15 dicembre.
Negli anni passati la mia più grande ambizione era di fare un bel regalo al babbo il giorno di Natale.
Sei mesi prima del gran giorno mi prendevo la testa tra le mani e cominciavo a pensare a un regalo che non fosse la ripetizione di un altro, ma una meraviglia nuova, una sorpresa…. Una volta era un ricamo sul filondente, un'altra volta un disegno a matita, una terza una sonatina di Schumann eseguita sul pianoforte; l'anno scorso fu un sonetto, il primo sonetto della mia vita (e forse l'ultimo), al quale il professore Tantini dovette accomodare le gambe e le rime.
Il babbo si mostra sempre soddisfatto e orgoglioso della sua Tuccia, e io godo anche di più per due motivi, prima, perchè contento lui, e poi, perchè la gente mi loda, mi esalta e a me è sempre piaciuto il fumo dell'incenso sotto il naso. Il Natale era insomma la festa della mia vanità.
Quest'anno mi sento grande e malinconica. Quel mendicare l'elemosina sulle lodi colla scusa del Santo, mi pare una cosa sciocca e indegna d'una ragazza che ha compiuto i diciassette anni. Qualche cosa è avvenuto dentro di me, da qualche tempo a questa parte, ch'io non mi so spiegare; non è pigrizia, non è indifferenza, ma somiglia a un rimorso d'esser cresciuta tanto senza imparare a vivere meglio.
Quest'anno c'è una grande tristezza in casa mia, e penso che passeremo un brutto Natale; pazienza, senza i soliti regali! ma avremo la collera e la discordia sedute nel cantuccio del camino.
Mio fratello Enrico, un mese fa, si è bisticciato aspramente col babbo. È un ragazzo vivo, di primo impeto, che avrebbe bisogno di una mano vigile che lo tenesse in briglia, ma preso di fronte si impenna come un cavallino selvatico. È sempre cresciuto a caso, senza la mamma, fra le governanti, i servitori, i maestri, i collegi buoni e cattivi, e quantunque il suo cuore sia affettuoso e generoso, è tuttavia sfrontatello e tenace nella sua volontà.
Da qualche tempo (oggi ha vent'anni) s'è dato alla vita gaia e svagata, e l'altro mese ha perduto per la prima volta ottocento lire al gioco.
Mio padre dice che il gioco è una passionaccia che fa perdere l'anima e il corpo, e, per troncare il male alla sua radice, non solo si è rifiutato di pagare questo suo debito d'onore, come lo chiamano, ma ha inveito contro il ragazzo con tali parole da far paura a un uomo di sasso; Enrico rispose con qualche insolenza. Il babbo gli indicò l'uscio, l'altro se ne andò pallido d'ira e di vergogna, e da un mese non è più tornato in casa.
Con questa spina nel cuore noi ci prepariamo alle feste di Natale. So che Enrico è andato in campagna col marchesino d'Etzio, suo compagno di collegio, ma non so come se la passi. Il babbo è torbido, concentrato, colla fronte piena di rughe.
Che giornate, mio Dio, che brutte ore passiamo! Quante volte ho pregato l'anima benedetta della povera mamma, perchè guardi sulla sua casa! Non ho mai pensato che nella vita potessero scendere giornate così buie. In casa mia son sempre stata il frugolo, il cucco, la bambolina, il tesoretto di tutti, specialmente del babbo e dei fratelli che mi vogliono bene, anche quando mi tormentano per la miaerremozza, che a me pare così bella e aristocratica.
Enrico suol dire che mi vuoi bene più. che al suo Flick e non è poco, perchè il suo Flick mangia con lui nel medesimo piatto e dorme nel suo letto. Enrico, Arturo ed io siamo sempre stati tre ragazzi distratti e spensierati, pei quali la vita non è che un gioco. Quando si hanno due belle case, sei persone di servizio, tre cavalli in istalla e i mezzi per soddisfare oltre ai bisogni i capricci, è naturale che una ragazzina creda che la vita sia una bella commedia e che le sia toccata la parte di prima donna.
Ma da qualche tempo io comincio a considerare la vita da un altro lato e penso che la felicità non sia tanto al di fuori quanto dentro di noi.
17 dicembre.
Di faccia alla nostra casa è una casetta di modesto aspetto, dove abita una ragazza della mia età, che fa la sarta. Quando mi alzo la mattina e quando torno in camera per andare a letto, io vedo quella testolina rossiccia, sempre curva d'estate e d'inverno sulla macchina. Spengo il lume e ancora il riverbero della sua lampadina entra per la mia finestra e spesso mi addormento allo stridulo rumorio della sua piccolaSingerche ella paga stentatamente a due lire al mese. Il suo mondo è un tavolino pieno di gomitoli, il suo cielo è quello che si vede attraverso alle nebbie grasse della città fra un comignolo e l'altro dei tetti. Si direbbe che essa viva nella sua macchina, fatta macchina anch'essa dagli urgenti bisogni, e che il giorno che cessasse di girare la ruota, il suo cuore dovesse cessare di battere. Eppure anche ieri mattina, mentre spolverava i mobili della sua stanza, sentii che la vicina cantava. E sempre canta quando il cielo è bello e quando un raggio di sole trova la strada di arrivare fino a lei. È una cantilena malinconica in cui suonano sempre due parole: amore e speranza….
Non chiedete a me, per carità, ch'io mi ponga a cantare. Questa mia gran casa, colle pareti coperte di cuoio, con tanti mobili intagliati e dorati, è una spelonca senza allegria. Qui manca la pace, e se io alzassi la voce per cantare, avrei paura e vergogna di me stessa e crederei d'offendere il povero padre mio, di là, colla fronte piena di rughe….
18 dicembre.
Ieri ho scritto ad Enrico. Non gli ho toccato della brutta questione, perchè temo ch'egli prenda in canzonatura i miei consigli, ma gli esprimo il desiderio che egli venga a Milano. Mi ha risposto che si trova a Milano già da una settimana. In quanto al tornare, non dipende da lui. Finchè non avrà pagato il suo debito, non vuole che la gente dica che egli mangia il pane di suo padre. Così vive alla ventura, forse della carità degli usurai, ma spera di essere compatito. In fondo egli sente altamente di sè e quest'orgoglio non è soltanto figliuolo della caparbietà.
Povero Enrico! mi ricordo che un giorno sedevamo nel salone, io davanti al cavaletto, egli sdraiato nella grande poltrona, colla testa rovesciata sulla spalliera, con uno de' suoi romanzi nuovi spalancato sulle ginocchia, e occupato in apparenza a soffiare il fumo della sigaretta verso il soffitto. Si vedeva già che una grande tristezza lo tormentava. A vent'anni non gli pareva di trovare nella vita quel che la giovinezza ha il dovere di promettere e di mantenere.
—Tuccia—disse a un tratto con voce più gentile del solito—più diventi grande e più vieni a somigliare al ritratto della povera mamma.
—Davvero?
—Tal'e quale, la stessa fronte, lo stesso sguardo…. Ti chiameremo d'ora innanzi la nostra mammina.
Queste parole pronunciate quasi in aria di scherno mi fecero un grande effetto, e quando il giorno dopo scoppiò il terribile uragano fra padre e figlio, guardandomi nello specchio e vedendomi veramente un viso più pallido e più pensoso, mi parve che io somigliassi davvero a quel gran ritratto che ci guarda tutti i giorni dalla parete della sala da pranzo. Io sono la sola donna di questa casa, e qui dovrei rappresentare una parte che non fosse solo quella di una graziosa bambolina. Se la povera mamma fosse viva, avrebbe permesso che Enrico stesse lontano un mese da casa sua? avrebbe permesso che il babbo si rodesse in silenzio nel suo dolore? lascerebbe la sua casa sotto la tristezza di questi corrucci?
A che cosa serve il mio saper ricamare, il mio saper dipingere, se non so asciugare una lagrima? e perchè, come ci insegnano a superare una selva di crome e di biscrome, non ci insegnano anche l'arte di levare una spina dal cuore?
Alle giovinette che hanno la mano leggera e delicata dovrebbe essere insegnata la santa abilità di curare le ferite.
Io mi struggo in lagrime inutili, corrucciata della mia stessa incapacità, e lascio che i giorni passino, l'un dopo l'altro, senza saper trovare una di quelle felici invenzioni che mi facevano tanto orgogliosa della mia fantasia.
19 dicembre.
È notte, nevica. Torno a scrivere ad Enrico, e mi pare che una nuova eloquenza scaturisca dal mio cuore. Le parole che stentano a uscire dalla penna quando devo descrivere cose che non mi riguardano, oggi vengono in folla sulla carta. Prometto di parlare al babbo per lui e di implorare un perdono che ha già tardato troppo a venire. Chiudo la lettera con la frase: «la tua mammina».
Questa frase non è ancora finita, che una lagrima cade sulla mia mano.Ma è una lagrima dolce.
Il cuore è orgoglioso della nuova parte che è chiamato ad assumere.
20 dicembre.
Stamattina dopo colazione, mentre il babbo si sprofondava nella sua poltrona a leggere i giornali, mi sono avvicinata e appoggiatami colle braccia alla spalliera, al di sopra della sua testa:
—Papà,—dissi—Enrico è a Milano.
—E così—chiese il babbo burberamente.
—Siamo quasi alle feste di Natale….
—Non è colpa mia se queste feste saranno cattive.
—Pensa, papà….
—Basta, non seccarmi. Tu non puoi capire certe cose. Quando sarai moglie, quando sarai madre, vedrai che col cuore non si scherza….
—Io non scherzo, papà….—esclamai dolorosamente.
—Bene, bene; va', pensa ai tuoi regali….
Tentai ancora di parlare, ma, sentendo che gli occhi mi si riempivano di pianto, corsi a rinchiudermi nella mia stanza. Non mi credono buona che a baloccarmi e a far dei regalucci!
Piansi forse un'ora come una bimba.
Rimasi sola col mio corruccio fin verso l'ora del pranzo. Non vedendomi comparire, venne a cercarmi la Costanza, una vecchia guardarobiera, che da trent'anni vive in casa nostra. Non è donna di molto sapere, ma è fedele come un vecchio cane. Da piccini la chiamavamo laTrottola, per la sua maniera di camminare traballante, a onde. Divenuti grandi, nessuno di noi si occupò più di lei, che continua a rimanere in casa come un vecchio mobile che serve sempre a qualche cosa. Io preferisco essere servita da Julie, una svizzera tedesca che parla un cattivo francese. Costanza, via via che invecchia seguita a rintanarsi nella guardaroba, fra i cesti e i mucchi della biancheria, contenta che la sopportino, e riconoscente, di quel pane, di quel letto, di quel tetto che essa ottiene dalla carità dei suoi padroni.
Venne a cercarmi perchè fu la prima ad accorgersi che non uscivo da un pezzo dalla mia stanza, e come se io le avessi già fatta la storia de' miei dolori, entrò diritta nell'argomento dicendo:
—Non si faccia vedere cogli occhi rossi. Quel povero signore ha già il cuore grosso così. So bene che è una grande passione; questa casa non fu mai così triste, nemmeno nei giorni che hanno portato via la sua mamma. Sapesse quanto pregare ho fatto in questi giorni! Non va, non può andare avanti così, assolutamente no. Non c'è di peggio sulla terra che la discordia nelle famiglie. Il sor Enrico non è cattivo e io posso dirlo, perchè l'ho portato io al suo babbo quando è venuto al mondo. Bisogna fare qualche cosa per lui. È un ragazzo vivo, puntiglioso, che a pigliarlo colle buone si mena come un agnellino. Gli pesa di non poter mantenere la parola data. Pesa anche a noi gente ordinaria, che, se abbiamo un soldo di debito, non si dorme più. Se il suo babbo non vuol proprio dargliele queste benedette ottocento lire, non si potrebbe trovare il modo di dargliele noi?
—In qual maniera?
—Se non temessi di offenderlo quel ragazzo l'avrei trovata da un pezzo la maniera.
—Dillo….
—Se lei mi aiuta, padroncina, possiamo levarlo dai fastidi.
—Certo, ti aiuterò.
—Basta che egli non sappia da che parte gli vengono questi denari, e creda che glie li mandi il babbo.
—E invece?
—Io ho un libretto alla Banca Popolare e c'è scritto un migliaio di lire, che sono i miei piccoli risparmi in trent'anni che servo questa casa. Di questi denari io non ho alcun bisogno, perchè grazie al cielo, qui non mi manca nulla e non credo nemmeno di perderli, ma solamente di prestarli al sor Enrico, finchè ne avrà bisogno, e me li renderà quando potrà. Ma se egli sa che vengono da me, naturalmente non li piglia e si offenderebbe di buona ragione che una povera serva voglia prestare il suo denaro a lui. Dico bene? Ella potrebbe invece fargli credere che sono del babbo o che sono suoi….
—Tu sei una buona donna, Costanza,—dissi guardando fisso per la prima volta quel volto giallognolo e quegli occhietti, che non dicevano mai nulla.—La tua idea è bellissima e ne parleremo domani.
—Brava ora vada a tavola e si mostri allegra.
Un raggio di gioia rischiarò la faccia rugosa di quella povera vecchia, che, trottolando, corse in guardaroba, contenta come se avesse vinto un terno al lotto.
—Ecco un'idea semplice,—dissi fra me—che non mi è venuta in mente!
Io non avevo ottocento lire sotto la mano, ma possedevo tre volte tanto in oro, in trine e in frivolezze eleganti. Il cuore non abituato ad aver bisogno, non era abituato nemmeno a provvedere ai bisogni degli altri. Anche nell'arte dell'esperienza vale più la pratica che la grammatica.
Durante la notte raccolsi tante cianfrusaglie che non usavo più, vi aggiunsi un anellino di brillanti, e pensai, così a occhio e croce, d'aver raccolto un valore di ottocento lire. La mattina per tempo chiamai la Costanza, che corse col suo libretto nascosto in seno.
—Ci ho pensato, Costanza; guarda. Ho raccolto questi gioielli, che non metto più, e mi pare che possano bastare. Fanne un involto e senza dir nulla a nessuno, va' dal vicino orefice e vendi. Quando hai i denari in mano, va da Enrico, con questo biglietto che ora ti scrivo….
Sedetti al tavolino e scrissi quattro righe con lieta furia di chi è sicuro di salvare un uomo che affoga. Le antiche donne che portavano i loro gioielli sull'altare della patria non erano più orgogliose di me. Io mi sentivo crescere di valore, più prezioso di quello dei miei ornamenti.
La Costanza era rimasta istupidita cogli occhi fissi su quel mucchietto d'oro e, quando mi mossi per darle il biglietto, mi guardò col suo sguardo scemo, tentennò il vecchio capo, masticò qualche parola, e tirandosi indietro:
—Scusi,—disse,—lei può far vendere queste cose dal maggiordomo. Io non son pratica.
—Ma bisogna salvare il segreto.
—Il segreto era necessario fin che si trattava dei miei danari; ma questo è un altro conto.
—Tu non vuoi aiutarmi, dunque?
—Ella poteva aiutare me e non ha voluto. Scusi, capisco che i miei danari possono offendere delle persone come lei, ma io non credevo di fare l'elemosina. Scusi…. Scusi….
E come ubriaca si tirò verso l'uscio e se ne andò, nel momento che si portava il fazzoletto turchino agli occhi.
Rimasi stordita davanti alle mie favolose ricchezze, e ci volle un bel pezzo prima che la mia ragione comprendesse in che cosa io l'avessi offesa. Ma la buona donna, che in quellasuaidea aveva posto tanta tenerezza, non poteva rassegnarsi a vedersela rubare con tanta leggerezza da una ragazza, il merito della quale si riduceva a vendere delle cianfrusaglie fuori di moda. Per la Costanza quellesueottocento lire valevano diecimila giorni di fatiche e di risparmio; per me le mie non valevano quattro soldi, e con quattro soldi io tentavo di rubarle una delle più grandi soddisfazioni della sua vita. Anche nel fare il bene—ho letto in un libro—bisogna usare molta discrezione e non togliere ai più deboli l'occasione di meritarsi un premio.
«Ritieni—seguitava quel libro che ora capisco per la prima volta—ritieni che il miglior bene che tu possa fare è quello che tu lasci fare volentieri al tuo vicino.»
Fra me e la Costanza la pace fu subito conchiusa, e fra noi due fu ancora lei la più imbarazzata a perdonarmi. Si combinò che ella avrebbe portato dentro la giornata lesueottocento lire, colla seguente lettera:
24 dicembre.
«Caro Enrico, domani è Natale, e sarebbe per noi un giorno di troppa desolazione se tu non ci fossi. Oggi ho parlato con papà e gli ho fatto capire che io non rimarrò a dividere questa desolazione, facendomi quasi complice di una discordia che offende i vivi e i morti. Il babbo n'è commosso, e se tu gli mandi ora una parola vedrai che è disposto a perdonare tutto.
La Costanza, che ti porta questa lettera, è incaricata di consegnarti anche una somma di ottocento lire, colla quale potrai soddisfare ai tuoi debiti d'onore.
Paga, e vieni subito nelle braccia della tua… mammina».
Costanza eseguì allegramente la sua commissione e io chiusi le mie gioie, e la presunzione nel cassettone.
Non potevo tuttavia non dire parola al babbo. Aspettai la sera quando rimanemmo soli davanti al fuoco e gli dissi:
—Papà, ho pensato ai miei regali. Per domani voglio regalarti la pace, se la vuoi….
—Se me la trovi.
—Enrico verrà a pranzo con noi. L'ho invitato io….
Il babbo fissò gli occhi nella fiamma e non rispose. Io non gli lasciai il tempo di pensar troppo e soggiunsi:
—Abbiamo pagato anche il suo debito….
—Chi l'ha pagato?
—Egli crede che i denari vengano da te, ma Enrico sarà invece mio debitore.
—E dove hai potuto trovare ottocento lire?
—Me le ha prestate, anzi me le ha offerte, indovina….
—Non saprei….
—La Costanza.
Il babbo aggrottò un poco le ciglia. Se lo avesse saputo prima non l'avrebbe permesso, ma forse pensò che il miglior modo per evitare un male è di prevederlo.
Forse pensò ancora ch'egli aveva tardato troppo a perdonare, e che la vecchia Costanza, nel suo cuore di donna, aveva un assunto da compiere nella sua casa. Gli occhi suoi brillarono alla luce viva della fiamma, e vidi che a stento frenava le lagrime. Cercò lentamente la mia mano, se la tenne un pezzo chiusa nella sua sulle ginocchia e infine con voce velata dalla commozione, esclamò:
—Avete fatto bene, grazie….
—La Costanza mi ha fatto promettere che io non ti avrei detto nulla, teme di offenderti….
—Io non le dirò nulla.
—Ho accettato a patto che ella ricevesse una riga di scritto in cui mi dichiaro sua debitrice. Tu mi devi fare un altro piacere, papà, lasciare cioè che io paghi a poco a poco questo debito coi miei piccoli risparmi sulle spese inutili…. Sarà il mio debito di cuore.
—Se ciò ti piace. Tuccia, volentieri.
—E non dir più, Papà, che io scherzo col cuore.
Il babbo sorrise e diede una tenera occhiata al ritratto della povera mamma, che sotto i mobili riverberi della fiamma pareva agitato e vivo; poi mormorò:
—Non lo dirò più, signora mammina.
25 dicembre.
Io non ho mai passata una notte di Natale così serena e tranquilla come questa volta, nemmeno negli anni bellissimi della prima fanciullezza, quando si sognano gli angeli e i pastori che vanno per la via al suono delle cornamuse. Il cuore, anche nel sonno, vegliò in una soave contentezza, che scese a colorire e a rischiarare tutte le cento visioni che passano nella fantasia d'una ragazza che non ha dormito bene da un pezzo. E per una facile confusione di idee, dopo essermi incontrata colla mamma in un paese sconosciuto, illuminato da un grande falò, io mi confusi con lei, cioè sentii d'essere lei, e che gran parte della morta viveva e parlava in me.
Oggi a mezzodì entrò correndo la Costanza. Agitando le braccia come una gallina che tenti volare, gridò:
—Viene, viene….
Enrico, pallido e tremante di commozione, comparve nel vano dell'uscio. Il babbo, pallido e tremante anche lui, si alzò.
—Papa!—gridò il ragazzo con un accento che non dimenticherò più. Si stesero le braccia, e quei due uomini si gettarono l'uno sul seno dell'altro.
La Costanza, che versava lacrime come un ruscello, seguitò a tirarmi per il vestito fino in fondo alla sala, dove nascondendosi dietro la tenda della portiera, tornò a dire:
—Mi giuri ancora che non dirà nulla.
Anche davanti a quel suo trionfo, la povera donna temeva del nostro orgoglio e forse non aveva torto. In sessant'anni di esperienza ella si era abituata a credere che i signori non amano le lezioni che non possono pagare. Dopo i debiti di gioco ciò che più ci pesa infatti sono i debiti di gratitudine.
La Costanza ha ragione, dico, di credere così, perchè siamo fatti così; ma una differenza dovrebbe esistere fra il bene e il male, e io farò di tutto per non pagare troppo presto il mio debito di cuore.
Due sposi in viaggio
Un regalo alla sposa
Nei boschi
Parlatene alla zia
Ai tempi dei Tedeschi
Gina
Storia di una gallina
Scaramucce
Debiti d'onore e debiti di cuore