IL FINALE DI UN DRAMMA.

IL FINALE DI UN DRAMMA.

Una volta che stavo da un mese in val d'AostaPer finirvi un mio dramma, giunto all'ultima scenaMi trovai colla mente così gaia e dispostaAl comico, che nulla potea mettermi in venaDi tristezza. L'eroe, inghiottito il veleno,Non voleva saperne di morire o morivaCome fanno i brillanti da farsa, e nondimenoBisognava ammazzarlo. Bellotti m'inseguivaCon lettere, e il cartello tenea le cantonate.Disperavo d'uscirne allorchè mi sovvenneDi un luogo triste ed arido chiuso fra desolatePareti di macigno, deserto, da perenneOmbra oscurato, e solo di cinque ore discosto.Risolvetti d'andarci; era il tocco e fui tostoIn cammino. In quel luogo sorge un vecchio castelloDi tristissimo nome; io che vesto l'orpelloRomantico, e che metto in scena il Medio Evo,Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevoCerto trovare il bandolo della tragica azione.La strada che vi mette segue un buio vallone,Traversa due villaggi, si biforca, a dirittaSale al castello, e a manca giunge per una fittaAbetaia al maggiore borgo della vallataDov'è un ottimo albergo dovuto alla passataDi un gran valico alpino.Era il fine d'aprile;Sui castani brillava la gialliccia e sottileVerdura delle foglie nuove, correan sui pratiDei brividi cangianti, i noci eran gemmatiDi cartocci rigonfi, lucentissimi e neri.I monti per le forre, pei seni, pei sentieriEran tutti rigagnoli, le erbe del pendìoSudavan luccicando e un vivo chiacchierìoD'acque empiva la valle d'indistinte parole.In alto le ghiacciaie crogiolavano al soleMolli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma.Immaginate voi se pensavo al mio drammaPiù che alla quadratura del circolo, se avevoMente al vecchio ciarpame del vecchio Medio EvoIn tanta giovinezza di cose! Appena appenaMi tornasse un lontano ricordo della scenaLo discacciavo tosto, infastidito, armatoDei codardi sofismi dell'uom pigro e beato.Al secondo villaggio la via corre da cantoIl basso muricciolo che cinge il camposanto.Un uom stava scavandovi la breve fosserellaCapace appena appena d'un bimbo alla mammella.Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlareDa filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare,Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che maleÈ morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale;Se n'andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Maperchè tanta fretta? — Domani c'è mercatoAl borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell'ore. — Buonasera, compare. — Buona sera, signore.Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente.Oh poveri parenti e povero innocenteBambino, eccolo aperto il letto che non muta,Io l'ho vista la terra ferace ed imbevutaDei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami.Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi gramiResti. La cuna è ancora calda, il dolce malatoVolge ancor gli occhi in giro..., ma domani è mercato:La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca.Bastaron quelle poche parole e quella pocaTerra smossa per mettermi in più gravi pensieri.E poi su dalle cime spuntavano dei neriNuvoli. Per la valle corse il vento gelatoE fu un ciel di burrasca. La via traversa un pratoTorboso, indi s'inerpica per un colle cosparsoDi gran massi grigiastri dove, pigri, sull'arsoTerreno crescon rovi e ginepri e s'affilaQualche gracile abete. — Sulla vetta, una filaDi catapecchie logore sonnecchia intirizzita,Le finestre sbarrate non dan segno di vita.Non v'han donne sugli usci, e non bimbi fra l'erba;Intorno la montagna leva, ostilmente acerba,Lisci scoscendimenti del colore del rame,E sui dirupi, e dentro le gole e sulle gramePiante passava il vento sibilando. La seraCala presto fra i monti; quel giorno la buferaL'anticipava. Il vecchio castello era vicino,Ma non mi dava l'animo d'andarci; quel bambinoMalato mi teneva la mente; ne vedevoLe labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievoOssuto delle guancie scarne, e il fronte sudato.Pensavo le accoglienze festose al neonatoE le prime poppate colla famiglia in giroEstatica al miracolo. Che tristezza il respiroFaticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasceL'uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasceIn poche ore. Solo quella fossa mi davaPaura. — Se tornassi, se spianassi la cavaTerra? — Me ne pigliavano dei desiderii acutiChe poi volgevo in ridere. Intanto eran cadutiI rabbuffi del vento ed una calma greveStagnava nella valle; poi cominciò la neveA barellare intorno lenta e fine. In GennaioLa neve è allegra, cova le semenze, dà il saioAlla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva,Mette i fiocchi maligni sopra la piaga vivaD'onde le viti piangono ed il pesco s'ingomma,Copre le nuove gemme colla gelida grommaChe le brucia, assalisce gl'insetti a tradimento,Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormentoInatteso le gracili erbe piegan la testa.La strada ora correva per entro la forestaD'abeti. I rami scuri si schiarivano in cimaPer le messe di un verde tenero; come primaIl fiocco le toccava, si spegneva squagliatoDall'umido calore, ma il ramo contristatoNon durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciuttiVi facevan cuscino.M'eran passati tuttiI grilli di poeta drammatico e perfinoIl pensier della fossa aperta e del bambino.M'ero lasciato dietro il castello, e per veroNell'umor nero c'ero, v'assicuro che c'ero.Non sentivo altra voce che di freddo e di fame.Come piacque al Signore, la puzza di letameChe annunzia i borghi alpini mi avvertì ch'ero giunto.L'albergo biancheggiava luminoso nel puntoPiù elevato del borgo, e fui tosto in cortile.Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottileFil di fumo un odore d'incenso e il mormorioDi sommesse preghiere. Strano! Dove son ioCapitato? Son questi gl'inni dei bevitori?Che mai cuoce al fornello che ne esalano odoriDi Chiesa? Dov'è l'oste? E la serva? — Un vicinoGrugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino!Immaginate un mostro alto tre palmi, chiusoIl collo dentro un sacco di lanaccia, ed un musoAnzi un grifo, anzi un grugno orribile, la boccaVi s'allaccia alle orecchie, dissotto il labbro toccaIl mento imberbe, e sopra va rimondando un nasoPiatto e largo. Quel poco di mento che è rimasoVisibile è sorretto da tre gozzi imperiosiE potenti, tre gozzi da gigante, tre cosiAutonomi e fioriti, con il cuoio rigatoDi venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiatoRibolle e raspa. Il mostro mi guardava contentoDimenando la testa ed il busto con lentoMoto uguale e gracchiando una grassa risata.Fissava scioccamente la porta spalancataOnde usciva l'incenso, poi giungeva le maniIn grave atto compunto.Il viso e gli atti strani,L'ora, la solitudine, il tempo, la stanchezzaCombinavano a mettermi in una svogliatezzaDolorosa. Infilai l'uscio e entrai nella stalla.Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce giallaDi una lucerna oravano; in mezzo allo strameGiacea morta una vecchia, magra come la fame.Uscii correndo, in corte il cretino seguivaA dondolarsi, presi per la scala; una vivaPaura mi serrava la gola; oh finalmente!Ecco l'oste, un ometto panciuto e sorridente.E che liete accoglienze, che saluto festoso! —Benvenuto, signore, salga presto al riposoAlla vampa del fuoco, è freddo intorno, dateUn bricco di vin caldo. Desina? Due patateFritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. —S'inchinava e rideva con una parlantinaSciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signoreHa visto? — Nei suoi occhi guizzò come un baglioreDi dispetto, e la faccia si fe' scura e l'accentoLamentoso. — È mia madre; è morta in un momento,Senza male. Che angoscia, signore! Le daremoLa stanza più lontana, là nell'angolo estremoDella casa; la povera mia madre! Aspetto il preteChe la venga a pigliare. — Portate vino, ho seteE spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaroE freddo. Quella morta gli rubava il danaroDell'alloggio e del pranzo.Bevuto appena il vino,Così solo com'ero mi riposi in camminoPel ritorno. La notte era scesa; le formeE i colori sparivano e la montagna enormeMettea nel cielo nero una riga più nera.La neve di poc'anzi s'era fatta bufera.Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia.Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia.Nei ristagni del vento sentivo a quando a quandoCome il cader d'un peso molle che rendea un blandoSuono, ed era la neve ammontata sui piniChe piombava per terra. Dai cespugli viciniUscivano fruscii sùbiti come scatto.Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto,Ed alternavo in mente le maledizïoniDel Re Lear là nel bosco e le dolci canzoniDella cuna. Passai senza avvertirlo a cantoIl basso muricciuolo che cinge il camposanto,Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito.E l'indomani sera il dramma era finito.

Una volta che stavo da un mese in val d'AostaPer finirvi un mio dramma, giunto all'ultima scenaMi trovai colla mente così gaia e dispostaAl comico, che nulla potea mettermi in venaDi tristezza. L'eroe, inghiottito il veleno,Non voleva saperne di morire o morivaCome fanno i brillanti da farsa, e nondimenoBisognava ammazzarlo. Bellotti m'inseguivaCon lettere, e il cartello tenea le cantonate.Disperavo d'uscirne allorchè mi sovvenneDi un luogo triste ed arido chiuso fra desolatePareti di macigno, deserto, da perenneOmbra oscurato, e solo di cinque ore discosto.Risolvetti d'andarci; era il tocco e fui tostoIn cammino. In quel luogo sorge un vecchio castelloDi tristissimo nome; io che vesto l'orpelloRomantico, e che metto in scena il Medio Evo,Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevoCerto trovare il bandolo della tragica azione.La strada che vi mette segue un buio vallone,Traversa due villaggi, si biforca, a dirittaSale al castello, e a manca giunge per una fittaAbetaia al maggiore borgo della vallataDov'è un ottimo albergo dovuto alla passataDi un gran valico alpino.Era il fine d'aprile;Sui castani brillava la gialliccia e sottileVerdura delle foglie nuove, correan sui pratiDei brividi cangianti, i noci eran gemmatiDi cartocci rigonfi, lucentissimi e neri.I monti per le forre, pei seni, pei sentieriEran tutti rigagnoli, le erbe del pendìoSudavan luccicando e un vivo chiacchierìoD'acque empiva la valle d'indistinte parole.In alto le ghiacciaie crogiolavano al soleMolli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma.Immaginate voi se pensavo al mio drammaPiù che alla quadratura del circolo, se avevoMente al vecchio ciarpame del vecchio Medio EvoIn tanta giovinezza di cose! Appena appenaMi tornasse un lontano ricordo della scenaLo discacciavo tosto, infastidito, armatoDei codardi sofismi dell'uom pigro e beato.Al secondo villaggio la via corre da cantoIl basso muricciolo che cinge il camposanto.Un uom stava scavandovi la breve fosserellaCapace appena appena d'un bimbo alla mammella.Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlareDa filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare,Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che maleÈ morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale;Se n'andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Maperchè tanta fretta? — Domani c'è mercatoAl borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell'ore. — Buonasera, compare. — Buona sera, signore.Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente.Oh poveri parenti e povero innocenteBambino, eccolo aperto il letto che non muta,Io l'ho vista la terra ferace ed imbevutaDei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami.Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi gramiResti. La cuna è ancora calda, il dolce malatoVolge ancor gli occhi in giro..., ma domani è mercato:La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca.Bastaron quelle poche parole e quella pocaTerra smossa per mettermi in più gravi pensieri.E poi su dalle cime spuntavano dei neriNuvoli. Per la valle corse il vento gelatoE fu un ciel di burrasca. La via traversa un pratoTorboso, indi s'inerpica per un colle cosparsoDi gran massi grigiastri dove, pigri, sull'arsoTerreno crescon rovi e ginepri e s'affilaQualche gracile abete. — Sulla vetta, una filaDi catapecchie logore sonnecchia intirizzita,Le finestre sbarrate non dan segno di vita.Non v'han donne sugli usci, e non bimbi fra l'erba;Intorno la montagna leva, ostilmente acerba,Lisci scoscendimenti del colore del rame,E sui dirupi, e dentro le gole e sulle gramePiante passava il vento sibilando. La seraCala presto fra i monti; quel giorno la buferaL'anticipava. Il vecchio castello era vicino,Ma non mi dava l'animo d'andarci; quel bambinoMalato mi teneva la mente; ne vedevoLe labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievoOssuto delle guancie scarne, e il fronte sudato.Pensavo le accoglienze festose al neonatoE le prime poppate colla famiglia in giroEstatica al miracolo. Che tristezza il respiroFaticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasceL'uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasceIn poche ore. Solo quella fossa mi davaPaura. — Se tornassi, se spianassi la cavaTerra? — Me ne pigliavano dei desiderii acutiChe poi volgevo in ridere. Intanto eran cadutiI rabbuffi del vento ed una calma greveStagnava nella valle; poi cominciò la neveA barellare intorno lenta e fine. In GennaioLa neve è allegra, cova le semenze, dà il saioAlla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva,Mette i fiocchi maligni sopra la piaga vivaD'onde le viti piangono ed il pesco s'ingomma,Copre le nuove gemme colla gelida grommaChe le brucia, assalisce gl'insetti a tradimento,Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormentoInatteso le gracili erbe piegan la testa.La strada ora correva per entro la forestaD'abeti. I rami scuri si schiarivano in cimaPer le messe di un verde tenero; come primaIl fiocco le toccava, si spegneva squagliatoDall'umido calore, ma il ramo contristatoNon durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciuttiVi facevan cuscino.M'eran passati tuttiI grilli di poeta drammatico e perfinoIl pensier della fossa aperta e del bambino.M'ero lasciato dietro il castello, e per veroNell'umor nero c'ero, v'assicuro che c'ero.Non sentivo altra voce che di freddo e di fame.Come piacque al Signore, la puzza di letameChe annunzia i borghi alpini mi avvertì ch'ero giunto.L'albergo biancheggiava luminoso nel puntoPiù elevato del borgo, e fui tosto in cortile.Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottileFil di fumo un odore d'incenso e il mormorioDi sommesse preghiere. Strano! Dove son ioCapitato? Son questi gl'inni dei bevitori?Che mai cuoce al fornello che ne esalano odoriDi Chiesa? Dov'è l'oste? E la serva? — Un vicinoGrugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino!Immaginate un mostro alto tre palmi, chiusoIl collo dentro un sacco di lanaccia, ed un musoAnzi un grifo, anzi un grugno orribile, la boccaVi s'allaccia alle orecchie, dissotto il labbro toccaIl mento imberbe, e sopra va rimondando un nasoPiatto e largo. Quel poco di mento che è rimasoVisibile è sorretto da tre gozzi imperiosiE potenti, tre gozzi da gigante, tre cosiAutonomi e fioriti, con il cuoio rigatoDi venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiatoRibolle e raspa. Il mostro mi guardava contentoDimenando la testa ed il busto con lentoMoto uguale e gracchiando una grassa risata.Fissava scioccamente la porta spalancataOnde usciva l'incenso, poi giungeva le maniIn grave atto compunto.Il viso e gli atti strani,L'ora, la solitudine, il tempo, la stanchezzaCombinavano a mettermi in una svogliatezzaDolorosa. Infilai l'uscio e entrai nella stalla.Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce giallaDi una lucerna oravano; in mezzo allo strameGiacea morta una vecchia, magra come la fame.Uscii correndo, in corte il cretino seguivaA dondolarsi, presi per la scala; una vivaPaura mi serrava la gola; oh finalmente!Ecco l'oste, un ometto panciuto e sorridente.E che liete accoglienze, che saluto festoso! —Benvenuto, signore, salga presto al riposoAlla vampa del fuoco, è freddo intorno, dateUn bricco di vin caldo. Desina? Due patateFritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. —S'inchinava e rideva con una parlantinaSciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signoreHa visto? — Nei suoi occhi guizzò come un baglioreDi dispetto, e la faccia si fe' scura e l'accentoLamentoso. — È mia madre; è morta in un momento,Senza male. Che angoscia, signore! Le daremoLa stanza più lontana, là nell'angolo estremoDella casa; la povera mia madre! Aspetto il preteChe la venga a pigliare. — Portate vino, ho seteE spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaroE freddo. Quella morta gli rubava il danaroDell'alloggio e del pranzo.Bevuto appena il vino,Così solo com'ero mi riposi in camminoPel ritorno. La notte era scesa; le formeE i colori sparivano e la montagna enormeMettea nel cielo nero una riga più nera.La neve di poc'anzi s'era fatta bufera.Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia.Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia.Nei ristagni del vento sentivo a quando a quandoCome il cader d'un peso molle che rendea un blandoSuono, ed era la neve ammontata sui piniChe piombava per terra. Dai cespugli viciniUscivano fruscii sùbiti come scatto.Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto,Ed alternavo in mente le maledizïoniDel Re Lear là nel bosco e le dolci canzoniDella cuna. Passai senza avvertirlo a cantoIl basso muricciuolo che cinge il camposanto,Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito.E l'indomani sera il dramma era finito.

Una volta che stavo da un mese in val d'Aosta

Per finirvi un mio dramma, giunto all'ultima scena

Mi trovai colla mente così gaia e disposta

Al comico, che nulla potea mettermi in vena

Di tristezza. L'eroe, inghiottito il veleno,

Non voleva saperne di morire o moriva

Come fanno i brillanti da farsa, e nondimeno

Bisognava ammazzarlo. Bellotti m'inseguiva

Con lettere, e il cartello tenea le cantonate.

Disperavo d'uscirne allorchè mi sovvenne

Di un luogo triste ed arido chiuso fra desolate

Pareti di macigno, deserto, da perenne

Ombra oscurato, e solo di cinque ore discosto.

Risolvetti d'andarci; era il tocco e fui tosto

In cammino. In quel luogo sorge un vecchio castello

Di tristissimo nome; io che vesto l'orpello

Romantico, e che metto in scena il Medio Evo,

Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevo

Certo trovare il bandolo della tragica azione.

La strada che vi mette segue un buio vallone,

Traversa due villaggi, si biforca, a diritta

Sale al castello, e a manca giunge per una fitta

Abetaia al maggiore borgo della vallata

Dov'è un ottimo albergo dovuto alla passata

Di un gran valico alpino.

Era il fine d'aprile;

Sui castani brillava la gialliccia e sottile

Verdura delle foglie nuove, correan sui prati

Dei brividi cangianti, i noci eran gemmati

Di cartocci rigonfi, lucentissimi e neri.

I monti per le forre, pei seni, pei sentieri

Eran tutti rigagnoli, le erbe del pendìo

Sudavan luccicando e un vivo chiacchierìo

D'acque empiva la valle d'indistinte parole.

In alto le ghiacciaie crogiolavano al sole

Molli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma.

Immaginate voi se pensavo al mio dramma

Più che alla quadratura del circolo, se avevo

Mente al vecchio ciarpame del vecchio Medio Evo

In tanta giovinezza di cose! Appena appena

Mi tornasse un lontano ricordo della scena

Lo discacciavo tosto, infastidito, armato

Dei codardi sofismi dell'uom pigro e beato.

Al secondo villaggio la via corre da canto

Il basso muricciolo che cinge il camposanto.

Un uom stava scavandovi la breve fosserella

Capace appena appena d'un bimbo alla mammella.

Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlare

Da filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare,

Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che male

È morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale;

Se n'andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Ma

perchè tanta fretta? — Domani c'è mercato

Al borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell'ore. — Buona

sera, compare. — Buona sera, signore.

Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente.

Oh poveri parenti e povero innocente

Bambino, eccolo aperto il letto che non muta,

Io l'ho vista la terra ferace ed imbevuta

Dei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami.

Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi grami

Resti. La cuna è ancora calda, il dolce malato

Volge ancor gli occhi in giro..., ma domani è mercato:

La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca.

Bastaron quelle poche parole e quella poca

Terra smossa per mettermi in più gravi pensieri.

E poi su dalle cime spuntavano dei neri

Nuvoli. Per la valle corse il vento gelato

E fu un ciel di burrasca. La via traversa un prato

Torboso, indi s'inerpica per un colle cosparso

Di gran massi grigiastri dove, pigri, sull'arso

Terreno crescon rovi e ginepri e s'affila

Qualche gracile abete. — Sulla vetta, una fila

Di catapecchie logore sonnecchia intirizzita,

Le finestre sbarrate non dan segno di vita.

Non v'han donne sugli usci, e non bimbi fra l'erba;

Intorno la montagna leva, ostilmente acerba,

Lisci scoscendimenti del colore del rame,

E sui dirupi, e dentro le gole e sulle grame

Piante passava il vento sibilando. La sera

Cala presto fra i monti; quel giorno la bufera

L'anticipava. Il vecchio castello era vicino,

Ma non mi dava l'animo d'andarci; quel bambino

Malato mi teneva la mente; ne vedevo

Le labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievo

Ossuto delle guancie scarne, e il fronte sudato.

Pensavo le accoglienze festose al neonato

E le prime poppate colla famiglia in giro

Estatica al miracolo. Che tristezza il respiro

Faticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasce

L'uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasce

In poche ore. Solo quella fossa mi dava

Paura. — Se tornassi, se spianassi la cava

Terra? — Me ne pigliavano dei desiderii acuti

Che poi volgevo in ridere. Intanto eran caduti

I rabbuffi del vento ed una calma greve

Stagnava nella valle; poi cominciò la neve

A barellare intorno lenta e fine. In Gennaio

La neve è allegra, cova le semenze, dà il saio

Alla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva,

Mette i fiocchi maligni sopra la piaga viva

D'onde le viti piangono ed il pesco s'ingomma,

Copre le nuove gemme colla gelida gromma

Che le brucia, assalisce gl'insetti a tradimento,

Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormento

Inatteso le gracili erbe piegan la testa.

La strada ora correva per entro la foresta

D'abeti. I rami scuri si schiarivano in cima

Per le messe di un verde tenero; come prima

Il fiocco le toccava, si spegneva squagliato

Dall'umido calore, ma il ramo contristato

Non durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciutti

Vi facevan cuscino.

M'eran passati tutti

I grilli di poeta drammatico e perfino

Il pensier della fossa aperta e del bambino.

M'ero lasciato dietro il castello, e per vero

Nell'umor nero c'ero, v'assicuro che c'ero.

Non sentivo altra voce che di freddo e di fame.

Come piacque al Signore, la puzza di letame

Che annunzia i borghi alpini mi avvertì ch'ero giunto.

L'albergo biancheggiava luminoso nel punto

Più elevato del borgo, e fui tosto in cortile.

Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottile

Fil di fumo un odore d'incenso e il mormorio

Di sommesse preghiere. Strano! Dove son io

Capitato? Son questi gl'inni dei bevitori?

Che mai cuoce al fornello che ne esalano odori

Di Chiesa? Dov'è l'oste? E la serva? — Un vicino

Grugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino!

Immaginate un mostro alto tre palmi, chiuso

Il collo dentro un sacco di lanaccia, ed un muso

Anzi un grifo, anzi un grugno orribile, la bocca

Vi s'allaccia alle orecchie, dissotto il labbro tocca

Il mento imberbe, e sopra va rimondando un naso

Piatto e largo. Quel poco di mento che è rimaso

Visibile è sorretto da tre gozzi imperiosi

E potenti, tre gozzi da gigante, tre cosi

Autonomi e fioriti, con il cuoio rigato

Di venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiato

Ribolle e raspa. Il mostro mi guardava contento

Dimenando la testa ed il busto con lento

Moto uguale e gracchiando una grassa risata.

Fissava scioccamente la porta spalancata

Onde usciva l'incenso, poi giungeva le mani

In grave atto compunto.

Il viso e gli atti strani,

L'ora, la solitudine, il tempo, la stanchezza

Combinavano a mettermi in una svogliatezza

Dolorosa. Infilai l'uscio e entrai nella stalla.

Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce gialla

Di una lucerna oravano; in mezzo allo strame

Giacea morta una vecchia, magra come la fame.

Uscii correndo, in corte il cretino seguiva

A dondolarsi, presi per la scala; una viva

Paura mi serrava la gola; oh finalmente!

Ecco l'oste, un ometto panciuto e sorridente.

E che liete accoglienze, che saluto festoso! —

Benvenuto, signore, salga presto al riposo

Alla vampa del fuoco, è freddo intorno, date

Un bricco di vin caldo. Desina? Due patate

Fritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. —

S'inchinava e rideva con una parlantina

Sciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signore

Ha visto? — Nei suoi occhi guizzò come un bagliore

Di dispetto, e la faccia si fe' scura e l'accento

Lamentoso. — È mia madre; è morta in un momento,

Senza male. Che angoscia, signore! Le daremo

La stanza più lontana, là nell'angolo estremo

Della casa; la povera mia madre! Aspetto il prete

Che la venga a pigliare. — Portate vino, ho sete

E spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaro

E freddo. Quella morta gli rubava il danaro

Dell'alloggio e del pranzo.

Bevuto appena il vino,

Così solo com'ero mi riposi in cammino

Pel ritorno. La notte era scesa; le forme

E i colori sparivano e la montagna enorme

Mettea nel cielo nero una riga più nera.

La neve di poc'anzi s'era fatta bufera.

Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia.

Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia.

Nei ristagni del vento sentivo a quando a quando

Come il cader d'un peso molle che rendea un blando

Suono, ed era la neve ammontata sui pini

Che piombava per terra. Dai cespugli vicini

Uscivano fruscii sùbiti come scatto.

Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto,

Ed alternavo in mente le maledizïoni

Del Re Lear là nel bosco e le dolci canzoni

Della cuna. Passai senza avvertirlo a canto

Il basso muricciuolo che cinge il camposanto,

Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito.

E l'indomani sera il dramma era finito.

Fine.

INDICE.Una partita a scacchi(pag. 1 a 52).Note alla “Partita a scacchi53Il trionfo d'amore(pag. 57 a 144).Note al “Trionfo d'amore„145Avvertenza sulla Recitazione e sul Vestiario della “Partita a scacchi„ e del “Trionfo d'amore„151Intermezzi e Scenein versi martelliani.Intermezzo per il monumento a Carlo Goldoni161Prologo171Prologo ad una rappresentazione della “Serva Amorosa„ fatta colle maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella181Il tribunale di ProudhonDalla conferenza “Della morale nell'arte„191I giudizi del pubblicoDalla conferenza “Del vero in teatro„203Il finale di un dramma217

OPERE DI GIUSEPPE GIACOSAEdizioni TrevesUna partita a scacchi.—Il Trionfo d'amore.—Intermezzi e Scene(in versi). 16.ª ediz.L. 3 —La signora di Challant, dramma in 4 atti. Terza edizione4 —Diritti dell'Anima.—Tristi Amori, commedie. Quinta edizione3 50Come le foglie, commedia in 4 atti. 16.ª ediz.4 —Il Conte Rosso, dramma in versi. 3.ª ediz.3 —Il Marito amante della Moglie.—Il Fratello d'Armi(in versi). 2.ª edizione3 50Il più forte, commedia in 3 atti. 3.º migliaio4 —

OPERE DI GIUSEPPE GIACOSA

Edizioni Treves

NOTE:1.Huon de Bordeaux, Chanson de Geste, publiée par MM.F. GuessardetC. Grand-Maison(Paris 1860, in-12), vers 7386 et suiv. Fa parte della CollezioneLes anciens Poëtes de la France, publiés sous la direction de M.F. Guessard.2.Le Roman de Flamenca, publié d'après le Manuscrit unique de Carcassonne, traduit et accompagné d'un Glossaire parPaul Meter(Paris 1865, in-8º gr., pag. 4, vers 85-95).3.Le Roman de Flamenca, vers 82-84.4.L'autore aveva pochi giorni prima rappresentato una commedia a tesi, irremissibilmente caduta.5.Questa scenetta fu intercalata da una conferenza intitolata:Della morale nell'arte. L'autore ingrossò e volse in ridere le teorie utilitarie in fatto d'arte, svolte dal Proudhon nel suo libro:Du principe de l'art et de sa destination sociale.6.Da una conferenza intitolata:Del vero nel teatro.

1.Huon de Bordeaux, Chanson de Geste, publiée par MM.F. GuessardetC. Grand-Maison(Paris 1860, in-12), vers 7386 et suiv. Fa parte della CollezioneLes anciens Poëtes de la France, publiés sous la direction de M.F. Guessard.

1.Huon de Bordeaux, Chanson de Geste, publiée par MM.F. GuessardetC. Grand-Maison(Paris 1860, in-12), vers 7386 et suiv. Fa parte della CollezioneLes anciens Poëtes de la France, publiés sous la direction de M.F. Guessard.

2.Le Roman de Flamenca, publié d'après le Manuscrit unique de Carcassonne, traduit et accompagné d'un Glossaire parPaul Meter(Paris 1865, in-8º gr., pag. 4, vers 85-95).

2.Le Roman de Flamenca, publié d'après le Manuscrit unique de Carcassonne, traduit et accompagné d'un Glossaire parPaul Meter(Paris 1865, in-8º gr., pag. 4, vers 85-95).

3.Le Roman de Flamenca, vers 82-84.

3.Le Roman de Flamenca, vers 82-84.

4.L'autore aveva pochi giorni prima rappresentato una commedia a tesi, irremissibilmente caduta.

4.L'autore aveva pochi giorni prima rappresentato una commedia a tesi, irremissibilmente caduta.

5.Questa scenetta fu intercalata da una conferenza intitolata:Della morale nell'arte. L'autore ingrossò e volse in ridere le teorie utilitarie in fatto d'arte, svolte dal Proudhon nel suo libro:Du principe de l'art et de sa destination sociale.

5.Questa scenetta fu intercalata da una conferenza intitolata:Della morale nell'arte. L'autore ingrossò e volse in ridere le teorie utilitarie in fatto d'arte, svolte dal Proudhon nel suo libro:Du principe de l'art et de sa destination sociale.

6.Da una conferenza intitolata:Del vero nel teatro.

6.Da una conferenza intitolata:Del vero nel teatro.

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.


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