LIX.Il vendicatore.
Entrarono tutti e quattro. Nessun piano si era ancor fatto e bisognava combinarne uno.
Il re si lasciò cadere sopra una sedia dicendo:
«Sono perduto!
«No sire, rispose Athos, siete soltanto tradito».
Carlo sospirò.
«Tradito dagli Scozzesi, fra’ quali io nacqui, che sempre preferii agli Inglesi, oh sciagurati!
«Sire, riprese Athos, non è momento da rampogne, ma da mostrare che siete re e gentiluomo. Sorgete, sire! qui almeno avete tre uomini che non vi tradiranno, tenetelo per certo.... Ah se fossimo solamente cinque! mormorava Athos pensando a d’Artagnan ed a Porthos.
«Che dite mai? domandò Carlo alzandosi.
«Dico che non v’è più altro che un mezzo. Milord di Winter garantisce pel suo reggimento o poco meno; non stiamo a sofisticare sui termini; egli si pone alla testa de’ suoi uomini; noi ci mettiamo al fianco di Sua Maestà; facciamo un vacuo nell’armata di Cromvello, ed arriviamo in Scozia.
«Vi sarebbe anche un altro mezzo, propose Aramis, cioè che uno di noi prendesse e il vestimento e il cavallo del re; intanto che si accanissero addosso a quel tale, forse il re passerebbe.
«Buono è il suggerimento, fece Athos, e ove Sua Maestà voglia concedere a uno di noi quest’onore gliene saremo grati.
«Che pensate di questo consiglio, di Winter? chiese Carlo guardando con ammirazione quei due uomini che di null’altro occupavansi se non di trarre sopra sè stessi i pericoli che a lui sovrastavano.
«Penso che se v’è un modo per salvare Vostra Maestà è quello proposto dal signor d’Herblay. Supplico dunque umilmente la Maestà Vostra di far prontamente la scelta, poichè non abbiam tempo da perdere.
«Ma se accetto, è morte, o almeno prigionia sicura per quello che prenda il mio posto.
«E l’onore di aver salvato il suo re!» esclamò di Winter.
Carlo considerava il suo vecchio amico con le lacrime agli occhi; si tolse il cordone dello Spirito-Santo che portava onde far onore ai due Francesi che lo accompagnavano, e lo infilò al collo a di Winter, il quale ricevè genuflesso questo tremendo contrassegno dell’amistà e della fiducia del suo sovrano.
«È giusto, disse Athos; egli lo serve da più tempo di noi».
Il re lo udì, e si volse ancor pieno il ciglio di lacrime.
«Signori, attendete un momento, ho ancora un cordone da dare ad ognuno di voi».
Andò ad un armadio ove stavano rinchiusi i suoi propri ordini, e ne levò due cordoni della Giarrettiera.
«Quegli ordini non possono essere per noi, disse Athos.
«E perchè? domando Carlo.
«Sono ordini quasi regi, e noi siam semplici gentiluomini.
«Ah! passate in rivista tutti i troni della terra, rispose il re, e trovatemi cuori più grandi dei vostri.... No, no, signori, voi non rendete giustizia a voi stessi; ma a rendervela sono qua io. Conte, inginocchiatevi».
Athos obbedì, il re gli passò il cordone da sinistra a diritta secondo l’uso, e alzata la spada, invece della formula consueta: — Io vi fo cavaliere, siate prode, fedele e leale, — gli disse: «Signor conte, voi siete prode, fedele e leale, io vi fo cavaliero».
Indi ad Aramis.
«Adesso a voi, signor cavaliere».
E la medesima cerimonia ricominciò colle parole medesime, mentre di Winter, ajutato dagli scudieri, si scioglieva la corazza di rame per esser meglio preso per il re.
Poi, quando Carlo ebbe terminato con Aramis come con Athos, li abbracciò amendue.
«Sire, disse di Winter, che al cospetto di tanta divozione aveva riacquistata tutta la sua forza e il suo coraggio, noi siamo pronti».
Il re guatò i tre gentiluomini.
«Sicchè, disse, è d’uopo fuggire?
«Maestà, rispose Athos, fuggire a traverso a un’armata, in tutti i paesi del mondo si chiama combattere.
«Dunque morrò con la spada in pugno. Signor conte, signor cavaliere, se mai io sono re....
«Sire, già ci onoraste ben più che non si spettasse a semplici gentiluomini: quindi dal lato nostro è la gratitudine. Ma non si perda più tempo, chè troppo n’è perduto».
Carlo prese a tutti tre per l’ultima volta la mano, cambiò il suo cappello con quello di di Winter, ed uscì.
Il reggimento di di Winter stava schierato sur una piattaforma che sovrastava al campo; il re seguito dai tre amici, in verso a quella si diresse.
Pareva alfine che il campo scozzese si fosse risvegliato; gli uomini venuti fuori dalle tende aveano preso il loro rango come per ordine di battaglia.
«Vedete, disse il re, forse si pentono e sono pronti a marciare!
«Se si pentono, sire, Athos rispose, ci verranno appresso.
«Bene! disse Carlo I, che facciamo?
«Esaminiamo l’esercito nemico».
Tosto si fissarono gli sguardi della piccola comitiva su quella linea che all’alba era stata creduta effetto della nebbia, e che i primi raggi solari ormai indicavano come un’armata disposta pel combattimento. L’aria era pura e limpida siccome suole in quell’ora del mattino; si distinguevano benissimo reggimenti, bandiere, e persino il colore delle uniformi e de’ corsieri.
Videsi allora sovra un piccolo colle, un poco innanzi alla fronte nemica, apparire un uomo basso, grasso e pesante. Aveva intorno parecchi officiali; e diresse l’occhialetto su la riunione in cui era anche il re.
«Quello là, domandò Aramis, conosce personalmente la Maestà Vostra?»
Carlo sorrise.
«Quello là, rispose, è Cromvello.
«Dunque, sire, calate giù il cappello, che non si accorga della sostituzione.
«Ah! fece Athos, quanto tempo abbiamo sprecato!
«Se così è, disse il re, l’ordine, e si parta!
«Lo date voi, o sire? domandò Athos.
«No; vi nomino mio luogotenente generale.
«E allora, seguitò Athos, milord di Winter ascoltate; sire, ve ne prego, allontanatevi; ciò che siamo per dire non concerne Vostra Maestà».
Il re, sorridendo mosse tre passi indietro.
«Ecco quel ch’io propongo, tirò innanzi il conte di la Fère; noi dividiamo il vostro reggimento in due squadroni: voi vi ponete alla direzione del primo; Sua Maestà e noi a quella del secondo; se non viene alcuno ad ingombrarci il passo, carichiamo tutti insieme per forzare la linea avversaria e scagliarci nella Tyne, che varchiamo anche occorrendo a nuoto; se al contrario ne vien mandato sul nostro cammino qualche ostacolo, voi ed i vostri vi fate uccidere sino all’ultimo; noi ed il re continuiamo per la nostra via; giunti unavolta in riva al fiume, fossero anche tutti di tre file, qualora il vostro squadrone faccia l’obbligo suo, pensiamo noi al rimanente.
«A cavallo! disse di Winter.
«A cavallo! ripetè Athos, tutto è già preveduto e deciso.
«Dunque, signori, avanti! fece il re, e riuniamoci all’antico grido di Francia: Montjoie e S. Dionigi! il grido dell’Inghilterra è omai ripetuto da troppi traditori».
Tutti montarono a cavallo, il re su quello di di Winter, di Winter su quel del re; poi di Winter si mise alla prima fila del primo squadrone, e il re, avendo a man destra Athos ed a manca Aramis, alle prime file del secondo.
L’armata scozzese osservava codesti preparativi nella immobilità e nel silenzio della vergogna.
E furon visti alcuni capi uscire dai ranghi e spezzare le spade.
«Animo, fece Carlo, questo mi riconforta; non sono tutti traditori».
Echeggiò in quell’istante la voce di di Winter, che gridava:
«Innanzi! innanzi!»
Si mosse il primo squadrone, il secondo gli fu appresso e scese dalla piattaforma. Un reggimento di corazzieri all’incirca eguale pel numero si estendeva a tergo alla collina e gli veniva incontro rapidissimo.
Carlo additò ad Athos ed Aramis quanto ivi accadeva.
«Sire, disse Athos, è preveduto il caso, e se gli uomini di di Winter fanno il loro dovere, questo avvenimento ci salva invece di rovinarci».
Nel momento s’intese dominare su tutto il rumore dei cavalli che galoppando nitrivano, il grido di di Winter:
«In mano la sciabola!»
Al qual comando tutte le sciabole levate dal fodero rilucevano come baleni.
«Orsù, signori, urlò il re inebriato e dalla vista e dallo strepito, orsù, in mano la sciabola!»
Ma al comando, di che il re diè l’esempio, obbedirono soli Athos ed Aramis.
«Siamo traditi, balbettò pian piano Carlo.
«Aspettiamo ancora un poco, disse Athos; può darsi che non abbiano riconosciuta la voce di Vostra Maestà, e che attendano il cenno del loro capo di squadrone.
«E non hanno udito quello del loro colonnello? fece Carlo, ma vedete, vedete!»
E fermò il suo palafreno con tal impeto che gli fece piegare il garretto, ed afferrava la briglia di quello di Athos.
«Ah vili! ah sciagurati! ah iniqui!» strillava di Winter intanto che i suoi, abbandonate le file, si sperdevano sulla pianura.
Quindici uomini appena gli stavano ragunati attorno ed attendevano l’assalto dei corazzieri di Cromvello.
«Si vada a morte con loro! disse il re.
«Si vada a morire! fecero Athos ed Aramis.
«Qua a me i cuori fidi! gridò di Winter».
Quella voce giunse fino ai due amici, i quali si partirono di galoppo.
«Non v’è quartiere!» urlò in francese e rispondendo a di Winter qualcuno che li fece scuotere.
Di Winter a quel suono rimase pallido e come impietrito.
Era un cavaliero sopra un bellissimo corsiero nero, che accorreva alla testa del reggimento inglese, e nell’estremo ardore lo precedeva di dieci passi.
«È desso! mormorò di Winter con le pupille fisse e lasciandosi pendere al fianco la spada.
«Il re! il re! strillarono parecchi illusi dal cordone turchino e dal cavallo sauro di di Winter, prendetelo vivo!
«No! non è il re! esclamò il cavalcante, non v’illudete!... non è vero, milord di Winter, che voi non siete il re! non è vero che siete mio zio?»
E Mordaunt, che era egli stesso, diresse verso di di Winter la pistola. Scoccò la botta, la palla trapassò il petto al vecchio gentiluomo, il quale balzando sulla sella ricadde fra le braccia di Athos balbettando:
«Il vendicatore!...
«Rammentati mia madre! urlò Mordaunt continuando a correre di galoppo con tutta la forza del cavallo che aveva sotto.
«Sciagurato!» strillò Aramis.
E gli tirò una pistolettata, quando appunto gli passava accanto; ma non lo colse.
All’istante l’intero reggimento piombò addosso ai pochi che aveano resistito, e i due Francesi furono circondati, avviluppati, incalzati.
Athos, assicuratosi che di Winter era morto, lasciò andare il cadavere, e sguainato il ferro disse:
«Orsù, Aramis, per l’onore della Francia!»
E i due inglesi che si trovavano più prossimi ai due gentiluomini caddero ferriti mortalmente.
Nel medesimo punto echeggiò un susurro terribile, e brillarono trenta lame più su delle loro teste.
Ad un tratto un uomo si scaglia di fra gli Inglesi, e gliatterra, e si avventa sopra Athos, e lo stringe colle sue braccia nerborute, e toltogli il brando, gli dice all’orecchio:
«Silenzio! arrendetevi; arrendendovi a me, non vi arrendete».
Un gigante ha afferrati i due pugni ad Aramis, che invano tenta sottrarsi alla stretta formidabile.
«Arrendetevi! colui gli dice guardandolo fisso».
Aramis alza il capo, Athos si volge.
«D’Art!...»
Così esclama Athos, che il Guascone con una mano gli chiude la bocca.
«Mi arrendo! fa Aramis porgendo l’arme a Porthos.
«Fuoco! fuoco! gridava Mordaunt tornando addosso alla comitiva dov’erano i due amici.
«E perchè fuoco? disse il colonnello, tutti si sono arresi.
«È il figlio di milady! avvertì Athos a d’Artagnan.
«Sì, l’ho riconosciuto.
«È il finto monaco, avvertì Porthos ad Aramis.
«Lo so, lo so».
Cominciarono a diradarsi le file. D’Artagnan reggeva per la briglia il cavallo di Athos, e Porthos quello di Aramis. Ciascuno di essi procurava di trarre il suo prigioniero lungi dal campo di battaglia.
Quel movimento discoperse il luogo ov’era caduto il corpo di di Winter. Coll’istinto dell’odio, Mordaunt lo aveva ritrovato, e lo considerava, chinato sul suo destriero con un orribile sorriso.
Athos, per quanto fosse di carattere quieto, pose mano alle saccoccie ancor provviste di pistole.
«Che fate? domandò d’Artagnan.
«Lasciate ch’io lo uccida!
«Non fate un gesto che dia da credere che lo conoscete, o siamo perduti tutti e quattro».
E poscia volgendosi al giovanotto.
«Buona presa! esclamò, buona presa, amico Mordaunt! abbiamo ognuno il nostro, il signor du Vallon ed io: cavalieri della Giarrettiera, niente altro, no!
«Ma, gridò Mordaunt mirando Athos ed Aramis con occhi rossi dal sangue, ma sono Francesi, mi pare?
«Non lo so io!... Siete francese? domandò ad Athos.
«Sì, sono francese.
«Ebbene, mio caro, eccovi prigioniero di un vostro concittadino.
«Ma il re? ma il re?» chiese con somma angoscia Athos.
D’Artagnan strinse con forza la mano del prigioniere e gli disse:
«Eh! il re è in nostro potere.
«Sì, disse Aramis, per un infame tradimento».
Porthos, premendo il pugno all’amico, fece sorridendo:
«Eh! signor mio, la guerra si fa tanto con la forza che con l’arte: guardate».
Infatti, si scorgeva in tal momento lo squadrone che doveva proteggere la ritirata di Carlo avanzarsi ad incontrare il reggimento inglese, avvolgendo il re, che camminava solo e a piedi in un grande spazio vuoto. Il principe era in apparenza tranquillo, ma si discerneva bene quanto dovesse patire per sembrar tale; gli colava il sudore dalla fronte, e si asciugava le tempie e le labbra con un fazzoletto, che ad ogni volta gli si scostava dalla bocca macchiato di sangue.
«Ecco Nabucodonosor! strillò uno dei corazzieri di Cromvello, vecchio puritano a cui s’infiammarono le pupille all’aspetto di colui che veniva chiamato il tiranno.
«Che dite mai, Nabucodonosor? fece Mordaunt con uno spaventoso sogghigno. No! è il re Carlo I, il buon re Carlo, che spoglia i suoi sudditi per farsi loro erede!»
Carlo alzò il ciglio verso l’insolente che favellava in tal guisa, ma nol riconobbe.
Eppure la serena e religiosa maestà del suo volto fece abbassare lo sguardo a Mordaunt.
«Buon dì, signori, disse Carlo ai due gentiluomini che vide uno nelle mani di d’Artagnan e l’altro in quelle di Porthos; la giornata è stata infausta, ma non è vostra colpa, lode al cielo! Dov’è il mio vecchio di Winter?»
I due gentiluomini si girarono da parte e stettero cheti.
«Cerca dove sia Strafford! urlò la voce stridula di Mordaunt».
Il re palpitò, il demone avea colpito nel segno: Strafford era il suo rimorso eterno, l’ombra dei giorni suoi, lo spettro delle sue notti.
Si guardò vicino, vide a’ suoi piedi un cadavere.
Il cadavere di di Winter.
Non diede un grido, non versò una lacrima; soltanto gli si cosparse sulla guancia un pallore più livido, pose in terra un ginocchio, sollevò la testa di di Winter e lo baciò sulla fronte, e ripreso il cordone dello Spirito Santo che passato gli aveva al collo, religiosamente se lo mise sul petto.
«Dunque di Winter fu ucciso? domandò d’Artagnan affiggendo sul morto le pupille.
«Sì, disse Athos, e dal suo nepote.
«Or via! borbottò d’Artagnan, è il primo di noi altri che se ne va, riposi in pace, era un prode.
«Carlo Stuart, disse allora il colonnello del reggimento inglese facendosi innanzi al re che aveva riprese le regie divise, vi rendete voi nostro prigioniero?
«Colonnello Thomlinson, rispose Carlo, il re non si rende; l’uomo cede alla forza, e non v’è altro.
«La vostra spada».
Il re levò fuori la spada e la ruppe sul suo ginocchio.
In quell’istante un cavallo senza cavalcante, grondante di schiuma, l’occhio infuocato, aperte le nari, che veniva correndo, riconosciuto il padrone, gli si fermava accanto: era Arturo.
Il re sorrise, lo accarezzò colla mano, e leggermente si pose sulla sella.
«Animo, signori! gli disse, guidatemi dove vi aggrada.»
Ma voltosi con impeto, soggiunse:
«Eh! aspettate! mi pare di aver veduto muovere di Winter: se ancora vive, deh! per quanto vi avete di più sacro, non abbandonate questo nobile gentiluomo!
«Oh! non dubitate, re Carlo, fece Mordaunt, la palla ha trapassato il cuore!
«Ahi! disse d’Artagnan ad Athos e ad Aramis, non proferite un accento, non azzardate uno sguardo per me nè per Porthos, giacchè milady non è morta, e vive l’anima sua nel corpo di quel demone!»
Il distaccamento si avviò alla città conducendo seco la regale sua preda; ma a mezza strada un ajutante di campo del generale Cromvello recò l’ordine al colonnello Thomlinson di condurre il re a Holdenby-Castle.
Nello stesso tempo partivano corrieri per ogni parte, onde annunziare all’Inghilterra e a tutta Europa come il re Carlo Stuart era prigioniero del generale Oliviero Cromvello.
E gli Scozzesi stavano ad osservare, col fucile al piede, e laclaymorenel fodero.