LV.La carrozza del Coadjutore.
In vece di rientrare dalla porta sant’Onorato, d’Artagnan avendo ancor tempo fece il giro, e venne da quella di Richelieu. Tutti accorsero a riconoscerlo, e quando dal cappello colle penne e dal ferrajuolo, o piuttosto dal manto ingallonato si vide esser egli uffiziale dei moschettieri, ognuno gli si fece attorno con intenzione di obbligarlo a gridare: abbasso Mazzarino! Cominciò ad inquietarsi di tale dimostrazione, ma allorchè seppe di che si trattava, urlò con sì bella voce da soddisfare anche i più esigenti.
Andava lungo la strada di Richelieu, ripensando alla maniera di portarsi via pure la regina, giacchè condurla in una carrozza colle armi di Francia era impossibile, quando ad un tratto vide un bellissimo legno al portone del palazzo di madama di Guemenée.
Lo illuminò un’idea subitanea, e disse:
«Per Diana! questa sarebbe azione di buona guerra».
Si avvicinò alla carrettella, osservò le armi ch’erano su gli sportelli e la livrea del cocchiere seduto a cassetta.
E l’esame gli fu tanto più facile dacchè il cocchiere se ne dormiva colle pugna chiuse.
«È propriamente la carrozza del signor Coadjutore, continuò; in parola, principio a credere che la Providenza sia a favor nostro».
Salì piano dentro al legno, e tirando il cordone di seta corrispondente al dito mignolo del vetturino ordinò:
«Al Palazzo Reale».
Quegli, destatosi ad un tratto, si diresse verso il luogo indicatogli, senza figurarsi che il comando fosse dato da un altro che dal suo padrone.
Lo svizzero si accingeva a serrare i cancelli, ma visto il magnifico cocchio, si persuase fosse una visita importante, e lasciò passare la carrettella, la quale si fermò sotto il loggiato.
Ivi soltanto il cocchiere si accorse che dietro al legno non erano i servitori.
S’immaginò che il Coadjutore avesse di essi disposto; saltò giù senza abbandonare le guide, e venne ad aprire.
D’Artagnan balzò a terra, e nel momento che il vetturino spaventato per non aver in lui riconosciuto il signor di Gondy retrocedeva un poco, egli lo afferrò pel collo con la mano sinistra, e con la diritta gli mise sul petto una pistola.
«Se ti provi a dire una parola, sei morto!» gli gridò.
L’altro dalla faccia di quello che gli parlava capì di esser caduto in un agguato, e restò con gli occhi aperti e la bocca spalancata.
Passeggiavano nel cortile due moschettieri; d’Artagnan li chiamò per nome.
«Signor di Belliere, disse ad uno, fatemi il piacere di prendere le redini da quel buon uomo, salire a cassetta, condurre la carrozza alla porta della scala segreta, e là aspettarmi; è per affare di premura, e relativo al regio servizio».
Il moschettiere, che sapeva essere il suo tenente incapace di scherzare in proposito di servizio, obbedì senza fiatare, abbenchè l’ordine gli sembrasse singolarissimo.
E d’Artagnan al collega di questo:
«Signor du Verger, ajutatemi a porre in sicuro quest’uomo».
Il du Verger credè che il tenente avesse arrestato qualche principe travestito, s’inchinò, e sguainata la spada accennò che era pronto.
D’Artagnan salì la scala, seguito dal suo prigioniero, e con a tergo il moschettiere, traversò l’atrio ed entrò nell’anticamera di Mazzarino.
Bernouin attendeva impaziente notizia del suo signore.
«Ebbene? domandò.
«Tutto va a maraviglia, caro Bernouin; ma ecco un uomo che va messo in sicuro.
«Dove?
«Dove volete, purchè il luogo che presceglierete abbia imposte da chiudersi a chiavistello ed una porta da serrarsi a chiave.
«Abbiamo l’occorrente, rispose Bernouin».
E fu menato il povero cocchiere in uno stanzino che aveva le finestre coll’inferriata, e somigliava di molto a una prigione.
«Ora, mio caro, disse a costui d’Artagnan, v’invito a disfarvi in favor mio del cappello e del pastrano».
Secondo ognuno intende, il cocchiere non fece opposizione; d’altronde, era così attonito che barcollava e balbettava come un ubbriaco. D’Artagnan mise ogni cosa sotto il braccio al cameriere. E poi soggiunse:
«Signor du Verger, rinchiudetevi con quest’uomo sinchè il signor Bernouin venga ad aprirvi; la guardia sarà piuttosto lunga e poco divertevole, lo so; ma capite, servizio regio.
«Ai vostri comandi, tenente, replicò il moschettiere vedendo che si trattava di affari serj.
«A proposito, terminò d’Artagnan, se colui procurasse fuggire o gridare, passategli la spada a traverso la pancia».
Il sottoposto fe’ un moto della testa che indicava che obbedirebbe puntualmente alle istruzioni.
Il tenente se ne andò con Bernouin.
Suonava la mezzanotte.
«Conducetemi nell’oratorio della regina, esso disse, avvertitela che io ci sono, e andate a piantare questo fagotto con un moschetto ben carico sul sedile della carrozza che attende appiè della scala segreta».
Bernouin introdusse nell’oratorio d’Artagnan, il quale vi si assise pensieroso.
Nel Palazzo Reale tutto era ito secondo il consueto: a dieci ore, conforme notammo, i commensali eransi ritirati; quelli che dovevano fuggire colla corte ebbero la parola d’ordine, e ciascuno fu avvisato di trovarsi fra mezzanotte e l’un’ora al Corso-la-Regina.
Alle dieci Anna si recò nelle stanze del re;Monsieurera stato appunto posto al letto, ed il giovine Luigi, rimasto ultimo, si divertiva a schierare in battaglia dei soldatini di piombo, esercizio che lo svagava di molto. Seco si trastullavano duefanciulli d’onore.
«Laporte, disse la regina, sarebbe tempo di far coricare il re».
Il re chiese di restar alzato, giacchè non aveva voglia di dormire.
Ma la regina insistè:
«Luigi, non dovete andare domattina alle sei a bagnarvi a Conflans? voi stesso lo avete domandato, mi pare.
«Avete ragione, signora, rispose Luigi e sono pronto a ritirarmi nella mia camera quando vi sarà piaciuto di baciarmi. Laporte, date il candeliere al cavaliere di Coislin».
La madre posò le labbra su la fronte bianca e liscia che l’augusto bambino le porgeva con una gravità che già sapeva alquanto di etichetta.
«Addormentatevi presto, ella disse, perchè sarete destato di buon’ora.
«Farò meglio che possa per obbedirvi, signora; ma non ho la minima volontà di dormire.
«Laporte, ordinò piano la sovrana, cercate qualche libro nojoso da leggere a Sua Maestà, ma non vi spogliate».
Il re uscì accompagnato dal cavaliere di Coislin, che gli portava il lume. L’altro fanciullo d’onore fu ricondotto al suo appartamento.
Allora la regina entrò nelle proprie stanze. Le sue donne, cioè la di Bregy, la di Beaumont, la di Motteville e Socratina sua sorella, chiamata così a motivo della sua saggezza, le avevano recato nella guardaroba alcuni avanzi del pranzo, che usualmente le servivano di cena.
Anna diede i suoi ordini, parlò di un gran pasto offertole per il posdomani dal marchese di Villequier, indicò le persone che ella ammetteva all’onore di prendervi parte, annunziò per l’indomani pure una visita alla Val-de-Grace, dove aveva intenzione di far le sue devozioni, e diede a Beringhen, suo primo cameriere, le istruzioni acciò ve l’accompagnasse.
Terminata la cena delle dame, Anna finse di esser molto stanca e passò nella sua camera. La Motteville, che quella sera era di servizio particolare, vi andò pur seco e l’ajutò a spogliarsi. La regina si mise a letto, le discorse affettuosamente qualche minuto, e la licenziò.
In quel punto d’Artagnan giungeva nel cortile del Palazzo Reale con la carrettella del Coadjutore.
Dopo un momento ne uscivano le carrozze delle dame d’onore, e si chiudevano i cancelli.
Suonava mezzanotte.
Indi a cinque minuti, Bernouin bussava alla camera della regina, venendo dal passaggio segreto del ministro.
Anna andò ad aprire da sè.
Era digià vestita, cioè, si era rimesse le calze ed avvolta in una lunga mantellina.
«Siete voi, Bernouin? ella disse, v’è il signor d’Artagnan?
«Maestà, è nel vostro oratorio, ed attende che siate pronta.
«Sono pronta. Dite a Laporte che desti e vesta il re; poi andate dal maresciallo di Villeroy ed avvertitelo da parte mia».
Bernouin, fatta una riverenza, uscì subito.
La regina passò nell’oratorio, a cui dava lume una semplice lampada di cristalli di Venezia. Vide d’Artagnan in piedi ad aspettarla.
«Siete voi? ella disse.
«Sì signora.
«Siete all’ordine?
«Ma sì!
«E il ministro?
«È andato via senza disgrazie; attende la Maestà Vostra al Corso-la-Regina.
«Ma con qual legno si parte?
«Ho preveduto tutto, v’è giù una carrozza ad aspettare la Maestà Vostra.
«Andiamo dal re».
D’Artagnan seguitò la regina.
Il giovinetto Luigi era digià vestito, meno che le scarpe e il giubbetto; si lasciava accomodare, là, stupefatto, caricando di domande Laporte, il quale non gli rispose se non con queste parole:
«Sire, per comando della regina».
Il letto era aperto, e si scorgevano le lenzuola del re talmente logore, che in alcuni luoghi v’erano dei buchi.
Uno degli effetti della lesina di Mazzarino.
La regina entrò, e d’Artagnan stette sulla soglia. Il fanciulletto, al vedere la sovrana, scappò di mano a Laporte e corse verso di lei.
Anna ammiccò a d’Artagnan di accostarsi.
E tanto esso fece.
«Figlio mio, disse Anna additando al re il moschettiere, quieto, in piedi, e scoperta la testa, ecco il signor d’Artagnan, prode quanto quei prodi antichi di cui tanto vi è grato che le mie ancelle vi narrino la storia. Ricordatevi il suo nome e guardatelo bene, per non dimenticarvi le sue sembianze, giacchè in questa sera ci renderà un grandissimo servigio».
Il giovanetto guatò superbamente l’ufficiale e ripetè:
«Signor d’Artagnan.
«Per l’appunto, figlio mio».
Il re alzò lentamente la manina e la porse al moschettiere, il quale gliela baciò posto in terra un ginocchio.
«D’Artagnan, ripetè Luigi, va bene, signora».
Nell’istante si udì avvicinarsi gran clamore.
«Ch’è mai? chiese Anna.
«Oh oh! fece d’Artagnan prestando a un tempo l’orecchio attento e l’occhio intelligente, è susurro del popolo sollevato.
«Bisogna fuggire, disse la regina.
«Vostra Maestà ha data a me la direzione di tutto: bisogna trattenersi e sapere ciò che voglia.
«Signor d’Artagnan!
«Di tutto io resto responsabile».
Non v’è cosa che si comunichi presto quanto la confidenza.
Anna, piena di forza e di coraggio sentiva al più alto grado queste due virtù negli altri.
«Fate pure, ella replicò, io mi rapporto a voi.
«Vostra Maestà mi permette in tutto questo affare, di dare degli ordini in nome suo?
«Ordinate.
«Che altro vuole quel popolo? domandò il re.
«Sire, tra poco lo sapremo, rispose d’Artagnan».
E si partì sollecito dalla stanza.
Andava crescendo il tumulto, e pareva avvolgesse tutto quanto il Palazzo Reale. Dall’interno si udivano grida di cui non si poteva comprendere il senso: erano però evidenti clamori a sedizione.
Il re mezzo vestito, la regina e Laporte, rimasero ciascuno nello stato e quasi nel posto in cui erano, ad ascoltare ed attendere.
Comminges, il quale in quella sera era di guardia al Palazzo Reale, accorse subito; aveva circa duecento uomini nei cortili e nelle scuderie, e li poneva a disposizione della sovrana.
«Ebbene? chiese Anna vedendo comparir di nuovo d’Artagnan, che v’è egli?
«Signora, ecco ciò che v’è: si è sparsa voce che la regina avesse abbandonato il Palazzo Reale conducendo via il re, ed il popolo domanda di aver la prova del contrario, e minaccia di demolire il palazzo.
«Oh! questa volta è troppo, ed io proverò loro che non sono partita».
Dalla cera della sovrana il tenente si accorse ch’era per dare qualche comando violentissimo, e le disse sotto voce:
«Vostra Maestà ha sempre fiducia in me?»
Ella si scosse.
«Sì, piena fiducia: dite pure.
«Vostra Maestà si degnerà regolarsi dietro i miei suggerimenti?
«Dite.
«Si compiaccia licenziare il signor di Comminges, imponendogli di rinchiudersi non meno che i suoi nel corpo di guardia e nelle scuderie».
Comminges diede a d’Artagnan una di quelle occhiate invidiose che vibra qualunque cortigiano veggendo spuntare una nuova fortuna.
«Udiste, Comminges? fece la regina».
D’Artagnan si appressò a lui: colla sua consueta sagacia aveva riconosciuto lo sguardo inquieto, onde gli disse:
«Signor di Comminges, perdonatemi: noi siamo ambedue servitori della regina, non è così? adesso tocca a me ad esserle utile, non m’invidiate adunque questa sorte».
L’altro fece un inchino ed uscì.
«Or via! pensò d’Artagnan, eccomi con un nemico di più!
«Ed ora, disse Anna a questo, che si dee fare? lo sentite, in vece di calmarsi raddoppia lo strepito.
«Signora, il popolo vuol vedere il re, è d’uopo che lo vegga.
«Come, che lo vegga? e dove? sul balcone?
«No, ma qui nel suo letto, addormentato.
«Ah Maestà! esclamò Laporte, il signor d’Artagnan ha molta ragione».
La regina riflettè e sorrise, da donna in cui non sia nuova la finzione.
«Di fatti.... balbettò.
«Signor Laporte, disse d’Artagnan, andate a traverso ai cancelli del Palazzo Reale ad annunziare al popolo che a momenti sarà soddisfatto; che fra cinque minuti non solo vedrà il re, ma lo vedrà nel suo letto; aggiungete che il re dorme, e la regina prega si faccia silenzio onde non destarlo.
«Ma non già tutti, una deputazione di due o quattro persone....
«Tutti, Maestà.
«Ma pensate che ci terranno qua sino a giorno!
«Ne avremo per un quarto d’ora. Io tutto garantisco, signora; credete a me, conosco il popolo, è un gran fanciullo, e basta accarezzarlo; dinanzi al re dormiente sarà muto, docile e timido come un agnello.
«Andate, Laporte, disse Anna».
Il giovinetto re si accostò alla madre.
«E perchè fare mi domandano quelle genti?
«Così bisogna, figlio mio.
«Oh! allora, se mi si dice:bisogna, dunque non sono più re?»
La regina rimase ammutolita.
«Sire, replicò d’Artagnan, vostra Maestà mi permetterà di farle una domanda?»
Luigi XIV si volse, sorpreso che alcuno osasse dirigergli la parola. La madre gli strinse la mano, ed ei rispose:
«Signor sì.
«La Maestà Vostra si rammenta di aver veduto, mentre scherzava nel parco di Fontainebleau o nei cortili del palazzo di Versailles, ad un tratto oscurarsi il cielo, e udito scoppiare i tuoni?
«Sì, senza dubbio.
«Or bene, quello scoppio del tuono, per quanta volontà avesse Vostra Maestà di continuare a scherzare, le diceva: Sire, tornate dentro, così bisogna.
«Sì, ma anche mi fu detto che il fragore del tuono era la voce di Dio.
«Ebbene, sire, ascoltate il fragore del popolo che ha pure la sua forza».
Nel momento appunto passava uno strepito terribile come trasportato dal vento notturno.
E cessò d’improvviso.
«Ecco, sire, disse il tenente, è stato detto al popolo che voi dormite: vedete bene che siete sempre re».
La regina considerava con meraviglia quell’uomo singolare, che pel luminoso suo coraggio facevasi uguale ai più prodi, che per lo spirito accorto si faceva uguale a tutti.
Tornò Laporte.
«Che v’è? disse Anna.
«Signora, rispose Laporte, si è compiuta la predizione del signor d’Artagnan, e si sono calmati come per magia. Si apriranno loro le porte, e fra cinque minuti saranno qui.
«Laporte, continuò la regina, se metteste uno de’ vostri figli nel posto del re? frattanto noi partiremmo.
«Se sua Maestà lo comanda, i miei figli sono al pari di me al servizio della regina.
«No, disse d’Artagnan, chè se uno di loro conoscesse Sua Maestà e si accorgesse del sotterfugio, tutto sarebbe perduto.
«Avete ragione, ragione sempre, replicò Anna. Laporte, mettete a letto il re».
Laporte vi pose in fatti il re, vestito com’era, e lo cuoprì sino alle spalle col lenzuolo.
La madre si chinò su di lui e lo baciò in fronte.
«Luigi, fingete di dormire, essa gli disse.
«Sì, rispose Luigi XIV, ma non voglio esser toccato neppur da uno di quegli uomini.
«Sire, sono qua io, fece d’Artagnan, e vi accerto che seuno solo a tanto si ardisse pagherebbe l’ardire con la sua vita.
«Adesso che si ha da fare? li sento! chiese la regina.
«Signor Laporte, andate loro incontro, e raccomandate di nuovo il silenzio. Signora, attendete là, alla porta. Io sto a capo del letto del re pronto a morire per lui».
Laporte uscì; la regina stette accanto al parato, d’Artagnan si cacciò dietro al cortinaggio.
Poi si udì il camminare contenuto di grande moltitudine. La regina sollevò ella stessa la portiera ponendosi un dito sul labbro.
Al vederla, gli uomini si fermarono in attitudine rispettosa.
«Entrate, entrate, signori, disse Anna».
Fuvvi allora fra tutta quella gente un movimento di titubanza che somigliava a vergogna; essa si aspettava a opposizione, a resistenza; si figurava di dovere sforzare i cancelli e atterrare le guardie; i cancelli erano tutti aperti, ed il re, almeno ostensibilmente, non aveva vicino al suo letto altra guardia che la madre.
Quelli ch’erano alla testa della turba balbettarono e cominciavano a retrocedere.
«Passate, signori, disse Laporte, poichè la regina lo permette».
Uno de’ più arditi passò la soglia e si avanzò in punta di piedi; tutti lo imitarono, e la camera si empiè col maggiore silenzio, quasi che tutti coloro fossero stati i cortigiani più umili e devoti. Molto indietro alla porta si vedevano le teste di quelli che non avendo potuto introdursi si rizzavano in punta di piede.
D’Artagnan osservava tutto da un’apertura che aveva fatta al cortinaggio. Nel primo entrato riconobbe Planchet.
«Signore, disse la sovrana a questo che comprese essere il capo della turba; voi bramaste di vedere il re, ed io volli mostrarvelo da me stessa. Appressatevi, guardatelo, e dite se vi sembriamo persone intenzionale a fuggire.
«No certo, rispose Planchet alquanto sorpreso dell’inatteso onore che riceveva.
«Riferite dunque a’ miei buoni e fedeli Parigini, continuava Anna con un sorriso di cui d’Artagnan capiva appieno il senso, che avete visto il re addormentato, e la regina sul punto di coricarsi.
«Lo riferirò, signora, e lo diranno pure quei che sono meco, ma....
«Ma che? domandò la sovrana.
«Vostra Maestà mi perdoni, ma è veramente il re quello disteso nel letto?»
Anna rabbrividì.
«Se fra voi v’è alcuno che conosca il re, ella rispose, si accosti e dica se è sua Maestà».
Un uomo avvolto in un ferrajuolo col quale si cuopriva anche il viso, si avvicinò, si chinò sul letto e guardò.
Per un momento d’Artagnan credè che colui avesse qualche tristo progetto, e mise mano alla spada; ma ad un moto che fece l’inferrajuolato nell’abbassarsi scuoprendosi parte della faccia, d’Artagnan ebbe presto ravvisato il Coadjutore.
«È di fatti il re, disse quegli rialzandosi, Dio benedica Sua Maestà».
E tutti quanti, entrati furibondi, e passati da ira a pietà, benedirono un dopo l’altro il regio fanciullo.
«Adesso, amici, disse Planchet, ringraziamo la regina e ritiriamoci».
Tutti s’inchinarono ed uscirono a poco a poco senza far rumore, siccome erano venuti. Planchet capitato il primo, se ne andava l’ultimo.
Anna lo trattenne.
«Come vi chiamate?» gli disse.
Planchet si voltò attonito alla domanda.
«Sì, continuò la sovrana, mi tengo a onore di avervi qui ricevuto quanto se foste un principe, e bramo sapere il vostro nome.
«Oh sì! pensò Planchet, per trattarmi come un principe... grazie, grazie».
D’Artagnan temè che Planchet, allettato alla maniera del corvo della favola, dicesse il proprio nome, e che nell’udir questo la regina sapesse pure che Planchet era stato a lui addetto.
«Maestà, rispose costui rispettosamente, mi chiamo Dulaurier; a’ vostri comandi.
«Bene, signor Dulaurier; e che cosa fate?
«Sono mercante di panni, in via dei Bordonesi.
«Ecco quanto volevo conoscere.... obbligatissima, signor Dulaurier; vi sarà parlato di me.
«Animo, borbottò d’Artagnan toltosi di dietro alle cortine, assolutamente messer Planchet non è uno sciocco, e si vede che ha imparato ad una buona scuola».
I diversi attori di quella stranissima scena stettero un momento uno davanti all’altro senza dir più parola, la regina in piedi accanto alla porta, d’Artagnan mezzo fuori del suo nascondiglio, il re appoggiato sul gomito e pronto a sdrajarsi di nuovo al menomo chiasso che indicasse il ritorno di tutta la folla; ma il chiasso invece di avvicinarsi si allontanò, e poi si estinse.
Anna sospirò: d’Artagnan si asciugò la fronte: Luigi si calò giù dal letto dicendo:
«Partiamo».
Ricomparve Laporte.
«Ebbene! fece la sovrana.
«Li ho seguitati sino ai cancelli, rispose il cameriere, hanno annunziato ai compagni che avevano veduto il re, e la regina aveva a loro parlato, talchè se ne vanno gloriosi e trionfanti.
«Miserabili! mormorò la regina; pagheranno ben caro il loro ardire, io lo prometto».
Indi volgendosi a d’Artagnan:
«Signore, in questa sera voi mi avete dati i migliori consigli che mai ricevessi in vita mia. Continuate: adesso che dobbiam fare?
«Signor Laporte, disse il tenente, terminate di vestire Sua Maestà.
«Allora possiamo partire? chiese la regina.
«Quando vuole Vostra Maestà; scenda pure dalla scala segreta, e mi troverà alla porta.
«Andate, replicò Anna, io vi seguo».
D’Artagnan scese; la carrozza era al suo posto; il moschettiere a cassetta.
D’Artagnan prese il fagotto che aveva incaricato Bernouin di porre a’ piedi del moschettiere. Questo conteneva, come ben ci rammentiamo, il cappello ed il pastrano del cocchiere del signor di Gondy.
Si mise sulle spalle il pastrano, ed in testa il cappello.
Il moschettiere smontò.
«Voi, gli ordinò d’Artagnan, andate a rendere la libertà al vostro camerata che fa guardia al cocchiere; monterete tutt’e due a cavallo, anderete in via Tiquetonne all’albergo del Granchio a prendere il mio cavallo e quello del signor du Vallon, porrete loro la sella e i fornimenti da guerra, poi uscirete da Parigi conducendoli a mano, e vi recherete al Corso-la-Regina. Se colà non trovaste alcuno, proseguirete sino a San Germano. Servizio regio».
Il soldato salutò, e partì per adempiere agli ordini ricevuti.
D’Artagnan salì in serpa.
Aveva un pajo di pistole alla cintola, un moschetto sotto i piedi, la spada nuda dietro.
Venne la regina; e appresso ad essa il re e il signor duca d’Angiò suo fratello.
«La carozza del Coadjutore! ella esclamò muovendo indietro un passo.
«Sì, rispose d’Artagnan, ma entratevi liberamente; la guiderò io».
Anna diede un grido di sorpresa ed entrò nella carrettella. Il re eMonsieurfecero lo stesso e sederono accanto a lei.
«Venite Laporte, disse la regina.
«Come! fece il cameriere, nella medesima carrozza che le Maestà Vostre!
«Questa sera non si tratta di regia etichetta, ma della salvezza del re. Salite Laporte».
E quegli obbedì.
«Chiudete le stuoje, disse d’Artagnan.
«Ma con ciò, fece Anna, non si darà qualche sospetto?
«Vostra Maestà stia pur quieta, io ho pronta la risposta».
Si serrarono le stuoje, e si andò di galoppo dalla via Richelieu.
Arrivati alla porta, si avanzò il capo della guardia con una dozzina d’uomini, e tenendo in mano una lanterna.
D’Artagnan gli accennò di avvicinarsi.
«Riconoscete la carrettella? disse al sergente.
«No.
«Guardate le armi».
Il sergente accostò il lanternino.
«Del signor Coadjutore!
«Zitto! egli è dentro a testa a testa con madama di Guemenée».
Il capo della guardia si mise a ridere.
«Aprite la porta, ordinò agli altri, so che roba è».
Ed appressatosi alla stuoja calata:
«Buon pro faccia, monsignore!
«Imprudente! gridò d’Artagnan, mi farete licenziare».
La barriera girò stridendo sui cardini, e d’Artagnan vedendosi far largo frustò i cavalli, i quali si mossero di trotto steso.
Dopo cinque minuti aveano raggiunto la carrozza del ministro.
«Mousqueton! gridò d’Artagnan, alzate le stuoje del legno di Sua Maestà!
«È desso! fece Porthos.
«Vestito da vetturino! esclamò Mazzarino.
«E col legno del Coadjutore! disse la regina.
«Per Bacco! signor d’Artagnan, terminò Mazzarino, valete tant’oro quanto pesate».