II.

II.«Sempre alla lussuria séguita dolore e penitenza....»[pg!54][pg!55]LA SALVAZIONE DI FRA' GERUNZIO[pg!56][pg!57] Da una cella nel monastero di Pentula frate Gerunzio guardava in basso, lontano, sotto un chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico, né poteva pregar bene Iddio; e interrompeva piú volte le preci rituali con preci sue, angoscioso e lamentevole.— Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo, perché lasci cieca l'anima mia? Perché tu, che risuscitasti Lazzaro e il figliolo della vedova, non risusciti a te l'anima mia? Perché dai miei occhi non sgorgano lagrime degne di grazia come le lagrime del ladro e dell'adultera e io perdo, senza che tu m'aiuti, l'anima mia? Non mi abbandonare, Signore! Fa, Signore, ch'io oda la tua voce, la stessa mia voce nelle mie orazioni; fa che io le senta, che io senta nell'anima le mie colpe come tu su la fronte le spine de' Farisei! —[pg!58] Da una torre di Gerico, la città degli amori e delle rose, una schiera di colombi levò il volo e delineò nell'alto il giro della città; ma alla veduta di quella tenue candida fila nel cielo azzurro e di quel cielo azzurro il monaco Gerunzio rimase intimidito quasi a un ammonimento, muto quasi a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere, vide una femmina nuda. Come lucide le chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido! Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà d'una dea: era piena di grazia e rideva, tutta nuda.————Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio. La notte, nelle lunghe tenebre e nei brevi sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi, nefandi, e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza, di nausea, di esecrazione per quella sua carne che in guerra collo spirito riusciva a vincere finché alla prima luce e serenità mattutina, quando sembra che la divinità si ridesti in cuore [pg!59] agli uomini, egli non pregasse e si dolesse e appassionasse; ma quando il sole diffondeva il calore e la vita nel mondo, ecco apparirgli altre, ben altre visioni, limpide, affascinanti, gioiose; ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere giovinette nella prima coscienza ed esperienza delle impudicizie maschili; audaci etère sapienti d'ogni voluttà carnale; indulgenti matrone nella piena bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era certo lo spirito della concupiscenza che opprimeva la sua volontà sorprendendola nel sonno e nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso di bene cercava star tutto intento a sé stesso, quale era la strana forza a cui l'arbitrio suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio della virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza imaginativa del cervello, l'istinto che l'impugnava e trionfava; e perciò pregava Iddio cosí affannosamente e sinceramente. Invano. E una volta, in disperazione, la testa fra le mani, si mise a ragionare in questo modo:— Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei [pg!60] padri in elemosine e convertii le pietre preziose in pane per i poveretti: campi e palazzi, cavalli meravigliosi e vesti di seta che movevano ad invidia i poveri e a gelosia i compagni, tutto vendetti a soccorso di orfani e vedove, di piagati e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria e salute in estenuati ed infermi; e perché mi dicevano bello, digiunai e imbruttii. A tutto feci rinuncia, e adesso vorrei distormi da questa mia carne, che non contengono flagellazioni e disagi, e rendere il mio spirito a Dio. Dio, accogli il mio spirito che si riposi in te! —Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto perverso — Non vuole? — disse —. E sia cosí! — Uscí dal cenobio; si spogliò della tonaca; indossò vesti e pelli, e con l'apparenza di un onesto pastore si diresse alla volta di Gerico.————Difficile via, un sentiero sopra e tra monti scoscesi; ma nessuna fatica, anche piú grande fatica, avrebbe mortificate le membra di frate [pg!61] Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso avrebbe potuto oramai frenarne il passo il pensiero lo sguardo, ed egli affrettava alla volta di Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano pareva il mare e il Carit argento limpido sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro il dorso delle montagne, si contenevano a vista minore, non brillando meno di gioia, perché da tutto, da un granito e da un salgemma che scintillasse coi colori dell'iride; da un fiore rosso che rompesse il verde cupo delle ginestre; da un uccello di varie tinte che levasse il volo frusciando, i suoi occhi ricevevano e recavano all'anima avvivata e accesa il senso della natura e della vita. E il suo pensiero, già buio nella tribolazione dell'intima battaglia e breve e pauroso nelle racchiuse idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in quell'ampia e lieta libertà del mondo, e si estendeva e rafforzava: nell'attività dei nervi e dello spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e dalle vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere e roso dalla bramosia vana della propria dissoluzione, sembrava d'un tratto rifiorire, ritemprarsi [pg!62] di nuovo sangue e inebbriarsi d'aria e di luce come di un vitale liquore. Nell'aperta considerazione delle cose sparivano i terrori della sua mente; s'era svestito del cilicio, ma anche si svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata e traviata la fantasia; ubbidiva allo stimolo dei sensi, ma presentiva il benessere che verrebbe a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa, necessaria e umana colpa, la quale andava a commettere.Scendeva — le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l'anima nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa, splendida, in un letto d'erba e d'anemoni, rose, viole e narcisi!Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano, meravigliosi giganti, su le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno specchio [pg!63] convesso temprato d'oro. La città di Erode, distrutta due volte e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta: «Maledetto nel cospetto del Signore l'uomo il quale imprenderà di riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol minore!»Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò allegro in Gerico.————Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre, rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da [pg!64] un arpicordo e cantava con voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante, gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi — vieni! — osservò innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi, per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno perché scorgeva la femmina che l'aveva chiamato: Vieni!Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un pezzente, ma l'altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba prolissa dell'uomo: — vero — disse —, o pastore, che tu hai buona moneta?Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina un ridere osceno.Il monaco tese le braccia.————Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s'impiaga d'improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli s'imbiancano [pg!65] su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere le vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che deve gridare: — l'immondo! l'immondo! —; perciò il Signore commise a Mosé che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in polvere fino le pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell'ira divina.————Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí germogliarsi su la pelle, súbito, dalla pianta dei piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna: si vide; e la meretrice urlò: — L'immondo! l'immondo! — Ma allora Gerunzio non ebbe piú innanzi [pg!66] a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che gli scioglieva la caligine dell'anima, gl'illuminava il cuore e il pensiero colla verità oltremondana, lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e le mani tranquillo, sereno, sublime, disse a voce alta:— Questo castigo, Dio, è la mia salvazione![pg!67]DIO LO VUOLE![pg!68][pg!69] Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il capo al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s'addormentò. Riccardo la sentiva cosí dormire; la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un trepido senso di pietà: il suo spirito riagitato da un sentimento piú antico e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore gli deprimeva dentro, già tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e fatali.Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al passaggio a cui il principe Edoardo d'Inghilterra e il conte di Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli [pg!70] aveva compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare a combattere i nemici della fede. Ma egli pensava che non poteva partire, per la sua donna.Per le donne di Antiochia vendute all'incanto, per i fanciulli ceduti schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia e in Nazareth e sparsi al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé e di Safad erano morti trucidati tutti ad uno ad uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad brillava, la notte, una luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, già in terrasanta, incontro a Maometto cantavano:Vexilla Regis prodeunt:Fulget Crucis mysterium[pg!71] Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore del corpo: alla salute dell'anima non voleva pensare. Pensava. Quando, ecco parergli che il buio della camera s'estendesse senza limiti, enorme come quello dei ciechi, e ch'egli, fuori di sé, vi smarrisse la coscienza corporea: quando, ecco nella nera oscurità balenare una luce viva da una croce di fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi luminose anch'esse: —Dio lo vuole! Va!La moglie si destò atterrita al terrore di lui ed egli, tornato in sé medesimo, affannosamente le diceva della miracolosa visione. — Io ho paura di Dio — egli diceva —. Mi bisogna andare in questo passaggio —. Ma la donna tacque, e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si dolse che non per sí breve letizia ella aveva sofferto tanto nel suo lungo ed avversato amore e tante rampogne soffriva ogni giorno dal parentado ricco e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere, essa fu queta e persuasa alla volontà divina, e toltosi un anello di dito lo diede a Riccardo dicendo:[pg!72] — Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell'amor nostro se con il mio dolore potrà crescere in me. —Riccardo abbracciò la donna.II.Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi nono era già morto. Invano il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!, perché il re di Sicilia conchiuse una tregua, levò l'assedio da Tunisi e affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.Ma non tornarono essi i guerrieri d'Inghilterra; e per recar innanzi i vessilli della croce tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o avvelenati dal miele dai frutti e dalle erbe che ne ristoravano a pena la fame. A Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che un popolo d'inermi. E bisognò [pg!73] che ritornassero: senza gloria di geste, senza ricordi e speranza d'imprese generose, tornare! Tornare senza aver tócca una ferita combattendo! Cosí Edoardo d'Inghilterra, colpito di pugnale e a tradimento in San Giovanni d'Acri, non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione, fuggí di Terrasanta.E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni d'Acri fu pure Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento dalla malattia, Riccardo dovette procacciarsi il pane con umili fatiche. Egli temeva non rivedere mai piú la sua donna lontana.San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche la piú bella città della Siria: una città lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone erano magnifici, con vetriate che riflettevano il sole: príncipi e re coronati e gemmati passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di [pg!74] Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni, e nelle piazze protette contr'il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose e superbe. I chierici stessi smarrivano Dio tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono dei compagni che erano stati ricordevoli solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che Cristo dormisse affinché trionfasse la gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia divina; e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli oscurò, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l'affetto, che aveva posposto alla fede, risorse allora a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione propizia. Perciò, e perché non temeva piú Iddio, si diede a trafficare per vie non lecite e a [pg!75] prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia, in tanta cupidigia, quell'affetto buono di cui solo nutriva il cuore e il pensiero lo conteneva in una delle antiche virtú, una sola: viveva casto. Egli guardava religiosamente l'anello della sua donna.III.Un giorno, e non seppe né dove né come, Riccardo perdette l'anello; e n'ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo poté darsi pace di questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo perdette anche la tenacia e la virtú del ricordo, ed il freno di sé. Meditò l'adulterio a pena s'avvide che la moglie d'un suo amico e compagno di traffici lo adocchiava proterva; e, avendo agio a praticarsi, dopo poco e facilmente essi s'intesero fra di loro.Quando, nell'abbraccio dell'adulterio, ecco che dalla attitudine disonesta e incomposta di quella donna il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere [pg!76] la moglie nella sommissione vergognosa e pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridestò vivo, preciso, sensibile tutto che della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò repugnando; e di meraviglia la donna rise, salace. Ma Riccardo riudiva la moglie raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello, e nello spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla fede antica di Dio, egli ebbe anche l'allucinazione dell'antico portento: —Torna a Dio ed in patria. Va!Cosí quella voce che l'aveva ammonito con visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva ora, oscura nell'animo, e sembrava che gli dicesse quest'altre parole: —Se la tua donna potrà riconoscerti e ti sarà rimasta fedele, Dio t'avrà perdonato.— Riccardo fuggí dalla donna e recatosi da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probità conosciuta, l'impegnò a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male acquistate: né di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne [pg!77] piú del bisogno ad imbarcarsi in una nave che quel giorno stesso salpava da Acri.IV.Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria; ma ha la schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore che già lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo viaggio ristando qua e là a domandare elemosina e sospinge lo sguardo in cerca delle sue montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca infuocata immutabile. Egli cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a frusti il pane della carità. Egli cammina, cammina.Finché l'occhio non vaga piú per luoghi mai visti, ma corre ai monti nativi che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi laceri e le membra corrose dal [pg!78] male; assidua scòrta, la morte. Egli cammina, cammina.Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle ridente nel sole ed il paese bianco tra il verde: in capo al paese il castello paterno. Anche un'ora. Non piú stanchezza, non male: mormora a costo la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, non teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in un sogno; e l'intento dell'animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per l'erta al castello.Nell'androne è una turba di miseri ai quali ad uno ad uno la dama fa la carità con atto umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre nella cura pietosa e sorride: il pellegrino muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate Dio che mi torni Riccardo!Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta a Riccardo e s'avvia; ma l'ignoto mendico [pg!79] con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia, e al grido del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d'amore vedendo il marito cadere, corpo morto, riverso. [pg!80][pg!81]DISPERAZIONE[pg!82][pg!83] Di tre vergini, che in una casa presso la chiesa di Rumello vivevano sole nella religione, la piú giovane superava le due altre co 'l fervore della sua fede. Ancora bambina, orfana di genitori nobili, l'avevano condotta seco le due altre e allevata fuori del mondo nel timor di Dio; ed essa era cresciuta fanciulla serbando la mente pura e l'animo semplice nella severa e sincera abitudine della devozione. Neppure le turbò il pensiero lo sviluppo dell'adolescenza: che se talvolta le espressioni dei concetti mistici e quei discorsi delle compagne intorno le nozze con Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano nell'imaginativa a suscitarle il sospetto e quasi la sensazione del significato proprio, súbito ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto [pg!84] moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva, irradiato della sua luce eterea e sublime, l'anima d'ogni vergine degna delle sue nozze: la Madonna benediceva sorridendo e sorridevano tutti intorno, tra i concenti di musiche arcane, i santi e i cherubini.Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni mirifiche, il giorno, ora l'esaltavano a strane gioie ed ora l'umiliavano con dolore acerbo. Nel gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva a Dio e sentiva l'anima sua dilatarsi, rifulgere, come dissolversi per la grazia del divino amore; e s'abbandonava, inebriata, al rapimento sovrumano.Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le pareva piú lungi, troppo lungi, da lei; e per fuggire alle tenebre imminenti l'anima sua provava il desiderio d'uscire dalla carcere corporea, di tornare là ond'era venuta al mondo e dove Dio l'attendeva, purificata da l'umano patire, con infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi libera e lieta dalla terra? Non era ancora degna di morire: il suo sposo troppo piú di lei [pg!85] aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli occhi desiosi Egli aveva faticato sotto il peso della croce e sanguinato da orribili ferite e pianto; essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né poteva bagnare l'anima nel sangue dell'agnello, né provare entro la carne gli spasimi del Crocefisso: mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso nel sole che calava con un fulgore sanguigno all'orizzonte.————Ma un giorno di festa all'oratorio della chiesa cantarono alcuni valenti cantori. Dal luogo nel quale stava, non veduta, la vergine non vedeva persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio vago, l'udibile silenzio della folla ristretta che prega e che ascolta; e salivano a lei ondate d'incenso, di caldo e quasi palpiti di vita. Ripreso, il canto si devolveva grande e solenne senz'avere in sé modo alcuno che non convenisse a glorificare Iddio; pure una voce tra le altre del coro piú alta e piú snella la distraeva suscitandole come la pena [pg!86] d'un'antica sciagura — e non sapeva quale — ridesta e confortata in una dolcezza di ricordo indefinito, o, piú tosto, il presentimento d'una pena prossima cui già tardasse una consolazione attesa — e non sapeva quale. Senza che pensasse: non madre, non parenti, nessuno, altro che Dio!, ella sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel suo cuore vuoto.E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra il murmure delle voci e delle opere, le giunse un canto d'uomo e credé riconoscere il cantore dell'oratorio. La voce dell'uomo non piú tenuta ai modi lenti e fermi della salmodia seguiva il vario ritmo della canzone, cosí dolce ad udire che la vergine l'ascoltò per afferrarne ogni parola: parole d'amore, soavi, fervide, mirabili vennero a lei, oltrepassarono e si dileguarono lontano nel rumore torbido, lasciandole ora un'impressione definita di meraviglia e di sbigottimento perché da esse aveva compreso espandersi al sole e all'aria libera tutta la felicità piena e baldanzosa della vita umana; perché aveva veduto il giovane che cosí cantava. Sbigottita, ella non si ritrasse [pg!87] quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta da lui; meravigliata, non si ritrasse quando s'accorse ch'egli lodava in lei la bellezza della donna amata e l'attendeva e la cercava e la sollecitava ad osservare in lei medesima la bellezza della donna amata. E finalmente una forza, una smania piú valida della sua volontà la spinse, avvolta di lusinghe e non piú inconscia della colpa, nell'inganno. Quando, finalmente, poté vederlo vicino, quell'uomo, udirlo vicino, essa soggiacque.————Co'l disgusto dell'azione brutale ricevuta in sé le rimase uno stupore amaro: erano quelle le segrete voluttà dei sensi? quello l'irresistibile segreto dell'amore? Poi ebbe la vergogna della nudità che fu conosciuta e si conobbe; della carne che sentí la carne; della verginità svelata a forza e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero dell'ulteriore castigo che alla colpa sarebbe conseguito visibile nel suo corpo, del castigo ultimo [pg!88] che alla morte del corpo sarebbe conseguito all'anima sua.Prese ad odiare sé stessa piú di chi l'aveva soggiogata. Ma non la paura della pena le era pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire; non l'odio di sé, per cui avrebbe voluto distruggersi: non bastava. In ogni momento de' suoi tristi giorni il pensiero del peccato commesso le cadeva su l'anima come la goccia su la pietra che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva come un peso che cresceva cresceva a soffocarla. Le sue labbra perdevano la voce e il cuore le veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi privi di lagrime e di luce, insensibile, l'ammiravano le compagne; n'ammiravano la perfezione dell'umiltà e della fede.E non bastava. Ella doveva scorgere in sé tutto il male dell'anima sua, considerarlo senza piú rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare, ella stessa, con sottile indagine, la propria [pg!89] colpa: — Peggio dell'adultera: l'adultera manca alla fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste. Peggio della meretrice: la meretrice avanti di darsi a tutti gli uomini non si diede vergine a Dio. Peggio del ladro: essa aveva rubato a Dio un'anima, la sua. Peggio dell'assassino: Dio aveva ferito, Dio!E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi alla pena vigile e continua; si lasciava strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che aveva segnato del suo sangue il cammino per andare a lui, che aveva quetato il dolore dell'adultera e perdonato al ladrone e perdonato alla Maddalena, diviso dal suo pensiero per sempre si celava dentro di lei vendicatore assiduo e perenne e la mordeva, la rodeva, la consumava, spietato, lentamente. La ragione le veniva meno. Presso lei, invisibile, chi rideva cosí? Chi parlava?— Per serbare la verginità Agnese sostenne d'essere esposta alle sozzure del lupanare e non fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la nudità agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a trascinare nel postribolo Lucia di Siracusa.Un demone la derideva da presso, invisibile.[pg!90] — Regina, per serbare la verginità, patí la stretta d'un cerchio di ferro e gli strappi di tanaglie infuocate. Orsola e le sue compagne furono trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono vergini.Il demone ghignazzava, allegro.— A perdere la virginità Petronilla preferí morire d'inedia; Domitilla fu bruciata viva.Ghignazzava il demone.— Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....E il demone le fu sopra, l'avvinse, l'invase, si contorse entro di lei mugghiando per la sua bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti: ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca emetteva una schiuma bianca.Intanto le compagne piangevano e dicevano: — O spirito malvagio, pártiti da questa serva di Dio!Ma essa nella convulsione urlò:— Impura! io sono impura![pg!91]

II.«Sempre alla lussuria séguita dolore e penitenza....»[pg!54][pg!55]LA SALVAZIONE DI FRA' GERUNZIO[pg!56][pg!57] Da una cella nel monastero di Pentula frate Gerunzio guardava in basso, lontano, sotto un chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico, né poteva pregar bene Iddio; e interrompeva piú volte le preci rituali con preci sue, angoscioso e lamentevole.— Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo, perché lasci cieca l'anima mia? Perché tu, che risuscitasti Lazzaro e il figliolo della vedova, non risusciti a te l'anima mia? Perché dai miei occhi non sgorgano lagrime degne di grazia come le lagrime del ladro e dell'adultera e io perdo, senza che tu m'aiuti, l'anima mia? Non mi abbandonare, Signore! Fa, Signore, ch'io oda la tua voce, la stessa mia voce nelle mie orazioni; fa che io le senta, che io senta nell'anima le mie colpe come tu su la fronte le spine de' Farisei! —[pg!58] Da una torre di Gerico, la città degli amori e delle rose, una schiera di colombi levò il volo e delineò nell'alto il giro della città; ma alla veduta di quella tenue candida fila nel cielo azzurro e di quel cielo azzurro il monaco Gerunzio rimase intimidito quasi a un ammonimento, muto quasi a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere, vide una femmina nuda. Come lucide le chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido! Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà d'una dea: era piena di grazia e rideva, tutta nuda.————Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio. La notte, nelle lunghe tenebre e nei brevi sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi, nefandi, e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza, di nausea, di esecrazione per quella sua carne che in guerra collo spirito riusciva a vincere finché alla prima luce e serenità mattutina, quando sembra che la divinità si ridesti in cuore [pg!59] agli uomini, egli non pregasse e si dolesse e appassionasse; ma quando il sole diffondeva il calore e la vita nel mondo, ecco apparirgli altre, ben altre visioni, limpide, affascinanti, gioiose; ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere giovinette nella prima coscienza ed esperienza delle impudicizie maschili; audaci etère sapienti d'ogni voluttà carnale; indulgenti matrone nella piena bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era certo lo spirito della concupiscenza che opprimeva la sua volontà sorprendendola nel sonno e nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso di bene cercava star tutto intento a sé stesso, quale era la strana forza a cui l'arbitrio suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio della virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza imaginativa del cervello, l'istinto che l'impugnava e trionfava; e perciò pregava Iddio cosí affannosamente e sinceramente. Invano. E una volta, in disperazione, la testa fra le mani, si mise a ragionare in questo modo:— Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei [pg!60] padri in elemosine e convertii le pietre preziose in pane per i poveretti: campi e palazzi, cavalli meravigliosi e vesti di seta che movevano ad invidia i poveri e a gelosia i compagni, tutto vendetti a soccorso di orfani e vedove, di piagati e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria e salute in estenuati ed infermi; e perché mi dicevano bello, digiunai e imbruttii. A tutto feci rinuncia, e adesso vorrei distormi da questa mia carne, che non contengono flagellazioni e disagi, e rendere il mio spirito a Dio. Dio, accogli il mio spirito che si riposi in te! —Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto perverso — Non vuole? — disse —. E sia cosí! — Uscí dal cenobio; si spogliò della tonaca; indossò vesti e pelli, e con l'apparenza di un onesto pastore si diresse alla volta di Gerico.————Difficile via, un sentiero sopra e tra monti scoscesi; ma nessuna fatica, anche piú grande fatica, avrebbe mortificate le membra di frate [pg!61] Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso avrebbe potuto oramai frenarne il passo il pensiero lo sguardo, ed egli affrettava alla volta di Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano pareva il mare e il Carit argento limpido sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro il dorso delle montagne, si contenevano a vista minore, non brillando meno di gioia, perché da tutto, da un granito e da un salgemma che scintillasse coi colori dell'iride; da un fiore rosso che rompesse il verde cupo delle ginestre; da un uccello di varie tinte che levasse il volo frusciando, i suoi occhi ricevevano e recavano all'anima avvivata e accesa il senso della natura e della vita. E il suo pensiero, già buio nella tribolazione dell'intima battaglia e breve e pauroso nelle racchiuse idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in quell'ampia e lieta libertà del mondo, e si estendeva e rafforzava: nell'attività dei nervi e dello spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e dalle vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere e roso dalla bramosia vana della propria dissoluzione, sembrava d'un tratto rifiorire, ritemprarsi [pg!62] di nuovo sangue e inebbriarsi d'aria e di luce come di un vitale liquore. Nell'aperta considerazione delle cose sparivano i terrori della sua mente; s'era svestito del cilicio, ma anche si svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata e traviata la fantasia; ubbidiva allo stimolo dei sensi, ma presentiva il benessere che verrebbe a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa, necessaria e umana colpa, la quale andava a commettere.Scendeva — le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l'anima nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa, splendida, in un letto d'erba e d'anemoni, rose, viole e narcisi!Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano, meravigliosi giganti, su le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno specchio [pg!63] convesso temprato d'oro. La città di Erode, distrutta due volte e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta: «Maledetto nel cospetto del Signore l'uomo il quale imprenderà di riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol minore!»Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò allegro in Gerico.————Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre, rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da [pg!64] un arpicordo e cantava con voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante, gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi — vieni! — osservò innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi, per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno perché scorgeva la femmina che l'aveva chiamato: Vieni!Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un pezzente, ma l'altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba prolissa dell'uomo: — vero — disse —, o pastore, che tu hai buona moneta?Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina un ridere osceno.Il monaco tese le braccia.————Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s'impiaga d'improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli s'imbiancano [pg!65] su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere le vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che deve gridare: — l'immondo! l'immondo! —; perciò il Signore commise a Mosé che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in polvere fino le pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell'ira divina.————Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí germogliarsi su la pelle, súbito, dalla pianta dei piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna: si vide; e la meretrice urlò: — L'immondo! l'immondo! — Ma allora Gerunzio non ebbe piú innanzi [pg!66] a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che gli scioglieva la caligine dell'anima, gl'illuminava il cuore e il pensiero colla verità oltremondana, lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e le mani tranquillo, sereno, sublime, disse a voce alta:— Questo castigo, Dio, è la mia salvazione![pg!67]DIO LO VUOLE![pg!68][pg!69] Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il capo al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s'addormentò. Riccardo la sentiva cosí dormire; la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un trepido senso di pietà: il suo spirito riagitato da un sentimento piú antico e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore gli deprimeva dentro, già tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e fatali.Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al passaggio a cui il principe Edoardo d'Inghilterra e il conte di Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli [pg!70] aveva compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare a combattere i nemici della fede. Ma egli pensava che non poteva partire, per la sua donna.Per le donne di Antiochia vendute all'incanto, per i fanciulli ceduti schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia e in Nazareth e sparsi al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé e di Safad erano morti trucidati tutti ad uno ad uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad brillava, la notte, una luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, già in terrasanta, incontro a Maometto cantavano:Vexilla Regis prodeunt:Fulget Crucis mysterium[pg!71] Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore del corpo: alla salute dell'anima non voleva pensare. Pensava. Quando, ecco parergli che il buio della camera s'estendesse senza limiti, enorme come quello dei ciechi, e ch'egli, fuori di sé, vi smarrisse la coscienza corporea: quando, ecco nella nera oscurità balenare una luce viva da una croce di fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi luminose anch'esse: —Dio lo vuole! Va!La moglie si destò atterrita al terrore di lui ed egli, tornato in sé medesimo, affannosamente le diceva della miracolosa visione. — Io ho paura di Dio — egli diceva —. Mi bisogna andare in questo passaggio —. Ma la donna tacque, e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si dolse che non per sí breve letizia ella aveva sofferto tanto nel suo lungo ed avversato amore e tante rampogne soffriva ogni giorno dal parentado ricco e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere, essa fu queta e persuasa alla volontà divina, e toltosi un anello di dito lo diede a Riccardo dicendo:[pg!72] — Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell'amor nostro se con il mio dolore potrà crescere in me. —Riccardo abbracciò la donna.II.Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi nono era già morto. Invano il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!, perché il re di Sicilia conchiuse una tregua, levò l'assedio da Tunisi e affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.Ma non tornarono essi i guerrieri d'Inghilterra; e per recar innanzi i vessilli della croce tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o avvelenati dal miele dai frutti e dalle erbe che ne ristoravano a pena la fame. A Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che un popolo d'inermi. E bisognò [pg!73] che ritornassero: senza gloria di geste, senza ricordi e speranza d'imprese generose, tornare! Tornare senza aver tócca una ferita combattendo! Cosí Edoardo d'Inghilterra, colpito di pugnale e a tradimento in San Giovanni d'Acri, non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione, fuggí di Terrasanta.E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni d'Acri fu pure Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento dalla malattia, Riccardo dovette procacciarsi il pane con umili fatiche. Egli temeva non rivedere mai piú la sua donna lontana.San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche la piú bella città della Siria: una città lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone erano magnifici, con vetriate che riflettevano il sole: príncipi e re coronati e gemmati passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di [pg!74] Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni, e nelle piazze protette contr'il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose e superbe. I chierici stessi smarrivano Dio tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono dei compagni che erano stati ricordevoli solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che Cristo dormisse affinché trionfasse la gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia divina; e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli oscurò, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l'affetto, che aveva posposto alla fede, risorse allora a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione propizia. Perciò, e perché non temeva piú Iddio, si diede a trafficare per vie non lecite e a [pg!75] prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia, in tanta cupidigia, quell'affetto buono di cui solo nutriva il cuore e il pensiero lo conteneva in una delle antiche virtú, una sola: viveva casto. Egli guardava religiosamente l'anello della sua donna.III.Un giorno, e non seppe né dove né come, Riccardo perdette l'anello; e n'ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo poté darsi pace di questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo perdette anche la tenacia e la virtú del ricordo, ed il freno di sé. Meditò l'adulterio a pena s'avvide che la moglie d'un suo amico e compagno di traffici lo adocchiava proterva; e, avendo agio a praticarsi, dopo poco e facilmente essi s'intesero fra di loro.Quando, nell'abbraccio dell'adulterio, ecco che dalla attitudine disonesta e incomposta di quella donna il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere [pg!76] la moglie nella sommissione vergognosa e pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridestò vivo, preciso, sensibile tutto che della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò repugnando; e di meraviglia la donna rise, salace. Ma Riccardo riudiva la moglie raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello, e nello spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla fede antica di Dio, egli ebbe anche l'allucinazione dell'antico portento: —Torna a Dio ed in patria. Va!Cosí quella voce che l'aveva ammonito con visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva ora, oscura nell'animo, e sembrava che gli dicesse quest'altre parole: —Se la tua donna potrà riconoscerti e ti sarà rimasta fedele, Dio t'avrà perdonato.— Riccardo fuggí dalla donna e recatosi da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probità conosciuta, l'impegnò a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male acquistate: né di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne [pg!77] piú del bisogno ad imbarcarsi in una nave che quel giorno stesso salpava da Acri.IV.Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria; ma ha la schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore che già lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo viaggio ristando qua e là a domandare elemosina e sospinge lo sguardo in cerca delle sue montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca infuocata immutabile. Egli cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a frusti il pane della carità. Egli cammina, cammina.Finché l'occhio non vaga piú per luoghi mai visti, ma corre ai monti nativi che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi laceri e le membra corrose dal [pg!78] male; assidua scòrta, la morte. Egli cammina, cammina.Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle ridente nel sole ed il paese bianco tra il verde: in capo al paese il castello paterno. Anche un'ora. Non piú stanchezza, non male: mormora a costo la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, non teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in un sogno; e l'intento dell'animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per l'erta al castello.Nell'androne è una turba di miseri ai quali ad uno ad uno la dama fa la carità con atto umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre nella cura pietosa e sorride: il pellegrino muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate Dio che mi torni Riccardo!Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta a Riccardo e s'avvia; ma l'ignoto mendico [pg!79] con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia, e al grido del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d'amore vedendo il marito cadere, corpo morto, riverso. [pg!80][pg!81]DISPERAZIONE[pg!82][pg!83] Di tre vergini, che in una casa presso la chiesa di Rumello vivevano sole nella religione, la piú giovane superava le due altre co 'l fervore della sua fede. Ancora bambina, orfana di genitori nobili, l'avevano condotta seco le due altre e allevata fuori del mondo nel timor di Dio; ed essa era cresciuta fanciulla serbando la mente pura e l'animo semplice nella severa e sincera abitudine della devozione. Neppure le turbò il pensiero lo sviluppo dell'adolescenza: che se talvolta le espressioni dei concetti mistici e quei discorsi delle compagne intorno le nozze con Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano nell'imaginativa a suscitarle il sospetto e quasi la sensazione del significato proprio, súbito ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto [pg!84] moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva, irradiato della sua luce eterea e sublime, l'anima d'ogni vergine degna delle sue nozze: la Madonna benediceva sorridendo e sorridevano tutti intorno, tra i concenti di musiche arcane, i santi e i cherubini.Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni mirifiche, il giorno, ora l'esaltavano a strane gioie ed ora l'umiliavano con dolore acerbo. Nel gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva a Dio e sentiva l'anima sua dilatarsi, rifulgere, come dissolversi per la grazia del divino amore; e s'abbandonava, inebriata, al rapimento sovrumano.Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le pareva piú lungi, troppo lungi, da lei; e per fuggire alle tenebre imminenti l'anima sua provava il desiderio d'uscire dalla carcere corporea, di tornare là ond'era venuta al mondo e dove Dio l'attendeva, purificata da l'umano patire, con infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi libera e lieta dalla terra? Non era ancora degna di morire: il suo sposo troppo piú di lei [pg!85] aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli occhi desiosi Egli aveva faticato sotto il peso della croce e sanguinato da orribili ferite e pianto; essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né poteva bagnare l'anima nel sangue dell'agnello, né provare entro la carne gli spasimi del Crocefisso: mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso nel sole che calava con un fulgore sanguigno all'orizzonte.————Ma un giorno di festa all'oratorio della chiesa cantarono alcuni valenti cantori. Dal luogo nel quale stava, non veduta, la vergine non vedeva persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio vago, l'udibile silenzio della folla ristretta che prega e che ascolta; e salivano a lei ondate d'incenso, di caldo e quasi palpiti di vita. Ripreso, il canto si devolveva grande e solenne senz'avere in sé modo alcuno che non convenisse a glorificare Iddio; pure una voce tra le altre del coro piú alta e piú snella la distraeva suscitandole come la pena [pg!86] d'un'antica sciagura — e non sapeva quale — ridesta e confortata in una dolcezza di ricordo indefinito, o, piú tosto, il presentimento d'una pena prossima cui già tardasse una consolazione attesa — e non sapeva quale. Senza che pensasse: non madre, non parenti, nessuno, altro che Dio!, ella sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel suo cuore vuoto.E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra il murmure delle voci e delle opere, le giunse un canto d'uomo e credé riconoscere il cantore dell'oratorio. La voce dell'uomo non piú tenuta ai modi lenti e fermi della salmodia seguiva il vario ritmo della canzone, cosí dolce ad udire che la vergine l'ascoltò per afferrarne ogni parola: parole d'amore, soavi, fervide, mirabili vennero a lei, oltrepassarono e si dileguarono lontano nel rumore torbido, lasciandole ora un'impressione definita di meraviglia e di sbigottimento perché da esse aveva compreso espandersi al sole e all'aria libera tutta la felicità piena e baldanzosa della vita umana; perché aveva veduto il giovane che cosí cantava. Sbigottita, ella non si ritrasse [pg!87] quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta da lui; meravigliata, non si ritrasse quando s'accorse ch'egli lodava in lei la bellezza della donna amata e l'attendeva e la cercava e la sollecitava ad osservare in lei medesima la bellezza della donna amata. E finalmente una forza, una smania piú valida della sua volontà la spinse, avvolta di lusinghe e non piú inconscia della colpa, nell'inganno. Quando, finalmente, poté vederlo vicino, quell'uomo, udirlo vicino, essa soggiacque.————Co'l disgusto dell'azione brutale ricevuta in sé le rimase uno stupore amaro: erano quelle le segrete voluttà dei sensi? quello l'irresistibile segreto dell'amore? Poi ebbe la vergogna della nudità che fu conosciuta e si conobbe; della carne che sentí la carne; della verginità svelata a forza e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero dell'ulteriore castigo che alla colpa sarebbe conseguito visibile nel suo corpo, del castigo ultimo [pg!88] che alla morte del corpo sarebbe conseguito all'anima sua.Prese ad odiare sé stessa piú di chi l'aveva soggiogata. Ma non la paura della pena le era pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire; non l'odio di sé, per cui avrebbe voluto distruggersi: non bastava. In ogni momento de' suoi tristi giorni il pensiero del peccato commesso le cadeva su l'anima come la goccia su la pietra che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva come un peso che cresceva cresceva a soffocarla. Le sue labbra perdevano la voce e il cuore le veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi privi di lagrime e di luce, insensibile, l'ammiravano le compagne; n'ammiravano la perfezione dell'umiltà e della fede.E non bastava. Ella doveva scorgere in sé tutto il male dell'anima sua, considerarlo senza piú rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare, ella stessa, con sottile indagine, la propria [pg!89] colpa: — Peggio dell'adultera: l'adultera manca alla fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste. Peggio della meretrice: la meretrice avanti di darsi a tutti gli uomini non si diede vergine a Dio. Peggio del ladro: essa aveva rubato a Dio un'anima, la sua. Peggio dell'assassino: Dio aveva ferito, Dio!E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi alla pena vigile e continua; si lasciava strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che aveva segnato del suo sangue il cammino per andare a lui, che aveva quetato il dolore dell'adultera e perdonato al ladrone e perdonato alla Maddalena, diviso dal suo pensiero per sempre si celava dentro di lei vendicatore assiduo e perenne e la mordeva, la rodeva, la consumava, spietato, lentamente. La ragione le veniva meno. Presso lei, invisibile, chi rideva cosí? Chi parlava?— Per serbare la verginità Agnese sostenne d'essere esposta alle sozzure del lupanare e non fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la nudità agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a trascinare nel postribolo Lucia di Siracusa.Un demone la derideva da presso, invisibile.[pg!90] — Regina, per serbare la verginità, patí la stretta d'un cerchio di ferro e gli strappi di tanaglie infuocate. Orsola e le sue compagne furono trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono vergini.Il demone ghignazzava, allegro.— A perdere la virginità Petronilla preferí morire d'inedia; Domitilla fu bruciata viva.Ghignazzava il demone.— Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....E il demone le fu sopra, l'avvinse, l'invase, si contorse entro di lei mugghiando per la sua bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti: ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca emetteva una schiuma bianca.Intanto le compagne piangevano e dicevano: — O spirito malvagio, pártiti da questa serva di Dio!Ma essa nella convulsione urlò:— Impura! io sono impura![pg!91]

«Sempre alla lussuria séguita dolore e penitenza....»

«Sempre alla lussuria séguita dolore e penitenza....»

[pg!54]

[pg!55]

LA SALVAZIONE DI FRA' GERUNZIO[pg!56][pg!57] Da una cella nel monastero di Pentula frate Gerunzio guardava in basso, lontano, sotto un chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico, né poteva pregar bene Iddio; e interrompeva piú volte le preci rituali con preci sue, angoscioso e lamentevole.— Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo, perché lasci cieca l'anima mia? Perché tu, che risuscitasti Lazzaro e il figliolo della vedova, non risusciti a te l'anima mia? Perché dai miei occhi non sgorgano lagrime degne di grazia come le lagrime del ladro e dell'adultera e io perdo, senza che tu m'aiuti, l'anima mia? Non mi abbandonare, Signore! Fa, Signore, ch'io oda la tua voce, la stessa mia voce nelle mie orazioni; fa che io le senta, che io senta nell'anima le mie colpe come tu su la fronte le spine de' Farisei! —[pg!58] Da una torre di Gerico, la città degli amori e delle rose, una schiera di colombi levò il volo e delineò nell'alto il giro della città; ma alla veduta di quella tenue candida fila nel cielo azzurro e di quel cielo azzurro il monaco Gerunzio rimase intimidito quasi a un ammonimento, muto quasi a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere, vide una femmina nuda. Come lucide le chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido! Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà d'una dea: era piena di grazia e rideva, tutta nuda.————Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio. La notte, nelle lunghe tenebre e nei brevi sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi, nefandi, e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza, di nausea, di esecrazione per quella sua carne che in guerra collo spirito riusciva a vincere finché alla prima luce e serenità mattutina, quando sembra che la divinità si ridesti in cuore [pg!59] agli uomini, egli non pregasse e si dolesse e appassionasse; ma quando il sole diffondeva il calore e la vita nel mondo, ecco apparirgli altre, ben altre visioni, limpide, affascinanti, gioiose; ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere giovinette nella prima coscienza ed esperienza delle impudicizie maschili; audaci etère sapienti d'ogni voluttà carnale; indulgenti matrone nella piena bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era certo lo spirito della concupiscenza che opprimeva la sua volontà sorprendendola nel sonno e nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso di bene cercava star tutto intento a sé stesso, quale era la strana forza a cui l'arbitrio suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio della virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza imaginativa del cervello, l'istinto che l'impugnava e trionfava; e perciò pregava Iddio cosí affannosamente e sinceramente. Invano. E una volta, in disperazione, la testa fra le mani, si mise a ragionare in questo modo:— Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei [pg!60] padri in elemosine e convertii le pietre preziose in pane per i poveretti: campi e palazzi, cavalli meravigliosi e vesti di seta che movevano ad invidia i poveri e a gelosia i compagni, tutto vendetti a soccorso di orfani e vedove, di piagati e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria e salute in estenuati ed infermi; e perché mi dicevano bello, digiunai e imbruttii. A tutto feci rinuncia, e adesso vorrei distormi da questa mia carne, che non contengono flagellazioni e disagi, e rendere il mio spirito a Dio. Dio, accogli il mio spirito che si riposi in te! —Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto perverso — Non vuole? — disse —. E sia cosí! — Uscí dal cenobio; si spogliò della tonaca; indossò vesti e pelli, e con l'apparenza di un onesto pastore si diresse alla volta di Gerico.————Difficile via, un sentiero sopra e tra monti scoscesi; ma nessuna fatica, anche piú grande fatica, avrebbe mortificate le membra di frate [pg!61] Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso avrebbe potuto oramai frenarne il passo il pensiero lo sguardo, ed egli affrettava alla volta di Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano pareva il mare e il Carit argento limpido sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro il dorso delle montagne, si contenevano a vista minore, non brillando meno di gioia, perché da tutto, da un granito e da un salgemma che scintillasse coi colori dell'iride; da un fiore rosso che rompesse il verde cupo delle ginestre; da un uccello di varie tinte che levasse il volo frusciando, i suoi occhi ricevevano e recavano all'anima avvivata e accesa il senso della natura e della vita. E il suo pensiero, già buio nella tribolazione dell'intima battaglia e breve e pauroso nelle racchiuse idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in quell'ampia e lieta libertà del mondo, e si estendeva e rafforzava: nell'attività dei nervi e dello spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e dalle vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere e roso dalla bramosia vana della propria dissoluzione, sembrava d'un tratto rifiorire, ritemprarsi [pg!62] di nuovo sangue e inebbriarsi d'aria e di luce come di un vitale liquore. Nell'aperta considerazione delle cose sparivano i terrori della sua mente; s'era svestito del cilicio, ma anche si svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata e traviata la fantasia; ubbidiva allo stimolo dei sensi, ma presentiva il benessere che verrebbe a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa, necessaria e umana colpa, la quale andava a commettere.Scendeva — le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l'anima nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa, splendida, in un letto d'erba e d'anemoni, rose, viole e narcisi!Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano, meravigliosi giganti, su le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno specchio [pg!63] convesso temprato d'oro. La città di Erode, distrutta due volte e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta: «Maledetto nel cospetto del Signore l'uomo il quale imprenderà di riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol minore!»Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò allegro in Gerico.————Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre, rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da [pg!64] un arpicordo e cantava con voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante, gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi — vieni! — osservò innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi, per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno perché scorgeva la femmina che l'aveva chiamato: Vieni!Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un pezzente, ma l'altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba prolissa dell'uomo: — vero — disse —, o pastore, che tu hai buona moneta?Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina un ridere osceno.Il monaco tese le braccia.————Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s'impiaga d'improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli s'imbiancano [pg!65] su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere le vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che deve gridare: — l'immondo! l'immondo! —; perciò il Signore commise a Mosé che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in polvere fino le pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell'ira divina.————Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí germogliarsi su la pelle, súbito, dalla pianta dei piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna: si vide; e la meretrice urlò: — L'immondo! l'immondo! — Ma allora Gerunzio non ebbe piú innanzi [pg!66] a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che gli scioglieva la caligine dell'anima, gl'illuminava il cuore e il pensiero colla verità oltremondana, lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e le mani tranquillo, sereno, sublime, disse a voce alta:— Questo castigo, Dio, è la mia salvazione![pg!67]

[pg!56]

[pg!57] Da una cella nel monastero di Pentula frate Gerunzio guardava in basso, lontano, sotto un chiaro lembo di cielo la massa scura di Gerico, né poteva pregar bene Iddio; e interrompeva piú volte le preci rituali con preci sue, angoscioso e lamentevole.

— Signore, che restituisti il vedere a Bertimeo, perché lasci cieca l'anima mia? Perché tu, che risuscitasti Lazzaro e il figliolo della vedova, non risusciti a te l'anima mia? Perché dai miei occhi non sgorgano lagrime degne di grazia come le lagrime del ladro e dell'adultera e io perdo, senza che tu m'aiuti, l'anima mia? Non mi abbandonare, Signore! Fa, Signore, ch'io oda la tua voce, la stessa mia voce nelle mie orazioni; fa che io le senta, che io senta nell'anima le mie colpe come tu su la fronte le spine de' Farisei! —

[pg!58] Da una torre di Gerico, la città degli amori e delle rose, una schiera di colombi levò il volo e delineò nell'alto il giro della città; ma alla veduta di quella tenue candida fila nel cielo azzurro e di quel cielo azzurro il monaco Gerunzio rimase intimidito quasi a un ammonimento, muto quasi a una minaccia divina; e chinò gli occhi a terra.

Allora, di súbito, lí innanzi a lui, stesa a giacere, vide una femmina nuda. Come lucide le chiome nere! Come freschi i fiori del seno turgido! Vezzi di vergine, riso di peccatrice, beltà d'una dea: era piena di grazia e rideva, tutta nuda.

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Tale da piú tempo il tormento di frate Gerunzio. La notte, nelle lunghe tenebre e nei brevi sonni, aveva torbidi sogni di laidezza, turpi, nefandi, e al risvegliarsi provava un senso di stanchezza, di nausea, di esecrazione per quella sua carne che in guerra collo spirito riusciva a vincere finché alla prima luce e serenità mattutina, quando sembra che la divinità si ridesti in cuore [pg!59] agli uomini, egli non pregasse e si dolesse e appassionasse; ma quando il sole diffondeva il calore e la vita nel mondo, ecco apparirgli altre, ben altre visioni, limpide, affascinanti, gioiose; ecco ben altre allucinazioni: lusinghiere giovinette nella prima coscienza ed esperienza delle impudicizie maschili; audaci etère sapienti d'ogni voluttà carnale; indulgenti matrone nella piena bellezza del corpo e nella urgente pienezza dei sensi e delle voglie. E ridevano. Di notte era certo lo spirito della concupiscenza che opprimeva la sua volontà sorprendendola nel sonno e nella stanchezza; ma di giorno, allorché volonteroso di bene cercava star tutto intento a sé stesso, quale era la strana forza a cui l'arbitrio suo non poteva resistere? Forse era il rigoglio della virilità, la gagliardia dei muscoli, la potenza imaginativa del cervello, l'istinto che l'impugnava e trionfava; e perciò pregava Iddio cosí affannosamente e sinceramente. Invano. E una volta, in disperazione, la testa fra le mani, si mise a ragionare in questo modo:

— Ero ricco, e dispersi le ricchezze dei miei [pg!60] padri in elemosine e convertii le pietre preziose in pane per i poveretti: campi e palazzi, cavalli meravigliosi e vesti di seta che movevano ad invidia i poveri e a gelosia i compagni, tutto vendetti a soccorso di orfani e vedove, di piagati e di feriti; e coi miei vini spumanti rimisi vigoria e salute in estenuati ed infermi; e perché mi dicevano bello, digiunai e imbruttii. A tutto feci rinuncia, e adesso vorrei distormi da questa mia carne, che non contengono flagellazioni e disagi, e rendere il mio spirito a Dio. Dio, accogli il mio spirito che si riposi in te! —

Tacque, e poi con viso e con voce di uomo fatto perverso — Non vuole? — disse —. E sia cosí! — Uscí dal cenobio; si spogliò della tonaca; indossò vesti e pelli, e con l'apparenza di un onesto pastore si diresse alla volta di Gerico.

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Difficile via, un sentiero sopra e tra monti scoscesi; ma nessuna fatica, anche piú grande fatica, avrebbe mortificate le membra di frate [pg!61] Gerunzio; niuna violenza di fede e di rimorso avrebbe potuto oramai frenarne il passo il pensiero lo sguardo, ed egli affrettava alla volta di Gerico. I suoi occhi vagavano lungi, ove il Giordano pareva il mare e il Carit argento limpido sotto il sole, o, se il sentiero piegava dietro il dorso delle montagne, si contenevano a vista minore, non brillando meno di gioia, perché da tutto, da un granito e da un salgemma che scintillasse coi colori dell'iride; da un fiore rosso che rompesse il verde cupo delle ginestre; da un uccello di varie tinte che levasse il volo frusciando, i suoi occhi ricevevano e recavano all'anima avvivata e accesa il senso della natura e della vita. E il suo pensiero, già buio nella tribolazione dell'intima battaglia e breve e pauroso nelle racchiuse idee del chiostro, si schiariva a poco a poco in quell'ampia e lieta libertà del mondo, e si estendeva e rafforzava: nell'attività dei nervi e dello spirito il monaco dianzi emaciato dai digiuni e dalle vigilie, affaticato dal misticismo e dalle preghiere e roso dalla bramosia vana della propria dissoluzione, sembrava d'un tratto rifiorire, ritemprarsi [pg!62] di nuovo sangue e inebbriarsi d'aria e di luce come di un vitale liquore. Nell'aperta considerazione delle cose sparivano i terrori della sua mente; s'era svestito del cilicio, ma anche si svestiva del sogno ascetico che gli aveva turbata e traviata la fantasia; ubbidiva allo stimolo dei sensi, ma presentiva il benessere che verrebbe a tutto lui stesso, spinto e corpo, dalla colpa, necessaria e umana colpa, la quale andava a commettere.

Scendeva — le montagne digradando a diventare ubertose colline vestite di palma e dura e tamarigi e pomi di Sodoma —, e come il sole tramontante divampava dietro le vette piú alte, il colle Galgala rimaneva nell'ombra: Gerunzio vi ristette e guardò con tutta l'anima nello sguardo. Ecco Gerico! Ah che il sole stendeva ancora fasci di luce sulla campagna di Gerico, e la città pareva adagiarsi, luminosa, splendida, in un letto d'erba e d'anemoni, rose, viole e narcisi!

Gloria ad Adriano! Torri e templi s'ergevano, meravigliosi giganti, su le rovine di Tito, e la cupola di San Giovanni Battista pareva uno specchio [pg!63] convesso temprato d'oro. La città di Erode, distrutta due volte e due volte risorta, obliava Erode e Jele, e scherniva Giosuè profeta: «Maledetto nel cospetto del Signore l'uomo il quale imprenderà di riedificare questa città di Jerico! Egli la fonderà sopra il suo figliuol maggiore e poserà le porte di essa sopra il suo figliuol minore!»

Gerunzio ricordò la imprecazione di Giosuè. Ma Rahab, per cui il profeta ebbe sua la città idolatra, non era essa una meretrice? Ed egli entrò allegro in Gerico.

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Dietro le antiche terme di Erode, in un freddo e nero angiporto, stavano le meretrici: una su la soglia, poggiata allo stipite e ritta sulla gamba sinistra e con la destra piegata su la sinistra, perché se ne indovinasse la grossa forma; dentro, tre altre, assise su guanciali in procace attitudine e intese a bere un chiaro liquore, ond'erano ebbre, rubiconde e loquaci; un'ultima traeva note da [pg!64] un arpicordo e cantava con voce sommessa. Il monaco Gerunzio, oltrepassando pallido e palpitante, gettò uno sguardo al sito infame e come udí chiamarsi — vieni! — osservò innanzi a sé: nessuno. Si rivolse e, avesse pure avuta dinanzi, per la suburra, tutta una moltitudine, non avrebbe piú scorto alcuno perché scorgeva la femmina che l'aveva chiamato: Vieni!

Colei che stava su la porta si ritrasse quasi per dar luogo a un pezzente, ma l'altra, che era briaca, rise, e lisciando la barba prolissa dell'uomo: — vero — disse —, o pastore, che tu hai buona moneta?

Gerunzio la seguí alla celletta, avido di peccare. Dal basso giungeva come un lamento lontano la voce della cantatrice, e dalla cella vicina un ridere osceno.

Il monaco tese le braccia.

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Quando Iddio percuote della lebbra il peccatore, a questo s'impiaga d'improvviso la pelle sí che resta visibile la carne viva, e i peli s'imbiancano [pg!65] su la piaga: corre per le ossa del peccatore un sudor freddo, un lungo brivido, uno spasimo lungo; poi la pelle dove non è la piaga si raggrinza e vi si formano delle tacche bianche verminose e delle croste gialle e fetide. Perciò la vista del lebbroso è orrenda come il tormento di lui, e nel Levitico si legge ch'ei deve avere le vesti sdruscite e il capo scoperto e il labbro di sopra velato, e che deve gridare: — l'immondo! l'immondo! —; perciò il Signore commise a Mosé che disfacesse la casa dell'infetto e riducesse in polvere fino le pietre e lo smalto di esse: chi guarda un lebbroso prova un ineffabile schifo e trema di spavento, perché vede il segno dell'ira divina.

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Il monaco tese le braccia; ed ecco che sentí germogliarsi su la pelle, súbito, dalla pianta dei piedi alla sommità del capo, la lebbra maligna: si vide; e la meretrice urlò: — L'immondo! l'immondo! — Ma allora Gerunzio non ebbe piú innanzi [pg!66] a sé una donna nuda; innanzi a sé e in sé finalmente, ebbe e comprese la luce celeste che gli scioglieva la caligine dell'anima, gl'illuminava il cuore e il pensiero colla verità oltremondana, lo infocava di fede, lo santificava; e allora cadde ginocchioni e sorridendo e levando gli occhi e le mani tranquillo, sereno, sublime, disse a voce alta:

— Questo castigo, Dio, è la mia salvazione!

[pg!67]

DIO LO VUOLE![pg!68][pg!69] Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il capo al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s'addormentò. Riccardo la sentiva cosí dormire; la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un trepido senso di pietà: il suo spirito riagitato da un sentimento piú antico e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore gli deprimeva dentro, già tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e fatali.Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al passaggio a cui il principe Edoardo d'Inghilterra e il conte di Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli [pg!70] aveva compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare a combattere i nemici della fede. Ma egli pensava che non poteva partire, per la sua donna.Per le donne di Antiochia vendute all'incanto, per i fanciulli ceduti schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia e in Nazareth e sparsi al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé e di Safad erano morti trucidati tutti ad uno ad uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad brillava, la notte, una luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, già in terrasanta, incontro a Maometto cantavano:Vexilla Regis prodeunt:Fulget Crucis mysterium[pg!71] Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore del corpo: alla salute dell'anima non voleva pensare. Pensava. Quando, ecco parergli che il buio della camera s'estendesse senza limiti, enorme come quello dei ciechi, e ch'egli, fuori di sé, vi smarrisse la coscienza corporea: quando, ecco nella nera oscurità balenare una luce viva da una croce di fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi luminose anch'esse: —Dio lo vuole! Va!La moglie si destò atterrita al terrore di lui ed egli, tornato in sé medesimo, affannosamente le diceva della miracolosa visione. — Io ho paura di Dio — egli diceva —. Mi bisogna andare in questo passaggio —. Ma la donna tacque, e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si dolse che non per sí breve letizia ella aveva sofferto tanto nel suo lungo ed avversato amore e tante rampogne soffriva ogni giorno dal parentado ricco e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere, essa fu queta e persuasa alla volontà divina, e toltosi un anello di dito lo diede a Riccardo dicendo:[pg!72] — Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell'amor nostro se con il mio dolore potrà crescere in me. —Riccardo abbracciò la donna.II.Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi nono era già morto. Invano il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!, perché il re di Sicilia conchiuse una tregua, levò l'assedio da Tunisi e affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.Ma non tornarono essi i guerrieri d'Inghilterra; e per recar innanzi i vessilli della croce tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o avvelenati dal miele dai frutti e dalle erbe che ne ristoravano a pena la fame. A Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che un popolo d'inermi. E bisognò [pg!73] che ritornassero: senza gloria di geste, senza ricordi e speranza d'imprese generose, tornare! Tornare senza aver tócca una ferita combattendo! Cosí Edoardo d'Inghilterra, colpito di pugnale e a tradimento in San Giovanni d'Acri, non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione, fuggí di Terrasanta.E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni d'Acri fu pure Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento dalla malattia, Riccardo dovette procacciarsi il pane con umili fatiche. Egli temeva non rivedere mai piú la sua donna lontana.San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche la piú bella città della Siria: una città lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone erano magnifici, con vetriate che riflettevano il sole: príncipi e re coronati e gemmati passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di [pg!74] Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni, e nelle piazze protette contr'il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose e superbe. I chierici stessi smarrivano Dio tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono dei compagni che erano stati ricordevoli solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che Cristo dormisse affinché trionfasse la gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia divina; e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli oscurò, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l'affetto, che aveva posposto alla fede, risorse allora a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione propizia. Perciò, e perché non temeva piú Iddio, si diede a trafficare per vie non lecite e a [pg!75] prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia, in tanta cupidigia, quell'affetto buono di cui solo nutriva il cuore e il pensiero lo conteneva in una delle antiche virtú, una sola: viveva casto. Egli guardava religiosamente l'anello della sua donna.III.Un giorno, e non seppe né dove né come, Riccardo perdette l'anello; e n'ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo poté darsi pace di questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo perdette anche la tenacia e la virtú del ricordo, ed il freno di sé. Meditò l'adulterio a pena s'avvide che la moglie d'un suo amico e compagno di traffici lo adocchiava proterva; e, avendo agio a praticarsi, dopo poco e facilmente essi s'intesero fra di loro.Quando, nell'abbraccio dell'adulterio, ecco che dalla attitudine disonesta e incomposta di quella donna il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere [pg!76] la moglie nella sommissione vergognosa e pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridestò vivo, preciso, sensibile tutto che della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò repugnando; e di meraviglia la donna rise, salace. Ma Riccardo riudiva la moglie raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello, e nello spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla fede antica di Dio, egli ebbe anche l'allucinazione dell'antico portento: —Torna a Dio ed in patria. Va!Cosí quella voce che l'aveva ammonito con visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva ora, oscura nell'animo, e sembrava che gli dicesse quest'altre parole: —Se la tua donna potrà riconoscerti e ti sarà rimasta fedele, Dio t'avrà perdonato.— Riccardo fuggí dalla donna e recatosi da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probità conosciuta, l'impegnò a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male acquistate: né di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne [pg!77] piú del bisogno ad imbarcarsi in una nave che quel giorno stesso salpava da Acri.IV.Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria; ma ha la schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore che già lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo viaggio ristando qua e là a domandare elemosina e sospinge lo sguardo in cerca delle sue montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca infuocata immutabile. Egli cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a frusti il pane della carità. Egli cammina, cammina.Finché l'occhio non vaga piú per luoghi mai visti, ma corre ai monti nativi che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi laceri e le membra corrose dal [pg!78] male; assidua scòrta, la morte. Egli cammina, cammina.Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle ridente nel sole ed il paese bianco tra il verde: in capo al paese il castello paterno. Anche un'ora. Non piú stanchezza, non male: mormora a costo la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, non teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in un sogno; e l'intento dell'animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per l'erta al castello.Nell'androne è una turba di miseri ai quali ad uno ad uno la dama fa la carità con atto umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre nella cura pietosa e sorride: il pellegrino muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate Dio che mi torni Riccardo!Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta a Riccardo e s'avvia; ma l'ignoto mendico [pg!79] con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia, e al grido del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d'amore vedendo il marito cadere, corpo morto, riverso. [pg!80][pg!81]

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[pg!69] Con soave accondiscendenza la giovinetta avvolse il braccio al collo di lui e gli rispose con sommissione pudica; poi, stanca, abbandonò il capo al cuscino e a poco a poco, chiusi gli occhi, s'addormentò. Riccardo la sentiva cosí dormire; la sentiva alitare e palpitare, e sembrava che dal contatto gli derivasse allo spirito commosso una tenerezza mesta e un trepido senso di pietà: il suo spirito riagitato da un sentimento piú antico e profondo che l'amore, ma che tuttavia l'amore gli deprimeva dentro, già tremava e sbigottiva in un presentimento di pene prossime e fatali.

Rifletteva. Nel giorno aveva visti molti cavalieri apparecchiarsi al passaggio a cui il principe Edoardo d'Inghilterra e il conte di Brettagna erano stati chiamati da Luigi il santo, e di quelli egli [pg!70] aveva compresa e raccolta la gioia impetuosa dell'andare a combattere i nemici della fede. Ma egli pensava che non poteva partire, per la sua donna.

Per le donne di Antiochia vendute all'incanto, per i fanciulli ceduti schiavi agli schiavi, per le vergini insozzate dai mamalucchi partivano i re. Partivano i nobili inglesi e scozzesi per i fratelli cristiani di Palestina e di Siria minacciati dalla ferocia di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.

Bibars il sultano feroce aveva distrutti i templi di Maria in Antiochia e in Nazareth e sparsi al vento e al fuoco i vangeli e sugli altari scannati i sacerdoti di Cristo; i guerrieri di Soppé e di Safad erano morti trucidati tutti ad uno ad uno al cospetto di Bibars. Ma Riccardo non poteva partire.

Sui morti rimasti insepolti a Joppé ed a Safad brillava, la notte, una luce celeste e i guerrieri di Francia, di Spagna e Sicilia, già in terrasanta, incontro a Maometto cantavano:

Vexilla Regis prodeunt:Fulget Crucis mysterium

Vexilla Regis prodeunt:Fulget Crucis mysterium

Vexilla Regis prodeunt:

Fulget Crucis mysterium

[pg!71] Riccardo non voleva partire. Rifiutava l'onore del corpo: alla salute dell'anima non voleva pensare. Pensava. Quando, ecco parergli che il buio della camera s'estendesse senza limiti, enorme come quello dei ciechi, e ch'egli, fuori di sé, vi smarrisse la coscienza corporea: quando, ecco nella nera oscurità balenare una luce viva da una croce di fiamma e dalla croce uscire il suono di queste parole sensibili, quasi luminose anch'esse: —Dio lo vuole! Va!

La moglie si destò atterrita al terrore di lui ed egli, tornato in sé medesimo, affannosamente le diceva della miracolosa visione. — Io ho paura di Dio — egli diceva —. Mi bisogna andare in questo passaggio —. Ma la donna tacque, e poi ruppe in pianto e tra i singhiozzi si dolse che non per sí breve letizia ella aveva sofferto tanto nel suo lungo ed avversato amore e tante rampogne soffriva ogni giorno dal parentado ricco e superbo. Pure, dopo molto pregare e piangere, essa fu queta e persuasa alla volontà divina, e toltosi un anello di dito lo diede a Riccardo dicendo:

[pg!72] — Questo vi ricordi me e la mia fede e il frutto dell'amor nostro se con il mio dolore potrà crescere in me. —

Riccardo abbracciò la donna.

II.Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi nono era già morto. Invano il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!, perché il re di Sicilia conchiuse una tregua, levò l'assedio da Tunisi e affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.Ma non tornarono essi i guerrieri d'Inghilterra; e per recar innanzi i vessilli della croce tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o avvelenati dal miele dai frutti e dalle erbe che ne ristoravano a pena la fame. A Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che un popolo d'inermi. E bisognò [pg!73] che ritornassero: senza gloria di geste, senza ricordi e speranza d'imprese generose, tornare! Tornare senza aver tócca una ferita combattendo! Cosí Edoardo d'Inghilterra, colpito di pugnale e a tradimento in San Giovanni d'Acri, non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione, fuggí di Terrasanta.E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni d'Acri fu pure Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento dalla malattia, Riccardo dovette procacciarsi il pane con umili fatiche. Egli temeva non rivedere mai piú la sua donna lontana.San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche la piú bella città della Siria: una città lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone erano magnifici, con vetriate che riflettevano il sole: príncipi e re coronati e gemmati passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di [pg!74] Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni, e nelle piazze protette contr'il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose e superbe. I chierici stessi smarrivano Dio tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono dei compagni che erano stati ricordevoli solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che Cristo dormisse affinché trionfasse la gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia divina; e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli oscurò, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l'affetto, che aveva posposto alla fede, risorse allora a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione propizia. Perciò, e perché non temeva piú Iddio, si diede a trafficare per vie non lecite e a [pg!75] prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia, in tanta cupidigia, quell'affetto buono di cui solo nutriva il cuore e il pensiero lo conteneva in una delle antiche virtú, una sola: viveva casto. Egli guardava religiosamente l'anello della sua donna.

Quando Edoardo d'Inghilterra fu sbarcato al lido cartaginese re Luigi nono era già morto. Invano il Santo ricoperto di cilicio sopra un letto di ceneri aveva mormorato fra i respiri estremi: Jerusalem! Jerusalem!, perché il re di Sicilia conchiuse una tregua, levò l'assedio da Tunisi e affrettò i suoi ed i Franchi al ritorno.

Ma non tornarono essi i guerrieri d'Inghilterra; e per recar innanzi i vessilli della croce tracciarono dei loro corpi la via fino a Nazareth quanti, a cento a cento, perirono di caldo, perirono di fame o avvelenati dal miele dai frutti e dalle erbe che ne ristoravano a pena la fame. A Nazareth le schiere decimate non trovarono da massacrare che un popolo d'inermi. E bisognò [pg!73] che ritornassero: senza gloria di geste, senza ricordi e speranza d'imprese generose, tornare! Tornare senza aver tócca una ferita combattendo! Cosí Edoardo d'Inghilterra, colpito di pugnale e a tradimento in San Giovanni d'Acri, non fu tosto risanato che, quasi fuggisse la maledizione, fuggí di Terrasanta.

E tra alcuni che rimasero infermi in San Giovanni d'Acri fu pure Riccardo; e vi rimasero poveri in modo che, riavutosi a stento dalla malattia, Riccardo dovette procacciarsi il pane con umili fatiche. Egli temeva non rivedere mai piú la sua donna lontana.

San Giovanni d'Acri a quei giorni era peranche la piú bella città della Siria: una città lussuriosa. Ampio il porto, dove le navi europee scambiavano merci e ricchezze; alte e dipinte le case; i palagi del re di Gerusalemme e del re di Cipro e dei principi di Galilea, di Cesarea, d'Antiochia, di Tripoli, di Tiberiade, Tiro, Sidone erano magnifici, con vetriate che riflettevano il sole: príncipi e re coronati e gemmati passeggiavano per le vie incontrandosi con i mercanti di [pg!74] Venezia, Genova e Pisa, e con Francesi e Inglesi, Tartari e Armeni, e nelle piazze protette contr'il sole da paramenti di seta e di sargia giostravano i cavalieri a spettacolo e ad onore di dame sfarzose e superbe. I chierici stessi smarrivano Dio tra le ricchezze e i piaceri. Il che considerando Riccardo, dopo la delusione delle imprese sognate in patria con mente fervida e pura, dopo l'abbandono dei compagni che erano stati ricordevoli solo di sé, e nella vicenda di fatti pei quali sembrava che Cristo dormisse affinché trionfasse la gente dell'Islam, perdette anch'egli a poco a poco la luce, la guida e il conforto della fiducia divina; e la necessità quotidiana delle fatiche volgari gli oscurò, gli restrinse il pensiero ed il cuore. Ma l'affetto, che aveva posposto alla fede, risorse allora a sorreggerlo piú vivo e piú intenso; e come la fortuna cominciò a secondarlo, per quel desiderio di allietare un giorno con la ricchezza la sua donna e il figliolo, se gli era nato e cresciuto, protrasse il ritorno anche quando n'ebbe occasione propizia. Perciò, e perché non temeva piú Iddio, si diede a trafficare per vie non lecite e a [pg!75] prestare ad usura; e accumulava i quattrini. Tuttavia, in tanta cupidigia, quell'affetto buono di cui solo nutriva il cuore e il pensiero lo conteneva in una delle antiche virtú, una sola: viveva casto. Egli guardava religiosamente l'anello della sua donna.

III.Un giorno, e non seppe né dove né come, Riccardo perdette l'anello; e n'ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo poté darsi pace di questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo perdette anche la tenacia e la virtú del ricordo, ed il freno di sé. Meditò l'adulterio a pena s'avvide che la moglie d'un suo amico e compagno di traffici lo adocchiava proterva; e, avendo agio a praticarsi, dopo poco e facilmente essi s'intesero fra di loro.Quando, nell'abbraccio dell'adulterio, ecco che dalla attitudine disonesta e incomposta di quella donna il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere [pg!76] la moglie nella sommissione vergognosa e pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridestò vivo, preciso, sensibile tutto che della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò repugnando; e di meraviglia la donna rise, salace. Ma Riccardo riudiva la moglie raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello, e nello spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla fede antica di Dio, egli ebbe anche l'allucinazione dell'antico portento: —Torna a Dio ed in patria. Va!Cosí quella voce che l'aveva ammonito con visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva ora, oscura nell'animo, e sembrava che gli dicesse quest'altre parole: —Se la tua donna potrà riconoscerti e ti sarà rimasta fedele, Dio t'avrà perdonato.— Riccardo fuggí dalla donna e recatosi da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probità conosciuta, l'impegnò a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male acquistate: né di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne [pg!77] piú del bisogno ad imbarcarsi in una nave che quel giorno stesso salpava da Acri.

Un giorno, e non seppe né dove né come, Riccardo perdette l'anello; e n'ebbe grande dolore, e solo dopo assai tempo poté darsi pace di questa sventura. Ma perduto l'oggetto del ricordo perdette anche la tenacia e la virtú del ricordo, ed il freno di sé. Meditò l'adulterio a pena s'avvide che la moglie d'un suo amico e compagno di traffici lo adocchiava proterva; e, avendo agio a praticarsi, dopo poco e facilmente essi s'intesero fra di loro.

Quando, nell'abbraccio dell'adulterio, ecco che dalla attitudine disonesta e incomposta di quella donna il pensiero di Riccardo fu respinto a vedere [pg!76] la moglie nella sommissione vergognosa e pudica delle prime strette nuziali, ed ecco che il raffronto gli ridestò vivo, preciso, sensibile tutto che della moglie aveva smarrito e obliato: le sembianze, la voce, lo sguardo, il respiro. Egli sobbalzò repugnando; e di meraviglia la donna rise, salace. Ma Riccardo riudiva la moglie raccomandarsi al suo amore e raccomandargli la fede in lei mentre piangeva e gli porgeva l'anello, e nello spirito, respinto da quel ricordo d'amore alla fede antica di Dio, egli ebbe anche l'allucinazione dell'antico portento: —Torna a Dio ed in patria. Va!

Cosí quella voce che l'aveva ammonito con visibile segno ad andare al passaggio, l'ammoniva ora, oscura nell'animo, e sembrava che gli dicesse quest'altre parole: —Se la tua donna potrà riconoscerti e ti sarà rimasta fedele, Dio t'avrà perdonato.— Riccardo fuggí dalla donna e recatosi da un cavaliere dell'Ospedale, uomo di probità conosciuta, l'impegnò a distribuire fra i poveri di Tolomeide le sue ricchezze male acquistate: né di quanto aveva acquistato con onesta fatica ritenne [pg!77] piú del bisogno ad imbarcarsi in una nave che quel giorno stesso salpava da Acri.

IV.Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria; ma ha la schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore che già lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo viaggio ristando qua e là a domandare elemosina e sospinge lo sguardo in cerca delle sue montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca infuocata immutabile. Egli cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a frusti il pane della carità. Egli cammina, cammina.Finché l'occhio non vaga piú per luoghi mai visti, ma corre ai monti nativi che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi laceri e le membra corrose dal [pg!78] male; assidua scòrta, la morte. Egli cammina, cammina.Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle ridente nel sole ed il paese bianco tra il verde: in capo al paese il castello paterno. Anche un'ora. Non piú stanchezza, non male: mormora a costo la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, non teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in un sogno; e l'intento dell'animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per l'erta al castello.Nell'androne è una turba di miseri ai quali ad uno ad uno la dama fa la carità con atto umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre nella cura pietosa e sorride: il pellegrino muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate Dio che mi torni Riccardo!Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta a Riccardo e s'avvia; ma l'ignoto mendico [pg!79] con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia, e al grido del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d'amore vedendo il marito cadere, corpo morto, riverso. [pg!80][pg!81]

Il pellegrino finalmente ha toccato il suolo della patria; ma ha la schiavina tutta lacera, i piedi nudi e il sangue infermo per il malore che già lo gravò con affanno mortale. Imprende il suo viaggio ristando qua e là a domandare elemosina e sospinge lo sguardo in cerca delle sue montagne ancora indefinite nel cielo remoto, come ondeggiamenti di nebbia: la strada si dilunga innanzi bianca infuocata immutabile. Egli cammina. Lunga la strada, e la casa molto lontana; brevi i riposi, e a frusti il pane della carità. Egli cammina, cammina.

Finché l'occhio non vaga piú per luoghi mai visti, ma corre ai monti nativi che acquistano linee precise nel chiaro azzurro, e il pensiero misura la distanza alla meta: anche pochi giorni di viaggio. I piedi laceri e le membra corrose dal [pg!78] male; assidua scòrta, la morte. Egli cammina, cammina.

Rivede estenuato e angoscioso i luoghi amici: i bei luoghi. Anche un giorno. Rivede il colle ridente nel sole ed il paese bianco tra il verde: in capo al paese il castello paterno. Anche un'ora. Non piú stanchezza, non male: mormora a costo la strada il ruscelletto dall'acqua pulita, e non beve; un cane gli esce contro di furia, non teme. Egli cammina e guarda innanzi, come in un sogno; e l'intento dell'animo al prossimo fine lo trascina ansante barcollante muto su per l'erta al castello.

Nell'androne è una turba di miseri ai quali ad uno ad uno la dama fa la carità con atto umile e mesto, e un gentil fanciullo aiuta la madre nella cura pietosa e sorride: il pellegrino muto, a capo basso, in ginocchio, attende il perdono di Dio, mentre dicono i poveri: — Dio ve ne renda merito. — E la donna dice: — Pregate Dio che mi torni Riccardo!

Senza sospetto, in fine, ella porge una moneta a Riccardo e s'avvia; ma l'ignoto mendico [pg!79] con la foga degli ultimi spiriti avvinghia delle braccia il figliolo e lo stringe, disperatamente, e lo bacia, e al grido del fanciullo la donna manda un grido di terrore e d'amore vedendo il marito cadere, corpo morto, riverso. [pg!80]

[pg!81]

DISPERAZIONE[pg!82][pg!83] Di tre vergini, che in una casa presso la chiesa di Rumello vivevano sole nella religione, la piú giovane superava le due altre co 'l fervore della sua fede. Ancora bambina, orfana di genitori nobili, l'avevano condotta seco le due altre e allevata fuori del mondo nel timor di Dio; ed essa era cresciuta fanciulla serbando la mente pura e l'animo semplice nella severa e sincera abitudine della devozione. Neppure le turbò il pensiero lo sviluppo dell'adolescenza: che se talvolta le espressioni dei concetti mistici e quei discorsi delle compagne intorno le nozze con Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano nell'imaginativa a suscitarle il sospetto e quasi la sensazione del significato proprio, súbito ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto [pg!84] moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva, irradiato della sua luce eterea e sublime, l'anima d'ogni vergine degna delle sue nozze: la Madonna benediceva sorridendo e sorridevano tutti intorno, tra i concenti di musiche arcane, i santi e i cherubini.Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni mirifiche, il giorno, ora l'esaltavano a strane gioie ed ora l'umiliavano con dolore acerbo. Nel gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva a Dio e sentiva l'anima sua dilatarsi, rifulgere, come dissolversi per la grazia del divino amore; e s'abbandonava, inebriata, al rapimento sovrumano.Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le pareva piú lungi, troppo lungi, da lei; e per fuggire alle tenebre imminenti l'anima sua provava il desiderio d'uscire dalla carcere corporea, di tornare là ond'era venuta al mondo e dove Dio l'attendeva, purificata da l'umano patire, con infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi libera e lieta dalla terra? Non era ancora degna di morire: il suo sposo troppo piú di lei [pg!85] aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli occhi desiosi Egli aveva faticato sotto il peso della croce e sanguinato da orribili ferite e pianto; essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né poteva bagnare l'anima nel sangue dell'agnello, né provare entro la carne gli spasimi del Crocefisso: mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso nel sole che calava con un fulgore sanguigno all'orizzonte.————Ma un giorno di festa all'oratorio della chiesa cantarono alcuni valenti cantori. Dal luogo nel quale stava, non veduta, la vergine non vedeva persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio vago, l'udibile silenzio della folla ristretta che prega e che ascolta; e salivano a lei ondate d'incenso, di caldo e quasi palpiti di vita. Ripreso, il canto si devolveva grande e solenne senz'avere in sé modo alcuno che non convenisse a glorificare Iddio; pure una voce tra le altre del coro piú alta e piú snella la distraeva suscitandole come la pena [pg!86] d'un'antica sciagura — e non sapeva quale — ridesta e confortata in una dolcezza di ricordo indefinito, o, piú tosto, il presentimento d'una pena prossima cui già tardasse una consolazione attesa — e non sapeva quale. Senza che pensasse: non madre, non parenti, nessuno, altro che Dio!, ella sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel suo cuore vuoto.E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra il murmure delle voci e delle opere, le giunse un canto d'uomo e credé riconoscere il cantore dell'oratorio. La voce dell'uomo non piú tenuta ai modi lenti e fermi della salmodia seguiva il vario ritmo della canzone, cosí dolce ad udire che la vergine l'ascoltò per afferrarne ogni parola: parole d'amore, soavi, fervide, mirabili vennero a lei, oltrepassarono e si dileguarono lontano nel rumore torbido, lasciandole ora un'impressione definita di meraviglia e di sbigottimento perché da esse aveva compreso espandersi al sole e all'aria libera tutta la felicità piena e baldanzosa della vita umana; perché aveva veduto il giovane che cosí cantava. Sbigottita, ella non si ritrasse [pg!87] quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta da lui; meravigliata, non si ritrasse quando s'accorse ch'egli lodava in lei la bellezza della donna amata e l'attendeva e la cercava e la sollecitava ad osservare in lei medesima la bellezza della donna amata. E finalmente una forza, una smania piú valida della sua volontà la spinse, avvolta di lusinghe e non piú inconscia della colpa, nell'inganno. Quando, finalmente, poté vederlo vicino, quell'uomo, udirlo vicino, essa soggiacque.————Co'l disgusto dell'azione brutale ricevuta in sé le rimase uno stupore amaro: erano quelle le segrete voluttà dei sensi? quello l'irresistibile segreto dell'amore? Poi ebbe la vergogna della nudità che fu conosciuta e si conobbe; della carne che sentí la carne; della verginità svelata a forza e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero dell'ulteriore castigo che alla colpa sarebbe conseguito visibile nel suo corpo, del castigo ultimo [pg!88] che alla morte del corpo sarebbe conseguito all'anima sua.Prese ad odiare sé stessa piú di chi l'aveva soggiogata. Ma non la paura della pena le era pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire; non l'odio di sé, per cui avrebbe voluto distruggersi: non bastava. In ogni momento de' suoi tristi giorni il pensiero del peccato commesso le cadeva su l'anima come la goccia su la pietra che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva come un peso che cresceva cresceva a soffocarla. Le sue labbra perdevano la voce e il cuore le veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi privi di lagrime e di luce, insensibile, l'ammiravano le compagne; n'ammiravano la perfezione dell'umiltà e della fede.E non bastava. Ella doveva scorgere in sé tutto il male dell'anima sua, considerarlo senza piú rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare, ella stessa, con sottile indagine, la propria [pg!89] colpa: — Peggio dell'adultera: l'adultera manca alla fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste. Peggio della meretrice: la meretrice avanti di darsi a tutti gli uomini non si diede vergine a Dio. Peggio del ladro: essa aveva rubato a Dio un'anima, la sua. Peggio dell'assassino: Dio aveva ferito, Dio!E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi alla pena vigile e continua; si lasciava strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che aveva segnato del suo sangue il cammino per andare a lui, che aveva quetato il dolore dell'adultera e perdonato al ladrone e perdonato alla Maddalena, diviso dal suo pensiero per sempre si celava dentro di lei vendicatore assiduo e perenne e la mordeva, la rodeva, la consumava, spietato, lentamente. La ragione le veniva meno. Presso lei, invisibile, chi rideva cosí? Chi parlava?— Per serbare la verginità Agnese sostenne d'essere esposta alle sozzure del lupanare e non fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la nudità agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a trascinare nel postribolo Lucia di Siracusa.Un demone la derideva da presso, invisibile.[pg!90] — Regina, per serbare la verginità, patí la stretta d'un cerchio di ferro e gli strappi di tanaglie infuocate. Orsola e le sue compagne furono trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono vergini.Il demone ghignazzava, allegro.— A perdere la virginità Petronilla preferí morire d'inedia; Domitilla fu bruciata viva.Ghignazzava il demone.— Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....E il demone le fu sopra, l'avvinse, l'invase, si contorse entro di lei mugghiando per la sua bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti: ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca emetteva una schiuma bianca.Intanto le compagne piangevano e dicevano: — O spirito malvagio, pártiti da questa serva di Dio!Ma essa nella convulsione urlò:— Impura! io sono impura![pg!91]

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[pg!83] Di tre vergini, che in una casa presso la chiesa di Rumello vivevano sole nella religione, la piú giovane superava le due altre co 'l fervore della sua fede. Ancora bambina, orfana di genitori nobili, l'avevano condotta seco le due altre e allevata fuori del mondo nel timor di Dio; ed essa era cresciuta fanciulla serbando la mente pura e l'animo semplice nella severa e sincera abitudine della devozione. Neppure le turbò il pensiero lo sviluppo dell'adolescenza: che se talvolta le espressioni dei concetti mistici e quei discorsi delle compagne intorno le nozze con Dio e la dilettazione dello sposo celeste le penetravano nell'imaginativa a suscitarle il sospetto e quasi la sensazione del significato proprio, súbito ritorceva lo spirito piú acceso dal segreto [pg!84] moto sensuale a vedere il Nazareno che accoglieva, irradiato della sua luce eterea e sublime, l'anima d'ogni vergine degna delle sue nozze: la Madonna benediceva sorridendo e sorridevano tutti intorno, tra i concenti di musiche arcane, i santi e i cherubini.

Dio la soccorreva anche nei sogni. E le visioni mirifiche, il giorno, ora l'esaltavano a strane gioie ed ora l'umiliavano con dolore acerbo. Nel gaudio era Dio che scendeva a lei? Ella ascendeva a Dio e sentiva l'anima sua dilatarsi, rifulgere, come dissolversi per la grazia del divino amore; e s'abbandonava, inebriata, al rapimento sovrumano.

Solo nel crepuscolo della sera, il Signore le pareva piú lungi, troppo lungi, da lei; e per fuggire alle tenebre imminenti l'anima sua provava il desiderio d'uscire dalla carcere corporea, di tornare là ond'era venuta al mondo e dove Dio l'attendeva, purificata da l'umano patire, con infinito bene. Oh perché non aveva penne da levarsi libera e lieta dalla terra? Non era ancora degna di morire: il suo sposo troppo piú di lei [pg!85] aveva sofferto; e prima di rivolgere al cielo gli occhi desiosi Egli aveva faticato sotto il peso della croce e sanguinato da orribili ferite e pianto; essa né sapeva piangere di quelle lagrime, né poteva bagnare l'anima nel sangue dell'agnello, né provare entro la carne gli spasimi del Crocefisso: mentre piangeva, essa scorgeva Cristo crocifisso nel sole che calava con un fulgore sanguigno all'orizzonte.

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Ma un giorno di festa all'oratorio della chiesa cantarono alcuni valenti cantori. Dal luogo nel quale stava, non veduta, la vergine non vedeva persona, solo udiva; e negli intervalli udiva il bisbiglio vago, l'udibile silenzio della folla ristretta che prega e che ascolta; e salivano a lei ondate d'incenso, di caldo e quasi palpiti di vita. Ripreso, il canto si devolveva grande e solenne senz'avere in sé modo alcuno che non convenisse a glorificare Iddio; pure una voce tra le altre del coro piú alta e piú snella la distraeva suscitandole come la pena [pg!86] d'un'antica sciagura — e non sapeva quale — ridesta e confortata in una dolcezza di ricordo indefinito, o, piú tosto, il presentimento d'una pena prossima cui già tardasse una consolazione attesa — e non sapeva quale. Senza che pensasse: non madre, non parenti, nessuno, altro che Dio!, ella sentiva tutta la malinconia di questo pensiero nel suo cuore vuoto.

E un altro giorno dal basso, dal villaggio, tra il murmure delle voci e delle opere, le giunse un canto d'uomo e credé riconoscere il cantore dell'oratorio. La voce dell'uomo non piú tenuta ai modi lenti e fermi della salmodia seguiva il vario ritmo della canzone, cosí dolce ad udire che la vergine l'ascoltò per afferrarne ogni parola: parole d'amore, soavi, fervide, mirabili vennero a lei, oltrepassarono e si dileguarono lontano nel rumore torbido, lasciandole ora un'impressione definita di meraviglia e di sbigottimento perché da esse aveva compreso espandersi al sole e all'aria libera tutta la felicità piena e baldanzosa della vita umana; perché aveva veduto il giovane che cosí cantava. Sbigottita, ella non si ritrasse [pg!87] quando a rivederlo nei dí seguenti fu veduta da lui; meravigliata, non si ritrasse quando s'accorse ch'egli lodava in lei la bellezza della donna amata e l'attendeva e la cercava e la sollecitava ad osservare in lei medesima la bellezza della donna amata. E finalmente una forza, una smania piú valida della sua volontà la spinse, avvolta di lusinghe e non piú inconscia della colpa, nell'inganno. Quando, finalmente, poté vederlo vicino, quell'uomo, udirlo vicino, essa soggiacque.

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Co'l disgusto dell'azione brutale ricevuta in sé le rimase uno stupore amaro: erano quelle le segrete voluttà dei sensi? quello l'irresistibile segreto dell'amore? Poi ebbe la vergogna della nudità che fu conosciuta e si conobbe; della carne che sentí la carne; della verginità svelata a forza e perduta volentieri, e piangendo ebbe il pensiero dell'ulteriore castigo che alla colpa sarebbe conseguito visibile nel suo corpo, del castigo ultimo [pg!88] che alla morte del corpo sarebbe conseguito all'anima sua.

Prese ad odiare sé stessa piú di chi l'aveva soggiogata. Ma non la paura della pena le era pena bastevole: non la vergogna, per cui avrebbe voluto nascondersi alle sue compagne e fuggire; non l'odio di sé, per cui avrebbe voluto distruggersi: non bastava. In ogni momento de' suoi tristi giorni il pensiero del peccato commesso le cadeva su l'anima come la goccia su la pietra che incava; e il dolore, nel suo petto, diveniva come un peso che cresceva cresceva a soffocarla. Le sue labbra perdevano la voce e il cuore le veniva meno: immota, le mani bianche abbandonate sulle ginocchia, il viso squallido, gli occhi privi di lagrime e di luce, insensibile, l'ammiravano le compagne; n'ammiravano la perfezione dell'umiltà e della fede.

E non bastava. Ella doveva scorgere in sé tutto il male dell'anima sua, considerarlo senza piú rimedio e speranza alcuna di salute, senza tregua e senza pietà, in eterno: ella stessa doveva misurare, ella stessa, con sottile indagine, la propria [pg!89] colpa: — Peggio dell'adultera: l'adultera manca alla fede dello sposo terreno; essa allo sposo celeste. Peggio della meretrice: la meretrice avanti di darsi a tutti gli uomini non si diede vergine a Dio. Peggio del ladro: essa aveva rubato a Dio un'anima, la sua. Peggio dell'assassino: Dio aveva ferito, Dio!

E non bastava. Gridava perdono, e sentiva respingersi alla pena vigile e continua; si lasciava strozzare dal dolore, e non moriva. Il Dio che aveva segnato del suo sangue il cammino per andare a lui, che aveva quetato il dolore dell'adultera e perdonato al ladrone e perdonato alla Maddalena, diviso dal suo pensiero per sempre si celava dentro di lei vendicatore assiduo e perenne e la mordeva, la rodeva, la consumava, spietato, lentamente. La ragione le veniva meno. Presso lei, invisibile, chi rideva cosí? Chi parlava?

— Per serbare la verginità Agnese sostenne d'essere esposta alle sozzure del lupanare e non fu tócca, e le chiome diffuse ne celarono la nudità agli sguardi virili. Mille uomini non riuscirono a trascinare nel postribolo Lucia di Siracusa.

Un demone la derideva da presso, invisibile.

[pg!90] — Regina, per serbare la verginità, patí la stretta d'un cerchio di ferro e gli strappi di tanaglie infuocate. Orsola e le sue compagne furono trafitte dai ladroni nella selva, ma morirono vergini.

Il demone ghignazzava, allegro.

— A perdere la virginità Petronilla preferí morire d'inedia; Domitilla fu bruciata viva.

Ghignazzava il demone.

— Cunegonda la casta passava su vomeri roventi....

E il demone le fu sopra, l'avvinse, l'invase, si contorse entro di lei mugghiando per la sua bocca e stridendo attraverso i suoi denti stretti: ella agitava le membra, frenetica, e dalla bocca emetteva una schiuma bianca.

Intanto le compagne piangevano e dicevano: — O spirito malvagio, pártiti da questa serva di Dio!

Ma essa nella convulsione urlò:

— Impura! io sono impura!

[pg!91]


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