Chapter 10

«O giovinette, gioia vereconda....».

«O giovinette, gioia vereconda....».

«O giovinette, gioia vereconda....».

Ed ora l'ultimo pellegrinaggio, il più tenero, il più doloroso. Da molti anni non attraversavo il paese, dall'infanzia forse. Affacciandomi alla piazza mi parve di sognare. Fra me e le cose intorno si interponeva uno spazio confuso, come se il tempo trascorso vi avesse sospesi veli di nebbia a rendere i contorni meno materiali. Qualche indizio di tale stato d'animo dovette trapelare dalla mia persona, perchè dalla soglia delle botteguccie, dinanzi ai canestri delle ortolane, alcuni curiosi stavano a guardare questa incognita con una certa meraviglia per il fatto che se un forestiero va a Caravaggio, ci va per il Santuario e non per vedere il paese. Avevo una gran voglia di gridare: "Badate, non sono forestiera, ho conosciuto questo paese prima di voi, vi ho succhiato il primo latte...". Fantasticava: "se incontrassi la mia nutrice? o i suoi figli? o la mercantina che mi vendeva gli spilli dai variati colori? ma no, vaneggio, tutti sono morti!...". Improvvisamente mi trovai dinanzi ad un ammasso di calce mostruosamente tormentata e sforacchiata che mi diede l'esatta impressione di un pugno negli occhi. Oh! Dio, cos'è questo?Una casa in stil novo, in stileliberty? E ciò a Caravaggio!

Una malinconia sottile si impossessò del mio spirito; mi sentii straniera, atomo disperso di una generazione lontana. Il senso della morte non mi era mai apparso così generale e profondo negli uomini, nelle cose, nel pensiero, nel sentimento. Ma quando la vidi, essa, l'arca santa dei miei anni migliori, la casa benedetta dei miei nonni, non ebbi più alcun pensiero, nè di morte, nè di vita. Dovetti appoggiarmi alla casa di contro, perchè mi si piegavano i ginocchi, e di là guardai attraverso le palpebre umide, le sei finestre della bella facciata semplice e la finestretta dell'ammezzato dove la zia Carolina mi insegnava:

«Arlequin tient sa boutique».

«Arlequin tient sa boutique».

«Arlequin tient sa boutique».

Vedevo pure di scorcio la chiesetta di S. Giovanni dove mio padre e mia madre si erano sposati, e una grande tenerezza mi disfaceva il cuore. A passi guardinghi, come se stessi per commettere un delitto, traversai la strada e mi avvicinai alla porta. Era chiusa. Trattenendo il respiro mi posi in ascolto. Nessuna voce, nessun rumore. Tremavo in tutte le vene. Quel piccolo ordigno di ferro sulquale le mie pupille si fissavano ipnotizzate era il saliscendi che la mano piccoletta aveva premuto tante volte.... La mia commozione è al colmo, non posso resistere, il desiderio è più forte di me. Appoggio un dito e la porta si apre scampanellando. Che momento!

Al suono improvviso accorse una servetta chiedendomi chi cercavo. Non avendo alcun piano prestabilito, dissi a caso il primo nome che mi passò per la mente, intanto che i miei occhi frugavano ansiosi l'andito, delusa di trovarlo non più quale era rimasto nella mia memoria, ma scialbo, triste e muto, imbiancato da cima a fondo come un sanatorio, in luogo della calda tinta ambrata d'un tempo che sembrava trattenere sulle pareti il palpito della vita. Avrei voluto andare avanti, penetrare nelle stanze, nella cucina sonora di voci, splendente di terse stoviglie, vedere se qualche vestigio rimanesse ancora dei tempi felici; chiudere gli occhi e trovare al buio la bella sala colle paradisee e lo spicchio di cocomero dipinto sul soffitto, l'angoluccio dova la vecchia Teresa preparava il corredo della mia bambola, la camera ridente dei miei sonni infantili colle ampie tende azzurre a ghirlande di rose che palliavano sulle finestre i primi raggi del mattino; ma la servetta tenevaaperta la porta con un tacito invito. Per guadagnar tempo le chiesi a chi apparteneva ora la casa; mi disse che vi abitava il direttore dell'ospedale, e questo fu l'ultimo colpo della realtà che disperse i dolci fantasmi del passato. Un istante ancora, un ultimo sguardo, ferma sulla soglia ad invocare l'impossibile miracolo, poi uno scroscio di pianto ricacciato in gola e la fuga.


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