PARTE III

Venimmo al bivio e:—Qui—disse la guida(Un veteran tedesco)—qui si ruppeLa legion dei francesi. Entro la fossa,A cui bevono i prati, a cento a centoIncalzati cadevano travolti,Dai nostri. I moribondi brancicandoTiravan dentro i vivi e senza ponteVi passò lo squadron della Gran GuardiaCoi pesanti cavalli. Altri sul postoDisceser dei caduti e novamenteSi contrastò, fin che si vide il mucchioEmergere dei morti e far pareteAi combattenti. Allor fu che dal colleLa mitraglia tedesca e morti e viviSpazzò via come volano le stoppiePer il campo al soffiar dell'uragano.Un bel colpo, perdio! ma finalmenteVerso sera potè l'imperatore(Che Dio salvi) passar colla sua scorta.

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Proseguimmo pel campo. Essa era pallidaCome uno spettro e nella mia mettendoLa sua mano e coll'altra i lembi sparsiStringendo della veste:—Ahimè!—proruppe—Non lasciar che mi afferrino codestiPoveri morti!

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Il veteran cortese,A cui già sorridea dei quattro marchiIl lucente ideal, seco ci trasseVerso un ponte e:—Di qui—disse segnandoColla man la via lunga che discendeLa sodaglia—passò dopo la rottaIl sesto fanteria, quando improvvisoSi ruppe il ponte al saltar della mina;Pel diavolo, un bel colpo! Ancor si scavaE trovan ossa e ciondoli e nell'oroChiusi sottili ricciolotti d'oro.

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La meschina, la man sempre nascostaNella mia, balbettò tutta tremante:—Quali voci usciran quindi di notteDa queste zolle? e come sboccia ancoraDa tanto sangue un fiore?

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Il veteranoCi condusse a veder il freddo ossarioChe raduna gli avanzi. Ergesi in vettaAl poggio, in mezzo ai pallidi cipressiLa smorta cripta, a cui salì per breveScala color di cenere. Un distesoLeon sta sulla porta e va dicendo:Qui riposa il valor. Escono a fregioD'eroico stil sull'orlo delle lungheFinestre i nudi teschi degli eroiAvidamente per le vuote occhiaieBeventi il sol. Intorno scende e taceLa mal colta campagna e tace un boscoPien di sinistri agguati e di rimorsi.Ella si strinse anche di più vicinaAl mio cor timorosa e mentre l'uscioDel buio cimitero cigolavaSui rauchi chiovi a palesar la riddaDegli stinchi, inciampò lì sulla soglia,Quasi in un fiero ed insolente oltraggioChe l'afferrasse:—Oh! lascia ch'io mi sieda—Disse—qui sui gradini all'aria e al sole:Non per questo siam nate.

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Il veteranoTutta sapea di quelle tibie infranteL'epica istoria, e ballottando i craniNella tremula man, tutta mi sciolseLa leggenda dell'odio ch'ei ricantaPer quattro marchi ed un bicchier di birraCom'è descritta in violente noteSopra la scorza logora dell'ossa.

La man levata a maledir proruppiAllor dall'infocata ira travolto:—Il sol piombi feroce su quest'erbePolverose, nè rivolo discenda,Nè rugiada sull'arida sodagliaA ristorar la maledetta creta,Che di sangue fremente un giorno ingordaS'inebriò. Tal sia. Possa ogni campo,Che vide un giorno scempio scelleratoFar di natura e dell'umano affetto,Inaridir così nelle sue glebe!Sia maledetto il pan che da una spigaSanguigna spremi e possa a' tuoi figliuoliSaper sì triste, che ciascun lo sputiIn terra e sia di vermi anche ribrezzo!Non dei nidi di festa, non di molleUsignol suoni il pianto ove il ruggitoCorse d'umane belve e scese il ferroLa vita a lacerar nei palpitantiVisceri umani!

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Consacrato altareÈ il cuor dei figli al naturale amore,Ove il trofeo dei padri si conservaE pendono le pie vostre coroneSempre verdi di preci e di sospiri,Povere madri; ma vi reca il piomboRovina e morte. Maledetta tacciaL'aria che intese e gli ultimi raccolseArsi singhiozzi. Rondine non spieghiPer la maligna landa irta di scheltriLe memorie del mar liete e del cielo,Ma sol vi gracchi la nera cornacchiaDai tristi auguri e vagoli l'irsutoCan che la bava della febbre asciugaNelle amare ginestre. Ove la buonaPietà fu morta, cessi anche il profumoDei fiori sacri alla pietà dei morti,Dei fiori sacri al crine delle spose,Dei fiori onde l'altar si veste e ride.

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A queste mie singhiozzanti paroleEssa mi porse lagrimosa il voltoE singhiozzando meco:—Oh! non per questoSiam nate—mormorò—non per comporreI figli nostri trucidati e rottiNell'empia sabbia! non per questo il duoloDel crear ricerchiamo e le vigilieAnsiose delle culle e non di baciInfiniti copriamo i tenui corpi(Divino incanto) e non le piccioletteMani atteggiam nei lacci d'una dolcePreghiera di perdon! non per nutrireDel latte nostro una terra selvaggiaCerchiam l'amore giovinette e tuttaSveliam la grazia dei sorrisi e il sacroMister della bellezza. O sciagurate!Tutto il tesor dei seminati graniPer le valli del mondo un sol non valeGrano d'amor che germini nel coreD'un tuo dolce fratel. Ma se di tanteVedovate il dolor una non pesaRagion di ferro, e per le figlie nostreMeglio è morir di spasimo nei tetriAsili delle vedove speranze,Maledetta la man che in sen ci poneIl cuore e in mezzo al cor il mesto affanno!

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—Viva l'imperator! disse il canutoVeterano: e baciò stretta nel pugnoLa mercede che a lor frutta la gloria.

Essa diceva il suo dolor. La voceScaturiva dal cor come un gorgoglioD'acque interrotte, che fan specchio al piedeD'una pallida Niobe di marmo.Anch'essa nata era di carne vivaLa bella donna e quel suo cuor di sassoAvea pur gorgheggiato entro la festaDegli usignoli, quando april dischiudeL'anima ai fiori ed escono i profumiDalle selve com'onda pia d'incensoVerso un gran dio.

È allor che si diffondeLa giovinezza per il mondo e voceLa natura non ha che non diventiArmonia sulle corde d'un pensieroInnamorato. Il cor, come rosataConchiglia tolta ai ceruli misteriDell'onda, emana un mistico frastuono,Che vien da un'invisibile e ritornaA una sponda invisibile, tra cuiNon anco rugge la tempesta umana.E mi dicea come morì travoltaDalla sterile vita in un'angosciaD'oltraggiate speranze, invan stringendoNella man l'ombra dei fuggenti sogniFatti quasi rimorsi. E non bagnavaIl suo mesto parlar stilla di pianto,Ch'è pur sì dolce a chi racconta i mali:Ma gli occhi aperti e cristallini tuttaRinfrangean la mestizia del deserto,Ove più non ritorna ombra di bellaCosa passata e sol vi regna il nullaChe ripensa sè stesso.

Allor si ruppeLa pietà del mio cor: e col mio piantoLei piangendo e le gelide di marmoPiccole mani accarezzando, e tuttaSpirando su di lei l'anima accesa:—Ch'io senta, dissi, oh ch'io per te ritroviIl tuo dolor, oh ch'io per te la pienaVersi del pianto mio sulle tue maniA riscaldarle: e la mia mano ardenteTi cerchi il cor fatto di pietra e un fiatoPassi della pietà che mi distruggePer le rigide labbra. A desolateRovine è vita il pio pensier dell'uomo,Che le penetra spesso, onde par quasiCh'escan le storie più lontane e torniLa voce delle cose. Io so che a qualcheSimulacro sepolto la carezzaD'un amoroso artefice ha potutoLa bellezza ridar d'una divinaLuce scomparsa e l'immortal sorrisoChe fu delizia già del mondo. O estintaOve scenda la mia che ti carezziSpiritual pietà, di fibra in fibraTrascorrerà la vita, delle spineRisentirai la punta e colar sangueVedrò dalle tue carni e gli occhi pregniFarsi di pianto e trasalir le membraEntro i soavi spasimi—soaviSe ci fan questa vita anche una voltaRitrovar sul cammin della speranza.—Nulla può—mi rispose—a un corpo mortoPietrificato in un dolor eternoDar vita e forza, non s'altri lo pongaNelle fiamme del sol. In me già spentaÈ la memoria d'ogni antico sognoE giace il desiderio in un oscuroAngolo come spada irrugginita:Lascia ch'io posi qui sul mio sepolcroStatua dolente di me stessa morta,In fin che il tempo colla lenta ingiuriapoco a poco il mio nome cancelliDalla pietra e la gialla edera stringaDel mio destin la bruna urna caduta.

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Così dicendo, aprì gli occhi solenni,Che parver vuoti d'ogni idea e feceInfine al fondo a me tutta paleseL'infinita tristezza. Un senso oscuroQuasi di morte allor mi assalse e curvoSopra i ginocchi, al suo rigido corpoAppoggiato, intonai l'inno del pianto,A cui dal sen delle dolenti coseMille voci risposero piangendo.Un fremito mandò scossa la selvaPei rami infranti e dei rapiti fioriSi querelò sul margine il cespuglioDelle rose di maggio. In un lamentoSinghiozzando la tortora proruppeDall'alto nido e raccontò l'angosciaDei rotti amori. E fin dentro le grotteDel cavo tufo risonò la lentaStoria d'oscure lagrime stillanti,Di cui le ortiche pasconsi e s'imbeveL'orrida spina. Dai meandri, in cuiS'appiatta il verme, un susurrìo di duoli

Venne a narrar come si soffra indarnoDi vita fin nell'ultime radiciPoi che una legge di dolor governaI sostegni del mondo e sol si pasceDi sè stessa natura. Ecco non unaIn braccio al vento trema arida fogliaSenza dolor, non sfiorasi una siepe,Ma quando autunno misero sparpagliaPer le fredde campagne quasi un sciameD'anime stanche, stridono i vialiChe le vedon fuggir e lunghe stendonoA lor le braccia gli alberi morentiSopra i bianchi crepuscoli.

Più tristeSarìa di quest'uman gregge la sorteNella valle del duol ove non fosseDella pietà la lagrimosa fonteA ristorar le forze inaridite.Forse a rimedio d'immutabil sorteE d'inconsulto error questa nel coroCi pose un dio di lagrime sorgente,Che sovra i mali ampia trabocca e spegneDi molti mali il furibondo orgoglio.Sgorga la fonte e qual si apre al ristoroDella rugiada un fior consunto, un fioreTorna così di pallida speranzaSulla tomba dell'anima e diffondeIl non morto profumo. Essa è divinaE vien da noi questa bontà del pianto,Che benedice alle morenti coseE le morte consacra. Ai colpi acerbiDella forza che strugge, una gentileForza che sana contrappone e traggeDall'ingiuria l'amor. Ove non fosse,Nido di serpi il mondo ed esecrataSorte sarìa la vita e combattutaRagion l'amor come tra i ciechi armenti;Ma la pietà che stilla e che ti avvolgeDi lagrime in un tiepido lavacroTi fa più bella pensierosa e santa,Alta ti posa sull'altar del duoloQuasi raggiante, e in te fissarsi è luceAl lontan pellegrin ch'erra smarritoPer la sassosa valle e che già temeD'essere morto o faticosamenteConduce il peso dell'inutil vita.

* * *

Un vermiglio color corse le guancie,La man che ghiaccia resistea si sciolseIn un tiepor di calde rose al sole;Si schiusero le labbra e fatto indarnoArgine all'onda che le gonfia il petto,Proruppe il pianto vincitor dei mali.

SOLITUDINE(Chiaravalle Milanese)

Qui si apre in mezzo ai pioppi, nel profumoDel buon fieno, che a mucchi odora al sole,Il mio regno, Tacete! ogni rancoreDi voce è spento e va lento per l'ariaLa fatica degli uomini nel lentoFumo dei campi. Oh quanto egli è soaveL'errar su l'orme di sè stessi, ignotiAgli occhi dei saccenti! oh come il filoDolce si snoda dei pensieri all'ombraCoperta d'una siepe! ecco ti sfuggeDi mano il libro che portasti graveDi logorati sillogismi e staiA leggere te stesso.

Erra a mancinaUna garrula allodola: si stendeUn vol di corvi a destra, che fan lungaMacchia nel ciel; là svolgasi nel mezzoUna gloria di nuvoli d'argento.Piena di rotte immagini.

Se l'oraPoi tramonta col sol dietro la reteD'una boscaglia che s'incendia, o suonaUn cinguettìo di passeri raccolti,Senti, amico, vibrar come d'un'alaDi farfalla la morbida carezzaSulla carne del cuor. Tu nel languenteCrepuscolo t'immergi e ti par quasiDi spegnerti nell'ora che si spegne.

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Ma se porgi l'orecchio, è nel tramontoDi quest'ora che parlano le oscureCose del mondo a chi timido vegliaAl lume d'una fede. Odi, son milleE mille voci ch'escono dal campiOttenebrati, come se uno spiritoPulsasse da ciascun filo dell'erba:E nel passare fremon non so quantiAltri spiriti spessi entro la chiomaDelle molli robinie: e luci e stridiCorron per l'aria nera, in cui susurranoIgnoti stillicidî di piangentiAnime che ti chiaman….

Son le vostreAnime antiche già passate a stormi,Lavoratori della terra, stanchiDi seminare il pan duro nel duroSeno della natura. Or che discioltaÈ la prigion del corpo e giace in polveLa struttura dell'ossa entro il recinto,Che biancheggia laggiù dietro i cipressi,Al morire del dì tornati le voglieDei buoni spirti a folleggiar tra i solchi,E guizzando ti toccano, o vibranteAnima mia. Mi parlano e rispondoUn pensiero che sdegna il rauco suonoDella parola e non sarà mai scritto.Che se per vago error non sbaglia il sensoArcano che mi fa non istranieraQuesta tristezza, anch'io fui già del volgoForse altra volta o cadde alcun dei mieiNe' rotti solchi. O forse in una solaAnima ondeggia il mar delle tristezzeE in me percote, mormorando, il fluttoD'antichissimi pianti….

* * *

Ancor non eraNata in quei giorni, o verde Chiaravalle,Nel dolente pensier d'un cenobitaQuest'abbazia, che in mezzo ai prati erompeGotica mole e par fatto di pietraMalinconico sogno.

O Chiaravalle,Quante migrar dalle tue chiostre al cieloConsolate colombe e quante ancoraVorrian fermar nelle tue nicchie bruneUna pace che fugge! A stento il nidoNelle rovine tue nasconde il picchio,A cui lacera il cor spesso il rimbomboDel cacciator malvagio; e l'ombre stesseDel padri incappucciati (s'egli è veroChe si adunino a notte in mezzo al coro,Quando la luna luccica inquietaA turbare il gran sonno degli avelli)L'ombre dei padri esterefatte balzanoAl reo fischiar della macchina nera,Che solca l'orto del convento e versaBave di foco ed aliti d'infernoSulla mesta Certosa. O Chiaravalle,Alle tue mura già scende l'insultoDella vita che rugge e che trascinaGli stridenti bisogni. Indarno all'urtoPotran dei vivi reggere le anticheMal sorrette dai santi absidi tueAll'incalzar del tempo. Alla cresciutaProle d'Adamo è scarsa aiola il mondo,Sì che ogni valle ne trabocca e ingombraÈ d'ogni solitudine l'asilo.

* * *

Questi pochi che ancor restano a noiViottoli deserti assai più cariCi sian, fratelli, e per le ombrose vôlteAndiam recando i desideri e i sogniCari agli dei, che il grosso volgo ignora.

Battaglia di Abba Carima

Il tuo bel giovinetto Aldo partìaPer la terra dei mali un dì d'aprile,Mentre di rose rubiconde e biancheFiorìa tutto il giardin: e ancor fiorisceMaggio che lui già d'Africa il desertoPreme sepolto… e non avea vent'anni,Povera madre!—il tremolante bacioTu non sentisti allor che sull'arcioneEi balzò vigoroso e via si tolseDalla soglia paterna e dagli sguardiDelle pallide amiche. Oh almen se mortaFossi e discesa innanzi a lui, tu primaAd aspettarlo sull'oscuro ingresso,Ombra ridente, non vedrei te folleNella vedova casa andar vagandoSenza pianto a cercar, ombra mai viva,L'orme sanguigne del tuo figlio ucciso.Mai non si sazia l'egra fantasiaChe si specchia nel reo sogno (se un sognoLa reità può vincere del vero)A rinnovar le non mai viste sceneDi dolor, di terror, di scempio atroce.Quando dall'ambe quando dagli acutiInesplorati sassi, ove s'infranseNon la menzogna, ma d'Italia il cuore,Fur visti uscir neri nugoli densiDi vive fiere umane e scender quasiTorrenti nel fragor cupo dell'armiA travolger le candide coorti,Il segreto a cercar della fiorenteLor giovinezza coll'immondo ferro.

A quest'assalto d'indomati affanniArde la fronte. Una vampa ti assale,Misera donna, qual di sabbie adustePregne di sangue. Nell'odor del sangueBalzi la notte esterefatta e scalzaDiscendi a supplicar qualche rugiadaDal ciel che brilla immobile sul capo.

* * *

Pace, fratelli, alle materne angosciePace preghiamo! e se la pace è toltaAlle torbide voglie, alti dal cieloPreghiamo i sonni all'umido guanciale,Fin che sugli occhi placido discendaCome lento crepuscolo l'oblio.

* * *

Ecco dorme la madre: e per incantoDagli assopiti sensi ecco fiorireUna verde vision di spessi ulivi,Tra cui sen viene in veste più che neve,Reggendo il tronco d'una spada infranta,Il suo bel giovinetto Aldo, più belloDell'Arcangelo in viso e più raggiante.

"Da una terra di sogni, ove non giunge"Che il sospir delle madri, a te ritorno,"Madre—egli dice.—Ivi l'eterno ulivo"Della pace frondeggia e a te un germoglio"Ne reco intesto a una stillante lama"Prendi, mia cara, e nella sacra terra"De' padri miei la morbida radice"Spargi ed il pianto delle oneste donne"Le sia ruscello. A seminar l'ulivo"Ti porgo il ferro della fredda lama,"Che penetrò quest'ossa e vi si ruppe."Ove del bianco ramo esce in tenera"Ombra, rinasce il suon delle canzoni,"Danzano i cuori, il negro sen la terra"Schiude al tesoro del crescente pane,"Ritorna il lento faticoso ardire"Del ben oprare, che il furor di pochi"Sgomina spesso e il vaniloquio assorda:"Dell'umano alvear vola il ronzio"Lieto, frequente, a sparger la dolcezza"Che il sacro fiore della vita emana."Olio stilla il bel ramo e il lume scende"Dalle lampade ai libri, ai miti altari,"Alle nebbie dei secoli. Di questo"Amabile arboscel sparsa la via"Fu di Cristo quel dì che al mondo sparse"La nuova legge, ah non compiuta, e invano"Scritta nel libro, o sacerdoti, e in oro"Scolpita invan nelle marmoree imposte,"Se vivente non sia legge dei cuori."A voi madri, a voi spose, a voi sorelle,"Serbato è il seminar questa di pace"Viva radice all'ombra dell'amore,"Che per voi crescerà grande coi rami"Sopra le case e le dormenti culle;"Ma non si posi il sacrosanto bacio"Della donna sull'orma empia del sangue,"Nè il dolce amplesso la fatica onori"Di chi sogna lo strazio empio dei corpi"E il fluttuar del sangue e le nequizie"Oscure della Morte.

"Noi per sempre"Caduti il lacrimar poco ristora,"Ma ne ravviva il pio pensier dei vivi,"Se dal nostro morir tranno argomento"Di futura giustizia. Anche la morte"È un proceder avanti, è un mite sogno"Che rispecchia gli eventi ancor non nati,"Se dalle tombe sanno estrarre i vivi"L'idea sepolta e dispiegarla al sole."

Chi togliere mi può questa possanzaCh'eccita il core delle morte cose?Se un dio si agita in me, ben alla forzaChe schiaccia il mondo io mi ribello e balzoSopra il dolor e là dove trascorsaÈ poc'anzi la Sfinge scoloritaFiglia di morte col massiccio carro,Del mio pensier (io magico poeta)Suscito i fiori e a nuove danze incitoLe figlie del mio sogno. InutilmenteTenta intralciarmi di sua spine il passoL'orrida selva, oppur di sue tristezzeAccumulate mi fa cerchio e muroL'ora che passa. Il mio poter s'innalzaIncontro al fato e dalla morte chiamoFonte viva d'immagini viventi.A lor io mi accompagno e vo superboDel mio corteo, qual simile non ebbeIl gaio re della leggenda ArturoE nessun dei dipinti Saladini,Che di Georgia trassero e di SamoLe più candide spose. Io son tal sireNell'ampio regno del pensier, che tutteMeco trascino le letizie e i giochiChe infiorano le culle. Io d'ogni biondaPargoletta che ride esser presumoFratello e d'ogni bimbo ingenuo amico.Chi può vietar che al core del poetaScenda la voce e l'innocente invitoDei fanciulli che chiamano? e chi vuoleUn amplesso intralciar d'anime amanti?

So che beato estimasi tra i pochiChi stringe nella man la chiave d'oro,Ch'apre gli scrigni del pensiero e svelaIl tesor degli affetti e le riposteGemme della sapienza.

Anche beatoChi può del libro rompere i suggelliChe di Natura l'ultime contieneImmobili ragioni e chi alla fontePuò ber della Virtù, dove di querciaIncoronata sta la venerandaEsperienza, che le sempre egualiLeggi ritrae con giusta mano e fila.

Ma più beato chi del cor dirigeI dolci incanti a suscitar le larveDelle remote o spente illusioni,A richiamare i tramontati giorniNella veste raggiante e sa dei mortiBaci evocar le timide fragranze,Come allor che la vita altro non eraChe un fior di più nel semplice giardinoDi giovinezza. Al rifiorir di questeEssicate memorie, io non so come,Sento che tutta l'anima s'inebriaDi savia gioia e sembra che il ricordo,Ombra del ver, scenda del ver più bello.

Io la serbo nel cor questa parolaCh'apre le fonti alla dolcezza e chiamaTutti gli erranti spiriti che vannoPer la luce e per l'ombra. Ecco, s'io dicoIl sacro motto, a me tornan le belleDonne che alla tristezza di NaturaIntessero un sorriso e tutte passanoA me davanti colla man gittandoIn mezzo a molti fior frasche d'ulivo:E passan le gentili a te facendoMolle la strada, per la qual tu scendiEstrema, nel dolor cinta, ma in paceTra le modeste ancelle dell'amore.

Chi trattener vi può nella leggieraProcession che sfila sotto l'arcoCh'io v'innalzo, o divine visioni?E qual nembo è sì forte che vi possaSgominar nel pensier che vi rimenaIn terra? Ancor se il mio voler indugiaA ripeter l'incanto, ecco ch'io traggoA me vassalli quanti cavalieriPortar la grazia del valor dipintaNei bianchi scudi e furono di damePallide grazioso patimento:E par che al lor trascorrere risuoniIl rumor del torneo misto ai singhiozziDelle mandole. E voi dal tempo chiamoE voi governo, ombre sepolte all'ombraDei vecchi monasteri, illividiteNei passeggiati marmi, invan da milleAnni consunti nelle cripte e spentaFin nella mente degli scribi illustri,Che di vostr'ombra pascono la scarnaGloria che li fa vivi. E vanno i cantiPer l'alte ogive e fremon le dipinteFinestre al pio riverbero che emananoI dischiusi sepolcri. A cento a centoEscono le devote anime biancheDelle mistiche spose a cui fu sposo,Il morto in croce e talamo l'avello.

* * *

È questa la virtù, madre, che spessoMi mena a favellar presso la spondaDel tuo riposo all'ombra d'una teneraEdera affettuosa che ti abbracciaPer amor mio. Colà dove ti è datoDal ciel per premio di sognar te stessaNel silenzio campestre, odo la notaVoce che parla. Nel morir del soleVedo l'immagin tua venir tra l'erbeFolte nel mezzo alla fiammante festaDei fior di prato, onesta apparizionePiù vicina al mio cor che mai non fosti,Come ogni cosa che dal cor germoglia.

"Il dolce immaginar caro ti sia——Sento che dici—più che il vero e il fastoDei chiassosi trionfi. A te sia belloRichiamar quel che fugge e far coi fioriDel tuo pensier ghirlande a' figli tuoi.Altri dai vivi a mendicar si affanniLa carità del vivere, o se piace,Un lumicin di fatua gloria erranteEntro le stoppie. A te sia pane e luceIl santo giusto che per sè risplende:Nè ti spiaccia seder spesso coi mortiPensoso ad ascoltar quel che la terraRacconta al ciel, a cogliere virgultiMolli di pianto, a riempir le maniDi speranze a chi va senza confortoPer le strade del mondo.

Alcun t'invidiNella vecchiezza tua, quando d'intornoRifiorirà la selva delle belleCose pensate e nel varcar la sogliaTi verrà dietro l'ultima speranza.

Disciolto il vago sogno, esco pei campi sotto la neve e nella nebbia occulti, quasi occulto a me stesso o a me sol noto quanto basta per dir: son un che piango, Per il nudo deserto in ordin mesto mi seguono, lasciando dietro un solco di tristezza nel pian candido, i morti pensieri della vita e quei che all'alba del primo gioco giovanil sereni nunzi di glorie e fantasie di pace all'innocente cor disser le prime insidie e quelli che al maturo senso schiusero il mito delle eterne cose. E seguon lagrimando, angeli vinti nella breve battaglia intorno al vinto lor signore, le rotte ali strisciando alle ruvide spine. Escono al pianto nostro dalla socchiusa urna del Tempo l'Ore cadute, che passar nel regno della mia vita luminose o brune, e ognuna a ricordar alza la voce quel che già fummo.

* * *

"Io son—una ricorda— l'ora del Sogno. Io son quella che i casti giorni dipinse e suggerì le rime preludiando all'amor. Se ti rimembri, molto ti piacqui in sul fiorir degli anni, allor che mi traevi ramingando per vie solinghe a ricamar la trama de' reconditi boschi o di solinga tomba a baciar le squallide viole. Nella vergine veste a te le immagini spesso recai, che ti facean dal forte sonno balzar ed allungar la mano a rosei lembi ed a fuggenti chiome.

* * *

"Son io—mi dice una seguente voce— l'ali fremente dell'amor son io, Ora che mai si oblia, quella che prima raccolsi sul bocciuol d'un rugiadoso labbro il singhiozzo d'un soave affanno, soave ancora a ricordar. La bella mal renitente a te sporse la bocca molle d'ogni dolcezza, onde fu a lungo inebriata poi, lieta di canti, l'aurora del tuo maggio e a lei men triste degli anni brevi il pallido tramonto.

* * *

"Io te guidai per la superba via e forte in man ti equilibrai la spada della Giustizia—un'altra erra dicendo in ton più grave.—Del voler ti cinsi i fianchi il dì della battaglia e l'ira t'armai di solitudine sdegnosa contro il volgo dei mali. Io nelle gare de' vili il core ti sostenni e stetti fiera in disparte a ritemprar la forza dei sacri sdegni. In altro scudo io penso non brami d'esser collocato il giorno che, nudo in terra, ma la fronte al cielo cadrai.

* * *

"Deh, non fuggir quel che ti attrista Io, io del tuo Dolor l'Ora più fiera col mio singhiozzo non dovrei nell'ombra rinnovellare i gemiti e gli auguri… (così se stessa una dolente accusa). Al cor molle di gioie e di speranze io stesi il dito acuto e tanto il tenni fin che quasi lo spensi. Amor e fede ne strappai spaventosa e al suol, non morto, ma sanguinante ti lasciai nel sangue della tua vita alla pietà dei buoni umil bersaglio. Ma del ben ti schiusi l'intime fonti e nel tuo pianto immersa i lenti moti dirizzai de' sensi a seguir della logora mestizia i passi tra i bisogni aspri de' miseri, chè scuola è il nostro mal ai mali altrui. Io non già t'insegnai l'orride piaghe a denudar del volgo e a far d'un cencio alta bandiera all'irritante musa, ma dal palagio all'umil tana a dito mostrai qual sia del vivere lo stento e il signorile affanno.

* * *

"Ed io, mi guarda, amico, io son la mite Ora che prega, che teco inginocchiata, ove il materno occhio vegliava, il tenero sospiro della Fede sorella al sen raccolsi. Andar senza di me, forte non lieto, sciogliesti poi, nume a te stesso. E ancora sulla soglia ti aspetto ove negletta mi lasciasti, se mai d'una cocente stilla di sangue ti lacrimi il cuore, o se disperazion dai desolati cieli più nera piova. Invan tu speri dimenticarmi. A chi bevve profonda la mia dolcezza in sul mattin, più lunga di me nel vespro tornerà la sete.

* * *

"Volgiti lieto al mio chiamar. All'opra sempre desta tu vedi in me la pronta Ora del tuo Lavor, madre a robuste speranze, quella che ai cresciuti danni porsi il ristoro dei raccolti frutti, che all'ombra edificai d'una sicura coscienza del tuo vivere la casa. Sai come al martellar forte e frequente si scosse il tuo vigor: dalle riposte fantasie scaturì qualche non rozzo simulacro e l'idea venne all'incude del sonante lavor docile ancella.

* * *

"Ed io son l'Ora del Dover—(sommessa parla un'ultima voce)—umile vissi nella tua vita e taciturna; scarse lodi raccolsi; di ragion ministra me di me stessa mi contento e pago".

* * *

Questo dell'Ore che fuggir il grido tra il doloroso e il lieto, a cui tra il lieto risposi e il doloroso:—O mie fedeli, o del mio viver sacre e benedette sorelle, il ricordar dite che giova? voi ben sapete come voli il tempo e in picciol spazio irrigidisca il labbro delle parlanti cose. In aria un segno di voi, di me non resterà più vivo di quanto lasci nel volar la nera rondinella che passa. Ove il più bello ci venga tolto e in particelle, in polve volga di noi la più divina parte, qual gioia il dir: noi fummo? e quale il vanto d'aver coi mali avuta inutil guerra? ogni cosa vien meno e tutto oscura un'estrema d'Oblìo ora che tace sopra gli stessi mali eternamente.

* * *

"Non vano esser vissuti!—a me col pieno coro rispondon le vaganti amiche— non vano, ove in gentil opra di bene si perpetui l'affanno. Anche se sciolta e sparsa al vento è la dolente polve, erra come di fior morto il profumo nella stanza dei vivi. A un Nume è sacro, non a sè quell'incenso che dall'ara sale continuo nella oscura cella, nè inutil scende la rugiada all'erbe che poi dissipa il sol. Non a sè stessa edifica la pietra. Al tempio giova non men l'ignoto che sepolto giace coccio sotto le basi e il crisolito ardente che prostrato il volgo adora. Ogni Ora nasce quando è il tempo e ognuna scende dell'infinito Essere in grembo di sua ragione coronata in fronte in una tenue, che all'orecchio sfugge del querulo mortal, vasta armonia. Nulla è vano, fratel. Non la stanchezza che mosse della terra i lenti semi, non il pianto che largo li feconda, non la morte che scioglie e riconduce il mister della vita. Alza la speme, chè a chi vien dietro non è vano il solco di chi prima passò. Migrano a sciami associati gli spiriti, siccome scendon nel freddo tempo in lunga riga gli stornelli a portar salva in più caldo lido del caro stuolo la speranza. Non ognuno per sè, ma ognun sorregge della stirpe il destin colla brav'ala non mai stanca, che tremola all'invito degli spazi del ciel ampi e del mare".

luglio 1895.

Giovani amici e giovinette in piantoPrecedono il trionfo della MortaPer l'ampie strade. Il ciel ride giulivo,Mentre lenta si avanza la coorteDal dolor disarmata, a cui la rigidaNon conosciuta man ha tolto il vivoFiore d'una speranza. Erra il profumoPer l'aria delle mille rose bianche,Che per amor di lei voller morireSulla pallida testa. Il popol scarsoChe stette all'ombra delle case in questoGiorno chiaro di festa, al venir lentoGuarda del carro, e guarda i fiori e i bianchiVisi delle compagne e—Addio, mia cara….Dice ciascuno in cor, chè ognun ritieneSua figlia ogni fanciulla che si avviaAl camposanto. In ogni giovinettaVita che muore ognun sente morireSè stesso, o almen di sè la più ridenteMemoria e coll'ignota si accompagnaBara che passa quasi lagrimando.Una spenta dolcezza.

A questo incantoGiova il saper che bella era e gentileLa verginella ora caduta in gremboAlle funebri rose e giova il dire;"Questa che passa avea libata appenaLa gioia che fa bello ogni sorrisoE soave ogni lagrima. Non unaOra bruna volò di triste augurioIntorno al capo giovanil che dormeSenza rughe e senz'ombre. InesploratoEnigma a lei fu della vita il sensoE amor (l'antico tempestoso affanno)Non fu per lei che un sogno mattutino.Col suo pensier il suo bel corpo passaCome puro alabastro al culto eternoDi purissimi spiriti. Non caddePer forza, no, di vento o di tempesta,Ma come si disfiora un ramoscelloNel chiaro specchio d'un ruscello vivo,Sì che la vita sua continua e scendeDi core in core in una fresca ideaDi giovinezza".

* * *

A quante più leggiadreCandide fantasie passan nei sogniDei poeti gentili il nome prestaE le sembianze un'innocente morta,Che poi ritorna rivestita e ardenteDi gloria a noi. Così non cadde il sognoAmoroso di Dante nel trionfoDi Beatrice morta e va soaveNel triste verso il nome di Nerina:Così per voi tra i vivi si perpetuaIl culto della Grazia, o a noi rapiteAncor ridenti nell'esiguo fatoDi pochi aprili!

* * *

Alcun che a notte mutaSi smarrì tra gli avelli, ove più foltiErano i gigli nelle nivee tombe,Sentì voci tornar come di cantoDolcissimo e fuggir vide una lucePalpitante nel sasso, in cui rifulgeIl nome delle belle adormentateNel silenzioso oblio.—"Noi siam le vostreSopite illusioni ma non spente——Dicevano le voci—e nei scolpitiNomi fermiamo l'ideal che fugge.Noi la bellezza siam che mai non ebbeDal tempo insulto o da infedeli amanti,Noi siam la vostra giovinezza immota,O padri stanchi e declinanti, e il vostroGiovine core a custodir siam morte:Per voi serbiamo in ogni tempo un fioreDi bel ricordo e allo scoccar dell'oraUltima, allor che la speranza cade,Da questi tabernacoli di marmoAngeli vostri usciamo luminoseDi nostra luce a rischiarare a voiLa tenebrosa via, per cui sì tristeÈ l'andar soli e l'arrivare ignoti".

Dopo la morte della figlia Cesarina.

Caro è fuggir la stanca afa d'agostoPer voi cercar, e quete ombre dei faggi,Scossi e ridenti al tremoloRezzo che manda a voi l'umida valle.

Caro volger le spalleAl fragor della gente e al vasto tedioChe il piano ammorba per trovar voi, careOmbre nere dei pini, sulla via.

Lasciato indietro il mareDelle cure in tempesta, ecco qui snodasiDietro il clivo la pace e vien innanziSparso di suoni un bel pascolo verde.

Il sentierol si perdeTra le roccie lassù, lambendo il margineDella chiesetta, albergo alto ed apertoAlle rondini pie. S'incurva al basso

Dove coll'acque si trastullan l'anatreUn ponticel co' pie' tra sasso e sasso:Ivi il molino innalzaTra verdi spruzzi ed urti il soffio ansante.

Or non fa l'anno ed io salìa la balzaDi questi monti e meco era una teneraFanciulletta cantante….Or sola è l'ombra mia lungo la via.

Voi ridete del vostro verde eguale,O prati, o boschi, e sotto all'arco provanoL'ali le spesse rondini al ritorno,Che già le chiama il mare.

Rota e ripete la sua nota il raucoOperoso molin tra l'acque chiare,Che nuovo pane a nuovi figli appresta.Io sol vo stanco e solo

Cercando invan la mia canzon. In questaFoggia il ritorno è un picciolo morire.O voi, ombre, prendetemiDei cipressi davanti al muricciolo.

* * *

Era cara con lei questa segretaStradella, che nei campi umile gira,La mattina di maggio e nella quetaOra che il vespro tra gli alberi spira.

Nella mestizia mia correa giulivaLa sua parola come un'acqua chiaraTra lenti sassi garrula si avviva.

Della tristezza dissipato il foscoVelo, sentivo nella voce caraRider le cose, gorgheggiare il bosco.

Ancor tra i campi cerco la segretaOmbra là dove il mio dolor mi attira:Ma tace il torrentel, chiusa è la meta,E un gran tramonto nell'anima spira

* * *

Ombre placide e molli, ombre silentiDel bosco, io vi ritrovo e trovo insiemeQuel che passò tra voi nell'ore estremeDella mia gioia e de' bei giorni spenti.

Qualche cosa di mio tra le piangentiVostre foglie va lieto ed erra e freme,Tal che il mio core, desiando, temeDi rivivere in voi l'ore ridenti.

Una voce, destando echi lontani,Par che mi chiami in quella parte e in questaOve più folto perdesi il viale:

E i passi guida affascinati e vaniIn mezzo ai tronchi un'agitarsi d'aleEd il fuggire d'una rosea vesta.

* * *

Mentre le luci di mia vita a pocoA poco si spegnevano nel mutoCrepuscolo degli anni e mentre fiocoMoriva il sol di nuvoli involuto,

Mia cara lampa, io ben sperai che al fuocoAvrei della tua fiamma ancor potutoToccar le corde coll'antico giocoE cader sul mio povero liuto.

Alla tua luce avria la stanca manoScosse l'ultime note e men dolenteSaria finito il salmo della vita.

Or che sei spenta erra la man smarritaNel desolato buio eternamenteA ricercar le vecchie corde invano.

* * *

Tutta bianca al tornar del nuovo aprileFiorìa la siepe e tiepida fluivaPer ogni verde rivaLa tua fraganza, o violetta smorta.

Per queste balze andava essa gentileCogliendo fiori come in un giardino,È morto il biancospino,Morta è la siepe insiem da ch'ella è morta.

Non più pei freschi rugiadosi seniDi questa valle, ov'ella corse e scese,Ancor dal sole acceseLe rosette vedrò che il maggio porta.Aridi e spenti, sol di stecchi pieni,Rivedrò i boschi e serpeggiar le orticheNel folto delle spiche:Chè tutto è morto qui da ch'ella è morta.

Dalla mia spoglia uscitaOr batto l'agil volo,Non in un angol soloDel ciel, com'io credea,Ma vezzeggiata ideaDovunque il tuo pensier mi cerca e brama.

Nel Dio che a sè mi chiama,Che in ogni stella splende,Lo spirito si accendeDella mia vita corta:Seco mi tragge e portaOvunque il tuo pensier erra e riposa.

Quel che la bianca rosaDolce profumo esalaSon io: son io dell'alaIl frullo accanto al nido;Son io percossa al lidoL'onda che lenta mormora e sospira.

Nella sua dolce spiraIl venticel mi vuole,Senton le mie paroleLe foglie scosse e i rami,Tutto che cerchi ed amiDi me racchiude una memoria, un'eco.

Quando tu piangi, tecoIntenerir mi fai:Se al poverel tu daiLa tua pietade io sono;Io sono il tuo perdono,Io son di te quel che giammai non muore.

Strette in un solo amore,Fiamme d'un solo Iddio,Tu sulla terra ed ioDal ciel donde scendeaSiamo la stessa Idea,Che vince d'ogni morte ogni furore.

* * *

Pianger perchè?—se mia fortuna piangi,Giusto non sei, nè pio,Che tutta nel morir recai finitaLa gioia di mia vita.

Pianger perchè?—se il mal che mi fu toltoPiangi, ed accusi IddioSe per assenzio mi fu dato miele,Il piangere è crudele.

Pianger perchè?—se questo pianto amaro,Ch'ora ti solca il viso,Non proverò giammai, non è pietosaInvidiabil cosa?

Pianger perchè?—non dir: Morte ha divisoDi polvere due grani;Ma ricongiunse in suo voler potenteLa goccia alla sorgente.

* * *

Or sai più cose che non t'eran notePrima e che forman la tua scienza nuova:Sai che il dolore quanto più percoteDel cor le forze invigorisce e prova.

Sai che cenere e fumo, ove le vereCose s'infiamman, son le cose vane:Che come gemma tra le scorie nereTra i fuggevoli beni amor rimane.

Sai quanto amari son del pianto i rivi,Che i dolori trascinano del mondo,E quanta forza danno i morti ai viviA portar la speranza fino in fondo.

In mezzo al rombo degli umani guaiDolce rifugio sai che aspetta e taceOltre il Tempo la Morte: ed anche saiCome sorrida un angelo di pace.

Solo presso lo scoglio, ove il dolor mi lega,vedo nel vuoto abisso passar gli anni cadutie le cadute cose.

Giran le spente occhiaie qua e là dentro la brumadell'ombra che mi serra e, brancicando, ancoraqualche fantasma io stringo.

Nell'addormito spirito, quale su mar desertorepente un alcione candido irrompe, il ciecocosì della mia tenebra

Orror fende una donna, uno splendr che i mutisegni richiama e suscita delle memorie spentenel gran mar delle lagrime,

Quale si annuncia candida, qual sorge dalle fondeacque in un riso tremulo che luccica sull'acquee in sen dell'acque specchiasi

Aurora rinascente, così donna più bellanon parve ad occhi vivi. Pei rivoli del piantotutta m'inebria l'anima.

Va dalla riva all'ultima onda una via lucente,in cui scende l'immagine bianca ad un dolce invito;onde convien che il gracile

Corpo io raccolga e rotte l'ultime inerzie, seguala folgorante traccia, in fin che morto io tocchidel mar l'ultima riva.

Fanno nel cielo bianco i curvi ramidella selva, che molta neve ingombra,de' vani, sottilissimi ricami.

Per i viali della terra, sgombrad'ogni speranza, passa una mortaletristezza, che il candor del suolo adombra.

Lugubri augelli van sbattendo l'alecontro i gelidi tronchi. Io piango. È questala morta selva piena d'ogni male.

Torna la donna in una verde vesta,che tiene un molle ramicello in manoe vien benedicendo la foresta.

Non cade, no la sua pietade invanonel rigido dolor, ma il segno santodella prudente piccioletta mano

Alla tristezza scioglie il duro incanto.

Ogni nebbia si dissipa e prevaleil sol che nasce da un bel mar turchino,entro la selva che mutò colore.

Approdan vele stanche al litorale,donde scendono donne nel giardino,che fa la selva tra le piante in fiore.

Hanno nel viso le signore santele soavi memorie e reca ognunaun picciol vaso di preziosa essenza.

Per i viali muovono le piantesenza versar dai corpi ombra verunacome di sogno molle evanescenza.

Vanno le donne angeliche nell'alta erba fioritain lagrime la cenere strisciando di lor veste,E morta, ma ridente nel suo splendor celeste,portano una fanciulla tra i gigli impallidita.

Di soave tristezza inebriate, il suonomandan le bianche voci. L'anima sofferentele segue umile e casta del pianto alla sorgente,ove le belle attingono la grazia del perdono.

Presso la soglia candida, da cui l'onda deriva,si prostra il fiero sdegno, l'ira si prostra cieca:più t'immergi nell'acqua che la fontana reca,più la fanciulla morta a te ritorna viva.

"Io sono la speranza nata dal tuo piacere,ho il sol dentro ai capelli e molte spine ai piedi:io son la pura essenza di quel che pensi e credi,l'anima profumata son delle cose vere.

"Morta son viva e passo nei sogni del mortale,spargendo colle mani aperte la sementedi nuovi sogni. Io sono la bella sorridente,che stillo eterni aromi dai morti fior del male."

Venian per la selva silenteCon passo dolente le donne,Non vive, ma come sottiliFantasmi gentili nel viso.Mi cinser la testa pietoseD'un olio di rose soave:Mi tolser la nebbia che ingombraLo spirto com'ombra letale,E—Figlio—mi dissero—Ave!

* * *

Noi siamo le eterne sorelleNoi siamo le belle immortali,Che sciolto il mister della Sfinge,Di morte non spinge la mano.Ci accoglie la selva divina,Che verde sconfina nascosaAi cupidi sguardi dei viviDi rose e d'ulivi fiorente:Riposa, riposa, riposa.

* * *

Solleva lo sguardo smarritoAscolta l'invito piacente:Dal monte chi rotola in questaEterna foresta rivive.Per balze scoscese e dirotteStancasti la notte: sei vinto.Riposa, riposa, riposa.L'effluvio di rosa immortaleRichiami lo spirito estinto.

* * *

Chi beve all'eterna fontanaChe limpida emana da DioS'inebria di santa certezza,Gli anelli disprezza di morte.Piantate per sempre le tende,L'affanno distende di un'ora.Ristora nel placido oblìoLo stanco desìo, dell'almaLe crude ferite ristora.

Le belle voci e il vago incantamentoAprir nel sasso la feconda vena,Che corse come un rivolo d'argento.La risorta fanciulla, a cui serenaSplendea la pace nel raggiante viso,Mi die' dell'acqua colla mano piena,Reggendomi degli occhi col bel riso.

* * *

Inebriare è pallida parola,Se il dolce esprimer vuoi di paradiso,In cui mi trasse la gentil carola.Ma non dirò del sovrumano amplessoOnd'io fui cinto e della bianca stolaChe me condusse fuori di me stesso.

* * *

S'anco è sognare, o miseri mortali,Questo cieco veder che n'è concesso,Se spento è il sole, resta il cielo all'ali.

_Quando verrà quel dì… quel dì, Signore,Che vorrete con voi l'anima mia,Fata che presso al letto del doloreVenga a seder la santa Poesia.Essa, che tutti sa di questo cuoreI desiderii, colla grazia piaFarà che la tremante ora fatalePassi sotto un bell'arco trionfale.

Di giovinetti tutti i casti ardori,Che in rima chiusi tante volte e in prosa,I veduti tramonti e i bianchi alboriDel cielo ed ogni più ridente cosa,Le fanciullette amate e i baci e i fioriSvaniscon meco in un color di rosa:E nella notte che starà davantiScenda la luce dei sognati istanti._

Al lettore, Pag. 7

I segreti pensieri.

Preludio: Canta l'usignuolo, " 13A una giovano poetessa, " 15Litanie vecchie e litanie nuove, " 17Il telegrafo sulla montagna, " 21La trasmissione della forza elettrica, " 24A un vincitore in un duello, " 27Ora di tedio, " 30Il tempo e la mano, " 32"Per quarant'anni parroco", " 35L'agnellino dorme, " 39Il contadino—Cantilena, " 42Conca alpina, " 44Il rosario della nonna, " 46La capra ed io, " 49La fanciulla benefica, " 53Il fiume e la vita, " 56Ad un generoso signore, " 61Il cantoniere, " 65A un vecchio crocifisso, " 68

Le vaganti immagini

Cantilene di Natale, " 73La chiesetta, " 76Canzonette di primavera, " 77Lasciamole volar, " 79I consigli del vecchio marinaio, " 83Il maestro contento, " 85La villetta chiusa " 89Dopo la pioggia " 91Il funerale del povero " 93Il fabbro " 96I vecchietti " 98Le due poesie " 100La sartina " 103Angelina " 105Maria " 106L'acqua e il sasso " 108Il sorriso " 109Predichetta " 111

Feste e glorie

Brindisi dei tipografi " 115A Victor Hugo (salmo) " 120All'Italia " 123Ode a Verdi " 127Alla tomba di Re Vittorio Emmanuele II " 132I fratelli Cairoli " 137


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