V.

Il mio protagonista, levandosi di dosso quegli abiti da cinese, tornava quel che era, un simpatico giovinotto, se pure può dirsi giovinotto chi ha passata di anni parecchi la fatale trentina. La signora Laura lo guardò e i suoi occhi manifestarono una lieta maraviglia. E invero la cosa non poteva essere diversa, poichè l'avvocato Fenoglio, oltre all'avere un gentile aspetto, era innamorato cotto; e l'amore, come tutti sanno (e se qualcheduno nol sapesse, glielo dico io), abbellisce la gente, sia che conferisca più vivacità allo sguardo, sia che impallidisca le guancie, secondo che è lieto, o sfortunato per coloro che l'hanno nel cuore.

Quello di Roberto Fenoglio non potea dirsi ancora nè una cosa, nè l'altra; era fresco di un'ora, ma era nato vigoroso come Ercole, di cui narra la favola che, stando in cuna, strozzasse colle sue poderose manine i serpenti. Il desiderio di piacere a quella bellissima donna, il rispetto che sentiva per lei, sebbene l'avesse conosciuta in così strana maniera, la stranezza medesima del caso che metteva, sto per dire, un pizzico di sale su quel negozio, già di per sè saporito abbastanza, tutto ciò trasfigurava Roberto Fenoglio. Se non temessi di farmi dare dell'eretico, direi che quello era il suo Tabor, e che intorno alle tempie egli ci aveva un'aureola.

—Dunque, signora,—diss'egli accompagnando le parole con un grandissimo inchino,—poichè così volete, andiamo; io sono ai vostri comandi.

—Voi siete un gentil cavaliere!—rispose la signora Laura.—Andiamo dunque; mi sa mill'anni d'essere a casa mia.

—Questa sarebbe casa vostra, se voi voleste, o signora….

—Pazzo!—interruppe ella, e temperò la frase con un divino sorriso.—Di ciò mi parlerete più tardi….—

Così dicendo ella seguì Roberto Fenoglio nell'anticamera fino alla porta.

E qui avvenne un caso mirabile, strano, bizzarro, non mai più udito, nè visto; un caso che io potrei darvi ad indovinare alle cento, alle mille, alle diecimila, ma tanto e tanto non vi apporreste al vero; un caso che parrà inverosimile, e che infatti è inverosimile davvero, come è spesso inverosimile la verità.

Non vi è egli mai avvenuto, o lettori, di vedere un tramonto di sole, di notarne gli strani colori, i più strani effetti di luce, e dire tra voi che, se un pittore lo copiasse fedelmente, gli darebbero dell'esagerato? Non vi è egli mai occorso di udire un fatto, o non avete nella vostra storia particolare un caso tanto bislacco da farvi dire, quando ve ne ricordate, che se un romanziere lo raccontasse, non parrebbe vero a nessuno?

Orbene, uno di questi casi occorse per l'appunto ai miei due personaggi; uno di questi tramonti toccò alla mia narrazione, la quale non è un sole pur troppo!

Roberto avea posto la mano sulla chiave e faceva girar la stanghetta per aprire. In quel punto, proprio in quel punto, si udiva una forte scampanellata. Egli, sebbene quel suono improvviso gli urtasse maledettamente i nervi, non fu più in tempo a fermarsi. L'uscio si apriva sotto le sue mani, e un uomo si presentava nel vano. Questo uomo fu sollecito ad entrare, e la prima persona che egli ebbe a vedere (poichè Roberto, nello aprir l'uscio, si cansava per darle il passo) fu la bellissima Laura Moneglia.

Chi era costui? Perchè al veder quella donna e' dava uno sbalzo indietro, spalancando tanto d'occhi a guisa di spiritato?

Era Felicino Magnasco, che vedeva innanzi a sè la sua crudele cugina.

Fu un colpo di scena che io non vi starò a descrivere, e di certo non potrei se pur lo volessi. Il fatto, l'atto istantaneo, non si dipinge; lo scrittore non può mutarsi in fotografo.

Felicino Magnasco entrò coll'aria più impacciata che vi possiate immaginare, e ne aveva ben donde. Roberto Fenoglio non lo era meno di lui.

—Oh, buon giorno, Felicino!—esclamò egli, senza sapere che cosa si dicesse.—Che buon vento ti porta quassù? Come va la salute?

—Bene, grazie; e la tua?

—Optime, Felicino, optime; e che cosa mi frutta una tua visita così mattiniera?

—Ah sì!…—rispose l'altro.—È un'ora indebita… giungo in mal punto….

—Ma no, Felicino, ma no… figurati! un amico come sei tu giunge sempre gradito.

—Grazie da capo; ma lasciatemi raccapezzare…—soggiunse Magnasco.

—Sì, raccapezziamoci, vuoi sederti un tratto? Signora….—

La signora Laura intese com'egli le chiedesse licenza di fermarsi ancora qualche minuto, e fe' per tornare nel salotto.

—Oh, mi rincresce di recar fastidio….—ripigliò Felicino,—ma proprio non capisco… non ricordo più perchè io sia tornato quassù….—

E il povero Magnasco, cavato di tasca il fazzoletto, si andava asciugando il sudore che gli gocciolava in copia dalla fronte.

—Ecco…,—diss'egli, come furono nel salotto,—mi ricordo…. Appena ti ho lasciato, son corso verso casa…. Ma ho trovato degli amici sotto i portici del teatro Carlo Felice, che uscivano da cena…. Essi mi hanno trattenuto colle loro chiacchiere…. Poi, sono andato a casa… ma giunto a mezza scala, mi avvedo che ho dimenticata la chiave. Dove posso averla lasciata, se iersera l'avevo? Allora ho pensato che il mio pastrano l'avevo riposto nella tua anticamera, e che per conseguenza…. Ma permettimi, vo subito a vederci; di certo la è cascata in qualche cantuccio….—

E senza aspettar altro, Felicino Magnasco, che non aveva ancora alzati gli occhi verso la sua cugina, uscì a precipizio dal salotto.

—Or bene, che si fa?—chiese Roberto alla signora Laura.

—Che si fa?—rispose ella.—Raccontargli…. È il partito migliore.

—Oh no, signora, nemmeno per sogno!—disse Roberto.—Egli crederà che lo si voglia ingannare. Non c'è di peggio che la verità. E poi avete voi un gran tornaconto a scolparvi con lui? Già voi lo amate?

—Ma che! vi pare?

—Dunque….

—Dunque, ditegli ciò che vorrete.

—Ampia facoltà?…

—Pieni poteri.—

Era tempo che s'intendessero; Felicino tornava nel salotto.

—Ecco la chiave!—gridò egli, entrando col prezioso arnese tra le dita.—Essa era a terra, di costa al tavolino.

—Anch'io ho trovato la mia!—borbottò Roberto Fenoglio, guardando di sott'occhi madonna Laura.

Quindi, fattasi scorrere la palma della mano sulla fronte, come un uomo che ha presa una deliberazione, entrò a parlare in tal guisa.

—Felicino, amico mio, ti presento mia moglie!

—Tua moglie!—

Questo grido uscì dalla bocca di Felicino Magnasco, come il «tu quoque, Brute, fili mi?» dalla bocca di Cesare. In quel grido si distingueva la meraviglia, l'ironia, il rimprovero, e Dio sa quante altre cose ancora!

Roberto Fenoglio non s'era vantato oltre i suoi meriti, dicendo com'ei fosse nato per far l'oratore. Il discorso che gli venne fuori in quella difficilissima occasione, comunque spezzato dalle necessità del dialogo, lo ha collocato (nella mia stima, s'intende) all'altezza di Cicerone e di Demostene.

—Felicino,—diss'egli, con accento grave che dimandava altrettanta gravità dal suo uditore,—ricapitoliamo, e t'avvedrai di non poter darmi il torto.

—Ah, vedremo!—rispose Magnasco.

—Sicuro, vedremo, e da senno, non già per mo' d'ironia, come tu dici. E prima di tutto, che cosa sapevo io de' tuoi disegni matrimoniali con tua cugina? Innanzi che la signora Laura Moneglia diventasse la signora Laura Fenoglio, potevo io prevedere che un amico mio l'avrebbe un giorno chiesta in matrimonio? ed anco pensandolo in anticipazione, dovevo far io, era egli ragionevole di chiedermi il sovrumano sacrifizio di rinunziare alla sua mano… che è così bella? Tu non sarai così crudele da aver di cosiffatte pretensioni, Felicino mio, non è egli vero? Tu non vorrai inoltre negli amici tuoi, per atto di amicizia, il dono della profezia!

—No certo, io non pretendo tanto.

—Or bene? che colpa puoi tu fare a me, se ho sposato la tua leggiadra e nobilissima cugina… se un matrimonio clandestino….

—Ma, signore…—entrò a dir Laura con aria turbata.

—Or bene?—disse voltandosi a lei, Roberto Fenoglio.—E i pieni poteri?—E nell'accento, come nello sguardo di Roberto, c'era tanta malinconia, che madonna Laura si diè quasi per vinta, e ricadde colla sua bella testolina inerte sulla poltrona.

Roberto Fenoglio proseguì volgendosi all'amico Magnasco:

—Io te lo ripeto, che colpa ci ho? Stanotte tu mi cogli alla sprovveduta, mi tiri un colpo a bruciapelo, chiedendomi di renderti servizio presso la tua signora cugina…. Io casco dalle nuvole…. Non so risponderti… non so dirti, spiattellarti la verità… piglio tempo, per aspettare il tuo ritorno e raccontarti a mente serena ogni cosa… ma ecco, tu capiti cinque ore prima; mi trovi solo colla mia signora… che colpa ci ho io?

—Sta bene;—rispose Felicino, mettendo fuori le parole a stento,—ma tutto ciò non è molto chiaro. A qual pro un matrimonio clandestino?

—Ah, per cotesto ti assicuro, Felicino, che ci abbiam avute le nostre gran ragioni. Io te lo dirò poi…. se la mia signora consentirà.

—Felice, io vi giuro….—incominciò la signora Laura.

—Che se non fosse mia moglie,—proseguì prontamente Roberto, dandole sulla voce con molta accortezza,—tu non l'avresti colta in casa mia, sola, a notte inoltrata.

—Mi congratulo con gli sposi!—soggiunse Felicino colla sua aria imbronciata.—Ma ormai non ci sarà più ragione a nascondere il fatto, e tu farai pubblica la nuova delle tue contentezze.

—Sì, certo, domani stesso; le ragioni che ci hanno fatto tacere e dissimulare fin qui, son cessate; non è egli vero, Laura?

—Voi siete crudele!—mormorò la signora.

—Vi ho già detto,—soggiunse egli, curvando la persona verso di lei per parlarle a mezza voce,—che la verità non sarebbe stata creduta.

—Mi accorgo,—notò Felicino,—che ci avete delle tenerezze a dirvi, e me ne vado. Già non ho sonno, e andrò a fare una cavalcata. Hai veduto il mio baio, Fenoglio?

—Sì, un bell'animale; ma aspetta, usciamo anche noi.—

Il bel cuginetto diede una girata sui tacchi, e se ne andò ad ammirare un quadro appiccato all'opposta parete.

Madonna Laura, a sentirlo parlare come aveva fatto allora, fu costretta a pensare che il suo cugino non si pigliava po' poi grande rammarico della sua perdita.

Felicino era un uomo del suo secolo, o per dir meglio, del suo mezzo secolo. Il decimonono va diviso in due periodi; il primo è diJacopo Ortis; il secondo di…. manca il nome, perchè ancora manca il libro, ma i lettori capiscono.

Intanto Roberto conduceva la signora Laura verso la strombatura di una finestra.

—Signora, vi chiedo scusa, ma già ve lo avevo detto.

—Sì, sì, ho inteso; m'avete reso pan per focaccia.

—Accettate il mio pane?

—Ne parleremo più tardi.

—No; ora io debbo mutar registro con vostro cugino. La verità, detta adesso, senza ch'egli possa sospettare che si voglia mendicar pretesti con lui, può essere, deve essere creduta.

—Ma, signore….

—Signora….—

Dicendo questa parola, Roberto aveva le lagrime agli occhi. Laura se ne addiede, e gli stese affettuosamente la mano.

—Ah!—gridò egli balzando una spanna da terra.

—Che cosa c'è?—chiese Felicino, voltandosi indietro.

—C'è, Felicino mio, che la tua bella cugina non è altrimenti mia moglie.

—Come? che dici tu?

—Cioè…. mi correggo…. non lo è ancora, ma lo sarà tra breve. Perdonami, Felicino, ma la gioia mi soffoca. Io non conoscevo tua cugina. Un caso, nota, un mero caso l'ha condotta qua, questa notte, per l'uscio che tu, nell'andartene hai lasciato aperto….

—Ah, diamine!

—Sì, tutto ciò sarebbe troppo lungo a narrarsi ora, ma lo saprai per filo e per segno più tardi. Il fatto sta che un tessuto di bizzarre avventure ci ha condotto a questo punto, e che adesso, per la prima volta, la mia divina fidanzata mi ha sporto la mano.

—Adesso!—esclamò Felicino stupefatto.

—Adesso, mentre tu stavi guardando quella incisione del Morghen, che io ti regalo, se la ti va a genio.

—No, grazie; non saprei dove metterla.

—Come ti piace; ma dimmi, che ora fai?

—Che domanda balzana!

—Per carità, Felicino, te ne prego, che ora fai? Felicino guardò l'oriuolo.

—Le sei e un quarto!—diss'egli—sei rappattumato cogli orologi?

—Sì, Felicino mio; ne comprerò dieci, venti, trenta, ne riempirò tutte le camere, tutti i bugigattoli di casa; ma tutti segneranno le sei e un quarto, eternamente le sei e un quarto.

—Bravo!—soggiunse Magnasco, sforzandosi a sorridere e non venendo a capo che di fare una smorfia.—Così non ti seccheranno col lorotran tran.

—Certamente;tu dixisti! A proposito deltrantran, sai tu, Felicino, che m'hai fatto un vero regalo colla tua teoria dell'ignoto, del dio Caso e del ragionare coi piedi? Senza quel tuo discorso eminentemente filosofico, io sarei andato a letto, in cambio di starmene sdraiato su questo canapè ad aspettare l'ignoto. L'ignoto non sarebbe venuto senza quell'uscio che tu lasciasti aperto, e il dio Caso non avrebbe potuto rompere la monotonia dei miei giorni. Felicino, amico mio; una stretta di mano, e non aver rancore contro il tuo amico, se gli è stamane più felice di te. Ah, che cosa ne dici di questo?

—Grazioso, e me lo merito! Ma tu mi racconterai….

—Sì, tutto…. se la mia bella fidanzata lo consentirà.

—Perchè no?—soggiunse madonna Laura.—Qui non c'è nulla che non si possa raccontare. Ma andiamo, che già gli è giorno chiaro.

—Cugina,—disse Felicino Magnasco,—mi permettete di offrirvi il braccio? Il mio Roberto non ne sarà mica geloso?

—Oh, spero di no!—rispose ella, volgendo a Roberto una di quelle occhiate che solo le donne sanno dare, e nelle grandi occasioni.

Lettrici e lettori, qui la mia storia sarebbe finita; ma perchè non abbiate a dire che io vi ho piantati sul più bello, aggiungerò ancora poche note, a guisa di epilogo.

Ein primisvi dirò che, quaranta giorni appresso, Laura Moneglia, la leggiadra vedova (vedova di due mesi di matrimonio con un decrepito zio) andava a seconde nozze, anzi a prime, coll'avvocato Roberto Fenoglio.

La cerimonia fu fatta nella aristocratica chiesa della Maddalena. C'erano parecchi amici, e tra essi Felicino Magnasco, il quale aveva finalmente saputo tutti i particolari di quella notte bizzarra, e ancora non potea darsene pace.

Gli sposi, appena ebbero detto il dolcissimo sì, partirono alla volta della campagna. Non talentava loro di andare a Parigi, nè a Londra, nè cullare i primi giorni di amore tra la polvere delle strade maestre, l'ingombro delle valigie e la inevitabile filatessa prosaica delle mille necessità di viaggio, nè far confidente di susurrati discorsi leggiadri il cortinaggio ristucco di un letto di locanda.

Se ne andarono in quella vece ad una villeggiatura di Roberto, posta mirabilmente su di una collina, di rincontro al mare, graziosa palazzina di due piani, contornata di fiori, con due falde di vigneti e di boscaglie, i vigneti a solatìo, le boscaglie a bacìo. I primi tepori della primavera rinverdivano la natura, smaltando di gaie tinte il fondo del più bel quadro d'amore che mai potesse immaginare una mente d'artista.

Colassù non vedevano alcuno, nè d'alcuno avevano, o cercavano, notizia. Giungevano lettere e le lasciavano chiuse nella sopraccarta; i giornali s'affastellavano sui canterani, accanto alla parete, colla fascia intatta.

Come fu passato un mese di quella vita, si ricordarono un giorno che avevano promesso di tornare a Genova: ma se ne ricordarono per guardarsi in viso, ridendo, e dirsi a vicenda che amici e congiunti potevano aspettarli ancora un bel pezzo.

Insomma, ve l'ho a dire? non si mossero per tutta l'estate, e sarebbero anco rimasti fino a tardo autunno, se la signora Laura non avesse proprio dovuto andare in città, per certi apprestamenti che l'accorta lettrice indovina….

Il dì della partenza, scesero la collina a passi lenti…. Ella non era così leggiadra come il primo giorno che era salita lassù, e aveva bisogno d'un saldo appoggio al braccio di Roberto.

Ella e lui, si voltavano indietro ad ogni passo, per guardare il loro bel nido, che splendeva di rincontro al sole, e andavano ripetendo a vicenda: «Torneremo? torneremo questa primavera. Oh come ci parrà lungo il tempo!»

E tornarono; ci tornarono tutti gli anni seguenti, e ci torneranno quest'altro, innamorati come prima, circondati dalla più vispa, dalla più ricciuta e dalla più leggiadra famigliuola, che abbia mai potuto desiderare, nei suoi sogni di paternità, il vostro umilissimo servo.

End of Project Gutenberg's Una notte bizzarra, by Anton Giulio Barrili


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