggiamenti, dei quali alcuni mi lusingavano, altri mi stupivano, molti m’offendevano acutamente nell’intimo. Era come uno specchio, davanti al quale io non avevo posato e che m’aveva riprodotta quando meno me l’aspettavo. Credo che per la prima volta mi diedi a riflettere sull’ironia, questo frutto amaro di terribili delusioni, ch’io non possedevo nè possederò forse mai, perchè non sarò mai del tutto delusa, essendo il mio ideale lontano, oltre la mia breve vita.Quand’ella portò a casa mia alcuni di quei disegni (veniva spesso, dopo la malattia del mio bambino, per il quale sentiva una vera passione) mio marito ne rise in modo goffo. Provai un certo dispetto contro l’amica; ella dovette incominciare a indovinare quali rapporti fossero tra lui e me.Per guadagnarsi la mia confidenza mi narrò la sua storia. I suoi l’avevano data, a sedici anni, a un pastore del suo paese. «Ah che noia, mia piccola, che noia!» Compresi finalmente il significato vero di questo ch’era il suo intercalare abituale, sovente impiegato fuor di proposito. Il vederla raccontare con quella bocca mobilissima, sempre sorridente,—ma con un sorriso che aveva tutte le sfumature, dalla letizia al dolore,—col contrastodi quegli occhi d’un azzurro implacabilmente sereno, la sua vita di cinque anni in casa del suo santo carceriere, fu per me la rivelazione della grande arte spontanea e profonda che mi si manifestò di poi nei capolavori nordici.«Lui mi amava, sai! Eravamo due servi di Dio, e mi amava come una compagna di servitù. E Dio era sempre presente, in ogni occupazione, a tutte le ore, in tutti gli angoli della casa. Ah che noia, che noia!»Un giorno ella gli aveva detto francamente che avrebbe desiderato «andar lontano da Dio!» Ci fu una disputa. Lui amava prima Dio, poi lei. Ella gli disse di scegliere....«Il Dio degli italiani è più divertente—aggiungeva:—si può servirlo senza stancarsi, perchè in fondo non siamo mica sicuri che lui si accorga di noi. Quando se n’ha bisogno lo s’invoca, poi lo si saluta e andiamo pei fatti nostri.»E se n’era venuta sola in Italia, il paese vagheggiato sin dalla fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva incoraggiata a dedicarvisi interamente.«Certi giorni ha avuto visita da una dama....Lady Hunger, Madonna Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi rianimava. Mio marito pure, ascoltandola,smetteva un poco il cipiglio abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo calmò con alcune parole gentili.La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero, in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco. La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loroparati di cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei ricevimenti, dellegarden party, delle caccie alla volpe: fiori di serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali, si scambiavano dei complimenti freddi.La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’ pedantesco: «Questo è il regno diMuliero diFoemina?» Io non potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi: «Ecco due donne!»Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano legate d’intimitàda quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.Accanto a lei tutto il mondo che si agitava in quella sala mi pareva effimero. Com’erano rare e isolate le vere donne!Domina, signora, m’aveva detto il galante professore. Signora di sè stessa la donna non era di certo ancora: lo sarebbe mai?La norvegese mi veniva ora incontro, accompagnata da un giovine alto come lei, dall’aspetto simpatico di studioso: me lo presentò. Era un fisiologo già favorevolmente noto. Mi dimostrò subito una grande cordialità, mentre parevami che la disegnatrice lo incoraggiasse. La sua simpatia verso di me non era che un riflesso di quella che lo legava evidentemente all’amica mia: non era difficile, guardandoli mentre si scambiavano delle osservazioni comuni, sentire che qualcosa come un intimo consenso li univa nei loro silenzi.Mio marito restava in un angolo, disorientato, senza saper nascondere il suo malumore, rasserenandosi soltanto quando la norvegese, sollecitata da tutte le parti, gli siavvicinava. Gli portai il bimbo, per dargli modo d’avere un contegno: egli lo respinse: «Vuoi disfartene per brillare!»Dolore e sdegnò m’assalirono. Pretestai una indisposizione ed uscimmo. Nè per istrada nè a casa parlai. A che pro? La sua non era gelosia: era un livore oscuro, era umiliazione, era manìa d’imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza. Ed io non osavo arrestarmi un attimo a considerare l’ironia della mia condizione!... Perchè avevo quasi terrore che altri lo intuisse? Mi pareva che una voce dal profondo mi tacciasse d’ipocrita, oltre che di vile....L’opera sparsa e faticosa che andavo compiendo non mi confortava molto delle intime disfatte. Cominciavo a spiegarmi la mancanza in Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni d’indipendenza femminile. La solidarietà femminile laica non esisteva ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno s’agguerriva. Anzi, come ben mi indicava la vecchia amica, i liberi pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli al confessionale.«Femminismo!—esclamava ella.—Organizzazioned’operaie, legislazione del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico.... Tutto questo, sì, è un còmpito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna!»E la buona vecchia, la cui energia contrastava vittoriosamente colla gravezza penosa della persona, mi portava con lei a vedere le sue opere nuove o rinnovate. «Agire! questa è la vera propaganda!»Ella aveva aperto da poco, accanto al riparto femminile dell’ospedale celtico, ove era ispettrice, una specie di scuola per quelle disgraziate, una sala bianca dove le inferme potevano ricevere un po’ d’istruzione elementare, leggere qualche libro, ascoltar qualche parola che agitasse in fondo alla loro povera sostanza calpestata una brama di rinnovamento, di salvezza. Un giorno entrai anche là. Oh, non vi rievocherò, dolorose sorelle, in queste pagine! Io devo rivedervi, devo sentirmi rivelare da voi ancor più cose che non potei in quell’unico e omai lontano incontro. È un voto che non ho ancora sciolto, e che ho formulato fin d’allora, quando rientrai a casa e mi strinsi al cuore mio figlio e mi domandai con terrore—la prima volta!—se avrei potuto custodire illeso quel fiore di vita, avviarlo integro e libero all’incontro della sua compagna....Tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso,contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dei sensi inariditi; fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso l’intrusa, e il solo ricordo avvilisce ogni loro bacio.Mio figlio! Chi gli avrebbe fatto la sacra rivelazione? Gli avrei mai potuto dire che egli doveva essere, un giorno, per la sua donna?V’era nel mondo che si agitava intorno a noi tanto scetticismo, tanta viltà! Non avevo assistito ad una seduta della Camera dei Deputati, durante la quale un’interpellanza su la tratta delle bianche era stata con disinvoltura «liquidata» in cinque minuti da un ministro che dichiarava esser la legislazione italiana su tale rapporto assai migliore che in altri paesi, mentre nell’aula quasi spopolata alcuni onorevoli sbrigavano il loro corriere o chiacchieravano disattenti? Un deputato clericale gemette lugubremente sulla necessità di questa «valvola di sicurezza del matrimonio», interrotto dall’interpellante che chiamava il matrimonio un feticcio a cui si sacrificavano creature umane. Due sotto-segretari puntavano i binocoli nella tribuna delle signore pavoneggiandosi: poi si passò ai bilanci....Mi pareva strano, inconcepibile che le persone colte dessero così poca importanza alproblema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna; al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno però aveva saputo creare una grande figura di donna.Questo concetto m’aveva animata a scrivere una lettera aperta ad un giovane poeta che aveva pubblicato in quei giorni un elogio delle figure femminili della poesia italiana. Fu un ardimento felice, che ebbe un’eco notevole nei giornali e fece parlare diMuliercon visibile soddisfazione dell’editore. Dicevo che quasi tutti i poeti nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perchè continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo? Perchè questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del sole?Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco stimano tutte le altre donne.Questi furono chiamati paradossi da molti giornali, ma alcune lettere di giovani mi dimostrarono che avevo toccato un tasto vibrante.Una sera a teatro la vecchia attrice, nel suo palco, aveva avvertito due lagrime brillarmi negli occhi. Non avevo mai pianto per le finzioni dell’arte. Sulla scena una povera bambola di sangue e di nervi si rendeva ragione della propria inconsistenza, e si proponeva di diventar una creatura umana, partendosene dal marito e dai figli, per cui la sua presenza non era che un gioco e un diletto. Da vent’anni quella simbolica favola era uscita da un possente spirito nordico; e ancora il pubblico, ammirando per tre atti, protestava con candido zelo all’ultima scena. La verità semplice e splendente nessuno, nessuno voleva guardarla in faccia!«Avessi un quarto di secolo di meno!—esclamava la mia grande artista con la sua voce ancora magica—io l’imporrei!»Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sè stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana!Venne l’estate; due mesi torridi, incerti nei ricordo. Le amiche, il «profeta», tutti erano fuori di Roma. Il mio lavoro era cresciuto, nell’assenza della direttrice, andata in montagnaa cercar un po’ d’aria fresca e la trama d’un nuovo romanzo. Trovavo nondimeno un’ora ogni giorno per rifugiarmi col bimbo a Villa Borghese, e mentre egli, con la felice facoltà di distrazione della sua età, giocava insieme a compagni improvvisati, io leggevo, riposando ogni tanto gli occhi su le linee melodiose dei grandi pini.Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui, sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la stanchezza la prostravano.In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo, certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità, indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato interrogarlain modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza mortale in tutte le membra.Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato. Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli affetti che le venivano via via mancando?E frattanto la situazione in fabbrica diventavainsostenibile. Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò il discorso.Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il nome di mio marito per il posto di direttore.Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio marito al posto di mio padre.... Che ironia!Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un tratto, la mia gaiezza cadde.Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria» e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non essere staccato del tutto dalla sua creazione.Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo minacciasse: reclamavala vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni, un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio, che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo.... Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori miserandi e pieni d’odio....c18XVIII.Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa, restando taciturno escontento al tavolino, a scrivere non so che progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito la guardava come affascinato.Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto, nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio. Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia amica....Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso, l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva ancora, si pensava debole, malato....Era il castigo?La disegnatrice aveva indovinato, forse perla prima. Ed era forse colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento dellaMulier. Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col dolore dei genitori pareva a lui egoismo.Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti? E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’ suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville, fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in certi istanti.Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti. Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte. Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola, nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno; il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non aveva che quel gesto per darmi coraggio.Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto, che forse quellonon era più luogo per noi, che aveva una smania furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per lui!...Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.Egli replicò subito col piglio insolente che gli conoscevo da tanti anni. Negava, mettendo i punti sugli i, negava e accusava....Non ne soffrivo.... La realtà mi dominava, finalmente. Sentivo in confuso ch’era necessario agire, senza sapere ancora in qual modo. Una voce nell’anima cantava senza posa «Sei libera, libera!»Vedevo nitidamente qual sarebbe stato il mio ufficio nella casa coniugale che m’attendeva. L’uomo il quale un giorno m’aveva scongiurata di vivere, ora più che mai non avrebbe cercato in me che il delirio dei sensi, l’oblio. Ed io, in quest’unica ragione della nostra convivenza, avrei sentito crescere il disprezzo per me stessa.... No, no!Per due, tre giorni, non ricordo bene, la vita intorno non mi trasse dalle mie meditazioni. Per la rivista non avevo quasi più nulla da fare: l’editore cercava chi mi sostituisse; si era mostrato dolente di perdermi: «È cosìdifficile trovare chi legga con imparzialità dei libri di donna!» La direttrice, col suo fare sempre tra cortese e distratto, m’aveva detto che sperava io le avrei continuata la mia collaborazione anche da laggiù. Non avevo mai pensato dì tentare qualche lavoro di fantasia?La norvegese era a letto per una infezione reumatica che non pareva grave. Andavo ogni giorno per qualche ora a tenerle compagnia. Ogni giorno veniva pure a visitarla l’amico professore. La prima volta che avevo visto il giovane chino sopra di lei, mi si era comunicata la dolce sicurezza del loro amore. Ma nella stanza buia non c’era aria sufficiente. Quand’egli la persuase della necessità di trasportare il letto nello studio, la fronte le si oscurò, sebbene egli affermasse che era soltanto questione di alcuni giorni.Affrettavo col pensiero il ritorno di mio marito: gli avrei proposta una separazione amichevole; io potevo vivere col mio lavoro e con ciò che mio padre continuerebbe ad assegnarmi. Il piccino avrebbe potuto studiare accanto a me, e andare dal babbo nelle vacanze.Perchè non avrebbe accettato? Egli era in uno di quei momenti psicologici che giustificano le azioni più contrarie alla nostra natura; tutto doveva mostrarglisi sotto un nuovo punto di vista.Non volevo però in nessun modo pregiudicare il tentativo. A chi chiedere un consiglio?La buona vecchia mamma non era ancora tornata dalla Lombardia. E a nessun’altra avrei potuto confidarmi, in quell’ora decisiva. Ma un’immagine mi s’imponeva da qualche tempo, con insistenza crescente; non v’era un uomo che diceva di possedere la verità? Da lui avrei potuto ricevere forza.Non lo vedevo da parecchie settimane. Lo invitai con un biglietto a venirmi a trovare, per sentire cose gravi.Giunse la sera dopo, mentre stavo per condurre a letto il bambino. Per qualche minuto parlò col piccolo amico, che lo guardava cogli occhioni confidenti; poi questi andò a coricarsi.Con un tremito interno straordinario presi a dire. Egli ascoltava impassibile. Sapeva forse. La persona si protendeva un poco verso di me, in attitudine incoraggiante.A poco a poco mi rinfrancai; le sue domande, nette, valevano a dirigere e a districare il mio racconto un po’ imbarazzato. Non parlavo del lontano passato, della mia adolescenza distrutta; dicevo solo di mio padre e di mia madre, del mio matrimonio, del lungo periodo in cui, conscia de’ miei sentimenti, avevo ritenuto doveroso restar presso l’uomo che credevo m’amasse e a cui pensavo di far del bene: accennavo alla scoperta recente di un nuovo sentimento in mio marito, al mio recente miraggio d’indipendenza.... L’aspirazione appassionata ad una vita di libertà ed’azione, in armonia colle mie idee, si palesava in verità a me stessa come non mai, Ogni mia parola sembrava illuminarmi il fondo dell’anima. E uno stupore m’invadeva, si mescolava alla lucida ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.L’uomo mi guardava tranquillo, poi prese lui a parlare. Stimava inutile giudicare la decisione irresistibile della mia coscienza. Ero pronta a subirne qualunque effetto? Egli poteva dirmi soltanto che tutte le cose della vita, anche i problemi morali che il nostro orgoglio suscita, non sono in fondo che ombre. Per guidarsi, nella vita, occorre poco, l’avrei compreso un giorno: intanto, gli piaceva la mia preoccupazione di sincerità e di logica.S’era alzato in piedi, girava attorno toccando libri e fotografie. Anch’io mi ero levata e m’appoggiavo al tavolo in mezzo alla stanza; mi venne accanto: mi sorpassava di poco in statura. Riprese a parlare, piano. Anche nel suo passato erano delle ore oscure: egli aveva creduto nella legge, nel progresso; aveva giudicato gli uomini in nome di un assoluto inflessibile, aveva condannato.... Poi, un dolore tremendo, la morte quasi simultanea del padre e della madre, gli aveva restituito la coscienza del niente che è l’uomo, e per la prima volta infuso il desiderio tormentoso di figger lo sguardo oltre la vita. Erano passati anni e anni, egli aveva reciso tutti i fili che l’avvincevano all’umanità, e una luce, sì, unaluce s’era fatta nel suo spirito. Egli credeva di poter spiegare, ora, l’enigma della nostra essenza, essenza immortale. Questa parola avrebbe recato alle creature umane una grande pace, la norma per l’esercizio benefico della propria volontà durante questo passaggio terreno. Non poteva spiegarmene nulla ancora. Fra breve.... Da vicino o da lontano, continuassi a sperare, ad aver fede nella sua promessa.Dalla strada, ogni tanto, la tramvia elettrica mandava il suo ululo, producendomi l’impressione del vento notturno in riva al mare in tempesta. Mi sentivo avvolta, veramente, in un’atmosfera frigida che placava, rendeva anzi ogni impulso di vita particolare, creava visioni bianche nelle quali l’occhio si smarriva.Quando mi ritrovai sola nello studio, ove la lampada sembrava vegliare dall’alto sull’intera città, una gioia m’invase, ignota fin allora. Che cos’era, che cos’era? Non volevo saperlo, come non mi dava affanno il segreto che quell’uomo diceva di possedere. Ma l’antica anima ribelle ad ogni giogo ch’era giunta a odiare l’amore per il disprezzo di ogni dedizione, si abbandonava alla dolcezza di essere compresa, sentita da un’altra anima....Il gaudio silenzioso e quasi inconfessato durò alcuni giorni. L’amico venne altre due o tre volte, di sera; mi aveva pregato di copiargli il manoscritto di un suo nuovo opuscolo che stava per pubblicarsi; certe pagine quasi indecifrabiliper le aggiunte e le cancellature richiedevano le sue spiegazioni, Egli me le dava con quella sicurezza dogmatica che allontanava qualsiasi obbiezione. L’opuscolo era una satira tagliente cui non potevo non associarmi; preannunziava, ma non svelava affatto l’idea dominante dell’autore, la secreta sintesi creata dal suo intelletto. In esso non mi turbava che lo stile, complicato, contorto, spesso illogico; più mi turbavano, talvolta, certe frasi dettemi a viva voce, frasi oscure, che mi riconducevano ai primi tempi della nostra relazione quando riguardavo la strana creatura come un pauroso inviato del Mistero, a sè stesso forse incomprensibile. E neppur ora avevo la forza di formarmi un concetto esatto della sua personalità; ora meno che mai. Evitavo anzi, probabilmente senza rendermene conto, di esercitare dinanzi a lui la mia analisi. Lo vedevo pallido, emaciato, ombra della vita, con un sorriso sempre più enigmatico sulle labbra pallide tra la breve barba nerissima, con gesti di bimbo delicato e precoce che prevede tutto ciò che la vita gli negherà.... E tremavo. Così debole e miserando qual’era, m’appariva ammirabile: era in lui una potenza che non sapevo definire, ma che trovavo più grande d’ogni altra; egli mi rappresentava lo sforzo incessante e terribile dell’umano verso la divinità. Quando la parola «pazzia» mi si affacciava alla mente, mi sentivo straziare.

Destino! Egli spariva, pensando forse di portar seco il suo segreto. Io restavo, più che mai sola, ove diretta? per quale fine superiore salvaguardato dall’odio e dall’amore?

Non ricordo chiaramente gli ultimi giorni passati laggiù, non rammento alcun particolare....

Rivedo il mio bambino scoppiare in pianto mentre io gli dico di dare l’addio alla camera ove egli è nato, e donde i mobili son partiti. Ho l’impressione della stretta alla gola provata quando, andata in casa de’ miei per salutar mio padre e strappargli una parola buona, ricevetti poche frasi aspre troncate all’improvvisoda una voltata di spalle.... Come in una nebbia mi si presenta un’altra scena pungente: mia cognata che scaglia invettive alle mie sorelle sgomente, venute in casa sua per abbracciarmi l’ultimo dì; e mia suocera che geme senza fine....

Un’ultima visita a mia madre: un vano appello al passato, la tortura di quell’occhio senza sguardo, di quella voce un po’ roca che rideva....

Il mare, la campagna, le strade del borgo, in quella fine di settembre, dovevano avere una fisionomia dolcemente stanca, mandare la migliore espressione della loro anima.... Dopo undici anni dacchè li avevo visti per la prima volta, li lasciavo, movendo incontro all’ignoto. Undici anni tragici, lungo i quali la mia sostanza si era andata foggiando di lagrime, lagrime di ribellione, lagrime di sommissione, lagrime di riconoscenza, anche, al Mistero invincibile.... Li lasciavo senza uno sguardo, quasi fuggissi, quasi temessi di scorgere un riso ironico nelle loro penombre, l’avvertimento di non stimarmi troppo presto liberata.

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Pel cielo glorioso le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole, mutevoli e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra e le cupole e il fiume e le pinete incise sull’orizzonte, e il deserto della campagna e i monti lontani, tutto pareva seguire il lento viaggio delle nubi, tutto era com’esse immerso nella luce meravigliosa e com’esse appariva fluido ed eterno.

Anch’io ero già passata sotto quel cielo che ora riguardavo; ed anche in quel mio passaggio di adolescente l’anima s’era sentita dilatare al cospetto dell’infinito azzurro. Non ero la medesima, ancora? Non cominciava ora la giovinezza? Roma appartiene allo spirito che la desidera con volontà, e mantiene tutto quanto le si chiede con vigore d’anima. E forse non era tanto lontano il giorno in cui avrei compreso in un solo sguardo la città unica, l’avrei sentita tutta nel palpito del mio cuore.... Frattanto, che ebbrezza e che estasi assistere con mio figlio ai lunghi tramonti di fiamma dalla terrazza del nostro quartierino, con dinanzi il fiume e Monte Mario, dopo aver lavorato ore e ore nel silenzio dell’alto studiolo!

Mi sembra di non poter raccontare quei miei primi mesi di vita romana, così come non ho potuto raccontare la mia infanzia.Tutto ciò che è succedersi d’impressioni, vita pulsante per eccitazioni esteriori, scintillìo di immagini, eco di suoni, non può essere da me risuscitato,...

Città di esaltamento e di pace!

Riserbandomi di penetrare poco per volta la bellezza e la maestà dei luoghi sacri, esploravo lietamente le parti moderne, che mi risuscitavano il senso dell’energia umana avuto nella fanciullezza. Ma ad ogni tratto, dalla confusione e dal frastuono della vita febbricitante mi trovavo repentinamente trasportata davanti a quadri di silenzio e di sogno, lontano, in epoche non conosciute quasi, fuorchè in leggende. Ed erano anche aspetti improvvisi di civiltà più prossime e più note al mio spirito, e l’impressione talora della presenza di grandi anime non ancora estinte, non ancora lontane dalla terra così improntata di loro. Se ero sola o col piccino soltanto e nulla d’estraneo mi turbava, l’intensità della commozione mi faceva qualche volta salire alla gola un singhiozzo. L’avvenire si velava, s’allontanava: il presente appariva più indecifrabile. Ed io, piccola accanto al mio piccino, quasi dileguavo alla mia stessa coscienza.

Mi riscuotevano presentimenti vaghi di un’altra parola ancora che la città doveva dirmi. Intorno ai nuclei di pietra che rappresentavano memorie grandiose o attualità mediocri, sapevo che esistevano cinture di miseria, agglomeramenti di esseri che la societàfingeva d’ignorare e nei quali intanto fermentava forse il segreto del domani....

Chi me n’aveva parlato così presto? Oh, foste voi, mamma buona mia e di quanti avete incontrato nella vita! Eravate, quel primo giorno in cui v’abbracciai, nel vostro ritiro sul Gianicolo. Le pareti coperte di ritratti, celebri ed ignoti, di grandi uomini e di bambini. La scrivania ampia, carica di carte. E voi, con la persona un poco pingue e curva, con qualcosa di mia madre nei tratti del volto, voi mi chiamaste figliuola, subito, e vi prendeste sulle ginocchia il mio bimbo, e ci guardaste a lungo entrambi, coll’espressione un poco astratta dei vostri dolci occhi, come a strapparci il segreto di quella nostra fusione per cui pareva che la piccola creatura aderisse ancora alla mia persona. Che cosa indovinaste? Mai, mai ho sentito, in un silenzio, tanta improvvisa compenetrazione. E quando incominciaste a parlare, a dirmi di qualcuna delle opere create in tanti anni dalla vostra meravigliosa volontà di giustizia, mi parve che un tacito convegno aveste dato alla mia anima....

Poi.... Poi l’ingranaggio del lavoro m’aveva afferrata.Mulieraveva i suoi uffici accanto a Piazza di Spagna. Io vi andavo due o tre volte la settimana, ma, come s’era convenuto, sbrigavo a casa il mio còmpito, ch’era di riassumere e tradurre articoli dai periodici esteri o di render conto di qualche libro. L’accoglienzadella direttrice era stata cordiale, con una viva sorpresa per la mia giovinezza. Scrivevo cose tanto serie «con quel piglio di madonnina»!

Avevo subito capito che il suo nome era per la rivista più che altro una preziosa insegna, ma che in realtà chi disponeva di tutto nell’azienda era l’editore, un ometto rosso e vivacissimo. L’illustre scrittrice, poco più che quarantenne, ancor piacente, divideva il suo tempo fra i suoi romanzi, la sua famiglia e il suo salotto. La sua fama era incominciata una quindicina d’anni prima, ed ora ella si trovava in quel momento critico della carriera in cui si riconosce che la propria arte sta per essere oltrepassata e si comincia a temere di venir dimenticati. Forse perciò aveva ritenuto conveniente di non trascurare quel nuovo mezzo che le si offriva di richiamare a sè l’attenzione del pubblico. Alcune pagine veramente geniali d’osservazione e d’espressione costituivano il valore della sua opera, troppo copiosa e poco meditata. Negli ultimi tempi ella aveva bensì accolto qualcuna delle idee nuove, ma senza passione. Mancandole ogni ardore d’apostolato, ella non s’indignava di veder la sua rivista divenire manifestamente una speculazione commerciale. Dietro l’indolenza di lei, l’attività dell’editore mi pareva simboleggiasse tutto un gruppo di interessi minacciati dalle nuove tendenze della donna. Quel piccolo borghese dall’aspettoquasi misero, dai vestiti sciupati, sempre tappato in un polveroso bugigattolo accanto al salone della direttrice, rappresentava i mercanti che si arricchiscono sulla vanità, sulla futilità femminile: introduceva i loro richiami fra le creazioni delle donne artiste, fra le perorazioni delle emancipatrici, fra le esortazioni delle consolatici, delle madri sociali.

Il modello era giunto dalla Francia, come pei cappellini. Il buon gusto della direttrice e la furberia dell’editore s’accordavano nel dare un certo nesso alle cose disparate che la rivista conteneva. Così essa poteva introdursi negli ambienti più opposti; e se ad una donna di seria coltura non poteva offrire che una mezz’ora di svago, alle gentili oziose, fra l’una e l’altra curiosità poteva forse insinuare la nozione vaga di un’esistenza più grave che si svolge parallela alla loro, e anche il senso oscuro ed inquietante della fermentazione di tutto un mondo nuovo.

Ciò era ben poco vicino al programma scritto dalla direttrice in un attimo d’entusiasmo. I primi giorni m’ero sentita umiliata, e soltanto per la necessità di non provocare i sarcasmi di mio marito, avevo iniziato di buona volontà il mio lavoro, piuttosto gravoso per una principiante. Egli non mi perdonava di averlo indotto a gettarsi nel caos cittadino e s’accingeva fiaccamente alla sua impresa; per tanti anni abituato ad un lavoro metodico, subalterno, la libertà e la responsabilità gli eranod’impaccio; non riusciva a formarsi per suo conto un programma quotidiano e si volgeva astiosamente ad osservarmi, promettendosi certo di farmi sentire la propria autorità al primo accenno d’indipendenza.

Il maggior vantaggio del mio nuovo impiego era per me la gran quantità di pubblicazioni di ogni paese che pervenivano alla redazione e che potevo portarmi a casa per leggere. In seconda linea mettevo la possibilità di studiare in quel singolare ambiente qualche tipo caratteristico di donna: una dottoressa in medicina forniva nozioni d’igiene, fra cui l’editore inseriva gli indirizzi dei profumieri, delle bustaie e dei medici della bellezza; una norvegese alta, biondissima, con un nasino all’insù ed occhi azzurri e calmi, illustrava le novelle e componeva fiabe figurate pei bambini; ad una giovane signora le cui condizioni di famiglia non consentivano di far valere altrimenti il suo titolo di nobiltà e la sua «distinzione» s’era affidata la cronaca mondana. Nel salotto della direttrice, che mio marito mi permetteva di frequentare ogni tanto, a patto che evitassi di annodar relazioni, s’incontravano delle personalità di vario valore. Da un cantuccio, inosservata, avrei potuto acquistare quel concetto della realtà che i libri non erano capaci di darmi completamente.

Pochi giorni dopo l’inizio del mio lavoro ero stata a vedere la tipografia ove la rivista si stampava; l’editore m’aveva fatto da guida,col sorriso lievemente canzonatorio che errava sempre sulle sue labbra tumide: un compositore aveva sulla sua cassa una mia cartella: bisognava aggiungere alcune parole per comodo dell’impaginazione; e lì, nel frastuono delle grandi macchine, avevo visto l’operaio tradurre immediatamente in caratteri le parole ancor umide; il mio cuore in petto batteva e i miei occhi si velavano....

Tornavano dunque i tempi delle buone fatiche, quando tra gli operai di mio padre lavoravo gaia e trepida? Era stato un sogno il lungo intervallo, i giorni della reclusione laggiù, in un’afosa camera, sola col mio bimbo, l’anima gonfia di tragiche fantasie?

L’autunno romano svolgeva intorno la sua magnificenza. Io proseguivo ne’ miei vagabondaggi assaporando tutto l’incanto misterioso degli spettacoli che mi si svolgevano dinanzi come altrettanti simboli. E talora mi passavano accanto rapide al par di fantasmi e mi guardavano per un attimo figure gravi e singolari, scienziati forse, forse stranieri a cui il sole d’Italia illuminava verità interiori, forse utopisti che avevano per patria l’avvenire. Ero ancora una romantica, ecco, e non me ne dolevo: c’era tanta somma di vicende nel passato di cui vedevo i vestigi, che potevo bene immaginare nel futuro le più felici possibilità umane.

Mi rivedo nello studiolo, in un pomeriggio di novembre avanzato, col sole che mi obbligaa farmi schermo della mano agli occhi. Dinanzi a me è seduto un uomo pallido, emaciato, in cui brillano due occhi neri e grandi: tutta la testa è bella, serena e tormentata insieme, e la parte inferiore esprime una volontà sicura, e l’alta fronte una sovrana pace. Egli interrompe a ogni tratto il suo dire per chinarsi verso il bambino steso sul tappeto, ai nostri piedi, e fargli scorrer sui riccioli la mano delicata, pallida. Alle spalle sento mio marito che sfoglia distrattamente un libro per darsi un contegno. Colui che parla m’è stato presentato qualche giorno innanzi dalla buona vecchia amica. Autore di alcuni opuscoli assai commentati, il suo pseudonimo suggestivo mi era già noto prima: avevo saputo che celava un alto funzionario dimessosi dal suo ufficio per poter liberamente difendere il vero; in dura povertà, egli attendeva ad un grande lavoro filosofico. Il suo sorriso di simpatia spontanea mi aveva tutta compiaciuta e m’aveva dato l’ardire d’invitarlo in casa mia malgrado la diffidenza di mio marito.

Egli mi dice tante cose, con una voce calda a cui l’accento meridionale dà una velatura di dolcezza. Dice senza enfasi, come ascoltando un dettame interno: sulla donna, sulle leggi, sul costume, esprime la mia stessa critica, con la vigorosa semplicità che a me manca; ma intorno alla scienza, intorno ai sistemi di ricostituzione sociale oggi in voga, le sue parole diventano singolari per ironia,per disprezzo; mi esorta a ritenermi fortunata per la mia mancanza di studi; demolisce, seccamente, la base delle vane ed orgogliose ricerche che l’umanità ha in corso; e, ad un tratto, alzatosi in piedi, sembra che una visione immensa si stenda dinanzi alla sua anima, per lui soltanto. E subito egli non parla già più di errori e di follìe, e neppure di sacrifizî; accarezza di nuovo il bimbo, accenna alla propria infanzia selvaggia, mi stende la mano con moto rapido, come segnando un patto. Se ne va, col suo segreto....

Mio marito tace, esce anch’egli dopo un momento; il piccino mi vede assorta, continua a guardar le immagini di un grosso libro. Penso a mio padre, ai brividi che certi suoi accenti mi davano negli anni lontani in cui assorbivo da lui la vita dello spirito. Fino a quel giorno nessuno più m’era apparso dinanzi come un’individualità libera, come un interprete della verità, come un maestro. Credevo che l’èra dei veggenti fosse chiusa: non era dunque vero?

Una vertigine mi afferra, per un attimo. Indi la calma torna. Non sono pronta ad affrontare qualunque rivelazione? E prima di riprendere il mio povero lavoro di giornalista guardo dalla terrazza il disco abbagliante del sole sopra i cipressi di Monte Mario, e le due fasce incandescenti che lo attraversano e arrossano l’orizzonte. E mi pare che quel tramonto si fisserà per sempre nel mio ricordo.

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Venne Natale, cogli arbusti delle rosse bacche sui gradini della Trinità dei Monti, coi presepi di Piazza Navona, delizia del mio piccino; venne la stagione dei teatri e delle conferenze, ed il febbraio coi primi rami fioriti; per le vie stormi di giovani straniere, alte, bionde e ridenti, passavano recando sulle braccia le candide nuvole di petali. Talvolta anch’io e il mio bimbo portavamo a casa quei tenui annunzi primaverili. Dalle pareti alcune fotografie, le Sibille della Sistina, il tragico e dolce Guidarello sul suo guanciale di pietra; un calco dell’Erinni dormente, dono della disegnatrice norvegese; alcuni ritratti, Leopardi, George Sand coi grappoli di neri capelli, Emerson, Ibsen, figure di geni e di simboli, sembravano animarsi nei luminosi riflessi dei fiori, lievemente colorirsi. Scendeva da essi come un conforto alla fatica e alla speranza. Il bimbo correva a giocare sul terrazzo. Lavorando, continuavo a sentirmi alitar nello spirito, in maniera confusa, le idee e le imagini accolte durante la passeggiata, nei prati di Villa Borghese o sulla deserta duna del fiume.

La sproporzione fra questi pensieri e il lavoro alquanto meccanico che compievo era grande. Ma non mi dava pena. Ormai le mievelleità ambiziose di scrittrice eran lontane: trovavo una certa bellezza anche nel còmpito oscuro di trascegliere notizie e raccogliere dati di fatto intorno agli argomenti che più mi premevano. E m’indignavo vedendo piovere in redazione libri mediocri firmati da donne, vere parodie di libri maschili più in voga, dettati da una vanità ancor più sciocca di quella delle pupattole mondane di cui l’editore riproduceva in fotografia gli appartamentimodern style. Come mai tutte quelle «intellettuali» non comprendevano che la donna non può giustificare il suo intervento nel campo già troppo folto della letteratura e dell’arte, se non con opere che portino fortemente la sua propria impronta?

Esprimevo tali considerazioni alla direttrice, trepidando, per la mia abitudine al silenzio e per timidezza. La direttrice mi guardava sorridendo con gli occhi miopi, sospirava, e qualcosa come una leggera ombra passava in essi. Mi pentivo quasi delle mie osservazioni: immaginava forse che la piccola sconosciuta ch’io ero, il suo «Perugino» com’ella mi chiamava, osasse giudicare anche la sua opera?

Di quest’opera ella non era del tutto soddisfatta, lo sapevo: e neppure di sè, della sua vita intima doveva esser lieta. Suo marito, giurista di valore, non era il compagno creato per lei, benchè avesse intelligenza, cultura, gusto fine, e paresse a tutti un marito e un padre modello. Non aveva mai intralciato inalcun modo le aspirazioni della moglie. Si stimavano reciprocamente: per le due figliole restavano uniti e volevano farsi credere felici. Ma la maggiore di queste, forse, cominciava a indovinar qualcosa: i suoi diciotto anni rivelavano una personalità già forte, e sotto la bellissima fronte venata d’azzurro dovevano maturar propositi di fiera coerenza tra la sua vita e l’ideale. Ella era l’avvenire. Dinanzi a lei avevo sentito per la prima volta che v’erano esseri più giovani di me, che avrebbero potuto ereditar da me qualche favilla e tramandarla più alta nel tempo.

Ma sarebbe mai apparso fuor della mia anima un segno dell’interno fuoco?

La stessa domanda mi pareva di leggere qualche volta negli occhi della buona vecchia mamma dei miseri, quando nel suo ritiro, ai suoi piedi su uno sgabello, l’ascoltavo parlarmi della sua vita meravigliosa. Se la figliuola della direttrice mi rappresentava la speranza del domani, il formarsi di tutta una umanità muliebre più conscia e dignitosa, questa donna a cui la fronte splendeva sotto i capelli bianchi era bene l’immagine del genio femminile manifestatosi attraverso i secoli in qualche rara individualità più forte d’ogni costrizione di legge o di costume. Mazziniana fervente nella sua prima gioventù, aveva trasportato presto la sua forza rivoluzionaria nel campo sociale. Il suo temperamento la spingeva all’azione diretta e non alla propaganda.Da trent’anni, dacchè era arrivata alla capitale dalla Lombardia e s’era unita liberamente con uno scultore illustre, il suo lavoro per redimere sventure era stato incessante, incalcolabile. La sua pazienza nel perseguire miglioramenti parziali, riforme d’istituti benefici, aiuti degli enti pubblici, la sua tenacia nel bussare alle porte dei ricchi per ottenerne la piccola elemosina, contrastavano stranamente con la sua credenza nella necessità ultima di sconvolgere col fuoco e col ferro la massa oppressiva delle istituzioni formate dalle classi superiori. Aveva mai lasciato intravedere questo terribile pensiero a qualcuno dei giovani operai che la ascoltavano nella Scuola Popolare da lei fondata? La sua ricca natura univa l’amore pratico per la vita umana all’indignata rivolta teorica contro i tarlati ordinamenti; e nessuno come lei sentiva la tragica bellezza della nostra epoca, coi suoi sparsi tentativi sociali, coi suoi presentimenti di rivelazioni scientifiche innovatrici e colla ricerca di nuove idealità oltreumane. In tanti anni, nell’ambiente artistico e cosmopolita del compagno e in quello popolare ch’ella studiava, aveva conosciuto grandi poeti ed ex-galeotti, donne sventurate e donne depravate, uomini di Stato e fanciulli vagabondi. Anche ora nel suo studiolo apparivano donne e uomini dai più diversi linguaggi, e sembrava che sfilasse così dinanzi a lei l’umanità, varia e una. Talvolta udivo costoro parlare d’altregenti ancora, di moltitudini remote che della vita e dell’universo hanno una concezione per noi incomprensibile. Il pensiero della nostra civiltà in cammino su una parte così piccola del pianeta mi si presentava con sgomento. Roma, sì, era il centro ideale, la comune patria delle stirpi privilegiate. Ripartivano quei pellegrini che avevano tante, tante aspirazioni comuni e che non potevano contemplare una comune opera irradiata da questo cuore del mondo, Roma!

Alternative d’entusiasmi e di scoramenti. La prima volta che penetrai colla vecchia amica in alcune case del quartiere di San Lorenzo, sentii divampare improvviso, anche nel mio sangue, l’oscuro istinto della distruzione.... Su la strada il cielo splendeva intenso: i colli tiburtini, in fondo, sorgevano come un paese di serenità. E negli ànditi dei portoni già si obliava il sole; si salivano delle scale, chiazzate d’acqua, buie; e ai lati dei pianerottoli s’aprivano corridoi neri, e da questi uscivano donne scarmigliate, il seno mal coperto da camice sudicie, lo sguardo ostile.... Da quali profondità di orrore sorgevano le tremende apparizioni? E le voci rauche non imploravano neppure, davano notizie di malattie, di nascite, di scioperi forzati, di ferimenti, con indifferenza. Scendeva dai piani superiori qualche bimba bionda, ancora rosea, ancora coll’arco delle labbra aprentesi ad un sorriso schietto. Scompariva. E dalle stanzespalancate esalavano odori insopportabili, e dall’intero casamento, in basso, in alto, uscivano strilli, lamenti, richiami....

Oh quel paese di serenità che si staccava ancora sull’orizzonte, lontano, quando tornavo su la strada! Rifugiarsi là, tra il verde e le acque, dimenticare che degli esseri umani, uguali a me, a mio figlio, a quella santa creatura che mi guidava, vivono fasciati di cenci, col respiro corto, colle membra fredde, senza saper neppure che cosa li tien chiusi in quegli antri con mano dì ferro!

Il dovere era là, nella mischia, in faccia a quella realtà spaventevole. E lì bisognava trascinare tutti quelli che godono della luce, dell’aria pura, delle cose belle, semplici o raffinate, necessarie o superflue; tutti quelli che passeggiano sorridendo tra i palazzi e le fontane, che si affollano agli spettacoli, che si pigiano al passaggio di qualche principe o all’inaugurazione di qualche statua vana. Trascinarli. E quando potessero ancora dimenticare, suonasse pure l’ora della catastrofe!

Un essere solo m’appariva al di sopra di questo dovere e m’afferrava e teneva sospesa l’anima oltre ogni visione di male e di bene. Era l’uomo misterioso che sembrava possedere qualche grande segreto sulla vita, il «profeta» come la direttrice diMuliersorridendo lo designava. Mio marito faceva per lui un’eccezione permettendomi di riceverlo; lafama ascetica dell’uomo lo rassicurava. Ma le sue visite erano rare e brevi. Qualche volta ci incontravamo in istrada, e m’accompagnava per un tratto; abitava nello stesso nostro quartiere Flaminio. Il bambino gli offriva spontaneamente la manina. Che cosa andava unendo a me e a mio figlio quella creatura solitaria, enigmatica, forse malata? Egli aveva l’incosciente bisogno, ogni tanto, di parlare, di lasciar intravedere qualche barlume di quel mondo in cui, tutto solo, si moveva.... E mi trovava capace di ascoltarlo. Ma non era neppure un barlume ch’io vedevo: di concreto non sapevo altro se non che nell’opera a cui egli lavorava doveva esser racchiusa una parola di estremo beneficio per gli uomini....

La prima volta m’ero domandato con terrore s’egli era un mistico, un pazzo. Via via l’impressione paurosa era andata dileguando. Io che non avevo mai osato addentrarmi negli studi psichici pur riconoscendo ch’era questa una specie di timidità intellettuale, io mi sorprendevo ora ad accettar quasi l’ipotesi che quest’uomo potesse svelarmi qualcosa in cui avrei creduto per virtù occulta.

Egli mi parlava del mistero, degli sforzi compiuti dall’umanità per affermare un’origine e un destino ultraterreni. Un fascino m’avvolgeva, e mi sentivo quasi arrossire ricordando la facilità con cui avevo risolto per mio conto la crisi religiosa nell’ora più grave del mio passato. Quell’uomo mi significavauna potenzialità di sofferenza spirituale, ch’io, dovevo confessare, non possedevo. Sterile sofferenza, forse. Ma non era in quello spasimo la nobiltà suprema dell’essere che tende a superare sè stesso?

E fioriva in me per lui un umile sentimento, materno e figliale insieme, del tutto nuovo nella mia vita. L’austerità della sua esistenza, e quella forza singolare del carattere per cui egli si inibiva ogni confidente abbandono, e il suo aspetto, anche, così gracile e insieme così fiero, mi attraevano. Se ne accorgeva egli? Non me lo chiedevo. Ad ogni modo non era in me alcuna manifestazione di fervore, e neanche mio marito commentava i nostri rapporti.

Parlava poco di sè, come se tutti dovessero ignorare la sua vita di stenti, lo stoico suo distacco da ogni dolcezza. Pareva che tutto ciò che il destino ancor metteva, di tanto in tanto, a sua portata, sorrisi di bimbi, devozione di donne, ristoro di sole, egli lo accettasse come diretto a una parte insignificante del suo essere, capace ancora d’allietarsi, ma priva di influenza sul suo spirito e sulla sua volontà.

Doveva aver immensamente sofferto, nel passato. Forse aveva trovato un rimedio nell’analisi, osservandosi; doveva essersi convinto che l’uomo soffre di cose meschine. Le privazioni materiali e sentimentali, la mancanza di pane, di benessere, di cure, di affetto, tutto questo fa soffrire l’uomo. Ma l’uomogrande è quello che si avvezza a far senza di tutto questo, che può viver solo, nutrirsi di sè stesso, isolarsi dall’umanità e dalla vita....

A tale stato voleva condurre tutti noi? Non era ammissibile. E allora, che significava l’oscura esortazione all’attesa che egli mi rinnovava di tratto in tratto?

Parlavo di lui colla buona vecchia mamma. Ella lo conosceva da parecchio tempo, aveva per lui una speciale tenerezza. Lo aveva mai condotto seco a veder qualche miseria mostruosa?

Sì, ed altre volte egli ne aveva osservate, lontano, a Londra, a Nova York.

«Vedi, figliuola: egli deve dirsi sempre che ogni tentativo di rinnovamento sociale è puerile, senza il soccorso della nuova fede ch’egli vuoi dare agli uomini. Egli cerca un assoluto e nulla è più inutile, anzi nefasto.... che l’assoluto, quando sappiamo che tutto muta, e che si muore. Egli cerca probabilmente una nuova prova dell’immortalità dell’anima, poichè le vecchie non reggono più. Ma gli uomini hanno creduto fino ad oggi a questa immortalità, e non sono divenuti migliori....»

Gli occhi le si velavano:

«Nessuno più di me desidererebbe il conforto di ritrovare dopo morte chi ha amato! Io ho sperato per tanti anni che il destino non mi facesse sopravvivere al mio compagno. Non è stato così.... Ma la dolcezza della nostra unione mi avvolge ancora tutta nelricordo, mi consente di fare questo ultimo tratto di cammino sola.... Io ho avuto la mia parte di bene. Cara, bisogna far che l’uomo ami la vita in quanto essa è suscettibile d’esser bellaper tutti, maternaverso tutti. E non è guardando oltre la morte che si può raggiungere questo scopo».

Io pensavo a tutte le volte che avevo sentito «staccato» dal mondo, lontano, quell’uomo. Egli non aveva neppure discepoli; nessuno dei tanti giovani che s’affollavano nelle redazioni delle riviste maggiori, ed invocavano in versi «l’atteso», aveva l’impulso d’interrogarlo, di scandagliare il suo segreto.

La vecchia amica si rassegnava:

«Egli è veramente unesemplare unico, ed io mi compiaccio certe volte con uh po’ d’estetismo che mi sia caduto sotto gli occhi. Ne arrossisco, perchè, in fondo, egli mi desta una gran compassione.... E tu, piccina, hai subito un poco il suo fascino? Le donne non sono mai insensibili alle manifestazioni mistiche.... Se potessi mostrarti il mio esempio, ti direi che io credo nel mistero, che ho anch’io, come si dice, le finestre aperte sul mistero. Ma non posso stare tutto il giorno alla finestra, e c’è tanto da fare in casa!»

Ella sorrideva con una ironia che nascondeva un’appassionata tenerezza. Come delicatamente ella sfiorava le anime! Avrei mai un giorno potuto espandere intera la mia con lei? Sentivo lento lento un affanno salire. Perquella nobile creatura la vita era amore: e se l’amore è tutto nella vita, io non conoscevo ancora la vita....

Si giunse alla fine di febbraio: l’influenza infieriva, mio figlio s’ammalò, dapprima senza sintomi gravi, indi rapidamente precipitando verso il pericolo. Mai quella creaturina era stata inferma: qualcosa mi trascinò fuor di me, in quei giorni di terrore inobliabili, e di cui pur non conservo un distinto ricordo. Una sola notte rivivo. Alcuni accessi nervosi violenti, seguiti da vere allucinazioni, da barlumi di furore,—per cui il caro viso, ove poco tempo innanzi ancora i cinque anni sorridevano, diventava irriconoscibile, spaventoso,—avevan fatto spuntare nella mente mia e degli altri presenti un sinistro fantasma: meningite.... La parola mi danzava nel cervello, lo riempiva. Si attendeva la dottoressa. Coperta solo di un accappatoio, tremante pel gelo della notte e per la febbre che da tre giorni serpeggiava anche nelle mie fibre, mi curvavo sul bimbo che a volte mi respingeva o mi guardava àtono senza riconoscermi; mi gettavo su una poltrona lì presso, mi rialzavo. Per un’ora o due, forse, immaginai mio figlio perduto, mi raccolsi in questo pensiero, sentii le lagrime, sgorgate irresistibili alla vista degli spasimi infantili, asciugarsi; mi chiedevo: «Potrò trovar subito un mezzo per morire, o dovrò giuocar d’astuzia per deludere la sorveglianzadi costoro?» Nessun richiamo mi veniva dalla vita poi che la vita si chiudeva su mio figlio, su colui pel quale soltanto avevo riaperto con rassegnazione gli occhi in un’altra tragica notte....

La crisi nervosa fu superata; per quarant’ore circa dalla boccuccia rossa non era uscita una parola dettata dall’intelligenza o dalla volontà; una piega ostinata, amara, l’aveva contratta; gli occhi, più larghi, sembravano interrogare su ciò che avveniva e inquietarsi di non comprendere.... Non rivedo le fattezze straziate dal male, ma risento la sofferenza acuta di quella vista. Avevo la febbre, non potevo percepire ciò che accadeva in me, e impressioni lancinanti si succedevano, si confondevano. Ricordo il risveglio, invece: un attimo divino: il sorriso che si abbozzava su quelle povere piccole labbra, che irraggiava il visino bianco, mentre una vocetta esile, nuova e insieme antica, rispondeva alla dottoressa che gli domandava il nome.... Oh, nome, nome di mio figlio che da quell’ora mi divenisti parola di vita!

Il male seguì il suo corso regolare: il piccino era docile, quasi preoccupato lui stesso di guarire; non v’era da lottare per compiere le prescrizioni mediche. Nei momenti di maggior sollievo, quando la febbre gli dava requie, egli mi chiedeva: «Che avevo, mamma, l’altra notte?... Vedevo rosso.... tu non c’eri, tu non c’eri....» E una manina saliva a carezzarmi ilviso. Nella piccola stanza una luce violacea penetrava mentre i pomeriggi di marzo, di là dalla terrazza, inondavano il cielo di nubi dorate. Poi, l’ombra subentrava, e le lunghe ore notturne sfilavano. Io rimanevo sola a vegliare, fin verso l’alba.

La figura di mio marito si disegnava talora torbida nella notte, mentre restavo con lo sguardo avvinto alle linee incerte e dolci della testina riversa sul guanciale. Durante il periodo acuto della malattia di nostro figlio l’avevo visto sinceramente commosso. Ciò non mi aveva dato un solo fremito, chiusa come ero nel tragico cerchio delle mie sensazioni materne. Come due estranei, avvicinati momentaneamente dalla sventura, le nostre persone ritte da un lato e dall’altro del letticciuolo, non avevano avuto neppure per un istante un moto, un gesto, l’una verso l’altra....

....L’esistenza adorata era salva, rivolta di nuovo verso l’avvenire. La consideravo ormai con calma, con la stessa sicura energia con cui avevo considerato la sua possibile fine. Essa era la parte migliore di me, che riposava e si ritemprava così, la parte vergine, ignara, possente, quella che avrebbe debellato ogni insidia, come testè la morte. Ma l’altra parte, la creatura vegliante, agitata da ricordi e da presentimenti, debole e incerta nella sua dolorosa esperienza? L’altra viveva d’una vita intensa come non mai, scrutava senza risultato le tenebre circostanti, temeva, forse perla prima volta con tale sincerità, di sè stessa e del suo destino....

Perchè avevo pensato tanto naturalmente alla morte quando mio figlio era in pericolo? Non esistevo io dunque indipendentemente da lui, non avevo, oltre al dovere di allevarlo, oltre alla gioia di assisterlo, doveri miei altrettanto imperiosi?

Tre anni quasi erano trascorsi dal mio tentato suicidio. Durante l’incessante ascesa avevo voluto persuadermi, persuadendo altrui colla penna e coll’esempio, che la vita va vissuta per un fine più largo che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia è possibile e divien facile, quando si giunge a sentire la necessità del legame sociale. Mi ero esaltata tante volte dinanzi a questa concezione, mista di ascetismo e di paganesimo, glorificante insieme l’azione e la contemplazione. Senza le lusinghe di una fede pietosa, avevo sentito crescere in me forze insospettate, che erano state capaci di attutire le voci del senso e del cuore.

Illusione! Menzogna! Io che predicavo la forza di vivere, io, poche notti prima, avevo sentito questa forza estinguersi come per incanto col suono d’una fievole voce infantile. Il mio ideale di perfezionamento interiore crollava dinanzi alla realtà di questo fatto: una cosa sola, ora come tre anni prima, era realmentevivain me, viva e formidabile: il legame della maternità.

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La convalescenza del piccino fu lunga: al principio di aprile andammo, noi due soli, a passare alcuni giorni a Nemi: nel verde rinascente dei boschi la creatura amata riacquistò finalmente tutta la sua vivacità. Dolcezza ineffabile di quella nostra solitudine dinanzi alla piccola conca glauca e silenziosa del lago! Gli occhi di mio figlio, dopo la malattia, parevano ancor più profondi e pensosi; il sorriso esprimeva una tenerezza più vibrante. Egli era ormai entrato nella fanciullezza, ormai i ricordi dovevano cominciare ad imprimerglisi nel cuore. Per lui, per lui!... La coscienza della mia dedizione, ora ben lucida, mi avrebbe sorretta?

Mi riposi al lavoro. Tutte le mie colleghe mi avevano dimostrato pietà e cortesia eccezionali, e tanto l’editore quanto la direttrice erano stati indulgenti per la mia prolungata assenza.

Mi piaceva percorrere ogni giorno, anche col tempo cattivo, come una qualunque lavoratrice, il breve tratto di strada da casa mia all’ufficio della rivista, lottando collo scirocco o colla tramontana. Giungevo in redazione col volto un poco acceso per la corsa. Sedevo; tagliavo le pagine delle riviste appena arrivate, dei libri nuovi. Era una piccola ricognizionenel paese della coltura, ove erano sempre per me regioni inesplorate, qualche mutamento di scena, qualche rivelazione improvvisa. Notavo quello che mi proponevo di leggere, di approfondire, o soltanto di sfiorare. E subito desideravo di portar tutto a casa, di esser sola coi miei tesori sempre rinnovati; ma l’editore usciva dal suo bugigattolo, sfogliava anch’egli, m’accennava le «varietà» più insipide, metteva il dito sulle interviste, sulle cronache del pettegolezzo letterario. La lotta dei romanzieri cattolici coll’Indice, le conversazioni del Papa, ogni ricevimento intellettuale della Regina madre: guai a lasciarsi sfuggire qualcosa di tutto ciò. Facevamo delle distinzioni da causidico fra le redattrici, per poterci rimbalzare l’una sull’altra questi temi, dei quali i più noiosi erano talvolta bonariamente assunti dalla direttrice. Ella era talmente ricca d’immagini e d’aggettivi, che si disimpegnava del lavoro in un attimo. Dava sempre ragione all’editore: «C’è modo di far passare qualunque cosa: con un po’ di garbo, caro Perugino, con un po’ di garbo puoi far l’elogio tanto dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del matrimonio!» E così con una barzelletta risolveva ogni questione.

Garbo lei ce n’aveva! La disegnatrice norvegese aveva fatto tutta una serie di caricature sul garbo della direttrice. Buona ragazza! La prima volta che andai nel suo piccolo studio,sui Parioli, mi pose tra mano, con un piglio speciale, tutto nordico, misto d’ingenuità e di furberia, una cartella in cui mi vidi con mia enorme sorpresa disegnata in molti atteggiamenti, dei quali alcuni mi lusingavano, altri mi stupivano, molti m’offendevano acutamente nell’intimo. Era come uno specchio, davanti al quale io non avevo posato e che m’aveva riprodotta quando meno me l’aspettavo. Credo che per la prima volta mi diedi a riflettere sull’ironia, questo frutto amaro di terribili delusioni, ch’io non possedevo nè possederò forse mai, perchè non sarò mai del tutto delusa, essendo il mio ideale lontano, oltre la mia breve vita.

Quand’ella portò a casa mia alcuni di quei disegni (veniva spesso, dopo la malattia del mio bambino, per il quale sentiva una vera passione) mio marito ne rise in modo goffo. Provai un certo dispetto contro l’amica; ella dovette incominciare a indovinare quali rapporti fossero tra lui e me.

Per guadagnarsi la mia confidenza mi narrò la sua storia. I suoi l’avevano data, a sedici anni, a un pastore del suo paese. «Ah che noia, mia piccola, che noia!» Compresi finalmente il significato vero di questo ch’era il suo intercalare abituale, sovente impiegato fuor di proposito. Il vederla raccontare con quella bocca mobilissima, sempre sorridente,—ma con un sorriso che aveva tutte le sfumature, dalla letizia al dolore,—col contrastodi quegli occhi d’un azzurro implacabilmente sereno, la sua vita di cinque anni in casa del suo santo carceriere, fu per me la rivelazione della grande arte spontanea e profonda che mi si manifestò di poi nei capolavori nordici.

«Lui mi amava, sai! Eravamo due servi di Dio, e mi amava come una compagna di servitù. E Dio era sempre presente, in ogni occupazione, a tutte le ore, in tutti gli angoli della casa. Ah che noia, che noia!»

Un giorno ella gli aveva detto francamente che avrebbe desiderato «andar lontano da Dio!» Ci fu una disputa. Lui amava prima Dio, poi lei. Ella gli disse di scegliere....

«Il Dio degli italiani è più divertente—aggiungeva:—si può servirlo senza stancarsi, perchè in fondo non siamo mica sicuri che lui si accorga di noi. Quando se n’ha bisogno lo s’invoca, poi lo si saluta e andiamo pei fatti nostri.»

E se n’era venuta sola in Italia, il paese vagheggiato sin dalla fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva incoraggiata a dedicarvisi interamente.

«Certi giorni ha avuto visita da una dama....Lady Hunger, Madonna Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»

Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi rianimava. Mio marito pure, ascoltandola,smetteva un poco il cipiglio abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo calmò con alcune parole gentili.

La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero, in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco. La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loroparati di cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei ricevimenti, dellegarden party, delle caccie alla volpe: fiori di serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali, si scambiavano dei complimenti freddi.

La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’ pedantesco: «Questo è il regno diMuliero diFoemina?» Io non potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi: «Ecco due donne!»

Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano legate d’intimitàda quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.

Accanto a lei tutto il mondo che si agitava in quella sala mi pareva effimero. Com’erano rare e isolate le vere donne!Domina, signora, m’aveva detto il galante professore. Signora di sè stessa la donna non era di certo ancora: lo sarebbe mai?

La norvegese mi veniva ora incontro, accompagnata da un giovine alto come lei, dall’aspetto simpatico di studioso: me lo presentò. Era un fisiologo già favorevolmente noto. Mi dimostrò subito una grande cordialità, mentre parevami che la disegnatrice lo incoraggiasse. La sua simpatia verso di me non era che un riflesso di quella che lo legava evidentemente all’amica mia: non era difficile, guardandoli mentre si scambiavano delle osservazioni comuni, sentire che qualcosa come un intimo consenso li univa nei loro silenzi.

Mio marito restava in un angolo, disorientato, senza saper nascondere il suo malumore, rasserenandosi soltanto quando la norvegese, sollecitata da tutte le parti, gli siavvicinava. Gli portai il bimbo, per dargli modo d’avere un contegno: egli lo respinse: «Vuoi disfartene per brillare!»

Dolore e sdegnò m’assalirono. Pretestai una indisposizione ed uscimmo. Nè per istrada nè a casa parlai. A che pro? La sua non era gelosia: era un livore oscuro, era umiliazione, era manìa d’imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza. Ed io non osavo arrestarmi un attimo a considerare l’ironia della mia condizione!... Perchè avevo quasi terrore che altri lo intuisse? Mi pareva che una voce dal profondo mi tacciasse d’ipocrita, oltre che di vile....

L’opera sparsa e faticosa che andavo compiendo non mi confortava molto delle intime disfatte. Cominciavo a spiegarmi la mancanza in Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni d’indipendenza femminile. La solidarietà femminile laica non esisteva ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno s’agguerriva. Anzi, come ben mi indicava la vecchia amica, i liberi pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli al confessionale.

«Femminismo!—esclamava ella.—Organizzazioned’operaie, legislazione del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico.... Tutto questo, sì, è un còmpito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna!»

E la buona vecchia, la cui energia contrastava vittoriosamente colla gravezza penosa della persona, mi portava con lei a vedere le sue opere nuove o rinnovate. «Agire! questa è la vera propaganda!»

Ella aveva aperto da poco, accanto al riparto femminile dell’ospedale celtico, ove era ispettrice, una specie di scuola per quelle disgraziate, una sala bianca dove le inferme potevano ricevere un po’ d’istruzione elementare, leggere qualche libro, ascoltar qualche parola che agitasse in fondo alla loro povera sostanza calpestata una brama di rinnovamento, di salvezza. Un giorno entrai anche là. Oh, non vi rievocherò, dolorose sorelle, in queste pagine! Io devo rivedervi, devo sentirmi rivelare da voi ancor più cose che non potei in quell’unico e omai lontano incontro. È un voto che non ho ancora sciolto, e che ho formulato fin d’allora, quando rientrai a casa e mi strinsi al cuore mio figlio e mi domandai con terrore—la prima volta!—se avrei potuto custodire illeso quel fiore di vita, avviarlo integro e libero all’incontro della sua compagna....

Tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso,contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dei sensi inariditi; fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso l’intrusa, e il solo ricordo avvilisce ogni loro bacio.

Mio figlio! Chi gli avrebbe fatto la sacra rivelazione? Gli avrei mai potuto dire che egli doveva essere, un giorno, per la sua donna?

V’era nel mondo che si agitava intorno a noi tanto scetticismo, tanta viltà! Non avevo assistito ad una seduta della Camera dei Deputati, durante la quale un’interpellanza su la tratta delle bianche era stata con disinvoltura «liquidata» in cinque minuti da un ministro che dichiarava esser la legislazione italiana su tale rapporto assai migliore che in altri paesi, mentre nell’aula quasi spopolata alcuni onorevoli sbrigavano il loro corriere o chiacchieravano disattenti? Un deputato clericale gemette lugubremente sulla necessità di questa «valvola di sicurezza del matrimonio», interrotto dall’interpellante che chiamava il matrimonio un feticcio a cui si sacrificavano creature umane. Due sotto-segretari puntavano i binocoli nella tribuna delle signore pavoneggiandosi: poi si passò ai bilanci....

Mi pareva strano, inconcepibile che le persone colte dessero così poca importanza alproblema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna; al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno però aveva saputo creare una grande figura di donna.

Questo concetto m’aveva animata a scrivere una lettera aperta ad un giovane poeta che aveva pubblicato in quei giorni un elogio delle figure femminili della poesia italiana. Fu un ardimento felice, che ebbe un’eco notevole nei giornali e fece parlare diMuliercon visibile soddisfazione dell’editore. Dicevo che quasi tutti i poeti nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perchè continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo? Perchè questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del sole?

Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco stimano tutte le altre donne.

Questi furono chiamati paradossi da molti giornali, ma alcune lettere di giovani mi dimostrarono che avevo toccato un tasto vibrante.

Una sera a teatro la vecchia attrice, nel suo palco, aveva avvertito due lagrime brillarmi negli occhi. Non avevo mai pianto per le finzioni dell’arte. Sulla scena una povera bambola di sangue e di nervi si rendeva ragione della propria inconsistenza, e si proponeva di diventar una creatura umana, partendosene dal marito e dai figli, per cui la sua presenza non era che un gioco e un diletto. Da vent’anni quella simbolica favola era uscita da un possente spirito nordico; e ancora il pubblico, ammirando per tre atti, protestava con candido zelo all’ultima scena. La verità semplice e splendente nessuno, nessuno voleva guardarla in faccia!

«Avessi un quarto di secolo di meno!—esclamava la mia grande artista con la sua voce ancora magica—io l’imporrei!»

Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sè stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana!

Venne l’estate; due mesi torridi, incerti nei ricordo. Le amiche, il «profeta», tutti erano fuori di Roma. Il mio lavoro era cresciuto, nell’assenza della direttrice, andata in montagnaa cercar un po’ d’aria fresca e la trama d’un nuovo romanzo. Trovavo nondimeno un’ora ogni giorno per rifugiarmi col bimbo a Villa Borghese, e mentre egli, con la felice facoltà di distrazione della sua età, giocava insieme a compagni improvvisati, io leggevo, riposando ogni tanto gli occhi su le linee melodiose dei grandi pini.

Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui, sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la stanchezza la prostravano.

In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo, certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità, indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato interrogarlain modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza mortale in tutte le membra.

Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato. Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli affetti che le venivano via via mancando?

E frattanto la situazione in fabbrica diventavainsostenibile. Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.

La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.

Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:

«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»

Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò il discorso.

Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il nome di mio marito per il posto di direttore.

Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio marito al posto di mio padre.... Che ironia!

Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un tratto, la mia gaiezza cadde.

Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.

La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria» e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!

E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non essere staccato del tutto dalla sua creazione.

Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo minacciasse: reclamavala vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni, un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio, che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo.... Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori miserandi e pieni d’odio....

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Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.

Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa, restando taciturno escontento al tavolino, a scrivere non so che progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito la guardava come affascinato.

Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto, nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio. Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia amica....

Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso, l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva ancora, si pensava debole, malato....

Era il castigo?

La disegnatrice aveva indovinato, forse perla prima. Ed era forse colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento dellaMulier. Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col dolore dei genitori pareva a lui egoismo.

Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti? E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’ suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»

Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville, fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in certi istanti.Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti. Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte. Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola, nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno; il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.

Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non aveva che quel gesto per darmi coraggio.

Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?

Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto, che forse quellonon era più luogo per noi, che aveva una smania furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per lui!...

Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.

Egli replicò subito col piglio insolente che gli conoscevo da tanti anni. Negava, mettendo i punti sugli i, negava e accusava....

Non ne soffrivo.... La realtà mi dominava, finalmente. Sentivo in confuso ch’era necessario agire, senza sapere ancora in qual modo. Una voce nell’anima cantava senza posa «Sei libera, libera!»

Vedevo nitidamente qual sarebbe stato il mio ufficio nella casa coniugale che m’attendeva. L’uomo il quale un giorno m’aveva scongiurata di vivere, ora più che mai non avrebbe cercato in me che il delirio dei sensi, l’oblio. Ed io, in quest’unica ragione della nostra convivenza, avrei sentito crescere il disprezzo per me stessa.... No, no!

Per due, tre giorni, non ricordo bene, la vita intorno non mi trasse dalle mie meditazioni. Per la rivista non avevo quasi più nulla da fare: l’editore cercava chi mi sostituisse; si era mostrato dolente di perdermi: «È cosìdifficile trovare chi legga con imparzialità dei libri di donna!» La direttrice, col suo fare sempre tra cortese e distratto, m’aveva detto che sperava io le avrei continuata la mia collaborazione anche da laggiù. Non avevo mai pensato dì tentare qualche lavoro di fantasia?

La norvegese era a letto per una infezione reumatica che non pareva grave. Andavo ogni giorno per qualche ora a tenerle compagnia. Ogni giorno veniva pure a visitarla l’amico professore. La prima volta che avevo visto il giovane chino sopra di lei, mi si era comunicata la dolce sicurezza del loro amore. Ma nella stanza buia non c’era aria sufficiente. Quand’egli la persuase della necessità di trasportare il letto nello studio, la fronte le si oscurò, sebbene egli affermasse che era soltanto questione di alcuni giorni.

Affrettavo col pensiero il ritorno di mio marito: gli avrei proposta una separazione amichevole; io potevo vivere col mio lavoro e con ciò che mio padre continuerebbe ad assegnarmi. Il piccino avrebbe potuto studiare accanto a me, e andare dal babbo nelle vacanze.

Perchè non avrebbe accettato? Egli era in uno di quei momenti psicologici che giustificano le azioni più contrarie alla nostra natura; tutto doveva mostrarglisi sotto un nuovo punto di vista.

Non volevo però in nessun modo pregiudicare il tentativo. A chi chiedere un consiglio?La buona vecchia mamma non era ancora tornata dalla Lombardia. E a nessun’altra avrei potuto confidarmi, in quell’ora decisiva. Ma un’immagine mi s’imponeva da qualche tempo, con insistenza crescente; non v’era un uomo che diceva di possedere la verità? Da lui avrei potuto ricevere forza.

Non lo vedevo da parecchie settimane. Lo invitai con un biglietto a venirmi a trovare, per sentire cose gravi.

Giunse la sera dopo, mentre stavo per condurre a letto il bambino. Per qualche minuto parlò col piccolo amico, che lo guardava cogli occhioni confidenti; poi questi andò a coricarsi.

Con un tremito interno straordinario presi a dire. Egli ascoltava impassibile. Sapeva forse. La persona si protendeva un poco verso di me, in attitudine incoraggiante.

A poco a poco mi rinfrancai; le sue domande, nette, valevano a dirigere e a districare il mio racconto un po’ imbarazzato. Non parlavo del lontano passato, della mia adolescenza distrutta; dicevo solo di mio padre e di mia madre, del mio matrimonio, del lungo periodo in cui, conscia de’ miei sentimenti, avevo ritenuto doveroso restar presso l’uomo che credevo m’amasse e a cui pensavo di far del bene: accennavo alla scoperta recente di un nuovo sentimento in mio marito, al mio recente miraggio d’indipendenza.... L’aspirazione appassionata ad una vita di libertà ed’azione, in armonia colle mie idee, si palesava in verità a me stessa come non mai, Ogni mia parola sembrava illuminarmi il fondo dell’anima. E uno stupore m’invadeva, si mescolava alla lucida ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.

L’uomo mi guardava tranquillo, poi prese lui a parlare. Stimava inutile giudicare la decisione irresistibile della mia coscienza. Ero pronta a subirne qualunque effetto? Egli poteva dirmi soltanto che tutte le cose della vita, anche i problemi morali che il nostro orgoglio suscita, non sono in fondo che ombre. Per guidarsi, nella vita, occorre poco, l’avrei compreso un giorno: intanto, gli piaceva la mia preoccupazione di sincerità e di logica.

S’era alzato in piedi, girava attorno toccando libri e fotografie. Anch’io mi ero levata e m’appoggiavo al tavolo in mezzo alla stanza; mi venne accanto: mi sorpassava di poco in statura. Riprese a parlare, piano. Anche nel suo passato erano delle ore oscure: egli aveva creduto nella legge, nel progresso; aveva giudicato gli uomini in nome di un assoluto inflessibile, aveva condannato.... Poi, un dolore tremendo, la morte quasi simultanea del padre e della madre, gli aveva restituito la coscienza del niente che è l’uomo, e per la prima volta infuso il desiderio tormentoso di figger lo sguardo oltre la vita. Erano passati anni e anni, egli aveva reciso tutti i fili che l’avvincevano all’umanità, e una luce, sì, unaluce s’era fatta nel suo spirito. Egli credeva di poter spiegare, ora, l’enigma della nostra essenza, essenza immortale. Questa parola avrebbe recato alle creature umane una grande pace, la norma per l’esercizio benefico della propria volontà durante questo passaggio terreno. Non poteva spiegarmene nulla ancora. Fra breve.... Da vicino o da lontano, continuassi a sperare, ad aver fede nella sua promessa.

Dalla strada, ogni tanto, la tramvia elettrica mandava il suo ululo, producendomi l’impressione del vento notturno in riva al mare in tempesta. Mi sentivo avvolta, veramente, in un’atmosfera frigida che placava, rendeva anzi ogni impulso di vita particolare, creava visioni bianche nelle quali l’occhio si smarriva.

Quando mi ritrovai sola nello studio, ove la lampada sembrava vegliare dall’alto sull’intera città, una gioia m’invase, ignota fin allora. Che cos’era, che cos’era? Non volevo saperlo, come non mi dava affanno il segreto che quell’uomo diceva di possedere. Ma l’antica anima ribelle ad ogni giogo ch’era giunta a odiare l’amore per il disprezzo di ogni dedizione, si abbandonava alla dolcezza di essere compresa, sentita da un’altra anima....

Il gaudio silenzioso e quasi inconfessato durò alcuni giorni. L’amico venne altre due o tre volte, di sera; mi aveva pregato di copiargli il manoscritto di un suo nuovo opuscolo che stava per pubblicarsi; certe pagine quasi indecifrabiliper le aggiunte e le cancellature richiedevano le sue spiegazioni, Egli me le dava con quella sicurezza dogmatica che allontanava qualsiasi obbiezione. L’opuscolo era una satira tagliente cui non potevo non associarmi; preannunziava, ma non svelava affatto l’idea dominante dell’autore, la secreta sintesi creata dal suo intelletto. In esso non mi turbava che lo stile, complicato, contorto, spesso illogico; più mi turbavano, talvolta, certe frasi dettemi a viva voce, frasi oscure, che mi riconducevano ai primi tempi della nostra relazione quando riguardavo la strana creatura come un pauroso inviato del Mistero, a sè stesso forse incomprensibile. E neppur ora avevo la forza di formarmi un concetto esatto della sua personalità; ora meno che mai. Evitavo anzi, probabilmente senza rendermene conto, di esercitare dinanzi a lui la mia analisi. Lo vedevo pallido, emaciato, ombra della vita, con un sorriso sempre più enigmatico sulle labbra pallide tra la breve barba nerissima, con gesti di bimbo delicato e precoce che prevede tutto ciò che la vita gli negherà.... E tremavo. Così debole e miserando qual’era, m’appariva ammirabile: era in lui una potenza che non sapevo definire, ma che trovavo più grande d’ogni altra; egli mi rappresentava lo sforzo incessante e terribile dell’umano verso la divinità. Quando la parola «pazzia» mi si affacciava alla mente, mi sentivo straziare.


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