Chapter 5

Giovin, che tanto alterovai della tua beltade,nel fior che presto cadecontempla il tuo avvenir.

Giovin, che tanto alterovai della tua beltade,nel fior che presto cadecontempla il tuo avvenir.

Giovin, che tanto altero

vai della tua beltade,

nel fior che presto cade

contempla il tuo avvenir.

A chi la dirigevo? A nessuno in particolare: al mondo, alla vita, forse a me stessa.

Staccandomi dai miei coetanei mi accadeva di rimanere più a lungo in compagnia della zia Claudia e delle persone che venivano a visitarla. Era difficile che qualcuno passasse dinanzi alla porta aperta, alle sedie allineate ed alla vigilanza della zia, senza entrare per poco o per molto a scambiar le reciproche idee sugli ultimi avvenimenti del paese. La zia Claudia mi voleva anche lei molto bene, mi chiamava la sua nipote prediletta e mi parlava come ad una persona grande, privilegio lusinghiero per i miei gusti di fanciulla assennata.

Frequentava la casa anche uno dei nipoti maggiori (ve n'erano di tutte le età). Questo di cui voglio parlare, un giovinetto, sui sedici anni, pallido, delicato, di temperamento dolcissimo, mi si era affezionato in un modo che, data la differenza dell'età, appariva singolare. Diceva che quando fossi più grande mi avrebbe sposata; lo diceva alla zia, lo diceva, a me; la zia abbozzava un sorriso, io non rispondevo nulla perchè era come se mi avesse detto: Fra qualche anno parleremo arabo insieme. Durante una delle ultime vacanze che passai a Caravaggio venne fuori una milanese, una ragazza che fece subito impressione per la disinvoltura piuttosto sguaiata colla quale si accaparravai giovinotti. Si osservavano i suoi abiti, i suoi gesti. Aveva trovato modo di avvicinare i nipoti dello zio Germanico e per questa via la zia ed io eravamo al corrente dei suoi successi. Un giorno il mio promesso sposo mi comparve d'innanzi con un anellino di corniola al dito; siccome non l'avevo mai visto gli chiesi semplicemente da qual parte gli venisse ed egli con pari semplicità mi rispose: «Me lo ha dato l'E....» «Come! esclamai, dici che vuoi sposarmi e porti l'anello di un'altra. Allora è segno che vuoi bene a lei; sposa quella». Il buon ragazzo si affannò a spiegarmi come glielo avesse posto in dito di viva forza, ma che era pronto, se questo mi faceva dispiacere a levarselo. Aveva già compiuto l'atto ma sembrandogli di non avermi persuasa abbastanza soggiunse: «Vuoi che lo spezzi, che lo schiacci sotto ai piedi, per mostrarti qual conto faccio dell'E..?». «Ah? no, dissi sarebbe peccato». Egli ebbe una rapida ispirazione «Lo vuoi tu? Prendilo, è tuo». Tutto giulivo me lo porse e io fiera del mio trionfo, non potendo tenerlo su nessuna delle mie dita perchè troppo largo, lo ravvolsi nella cuffietta della bambola e lo riposi gelosamente in tasca.

Graziosa corniola lucida rosata, trasparente diquell'anellino! Essa mi rappresenta il primo passo che feci fuori dell'infanzia. Il giovinetto morì consunto prima ch'io diventassi una signorina da marito e ancora non posso vedere una corniola senza provare una dolce commozione. Ma da quanto tempo questa pietra non si vede più? I giovanissimi non la conoscono neppure. Essa e le sue compagne, agate, turchesi, granatine, che le famiglie di quel tempo si trasmettevano di generazione in generazione, con quelle legature così originali, così veramente belle, dove trionfava la nobile arte degli orafi antichi nutriti ancora delle eleganze di Benvenuto Cellini, scomparvero colla diffusione del brillante.

Ilsolitairedi dieci o quindici mila lire, che i nuovi arricchiti mettono in mostra sul petto delle loro donne come vi appunterebbero un pacchetto di banconote se appena appena brillassero un poco, risponde meglio alle esigenze del secolo materialista. Allora, negli strascichi del romanticismo, la corniola impiegata sovente per ciondolo assumeva le tre forme indivisibili di una croce, un'ancora e un cuore: fede, speranza, carità. Ora ai polsi e all'orologio si appende il maialetto d'oro.

La liberazione della scuola, dei compiti da fare, delle lezioni da studiare non era il minoredei vantaggi delle mie vacanze a Caravaggio. Continuavo ad essere nemica acerrima dell'insegnamento, pur crescendomi il gusto della lettura e un particolare piacere di certe parole, di certe frasi armoniose che mi davano una ebrezza musicale, mentre la musica mi lasciava fredda o, se mi commoveva, era solo come accompagnamento e complemento delle parole. L'intuizione, così superiore in me alla coscienza, mi faceva penetrare in alcuni stati d'animo, che non avrei diversamente compresi. La dolce malinconia, ilpathosdei seguenti versi dell'Edmenegardami rapiva in una contemplazione che la zia Claudia, ammonendomi di non cogliere l'uva acerba, non sospettava neppure, quando io, indugiando silenziosa sullo scalone di pietra li affidai, in mancanza dei quaderni distrutti, alla solita parete che riceveva gli sfoghi grafici di noi fanciulli.

O giovinette, gioia verecondadella casa materna, a cui dovrebbevergin campo d'amori esser la terra,quand'io vi veggo rotear ne' balli,di rose e gigli incoronate il crine,quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchile memori narrarvi ore del chiostroo le speranze del futuro amante,non vi sorrido, ma pietà mi stringedolorosa di voi che imprenderetela dura via fra poco.

O giovinette, gioia verecondadella casa materna, a cui dovrebbevergin campo d'amori esser la terra,quand'io vi veggo rotear ne' balli,di rose e gigli incoronate il crine,quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchile memori narrarvi ore del chiostroo le speranze del futuro amante,non vi sorrido, ma pietà mi stringedolorosa di voi che imprenderetela dura via fra poco.

O giovinette, gioia vereconda

della casa materna, a cui dovrebbe

vergin campo d'amori esser la terra,

quand'io vi veggo rotear ne' balli,

di rose e gigli incoronate il crine,

quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchi

le memori narrarvi ore del chiostro

o le speranze del futuro amante,

non vi sorrido, ma pietà mi stringe

dolorosa di voi che imprenderete

la dura via fra poco.

Improvvisamente, un giorno? una sera? Non so: un gran buio circonda quell'ora solenne del mio destino. Ero a Milano; la scuola, secondo l'orario di quegli anni, mi teneva prigioniera senza interruzione dal mattino fino alle quattro; alle quattro e mezza si pranzava; alle otto a letto. La mia vita in casa non era che un passaggio occupato dai compiti e dalle lezioni. Non so altro, non ricordo altro. Mi fanno chiudere i libri a un tratto e il papà mi conduce da una famiglia amica che abitava presso a noi e dove c'erano ragazze e ragazzi della mia età; vi passai tutta la notte in un lettino improvvisato e la novità, la compagnia, i giuochi di quei fanciulli, non mi lasciarono agio di pensare alla singolarità degli avvenimenti.

Il giorno appresso una persona, non rammento chi fosse, venne a prendermi per ricondurmi non dai miei genitori, ma a Caravaggio. Di sorpresa in sorpresa! Anche qui la gioia e la presa di possesso dei miei beni mi impedirono di approfondire ciò che si disse per spiegare la mia venuta fuori del tempo. Importava assai a me la ragione del perchè! Ero felice e credevo ancora che la felicità non dovesse finire mai. Mancava però la nonna e alla mia domanda dove fossemi si rispose che era andata alla campagna per sorvegliare certe faccende, ma che sarebbe tornata subito. Pranzammo soli, il nonno, la zia Carolina ed io. Il nonno non pronunciò una sola parola, la zia Carolina sospirava spesso indugiando sui cibi come se le tornassero a gola. Avevo visto altre volte a quella tavola i volti rabbuiati per la tempesta che rovinava il raccolto e pensai che si trattasse di una disgrazia del genere e me ne stetti ben zitta e ben tranquilla per non turbare le loro preoccupazioni.

Dopo pranzo venne lo zio Germanico, ma non essendo domenica non veniva per la partita a tarocchi. La zia Carolina gli corse subito incontro nell'andito e poichè tardava a rientrare, il nonno la raggiunse e stettero fuori un po' di tempo. Poi sentii il nonno che saliva al suo studio e la porta di casa sbattere per il dottore che andava via. Quando la mia cara zietta tornò in sala, aveva gli occhi rossi. Io ero turbata per quell'ombra di mistero che mi circondava, ma non sapevo che cosa dire. Ella mi abbracciò strettamente, raccomandandomi di andare a letto subito, che la mattina seguente sarebbe venuta la balia a prendermi per condurmi un po' con lei.

Come fu l'ora giunse infatti la buona donna aprendermi. Ci avviammo verso la chiesa maggiore dedicata a S. Fermo intanto che suonava la messa. — Entriamo — disse la mia nutrice. Ed entrammo. Io non la guardavo, abbandonata oramai al mistero che mi trasportava, ma lei doveva essere molto commossa chinandosi su di me per dirmi — Prega, prega con fervore, la tua mamma è morta. —

Scoppiai in pianto.


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