CAPITOLO XI.

Empio colui, che non vorrà la destraQui riconoscer dell'Eccelso!MANZONI.

Il cielo è ingombro di nubi, l'aria fredda e la campagna spogliata.

Siamo nel mese di Novembre.

Una vettura uscendo da Porta Orientale si pone sulla strada che conduce a Melzo.

Vi stanno rinchiusi due uomini avvolti in ampi mantelli.

Chi li esamina attentamente comprende quanto sia diversa la loro disposizione d'animo.

Nei lineamenti del più attempato leggesi la calma e la serenità soave d'un uomo la cui coscienza gli vanta l'opera ch'egli corre a compiere.

Il più giovine invece è in preda ad un turbamento che tradisce di tanto in tanto con smorfie ridicole.

Sembra seduto sopra un letto di aculei che lo obblighino ad ogni istante contorcersi dolorosamente e mutar posizione.

Ora guarda i campi, ora il volto del compagno e con due occhi da spaventato.

Più d'una volta aprì la bocca per parlare ma la parola gli muore sulle labbra; finalmente si risolve, finge un accesso di tosse per richiamare l'attenzione dell'amico ed incomincia:

—Sicchè adunque, caro papà Gervaso, m'assicurate che dal canto mio non corro incontro ad alcundisastroassistendo in qualità di padrino al vostro duello. Mi capirete che quando si trova ne' miei panni non si può tanto leggermente lasciarsi travolgere in un affare, per esempio, di polizia ed insudiciare quellafame, che si è sempre cercato mantenere, dico… linda e pura d'ogni macchia. A dirvi il vero avreste fatto molto meglio in questa circostanza rivolgervi ad un'altro e lasciarmi in pace, che di duelli, di questioni d'onore e che so io, non me n'intendo assai. Ma ora quel che è fatto è fatto, sarò vostro padrino, purchè m'assicuriate che la polizia non ci ficchi il suo naso.

—State di buon animo Nicodemo, rispondeva papà Gervaso, che non sarete molestato per niente. È una cosa che si compirà fra noi e che nessuno dovrà penetrare.

—Tiro il fiato; quand'è così vi auguro buona fortuna.

—Grazie.

—Benedetto uomo, continuò Nicodemo dopo un'istante di silenzio, che vi è mai saltato in mente di tirarvi per i piedi un'enormezzadi questa fatta, un duello?

—Che volete, rispose Gervaso, il destino ha le sue leggi e non si possono infrangere.

—E questo duello dovrà essere…

—All'ultimo sangue.

—E lo dite con quella indifferenza! Ma qual ne fu il misterioso motivo?

—Una cosa da nulla.

—Ed il vostroanniversariochi è?

—Ma se non lo conosco neppur io!

—Diavolo, diavolo!—Nicodemo fremette non so se di freddo o di paura.

Dopo due ore di cammino la vettura girando di fianco Melzo veniva a fermarsi, circa a mezzo miglio dal paese, davanti ad un cancello di ferro che dava ingresso ad un giardino.

Nicodemo e papà Gervaso discesero.

Quest'ultimo diede una moneta al cocchiere che voltando i cavalli ritornò indietro di galoppo.

Intanto un uomo che sembra attendere in giardino spalanca il cancello ed invita i nuovi arrivati a seguirlo.

Egli prende il largo viale che conduce ad una casetta di geniale apparenza, che si eleva in mezzo ad un boschetto d'alti castani.

La casetta viene schivata ed i nostri personaggi si perdono un'istante nel bosco che diventa più folto dietro l'edificio.

Finalmente riescono sopra un piccolo sentiero che percorrono in tutta la sua lunghezza.

Camminano sempre verso il centro del giardino il quale sembra molto ampio.

Il sentiero mette in un prato cinto da folte quercie in cui Gervaso e Nicodemo trovano il conte Sampieri ed uno sconosciuto davanti ad un tavolo su cui posano due pistole a doppio tiro.

La guida scompare.

Il conte Sampieri muove incontro ai due amici e presenta loro lo sconosciuto pel proprio padrino; era il medico di Melzo.

Gervaso a sua volta presenta Nicodemo.

I due padrini si stringono la mano, e senza profferir parola si recano ad esaminare le armi.

Nicodemo che trema al solo vedere un'arma da fuoco, si rimette in tutto al medico, che presente i due avversari, carica le quattro canne.

—E questo duello sarà adunque assolutamente necessario? proruppe il medico con voce commossa; non vi sarà nessuna via ad un amichevole componimento?

—Nessuna, risposero insieme il conte e papà Gervaso.

—Almeno modifichiamone le condizioni; insistè il medico.

—Ebbi il diritto di proporle, disse secco il conte, e furono accettate.

Indi continuò rivolgendosi ai padrini:

—È un duello codesto che gravi circostanze ci obbligano a tener segreto. Nessuno al mondo deve conoscerne le conseguenze tranne voi, o signori, che impegnate la vostra parola d'onore a tacerle in qualunque tempo ed in qualunque circostanza. Chi soccomberà fra noi verrà seppellito nel cimitero di Melzo; egli sarà morto di malattia improvvisa, e voi medico ne farete fede. È un favore ch'io ed il signor Gervaso vi preghiamo a renderci, e non ce lo negherete. La causa di questa partita suprema è una seria questione di famiglia sulla quale non abbiamo potuto metterci d'accordo. Ora alle armi.

Il medico guardò un'ultima volta i due avversari, e vedendoli risolutamente decisi, distribuì loro le pistole.

Vennero prese le distanze, ed ognuno si mise al suo posto.

Il conte, quantunque sembrasse molto calmo, era d'un livido pallore; i capelli in disordine rivolti all'indietro scoprivano una fronte solcata dalle rughe e due occhi d'un'espressione quasi feroce.

Papà Gervaso era più tranquillo; la solennità del momento in luogo di commuoverlo pareva gl'infondesse un vigore insolito.

Gettata la gruccia stava ritto davanti all'avversario, lo sguardo animato da nobile fierezza.

I due padrini si collocarono a fianco del loro rappresentato; i lineamenti di Nicodemo erano quelli d'un uomo fatto ebete dalla paura.

Successe un'istante di silenzio; è quel lugubre silenzio che precede la tempesta.

Finalmente il medico diede il segnale dell'attacco ed i due nemici si mossero lentamente incontro.

Papà Gervaso fatti pochi passi spianò la pistola e la espose; l'eco ripetè il colpo terribile.

Una nube passò sulla fronte del conte Sampieri, ma continuò franco il suo cammino, lo sguardo sempre fisso nell'avversario.

Gervaso fece ancora alcuni passi e s'arrestò.

Oramai distava pochissimo dal conte, lo prese di mira, indi si udì un'altra detonazione, ampia, cupa come la prima.

I padrini chiusero inorriditi gli occhi; ma il conte era in piedi, le gambe però gli tremavano sotto, pose una mano sul ventre e camminò ancora muto, inesorabile nella sua marcia.

Arrivò vicino all'avversario e gli puntò la pistola alla gola.

Involontariamente Gervaso fremette, ma tenne fermo.

—Signor conte, in nome di Dio, volete assassinarlo! gridò il medico.

—Ho due palle nel ventre, rispose il conte con urlo feroce, posso adunque restituirgliene una.

Ma questo momento d'inazione fu fatale al conte; smarrì ad un tratto le forze fittizie che lo reggevano in piedi, vacillò e cadde lasciando partire il colpo.

Sbarrò gli occhi quasi per bearsi nell'ecatomba consumata, ma Gervaso era ancora al suo posto, che gli fissava in volto uno sguardo più di compassione che di rancore.

La palla sviata erasi perduta nel grosso tronco d'un albero.

—Dio non ha voluto, mormorò il conte.

In questo, mentre un uomo slanciasi correndo dal folto degli alberi e con lena affannata viene a gettarsi sul corpo del caduto.

È Flavio Sampieri.

—Padre mio, grida il giovine soffocato dall'angoscia e gli solleva il volto sul quale stanno già scolpite le impronte della morte.

Il conte sembra riconoscerlo e la sua bocca si atteggia ad un pallido sorriso.

—Troppo tardi! prorompe il giovine colle lagrime agli occhi; oh, è orribile!

Lo sguardo di Flavio si ferma su Gervaso; le lagrime in allora gli si inaridiscono sulle ciglia, un'espressione di dolorosa sorpresa gli si diffonde sul volto.

Tende il dito verso Gervaso ed esclama con voce straziante:

—Voi! Voi che assassinaste mio padre! Ed io vi amava! Oh, ma se anche il cuore c'inganna di chi mai fidarsi a questo mondo?

Il vecchio rimane muto, immobile, il corpo curvo sotto il peso d'una potente commozione.

Il conte fa uno sforzo ed aiutato da Flavio si sorregge un'istante sul corpo; fissa nel giovine uno sguardo affettuoso e con voce semispenta così gli parla:

—Perdona a quell'uomo Flavio… egli ha ucciso un miserabile che tu non puoi chiamare tuo padre… no tu non lo puoi.

—Delira! mormora Flavio.

—Io ti favello nel mio miglior senno, prosegue il moribondo, ed è sulla soglia dell'eternità che ti supplico d'ascoltarmi. Tuo padre, il vero conte Renato Sampieri morì in esilio colla madre tua. Arso dalla sete dell'ambizione e d'un'avida brama di ricchezze, io m'impossessai delle carte di famiglia e mi feci credere pel conte defunto… tu eri troppo bambino per avvederti dell'inganno… Quell'uomo è tuo zio, Alberto Sampieri; colui che nel 1778 pel disgraziato duello avuto in Magenta con un ufficiale tedesco fu causa forse innocente delle sciagure de' tuoi parenti. Perdona a lui che deve avere molto sofferto…

E più non può dire.

Gli occhi gli si fanno di vetro, stringe la mano di Flavio in una stretta convulsa, rovescia il capo indietro ed esala l'ultimo sospiro.

Impossibile descrivere l'impressione che fecero su Flavio le parole del moribondo.

Colui ch'egli avea sempre amato con quel sacro rispetto che si professa all'autore de' propri giorni, dover adesso riconoscere per un'insensato che si era fatto giuoco dei suoi affetti!

Si sentì colpito direttamente al cuore.

Fu lì per chiamarlo infame ed avvelenargli col veleno del disprezzo la sua ultima ora, se non che gli ritornavano in mente le cure pressochè paterne prodigate alla sua infanzia e quel ricordo valeva a domargli l'immensa ira che gli tumultuava in petto.

Fintanto che Flavio si trovò nelle braccia un freddo cadavere.

Lo compose in allora dolcemente sull'erba e si alzò.

I padrini e Gervaso udirono la confessione del sedicente conte.

Nicodemo parve il più meravigliato di tutti; con una mano premevasi la fronte quasi per costringere la memoria a sovvenirgli un fatto del quale non gli restava che una vaga rimembranza.

—È strano, ripeteva ad ogni istante, quei particolari io li conosco.

Intanto Flavio e Gervaso si fissarono un momento con espressione dolce, serena, affettuosa.

Si mossero incerti ma d'accordo un passo incontro, ed infine non potendo più oltre resistere a quella naturale simpatia che s'inspiravano reciprocamente, si gettarono ambedue le braccia al collo.

—Zio mio!

—Mio nipote!

Ed i loro occhi versavano lagrime di tenerezza.

In questo punto Nicodemo mandò un grido di gioja.

—Ah ci sono, ci sono, proruppe il buon uomo saltellando come un fanciullo attorno a Gervaso. Ma se lo dico io, ho una memoria che fa concorrenza a quella d'un creditore!

L'attenzione di tutti si fermò su Nicodemo.

—Sentite Gervaso, continuò, veramente dovrei incominciare a chiamarvi signor conte, ma per ora permettete, sto forse per rendervi un'immenso servigio e la gioja mi confonde le facoltà mentali. Sentitemi adunque e rispondete sinceramente, come lo fareste col vostro confessore, non ve ne pentirete certo. Vi ricordate ancora in qual giorno preciso successe quel duello nell'anno 1778?

—Fu un venerdì del mese di Giugno. È una data fatale ch'io non ho mai dimenticata.

—Benissimo, proruppe Nicodemo, fin qui siamo d'accordo. E l'ora, dite, ve la rammentate?

—Alle otto circa del mattino.

—Di bene in meglio. E la località precisa?

—Nel boschetto di fronte alla porticina segreta del castello Sampieri in Magenta.

Gervaso cadde in profonda meditazione.

—Ebbene, proseguì Nicodemo, non c'è d'attristarsi, quel duello vi fu fatale, è vero, ma io vi porto una splendida, dico… riabilitazione.

—Spiegatevi!

—Ecco: io sono oriundo di Magenta, ho là i miei antenati. Diciott'anni or sono precisamente in un venerdì di Giugno io me n'andava ad assistere, dico… a certi lavori che si facevano su' miei fondi e rasentando il castello Sampieri attraversava il boschetto di tigli. Allorquando scorgo un ufficiale tedesco disteso al suolo in un lago di sangue. Fremo inorridito e mi dispongo a ritornare indietro onde avvertire la autorità del paese, ma qual fu la mia meraviglia nel scorgere una carta fra le dita contratte del cadavere. Credendo ch'essa potesse darmi dei ragguagli intorno a quell'avvenimento mi armo di coraggio, che a dir vero non mi abbandona mai nei momenti solenni, mi chino sull'ufficiale e non senza un certo ribrezzo gli tolgo la carta delle mani. Vi stavano vergate poche parole in carattere rosso; sembravano scritte col sangue. Compresi che quel fogliosarebbe stato un giorno utilissimo a voi, quantunque non vi conoscessi ancora, e l'ho conservato.

—Le parole, la parole! chiede Gervaso con ansia indicibile.

—Sono queste testualmente:Alberto Sampieri battutosi meco in duello si è comportato da leale gentiluomo. E sotto una firma che quella poi non ho saputo leggere.

—È la provvidenza che fa cadere nelle vostre mani quel prezioso documento! disse Flavio a Gervaso reso attonito dalla sorpresa.

—Scusate signore, osservò Nicodemo, non è la provvidenza, sono io che in riguardo alla intensa amicizia che da tanti anni mi lega con nodo dolcissimo al…

—Non bisogna perder tempo zio mio, interruppe Flavio, è necessario presentarsi subito ai tribunali e giacchè ne avete il diritto invocare un processo che vi restituisca l'onore così ingiustamente rapito. Ora che so di non aver più padre, ch'io possa almeno trovare in voi mio unico parente quel tesoro di gioje che sono gli affetti domestici.

Gervaso gli stese cordialmente la mano.

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Il giorno dopo tutti i giornali di Milano narravano come una sincope avesse freddato il conte Renato Sampieri nella sua villa di Melzo.

… L'impetuosa Burrasca s'è calmata; brilla un raggio di luce verso l'occidente, ne più il folgore balena al disopra dei monti. Il cupo fragore dell'uragano più non mugge che in lontananza; all'orizzonte, dalla parte d'oriente, le nubi s'ammonticchiano e omai l'azzurro dei giorni sereni è ricomparso. Visconte D'ARLINCOURT.

Portiamoci adesso nello stanzino dei nostri portinaj e gioiremo d'una scena edificante di pace e d'amore.

Vi stanno raccolti Maddalena, Erminia e Flavio; i due amanti siedono molto vicini ed il loro viso esprime una gioja calma, sincera, innocente.

Maddalena è posta un po' in disparte; finge occuparsi in un lavoro d'ago, ma i suoi occhi sono fissi in volto alla figliuola e gode la povera madre contemplando quelle guancie su cui sembrano ritornate le rose della salute.

Flavio cerca con una mano la mano della giovinetta che glie l'abbandona con gaudio trepidante; le loro vergini anime sossultano d'amore.

—Tu sarai mia, le mormora Flavio, oh la bella vita a te daccanto!

—Non è un sogno codesto?

—No, è la più ridente realtà. Oramai nulla più m'impedisce d'amarti.

—Flavio!

—Voglio averti sempre al mio fianco, vivere con te… di te, per te!Oh, io t'amo come nessuno mai ha amato quaggiù.

—Ho tanto sofferto!

E la fanciulla fissava in volto al giovine uno sguardo mesto, affettuoso, affascinante.

Flavio attratto dal magnetismo di quello sguardo si chinò lentamente su di lei e stava per deporle un bacio sulla fronte purissima, se non che Maddalena, che non perdeva d'occhio gl'innamorati proruppe in un studiato accesso di tosse.

Flavio si ricompose.

Vi fu un'istante di silenzio ma i due giovani avevano troppe cose a dirsi per lasciar scorrere inutilmente il loro tempo.

—Come sei bella Erminia, ricominciò Flavio divorandola cogli occhi; sei sempre la vereconda ch'io vidi per la prima volta a Monza sotto l'abito modesto di collegiale.

—Mi ricordo anch'io di quel bel giorno; tu mi seguisti in Chiesa.

—Un tuo sguardo bastò per affascinarmi, ti vidi Erminia e t'amai. Oh, io non potrei ridirti quello che ho provato in allora a te vicino nel raccoglimento santo del Tempio! Io non potrei ridirti i palpiti del cuore, la commozione soave, l'estasi ineffabile ond'io mi sentiva rapito contemplandoti bella di tua celestiale bellezza, divotamente leggendo un libriccino di preghiere! Era un primo amore, chi può descriverne le sublime dolcezze?

—In quel giorno tentai inutilmente di rivolgermi al Signore. Tu eri sempre là davanti a' miei occhi, li chiudeva gli occhi, ma ti vedeva lo stesso.

—Platone comprese un mistero divino quando affermò le anime destinate ad amarsi ricevere prima di nascere in Cielo l'impronta della creatura diletta. Noi ci ameremo sempre e d'un amore immenso…

—Oh sì, immenso; ripeteva la fanciulla rapita in una dolce esaltazione.

—Eterno… continuava Flavio.

—Eterno.

—Correremo indissolubilmente uniti e felici l'azzurro sentiero della vita.

—Uniti e felici!

E la tenera Erminia frenava in volto a Flavio i suoi grand'occhi azzurri sfolgoranti d'amore e questi non potendo resistere alla piena d'affetti che gli tumultuava in cuore tentò una seconda volta di rapirle un bacio.

Se non che Maddalena dava sfogo ad un altro accesso di tosse che valse ad arrestare negli amanti un'espansione un po' troppo precoce.

La portinaja per non vedersi costretta a tossire una terza volta si portò più vicina ai due giovani, gioiendo però in cuor suo di quella reciproca simpatia che premetteva tanti bei risultati. E disse:

—Non vi pare figliuoli miei che si facciano aspettare?

—Chi? domandarono ad una voce Flavio ed Erminia.

—Oh bella, ma papà Gervaso, ma mio marito, ma tutti; vi dimenticate che quest'oggi è l'ultima seduta del tribunale? che quest'oggi deve sortire la sentenza? Ma signor Flavio si tratta di suo zio.

—Lo so, lo so; rispose Flavio arrossendo suo malgrado. Sono tre giorni che le autorità si occupano di mio zio, la sua innocenza sembra ormai provata mediante quell'autografo che ci ha inviato il cielo, la sentenza non può essergli sfavorevole, sarà riabilitato, sono diciott'anni che soffre, povero zio.

—È vero, mormorò Maddalena rispondendo a lontane e dolorose reminescenze, s'egli ha commesso un fallo lo ha pur anche crudelmente espiato.

—Tutta Milano vedrà che l'assassinio sotto la cui accusa visse per tanto tempo non fu altro che un leale duello al quale non poteva sottrarsi senza commettere una viltà.

Maddalena trasse un sospiro.

—Egli fu villanamente insultato, continuò Flavio. Quello però che mi ha molto sorpreso fu l'abilità di mio zio ad esonerarsi dal riferire la causa che spinse l'ufficiale tedesco a quella provocazione.

—Oh la causa! la causa! mormorava la portinaja guardando sua figlia con uno sguardo melanconico.

Succede un momento di silenzio durante il quale si ode una carrozza fermarsi davanti alla casa.

Maddalena corre alla porta, ma questa si spalanca e lascia entrareNicodemo, Bastiano e papà Gervaso.

La gioia sfolgora in volto a tutti ed è Bastiano il primo che la lascia irrompere.

—Vittoria, vittoria,—si mette a gridare con quanta voce ha in gola—ampia soddisfazione, gran metamorfosi; papà Gervaso è diventato il conte Sampieri…

—Sicuro, granmetaformosi, interruppe Nicodemo scartando con una mano il portinajo e facendosi gravemente innanzi. Figliuoli miei, come il bruco ai raggi del sole diventa farfalla, così in quest'oggi papà Gervaso al tribunale divenne…

—Presto Maddalena, ajutami a portar fuori il mio banchetto, al diavolo queste ciabatte, spazza via tutta sta roba che sa di pece, ma ti pare che si possa ricevere così un conte, un milionario?

Il buon uomo s'affaccendava davvero a porre in assetto la camera.

—Zio mio, devo credere? domandò Flavio stendendo la mano a papàGervaso.

—Tutto, tutto, rispose il vecchio abbracciando suo nipote. Mi restituirono l'onore ed i miei beni, ho finito di soffrire… mio Dio vi ringrazio!

—To', To', ma il signor conte soffriva forse quand'era con noi? chiede scherzando Bastiano.

—Che bestia, non aveva forse la sua gamba inferma? osservò Nicodemo sul serio.

—Ah, è vero, proseguì il portinajo, demonio d'una gamba!

—È un ricordo del mio esilio, rispettatelo; disse Gervaso.

—Povero zio, dover subire una lunga condanna e non meritarla!

—Fu volere di Dio, e Dio è giusto.

Papà Gervaso lanciò di nascosto una mesta occhiata a Maddalena che chinando la testa parve comprenderne il significato.

—Oh se sapeste, continuò il vecchio, quanto è amara la vita dell'esilio! Abbandonare la patria, i parenti, gli amici, per vivere ramingo in suolo straniero fra gente straniera! Nessuno ha un sorriso, una parola amica pel povero esiliato, la natura stessa è muta e triste a suoi sguardi. Invano egli cerca una città che gli rammenti quella che lo vide nascere; invano un villaggio che gli ricordi i bei giorni passati nelle pure esultanze della campagna. Tu incontri dappertutto e monti e laghi e pianure, ma non trovi la collinetta aprica su cui solevi ne' tuoi anni felici respirare la fresca brezza della mane, assistere allo spettacolo stupendo del sole nascente. Non trovi la pianura che ricordi la tua infanzia, allorquando nella purezza d'un candido cuore t'abbandonavi senza cure a' tuoi giuochi innocenti. Non l'azzurro lago che l'accolse commosso nel leggiero canotto…

«Lasciai l'Italia e corsi la Svizzera. Mi seguiva dovunque la maledizione degli uomini e m'era compagna la miseria. Quante volte stanco e spossato ne' miei viaggi senza scopo su quelle infinite multiformi montagne ho battuto alla porta del montanaro chiedendo in elemosina un tozzo di pane ed un giaciglio per la notte. Ed il montanaro mi guardava dubbioso e più per paura che per compassione mi gettava il pane e mi mostrava della paglia.

«Dalla Svizzera passai in Spagna. La natura fu prodiga in quel paese de' suoi immensi tesori; ha dato un cielo sempre azzurro, un sole ardente, una terra feconda, eppure io mirava la natura senza che l'anima dentro mi tremasse… Non era il cielo, il sole, la terra della mia patria. Credetti trovare in quel clima dolcissimo degli uomini più dolci, ma l'esule incontra sempre sventura.

«Finalmente seppi come in Francia si stesse componendo un esercito che capeggiato da Napoleone doveva scendere in Italia. Si trattava di muover guerra all'Austria che per tanti anni teneva avvinta la patria nelle catene del più duro servaggio. Mi sentii ribollire nelle vene il sangue italiano ed accendermi indomito desiderio di prestare il mio braccio al riscatto dei fratelli. La santità della causa mi ritornò il coraggio e le forze. Mossi verso la Francia e non camminava più curvo sotto l'avvilimento e la vergogna, ma la fronte alta, fiero di me stesso e del nobile pensiero che guidava i miei passi. Vestii la divisa del soldato, con qual gioia! Essa mi riabilitava a' miei occhi.

«Arrivò il sospirato giorno della partenza; erano trentamila uomini che raggianti di gioventù e di entusiasmo movevano baldi alla vittoria. Valicammo le Alpi e ci battemmo a Monte Legino, a Montenotte, a Millesimo, a Dego. Nulla poteva resistere al valore dei francesi, le loro armi erano invincibili. I popoli redenti ci accolsero con gaudio e noi ci spingemmo in pochi giorni fin sotto Lodi. Quì fu data ancora battaglia ed ostinata e sanguinosa più che mai. Ci abbisognò lottare contro forze di molto superiori alle nostre, ma alla deficienza del numero suppliva l'eroismo e la vittoria non tardò a sorriderci. Coperto di sudore e di polvere ma gagliardo sempre di forze e di slancio io era fra i primi all'assalto, ma la fortuna cessò d'essermi amica. Una palla mi colpì al ginocchio e vinto dallo spasimo caddi privo di sensi.

«Allorquando rinvenni mi trovai all'ospedale di Lodi ove rimasi molto tempo prima di poter ricuperare la salute. Mi alzai dal letto ma la mia gamba si sovveniva ancora della crudele ferita; presi una gruccia e non m'abbandonò più mai. Ebbi però una gioia in questo frattempo, una gioia ineffabile cui pochi è dato di godere; fu di vedermi fregiato della medaglia dei forti. La Repubblica testimoniava il mio valore.

«Libero di me stesso, sciolto dal servizio militare, mi strascinai a stento infino a Milano ove esaurite le mie poche risorse. Dovetti ricorrere ancora alla pubblica carità; come mi augurava d'esser morto sul campo! Ma un giorno una mano benefica si stese verso di me e fui accolto in questa casa, ove trovai per più anni pace, lavoro ed affetti.

«Amici, quì nelle mie braccia, è giunta l'ora della ricompensa, l'ora in cui la virtù dev'essere giustamente premiata.»

E Papà Gervaso stringeva in un affettuoso amplesso Bastiano eMaddalena.

—Io sono ricco, proseguì Gervaso, immensamente ricco, ebbene voi dividerete con me le mie agiatezze siccome ho diviso finora il vostro pane. Flavio sposerà Erminia che io adotto da questo istante…

Un grido di gioia partì dai due innamorati che si gettarono pieni di riconoscenza al collo del buon vecchio.

Bastiano e Maddalena fatti ebeti dalla sorpresa rimasero immobili cogli occhi spalancati e la bocca semiaperta.

—Io venderò la mia casa in Milano ed il castello di Magenta che mi richiamano troppo tristi rimembranze e compererò invece una vasta possessione che si trova in vendita in un punto amenissimo della nostra Brianza. Voglio vivere colà il restante della vita nella cara compagnia de' miei buoni amici. Non è vero Bastiano, non è vero Maddalena, che non abbandonerete il povero vecchio mentre ha così tanto bisogno di obbliare i suoi dolori?

—Che? abitare con voi in un bel palazzo ed in campagna?… oh fate da burla, voi scherzate…

—No, Bastiano, è sul serio ch'io parlo. Voi e vostra moglie troverete presso di me quegli agi e quella pace che vi siete meritati.

—Maddalena, Maddalena, gridava il portinajo, ma senti? di su qualche cosa, parla tu… io, accetterei volentieri io, ma ho paura… ho paura d'abusare di tanta bontà.

—Infatti signor conte… mormorò Maddalena imbarazzata…

—Ma che signor conte! per voi sono sempre papà Gervaso il vostro migliore amico. Orsù adunque, la cosa è combinata, noi partiremo fra pochi giorni. Che diamine, aver una figlia contessa ed abitare un tugurio!

—Mia figlia contessa! oh Dio, Dio, questo è un sogno! esclamavaBastiano.

—Erminia, tu sarai felice; prorompeva Maddalena abbracciandola.

—Amala Flavio, proseguì Gervaso—e ti serbi il santo orgoglio di non costarle mai una lagrima sola.

—Oh, zio mio ve lo giuro, ella sarà sempre la mia più dolce cura.

—Nobile cuore! mormorava la giovinetta.

Ed i due giovani si diedero il bacio di fidanzati.

—Voi resterete in città nel vostro bel palazzo, continuò Gervaso, la capitale conviene di più a due sposi novelli.

—Abbandonarvi mio zio!

Flavio lanciò un'occhiata ad Erminia; era una domanda e la fanciulla vi rispose con un sorriso.

—No, no, proruppe allora il giovine, noi faremo una famiglia sola; lungi dai rumori assordanti della capitale noi troveremo la vera felicità nel tranquillo seno della natura.

—Tu hai una moglie giovine e bella, disse Gervaso, può darsi che preferisca le passeggiate lungo il corso a quelle in mezzo ai campi, che preferisca i teatri isalons, le feste da ballo alle lunghe sere passate accanto al fuoco raccontando storielle.

—Io sarò vicina a' miei parenti ed a voi, disse Erminia fissando il vecchio con affetto, dove volete adunque ch'io trovi un soggiorno più aggradevole.

—Ebbene sia pure come volete.

—Oh Erminia, t'avrò ancora con me! proruppe Maddalena trasportata dalla gioja.

—Voi altri non crederete, esclamò Bastiano, ma io continuo a fregarmi gli occhi, che temo sempre di sognare.

—E voi signor Nicodemo cosa fate lì in piedi, muto, immobile come una statua? disse Gervaso portandosi vicino al maggiordomo.

—Cosa faccio? contemplo tanti volti raggianti, dico… di beatitudine e mi delizio solingo al bel panorama.

—Noi partiamo, non vi rincresce restar qui solo?

—Sicuro che mi rincresce, anzi ne ho il cuore ulcerato, ma siccome non posso seguirvi così ho deciso di rimanere.

—Sentite, continuò Gervaso, mi abbisognerebbe un fedel intendente che prendesse cura de' miei affari, che io avrò tutt'altro per la testa; volete voi occupare un tal posto? Avrete alloggio e tavola con noi, più il doppio dello stipendio che percepite adesso dal vostro padrone.

—Dite davvero? Ed io diventerò l'intendente di casa Sampieri? Oh se accetto, e con inaudita riconoscenza!

—Bravo Nicodemo.

—Amici sono ancora con voi! gridava il maggiordomo abbracciando con ingenuo trasporto i portinaj.

—Ma è una diserzione in massa adunque che facciamo! osservò scherzando Gervaso.

—È vero, soggiunse Bastiano, ci mancherebbe l'Aquilaeppoi ci siamo tutti.

—Pregheremo il nostro intendente a non farcene rammaricare la lontananza.

—Lasciate fare a me, dedicherò alla cantina le più sapienti cure. Ma un momento… oh Dio, mi scordavo!

Ed il maggiordomo assumevasi un'aria di comica serietà.

—Cosa c'è? gli chiese Gervaso.

—Ecco; lei signor conte papà Gervaso non sa ancora Com'io sia legato da verbali antecedenti con Marta la cameriera in punto ad una promessa di matrimonio. Ho impegnato la mia parola e capirà bene un galantuomo non può mancarvi. Epperò dico… se lei mi permettesse…

—Capisco, di menarvela dietro!

—Appunto, ma in qualità di mia moglie.

—Eppure una volta avete avuto il coraggio di anteporle un'altra. EGervaso indicava coll'occhio Erminia.

—Zitto, zitto per carità, non rammenti certe cose che amo meglio porre in obblio.

—Sposate pure la vostra Marta, briccone e fatela contenta.

—Oh grazie! Corro subito a premunirla dell'inaspettata fortuna.

Gervaso approfittando d'un momento in cui tutti fattisi intorno a Nicodemo si congratulavano pel suo matrimonio, s'avvicinò a Maddalena e prendendole dolcemente la mano le disse in tuono di mesta compunzione.

—Maddalena, io ebbi un giorno dei gravi torti verso di voi; mi avete perdonato?

—Riconosceste nostra figlia, rispose la buona donna arrossendo; io vi perdono.

Pochi giorni dopo la nuova famiglia partiva per Merate dove li aspettava una bella casetta ed amene possessioni.

Flavio ed Erminia celebrate le nozze vissero sempre in un esemplare accordo.

Ebbero dei figli che furono tutto il loro amore e la delizia delNonno, come Gervaso voleva essere chiamato dai nipotini.

Maddalena ritornò all'antico buon umore, al suo carattere schietto e qualche volta un tantino bisbetico.

Bastiano ajutava Nicodemo nell'amministrazione dei beni, occupandosi preferibilmente di ciò che riguardasse la cantina.

Marta sposò l'intendente e dopo due anni di speranze gli regalò un bel ragazzo che sfortunatamente fu l'ultimo.

Mai la più leggera nube venne a turbare la bella armonia che regnò sempre in quella famiglia.


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