Chapter 8

Le occasioni di trovarmi in società continuavano ad essere molto rare, e dicendo società abuso un poco dell'elasticità del vocabolo. Dovunque però il malinteso fra me e il mio prossimo mi isolava. La titubanza, che irrigidiva i miei movimenti, toglieva ad essi la grazia della gioventù; non ero più una bimba e non ero ancora una giovane donna; l'abitudine quotidiana dei colloqui con me stessa mi rendeva inetta alla conversazione; mancavo poi in modo assoluto dello spirito di società, della risposta pronta, del motto che fa ridere, di quello che provoca e che istiga. Il terribile dono dell'osservazione non mi permetteva di restare indifferente; vedevo bene con quali poveri mezzi le reginette mondane ottenevano i loro trionfi;e mentre esse avranno disprezzata in me l'insulsa creatura che non sapeva nè vestirsi, nè muoversi, nè parlare, io, dal mio posto isolato, studiavo sul vero il loro piccolo cuore. Era questo il solo piacere che ricavassi quando mi trovavo in compagnia: piacere acre, ma non privo di moderato orgoglio sotto la modestia del mio aspetto. Non affrettiamoci a denigrare l'orgoglio, sentimento di natura elevata pur che sia circoscritto entro i limiti di una giusta conoscenza di noi stessi. Non si può ammettere che la modestia, doverosa verso il prossimo e più ancora verso l'ideale, debba giungere al punto di una completa ignoranza quando si tratta di riconoscere le nostre forze. Se non fosse così, chi si metterebbe a capo delle grandi imprese che rivoluzionarono il mondo? Ed anche non bisogna confondere il nobile orgoglio di colui che tende a una meta superiore colla vanità dello sciocco e colla superbia del farabutto. Tacceremo l'aquila di orgoglio perchè fende i più alti cieli, mentre il passerotto si limita a svolazzare sui tetti? Chi salta un fosso ha sentito prima la forza di poterlo saltare.

Tutti questi paragoni, da prendersi colle debite distanze, li trovo ora per spiegare il meglio che mi sia possibile quella singolare resistenza,quella specie di corazza che mi permetteva di rimanere impassibile e ferma, quantunque non indifferente, nella mia solitudine e perchè certi stati di accasciamento, di avvilimento, di prostrazione morale io non li ho provati mai. Ho pensato tante volte in qual modo mi si potrebbe avvilire ed ho concluso che nessuno lo potrà perchè non mi sono mai avvilita io stessa. Posso ingannarmi, ma credo che difetti e qualità procedano in gruppi e chi ha una qualità ha pure la qualità sorella e lo stesso dicasi dei difetti. La mia unilateralità, chiamata qualche volta egoismo, faceva il paio colla mia pretesa aristocrazia, un sentimento tutto ideale che meglio delle parole spiegano le perle della mia nonna. La mia nonna materna aveva tre collane di perle delle quali, per disgrazie della mia famiglia, non una sola giunse fino a me. Ebbene, io non mi fregerei a nessun patto di uno stemma comperato, ma le tre collane di perle della mia nonna me le sono sentite tutta la vita intorno al collo.

Non ho ancora finito di enumerare le doti negative delle quali ero provvista per brillare in società. Erano tante e tante, che probabilmente ne dimenticherò qualcuna, e qualcuna anche puòessermi sfuggita, se è vero quel che affermano i saggi sulla difficoltà di conoscere se stessi. Mi felicito intanto di aver scelto per queste memorie il sistema di una semplice e veritiera esposizione dei fatti, per tal modo il lettore perspicace potrà fare da giudice nel caso che io mi dipinga troppo in bello, chiamando complici gli altri della mia manchevolezza, quando forse la causa va ricercata solamente in me. Comunque noto che ero di una straordinaria distrazione la quale, congiunta a una smania di verità assolutamente puerile, mi faceva apparire a volte leggerina, a volte impertinente, a volte, e più spesso, sciocca. È certo che una condizione indispensabile al vivere sociale è quella piccola, ma importante, qualità che si chiama tatto; io ne avevo quanto un negro della Zululandia.

Peccato che mio padre, dal quale vivevo troppo separata, non fosse testimonio dei miei sfarfalloni che li avrebbe, così fine com'era, immediatamente repressi, come una volta fece con un semplice corruscar delle ciglia. E un'altra bella, quantunque indiretta, lezione di tatto, mi diede a proposito di un vecchio signore suo cliente che veniva per affari in casa nostra. Non avendomi veduta da molto tempo mi disse un giorno chemi trovava ingrassata; e siccome dall'accento e dall'espressione del suo viso traspariva l'intenzione di avermi fatto un complimento, appena si fu allontanato papà ebbe a notare che si era espresso male; perchè non poteva sapere se quella osservazione potesse piacermi e che ad ogni modo non era delicata. — Doveva allora tacere? — chiesi io. — Non è questo — rispose mio padre — ma se proprio voleva fare un complimento doveva limitarsi a dire: La trovo bene. — Egli possedeva in sommo grado quest'arte delle sfumature, delle critiche sottili e profonde; ma io compresi subito che l'appunto non era stato fatto per criticare l'amico, bensì per insegnare a me. Era d'altronde il suo sistema educativo; poche parole quando si presentava l'occasione, ma tali che non si dimenticavano. Un'altra volta la lezione fu più diretta. Qualcuno, non ricordo più chi, ebbe a dire che ero simpatica, e quella specie di elogio, a me che non ne ricevevo mai, fece una così lieta impressione da indurmi ingenuamente a riferirglielo, persuasa, per il bene che mi voleva, di far piacere anche a lui. Sorrise il mio buon padre alla innocente fanciullaggine, e volendo nello stesso tempo frenare il possibile sorgere di una vanità intempestiva: "Quando — ammonì dolcemente — nonsi può dire ad una donna che è bella, la si conforta chiamandola simpatica".

Quale scuola di perfezione avrei avuto, se mi fosse stato possibile di vivere sempre insieme a mio padre! Tutto invece concorreva a dividerci; il sistema della famiglia, le sue e le mie occupazioni, i suoi e i miei dolori non consentirono mai l'intimità dell'abbandono. Forse, è un dubbio che mi venne qualche volta, che sta ora mutandosi in certezza, sentiva anche lui l'ostacolo che, alla libera espansione dei nostri sentimenti, poneva la presenza delle due sorelle. Forse era anch'egli un timido come me e sarebbe bastato che uno di noi due non lo fosse, per rompere la barriera, per cadere nelle braccia l'uno dell'altro. Se quella sera in cui venne, tacito e lieve, ad appoggiare la sua fronte sulla mia spalla avesse detto: — Sono infelice! — Se lo avessi detto io a lui?...

Ma le due donne esuli dalla dolce casa, esse che avevano abbandonato tutto per lui, per noi, che ci davano il loro rustico, ma sincero cuore, la loro opera maldestra, ma così generosa, così disinteressata, non potevano venire anch'esse colle loro mani vuote dei beni che ci avevano sacrificati, coi loro occhi che solo alla notte conoscevano il pianto aripetere: Anche noi siamo infelici? Situazione veramente crudele questa di persone tutte buone che senza volerlo, senza saperlo, si facevano reciprocamente soffrire. E ancora le mie zie, avendo il vantaggio di sorreggersi a vicenda e di rievocare in due un medesimo passato, sfuggivano al pericolo dell'isolamento che anche mio padre poteva nella sua professione e nella libertà de' suoi atti per qualche ora almeno evitare.

Io diventavo invece sempre più distratta, estranea a quanto mi circondava, estranea alla vita. Delle mie balordaggini segnerò qui un esempio che potrà difficilmente trovare un riscontro altrove. Una delle ultime volte che andammo a passare le vacanze a Casalmaggiore, fui invitata a festeggiare Santa Teresa da una cara vecchietta amica delle mie zie, che abitava quasi tutto l'anno un suo podere in vicinanza del Santuario della Fontana. Buon pranzo, semplicità antica, visita al giardino colmo di frutta nonchè di fiori, e da ultimo, poichè la compagnia era in maggioranza composta di nipoti, tutti giovani, si ballò sull'aia al suono di un organetto e al blando lume di una lanterna sospesa a un palo. C'era anche un dilettante di chitarra che variava il trattenimento con alcune romanze sentimentali. La padrona di casa ebbe un successoneballando una danza de' suoi tempi detta la furlana, avendo per accompagnarla il più attempato de' suoi domestici, che solo tra i presenti, ne ricordava i passi arcaici. A mezzanotte prendemmo tutti la via del ritorno, un po' sbandati sulle prime, indi mettendoci in fila a due a due. Per parte mia fui lieta nel riconoscere nel compagno che mi si pose al fianco, quello fra i danzatori che mi aveva maggiormente interessata. La notte era serena, piena di stelle; dagli alberi del viale, dove ci eravamo inoltrati, gli arabeschi d'argento della luna disegnavano sulla terra asciutta un tappeto fantastico. In simile cornice la mia immaginazione quindicenne stava fabbricando un romanzo in azione, quando alla luce improvvisa di una radura tra i rami, mi accorsi di un grosso involto che il mio cavaliere teneva sotto il braccio. — E che diamine ha lì? — Che ho? la mia chitarra. — Un'altra chitarra?! — Non un'altra, la mia. — Ma allora lei non è X.! — Certamente, sono Y. E tutto ciò che le dissi fin'ora lo credette di X.?!... — lo penso ora le risposte che avrei potuto dare, spiritose, gentili, ingegnose, vaghe, sfuggenti per mettere un rimedio alla mia balordaggine e le trovo. In quel momento però, fedele alla mia smania di verità e al mio puerile semplicismo,fui tanto sciocca da non saper rispondere nulla. Nessuno, fuor che le stelle e la luna di quella notte, seppe questo incredibile caso di distrazione, che rivelo oggi a' miei lettori, perdendo forse un poco nel concetto che essi potevano avere della mia intelligenza, ma rendendoli sicuri almeno della mia sincerità. Avevo parlato più di un'ora con una persona senza accorgermi che era un'altra!


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